Siria: articoli pubblicati dal “Corriere della Sera” dal 01/01/2013 al 31/08/2013

7 gennaio 2013

Parla Assad: «Sconfiggerò i pupazzi dell’Occidente». La Coalizione nazionale siriana respinge le parole del raìs: «Una perdita di tempo». Offre un «dialogo nazionale» ma non si fa da parte 

L’immagine alle spalle di Bashar al-Assad è un collage della sofferenza del popolo siriano: i volti delle vittime della guerra, che sono ormai 60.000 secondo l’Onu, composti insieme in un’enorme tricolore, contesi come simboli dall’opposizione e dal regime. Parlando per un’ora in diretta tv nel suo primo discorso pubblico dallo scorso giugno, Assad ha riconosciuto la tragedia in cui da 21 mesi è sprofondata la nazione. «Ci incontriamo oggi nella terra della Siria sopraffatta dal dolore». Ma ha attribuito ogni responsabilità ai ribelli che, come in passato, ha definito terroristi e «burattini dell’Occidente», negando l’esistenza di una rivoluzione popolare. Era stato anticipato dalla stampa libanese che il presidente siriano avrebbe offerto un piano di pace. E in effetti Assad ha presentato una proposta in due tappe, che respinge però i piani occidentali. Paragonando il suo governo a qualcuno che vuole «sposarsi ma non trova un partner adeguato», ha domandato retoricamente: «Con chi dovremmo trattare, con i terroristi? Vogliamo dialogare con i padroni e non con i loro servitori». Il piano prevede innanzitutto che i Paesi stranieri smettano di finanziare e armare i ribelli, con la promessa che allora il regime poserà le armi riservandosi comunque «il diritto a difendersi». Seconda tappa: una «conferenza nazionale» (che escluderebbe però gran parte dell’opposizione armata e in esilio) per arrivare a una nuova Costituzione da sottoporre a referendum, seguita da elezioni e da un governo di coalizione. Assad non ha mostrato alcuna intenzione di dimettersi (una precondizione essenziale posta dai ribelli e dai governi occidentali). Catherine Ashton ha replicato, a nome dell’Europa, che deve «lasciare il potere e consentire una transizione politica». Londra ha aggiunto che le sue «promesse vuote di riforma non convincono nessuno». Per Washington è ormai «disconnesso dalla realtà». «Una perdita di tempo», ha commentato la Coalizione nazionale siriana, formata in Qatar a novembre e riconosciuta come rappresentante dell’opposizione da Usa e Ue. Esponendosi nel teatro dell’Opera al centro di Damasco, Assad ha dato una prova di forza in un momento in cui i ribelli rivendicano conquiste militari e dopo settimane di speculazioni sui media occidentali che gli alleati possano far pressione su di lui. Il presidente siriano ha invece ringraziato Russia, Cina e Iran per il loro appoggio. La mediazione dell’inviato Onu Lashkar Brahimi tra Damasco, Mosca e Washington per una transizione politica non è sembrata mai così inutile. «Transizione da dove verso dove? ha chiesto sdegnato Assad. Da un Paese indipendente ad uno sotto occupazione? Dallo Stato al caos?». Mentre gli Usa inviano i Patriot al confine turco contro i missili del regime e Israele erige una barriera contro i jihadisti, Assad viene circondato da una folla che grida il suo nome. Finito il discorso, non riesce a scendere dal palco, le guardie gli fanno scudo. A teatro Assad è una popstar, che sorride e indugia a salutare. Per ora. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 gennaio 2013

La Guerra confessionale e fratricida del finto laico Bashar Assad 

Non si muove di un centimetro Bashar al-Assad. Nessuna concessione alle forze ribelli, che anzi definisce «burattini dell’Occidente» infarciti di «idee terroristiche»; nessuna disponibilità ad un ritiro negoziato dalla scena politica e nessuna proposta nuova per uscire dalla spirale dei massacri. Nel discorso di ieri il presidente siriano si è dimostrato più inflessibile che mai. È sembrato persino in rotta di collisione con il governo di Mosca, suo alleato storico, che pure negli ultimi tempi non ha nascosto un certo scetticismo sulla sua capacità di resistere ai successi militari degli insorti. Tanta intransigenza si spiega con l’evoluzione dello scontro in Siria scoppiato nel marzo 2011 sull’onda delle «primavere arabe». Sua caratteristica fondamentale è infatti che, dopo la repressione sanguinosa delle prime manifestazioni pacifiche, la protesta si è via via trasformata in guerra civile e infine in guerra di religione. In Siria si sta consumando ormai da molti mesi il capitolo più cruento del conflitto inter-islamico tra sciiti e sunniti. Riattizzato dall’invasione americana dell’Iraq nel marzo-aprile 2003, questo si è rapidamente allargato a tutte le regioni dove esistono i seguaci delle due confessioni più importanti del mondo musulmano. Coinvolge l’intera penisola arabica con i Paesi del Golfo, arriva al Pakistan, alimenta la minaccia della ripresa dei massacri tra gruppi Hazara e Pashtun in Afghanistan, rappresenta la spada di Damocle per il futuro del Libano e continua ad alimentare i massacri in Iraq (quasi 4.500 morti nel solo 2012). Assad dunque non è solo. Sa che la sua battaglia non è unicamente quella della minoranza alauita (una setta sciita) che in Siria ha dominato con il pugno di ferro sulla maggioranza sunnita per un quarantennio. Al suo fianco stanno soprattutto l’Iran, la roccaforte sciita per eccellenza, l’Hezbollah libanese e il premier iracheno Nuri al Maliki. Da qui il paradosso del dittatore siriano: si presenta come bastione del panarabismo laico, ma è in trincea per una guerra confessionale fratricida. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 gennaio 2013

Come Saddam e Gheddafi evoca il caos dopo di lui. Sembra lontana l’idea che Assad accetti l’esilio. Alla fine Mosca ha fatto sapere che «è impossibile» convincerlo. Bashar gioca sulle divisioni dei ribelli. Ma l’ultima casella potrebbe essere il martirio. Strategia. La linea seguita dal leader siriano è quella dell’arroccamento. Psicologico e militare 

Saddam Hussein, il raìs di Tikrit. Muammar Gheddafi, il figlio del deserto. Bashar al-Assad, l’oftalmologo di Damasco. Tre leader diversi accomunati dall’incapacità di accettare la realtà. Specie quando mette in discussione il loro potere assoluto. E dunque pronti ad andare oltre il ciglio del precipizio. Il discorso del presidente siriano Bashar al-Assad segue il canovaccio degli altri dittatori. I nemici incalzano ma invece di trovare soluzioni vere i «monarchi» incitano alla lotta per arrivare ad una «vittoria» difficile da intuire. Assad liquida gli oppositori alla stregua di terroristi: «membri di Al-Qāʿida che si definiscono jihadisti». Categoria che ricorda le parole di Gheddafi, furioso con «topi e scarafaggi» legati al qaedismo. Bashar va anche oltre sostenendo che sono «nemici di Dio» che «finiranno all’Inferno». Frase che sembra copiata da un discorso di Saddam, nel 2003: «I loro morti andranno all’Inferno, i nostri caduti in Paradiso». La linea del presidente siriano è quella dell’arroccamento. Psicologico e militare. Damasco e i centri principali vanno tenuti ad ogni costo, le basi più remote devono arrangiarsi da sole. Diverse, nel nord, sono sotto assedio da settimane, rifornite con difficili missioni degli elicotteri. Nell’est dilagano i qaedisti di Jabhat al-Nuṣra. Il regime non ha forze disponibili per tenere l’intero territorio, inoltre ha commesso l’errore di sparpagliare mezzi corazzati e unità allungando le linee. In questo modo si è esposto ai colpi degli insorti. Decine di blindati sono andati distrutti, interi depositi sono caduti, l’unica risposta è affidata all’aviazione, ai reparti scelti (IV divisione e Guardia repubblicana) e ai bombardamenti indiscriminati con tutto ciò che può lanciare. Dagli Scud alle mine navali. I rovesci parziali non hanno però incrinato la fiducia di Assad che scommette sulle divisioni dell’opposizione e sulle paure dei cittadini. Molti non lo amano ma gli eccessi compiuti da alcune brigate ribelli,  in particolare quelle jihadiste,  hanno spaventato i «neutrali». Il presente è terribile, il futuro può essere ancora più nero. E allora Bashar gioca sulla guerra d’usura convinto che gli insorti non riusciranno, da soli, a conquistare Damasco. Si è anche parlato della possibilità estrema di un ripiegamento nel nord-ovest del Paese, in un ideale santuario alawita, la setta alla quale appartiene la nomenklatura siriana. Uno scenario, però, ritenuto poco probabile da molti osservatori. Il centro resta la capitale. Poi, domani, si vedrà. E per il momento sembra lontana l’idea che Assad accetti l’esilio. Usa, Turchia, Russia hanno lavorato a questa soluzione, ma alla fine Mosca ha fatto sapere che «è impossibile» convincere il leader a fare fagotto. È probabile che Assad sia spinto a tenere dagli iraniani che lo aiutano attraverso l’Iraq, anche se a Teheran pensano già al dopo. Che potrebbe essere tumultuoso. L’unico vero vantaggio rimasto ad Assad è la diffidenza della diplomazia verso l’opposizione, sempre disunita e con agende diverse. Il prolungamento del conflitto, sotto questo aspetto, è devastante. Più dura e più crescono le violenze, spesso settarie. Le vendette incrociate aumentano la sfiducia e minano la coesione. In tanti non escludono che le componenti più radicali possano prendere il sopravvento sull’ala pragmatica della resistenza. Se non altro perché le fazioni jihadiste (e qaediste) sono le meglio armate e dispongono di aiuti superiori. Inoltre sfruttano le indecisioni degli Occidentali, scottati dalle esperienze afghana e libica. Preoccupazioni che si estendono agli attori regionali. Israele costruirà una barriera sul Golan perché è convinto che i seguaci della Jihad in Siria prima o poi busseranno con le armi al confine. La Giordania vuole evitare il contagio. La Turchia conta su una parte dei ribelli per contenere le aspirazioni curde. L’Iraq sciita non è certo contento di vedere i sunniti al potere a Damasco. Ecco che allora la frammentazione che se, da un lato, distrugge l’unità siriana e prospetta «pantani somali», dall’altro tiene in vita le ultime speranze di Assad. È debilitato ma non sconfitto, crede di essere indispensabile, «fuso» in un sistema garantito dal passaggio dei poteri di padre in figlio. E dunque capace di durare fintanto che ci sarà uno del clan. Il presidente, nei suoi discorsi, denuncia il caos, la minaccia degli estremisti, la distruzione degli equilibri. Bashar contrappone la «tristezza di oggi» alla stabilità di ieri, offre ai suoi la restaurazione attraverso la forza. Un percorso che però ha come ultima casella il martirio. Saddam lo evocava nei giorni dell’invasione americana. Gheddafi lo prometteva durante i raid. E alla fine lo hanno avuto. Assad potrebbe essere il prossimo. Cosa sarà della Siria nessuno è in grado di dirlo. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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10 gennaio 2013

Spie iraniane contro oppositori. Il grande scambio. Assad libera 2.130 detenuti politici pur di riavere 48 agenti dei mullah 

È il grande scambio di Damasco. Un baratto che sintetizza attori e snodi della crisi siriana. Il regime ha liberato 2.130 prigionieri per ottenere il rilascio di 48 iraniani da parte dei ribelli. Un accordo reso possibile dalla mediazione di Turchia e Qatar, due tra i principali sostenitori dell’opposizione e dal ruolo dell’Iran, l’alleato di Assad. La complessa partita è iniziata ad agosto quando gli insorti intercettano i bus con a bordo i 48 iraniani. Loro dichiarano di essere dei «pellegrini sciiti», stessa cosa ripete per mesi Teheran. In realtà la comitiva è composta da ufficiali dei pasdaran ed elementi della Divisione Qods, l’apparato clandestino incaricato di missioni speciali. Il gruppo fa parte di un contingente più robusto inviato dall’Iran per assistere i siriani nella repressione. Esuli anti khomeinisti forniscono dettagli sui «pellegrini», sul loro ruolo militare, sulla complessa macchina logistica che li ha trasferiti in Siria. Sono come pietre preziose. Hanno un grande valore. Per questo quando i ribelli minacciano di ucciderli pochi ci credono. I «fedeli» diventano l’oggetto della trattativa con un regime abituato a condurre questi tipi di ricatti, lo ha fatto negli anni 80 in Libano e invece ora lo subisce. La pressione su Assad è forte perché Teheran non può permettersi di abbandonare gli agenti. Ed allora si sviluppa il negoziato che vede l’intervento decisivo dell’associazione Ihh turca e dell’onnipresente Qatar, Paese che tira molti fili legati ai ribelli. La trattativa, come sempre, segue percorsi tortuosi ma alla fine porta al risultato. I siriani cedono e aprono le celle. Tra i 2.130 liberati, un numero enorme, ci sono anche turchi (forse dei militari) e palestinesi, finiti nelle retate condotte dalla polizia segreta. La lista contiene i nomi di attivisti, militanti, ma anche di 59 donne e adolescenti. Ieri pomeriggio si è consumato l’atto finale con il trasferimento dei «pellegrini» all’Hotel Sheraton di Damasco dove c’era ad attenderli l’ambasciatore iraniano Mohamed Reza Shibani. Per tutti abbracci, baci e un lungo fiore bianco. Per l’opposizione a Bashar, invece, un grande successo propagandistico e la prova che «al raìs stanno più a cuore gli iraniani che i suoi cittadini». L’essenza della storia è che Assad è ancora al potere e non vuole cedere, ma se è necessario trovare soluzioni bisogna chiedere alle potenze regionali. Turchia e Qatar da un lato, Iran dall’altro. E probabilmente una via da esplorare è quella iraniana. Teheran può forse convincere il dittatore a trovare un’intesa. Molti, però, sono convinti che non vi sia più tempo. L’inviato Onu Lakhdar Brahimi lo ha detto chiaramente commentando il recente discorso al Paese: «Assad ha perso un’altra occasione e il suo clan è stato al potere troppo a lungo». Ormai tutti sono rassegnati alla continuazione della guerra, che ha già provocato 60 mila morti e 600 mila profughi. L’unica speranza è che non si passi a sistemi «proibiti». Usa e Russia avrebbero concluso, il 6 dicembre, un accordo: Mosca si impegna a vigilare sulle armi chimiche siriane e Washington si astiene da qualsiasi intervento diretto. Gli Usa sono molto inquieti, così come lo è Israele, in quanto il regime è sembrato ad un passo dall’uso dei gas contro gli insorti. L’ultima risorsa per rallentare i loro successi. Ieri i ribelli jihadisti di Jabhat al-Nuṣra hanno conquistato gran parte della base aerea di Taftanaz. Un successo che conferma la crescita del gruppo guardato con grande sospetto dagli Usa. La Coalizione nazionale siriana, a sua volta, ha proposto la creazione di un governo nelle «zone liberate», un modo per riempire un pericoloso vuoto di potere dentro il quale accade di tutto. Dal terreno continuano a giungere notizie di massacri e attacchi indiscriminati. Un’intera famiglia di fede cristiana sterminata, una dozzina di persone dilaniate da un attentato a Damasco, altre uccise sotto le bombe. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 gennaio 2013

Il Kurdistan e l’incubo siriano 

Abdullah Öcalan, il leader separatista curdo che nel 1998 mise a soqquadro la diplomazia italiana scegliendo Roma per un tentativo di esilio, è diventato suo malgrado una pedina della guerra civile siriana. Le autorità turche, che dal giugno ’99 lo tengono rinchiuso nell’isola-prigione di Imrali, si sono ricordate di lui e del suo movimento quando hanno capito che tra Assad e l’opposizione armata siriana nessuno è in grado di prevalere militarmente in tempi brevi. La carneficina che ha già fatto 60.000 morti in 21 mesi rischia di continuare, mentre l’Occidente esita tra varie opzioni di intervento indiretto. I tentativi di mediazione politica patrocinati dall’ONU falliscono uno dopo l’altro. E cresce così, in assenza di fatti nuovi capaci di arrestare il massacro, la possibilità che in Siria si arrivi ad una decomposizione territoriale, i sunniti della resistenza da una parte, gli alauiti di Assad dall’altra. Per Ankara questo è il vero spauracchio. Perché se alla frantumazione si dovesse giungere, i curdi di Siria potrebbero tentare di creare, assieme al PKK e ai curdi iracheni, una vasta regione autonoma – se non un vero e proprio Stato – a ridosso dell’instabile confine meridionale della Turchia. Non esiste minaccia più grave per le autorità politiche di Ankara come per le Forze armate turche, che contro i curdi combattono da molti anni una guerra d’usura. Ed è certamente questo il timore che ha indotto il primo ministro Erdogan ad aprire un dialogo negoziale proprio con quell’odiato Abdullah Öcalan che da tredici anni (fu condannato a morte, poi all’ergastolo) resta fedele al «suo» PKK. In apparenza gli obbiettivi di questa mano tesa sono gli stessi dei contatti indiretti che hanno avuto luogo in Norvegia dal 2009 al 2011: ottenere dai curdi una rinuncia alla lotta armata in cambio di concessioni politiche e culturali. Ma in realtà questa volta la posta è molto più alta. Si tratta, per la Turchia, di provare ad «arruolare» l’influenza di Ocalan contro la nascita di qualsiasi entità territoriale curda a sud e a sud-est delle frontiere nazionali. E’ assai dubbio che una garanzia del genere il tenace Ocalan voglia darla e ancor di più che sia in grado di darla con qualche credibilità. Il movimento curdo è notoriamente frammentato al suo interno e non tutte le correnti sarebbero disposte a rinunciare a una occasione storica per obbedire al prigioniero (per ora?) di Imrali. La conferma di ciò è forse venuta dal triplice omicidio di Parigi, che ha verosimilmente qualche legame con lo scenario di un futuribile Kurdistan e con gli sforzi turchi di prevenirlo. Venturini Franco

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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17 gennaio 2013

«Assad ha usato i gas a Homs» Un dispaccio Usa rilancia i sospetti. Poi Washington attenua: «Non ci sono ragioni per crederlo» 

Davvero la dittatura siriana è ricorsa alle armi chimiche contro la popolazione in rivolta? La domanda chiave, che potrebbe innescare la decisione americana di intervenire militarmente contro il regime di Bashar al-Assad, torna all’ordine del giorno dopo che Foreign Policy nell’ultima edizione rilancia l’accusa che gas venefici siano stati sparati dai tank lealisti contro i manifestanti il 23 dicembre scorso nella città di Homs. La rivista americana riprende un dispaccio diplomatico compilato dal consolato Usa ad Istanbul in cui si solleva il sospetto che in quell’occasione i militari avrebbero superato la reiterata «linee rossa» tracciata l’anno scorso da Obama delineante le condizioni che potrebbero condurre ad un’azione in Siria. Nel dispaccio, arrivato la settimana scorsa a Washington, lo stesso console ad Istanbul Scott Frederic Kilner afferma con ragionevole sicurezza che «diverse prove» lasciano credere che ad Homs «sia stata utilizzata una forma di gas letale». La comunità internazionale era in parte distratta dalle feste natalizie quando apparvero le prime informazioni sul caso. La tv araba Al Jazeera mandò in onda filmati di giovani sdraiati sui lettini nell’ospedale di Homs, che vomitavano, tossivano e mostravano evidenti difficoltà respiratorie. L’accusa dell’opposizione armata fu subito che i lealisti avevano sparato il gas nervino tipo «Sarin». Si parlò di «numerosi morti e diversi feriti». Ora un neurologo dell’ospedale di Homs, il dottor Nashwan Abu Abdo, specifica che i morti sarebbero stati almeno cinque: «Erano armi chimiche, non lacrimogeni, ne siamo certi. Un lacrimogeno non uccide cinque persone». Il sospetto di Foreign Policy è che in quel caso sia stato utilizzato per la prima volta l’agente «3-quinuclidinyl benzilate» (Bz), meno forte del Sarin, ma letale. Le persone più prossime alla dispersione del gas sarebbero decedute in pochi minuti. I feriti avrebbero mostrato sintomi meno gravi di vomito, nausea, dolori intestinali.Ma nelle ultime ore Washington ha cercato di gettare acqua sul fuoco. «Le informazioni apparse sui media sul presunto uso di armi chimiche in Siria non appaiono coerenti con quella che riteniamo essere la realtà del programma di armamenti chimici siriani», ha dichiarato Tommy Vietor, un portavoce della Casa Bianca per gli affari militari. Si ribadisce tuttavia che, nel caso il regime commettesse «l’errore tragico» di ricorrere ai propri arsenali non convenzionali o fallisse nel mantenerli in sicurezza, Assad ne sarebbe considerato responsabile. Una formula diplomatica che lascia spazio all’intervento militare. Damasco negli ultimi tempi starebbe prendendo precauzioni per evitare che i propri arsenali chimici finiscano nelle mani delle brigate ribelli. Ma le preoccupazioni crescono. Israele e Turchia seguono con attenzione gli sviluppi. La Giordania annuncia di aver preso «misure precauzionali» al confine. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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29 gennaio 2013

