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“L’era del Terzo Tempio è cominciata?” di Francesco Colafemmina

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16 marzo 2010

Mentre a Gerusalemme Est procedono i lavori di costruzione di nuove abitazioni per gli israeliani e mentre si inaugura la sinagoga di Hurva [1], in Vaticano cardinali e monsignori ricevono una nutrita delegazione di plutocrati filantropi ebrei che devono dare il loro benestare alla possibile beatificazione di Papa Pio XII, nonché discutere di potenziali progressi nel dialogo ebraico-cristiano. 

Bisogna sapere che questa sinagoga di Hurva [2] è legata ad una profezia di Vilna Gaon, una autorità rabbinica del 18mo secolo che profetizzò l’inizio della costruzione del Terzo Tempio in concomitanza con la ricostruzione per la terza volta di questa sinagoga. Così vari gruppi di ultra ortodossi oggi inaugurano l’era della ricostruzione del Terzo Tempio. Il primo, lo ricordiamo, fu distrutto dai Babilonesi nel 586 a. C., il secondo fu distrutto nel 70 d.C. da Tito, figlio di Vespasiano.

Scopo dei gruppi ultraortodossi è la ricostruzione del tempio con tanto di abbattimento della moschea della roccia o Qubbat al-Ṣakhrā e della grande moschea di Al-Aqsa  Sappiamo cosa potrà scatenare questo tipo di orribile contesa religiosa autorizzata dalla politica. A pagarne le conseguenze sino ad oggi sono i mussulmani e i palestinesi in genere, prima privati della loro terra, poi rinchiusi in veri e propri ghetti e infine provocati con ogni genere di messianica ed esaltata provocazione …

Mentre tutto ciò accade a Gerusalemme, a Roma partono gli incontri bilaterali non con delle autorità rabbiniche altamente rappresentative, non con dei “capi religiosi” che esprimano l’interesse di milioni di fedeli ebraici, non con i rappresentanti politici ed istituzionali dello Stato di Israele, bensì con associazioni o comitati o congressi internazionali che non hanno alcun tipo di rappresentatività che li metta nelle condizioni di veder recepite non dico le loro indicazioni ma fosse pure le loro opinioni! 

L’Asca riferisce la notizia in questi termini: “Cominciano oggi a Roma due giorni di incontri tra il Comitato Ebraico Internazionale per le Consultazioni Interreligiose (Ijcic) e i rappresentanti di alcuni dicasteri vaticani. A darne notizia è un comunicato dello stesso Comitato ebraico internazionale. I primi ad accogliere la delegazione guidata dal rabbino Richard Marker saranno mons. Brian Farrell e padre Norbert Hofmann della Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l’ebraismo. Seguirà nella mattinata l’incontro con il card. Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e nel pomeriggio con il card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio ”Justitia et pax”. Nella giornata di domani invece la delegazione internazionale, di cui fa parte anche mr. Maram Stern, segretario generale del Congresso Ebraico mondiale, incontrerà il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. Al centro dei colloqui di questi due giorni alcune questioni delicate, come gli archivi, il processo di beatificazione di Papa Pio XII, la lotta all’antisemitismo, l’impegno nel dialogo nello spirito del Concilio Vaticano II. A margine dei colloqui ufficiali, sono in programma anche l’incontro con la Comunità di Sant’ Egidio e con P. Thomas G. Casej, direttore del Centro per studi ebraici ”Cardinal Bea” alla Università Gregoriana, dove Lee I. Levine terra’ una lezione su Gerusalemme ”città santa per gli ebrei”.

Ora, mi domando, ma quale autorità rappresentano questi signori? Cosa vogliono dal Vaticano? Chi li ha investiti del potere di rappresentanza della fede ebraica? In base a quale criterio debbono essere considerati degli interlocutori in grado di decidere se Pio XII debba essere o meno elevato agli altari? Questa gente ha criticato aspramente il papa per aver firmato il decreto di proclamazione delle eroiche virtù di papa Pacelli! Perché la Santa Sede dovrebbe tener conto della loro opinione in merito? In base a quale criterio se non all’opportunismo e alla convenienza mediatica?

Poi ci penso ancora e mi domando: ma chi l’ha detto che noi cattolici dobbiamo pensare all’antisemitismo mentre nessuno s’interessa all’anticristianesimo? In base a quale principio deve esistere una specie religiosa protetta mentre tutti gli altri sono figli di un Dio minore?

Piuttosto perché la Santa Sede non si decide a condannare le colonie, l’usurpazione di suolo palestinese, le continue offese ai cristiani compiute in Terra Santa? Perché non condannare la volontà di Israele di vietare la preghiera a Gerusalemme per i mussulmani inferiori ai 50 anni, come proposto recentemente dal ministro Barack?