Siria e incubo chimico. Netanyahu dispiega le batterie antimissile. Hezbollah mira all’arsenale di Damasco. Netanyahu «Il regime di Assad si sta disintegrando, non sappiamo a chi finiranno le armi» 

Sono passate meno di ventiquattro ore dal voto, i risultati si stanno definendo, il premier Benjamin Netanyahu capisce di non aver vinto con il distacco che sperava, convoca un vertice con i generali e i capi dei servizi segreti. «Il Medio Oriente non aspetta», ripete. «Non si adegua ai nostri ritmi, alle trattative per far nascere la nuova coalizione». Quella riunione d’emergenza sì è svolta mercoledì scorso, da allora il governo israeliano ha intensificato i segnali, moltiplicato i messaggi da far arrivare agli alleati, deciso di rendere pubblica la preoccupazione. Domenica Netanyahu ha aperto l’incontro settimanale con i ministri avvertendo «dobbiamo guardarci intorno, la Siria si sta disintegrando e non sappiamo a chi potrebbero finire le sue armi chimiche». Il vice Silvan Shalom ha parlato poco dopo alla radio dell’esercito: «Se gli arsenali dovessero passare agli Hezbollah libanesi o altri gruppi estremisti, cambieremo il nostro approccio fino all’intervento militare». Chi abita nel nord di Israele, verso il confine con il Libano e la Siria, racconta di decolli a ripetizione dalle basi dell’aviazione. Alla periferia di Haifa sono state dislocate due batterie Iron Dome, il sistema antimissilistico sperimentato negli otto giorni di guerra con Gaza a metà novembre. «Dobbiamo essere pronti a colpire e a difenderci dalle rappresaglie», spiega una fonte militare all’agenzia France Presse. Il primo ministro ha incontrato Dan Shapiro, ambasciatore americano in Israele e spedito il consigliere per la Sicurezza nazionale in missione a Mosca perché convinca i russi a cooperare. «Le armi chimiche siriane,  commenta l’analista Amir Rappaport sul quotidiano Maariv, non preoccupano solo noi. Il Pentagono ha già preparato i piani, ma non è chiaro se il presidente Barack Obama sia pronto a renderli operativi e quando». Alex Fishman su Yedioth Ahronoth fa notare che «i cicli di allarme e calma sul fronte libanese sono destinati a diventare più frequenti. Ci sono buone probabilità che in uno dei prossimi momenti di tensione si arrivi allo scontro». Haaretz è convinto che il premier stia sfruttando l’inquietudine reale anche per influenzare le trattative con il partito di Yair Lapid, secondo alle elezioni: il fragore di un possibile conflitto zittisce le richieste politiche. Obama ha scelto proprio ieri, quando Netanyahu cominciava a non sperarci più, per telefonargli, complimentarsi per la vittoria elettorale e ribadire «di voler lavorare insieme al nostro programma per la pace e la sicurezza in Medio Oriente». La Siria è uno dei fronti della sfida a distanza con l’Iran. Ali Akbar Velayati, consigliere dell’ayatollah Khamenei, ha avvertito pochi giorni fa che un intervento contro il regime di Bashar al-Assad sarebbe considerato come una dichiarazione di guerra. Teheran ha anche annunciato di aver lanciato una scimmia nello spazio per dimostrare le proprie capacità missilistiche. Netanyahu continua a considerare il 2013 l’anno fatidico per fermare lo sviluppo dell’atomica iraniana, gli statunitensi non sono d’accordo e dilazionano la data. La guerra segreta al programma nucleare continua. Il giornale britannico Sunday Times ha raccontato di un’esplosione in profondità nella centrale di Fordow, 240 lavoratori sarebbero rimasti imprigionati nei bunker. Lo scoppio è stato rivelato dal sito Wnd.com, vicino alla destra americana. Fonti israeliane confermano la deflagrazione, Teheran smentisce. Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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31 gennaio 2013

Raid degli israeliani sulla Siria Damasco: «Colpito sito militare». Bombe anche su convoglio che forse portava missili a Hezbollah 

I decolli a ripetizione dalle basi dell’aviazione nel Nord d’Israele, le minacce a ripetizione del premier Benjamin Netanyahu e dei suoi ministri. Gli avvertimenti sembrano essersi concretizzati nella notte tra martedì e ieri. I jet avrebbero colpito obiettivi dentro la Siria, si sarebbero spinti fino alla periferia di Damasco per bombardare un centro di ricerca militare e avrebbero bersagliato anche un convoglio che si stava muovendo verso il confine con il Libano. Nessuno in Israele conferma le operazioni. Alcune fonti diplomatiche occidentali ne hanno cominciato a parlare ieri mattina, l’esercito libanese ha denunciato i sorvoli dei caccia ma ha smentito le esplosioni, solo più tardi la televisione siriana, controllata dal regime, ha annunciato la distruzione della base: «Gli aerei hanno effettuato un attacco diretto contro un centro di ricerche scientifiche utilizzato per rafforzare il nostro livello di difesa e resistenza». Il sito si troverebbe a Jamraya, quindici chilometri dalla capitale, e potrebbe essere uno degli obiettivi che Netanyahu ha indicato pochi giorni fa, quando ha ammonito: «Dobbiamo guardarci intorno, la Siria si sta disintegrando e non sappiamo a chi potrebbero finire i suoi arsenali chimici». Nel settembre del 2007 gli israeliani avevano bombardato un reattore nucleare dove sospettavano che Bashar al-Assad stesse sviluppando armi atomiche con l’aiuto dei nordcoreani. Allora il presidente siriano era rimasto in silenzio, come il governo israeliano che non ha mai rivendicato la missione. Adesso il regime di Damasco, commentano gli analisti, preferisce sfruttare il presunto attacco all’alba di ieri per propaganda e per ripetere che la rivolta cominciata ventidue mesi fa è un complotto straniero. I video pubblicati su YouTube dai ribelli mostrano quelle che sarebbero le fiamme nel centro di ricerca. Gli abitanti della zona, racconta l’agenzia France Presse, hanno contato sei esplosioni, i morti sarebbero due. Il raid al confine con il Libano avrebbe invece colpito un convoglio che trasportava missili SA-17, un sistema antiaereo di fabbricazione russa che Israele ha sempre considerato una linea rossa: non può permettere che questi armamenti vengano passati all’Hezbollah libanese. «Il gruppo filo-iraniano, spiega Amos Harel su Haaretz, avrebbe già acquisito degli Scud a lungo raggio, tutte tecnologie che possono squilibrare il bilancio delle forze e rendere inefficace la deterrenza di Gerusalemme». Prima degli attacchi, Netanyahu ha spedito Aviv Kochavi, capo dell’intelligence militare, a Washington. Con il compito probabile di mostrare agli americani i piani, le mappe satellitari e di spiegare perché l’esercito abbia dispiegato le batterie Iron Dome, sperimentate negli otto giorni di guerra a metà novembre contro i Katyusha che partivano dalla Striscia di Gaza, alla periferia di Haifa e di altre città nel Nord del Paese. I generali temono una rappresaglia di Hezbollah e solo ieri i centri di assistenza per i civili hanno ricevuto la richiesta di quattromila maschere antigas.

Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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20 febbraio 2013

Fuoco sulla residenza di Assad. E i russi preparano l’evacuazione. Per la prima volta i ribelli colpiscono uno dei palazzi di famiglia. Il presidente è sempre più isolato, vede complotti ovunque, fino a progettare omicidi eccellenti

Il palazzo porta il nome della guerra combattuta quarant’anni fa contro gli israeliani e i segni di quella che da ventitré mesi sta devastando la Siria. Qui Bashar al-Assad ospitava i notabili internazionali che non gli fanno più visita. Adesso le sale sono il bersaglio dei colpi di mortaio sparati dai ribelli che assediano Damasco. Perfino il regime ammette che ieri un paio di proiettili hanno centrato il muro di cinta della Residenza d’Ottobre e i russi, che ormai pensano all’autunno del presidente alleato, mandano altre quattro navi nel Mediterraneo per preparare l’evacuazione dei loro cittadini. Segni che la caduta di Bashar non è più esclusa da Mosca. Due aerei da trasporto Ilyushin sono atterrati a Latakia per portare 41 tonnellate di aiuti e portar via 154 persone, soprattutto donne e bambini. Neppure la città sulla costa che fa da rifugio agli alauiti, la minoranza che dagli anni Settanta domina il Paese attraverso il clan degli Assad, è considerata più sicura. Al consolato di Damasco sono registrati 8 mila russi, almeno 25 mila donne hanno sposato siriani. Mosca spera ancora di poter trovare una soluzione diplomatica che permetta ad Assad di trovare una via d’uscita. Alla fine del mese Walid Muallem, ministro degli Esteri, andrà in Russia per discutere i termini dei negoziati non diretti con Mu’adh al-Khatib, il capo dell’opposizione. Anche se le forze del regime si sono concentrate sulle grandi città, i ribelli sono riusciti a colpire uno dei simboli del potere nel centro della capitale. Damasco sembra restare sotto il controllo delle truppe fedeli ad Assad, mentre Aleppo, la metropoli commerciale verso il nord e il confine con la Turchia, è divisa in due dagli scontri. Ieri, denuncia l’Osservatorio siriano per i diritti umani basato a Londra, un missile Scud sparato dall’esercito regolare avrebbe colpito il quartiere di Jabal Badro e avrebbe ucciso 31 persone, tra loro 14 bambini. «E’ una zona di case povere e malandate, un solo razzo è bastato per distruggere tutto». I morti della rivolta cominciata il 15 marzo del 2011 sono quasi settantamila, stimano le Nazioni Unite. I miliziani non sembrano in grado per ora di sconfiggere i soldati governativi. La situazione di stallo potrebbe cambiare se, come scrive il New York Times, il presidente americano Barack Obama rivedrà la sua decisione di non fornire armi ai ribelli. La famiglia al potere è sempre più isolata, vede complotti ovunque, fino a progettare omicidi eccellenti. Il generale Jamil Hassan, capo dell’intelligence dell’aviazione, avrebbe suggerito, scrive un sito saudita e la notizia è riportata da Times of Israel, di ammazzare monsignor Mario Zenari, nunzio del Vaticano a Damasco, per incolpare i rivoltosi dell’assassinio. L’arcivescovo pochi giorni fa ha criticato «il silenzio della comunità internazionale»: «Stiamo camminando sul sangue delle vittime». Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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22 febbraio 2013 

Inferno a Damasco, strage di civili. Nessuna delle due parti può contare su una soluzione militare, è una strada senza uscita, che porta alla distruzione reciproca, Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo. Autobomba in centro, vicino alla sede del partito Baath: 53 le vittime 

Il regime e l’opposizione per una volta sono d’accordo almeno nel definire l’attentato che ha ammazzato 53 persone nel centro di Damasco: «Terrorismo». I leader politici dei ribelli non etichettano i colpevoli, non incolpano il clan Assad di complotti (come in passato), temono la mano delle frange estremiste, i gruppi islamici che hanno infiltrato la rivoluzione. Il governo mette tutti insieme, non fa differenze: è dall’inizio dalla rivolta, quasi due anni fa, che accusa i manifestanti pacifici di essere alleati di Al-Qāʿida. L’autobomba è esplosa nelle ore più affollate di una zona commerciale come il quartiere di Mazraa, l’obiettivo simbolico è la sede del partito Baath che da mezzo secolo domina il Paese. Simbolico perché i blocchi di cemento e le barriere fermano il kamikaze prima del palazzo: i morti sarebbero sette guardie, il resto civili. È l’attacco più sanguinoso nella capitale dopo quello doppio del 10 maggio 2012, quando le vittime erano state 55. I chili di tritolo e diserbante sono scoppiati vicino a una scuola, tra gli oltre 200 feriti ci sarebbero numerosi bambini. E’ finito in ospedale anche Nayef Hawatameh, uno degli ospiti palestinesi (sempre più ridotti) di Bashar al-Assad: è il capo del Fronte democratico e il suo ufficio sta a cinquecento metri dal cratere lasciato dalla bomba. Qualche finestra dell’ambasciata russa, non lontana, è finita in frantumi. Poche ore dopo due colpi di mortaio hanno centrato le caserme dello Stato Maggiore. L’assedio a Damasco continua, le operazioni militari dell’Esercito Libero Siriano cercano di prendere il controllo delle strade di accesso principali. I ribelli non vogliono venire identificati con gli attentati in stile Al-Qāʿida, sanno di poter perdere il sostegno popolare: la televisione di Stato manda in diretta la rabbia degli abitanti, «è questa la libertà che vogliono, è questo che chiamano Islam?». I capi dell’opposizione sono riuniti in Egitto per discutere una proposta di trattativa. Sono disposti a negoziare con rappresentanti del regime «che non abbiano le mani sporche di sangue», escludono di poter accettare che il presidente resti e con lui i notabili alauiti,  la minoranza al potere, che hanno coordinato la repressione della rivolta: i morti sono oltre 70 mila. Anche la Russia, che non ha smesso di sostenere Assad, ormai spinge per trovare una soluzione. Il conflitto rischia di coinvolgere i Paesi confinanti. Gli ufficiali rivoltosi hanno minacciato ritorsioni contro le truppe di Hezbollah (il movimento sciita filo-iraniano e alleato di Damasco) che dalla valle della Bekaa, dall’altra parte della frontiera, bombarda le loro basi attorno alla città di Qusayr. Il gruppo libanese ha sempre negato di prendere parte alla guerra in modo ufficiale. Il leader Hassan Nasrallah ha solo ammesso che i suoi militanti combattono in Siria «come volontari, per scelta personale». Poco al di là del confine sono sparsi quattordici villaggi a maggioranza sciita che Hezbollah vuole proteggere. Lo scontro etnico e politico è esasperato attorno alla linea tracciata sulla mappa dal francese François Georges-Picot e dal britannico Sir Mark Sykes durante la Prima guerra mondiale. Israele, che segue la crisi con preoccupazione dalle torrette militari sulle alture del Golan, avrebbe deciso proprio adesso di tentare lo sfruttamento petrolifero della zona catturata con la guerra del 1967. La società incaricata delle prime perforazioni avrebbe tra gli azionisti anche Rupert Murdoch, il magnate dei media e come consulente Dick Cheney, l’ex vicepresidente americano. «Attribuire questa licenza, commenta il giornale economico Globes, causerà il dissenso e le critiche della diplomazia internazionale che considera il Golan territorio siriano occupato». Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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24 febbraio 2013 

La sedia vuota dell’opposizione al summit di Roma sulla Siria. «Contro il silenzio dell’Occidente e la complicità russa» 

Rischia di saltare o di svolgersi priva di uno dei principali protagonisti la riunione del Gruppo degli Amici della Siria, convocata dalla diplomazia italiana il 28 febbraio a Roma, su richiesta del nuovo segretario di Stato americano, John Kerry. La Coalizione nazionale siriana (Cns), sotto il cui ombrello agisce l’opposizione al regime di Bashar Assad,  ha infatti annunciato ieri di voler boicottare l’incontro, in segno di protesta contro il silenzio della comunità internazionale di fronte alla distruzione di Aleppo, oggetto ormai da mesi di sistematici bombardamenti da parte dell’aviazione siriana che hanno causato centinaia di morti e la parziale distruzione del patrimonio architettonico della città. L’alleanza degli oppositori ha anche rifiutato gli inviti di Stati Uniti e Russia a partecipare a nuovi colloqui a Washington e Mosca, definendo «vergognosa» la mancata condanna degli attacchi. «Il silenzio internazionale sui crimini commessi ogni giorno contro il nostro popolo, recita il comunicato della coalizione, equivale ad aver partecipato a due anni di uccisioni». La dichiarazione punta esplicitamente il dito contro i dirigenti russi, definiti «eticamente e politicamente responsabili per via del loro continuo sostegno armato» al regime baathista. L’annuncio rischia di silurare l’iniziativa del leader della Cns, Mu’adh al-Khatib, che tre settimane aveva sfidato i falchi della sua organizzazione dicendosi pronto a incontrare rappresentanti del governo siriano, a condizione che «le loro mani non fossero sporche di sangue». La mossa aveva ricevuto l’appoggio per una volta unanime della comunità internazionale: Stati Uniti, Unione europea, Lega Araba, Russia e perfino l’Iran hanno incoraggiato Khatib. Ma i massacri della scorsa settimana hanno probabilmente ridato forza ai critici interni, costringendolo a frenare. La diplomazia italiana, regista dell’incontro di Roma, si è subito mobilitata per cercare di salvare l’appuntamento del 28 febbraio. Fonti della Farnesina confermano che è in corso un’«azione diretta di persuasione» su Mu’adh al-Khatib, per convincerlo che sbattere la porta in faccia alla trattativa «non sia nell’interesse dell’opposizione siriana». Tanto più, si fa notare, che l’incontro di Roma ambisce proprio a «segnare un salto di qualità» nel sostegno internazionale alla Cns e nello sforzo per una soluzione della crisi siriana. In particolare, gli europei insistono perché Washington sia più flessibile sui cosiddetti aiuti militari non letali e accetti di ampliarli all’addestramento, l’intelligence e il planning. La stessa presenza di John Kerry, alla sua prima missione da segretario di Stato, dimostra la volontà di un impegno rafforzato da parte dell’Amministrazione americana. Ma i duri dell’opposizione siriana sono chiaramente preoccupati che gli sviluppi sul terreno, dove il regime di Assad non mostra segni di voler cedere o diminuire la sua bulimia sanguinaria, tolgano ogni credibilità alla Cns, facendole perdere il contatto con la realtà. Valentino Paolo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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26 febbraio 2013 

L’opposizione siriana sarà a Roma 

La Coalizione nazionale siriana, principale piattaforma delle opposizioni in esilio, ha fatto marcia indietro annunciando che parteciperà alla prossima riunione del Gruppo di lavoro degli «Amici della Siria» prevista a Roma giovedì prossimo. Lo ha reso noto Mu’adh al-Khatib, leader della Coalizione. In una dichiarazione sulla sua pagina Facebook, Mu’adh al-Khatib ha spiegato che a convincerlo alla marcia indietro sono stati sia il segretario di Stato americano John Kerry che il ministro degli Esteri britannico William Hague, i quali, afferma il leader dell’opposizione siriana all’estero, «hanno promesso aiuti specifici per alleviare le sofferenze del nostro popolo». Sabato scorso, la Coalizione aveva annunciato che non avrebbe partecipato all’incontro di Roma per protesta contro l’immobilismo internazionale di fronte alla guerra civile che ha fatto oltre 70 mila morti in quasi due anni nel Paese. Poco prima dell’annuncio dell’opposizione, il ministro degli Esteri siriano Walid Al Mouallem aveva dichiarato, ieri, che la Siria è pronta al dialogo con i ribelli armati.

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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28 febbraio 2013 

Armi ai ribelli? Oggi il giorno della Siria 

Si potrebbe misurare meglio oggi quanto è aumentata la determinazione dell’amministrazione di Barack Obama nel dare aiuti sostanziosi e militarmente rilevanti ai ribelli siriani che combattono contro il presidente Bashar al-Assad. Ai giornalisti che lo aspettavano ieri a Villa Madama, mentre andava a una cena per parlare di rapporti tra le due sponde dell’Atlantico con rappresentanti di 34 Paesi, il segretario di Stato americano John Kerry ha fatto presente di voler parlare in pubblico a Roma stamattina. Non ha specificato su che cosa. Ma prima di arrivare ieri in Italia aveva annunciato che quanto dirà non dovrebbe essere rituale. «Non stiamo venendo a Roma semplicemente per parlare, stiamo venendoci per parlare dei nostri prossimi passi», aveva dichiarato lunedì il successore di Hillary Clinton nella tappa londinese del suo viaggio oltreoceano che durerà fino al sei marzo. E si era definito «molto sensibile alla frustrazione» degli oppositori siriani, prima intenzionati a non venire in Italia in occasione dell’incontro di oggi tra undici Paesi interessati a discutere dei futuri assetti di Damasco e poi convinti da Kerry a ripensarci. «L’amministrazione Obama si sta indirizzando verso un cambiamento politico importante sulla Siria», ha riferito ieri il Washington Post. Il quotidiano ha definito la svolta tale da far «fornire ai ribelli apparecchiature come giubbotti antiproiettile, veicoli blindati e possibile addestramento militare». Stando al giornale, gli Usa potrebbero inviare aiuti umanitari direttamente all’«opposizione politica». Niente di ufficiale, finora, su partite di armi agli insorti. A Roma, Kerry si è incontrato ieri con il segretario generale della Nato. Anders Fogh Rasmussen ha fatto sapere che si sono occupati anche dei missili «Patriot in Turchia». Caprara Maurizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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1 marzo 2013 

«Separare buoni e cattivi. La pretesa velleitaria dei Paesi occidentali». L’ideologia neocon non è più rivendicata da nessuno, eppure torna a ad avere un ruolo di fatto proprio in Francia. Non possiamo pretendere di imporre a tutti i Paesi del mondo i regimi che preferiamo 

Troppo timidi in Siria, giustamente coraggiosi in Mali. Questo è lo schema intellettuale prevalente nella Francia che continua a combattere la sua nuova guerra africana (dopo gli interventi di Sarkozy in Costa d’Avorio e Libia). Una autorevole voce dissonante è quella di Tzvetan Todorov, filosofo e storico nato 74 anni fa a Sofia e naturalizzato francese, che denuncia «la rinnovata e velleitaria pretesa francese e occidentale di identificare i buoni e i cattivi».  Il mondo è indignato per i massacri in Siria e per l’impotenza dell’Occidente a fermarli. «In questi mesi sono anche io, come tutti, sgomento di fronte alle immagini delle stragi. Ma in Siria non si può intervenire, prima di tutto per evidenti ragioni militari: non si tratta di un deserto attraversato da pochi pick-up come in Mali, è un Paese densamente popolato e dai confini delicati, con Iran, Libano, Israele … . Ma non è questo il punto principale». Quale allora? «Da tempo in Siria non assistiamo a manifestazioni pacifiche represse nel sangue dal regime, come all’inizio. In Siria è in corso invece una guerra civile tra due fazioni, una sciita minoritaria al potere, l’altra sunnita maggioritaria e ribelle, la prima appoggiata dall’Iran e l’altra dall’Arabia Saudita e dal Qatar. Perché aiutare gli uni piuttosto che gli altri?». Perché Assad è un tiranno massacratore del suo stesso popolo è un argomento non da poco. «E chi ci garantisce che, se al potere salgono i jihadisti sunniti, le cose andranno meglio? Comunque, al di là delle considerazioni militari e politiche, mi sembra soprattutto che l’Occidente stia ancora cadendo nell’abitudine di identificare troppo in fretta chi è da aiutare e chi da combattere. Non possiamo pretendere di imporre a tutti i Paesi del mondo i regimi che preferiamo. È un riflesso egemonico che in Francia è stato a lungo combattuto, per esempio ai tempi della guerra in Iraq del 2003, ma che adesso sta tornando, inatteso, anche da noi». In Francia tutte le forze si sono strette attorno al presidente Hollande, intervenuto in Mali «per salvare Bamako [capitale del Mali] dai jihadisti». Lei pensa invece che sia l’avvio di un’era neo-colonialista? «Non interveniamo più per occupare territori e impossessarci delle ricchezze, ma la Francia sta ricorrendo con troppa facilità al rumore delle armi per dire “attenzione, ci siamo anche noi”. Nessuno se lo ricorda ma a dicembre la Francia ha mandato truppe anche in Centrafrica, ufficialmente per proteggere i cittadini francesi a Bangui. Magari avessimo la capacità di impedire lo scoppio di guerre civili in tutta l’Africa … Non credo agli atti militari filantropici, penso piuttosto che a Parigi ci sia il bisogno di compensare anche simbolicamente una situazione difficile sul piano economico interno. È solo in Africa che la Francia non è un Paese come un altro, come l’Italia o la Spagna». Hollande ha mandato i soldati in Mali senza nascondersi dietro l’idea di una «guerra umanitaria». Piuttosto ha parlato di «guerra al terrorismo», una sorta di autodifesa contro una minaccia diretta a tutta l’Europa. «E perché allora, se l’Europa è minacciata, di tutti i Paesi europei solo la Francia ha mandato aerei e carri armati? In Mali poi gioca un ruolo non secondario tutta la retorica del conflitto tra Nord islamista contro il Sud laico, quando la verità è più complessa. Nessuno parla dei pogrom a danno dei tuareg del Nord. In Mali la Francia si è immischiata in una vecchia storia di conflitto tra il Nord nomade di etnia nordafricana e il Sud sedentario di etnia subsahariana, con massacri da una parte e dall’altra. Gli islamisti di Aqmi non hanno fatto che sovrapporsi a una situazione preesistente, sfruttandola come parassiti, ma sembra che esistano solo loro». L’ex premier Villepin ha denunciato un imprevisto ritorno dell’ideologia «neocon». «L’atteggiamento neocon non è più rivendicato da nessuno, neanche negli Stati Uniti dove peraltro Barack Obama continua in modo più accorto e mediaticamente consapevole la politica di George W. Bush: per esempio, non chiude Guantanamo e bombarda lo Yemen. Comunque, nessuno si dice più neocon ma i fatti parlano». Di nuovo «scontro di civiltà»? «Di fronte alle notizie sulla sharia imposta a Timbuctù, la Francia si attiva dicendo di voler proteggere la popolazione, assicurare la pace, in modo che le donne potranno togliersi il velo se lo vogliono e gli uomini potranno tornare ad ascoltare musica. È un argomento che ho già sentito». Eppure, l’idea di stare a guardare mentre accadono i massacri è difficile da accettare. C’è il precedente pesante di Monaco 1938, quando le democrazie non fermarono Hitler. «Lo so, io e i pochi amici che a Parigi la pensano come me ormai ci scherziamo su quando ci incontriamo ogni tanto ci salutiamo con un “ciao, amico di Monaco”. È l’esempio eterno, che accomuna situazioni assolutamente incomparabili. È l’argomento definitivo che fa dire “interveniamo subito, prima che sia troppo tardi, e salveremo vite umane”. Rimango con la mia perplessità. Le vite salvate sono virtuali e ipotetiche, quelle perdute subito invece sono vere»Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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1 marzo 2013 

L’America sblocca aiuti e soldi ma niente armi ai ribelli siriani. Il leader dell’opposizione ringrazia l’Italia per il suo sostegno 

Senza annunciare forniture di armi per i ribelli che combattono contro il regime di Bashar al-Assad in Siria, gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire 60 milioni di dollari, pari a circa 41 milioni di euro, per rafforzare politicamente la composita Coalizione degli oppositori agli occhi di una popolazione provata da quasi due anni di guerra civile. A rendere ufficiale l’offerta di Washington è stato ieri a Roma John Kerry, il segretario di Stato americano che era arrivato lunedì in Europa e che oggi raggiungerà la Turchia per poi andare in visita in Medio Oriente. Gli aiuti di Washington all’opposizione dovrebbero essere non letali, per lo più cibo e medicine, ma per la prima volta verrebbero indirizzati direttamente agli oppositori e, secondo quanto riferito dall’Associated press, consiglieri statunitensi dovrebbero assistere i dissidenti nella spesa. Le prossime settimane o forse la storia che verrà scritta in un futuro più lontano, chiariranno meglio se i destinatari di quei soldi li potranno avere investiti in armi, eventualità finora non dichiarata da nessuno e di certo desiderata dai ribelli schierati sotto l’artiglieria governativa. «Assad è fuori dal tempo e deve essere fuori dal potere», ha detto Kerry a Villa Madama dopo una riunione tra rappresentanti di undici Paesi interessati ai prossimi assetti di Damasco, alcuni Stati occidentali e arabi più la Turchia. Il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi, coordinatore dell’incontro, aveva appena spiegato che nella riunione si era discusso «della possibilità di creare corridoi umanitari» in terre martoriate da scontri arrivati a produrre «70 mila morti». E il capo della delegazione degli oppositori siriani, convinto a venire a Roma da Kerry dopo un rifiuto dovuto a scetticismo sull’efficacia degli aiuti in arrivo, ha ringraziato l’Italia per il suo sostegno. Ma soprattutto ha descritto le condizioni del suo popolo con una capacità oratoria di indubbia presa, comunque si giudichino le sue posizioni. «Molti mezzi di informazione guardano la lunghezza delle barbe dei combattenti più di quanto guardano il sangue dei bambini», ha affermato al fianco di Kerry lo sceicco Moaz al Khatib, già imam della moschea degli omayyadi a Damasco, ieri alla testa dei siriani anti-regime. Un modo per contrastare con un’immagine cruda le diffidenze occidentali verso l’islamismo integralista. «Non mi parlate di terrorismo», ha continuato, sostenendo che i terroristi in Siria sono gli sgherri del presidente. Poi se l’è presa con chi ritiene che sulla sorte degli arsenali chimici di Assad e la tutela delle minoranze i ribelli non darebbero garanzie: «Quanto il regime ha fatto con tutte le armi che ha è più distruttivo di tutte le armi chimiche. E chi dice che ha garantito le minoranze ricordi che fece in Libano». Nel sollecitare corridoi umanitari e ricorso al capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite (prevede mezzi militari e non per ripristinare pace e sicurezza), lo sceicco ha raccontato di un cantante dissidente al quale gli uomini di Assad hanno «estirpato la gola». Per spedirla «ai suoi genitori in una busta di plastica». Caprara Maurizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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5 marzo 2013 

La finta «cittadella» siriana dove gli Usa addestrano i ribelli 

Una cittadella con 67 edifici, l’aeroporto, il jet passeggeri, la finta ambasciata, strade e piste. Poi postazioni di tiro d’ogni tipo. È «KASOTC», un centro militare a nord di Amman, in Giordania. È qui che militari americani, francesi e britannici addestrano i ribelli dell’Esercito Libero Siriano. Quelli «buoni», da contrapporre ai «cattivi», allineati su posizioni qaediste. Il quotidiano Le Figaro, citando fonti mediorientali, ha fornito qualche particolare sull’attività coperta, rivelando anche la presenza di soldati della Delta Force americana in una base nei pressi di Beirut, Libano. Secondo la ricostruzione i commandos statunitensi, oltre a preparare i ribelli, compiono ogni tanto missioni di sorveglianza all’interno del territorio siriano. Incursioni, si dice, per tenere d’occhio i depositi che ospitano le armi chimiche di Assad. Nel caso gli arsenali fossero a rischio gli Usa, insieme ai partner europei, potrebbero agire usando proprio le installazioni in Giordania come trampolino. Ed ecco spiegato lo schieramento dei «consiglieri» a «KASOTC». Il centro d’addestramento giordano è ritenuto tra i più adatti per la preparazione di unità combattenti e a volte, ospita «gare» tra le forze speciali dei paesi alleati. Nell’ampio poligono gli insorti siriani sono preparati all’uso di sistemi contro-carro, ad agire in zone urbane, a creare trappole, a fronteggiare reparti convenzionali, a utilizzare tattiche che permettano loro di sostenere l’urto della Guardia di Assad. È probabile che il corso sia legato all’invio delle armi croate comprate dai sauditi e girate a formazioni di insorti ritenute più affidabili. Un programma che non può essersi materializzato senza il consenso degli Usa, allarmati come i giordani e gli israeliani dalla crescita qaedista in Siria. Anche se poi le vie delle armi, è noto,sono infinite. E infatti sembra che parte dell’equipaggiamento sia finita alle brigate filo-jihadiste. I timori sono cresciuti nelle ultime ore per quanto è avvenuto in Iraq, in un’area vicina al confine siriano. Militanti islamisti hanno teso un agguato a un convoglio iracheno che trasportava soldati di Assad, elementi che avevano trovato rifugio nel paese dopo una serie di combattimenti. Nell’attentato hanno perso la vita 48 soldati siriani e 9 iracheni. L’episodio è una conseguenza del gioco delle alleanze regionali. Da una parte ci sono insorti qaedisti siriani e i loro «fratelli» iracheni, tutti di fede sunnita. Dall’altra l’Iraq, dominato dagli sciiti, e l’Iran, entrambi al fianco di Assad. Due crisi parallele che ora si intersecano. Durante il fine settimana Bagdad avrebbe inviato le proprie truppe a Yarobiya (Siria), località alla frontiera teatro di scontri tra islamisti e lealisti. Il settore è piuttosto importante per gli insorti perché acquistano molte delle loro armi e munizioni dall’enorme mercato nero iracheno e dunque è importante controllare il «corridoio» dei traffici. Altrettanto importante per Bagdad puntellare l’amico Assad. In una prima reazione, un portavoce dell’esecutivo iracheno ha avvertito che «resisteremo ai tentativi di estendere il conflitto». Tempesta che coincide con un importante successo degli insorti nel nord, dove hanno conquistato il loro primo capoluogo, quello di al-Raqqa. Decine le vittime nella battaglia. Olimpio Guido

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Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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15 marzo 2013 

Londra: «Veto all’embargo sulle armi» 

La Gran Bretagna e la Francia vogliono la revoca dell’embargo Ue per la fornitura di armi ai ribelli siriani. Il premier britannico David Cameron ha detto che Londra potrebbe porre il suo veto in sede di Consiglio Ue nel caso in cui si decidessero nuove sanzioni alla Siria con embargo sulle armi. Cameron ha aggiunto anche che la Gran Bretagna potrebbe decidere pure di aggirare l’embargo. Lo scorso mese, l’Ue ha approvato la fornitura di veicoli blindati e mezzi militari non letale ai ribelli, qualora il fine sia di proteggere i civili. L’embargo Ue sulle armi alla Siria dovrà essere rinnovato a maggio. Anche Parigi, ha detto ieri il ministro degli Esteri Laurent Fabius, «sta pensando, pur trattandosi di una decisione europea, di spingersi oltre per rimuovere l’embargo».

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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15 marzo 2013 

L’Iraq dieci anni dopo i conti di una guerra sbagliata 

Sono passati dieci anni dalla guerra in Iraq. Ricordiamo tutti la rapida avanzata degli americani su Baghdad e il crollo del regime di Saddam Hussein. Poi il lungo periodo degli attentati, con la morte di migliaia di militari americani (e anche di parecchi italiani). I giornali erano pieni di articoli dove si parlava della fondamentale importanza strategica dell’Iraq, ma anche della quasi impossibile convivenza di sciiti, sunniti e curdi, gli uni contro gli altri armati. Sembrava che le prospettive mondiali dipendessero dalla situazione irachena. Poi gli americani e i loro alleati se ne sono andati. Ora dell’Iraq non si parla più, se non in qualche trafiletto nelle pagine interne dei giornali. Che fine ha fatto l’Iraq? padelama@libero.itCaro

De Lama, Si è molto parlato dell’Iraq, negli scorsi giorni, quando abbiamo appreso che un convoglio iracheno, diretto verso la frontiera siriana, era caduto nell’imboscata di un commando islamista nella provincia prevalentemente sunnita di Anbar. Gli aggressori avevano ucciso 48 soldati siriani e nove militari iracheni. Abbiamo appreso così che il regime sciita del Premier Nuri al-Maliki garantisce ospitalità ai soldati feriti dell’esercito siriano di Bashar al-Assad e li restituisce al campo di battaglia dopo la fine della convalescenza. Qualche giorno dopo, l’azione del commando è stata rivendicata dalla branca irachena di Al-Qāʿida («Stato islamico dell’Iraq») con un comunicato in cui vi è un preciso riferimento alla fede religiosa dei soldati uccisi. I militari delle forze lealiste siriane sono in buona parte alawiti, appartengono alla grande famiglia religiosa degli sciiti iraniani e libanesi, sono per i sunniti di Al-Qāʿida un nemico da combattere e distruggere. L’Iraq non è nelle condizioni della Siria, ma è pur sempre teatro di una guerra civile a bassa intensità. Gli sciiti sono la maggioranza del Paese e hanno conquistato il potere, ma non riescono a fermare un interminabile stillicidio di sanguinosi attentati sunniti che coincidono spesso con le principali feste religiose della grande setta nemica. La «liberazione» americana dell’Iraq ha avuto effetti che George W. Bush e i suoi consiglieri neoconservatori, evidentemente, non avevano previsto. Ha reso il Paese molto più instabile e turbolento di quanto fosse all’epoca di Saddam Hussein. Ha regalato un amico all’Iran. Ha contribuito alla nascita di un cartello sciita che comprende l’Iran di Ahmadinejad, la Siria (o quel che ne rimane) di Bashar al-Assad, il «partito di Dio» (Hezbollah) di Hassan Nasrallah e forti comunità sciite dei Paesi del Golfo. Ha dato un involontario contributo allo scoppio di una guerra di religione che rende ancora più imbrogliata la matassa mediorientale. Se tutto questo non depone a favore dell’intelligenza politica di Bush, sarà bene ricordare che neppure l’Europa esce da questa vicenda a testa alta. Quando gli Stati Uniti decisero d’invadere l’Iraq, dieci anni fa, l’Ue si divise fra coloro per cui la guerra era un errore e quelli (fra cui l’Italia) che decisero di partire volontari al seguito delle forze armate americane. Il premier britannico Tony Blair voleva ridare lustro al rapporto speciale angloamericano. Silvio Berlusconi e José Maria Aznar si contendevano il ruolo di «amico speciale» degli Stati Uniti a sud della Manica. Né Blair, né Berlusconi, né Aznar hanno tratto da quella vicenda alcun vantaggio politico. E l’Europa ha dimostrato la sua incapacità di essere presente nel mondo con una politica estera comune. Questo, caro De Lama, è l’unico bilancio possibile a dieci anni dalla malaugurata guerra americana per la conquista dell’Iraq. Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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15 marzo 2013 

Pressing di Londra e Parigi «Armiamo i ribelli in Siria» 

Togliere l’embargo Ue sulle armi alla Siria per rafforzare l’opposizione al regime di Assad. La proposta ventilata da giorni da Francia e Gran Bretagna arriva al vertice dei 27 a Bruxelles. «La posizione comune con i britannici è che gli europei levino l’embargo perché i ribelli possano difendersi», ha detto ieri il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius. Londra e Parigi, che hanno incontrato finora la resistenza di altre capitali europee, tra cui Berlino, hanno dichiarato che se l’embargo verrà rinnovato (scadrà il 31 maggio se non è riconfermato dai 27 all’unanimità), potrebbero decidere per conto proprio di fornire armi agli oppositori. Il premier francese Hollande ha detto di non volere una «guerra totale» in Siria e di credere ancora nella transizione politica. «Ma dobbiamo prenderci le nostre responsabilità».

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 marzo 2013 

Strategia e orgoglio. Le esigenze strategiche e le minacce future sovrastano le perplessità e l’orgoglio israeliani 

Il primo contatto dal maggio 2010 non è stata la telefonata di ieri tra Benjamin Netanyahu e Recep Tayyip Erdoğan. Un mese fa i generali avevano già riaperto uno dei canali più importanti: per gli israeliani (che vendono) e per i turchi (che comprano). Tecnologia militare, sistemi elettronici per i jet che l’aviazione di Ankara aspettava da due anni. Anche a metà febbraio erano state le pressioni e l’intervento americano a convincere il governo di Netanyahu. Che ormai vedeva la Turchia non più come un alleato o come una nazione parte della Nato. La crisi politica dopo l’assalto delle truppe speciali alla nave Mavi Marmara, le frasi pronunciate dal premier Erdogan («il sionismo è un crimine contro l’umanità») e le scuse (assieme alla parola «risarcimento») che Avigdor Lieberman non ha mai voluto pronunciare. Le due nazioni non riuscivano a ritrovare la sintonia. Il primo ministro israeliano ha approfittato proprio dell’assenza diplomatica di Lieberman, che è sotto processo per frode e ha dovuto lasciargli ad interim il controllo del ministero degli Esteri. Il governo israeliano è sempre più preoccupato dai rapporti dei servizi segreti sulla situazione in Siria. I ribelli, tra loro anche gruppi fondamentalisti, hanno conquistato le postazioni del regime sulle alture del Golan a pochi chilometri dalle torrette di Tsahal. Quella che per quasi quarant’anni è stata la frontiera più tranquilla (anche se con un Paese nemico) rischia di diventare il nuovo fronte. Ankara resta un interlocutore fondamentale per il post-Assad e per il pre-Iran. Barack Obama ha ripetuto nella visita a Gerusalemme la promessa americana: non permetterò che Teheran arrivi a produrre la bomba atomica. Perché le sanzioni funzionino o per un eventuale attacco militare gli attriti tra i turchi e gli israeliani andavano superati. Così Netanyahu ha coordinato in anticipo la telefonata con Benny Gantz, il capo di Stato Maggiore. Solo Lieberman ha protestato («le scuse intaccano la dignità e lo status di Israele in questa regione»): le esigenze strategiche e le minacce future sovrastano le perplessità (e l’orgoglio) del leader ultranazionalista.  Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 marzo 2013 

La vittoria diplomatica di Obama. Scuse di Netanyahu alla Turchia. In Giordania. Con re Abdallah il presidente degli Stati Uniti ha parlato dell’emergenza profughi e terrorismo legata alla guerra civile in Siria. Il premier chiama Erdogan: «Ristabiliamo i rapporti bilaterali» 