Fonte: http://fidesetforma.blogspot.it/2010/03/lera-del-terzo-tempio-e-iniziata.html 

[Le note 1 e 2 sono state aggiunte da me.]

[1] Gerusalemme. Violenti scontri sono in corso tra centinaia di giovani palestinesi e le forze dell’ordine israeliane in numerosi quartieri di Gerusalemme Est: lo hanno riferito alcuni testimoni. Il movimento islamico palestinese Hamas ha proclamato per oggi la «Giornata della rabbia» in risposta all’inaugurazione della sinagoga Hurva nella Città vecchia … I principali scontri sono avvenuti nel campo profughi di Shuafat e all’entrata della località di Isawie, dove giovani manifestanti palestinesi hanno lanciato pietre agli agenti. La polizia ha reagito sparando proiettili di gomma, granate stordenti e gas lacrimogeni. Scontri analoghi sono scoppiati anche in altre zone di Gerusalemme Est, nelle cui strade la polizia ha schierato 3.000 agenti, che controllano anche gli accessi alla città per impedire che i palestinesi di cittadinanza israeliana residenti in Galilea arrivino a dare man forte ai manifestanti. La polizia da cinque giorni ha bloccato gli accessi alla Spianata delle Moschee e ha rafforzato le misure di sicurezza in tutti i quartieri di Gerusalemme Est, in previsione delle violenze annunciate dal governo di Hamas a Gaza, in segno di protesta per linaugurazione di una storica sinagoga nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme: si tratta della Hurva (rovina, in ebraico), una sinagoga inaugurata nella notte dopo esser stata ricostruita per la terza volta negli ultimi 250 anni. Un’antica profezia collega la terza inaugurazione con il periodo del Terzo Tempio, per cui alcuni gruppi radicali ebraici ne hanno approfittato per rivendicare il diritto a entrare nella Spianata delle Moschee, dove duemila anni fa sorgeva il tempio biblico. Ma i palestinesi considerano una provocazione le pretese dei gruppi nazionalistici ebraici e Hamas ha dunque proclamato la «Giornata della rabbia», un appello usato nella seconda e terza Intifada per portare in piazza i manifestanti. Il nodo degli insediamenti. Gli scontri vanno avanti da alcune settimane dentro e fuori la Città Vecchia, dove si trovano i luoghi sacri di ebrei, musulmani e cristiani; ma negli ultimi giorni sono stati esacerbati dalla decisione israeliana di costruire abitazioni per ebrei nelle zone occupate di Gerusalemme Est. Il premier Benjamin Netanyahu ha ribadito anche lunedì che il piano per costruire 1.600 nuovi alloggi a Gerusalemme Est andrà avanti come programmato; e il via libera all’allargamento dell’insediamento, annunciato martedì scorso durante la visita del vicepresidente americano Joe Biden e che ha innescato una profonda crisi tra Washington e lo Stato ebraico, ha ulteriormente infiammato gli animi dei palestinesi …  [Fonte:http://www.corriere.it/esteri/10_marzo_16/israele-scontri-palestinesi-polizia-giornata-rabbia_b6fa59a0-30d4-11df-bc31-00144f02aabe.shtml].