Un’improvvisa tempesta di sabbia blocca per oltre un’ora Barack Obama in Israele e lo fa arrivare in forte ritardo ad Amman, dove re Abdallah di Giordania lo attende con ansia per discutere di un’altra tempesta: la crisi siriana. Un’emergenza che rischia di trasformarsi in vera catastrofe regionale.Una prospettiva che terrorizza la Giordania, Paese i cui confini distano solo poche decine di chilometri da Damasco, ma allarma anche le due principali potenze dell’area: Israele e Turchia. Le quali, dopo una rottura durata quasi tre anni, proprio ieri sono tornate a parlarsi, grazie anche alla mediazione del presidente degli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è scusato col suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan per le vittime provocate nel 2010 da un blitz del suo esercito contro una nave di attivisti politici turchi diretta a Gaza. Nove di loro morirono nel tentativo israeliano di bloccare la flottiglia. Un intervento legittimo contro un atto dimostrativo ma illegale, ha sempre sostenuto Israele. Ieri, comunque, Netanyahu ha chiesto scusa per gli errori commessi in quell’azione e si è impegnato a risarcire le vittime. Erdogan, che ha parlato con lui quando Obama era ancora a Gerusalemme, ha accettato le spiegazioni israeliane e ha rinunciato alle azioni legali contro l’esercito dello Stato ebraico. I leader hanno concordato una normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. Prima dell’incidente navale Israele e Turchia avevano rapporti di stretta collaborazione. Rapporti che, li ha esortati Obama, sono più che mai indispensabili oggi che la situazione nella regione si è fatta così instabile ed esplosiva. Per avere una dimensione dei problemi basta ascoltare le parole pronunciate da re Abd Allah II dopo aver accolto il presidente Usa nella sua nuova residenza pubblica con una cerimonia solenne e con coreografie, fucilieri, cammelli, le antiche autoblindo Rolls Royce della Legione araba, la banda con le cornamuse piene di colore e di disciplina britannica. Abd Allah II ha spiegato che la guerra civile ha già riversato 460 mila profughi nel regno hascemita. «Un decimo della popolazione giordana. Ed entro fine anno potrebbero addirittura raddoppiare», ha avvertito il re durante la conferenza stampa con Obama, che gli ha espresso gratitudine, promettendo di incrementare gli sforzi umanitari degli Usa. «È come se l’intera popolazione canadese si trasferisse all’improvviso negli Stati Uniti», ha commentato il ministro degli Esteri Nasser Judeh. Ma non c’è solo il problema umanitario: il protrarsi dei combattimenti, la loro crescente ferocia, l’afflusso di gruppi radicali da vari Paesi, le armi distribuite ai ribelli e al regime di Assad, stanno creando una situazione di estremo pericolo. Cominciano gli attentati suicidi come quello di due giorni fa in una moschea che ha provocato una cinquantina di morti, è scattato l’allarme per il probabile uso di gas. E la Giordania è in prima linea. Il regno è abituato a vivere tra i conflitti: la guerra del 1967 con Israele, l’esplosione del vicino Libano, l’occupazione americana dell’Iraq, un altro Paese confinante che riversò un gran numero di profughi in Giordania. Ma con la Siria è diverso: i legami tra i due Paesi sono stretti e non solo per motivi geografici. Parlando con funzionari del Regno si scopre che quasi tutti hanno parenti o interi rami della loro famiglia a Damasco o Aleppo. Il protrarsi della guerra civile preoccupa non solo per via dei profughi, ma anche perché la Siria, ormai un cumulo di macerie la cui ricostruzione durerà decenni, sta diventando il polo d’attrazione per gruppi di terroristi di ogni genere. E i ribelli vengono armati da molti Paesi senza coordinamento e controlli. «Sappiamo che ci sono gruppi che si affacciano in Siria non per battersi contro Assad, ma per partecipare alla spartizione delle armi» racconta un alto funzionario. I servizi segreti vigilano, ma la Giordania, attaccata anni fa da AAl-Qāʿida, si sente di nuovo nel mirino e ha già sventato alcuni attacchi. Gli Usa fin qui non sono andati oltre l’aiuto umanitario e finanziario ai ribelli, ma molte armi arrivano, ad esempio, dai Paesi del Golfo. E la questione divide ormai anche l’Europa: ieri Francia e Gran Bretagna hanno ribadito di voler armare la resistenza, mentre gli altri 25 partner Ue, Germani in testa, si oppongono a questo tipo di interventoGaggi Massimo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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30 marzo 2013 

Grattacieli, ristoranti, shopping.  E’ il boom del Kurdistan iracheno. Dieci anni dopo, sono loro i veri vincitori della guerra a Saddam 

Uno Stato nello Stato. Solo formalmente provincia irachena, ma de facto Paese separato e del tutto indipendente: con il suo parlamento, il suo esercito ben armato, la sua bandiera, la sua lingua, la propria economia totalmente autonoma, persino per quello che riguarda i pozzi petroliferi, a costo di entrare in guerra con il governo centrale. «Benvenuto in Kurdistan. Non si preoccupi per il rinnovo del visto. Da noi siamo molto più flessibili che a Bagdad. Abbiamo regole diverse», dicono sorridenti i peshmerga in divisa con il mitra a tracolla che controllano i passaporti al terminal una decina di chilometri prima di Erbil. Lo chiamano check point, in verità è una vera frontiera, facile da transitare per curdi e cittadini stranieri, specie se occidentali, molto più restrittiva per gli arabi iracheni, che necessitano di una lettera di invito o di un lasciapassare valido. Altrimenti nulla. Durante il viaggio in auto dalla Bagdad ancora scossa dalla catena di attentati sanguinosi in concomitanza del decennale dell’inizio dell’invasione voluta da Washington abbiamo visto numerosi sciiti e sunniti residenti nel centro-sud venire fermati e rimandati indietro. La provincia autonoma del Kurdistan è un mondo a parte. Il cuore pulsante delle nuove speranze curde: polo di attrazione per i curdi siriani, centro commerciale per quelli in Turchia, esempio di autogoverno per i fratelli in Iran. Un fiorire di energie e speranze che si nota già alle formalità di entrata. L’aeroporto internazionale di Erbil, costruito per lo più da compagnie turche, è un modello di efficienza. Arrivando via terra dall’Iraq la separatezza curda appare ancora più stridente. Sino alle zone contese, dove sono i giacimenti di petrolio e gas a Mosul e Kirkuk, prevalgono ancora le rovine della guerra, i mercatini poveri, gli edifici cadenti, sporcizia ovunque e la presenza ossessiva dei posti di blocco voluti dal governo di Nuri al-Maliki per combattere il terrorismo. Ma poi la periferia di Erbil accoglie con la foresta di gru, scavi a cielo aperto, impalcature, grattacieli luccicanti di vetrate e marmi di Carrara. È tutto un fermento di cantieri, iniziative nuove, petrodollari investiti con la convinzione di un futuro di prosperità. Le strade ampie sono pulite, ordinate. I cartelli stradali (importati in larga parte dall’Italia) sono in curdo e inglese. Qui tutti ringraziano gli americani per aver eliminato Saddam Hussein. «Magari potevano fare meglio. Ma grazie, grazie America. Peccato che Barack Obama abbia ritirato troppo presto la sue truppe», dichiarano festosi. Fioriscono ristoranti, centri commerciali, negozi di lusso. La zona cristiana di Einkawa sino a una quindicina di anni fa era un paesino sottosviluppato e sonnolento sperso tra campi di grano, oggi è il quartiere più dinamico di Erbil, dove hanno i loro uffici centrali per tutto l’Iraq una cinquantina di compagnie petrolifere straniere, si moltiplicano le rivendite di vini pregiati importati da Italia, Francia, California e i ristoranti raffinati fanno arrivare i prodotti freschi quotidianamente via aerea da Istanbul. Ancora al tempo dell’attacco Usa nel 2003 il terreno si vendeva per 10 dollari al metro quadro, adesso fluttua tra 2.000 e 3.000. Vi hanno comprato casa tanti degli oltre 150.000 cristiani fuggiti dalla Bagdad lacerata dalla guerra di religione. «La grande maggioranza ha venduto abitazione e proprietà. È qui per rifarsi una vita», conferma l’arcivescovo caldeo, il 44enne Bashar Warda, che a sua volta trovò rifugio a Erbil dopo i sei gravissimi attentati nelle chiese di Bagdad il primo agosto 2004. Particolarmente in questa zona crescono come funghi i locali con l’accesso gratuito a internet e operano le tassiste della compagnia Pnk: autiste rigorosamente donne per le imprenditrici che arrivano dall’estero e si lamentano per le attenzioni troppo insistenti dei tassisti maschi. Un’isola sofisticata, legata ai grandi circuiti del business internazionale. Lo dimostrano i giganteschi centri commerciali esplosi negli ultimi cinque anni. Si chiamano Rehin, Hawler, Maxi, Majid, Family Mall, dove trovi MacDonald, ma anche Benetton, Timberland, Valentino, sushi bar, parchi giochi robotizzati e le ultime novità nel campo dell’informatica. Sono le manifestazioni più visibili del boom economico in una regione che vede tassi annuali di crescita superiori alla Cina di qualche anno fa. Ci vivono quasi cinque milioni di curdi sotto la guida molto paternalistica del primo ministro Mas’ud Barzani. Un leader alla ribalta. Il suo antico partner-rivale, l’attuale presidente iracheno Jalal Talabani è malato, ricoverato all’estero. Talabani avrebbe voluto facilitare l’integrazione curda nel nuovo Iraq democratico. «Ma ha fallito. Oggi il suo Puk (Partito Unitario Curdo) appare in caduta libera. Mentre guadagna consensi il PDK (Partito Democratico Curdo) di Barzani. A lui guardano anche i tre milioni di curdi residenti della Siria sud-orientale, i quali vedono con paura la diffusione di una teocrazia islamica sunnita estremista sulle ceneri della dittatura di Bashar al-Assad», afferma Salwan Zaito, direttore del Babylon, tra le nuove società proprietarie di radio e televisioni locali. Un periodo di eccitanti aspettative per i curdi iracheni. Schiacciati, massacrati dalla repressione di Saddam Hussein negli anni Ottanta e al tempo della prima guerra del Golfo nel 1991, cominciarono a prosperare sotto l’ombrello delle forze americane. E oggi potrebbero diventare la culla del rilancio delle antiche utopie di unificazione con i 7 milioni di curdi in Iran e i quasi 10 in Turchia. In tutto quasi 25 milioni di persone, discendenti di quel popolo che dalla fine della Prima Guerra Mondiale si percepisce come tradito dalle promesse non mantenute della comunità internazionale per un grande Stato curdo indipendente. Non stupisce a che a Erbil si seguano con interesse ed apprensione i recenti accordi tra il leader del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) Abdullah Öcalan e il premier turco Recep Tayyip Erdoğan. La Turchia infatti è nemica storica dei nazionalisti curdi al suo interno, ma oggi è anche il maggior partner commerciale con il Kurdistan iracheno. È tra l’altro grazie agli oleodotti turchi che Erbil esporta il proprio greggio all’estero in barba ai divieti del governo di Nuri al-Maliki. «Solo un buon rapporto con Ankara ci garantirà la forza di resistere alle pressioni di Bagdad. Guai a rompere con Erdogan», mette in allarme Bakir Ahmad, giornalista della Pna, l’agenzia stampa legata a Barzani. La conclusione è ovvia: «Un giorno il Kurdistan iracheno sarà certamente indipendente. E potrebbe anche allargarsi ad altre regioni curde. Ma non ora, sarebbe troppo presto. Persino i curdi siriani dovranno prima negoziare la loro autonomia con Damasco. La gradualità è necessaria. Ogni passo affrettato rischia di farci ricadere nelle tragedie di venti o trenta anni fa». Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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14 aprile 2013

Quelle tracce di gas trovate dagli inglesi. Obama è cauto. Pistola fumante? È la linea rossa per l’intervento contro Assad: ma le prove non ci sono 

Gli agenti speciali inglesi e australiani hanno raccolto campioni di terra in una zona a nord di Damasco. Poi sono riusciti a fare uscire dalla Siria la «prova» e l’hanno consegnata ai laboratori della Difesa britannica. Sono seguite indagini che hanno portato ad una conclusione. Parziale. Nella zona dove è stato prelevato il campione ci sono tracce di «un qualche tipo di arma chimica». Chi l’ha usata? Gli 007 non hanno la risposta: il regime è il primo sospettato ma nulla permette di escludere i ribelli. La storia, raccontata dal “Times”, ha destato attenzione ma anche cautela. Per le implicazioni. Gli Usa e gli alleati hanno sempre sostenuto che l’impiego dei gas avrebbe provocato un intervento armato Usa. La morte invisibile è la linea rossa invalicabile, ha più volte ricordato la Casa Bianca. E forse è anche per questo che il responso degli scienziati britannici è prudente. Dopo i test sulla sostanza hanno stabilito tre punti: 1) non sono lacrimogeni di tipo «aggressivo» (talvolta usati dagli eserciti); 2) è un’arma chimica che non siamo in grado di identificare; 3) non si tratta di gas nervino. Da mesi girano voci sul ricorso a mezzi di distruzione di massa. Molte le segnalazioni, poche le prove. Un diplomatico citato dall’Afp [Agence France-Presse] sostiene che «ci sono stati diversi casi dove siamo sicuri dell’impiego di proiettili chimici, anche se in modo sporadico». Attacchi condotti, di solito, da forze governative contro le posizioni dei ribelli. Circostanza che, stando all’opposizione, si sarebbe ripetuta ieri con 3 bambini uccisi dai gas ad Aleppo. Sedici i feriti. Secondo la ricostruzione un elicottero ha sganciato ordigni che hanno centrato una casa nella zona di Sheikh Maqsud. Prima però di arrivare alle contromisure, i governi occidentali attendono altre verifiche. L’Onu ha un team di esperti a Cipro, ma la Siria ha negato finora l’ingresso. Le nuove indagini sono giudicate indispensabili per togliere ogni dubbio e stabilire, se possibile, i responsabili. Ecco perché da Londra sostengono di non «avere ancora la pistola fumante». Prudenza dettata dal ricordo delle bugie che portarono all’invasione in Iraq e dalle paure che accompagnano qualsiasi intervento nel conflitto siriano. Negli Usa continuano a girare rapporti dell’intelligence sull’instabilità del fronte ribelle. Ci sono timori per l’attualità (la frammentazione degli insorti, la crescita della componente qaedista) ma anche per il futuro. Uno studio ha messo in guardia sul dopo Assad: la cacciata del dittatore potrebbe essere seguita dal settarismo violento, con regolamenti di conti tra le componenti che formano la Siria. Chi ha a cuore il destino siriano, pur non negando i pericoli, ribatte citando i numeri del conflitto. Settantamila vittime, milioni di profughi all’estero o all’interno, città dove non funziona più nulla. Un bilancio angosciante ottenuto senza dover ricorrere alle armi chimiche ma spesso con fucili e cannoniOlimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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26 aprile 2013

«Assad ha usato i gas». Il dilemma degli Usa sulla linea rossa in Siria. «Servono certezze o avremo un altro Iraq». Il segretario di Stato Kerry: «In caso di conferme, agiremo con gli alleati» 

Un altro passo. Importante, pur frenato da qualche distinguo. Gli americani hanno riconosciuto che Bashar al-Assad ha usato armi chimiche in Siria. Due volte, ha detto il segretario di Stato Kerry. Su «piccola scala», si è affrettato a precisare il responsabile della Difesa Chuck Hagel consapevole delle implicazioni. La Casa Bianca, che ha già informato il Congresso, ha più volte affermato che l’uso dei gas avrebbe aperto una risposta dura: un intervento militare nel conflitto. «Tutte le opzioni sono sul tavolo», è stata la frase di rito dei funzionari Usa. In caso di conferme «saranno decisi passi in coordinamento con gli alleati». Hagel ha rivelato che l’intelligence ha raccolto dati interessanti che vanno esplorati, elementi recuperati sul terreno e nel sangue delle persone colpite dai gas. I test iniziali hanno rilevato la presenza del sarin, sostanza tossica che agisce sul sistema nervoso. Il capo del Pentagono, però, ha aggiunto che «servono altre prove». Gli Stati Uniti vogliono capire come le persone siano state «esposte» alle armi chimiche e lo hanno anche indicato nella comunicazione al Congresso. Un modo per guadagnare tempo e contemporaneamente, evitare gli errori commessi in Iraq con le armi di distruzione di massa. In teoria, molta teoria, le vittime potrebbero essere state contaminate durante un assalto ad un deposito militare e non per un bombardamento diretto da parte del regime. Scenario a cui nessuno crede che però va eliminato con sicurezza. Nelle prossime ore e giorni toccherà agli 007 fornire il «certificato». Si era pensato anche ad un coinvolgimento dell’Onu che ha, da tempo, un team di esperti parcheggiato a Cipro e pronto a condurre un’indagine autonoma in Siria, ma Damasco non ci pensa proprio. Chi ha pochi dubbi sono gli oppositori. In base alle loro informazioni, Assad avrebbe sferrato attacchi con le armi proibite in almeno tre località. Homs, Aleppo e una zona vicino alla capitale. Azioni che sono costate la vita, almeno in un’occasione, a 22 persone. Le dichiarazioni di Hagel non rappresentano una sorpresa e appaiono come l’ultimo passo su un sentiero aperto da altri. Gran Bretagna e Francia hanno affermato per prime di essere in possesso di prove. «Limitate ma convincenti», ha ribadito Londra. Poi è toccato all’intelligence israeliana che, pubblicamente, ha accusato Assad in modo diretto. Nel mezzo, una significativa attività statunitense. Il Pentagono ha annunciato, pochi giorni fa, l’invio di 200 soldati in Giordania, un’avanguardia di quello che potrebbe diventare, se arriverà un ordine, un contingente molto più robusto. Si è parlato di circa 20 mila uomini, con le basi giordane a fare da trampolino. Proprio il regno hashemita ha un ruolo chiave. Intanto perché ha favorito l’attività semi-clandestina della Cia, insieme a servizi alleati, in sostegno di formazioni armate siriane «moderate». Centinaia di guerriglieri, addestrati, armati grazie al denaro dei Paesi del Golfo, poi rispediti a battersi contro l’esercito di Assad. Un intervento con doppia chiave: aiutare la resistenza e contenere la componente qaedista sempre più forte. Voci, peraltro smentite, hanno parlato anche dell’autorizzazione giordana a voli di ricognizione da parte dei droni israeliani impegnati nel tenere sotto sorveglianza la Siria. E a proposito di droni, l’aviazione israeliana ha annunciato di aver abbattuto un velivolo senza pilota degli Hezbollah. Un «fatto grave» ha commentato il premier Netanyahu, smentita totale invece dal movimento sciita. Secondo fonti militari di Gerusalemme due caccia lo hanno intercettato, sul mare, al largo di Haifa. Forse il movimento guerrigliero libanese, impegnato al fianco di Assad con uomini e risorse, ha voluto creare un diversivo. Molti dei suoi combattenti sono caduti nelle ultime ore durante una battaglia feroce a Qusayr contro i ribelli siriani. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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29 aprile 2013

Da Bagdad ad Aleppo: la terra libera dei qaedisti. In Iraq 300 morti in pochi giorni, in Siria si rafforza Al Nusra 

Trecento morti in due settimane in Iraq. Il premier iracheno Nuri al-Maliki che denuncia: «Siamo vicini alla guerra civile». Strage continua e senza possibilità di un bilancio veritiero in Siria. Le «squadracce» di Al-Qāʿida sono sempre più forti e sempre più in grado di controllare un’area vastissima che va dalla periferia di Bagdad fino ad Aleppo. Una grande regione semi-autonoma che valica il confine tra i due Paesi ed è destinata ad alimentare il lacerante braccio di ferro cresciuto all’interno dell’Islam dopo l’arrivo delle truppe americane dieci anni fa a Bagdad. È la versione in chiave contemporanea dell’antico scontro teologico e sociale tra sciiti e sunniti, alimentato adesso dalla dinamica sempre più sanguinosa della «primavera araba» in Siria e dalla politica settaria del premier sciita iracheno Nuri al-Maliki, stretto alleato dell’Iran e palesemente incapace di assecondare le aspirazioni della minoranza sunnita. Si spiega così la recrudescenza di gravissimi attentati in Iraq, che durante le ultime due settimane, in concomitanza delle elezioni provinciali del 20 aprile, hanno causato oltre 300 morti. Un’ondata di violenze che ricorda da vicino le stragi e il terrorismo della «guerra civile» tra il 2005 e 2007, quando la media mensile dei morti superava quota 3.000 e costrinse Washington quasi a raddoppiare la presenza delle proprie truppe per cercare di controllare le piazze. La grande differenza ora è che da due anni gli americani si sono ritirati (e stanno ben attenti a non farsi trascinare militarmente nello scenario siriano), con la conseguenza che sono gli attori regionali ad essere maggiormente coinvolti: Iran, Hezbollah libanese, governo Maliki e truppe lealiste della dittatura alawita di Bashar al-Assad a puntello del campo sciita, contro Arabia Saudita, Qatar, Turchia in sostegno dell’universo sunnita. Ma la novità sta adesso nel consolidamento dell’alleanza politica e militare tra qaedisti iracheni e le brigate sunnite islamiche in Siria, di cui Jabhat al-Nuṣra («Fronte di Sostegno», il gruppo armato operante nella regione di Aleppo che annovera tra i suoi ranghi anche volontari delle brigate jihadiste internazionali e apertamente legato all’ideologia di Al Qaeda) costituisce la formazione meglio equipaggiata e più nota. Circa un mese fa i due fronti hanno ufficialmente annunciato di essersi «assorbiti» gli uni negli altri. Pochi giorni dopo quell’accordo, una trentina di militari alawiti dell’esercito siriano sconfinati in territorio iracheno, incalzati dalle brigate rivoluzionarie che avevano conquistato la regione petrolifera a est della città di Dayr az-Zawr, sono stati a loro volta massacrati dai qaedisti iracheni in un paio di agguati ben preparati contro il loro convoglio che cercava di rientrare in Siria da un altro punto della frontiera. Il meccanismo delle alleanza non beneficia comunque solo i sunniti. Da tempo gli americani e la Nato accusano Nuri al-Maliki di facilitare il ponte aereo di armi iraniane e russe ad Assad via Bagdad. E negli ultimi giorni pare che l’aviazione siriana lealista abbia utilizzato le basi irachene per attaccare le forze ribelli alle spalle.Tuttavia la nuova dimensione territoriale dello scontro pare davvero sconvolgere i vecchi equilibri del Medio Oriente così come si erano consolidati dalla fine della Prima guerra mondiale. Già da gennaio ormai le truppe agli ordini del governo di Nuri al-Maliki non riescono più a controllare le province occidentali del Paese. Quella che potremmo definire la nuova regione semi-autonoma fondamentalista sunnita si estende dai quartieri occidentali di Bagdad, occupa la regione di Al Anbar, le città di Falluja e Ramadi, per poi estendersi in Siria sino ad Aleppo, Hama, Homs e confinare con le tradizionali enclave alawite per eccellenza che fanno capo alla fascia costiera di Latakia, Tartus e Qardaqha, il villaggio natale del clan Assad. Una deriva destinata a trascinare i due Paesi in una spirale di violenze. Ma è proprio il carattere profondo, identitario e radicale del conflitto a far temere il peggio. Non risparmia neppure i media: proprio ieri Nuri al-Maliki ha ordinato la chiusura di una decina di tv considerate filosunnite, tra cui Al Jazeera. Ultimamente l’intellettuale iracheno Kanan Makiya sul New York Times ha ricordato che la rivoluzione siriana ha le sue radici nell’invasione dell’Iraq nel 2003. E lo storico Fouad Ajami nel suo libro da poco pubblicato, La ribellione siriana, ha spiegato quanto fosse inevitabile che la maggioranza sunnita si rivoltasse contro la minoranza alawita. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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1 maggio 2013

E la linea rossa si sposta più avanti 

Barack Obama dice alla stampa quello che gli analisti avevano già intuito: gli Stati Uniti non hanno intenzione di farsi trascinare direttamente in un altro conflitto e per ora temporeggiano anche davanti alle prove di impiego di armi chimiche (gas sarin) contro i ribelli. Prove ancora parziali, certo, la responsabilità diretta di Damasco non è ancora provata al cento per cento, ma il problema non è solo questo. Scartato un intervento con le truppe sul terreno, restano le opzioni della «no fly zone» e quella di armare i ribelli. Ma anche a questo livello le difficoltà non sono poche: le difese antiaeree siriane sono temibili. Israele ha effettuato un attacco contro un obiettivo in Siria alcuni mesi fa, è vero, ma dalle analisi condotte in seguito risulta che l’aereo che ha lanciato l’ordigno l’ha fatto dal cielo del Libano, senza mai entrare in territorio siriano. Distruggere i missili fissi di Damasco è possibile, ma le batterie antiaeree mobili sono difficilissime da individuare. E questo sistema difensivo, creato grazie all’aiuto di Mosca, pare tuttora gestito col contributo «in loco» di molti tecnici russi che potrebbero essere uccisi negli attacchi. Un incidente diplomatico che Obama vuole evitare, soprattutto ora che ha bisogno di Mosca nelle indagini sui terroristi ceceni che si è trovato in casa. Armare i ribelli? Anche qui bisogna ragionare con cautela, pensano alla Casa Bianca, ancora scottati come sono dalla scoperta che le armi usate dai terroristi islamici negli attacchi in Mali erano le stesse inviate ai ribelli libici per sostenere la rivolta anti Gheddafi. E, come dimostrato da diverse inchieste sulla Siria pubblicate dalla stampa internazionale, tra i gruppi ribelli che combattono contro Assad ormai prevalgono i gruppi jihadisti vicini a ciò che resta di Al-Qāʿida. Mentre le organizzazioni che condividono i valori di libertà dell’Occidente hanno un peso, anche militare, ridottissimo. Per gli Usa, come per il resto della comunità internazionale, quello della Siria è stato fin dall’inizio un rebus pressoché insolubile. Obama ha un sentiero strettissimo davanti a sé, ma si è reso la vita più difficile quando ha lanciato l’avvertimento ad Assad: non superare la linea rossa, l’uso di armi chimiche «innescherebbe conseguenze enormi». Se Washington ora non reagisce con forza, rischia di mandare un segnale sbagliato, rinunciatario, all’Iran e alla Corea del Nord, anche loro messe sotto pressione da Washington per i loro programmi nucleari. Gaggi Massimo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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6 maggio 2013

Missili israeliani su Damasco. Assad ora giura vendetta. Secondo raid in tre giorni. «È un atto di guerra».  Il premier Netanyahu è partito comunque per il previsto viaggio in Cina con moglie e figli 

Pronuncia la parola «sicurezza» una sola volta in tutta la giornata, alla cerimonia per l’inaugurazione di uno svincolo autostradale attorno a Gerusalemme. È intitolato a suo padre Benzion ed è lui, proclama Benjamin Netanyahu, «ad avermi insegnato l’enorme responsabilità che abbiamo di garantire la sicurezza a questa nazione». L’unica modifica all’agenda del premier israeliano è rinviare la partenza per la Cina di due ore. Come se non fosse successo nulla, come se nella notte tra sabato e domenica i jet non avessero colpito i depositi di munizioni alla periferia di Damasco, come se lo spazio aereo sopra Haifa e il nord del Paese non fosse stato chiuso ai voli civili, come se il regime di Assad non avesse minacciato la rappresaglia e puntato i missili verso Israele. Senza dare nessuna conferma dell’attacco, Netanyahu si è portato a Pechino e Shanghai la moglie Sarah e i figli. Cinque giorni in Oriente per parlare di affari, lasciando quelli che riguardano la Siria nelle mani di Moshe Yaalon, il ministro della Difesa. Prima di salire sull’aereo ha riunito il consiglio sicurezza del governo, due ore e mezza di discussione per definire la strategia. Verso il confine a nord vengono dispiegate le batterie di difesa del sistema Iron Dome, per il resto il messaggio da far arrivare a Damasco sembra essere: non vogliamo un’escalation. Di conflagrazione parla Faisal al Miqdad, viceministro degli Esteri siriano, alla Cnn: «Il bombardamento è una dichiarazione di guerra». Il governo di Damasco ripete la formula del complotto internazionale: accusa Israele «di sostenere i ribelli fondamentalisti, di appoggiare i gruppi terroristi legati ad Al-Qāʿida», protesta alle Nazioni Unite e denuncia «numerose vittime». Il capo della Lega Araba Nabil Al Araby chiede all’Onu di «agire immediatamente per fermare l’aggressione israeliana contro la Siria». E intanto l’ex magistrato svizzero Carla Del Ponte, membro della Commissione Onu sulla Siria, ha dichiarato alla Radio svizzera: «Abbiamo raccolto testimonianze sull’uso di armi chimiche, in particolare gas nervino, ma non da parte del governo bensì da parte dei ribelli».

Una fonte da Gerusalemme spiega alla France Presse che i nuovi raid hanno colpito un carico di missili iraniani destinato ad Hezbollah. Quei Fateh-110 con una gittata sopra ai 300 chilometri che Tsahal [le forze armate dello Stato di Israele] vuole impedire finiscano al gruppo sciita libanese, è la linea rossa fissata dal governo di Netanyahu. I miliziani di Hezbollah hanno combattuto contro Israele una guerra di 34 giorni nell’estate di 7 anni fa e potrebbero incaricarsi della risposta agli attacchi. Su mandato dell’Iran: «La resistenza reagirà all’aggressione», proclama da Teheran il generale Masoud Jazayeri. Un altro ufficiale iraniano avverte: «Siamo pronti ad addestrare l’esercito siriano». Le immagini girate con i telefonini e diffuse su Internet mostrano le esplosioni nella notte di Damasco, le colonne di fiamme si alzano sul monte Qasioun. I nuovi bombardamenti, il primo attacco è avvenuto tra giovedì e venerdì, avrebbero bersagliato un centro di ricerche dell’esercito a Jamraya (già colpito a gennaio in un raid israeliano), un deposito di munizioni e unità per la difesa anti-aerea. Testimoni da Damasco hanno detto al New York Times che sotto i missili è finita anche una caserma della Guardia Repubblicana, le truppe scelte comandate da Maher, fratello minore di Bashar Assad. Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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6 maggio 2013

Linee rosse in Siria, fiamme nella regione 

I l rischio di rivedere il Medio Oriente in fiamme, lasciando che la guerra civile siriana tracimi coinvolgendo l’intera regione, è davvero altissimo. Non è improprio prospettare un’estate di fuoco. L’estate, in quell’area del mondo, è sempre fatale. La decisione di Israele di colpire militarmente il Paese confinante, con almeno due bombardamenti chirurgici, contro trasporti di armamento sensibile verso il Libano e centrando una base militare che è anche deposito di missili probabilmente destinati al movimento filo-iraniano Hezbollah, rappresenta una svolta. È infatti la prima volta che lo Stato ebraico colpisce un Paese sconvolto dalla degenerazione della «primavera araba», turbolenta stagione dalla quale Israele si era sempre tenuto lontano. Ed è la prima volta da anni che la Siria si rivolge al governo di Gerusalemme accusandolo apertamente di aver dichiarato la guerra, come ha detto alla Cnn il viceministro degli Esteri siriano Faisal al Mekdad, sostenendo che si sta realizzando l’alleanza tra terroristi islamici e Stato ebraico. Lo schieramento delle batterie missilistiche in Siria e quelle anti-missili in Israele, la chiusura ai voli civili dello spazio aereo sull’intero Nord dello Stato ebraico sono misure prevedibili. Come era ovvio attendersi la reazione di Teheran, furente per il raid israeliano nel cuore del Paese alleato. Tuttavia, ci sono altri risvolti e sviluppi che suggeriscono qualche riflessione. La Siria è precipitata in una guerra civile, apparentemente senza vie d’uscita, con il rischio di una possibile e pericolosa disgregazione dello Stato. Il paradosso è che l’attacco israeliano ha riunito ieri quello che sembrava più diviso che mai: cioè la compatta condanna del mondo sunnita, riassunto dalla Lega araba, per un attacco definito «intollerabile» contro Damasco. Fino a poche ore prima, i leader e le cancellerie arabe (Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Qatar) e non arabe (Turchia) avevano espresso convinto sostegno al variegato fronte delle opposizioni anti-Assad. Adesso, magari a denti stretti, non possono evitare passi non sgraditi al regime di Damasco. Nei giorni scorsi era stata denunciata la certezza che in Siria erano state usate armi chimiche. Per gli Stati Uniti quell’utilizzo era «la linea rossa», superata la quale ci sarebbero state gravissime conseguenze. Però Washington ha ammesso di non avere prove certe sull’identità di chi quelle armi ha usato: se il regime o l’opposizione. Ma anche per Israele ci sono linee che non si possono superare. Il premier Netaniahu,  glielo ha riconosciuto anche Barack Obama, ha tutto il diritto di proteggersi e di evitare che i missili siro-iraniani finiscano all’Hezbollah, che così, dal Libano, potrebbe colpire le città israeliane. Una «linea rossa» l’ha tracciata anche la parte meno estremista del fronte dell’opposizione siriana, che non può certo permettersi di essere d’accordo con un attacco israeliano sul proprio territorio. Ecco perché quella che più volte è stata definita la sporca guerra per procura, può aggravarsi e provocare altre tragedie. Vi sono anche contorni imbarazzanti. Il presidente degli Stati Uniti, nel suo recente viaggio in Medio Oriente, aveva speso il suo prestigio per riportare israeliani e palestinesi attorno a un tavolo negoziale, ridando fiato alla soluzione dei due Stati. Pensare adesso alla ripresa delle trattative pare illusorio. Ma nel Medio Oriente non si sa mai. Il premier Netaniahu, nonostante la grave crisi, ha deciso di partire comunque per una visita ufficiale in Cina, che assieme alla Russia si è sempre opposta a misure drastiche contro Damasco. Ma in Cina si trova in visita, in queste ore, anche il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen. Uno ripartirà all’arrivo dell’altro, però Pechino, neo superpotenza economica che aspira a un grande ruolo politico, dispone di argomenti indubbiamente intriganti. Ferrari Antonio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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6 maggio 2013

Le tre vie di Obama: diplomazia, armi e «Scenario Libico». Fonti militari di un Paese mediterraneo: «Ci aspettiamo un’estate calda» 

Barack Obama è indeciso sulla Siria perché lo sono anche i suoi consiglieri. C’è l’ala cauta, timorosa di scenari all’irachena e delle insidie che presenta il teatro siriano. C’è l’ala interventista, risoluta nel sostenere un’azione diretta per aiutare i ribelli. Il presidente oscilla privilegiando l’approccio prudente, per credo e per non trovarsi in un altro ginepraio. Ripassando più volte con il pennarello sulla medesima linea rossa, l’uso di armi chimiche da parte di Assad come miccia per l’intervento, ha preso tempo giocando su più tavoli. Il primo è quello diplomatico. Come ha confermato ieri il New York Times gli Usa hanno fatto arrivare messaggi netti alla Siria affidandosi a russi, cinesi e iraniani: «La Siria non faccia follie, altrimenti pagherà caro». Moniti cresciuti man mano che l’intelligence raccoglieva indizi sugli spostamenti delle armi proibite, su manovre dell’esercito siriano che facevano temere un uso immediato, sulle denunce di attacchi con il sarin. La speranza è che gli «ambasciatori» convincano Damasco a non alzare la posta. I critici, non a torto, sottolineano però che il regime i massacri li ha già compiuti senza ricorrere alla «morte invisibile». La pulizia etnica condotta in questi giorni nelle zone costiere ne è un esempio sanguinoso. Ne è consapevole la Casa Bianca che si è detta «sconvolta» per le stragi a Baniyas. La seconda carta nelle mani di Obama è quella di un sostegno più ampio, coordinato e robusto in favore di una parte della resistenza ad Assad. Un’estensione di quanto la Cia ha fatto in questi mesi lavorando gomito a gomito con giordani, inglesi e francesi che hanno addestrato centinaia di guerriglieri armandoli poi grazie al denaro di Arabia Saudita e, forse, Qatar. Il piano prevede di investire in alcuni «ufficiali» ribelli considerati «sicuri» e lontani dal qaedismo, come il generale Salim Idris, comandante del Consiglio Militare Supremo [dell‘Esercito Libero Siriano]. Nell’ultima settimana da Washington hanno più volte detto «stiamo considerando» l’opzione. Potenziare l’equipaggiamento degli insorti potrebbe dare loro la capacità di reagire al «ritorno» dei lealisti ed estendere le aree liberate. Gli esperti però avvertono che nuove spedizioni di razzi anticarro, fucili e granate non cambieranno rapidamente il quadro. Finché Assad può usare aviazione, elicotteri e missili terra-terra è in grado di mantenere l’iniziativa, grazie anche alla collaborazione efficace di Iran e Hezbollah. Per questo, alla fine, il presidente potrebbe essere costretto all’uso della forza. Fonti militari di un Paese mediterraneo ci hanno confidato di aspettarsi un’estate «calda», con mobilitazione di basi e grande traffico di caccia. Tutto è pronto al Pentagono. Un eventuale intervento non prevederebbe uso di forze terrestri, bensì lo schema libico. E allora raid aerei, lanci di missili da crociera da navi e sottomarini, droni, bombardamenti per debilitare la difesa siriana. Un’onda d’urto dove ci sarebbe spazio per missioni di forze speciali. Nuclei ridottissimi. Fantasmi che colpiscono e svaniscono. Lo scenario ideale per tenere lontano quello peggiore. Indiscrezioni apparse sulla stampa Usa hanno rivelato che il Pentagono, se dovesse arrivare un ordine, è pronto a schierare 22 mila uomini in Giordania. Ma la Casa Bianca si augura che non accada. Perché vorrebbe dire essere coinvolti in una guerra che ben pochi americani hanno voglia di combattere. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 maggio 2013

Iraq sull’orlo di unaguerra civile, colpa del Premier che non sa unire 

L’Iraq sta ricadendo nel baratro della guerra civile. E il premier Nuri al-Maliki dimostra sempre più di essere un grave elemento di divisione interna, addirittura la classica benzina sul fuoco del conflitto settario. Uno scenario che contribuisce ad aggravare il caos in Siria e ad alimentare le tensioni interislamiche tra sciiti e sunniti in tutto il Medio Oriente. La crisi irachena si è incancrenita con la tornata delle elezioni provinciali dello scorso 20 aprile. Avrebbero dovuto costituire un passo centrale per la costruzione della democrazia interna: la prima andata alle urne in modo indipendente dal ritiro delle truppe americane alla fine del 2011. In realtà, negli ultimi tre mesi il tasso di violenza non ha fatto che crescere. Attentati, stragi e omicidi mirati sono all’ordine del giorno e ricordano da vicino gli scenari insanguinati del 2005-2007. Nuri al-Maliki, il leader sciita che formalmente continua a lanciare appelli all’unità nazionale, è accusato dalla minoranza sunnita di essere un «burattino» agli ordini dell’Iran, fedele alleato del regime di Bashar al-Assad e soprattutto incapace di condurre una politica al di sopra delle parti per il bene del Paese intero. Quando fu eletto per la prima volta nel 2006, Nuri al-Maliki chiedeva a sunniti e curdi la massima cooperazione. Allora la forte presenza militare statunitense costituiva la sua garanzia. Ma è dalla sua riconferma al voto del 2010 che ha cominciato a cambiare. La sua accusa al vice presidente, Tariq al Hashimi, di essere un «terrorista» fiancheggiatore delle violenze sunnite aprì un solco interno destinato ad approfondirsi. Allo stesso tempo, le sue pretese di controllo sull’enclave curda nel nord ha facilitato al contrario la nascita de facto di un nuovo Stato indipendente. Ma i fatti più gravi negli ultimi tempi sono avvenuti nelle province sunnite di Al Anbar e Niniveh, dove neppure si è votato e i contingenti militari inviati dal governo centrale non riescono più ad entrare. Ora la vittoria elettorale di Nuri al-Maliki non è riconosciuta dai sunniti, che hanno anche costituito nuove milizie armate formate da qaedisti ed ex baathisti. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 maggio 2013

Armi chimiche in Siria. Le accuse ai ribelli diventano un caso. Casa Bianca scettica «Se il sarin è stato davvero usato è più probabile che il regime sia responsabile». Marcia indietro Onu sulla Del Ponte 

La linea rossa meno sottile l’hanno tratteggiata gli israeliani: l’aviazione è pronta a intervenire se le armi chimiche controllate dal regime siriano dovessero passare di mano. Ai ribelli (se se ne impossessano) o ai miliziani libanesi di Hezbollah (le ricevono dai generali di Bashar al-Assad). Così hanno stupito le dichiarazioni di Carla Del Ponte, che ha accusato i rivoltosi di aver diffuso gas nervino. «Le nostre inchieste dovranno essere ulteriormente approfondite, verificate e accertate attraverso nuove testimonianze. Per quanto abbiamo potuto stabilire, al momento sono solo gli oppositori ad aver usato il sarin», dice domenica alla Radio svizzera italiana. Le frasi hanno stupito gli analisti e hanno stupito anche i colleghi dell’ex procuratrice generale al Tribunale penale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia. Sono insieme nella commissione voluta nell’agosto del 2011 dall’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite e devono indagare i crimini commessi negli ormai due anni di guerra in Siria. «Vogliamo chiarire, scrivono in un comunicato, che non abbiamo raggiunto alcun dato conclusivo sull’uso di armi chimiche». Il mandato dei quattro commissari, guidati dal brasiliano Paul Sergio Pinheiro, non è neppure focalizzato sull’impiego di gas o agenti biologici. Per quelli, Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, ha richiamato pochi mesi fa al lavoro lo scienziato svedese Ake Sellstrom, già ispettore in Iraq. La sua squadra di quindici specialisti sta aspettando di poter entrare in Siria per raccogliere referti e analizzarli. Il regime di Assad e i ribelli si accusano a vicenda. In marzo hanno tutti e due chiesto un’inchiesta internazionale sulla morte di almeno 27 persone nel villaggio di Khan al-Assal nel nord del Paese. Altri video sono emersi dalla provincia di Aleppo: mostrano le vittime dell’attacco con la bava bianca alla bocca. «In questi conflitti, commenta nell’intervista Del Ponte, non ci sono buoni e cattivi. Per me sono tutti cattivi perché tutti, sia una parte sia l’altra, commettono crimini». Il presidente Barack Obama e i diplomatici occidentali discutono invece da mesi come individuare i «buoni» tra i ribelli, ai quali far arrivare le armi e i soldi. «Le accuse ai rivoltosi della Del Ponte sono sorprendenti, spiega un esperto di diritti umani all’agenzia France Presse e rischiano di rendere ancora più difficile trovare la verità». Anche la Casa Bianca è «molto scettica»: «Se il sarin è davvero stato usato, è più probabile che il regime sia responsabile». I commentatori israeliani confermano: se l’intelligence militare avesse scoperto che gli insorti posseggono armi chimiche, saremmo già intervenuti. Il governo di Benjamin Netanyahu teme che le scorte possano finire sotto il controllo di gruppi estremisti. Il premier è in viaggio tra Shangai e Pechino, dove è stato accolto dai rimproveri, non diretti. Senza nominare Israele, la portavoce del ministero degli Esteri cinese ha ribadito: «Siamo contrari all’uso della forza militare e crediamo che la sovranità di ogni Paese debba essere rispettata». Il raid israeliano tra sabato e domenica ha colpito quattro bersagli nei dintorni di Damasco, anche una base della Guardia Repubblicana, comandata da Maher, fratello minore di Bashar Assad. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, legato all’opposizione e con base a Londra, calcola che nel bombardamento siano rimasti uccisi 42 soldati: «La sorte di un altro centinaio è ignota».La Siria avrebbe chiesto alla Russia di far arrivare un messaggio allo Stato ebraico: un altro attacco (è il terzo da gennaio) e l’esercito risponderà. Ieri due colpi di mortaio sono caduti in Israele, sulle alture del Golan conquistate a Damasco nel 1967: sarebbero proiettili sparati negli scontri con i ribelli e finiti fuori traiettoria. Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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10 maggio 2013