[2] … nella Città Santa siamo alla vigilia di un passaggio significativo: lunedì è infatti in programma la dedicazione della ricostruita sinagoga di Hurva … . Quella che verrà inaugurata sarà infatti la terza sinagoga di Hurva, dal momento che le due precedenti sono state distrutte … . Il nuovo edificio si candida a diventare, così, il simbolo del rinato quartiere ebraico della Città Vecchia. Quello che oggi – con il suo lindore e i ragazzini delle scuole rabbiniche che giocano nei cortili – è uno dei segni più evidenti dell’ebraismo rifiorito in Terra di Israele.  La sinagoga di Hurva è stata a lungo il centro dell’ebraismo ashkenazita a Gerusalemme: non stupisce, dunque, che sia stata ricostruita. Va però tenuto presente anche il contesto in cui tutto questo avviene: la Città Vecchia è da tempo al centro di dispute legate a scavi archeologici tesi a privilegiare esclusivamente il volto ebraico di Gerusalemme. E poi c’è la questione calda delle case dei coloni a Gerusalemme Est, che in realtà si trovano anche a poche centinaia di metri dall’Hurva. Ieri, poi, – dopo gli scontri delle scorse settimane al termine della preghiera del venerdì – le autorità israeliane hanno blindato la Città Santa, impedendo l’accesso alla Spianata delle moschee a tutti i maschi arabi di età inferiore ai cinquant’anni. E proprio per evitare ulteriori tensioni il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che lunedì non sarà presente all’inaugurazione della sinagoga. è innegabile il valore storico dell’edificio sacro restaurato. Le sue origini risalgono all’anno 1700, quando qualche centinaio di ebrei giunsero nella Città Santa dalla Polonia guidati dal rabbino Yehudah he-Hasid (cioè Yehudah il Pio). Era uno di quei tanti gruppi che dalla diaspora, ben prima del sionismo, presero la strada di Gerusalemme spinti da una motivazione mistica. Ma in Terra di Israele incontrarono subito gravi difficoltà: Yehudah he-Hasid si ammalò e morì nel giro di pochi giorni; la sinagoga venne costruita, ma la comunità dovette indebitarsi pesantemente. Finché nel 1721 i creditori arabi,  non vedendo restituiti i soldi prestati, distrussero tutto e la comunità ashkenazita fu dispersa. Per ottant’anni restò un luogo in rovina,  fino a quando intorno al 1812 in Terra di Israele non arrivarono i Perushim, un gruppo di ebrei lituani seguaci del Gaon di Vilna, un mistico cabalista. Da Safed, dove si erano stabiliti, cominciarono a progettare il ritorno degli ashkenaziti a Gerusalemme. Ma ci riuscirono solo quando – nel 1831 – Gerusalemme passò sotto il controllo di Muhammad Alì, viceré d’Egitto. La vera svolta, però, arrivò una ventina d’anni dopo quando, nel nuovo clima politico favorevole creato dalla Guerra di Crimea, la comunità lanciò il progetto di una nuova grande sinagoga. A disegnarla fu l’architetto del sultano, Assad Effendi, in stile neo-bizantino con una grande cupola alta 24 metri. Prese il nome di Hurva(in ebraico “rovine”) proprio perché costruita sopra le macerie del 1721. Inaugurata nel 1864 da allora e per 84 anni fu a Gerusalemme la cupola degli ebrei, accanto a quelle islamiche di Omar e al-Aqsa e a quelle cristiane del Santo Sepolcro. Nella guerra del 1948 fu l’ultimo fazzoletto di terra ebraico che le forze armate del futuro Stato d’Israele difesero nella Città Vecchia. Ma quella resistenza segnò anche la sua sorte: una volta conquistata i giordani la fecero saltare in aria. Quando poi nel 1967 Israele assunse il controllo di tutta Gerusalemme, si pose subito la questione della ricostruzione della sinagoga di Hurva. Ma nel frattempo era subentrato un fatto nuovo: la trasformazione – a poche centinaia di metri di distanza – del Muro Occidentale nel grande luogo di preghiera a cielo aperto che tutti conosciamo. Un architetto di prestigio internazionale come Louis Kahn presentò un progetto per un nuovo edificio in stile moderno. Non trovando però un accordo su che cosa fare nel 1977 si decise di riedificare solo uno degli archi sui quali si reggeva la cupola di Hurva, come monumento commemorativo. Col passare del tempo e con la rinascita del quartiere ebraico, però, sono cresciute le pressioni per la ricostruzione. E così nel 2000 il governo israeliano ha dato il via libera, scegliendo la via di una riedificazione il più fedele possibile rispetto all’originale. Dunque ora anche la cupola degli ebrei è tornata a svettare sul cielo di Gerusalemme. E dal cassetto è spuntata fuori anche una profezia del Gaon di Vilna che infiamma gli animi nel quartiere ebraico. Perché il vecchio maestro, in Lituania, avrebbe scritto che quando l’Hurva sarà ricostruita la terza volta, sulla spianata (oggi delle moschee) potranno cominciare i lavori per la costruzione del Terzo Tempio (quello nuovo, dopo quelli di Salomone ed Erode, entrambi distrutti). Sono solo le parole di un cabalista. Ma nella città dove tutto è simbolo hanno indubbiamente il loro peso. [Fonte: https://sottoosservazione.wordpress.com/2010/03/13/gerusalemme-la-cupola-che-divide/]