L’accordo di pace tra Turchi e Curdi è una rivoluzione epocale senza armi 

Una nuova rivoluzione, questa volta non armata e però con importanti conseguenze politico-strategiche, scuote il Medio Oriente. L’accordo di pace firmato tra governo turco e guerriglia curda a metà marzo diventa realtà operativa. Negli ultimi tre giorni gruppi di miliziani armati del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) stanno lentamente lasciando le basi sulle montagne della Turchia orientale per riposizionarsi tra i «fratelli» dell’enclave autonoma curda nel nord Iraq. Non mancano gli attriti, tra cui la crescita di nuovi presidi dell’esercito turco nella regione di confine. Ma, se tutto funziona, l’evento sarà epocale. Termina un conflitto durato quasi un secolo e che solo nell’ultimo trentennio ha causato oltre 40.000 morti. Alla fine oltre 2.000 guerriglieri saranno entrati in Iraq. E soprattutto la minoranza curda (circa 11 milioni, il 16 per cento della popolazione turca), anche nelle sue componenti più militanti, lavorerà per trovare formule di semi-autonomia e coesistenza pacifica con lo Stato centrale. Ciò ha implicazioni importanti. In primo luogo segnala il distacco tra il PKK e la guerriglia curda in Siria. Un punto a favore del premier turco Recep Tayyip Erdoğan, che da quando si è schierato a sostegno della rivoluzione in Siria teme i tentativi di Bashar al-Assad mirati a destabilizzare la Turchia facendo leva proprio sul PKK. Sarà da vedere ora come i curdi siriani (2 milioni, il 9 per cento della popolazione totale) reagiranno: sosterranno la dittatura di Damasco, come molti di loro hanno fatto sino ad ora oppure passeranno in massa tra le file della rivolta sunnita? È da sottolineare inoltre la totale libertà d’azione del governo autonomo curdo in Iraq, che permette l’accesso di gruppi armati nel proprio territorio senza neppure chiedere la luce verde del premier sciita Nuri al-Maliki a Bagdad. Va detto che le basi del PKK erano già da molto tempo presenti e attive sulle montagne remote dell’Iraq curdo. Però ciò avviene adesso alla luce del sole. Si rafforzano i rapporti di buon vicinato tra curdi iracheni e Ankara, ma crescono anche gli attriti con Nuri al-MalikiCremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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16 maggio 2013 

Bonino: verso una no fly zone sulla Siria

Sulla Siria martoriata da oltre due anni e due mesi di guerra civile e dalla morte di più di 70 mila persone, Emma Bonino ha compiuto ieri un’ammissione che altri suoi colleghi ministri degli Esteri sono restii a pronunciare in pubblico. Invitata dal deputato del Pd di origine marocchina Khalid Chaouki a dire che cosa ne pensa dell’imposizione di una «no fly zone» nel Paese del dittatore Bashar al-Assad, ossia di un blocco dello spazio aereo, la radicale messa da Giorgio Napolitano ed Enrico Letta alla testa della Farnesina ha risposto: «Credo si debba arrivare lì e arrivare lì molto presto». Poi ha aggiunto che si tratta «proprio di una di quelle proposte che altri devono avanzare», anche se sostenerlo «è un po’ l’armiamoci e partite». Per comprendere il senso effettivo di queste parole occorre qualche spiegazione. Il 12 marzo 2011 fu la Lega Araba a chiedere di imporre una “no fly zone” sulla Libia mentre Muammar el Gheddafi soffocava nel sangue le rivolte e il 17 marzo il Consiglio di sicurezza dell’Onu segnalò l’istanza tra i principali motivi per i quali bandiva i voli sul Paese. Al principio del mese l’allora segretario alla Difesa americano Robert Gates aveva rotto così la ragnatela di non detto che avvolgeva quell’ipotesi: «Chiamiamo le cose con il loro nome. Una “no fly zone” inizia con un attacco contro la Libia per distruggere le sue difese aeree. Solo dopo un attacco così sarebbe possibile far volare i nostri aerei sul Paese senza timori che i nostri uomini vengano abbattuti». Si sa com’è andata. Seguì l’offensiva aeronavale della Nato. Adesso quasi tutti sottolineano che la Siria non è la Libia. La stessa Bonino afferma che la soluzione a Damasco non può che essere politica, condivide il tentativo del segretario di Stato americano John Kerry di preparare, d’intesa con Mosca, una conferenza di pace per giugno. Di fronte alle commissioni Esteri di Camera e Senato, riunite ieri per ascoltarla la prima volta da titolare della Farnesina, Bonino ha spiegato che il 22 maggio sarà ad Amman per un incontro tra gli Stati del gruppo «Amici della Siria» e che il 23 a Istanbul l’opposizione siriana discuterà se partecipare alla conferenza (alla quale Russia e Usa vogliono anche il regime di Assad). Tuttavia, le valutazioni sulla no fly zone lasciano intuire una sensazione: che è improbabile veder sbocciare la pace in modo naïf e senza che alcuni Stati impieghino armi. Poco diplomatica, forse, l’ammissione. Ma male non è che italiani e Parlamento sappiano per tempo come stanno le cose, quali sono le strettoie attraverso le quali potrebbe dover passare una via d’uscita dalla crisi siriana.  Caprara Maurizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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22 maggio 2013 

Siria, il regime all’offensiva. Ora i ribelli sono nell’angolo. L’entrata in campo di Hezbollah rovescia la battaglia 

Diciotto mesi fa, l’11 dicembre 2011, Ehud Barak prediceva: «I giorni di Bashar al-Assad sono contati». Da allora il ministro della Difesa israeliano si è ritirato dalla politica, il presidente siriano è ancora al potere. La televisione di Stato mostra le immagini del leader in giro per Damasco, un gruppo di sostenitori diffonde su Facebook quelle della moglie che accompagna i due figli a scuola. Il messaggio (per i ribelli e per il resto del mondo) è chiaro: restiamo qua, stiamo vincendo. L’esercito regolare da più di un mese porta avanti un’offensiva nella zona di Homs e da lì verso il villaggio di Qusayr a pochi chilometri dal confine con il Libano. Gli attacchi sono stati intensificati nel fine settimana e le truppe di Assad sono affiancate dai combattenti di Hezbollah. Insieme stanno ricatturando un’area fondamentale: da qui passano le armi e gli approvvigionamenti per i rivoltosi, controllare queste zone permetterebbe al regime di ritagliarsi una fascia di sicurezza che va dalla capitale fino alla costa, dove gli alauiti (la stessa setta del clan al potere, minoranza nel Paese) sono la maggioranza. I funerali nella valle libanese della Bekaa raccontano quel che sta succedendo dall’altra parte della frontiera ancor più dei botti e delle colonne di fumo. I corpi sono avvolti nei drappi gialli e verdi di Hezbollah. Il movimento alleato di Assad e dell’Iran ammette di aver perso venti uomini tra sabato e domenica, i ribelli sunniti proclamano di averne uccisi almeno quaranta. Nel conflitto con Israele dell’estate 2006 i guerriglieri sciiti caduti sono stati 250 (secondo altre stime 500): una media di 8 al giorno. La contabilità della morte spiega che nelle campagne attorno a Qusayr e fin dentro la città gli scontri sono durissimi, che i ribelli per ora resistono agli assalti e ai bombardamenti dell’aviazione. «Le nostre vittime sono state quasi tutte causate da ordigni piazzati dagli insorti lungo le strade», spiega una fonte di Hezbollah all’agenzia France Presse. Aggiunge: «Adesso stiamo inviando le nostre truppe speciali». Perché l’offensiva sia stata lanciata proprio adesso, lo spiega Bassam Abu Abdallah, direttore a Damasco del centro di Studi strategici, legato al regime: «Assad sta preparandosi alla conferenza internazionale di Ginevra, commenta sempre alla France Presse. Vuole dimostrare all’opposizione, agli americani e agli europei che l’opzione militare non può funzionare. Va cercato un accordo che lo garantisca». I russi e i cinesi non hanno bisogno di essere convinti, dall’inizio della rivolta nel marzo del 2011 non hanno mai abbandonato il presidente. Una settimana fa Vladimir Putin ha convocato sul Mar Nero Benjamin Netanyahu. Il presidente russo ha ribadito al premier israeliano la posizione di Mosca: la fornitura alla Siria di missili antiaerei S-300 va avanti. Anche l’Iran non ha mai interrotto le consegne di armamenti all’alleato più importante nella regione. John Kerry, segretario di Stato americano, arriva oggi in Giordania per preparare il vertice di Ginevra. La diplomazia internazionale prova a fermare una guerra civile che ha causato almeno 80 mila morti. Il rischio è anche che il conflitto coinvolga i Paesi confinanti. A Tripoli, nel nord del Libano, continuano gli scontri tra alauiti e miliziani sunniti. Sulle alture del Golan, conquistato alla Siria da Israele nel 1967, l’esercito di Assad ieri ha sparato contro un blindato di Tsahal e i soldati sul veicolo hanno riposto al fuoco. E’ la prima reazione del regime dopo i raid dell’aviazione israeliana che hanno colpito basi militari e convogli di armi che sarebbero stati destinati a Hezbollah. Benny Gantz, capo di Stato Maggiore israeliano, ha minacciato: Damasco pagherà le conseguenze per qualunque altra aggressione. Davide Frattini

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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27 maggio 2013 

Razzi su Hezbollah. La crisi siriana infiamma il Libano. In una settimana trenta morti a Tripoli: alauiti contro sunniti, come dall’altra parte del confine Il capo Nasrallah: vinceremo con Assad 

Hassan Hussein non può permettersi i fuoristrada venduti nell’esposizione a un chilometro da casa sua. Neppure adesso che le jeep scure stanno spiaggiate sull’asfalto del parcheggio, sforacchiate dall’esplosione come il cemento non intonacato dell’appartamento di Hassan. I due razzi sono caduti al mattino presto, hanno colpito una zona a sud di Beirut, quartieri abitati dagli sciiti. Il messaggio è per loro e per il loro leader Hassan Nasrallah: la guerra che Hezbollah sta combattendo in Siria rimbalza in Libano. Per ora l’azione non è stata rivendicata, gli ufficiali dell’esercito spiegano di aver trovato i lanciarazzi in un bosco, non sono neppure sicuri siano quelli usati per l’attacco. Che arriva poche ore dopo il discorso di Hassan Nasrallah: il capo del movimento filoiraniano ha trasformato le celebrazioni per l’anniversario del ritiro israeliano dal sud del Libano (tredici anni fa) in un proclama per giustificare l’intervento contro i ribelli siriani. «Il regime di Bashar al-Assad è la spina dorsale della nostra resistenza e resteremo al suo fianco fino alla vittoria». Da una settimana le truppe di Hezbollah guidano l’offensiva per riconquistare l’area di Qusayr e i sentieri che permettono ai combattenti anti-regime di ricevere armi e aiuti dal Libano. Fonti dell’organizzazione spiegano di aver ripreso l’80 per cento della zona, sabato negli scontri sarebbero caduti 22 miliziani. Il clan Assad vuole anche ritagliare un corridoio sicuro che unisca Damasco con le città sulla costa del Mediterraneo dove gli alauiti (minoranza nel Paese) sono la maggioranza. Nel discorso trasmesso via video Nasrallah paragona il conflitto a quello con Israele nel 2006, solo che questa volta combatte altri musulmani: «È una fase completamente nuova per la nostra organizzazione». Accusa i gruppi estremisti sunniti che appoggiano i ribelli di voler portare il conflitto in Libano, li chiama takfiri i musulmani che accusano altri musulmani di apostasia, considerano gli sciiti infedeli  e avverte: «Se non andiamo là a fermarli, verranno da noi. Chi sostiene l’opposizione combatta in Siria, chi sostiene il regime combatta in Siria. Lasciamo Tripoli fuori dagli scontri». Sembra troppo tardi. In una settimana i morti nella città a nord del Libano sono già trenta. Alauiti contro sunniti come dall’altra parte del confine. Saad Hariri, capo della coalizione 14 marzo e rivale di Hezbollah, dichiara la fine dell’«unità nazionale»: «Non può più usare la Palestina come scusa, Nasrallah sta portando la resistenza al suicidio militare e politico». Con l’offensiva di queste settimane il regime di Damasco si prepara alla conferenza di Ginevra dove, annuncia Walid Muallem, ministro degli Esteri è disposto a partecipare. «Siamo convinti che questo vertice sia una buona opportunità per trovare una soluzione alla crisi in Siria». Quella che Muallem chiama crisi ha causato quasi novantamila morti in due anni. L’opposizione è riunita a Istanbul per decidere la strategia, chiede «gesti di buona volontà» da parte di Assad prima di confermare il sì al summit che dovrebbe tenersi in giugno. Il presidente siriano pensa di poter negoziare un accordo che lo garantisca: il sostegno dei russi, dei cinesi e degli iraniani gli ha permesso per ora di sopravvivere alla rivolta iniziata nel marzo del 2011.  Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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27 maggio 2013 

In campo 40 Paesi: la guerra degli stranieri per Damasco 

In Siria si combattono molte guerre. I ribelli contro il regime. I musulmani sunniti contro gli sciiti. Le potenze regionali in lotta tra loro. Lo scontro tra componenti etniche diverse, dalla caccia ai cristiani che hanno a cuore Assad ai curdi che sognano la loro entità autonoma. Un conflitto complesso dove sono rappresentate decine di nazionalità. Vicine e lontane. L’aspetto più evidente è quello dei «volontari». Al fianco degli insorti sono arrivati militanti da quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea. Gli ultimi rapporti sostengono che sarebbero circa 800, con un buon numero di francesi. Ci sono poi jihadisti kosovari, bosniaci, canadesi, scandinavi e ceceni. Il grosso è però rappresentato dai nordafricani. I tunisini, come raccontano le decine di storie dedicate ai martiri. I libici che ricambiano il favore, i salafiti egiziani. Poi quelli libanesi che identificano la Siria come il nemico storico. Una lista piuttosto lunga, che viene enfatizzata da quanti temono, un giorno, il rientro in patria di tanti islamisti. Paure alimentate dalla presenza delle formazioni estremiste (come Jabhat al-Nuṣr) e dall’azione nell’est dello Stato Islamico dell’Iraq, sigla usata da Al-Qāʿida. Molti membri della «legione straniera» raggiungono la Siria usando le linee di rifornimento create dai governi arabi alleati della ribellione. Il Qatar, che pompa denaro alle brigate vicine ai Fratelli musulmani, l’Arabia Saudita che finanzia i suoi gruppi, così come la Turchia e, in misura minore, la Giordania. Stati usati dagli occidentali per aiutare gli insorti. Gli Usa, preoccupati di scottarsi, si servono dei regimi amici, stessa cosa fanno Francia e Gran Bretagna, più decise nel chiedere spedizioni massicce di armi. Frenano tutti gli altri partner europei. Sulla barricata opposta non stanno a guardare. Russia, Iran e Iraq mandano munizioni, mezzi, petrolio e consiglieri per puntellare Assad. Una presenza defilata quanto attiva. Il lavoro sporco lo lasciano agli Hezbollah libanesi e ai loro «fratelli» iracheni. Diverse migliaia di miliziani sciiti hanno permesso ad Assad di riconquistare posizioni. È storia di queste ore. Bagdad, che a sua volta è impegnata contro i qaedisti, ha trovato risorse per favorire il passaggio dei pellegrini-guerrieri che dovrebbero difendere i santuari sciiti in Siria. Nel mezzo c’è Israele. Colpisce l’Hezbollah, considerato l’avversario più organizzato, vede con favore un Assad indebolito, ma è preoccupato dal peso della componente più radicale della ribellione. Aspettano anche i curdi siriani del PYD. Ora sparano sui soldati, ora si scontrano con gli insorti, ora stanno a guardare. Sperando alla fine di guadagnarci. Prova di come le tante guerre di Siria aprano opportunità, ma anche sviluppi non sempre prevedibili. Nulla di strano, questa è la regola in Medio Oriente. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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27 maggio 2013 

Con la discesa in campo di Hezbollah la guerra siriana diventa regionale 

Il rischio adesso è così alto da diventare quasi una certezza: la guerra siriana si sta trasformando in un conflitto regionale. La decisione di Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita filoiraniano Hezbollah, di annunciare pubblicamente che i suoi miliziani stanno combattendo in Siria a fianco dei soldati di Bashar al-Assad segna davvero la svolta. Indica infatti che il Libano potrebbe essere, per l’ennesima volta, il terreno ideale per un nuovo e sanguinoso conflitto. Stavolta tra sunniti e sciiti. Nasrallah, uomo forte della politica libanese, si veste poco credibilmente da moderato, sostenendo che bisogna neutralizzare a tutti i costi i «takfiri», cioè gli estremisti sunniti che vogliono abbattere il regime di Assad. Indicando quindi che in Siria non vi è una rivoluzione popolare contro il potere centrale, ma vi sono terroristi che con l’aiuto di Usa, Israele e alcune potenze locali (chiaro il riferimento ad Arabia Saudita e Qatar, ma anche alla Turchia) vogliono creare un inferno regionale. Un attacco totale, quello di Nasrallah, al fronte dell’opposizione siriana, anche in vista di quella conferenza di Ginevra che dovrebbe consentire una forma di pacificazione. «Ma se Assad cade, Israele entrerà in Libano», ha sibilato il capo di Hezbollah evocando gli incubi del passato. Le prove che si stiano accendendo i motori di una guerra allargata sono sostanzialmente due: i missili Grad, sparati da una distanza di 8 chilometri, quindi dal territorio libanese, che hanno colpito la periferia sud di Beirut, base dell’Hezbollah, provocando feriti e seri danni; e la feroce battaglia che si sta combattendo a Tripoli, nel nord della Repubblica dei cedri, tra fedeli e nemici di Assad, cioè tra sciiti e sunniti. Battaglia costata, in pochi giorni, oltre venti morti. Molti sostenevano, poco tempo fa, che un rapido deterioramento era inevitabile, anche perché, in vista di un possibile negoziato sul futuro della Siria, le parti accentuano l’aggressività per poter contare di più. Però tutto ha un limite. E ora, nonostante l’ottimismo che ha circondato le missioni del segretario di Stato americano Kerry, par di capire che non sono stati compiuti passi avanti. Anzi, la situazione è decisamente peggiorata. Ferrari Antonio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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28 maggio 2013 

Armi ai ribelli siriani. L’Europa divisa cancella l’embargo. Nessun aiuto militare prima di agosto 

Il Consiglio dei 27 ministri degli Esteri della Ue, dopo molte ore di difficili trattative, ha trovato un accordo di compromesso sul rinnovo dell’embargo alla Siria poco prima di mezzanotte. Ora diventa possibile inviare materiale bellico ai ribelli in guerra contro il regime di Bashar al-Assad, anche se non subito. Tutte le altre restrizioni (sanzioni economiche al regime), in scadenza l’1 giugno, vengono prorogate di 12 mesi. Le vendite di armi all’opposizione siriana sono state stralciate per lasciarle alle decisioni dei singoli Paesi membri, incapaci di superare le loro divisioni. Devono però essere rispettate limitazioni come controlli sull’export «caso per caso», clausole di garanzia o l’uso «per la protezione dei civili». Inoltre i 27 governi si impegnano a non iniziare subito le forniture militari. La responsabile Esteri dell’Ue, la britannica Catherine Ashton, ha annunciato che «il Consiglio rivedrà la sua posizione entro l’1 agosto, dopo aver consultato il segretario dell’Onu, sugli sviluppi dell’iniziativa Usa/Russia» di una conferenza di pace a Ginevra il mese prossimo. In sostanza sembra passata una apertura sul rafforzamento militare dell’opposizione ad Assad, ma condizionata da possibilità di retromarcia. Anche se il ministro degli Esteri britannico William Hague, il principale sostenitore dell’aiuto ai ribelli, ha esultato sostenendo che «l’embargo di fatto è finito». Il Consiglio a Bruxelles, già denso di tensioni e divisioni, è stato ulteriormente drammatizzato dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, sull’uso anche di armi chimiche nel conflitto siriano, che finora ha provocato decine di migliaia di morti e milioni di rifugiati in fuga dalle aree devastate dalle azioni belliche. «Ci sono indicazioni più forti e più fondate sull’uso locale di armi chimiche», ha affermato il ministro Fabius.