Il significato della sinagoga di Hurva. Si è tenuta domenica una cerimonia di consacrazione della sinagoga di Hurva (letteralmente: “rudere”), che sorge nel cuore del quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme. Molto più di una semplice casa di preghiera la sinagoga Hurva è stata teatro di eventi fondamentali nella storia della ricostituzione della sovranità ebraica: la visita a Gerusalemme di Theodor Herzl, una cerimonia di arruolamento della Legione Ebraica di Ze’ev Jabotinsky, gli onori resi al primo Alto Commissario britannico, il filo-sionista sir Herbert Samuel. La sinagoga di Hurva rappresenta forse più di ogni altro luogo il desiderio del popolo ebraico di tornare alla sua terra patria. Costituisce la prova concreta che l’ebraismo non può essere ridotto solamente a una fede religiosa astratta priva di aspirazioni nazionali come alcuni hanno cercato di sostenere, in modo particolare fra gli ebrei tedeschi nel XIX secolo e fra gli ebrei antisionisti contemporanei. Se il Muro Occidentale (“del pianto”) è stato il punto focale delle preghiere per il riscatto, la Hurva è stata il centro dell’attivismo ebraico per mantenere una presenza in Terra d’Israele. Già nel II secolo e.v., meno di cento anni dopo la distruzione del Secondo Tempio e la fine della sovranità ebraica, sorgeva una sinagoga nel sito della Hurva. Durante il periodo bizantino è qui che si interrompeva la strada che dalla principale spiazzo del mercato conosciuto come il Cardo conduceva al quartiere ebraico e al Monte del Tempio. Nel XIII secolo venne chiamata “il complesso askenazita” da ebrei europei che erano “tornati” alla loro patria. Ma gli ebrei dovettero fare i conti con una costante opposizione. A Gerusalemme, che si sapeva rivestire un significato religioso speciale per gli ebrei, venne rigorosamente applicato un decreto musulmano. Secondo lo storico Arie Morgenstern, i musulmani volevano “impedire, non volesse il cielo, il realizzarsi delle speranze ebraiche relative alle profezie che annunciavano il ritorno a Sion e la ricostruzione di Gerusalemme”. Nondimeno, alla fine del XVII secolo la dirigenza politica musulmana concesse agli ebrei il permesso di costruire, dopo che la sinagoga askenazita allora esistente era crollata. Appena prima del 1700, guidato dalla fede in una imminente redenzione messianica, il rabbino Giuda il Pio riunì circa 1.500 seguaci da Moravia e Germania e partì alla volta di Gerusalemme per erigervi una casa di preghiera. Ma dopo l’improvvisa morte del rabbino, i suoi demoralizzati seguaci furono incapaci di fare fronte ai loro troppi debiti. Nel 1720, creditori musulmani furenti appiccarono il fuoco alla sinagoga, espulsero la comunità askenazita e ne proibirono il ritorno. Ma le aspirazioni ebraiche non potevano essere spente. Un secolo più tardi sbocciò un nuovo revival nazional-religioso, sotto la leadership del rabbino Menachem Mendel di Shklov, uno dei più illustri allievi del Gaon di Vilna. Mendel vide nella ricostruzione di Hurva un significato cabalistico: un tikkun (opera di riparazione) che avrebbe condotto alla ricostruzione dell’intera città, preludio dell’avvento del Messia. Nel 1855 iniziarono i lavori, grazie all’assistenza della diplomazia britannica e austriaca, a vari scombussolamenti geopolitici e ai fondi elargiti da Sir Moses Montefiore, dai Rothschild e da comunità ebraiche tanto lontane quanto quelle di San Pietroburgo, di Bagdad, del Cairo e dell’India. L’architetto dello stesso sultano ottomano, Assad Effendi, concepì un audace progetto che spiccava nel profilo della città in un’epoca in cui le case di preghiera dei non-musulmani dovevano fare mostra di assoluta deferenza nei confronti delle moschee. Dall’epoca in cui fu completata, nel 1864, sino a quando venne fatta saltare in aria dalla Legione Giordana durante la guerra d’indipendenza del 1948, quella di Hurva fu senza dubbio la sinagoga più rilevante di tutta la Terra d’Israele. Antesignana della sovranità ebraica, la sua ricostruzione venne a coincidere con un rinnovato afflusso di ebrei (nel 1860 a Gerusalemme c’era già una maggioranza ebraica), mentre la sua distruzione contrassegnò la nascita dello stato ebraico. Per diciannove anni, fino alla Guerra dei Sei Giorni, la sinagoga Hurva giacque in rovina desolata. Ed anche dopo che Israele  riguadagnò il controllo sulla Città Vecchia e garantì la libertà di culto a tutte le fedi, il timore di turbare il delicato equilibrio religioso paralizzò gli sforzi volti a ricostruire i “ruderi”, finché venne raggiunto una accordo in base al quale l’edificio di Assad Effendi sarebbe stato ripristinato così com’era, dunque senza alterare lo status quo. Per due volte distrutta e per due volte ricostruita, la Hurva è simbolo della tenace perseveranza del popolo ebraico nel tornare al suo legittimo paese contro ogni realistica probabilità. Chiamare “rudere” qualcosa che è edificato rivela una ostinata riluttanza ad accettare la realtà presente come indiscutibile. Questo rifiuto di farsi scoraggiare dalle battute d’arresto, questa inesauribile speranza di redenzione – che sia fisica o spirituale – è il vero segreto del miracolo costituito dallo stato ebraico. [Fonte: http://www.israele.net/articolo,2778.htm]

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