Senza il rinnovo dell’embargo, da sabato prossimo, i singoli Paesi Ue avrebbero potuto vendere liberamente armi ai ribelli. Nel Consiglio si sono così contrapposte due linee. Il Regno Unito ha insistito per rafforzare militarmente l’opposizione e lanciare, in questo modo, un segnale forte ad Assad. L’Austria escludeva una Ue impegnata a favorire soluzioni militari quando la sua missione è la pace. «Abbiamo appena ricevuto il premio Nobel per la Pace e penso che sarebbe sbagliato essere intenzionalmente coinvolti in un conflitto con la fornitura di armamenti», ha dichiarato il ministro degli Esteri austriaco Michael Spindelegger. Vari governi temono poi che le armi inviate in Siria possano finire anche al terrorismo islamico. La responsabile della Farnesina, Emma Bonino, ha appoggiato la soluzione di compromesso, insieme a Francia e Spagna, soprattutto per concordare una decisione unitaria. Bonino ha detto che si è partiti da posizioni «molto divergenti, per non dire inconciliabili» e che l’accordo ha evitato che «esplodesse l’Europa e ci fosse una ulteriore vittima istituzionale in questa questione». Il via libera alla vendita di armi in Siria deve attendere comunque la conferenza di pace in corso di organizzazione su iniziativa Usa-Russia. Fabius ha lasciato anticipatamente la riunione a Bruxelles proprio per incontrare a cena a Parigi il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. La speranza è quella di mettere di fronte a Ginevra Assad e i ribelli per cercare una soluzione diplomatica.

I più decisi a intervenire nel conflitto siriano sono il Regno Unito e la Francia. Tra le motivazioni, i segnali che proverebbero l’uso di armi chimiche contro i civili da parte delle forze governative. La via intermedia. I tedeschi e gli olandesi vorrebbero un embargo «condizionato»: autorizzazioni di salvaguardia da applicare «caso per caso» potrebbero consentire l’invio di armi a certi gruppi dell’opposizione. I Paesi più cauti. Alcuni membri dell’UE, come Austria, Svezia e Repubblica Ceca, temono che fornire armamenti ai ribelli siriani possa far aumentare la violenza. Un altro rischio è che le armi cadano in mano ai terroristiCaizzi Ivo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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29 maggio 2013 

Nello scontro con la Russia i rischi di una crisi mondiale 

Nell’arco di poche ore, ieri, si è visto con quanta facilità la guerra civile siriana possa scatenare una corsa agli armamenti e trasformarsi così in una contrapposizione mondiale dalle imprevedibili conseguenze. La prima mossa, una mossa che Emma Bonino ha garbatamente definito «non gloriosa», è toccata all’Unione europea. Divisa da tempo sull’opportunità di fornire armi alla opposizione siriana, la Ue ha raggiunto un accordo che è un autentico capolavoro di ipocrisia. L’embargo non viene rinnovato e così sulla carta ogni Paese potrà fare come crede. Ma nel contempo viene stabilito che nessuno manderà armi fino a nuovo avviso (nemmeno Londra e Parigi) e resta la richiesta di garanzie (quali?) capaci di impedire che le armi in questione cadano nelle mani dei gruppi qaedisti. Un pasticcio per coprire il disaccordo con una sottilissima foglia di fico, ma ecco che il Cremlino, pur impegnato con gli Usa a organizzare una conferenza di pace, reagisce per le rime al nebuloso messaggio proveniente da Bruxelles. Il vice ministro degli Esteri Sergei Ryabkov critica duramente il passo europeo, (che il suo capo Lavrov da Parigi definisce «illegittimo») afferma che esso non facilita l’incontro di Ginevra, e soprattutto coglie l’occasione per riaffermare che la Russia fornirà alle forze di Assad i micidiali missili anti-aerei S-300 per creare un «deterrente» contro interventi militari stranieri in Siria. Ryabkov, certamente autorizzato dai più alti livelli della gerarchia russa, ripete che si tratta di missili difensivi, e che dunque l’equilibrio delle forze non viene modificato come protesta l’Occidente. Non si è ancora spenta l’eco delle dichiarazioni provenienti da Mosca che entra in campo il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon. All’intelligence di Gerusalemme non risulta che gli S-300 di ultima generazione siano in viaggio verso la Siria, ma Yaalon avverte la Russia con estrema chiarezza: se il Cremlino dovesse dar corso ai propositi annunciati, «Israele saprà cosa fare». Per capire il ministro non occorre molta fantasia. Pur tenendosi il più possibile alla larga dalla mattanza siriana, Israele ha da tempo tracciato la sua linea rossa: i militanti libanesi sciiti di Hezbollah non devono mettere le mani su armi ad alta tecnologia siano esse iraniane o russe, perché potrebbero poi servirsene dal Libano contro lo Stato ebraico. Per questo già due volte i cacciabombardieri israeliani hanno colpito missili moderni giunti in Siria. E non c’è motivo di credere, avverte Yaalon, che la linea di azione cambierebbe se arrivassero o fossero in cammino forniture di S-300 made in Russia. Con la implicita possibilità, taciuta dal ministro ma reale, che non siano soltanto scorte o tecnici siriani ad essere colpiti. È su questo sfondo che dovrebbe prendere corpo la conferenza di pace di Ginevra sponsorizzata da Washington e Mosca. Il traguardo pare ancora lontano, se non altro perché la frammentata coalizione anti-Assad non ha ancora deciso se partecipare e resta una forte ambiguità sul ruolo che toccherebbe al presidente siriano nel futuro prossimo. Ma quel che è peggio è che nell’attesa la Siria rischia di innescare, oltre a quella regionale che cresce ogni giorno, anche una crisi mondiale. Venturini Franco

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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29 maggio 2013 

Bonino: l’Europa sbaglia sulla Siria. Gli Usa, che pure non aiutano militarmente i ribelli, hanno accolto con favore la decisione Ue. Obama avrebbe chiesto al Pentagono di preparare i piani per creare una no-fly zone. «L’Italia non invierà armi». Mosca: i nostri missili per la stabilità 

Il Consiglio dei ministri degli Esteri della Ue, poco prima della mezzanotte di lunedì, ha faticosamente raggiunto un compromesso sulla fine dell’embargo nella vendita di armi ai ribelli siriani anti Assad. Ma il testo diffuso a Bruxelles dalla responsabile Esteri Ue, la britannica Catherine Ashton, ha sollevato critiche e preoccupazioni in relazione all’evoluzione del conflitto in Siria, che in due anni ha già provocato molte decine di migliaia di morti e masse enormi di profughi. Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha criticato soprattutto la mancata posizione comune e il rinvio alle decisioni dei singoli Paesi membri sulla vendita di materiale bellico agli oppositori al regime di Damasco. «Non mi pare sia stato un momento glorioso per l’Europa, ha affermato Bonino, perché la tentazione di rinazionalizzare certe competenze, che erano nel quadro europeo, è stata evidente. Non solo da parte di chi voleva il superamento dell’embargo, ma anche vista la rigidità dell’altro schieramento». Il compromesso prevede alcune limitazioni di garanzia comuni. Tra queste, l’impegno a non iniziare le forniture di armi prima di aver tentato una revisione dell’accordo, entro il 1° agosto prossimo, è stato già messo in discussione dal Regno Unito e dalla Francia. A Londra e a Parigi hanno interpretato quella data, evidenziata nel testo finale, come un impegno politico non vincolante, pur confermando di non avere intenzione di vendere subito materiale bellico in Siria. La Russia, che appoggia il regime di Assad, ha espresso contrarietà per la decisione della Ue, accusandola di non favorire il tentativo del Cremlino e della Casa Bianca di organizzare una conferenza di pace per il mese prossimo a Ginevra, dove si tenterebbe di trovare una soluzione diplomatica per la Siria. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che ha incontrato lunedì scorso a Parigi il segretario di Stato Usa John Kerry proprio per concordare l’incontro in Svizzera tra Assad e l’opposizione, ha giudicato il compromesso di Bruxelles «contrario a tutte le norme del diritto internazionale». Da Mosca hanno replicato anche annunciando una fornitura ad Assad di missili anti-aerei come misura di riequilibrio, annuncio che ha subito allarmato Israele. Perfino i ribelli siriani, dopo aver ricevuto la visita del senatore repubblicano Usa John McCain, si sono detti «delusi» per la decisione UE ritenuta insufficiente e «tardiva». Nel mirino è finita ancora una volta Ashton, che non è riuscita ad avvicinare le parti contrapposte. «A me non piace fare lo scaricabarile, ha commentato Bonino. Ma presentare solo opzioni e non una proposta su cui lavorare non aiuta ad arrivare a una conclusione». La numero uno della Farnesina ha criticato anche «i Paesi più rigidi», come il Regno Unito, che ha guidato il fronte anti embargo e l’Austria, che ha sostenuto la linea della pace a oltranza, per non aver dimostrato «più senso di responsabilità comune europeo». Bonino ha chiarito che proporrà al suo premier e al ministro della Difesa il «no» dell’Italia alla vendita di armi in Siria e che sulla conferenza di pace a Ginevra esistono «ancora parecchi problemi da superare». Gli Stati Uniti, pur non disponibili a inviare armi ai ribelli siriani, hanno approvato la decisione della Ue come segnale di appoggio all’opposizione. E secondo il Daily Beast, che cita due fonti dell’amministrazione Usa, Obama avrebbe chiesto al Pentagono di preparare i piani per creare la “no-fly zone”, già alla vigilia del viaggio di Kerry in Medio Oriente. Il ministro degli Esteri britannico Hague ha esultato perché il compromesso consente a Regno Unito e Francia di fornire armamenti nonostante la larga maggioranza contraria. L’Austria e molti altri membri Ue ritengono che la Ue non debba favorire azioni di guerra, tra l’altro dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace. Emerge poi il timore che le armi possano finire all’estremismo islamico. Hague ha comunque promesso di attendere fiducioso la conferenza di Ginevra perché considera la fine dell’embargo Ue «un segnale forte e chiaro» al regime di Damasco. Caizzi Ivo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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30 maggio 2013 

Le condizioni di Assad per la pace: «Resto in sella e si vota nel 2014». La tentazione di Israele: attacco preventivo sui missili russi. Il monito Usa. «Ritiro immediato» delle milizie sciite di Hezbollah dal conflitto siriano. I ribelli chiedono le dimissioni immediate di Bashar per far partire il tavolo negoziale 

Il regime di Damasco garantisce la propria partecipazione alla conferenza di pace che dovrebbe tenersi a Ginevra entro la fine giugno. Una mossa che era stata già annunciata da Mosca e spiazza le forze dell’opposizione armata sempre più divise tra loro proprio sull’opportunità di partecipare all’evento organizzato sotto l’egida delle Nazioni Unite con il forte impegno russo e americano. Anche l’Iran, secondo quanto riferisce il vice ministro degli Esteri Hossein Amir Abdollahian, sarebbe stato invitato. Le posizioni restano comunque distanti. I ribelli chiedono le dimissioni immediate di Bashar al-Assad. Ma il dittatore rilancia una manovra già provata in passato: annuncia che non abbandonerà il suo posto prima delle elezioni previste per l’anno prossimo (le ultime nella primavera del 2012 furono una plateale farsa) e promette di ricandidarsi. Da circa una settimana i leader della Coalizione Nazionale Siriana, il massimo organismo politico della rivoluzione, sono riuniti a Istanbul per deliberare su Ginevra. Ma ora quattro tra le milizie ribelli più importanti minacciano di ritirare il loro sostegno col rischio di delegittimare del tutto i propri rappresentanti politici scelti in autunno. È intanto scontro aperto tra brigate sostenute dal Qatar, più vicine ai movimenti dell’estremismo islamico e quelle pagate dall’Arabia Saudita.  Una crisi pesante nel fronte rivoluzionario, aggravata dal crescente attivismo del gruppo sciita libanese Hezbollah a fianco dei lealisti. Ieri il Dipartimento di Stato Usa ha chiesto ad Hezbollah di ritirarsi dalla Siria. E intanto arrivano testimonianze sempre più circostanziate circa l’uso delle armi chimiche da parte dei pro-Assad. Eventi che testimoniano il caos imperante e rischiano di subire un ulteriore grave deterioramento con l’intervento armato di Israele come deterrente contro l’invio di missili russi al regime di Damasco. La prospettiva è quella dei primi giorni dell’invasione israeliana del Libano meridionale nel giugno 1982. «Miriamo alla distruzione sistematica delle batterie di missili terra aria venduti al regime siriano. Trentuno anni fa abbattemmo anche i Mig senza troppi problemi, oggi la nostra superiorità contro un esercito minato da oltre due anni di rivolte interne è ancora maggiore», sostengono tra i circoli di governo a Gerusalemme per spiegare le dichiarazioni bellicose del ministro della Difesa Moshe Yàalon due giorni fa.  Lo stesso Consigliere per la Sicurezza Nazionale del premier Benjamin Netanyahu, Yaakov Amidror, in un recente incontro con 27 ambasciatori europei ha spiegato che «Israele impedirà che gli S-300 divengano operativi, altrimenti il nostro intero spazio aereo rischia di diventare una grande no-fly zone». Lo specchio di un Paese che segue con attenzione gli sviluppi della destabilizzazione lungo i suoi confini settentrionali. «Sapremo noi cosa fare», aveva dichiarato a caldo Yàalon nell’apprendere dell’intenzione russa di vendere alla dittatura i missili anti-aerei S-300. Ieri però è arrivato l’ordine perentorio di Netanyahu di mantenere «il silenzio assoluto». «Dobbiamo affrontare con equilibrio le minacce che ci circondano», si legge in un comunicato. Il senso dell’allarme è dato dalle esercitazioni che vengono imposte alla popolazione. L’altro ieri le sirene hanno suonato un paio di minuti in tutto il Paese per verificare lo stato di salute delle difese civili. In mancanza di commenti ufficiali da parte del governo, sono gli esperti di cose militari ad offrire analisi approfondite. Sostiene Yossi Melman, uno dei commentatori più noti: «Abbiamo tutto il tempo per agire. Tra i comandi dell’esercito si valuta che, nel caso in cui gli S-300 dovessero raggiungere Damasco, passeranno almeno sei mesi prima che divengano operativi. Occorre che i militari lealisti imparino ad utilizzarli e per questo dovranno recarsi in Russia per corsi di addestramento. Israele inoltre non si è mai tirata indietro nelle azioni preventive. La nostra preoccupazione maggiore è che, nel caso di disgregazione del regime, queste armi possano cadere nelle mani della milizia sciita libanese Hezbollah. Nel 1982 la nostra aviazione colpì senza problemi. Nel settembre 2007 ha bombardato il reattore nucleare a est di Damasco e negli ultimi mesi ha già distrutto tre volte armi che erano destinate al Libano». Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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30 maggio 2013 

Assad: ho già le armi dalla Russia. E la conferenza di pace si allontana. Il monito Bashar: «Qualunque accordo dovrà essere sottoposto a un referendum». Mosca critica i piani Usa per una no-fly zone: così si minano gli sforzi per trovare un’intesa. I ribelli: non parteciperemo. La capitale resta sotto assedio 

La strada verso Damasco è intasata di camion, arrancano ai posti di blocco appesantiti dai container caricati al porto di Beirut. Merci che i trasportatori libanesi ricevono a loro nome e mandano dall’altra parte, approvvigionamenti che permettono al regime di resistere quanto le armi promesse dai russi che, assicura Bashar al-Assad, sono state consegnate. Il presidente sceglie di parlare alla nazione attraverso una televisione del Paese vicino e legata all’organizzazione che è più vicina a lui. Anche se proprio all’emittente di Hebzollah il leader siriano minimizza il ruolo dei combattenti sciiti libanesi nella battaglia di Qusayr. «La vera guerra è a Damasco e Aleppo, non nelle campagne». La capitale resta sotto assedio. Il botto delle esplosioni è quasi continuo. I colpi risuonano dai quartieri al di là del monte Qassioun, quello bombardato dal raid israeliano all’inizio del mese. Nell’intervista Assad minaccia anche lo Stato ebraico: «Risponderemo a ogni nuovo attacco. C’è una chiara pressione popolare, mi chiedono di aprire un nuovo fronte militare di resistenza nel Golan». Fino alla rivolta scoppiata poco più di due anni fa, le alture conquistate da Israele nel 1967 rappresentavano un confine tranquillo e senza scontri tra due nazioni ancora in guerra. Rintuzza le pressioni che Benjamin Netanyahu, il premier israeliano, ha cercato di esercitare sui russi perché non passassero al regime i missili antiaerei S-300 («in questo lui non c’entra niente»). Resta però vago su quali armamenti Mosca abbia effettivamente consegnato: «Tutto quanto concordato verrà attuato, alcune parti dell’intesa sono già state portate a termine». Senza specificare se le batterie che potrebbero fermare i jet israeliani siano nel pacchetto. Assad è convinto della vittoria delle sue truppe «in questa guerra mondiale scatenata contro la Siria», al punto da proclamare: «Non esiterei a presentarmi alle elezioni dell’anno prossimo, se il popolo lo volesse». L’offensiva a Qusayr (a pochi chilometri dal confine con il Libano), la capitale ancora in gran parte sotto controllo, gli fanno pensare di poter arrivare al vertice di Ginevra in una posizione da cui poter trattare. È pronto a inviare i suoi rappresentati ai negoziati, avverte che «qualunque accordo dovrà essere sottoposto a un referendum». I diplomatici occidentali sperano che la conferenza aiuti a trovare una soluzione per fermare il conflitto che ha raggiunto le 90 mila vittime. L’opposizione siriana resta divisa e non ci vuole andare, gli europei (tra loro e con gli americani) non sembrano trovare una linea comune. Washington pianifica una no-fly zone per indebolire il regime, Mosca la considera una mossa, spiega Sergey Lavrov, ministro degli Esteri, che cancellerebbe gli sforzi per trovare un’intesa di pace. John McCain, il senatore rivale del presidente Barack Obama, preme perché Washington rifornisca di armi i ribelli. Nei giorni scorsi ha attraversato la frontiera con la Turchia per incontrare i rivoltosi nelle province a nord. Adesso una foto che lo stesso McCain ha diffuso via Twitter lo imbarazza: sorride vicino a quello che sarebbe un leader del gruppo responsabile del rapimento di undici pellegrini sciiti libanesi. L’incidente spiega i dubbi occidentali, la paura è di non poter controllare a chi finiscano i fucili mitragliatori. Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 6 giugno 2013 

Siria, cade la roccaforte dei ribelli. I generali di Assad: ora vinciamo. Il clan al potere sta cercando di ritagliarsi un’area protetta da Damasco fino alla costa. Strage di insorti a Qusayr dopo settimane di violenta battaglia 

La torre dell’orologio non ha più le lancette per segnare le ore, resta un fungo di cemento scorticato, le due palme che stavano di sentinella sono bruciate. È il simbolo della distruzione di Al-Qusayr e dell’avanzata delle truppe di Bashar al-Assad. Il soldato sale in cima a quel che resta del monumento, conficca la bandiera siriana tra le pietre. La televisione del regime mostra i carri armati che avanzano, le ruspe rimuovono le macerie, al microfono il comandante delle operazioni annuncia un’altra pulizia: «La città è stata depurata dai terroristi». I ribelli tenevano da oltre un anno questi palazzi a dieci chilometri dal confine libanese. L’offensiva dei lealisti è cominciata il 19 maggio, l’esercito regolare affiancato dai miliziani di Hezbollah: il movimento sciita ha inviato le sue truppe scelte a combattere al di là della frontiera in quella che è diventata una delle battaglie più importanti nei due anni di guerra civile siriana. Perché da Al-Qusayr possono passare le armi e i rifornimenti per i rivoltosi, perché il clan al potere sta cercando di ritagliarsi un’area protetta da Damasco fino alla costa, perché la città è diventata l’emblema del conflitto. L’opposizione e i leader religiosi sunniti hanno incitato i guerriglieri anche stranieri a difenderla, la propaganda di Assad e di Hezbollah l’hanno eletta a tappa strategica verso la vittoria.«Chi controlla Al-Qusayr controlla il centro del Paese e chi controlla il centro del Paese controlla tutta la Siria», commenta il generale Yahya Suleiman alla televisione Al Mayadeen, legata al regime. Da Beirut il vicecapo di Hezbollah proclama: «Abbiamo dimostrato che il progetto di sconfiggere il governo siriano è un’illusione». L’Iran, finanziatore e sostenitore di Hebzollah,  si congratula con il popolo siriano. L’opposizione ammette la sconfitta e può solo rilanciare sulle «battaglie future fino alla liberazione». Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese, riconosce: «Assad ha segnato un punto». I soldati si muovono tra le strade devastate di Al-Qusayr, che per oltre due settimane è stata bombardata dall’artiglieria e dall’aviazione. Alla telecamera urlano «per te Siria siamo pronti a dare il nostro sangue». Il raid finale verso la città è stato lanciato all’alba di ieri, la maggior parte dei ribelli avrebbe lasciato le postazioni nella notte dopo la mediazione di leader libanesi come il druso Walid Jumblatt: avrebbe ottenuto l’evacuazione dei civili e dei feriti in cambio della ritirata. Gli elicotteri hanno dato la caccia agli insorti fino in Libano, mitragliando attorno al villaggio di Arsal nella valle della Bekaa. Dentro la città erano rimasti intrappolati dagli scontri 15 mila civili, la metà degli abitanti. Adesso sarebbero scappati verso i villaggi più a nord, Dabaa e Bueida al-Charqiya. I rivoltosi raccontano di aver lasciato gruppi di combattenti a Al-Qusayr per proteggere i feriti che non potevano essere trasportati. Sono asserragliati in parti della città da dove potrebbero tentare di riprendere il centro. L’opposizione attribuisce la sconfitta («temporanea») all’intervento di Hezbollah. Rivela che i miliziani dalla bandiera giallo-verde si preparano a dare l’assalto anche ad Aleppo, ancora contesa tra ribelli e truppe regolari. Hassan Nasrallah, il leader del movimento libanese, ha scommesso sulla tenuta del regime. In un discorso due settimane fa ha presentato l’appoggio di Hezbollah come un’operazione per difendere gli sciiti e gli alauiti (la stessa setta degli Assad) dalla invasione dei combattenti stranieri sunniti, takfiri, come li ha chiamati, islamici che accusano altri islamici di apostasia e per questo sono pronti a ucciderli. La strada che da Damasco sale verso Homs e l’area di Al-Qusayr attraversa le campagne attorno alla capitale. Harasta, Duma: in queste periferie è cominciata la rivolta venticinque mesi fa diventata guerra civile con oltre 90 mila morti. Adesso negli appartamenti dei palazzoni stanno nascosti i cecchini piazzati dai ribelli, il regime bombarda le case dal monte Qassiun. I soldati di Assad vogliono riconquistare anche queste zone, rendere sicuri gli spostamenti fino alla costa, dove gli alauiti, minoranza nel Paese, sono la maggioranza. L’avanzata delle truppe lealiste complica l’organizzazione del vertice di Ginevra, già abbastanza difficile per i contrasti tra l’Europa, gli Stati Uniti e la Russia. Mosca ha spiegato che c’è ancora disaccordo sulla lista dei partecipanti e la conferenza è stata spostata a luglio, senza definire la data. Parigi e Londra hanno annunciato di avere le prove dell’utilizzo di gas chimici da parte del regime. «La comunità internazionale a questo punto è obbligata ad agire», ha detto François Hollande, il presidente francese. Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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14 giugno 2013 

Obama: «Assad usa armi chimiche». Washington ha citato due casi recenti in cui Damasco ha usato il sarin, causando «100-150 vittime». Bill Clinton. Poco prima dell’annuncio l’ex presidente aveva attaccato il suo successore: «Con Bashar ci vuole più coraggio». Per la Casa Bianca «superata la linea rossa. Ora aiuti militari ai ribelli» 

Pressato da settimane da Francia e Gran Bretagna, attaccato dai repubblicani e ora criticato anche dal suo predecessore, Bill Clinton, per il suo atteggiamento prudente fino ad apparire rinunciatario, il presidente Barack Obama ha alla fine deciso di rompere gli indugi sulla Siria. Ieri sera la Casa Bianca ha riconosciuto ufficialmente, in un messaggio trasmesso al Congresso, che Damasco ha superato la «linea rossa» dell’impiego delle armi chimiche contro i ribelli. Un atto simile, avevano ammonito gli Usa, avrebbe provocato una reazione forte. Quale? Per ora la Casa Bianca annuncia un maggior supporto ai ribelli esteso anche agli aiuti di tipo militare, ma in una «conference call» con i giornalisti il numero due del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Ben Rhodes, ha escluso che, al momento, si stia pensando di istituire una no fly zone sui cieli della Siria. Rhodes ha spiegato che Obama mantiene la sua preferenza per una soluzione della crisi negoziata a livello politico-diplomatico e intende affrontare la questione con gli altri leader dell’Unione Europea, della Russia e del Giappone negli incontri che avrà con loro lunedì e martedì al G-8 in Irlanda del Nord. L’alto funzionario ha però aggiunto che la conferma dell’uso del sarin da parte delle forze di Assad è un fattore che «cambia il calcolo del presidente Usa sulla Siria». Insomma gli Stati Uniti voltano pagina, anche se non è ancora chiaro come si muoveranno: «Non siamo pronti a fare un inventario degli interventi che metteremo in calendario» ha risposto Rhodes ai cronisti che gli chiedevano di spiegare meglio le intenzioni americane. La sensazione è che la Casa Bianca si sia mossa in ritardo, quando un Assad che qualche mese fa sembrava sull’orlo del tracollo, ha recuperato terreno e con l’aiuto sempre più massiccio degli Hezbollah filo-iraniani, sta mettendo alle corde i ribelli. Già da tempo Londra e Parigi, certe degli attacchi chimici dell’esercito siriano, sollecitavano Washington a reagire. Ma Obama ha temporeggiato, la fase di istruttoria degli analisti si è allungata, mentre la diplomazia Usa ha cercato di far avanzare una soluzione negoziale con un maggior coinvolgimento della Russia, sempre decisa a puntellare il regime di Assad, ma anch’essa preoccupata per la crisi siriana. Ma i tempi di una nuovo conferenza di Ginevra continuano ad allungarsi mentre i ribelli sono ormai allo stremo. In Congresso i repubblicani, col senatore John McCain, accusano apertamente la Casa Bianca di essere stata troppo prudente, compromettendo, così, ogni possibilità di obbligare Assad a uscire di scena. Per questo bisognava aiutare i ribelli, cosa che non è avvenuta. Il governo ha sempre risposto che non si poteva rischiare di armare la gente sbagliata nel caos dei gruppi di insorti che hanno origini e obiettivi diversissimi. E che attendeva i risultati dell’indagine sull’uso del gas. Ora questa parte è conclusa: la Casa Bianca certifica che la «linea rossa» è stata varcata precisando che gli attacchi a base di sarin hanno provocato 100-150 vittime (rispetto agli oltre 90 mila morti contati dall’inizio della crisi siriana). Di più: vengono indicate le date degli attacchi: il 19 marzo e il 13 aprile ad Aleppo, il 14 e 23 maggio nella parte est di Damasco: come a dire che sono fatti recenti, che l’istruttoria non è rimasta nel cassetto. Fatto sta che la Casa Bianca rompe gli indugi solo nell’imminenza di un difficile G-8 e il giorno dopo l’attacco più grave per Obama: quello del suo predecessore Bill Clinton: l’uomo che lo ha affiancato nei giorni decisivi della campagna per la rielezione e la cui moglie ha guidato fino a poche settimane fa la politica estera americana. In un incontro a porte chiuse il cui contenuto non doveva arrivare alla stampa, Bill Clinton ha addirittura detto che Obama rischia di fare la figura del fifone e di apparire uno «sciocco integrale» («total fool»), davanti alla riscossa di Assad. Replica del portavoce del presidente, Jay Carney: «Obama ascolta tutti, accoglie giudizi e critiche, ma alla fine prende le decisioni che è convinto siano nel miglior interesse del Paese».Poi, però, Bill Clinton ha criticato Obama anche durante un evento pubblico al quale ha partecipato a New York insieme a McCain. In sostanza l’ex presidente ha sostenuto che, anche se la maggioranza dell’opinione pubblica americana è contraria al coinvolgimento in un altro conflitto, un presidente deve decidere sulla base delle proprie convinzioni e delle informazioni di cui dispone, non guardando i sondaggi d’opinione: «Io ho fatto così quando siamo intervenuti in Bosnia». Gaggi Massimo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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15 giugno 2013 

Armi ai ribelli e una «no fly zone». Le opzioni di Obama per la Siria. Gli europei e Obama parlano anche di Libia: occorre evitare che diventi un’altra Somalia .Videoconferenza con i leader di Italia, Francia, Germania e Gb 

Giunta alla conclusione che il regime di Assad ha varcato la «linea rossa» dell’uso delle armi chimiche contro i ribelli e che, quindi, è ora di intervenire nel conflitto siriano, la Casa Bianca studia le opzioni possibili, soprattutto armare gli insorti e stabilire una «no fly zone» su parte della regione, tutte difficili da attuare e molto rischiose. Al tempo stesso Barack Obama continua a battere la strada diplomatica e punta molto sul G-8 che si riunirà in Irlanda del Nord lunedì e martedì, per cercare di imprimere una svolta al conflitto. Nel resort di Lough Erne, in margine ai lavori del G-8, il presidente americano avrà un vertice col leader russo Vladimir Putin, grande difensore del regime siriano. Ma Mosca è anche molto preoccupata per l’instabilità crescente della regione e non dovrebbe avere interesse a una escalation del conflitto con un coinvolgimento ancor più diretto dell’Iran e magari, di Israele. Per questo, dopo un lungo periodo di gelo, Washington e Mosca erano tornare a lavorare insieme per organizzare una conferenza internazionale sulla Siria a Ginevra. Ma la situazione sul campo sta degenerando rapidamente e non solo per l’uso di armi proibite. Le truppe di Assad, ora appoggiate da migliaia di hezbollah arrivati dal Libano, hanno capovolto la situazione sul campo e stanno mettendo alle corde i ribelli. La reazione di Obama viene giudicata da molti tardiva e probabilmente inconsistente, ma il presidente Usa è apparso molto determinato ai leader di Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna (Letta, Hollande, Merkel e Cameron) che ieri sera hanno avuto con lui una videoconferenza durata un’ora in preparazione del vertice di lunedì. Obama vuole incalzare Putin e se non otterrà nulla (l’obiettivo potrebbe essere quello di un compromesso politico col Paese diviso in diverse aree d’influenza e l’uscita di scena di Assad) lui e Cameron appaiono oggi i più determinati ad intervenire, mentre Germania e Italia frenano. La Francia ritiene che qualcosa vada fatto ma aggiunge che la misura più efficace tra quelle possibili, la no fly zone, può essere istituita solo col consenso dell’Onu. Assai improbabile, visto il potere di veto di Mosca. Si torna così ai russi con Putin che oggi negozia da posizioni più solide e che ieri ha mandato in avanscoperta il suo consigliere di politica estera, Yuri Ushakov, che ha liquidato l’indagine del governo Usa sull’uso di armi chimiche da parte di Assad come «non convincente, un documento nel quale è difficile trovare fatti». Obama, criticato dai repubblicani e anche dal suo predecessore Bill Clinton per essere rimasto passivamente a guardare per troppo tempo, rompe gli indugi ma non ha molte opzioni praticabili e non vuole tagliarsi i ponti dell’opzione diplomatica dietro le spalle. Escluso l’intervento diretto di truppe Usa o europee, restano il sostegno militare ai ribelli e il blocco degli attacchi di aerei ed elicotteri di Damasco. Ma per creare una «no fly zone» andrebbero distrutte un’aviazione e difese antiaeree molto più formidabili di quelle della Libia. Si sta lavorando a un’ipotesi più limitata: il divieto di sorvolo solo di una piccola zona della Siria meridionale, al confine con la Giordania (dove gli Usa hanno spostato batterie di missili Patriot e altre armi sofisticate), che diventerebbe una zona protetta per i ribelli.E proprio la tragedia libica, col Paese scivolato nel caos dopo la fine del regime di Gheddafi e molte armi degli insorti finite a organizzazioni terroriste, pesa sulla crisi siriana. Anche al Congresso Usa sono profonde le divisioni tra i parlamentari convinti che solo armando i ribelli dei gruppi meno estremisti si può impedire la vittoria di Assad o delle formazioni integraliste e quelli che, invece, invitano a non ripetere gli errori fatti in Libia. E proprio di Libia, oltre che di Siria e dei negoziati per l’accordo di libero scambio Usa-Europa che si stanno rivelando assai più difficili del previsto, hanno discusso ieri i leader dei quattro maggiori Paesi europei nella «conference call» con Obama. Bisogna stabilizzare il Paese nordafricano, evitando che diventi un’altra Somalia: se ne discuterà al G-8 al quale è stato invitato anche il premier di Tripoli, Zeidan. Gaggi Massimo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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18 giugno 2013 

Siria, Putin avverte i Grandi: «Restate fuori dal conflitto». Tensione con Obama. Ma porta aperta ai colloqui di Ginevra. Assad minaccia: «L’Europa pagherà un altissimo prezzo» 

Due ore di discussioni tese: più ancora delle parole, Obama e Putin che citano apertamente le loro profonde divergenze sulla Siria, lo testimoniano i volti scuri dei due presidenti che, però, non hanno rinunciato a incontrare la stampa seduti uno a fianco all’altro, dando conto di un dialogo che hanno definito comunque costruttivo, nella sua brutale franchezza. Una conversazione simile a quelle tra uomini d’affari, dicono i consiglieri della Casa Bianca. Non c’è simpatia tra i due, ma Obama, pragmatico, prova a riallacciare il dialogo e accetta di andare in visita al Cremlino il 3 e 4 settembre, alla vigilia del G20 di San Pietroburgo. E ieri il leader americano, alla fine, ha provato a far sorridere il suo interlocutore con una battuta politico-sportiva: «A lui piace il judo, a me il basket, ma tutti e due sappiamo che, invecchiando, si fa più fatica a recuperare». Ghigno a denti stretti di Putin: «Dice così per sottolineare la differenza d’età» (Obama ha 9 anni di meno). Il faccia a faccia tra i due leader al G8 nordirlandese era inevitabilmente destinato a risolversi in un muro contro muro, con la Russia sempre decisa ad appoggiare il regime di Assad nonostante gli oltre 90 mila morti della guerra civile siriana. Alla fine i due si sono detti d’accordo solo sull’ovvia volontà di porre fine allo spargimento di sangue e sulla necessità di arrivare al tavolo negoziale di Ginevra. Ma non hanno spiegato come, visto che Occidente e insorti non sono disposti a discutere con Assad. Promesse di collaborazione, invece, sugli altri fronti: Obama ha ringraziato Putin per la collaborazione antiterrorismo dopo l’attentato di Boston, mentre il leader russo ha promesso interventi sulla Corea del Nord e ha auspicato passi avanti sul nucleare iraniano dopo le elezioni in quel Paese. Un rapporto che non è mai stato facile quello tra Obama e Putin, col leader americano che non ha mai fatto mistero di dialogare più volentieri con Dmitri Medvedev che col gelido autocrate cresciuto nel Kgb. Il quale, a sua volta, non fa mistero di considerare la disgregazione dell’Unione Sovietica la vera tragedia del Novecento. Obama, comunque, ha provato a impostare un nuovo «reset» delle relazioni con Mosca: il suo segretario di Stato John Kerry ha tentato più volte di riannodare i fili di un possibile negoziato a Ginevra. Scontrandosi, però, col «no» russo ad un’uscita di scena di Assad e col rapido deterioramento del quadro militare, coi ribelli sempre più indeboliti: costretti a ritirarsi da vari avamposti che avevano conquistato e ormai assediati anche nella loro roccaforte di Aleppo. Obama ha cercato di bloccare questa deriva con l’annuncio di un impegno militare americano a sostegno delle formazioni degli insorti più moderate, giustificando l’intervento con la necessità di fermare Assad che ormai sta usando il suo arsenale di armi chimiche. Una svolta significativa, quella di Washington, ma anche tardiva e basata su un piano che fin dall’inizio è parso dai contorni incerti: difficile creare una «no-fly zone» per proteggere i ribelli dai bombardamenti del regime, impossibile avere il via libera dell’Onu, dove è scontato il veto della Russia. Complicato anche distinguere tra ribelli «buoni» e «cattivi», tra chi vuole liberare il Paese e chi ha legami con Al-Qāʿida. Obama ha ancora i suoi dubbi: ha cambiato rotta, ma non si è esposto in prima persona. Nei due annunci Usa di un impegno a fianco dei ribelli, si è affidato al vicecapo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Ben Rhodes, mentre lui in un caso era in un’altra ala della Casa Bianca a celebrare i diritti dei gay e in un altro era a Chicago a discutere di bambini abbandonati. A fronte di questa prudenza americana, Putin, forte del recupero del regime di Damasco, ha scelto una linea durissima: Washington non ha prove dell’uso di armi chimiche, la «no-fly zone» sarebbe illegale, chi arma ribelli mette ordigni micidiali nelle mani di gente che non solo uccide ma squarta i suoi avversari e poi ne mangia gli organi interni (riferimento a un terribile video trasmesso qualche tempo fa). Alle accuse mosse da Putin a Cameron quando questi era andato, domenica, in avanscoperta, il premier inglese aveva risposto con altrettanta durezza: «Chi aiuta Assad ha le mani sporche del sangue dei bambini siriani». Ieri con Obama, Putin è stato più moderato. Intanto a minacciare, stavolta l’Europa, è sceso in campo lo stesso Assad: «Se i Paesi della Ue armano i ribelli, il cortile dell’Europa si trasformerà in un terreno propizio al terrorismo: pagherete un prezzo altissimo». Gaggi Massimo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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19 giugno 2013 

Brigate internazionali e guerra parallela 

Vengono dall’Olanda, dalla Svezia o dalla Gran Bretagna. Oppure dai Balcani. Raggiungono la Siria attraverso il corridoio jihadista nato durante la crisi in Iraq e poi si uniscono alle formazioni ribelli. I rapporti più recenti sostengono che sono almeno 800 i volontari europei che combattono contro il regime. Circa il 7-11 per cento del totale degli stranieri, in maggioranza provenienti dal mondo arabo. Una cifra imperfetta, in quanto è impossibile seguire nei dettagli la filiera. A spingere tanti giovani a partire è l’orrore e la rabbia amalgamati con la fede religiosa. Gli scempi compiuti dai mercenari di Bashar al-Assad provocano repulsione. Difficile restare impassibili. E lo sdegno cresce per l’inazione della comunità internazionale. Inevitabile, dunque, che i ragazzi musulmani assumano l’iniziativa cercando il contatto che li aiuti ad arrivare nel territorio siriano. Reclutatori o facilitatori presenti nelle città europee in grado di indicare la strada giusta. Poi, una volta nel teatro, si sparpagliano tra i diversi gruppi. Una cinquantina di italiani, compresa una donna, sono nella zona di Aleppo. Una presenza che già avevamo raccontato un anno fa sulle pagine del Corriere: la maggioranza è originaria del centro-nord. Numerosi i britannici (circa 150) e i francesi (200), molto determinati i militanti giunti dall’asse Belgio-Olanda. La polizia belga ha intercettato conversazioni telefoniche dove i guerriglieri si vantano di operazioni efferate, non diverse da quelle commesse dai governativi. L’antiterrorismo li tiene d’occhio per il timore che qualche «reduce», una volta rientrato in patria, possa compiere attacchi. Anche perché alcuni, come il danese Abu Asha, ucciso il 3 marzo a Latakya, prima di recarsi in Siria hanno avuto rapporti con formazioni estremiste yemenite. Durante gli ultimi mesi, diverse reclute si sono poi unite al Battaglione del Migrante, guidato da un «emiro» d’origine cecena [??? E’ nato nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Georgiana], Abu Omar al-Shishani. L’unità, oltre ad essere nota per la sua forza d’urto, è abile nella propaganda. Documentare gli assalti e celebrare il «martirio» è fondamentale. Così si attirano nuovi mujahedin e si ottengono fondi da istituzioni musulmane o privati. Quelli del Golfo sono ovviamente i più generosi ma anche in Europa c’è chi è pronto a offrire sostegno concreto alla brigata internazionale. Partecipa alla sfida e risponde al nemico che proprio da solo non è. Con il regime sono schierati 4 mila Hezbollah libanesi e altrettanti pasdaran iraniani, altri protagonisti di un conflitto sempre più internazionale. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 giugno 2013 

Gli “Amici della Siria”: «Subito armi alle brigate ribelli» 

Gli 11 ministri, occidentali ed arabi, che hanno preso parte alla riunione “Amici della Siria” sono tutti d’accordo sulla via da intraprendere: dare urgentemente tutto il materiale e l’equipaggiamento necessario all’opposizione per consentirle di «far fronte agli attacchi brutali del regime» di Damasco, come si legge nel documento finale. Ogni Paese fornirà assistenza ai ribelli nel modo che riterrà più opportuno a raggiungere lo scopo. A Doha si è anche ribadita la necessità di «tenere vivo, anzi alimentare, il processo che porta» alla conferenza di pace Ginevra 2. «È l’unica via, ha detto la ministra degli Esteri italiana Emma Bonino, anche se la riuscita di una conferenza non è facile. Ci sono interessi divergenti, c’è chi spera ancora in una vittoria militare».

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 giugno 2013 

Armenia, tre resurrezioni e un Lenin decapitato. Mongoli, genocidio turco, persecuzioni sovietiche

«L’atrocità più grande», ha scritto il poeta Hovhannes Shiraz, «è averci messo davanti l’Ararat e non poterlo toccare». La montagna sacra agli armeni, con la sua mantella bianca di nevi perenni, è lì, a due passi. Ma al di là del confine turco. Si staglia regale e immensa, con la gobba del Piccolo Ararat che le fa da ancella, a una trentina di chilometri da Yerevan. Ma al di là del confine turco. E come scrive Frank Westerman nel libro su questo grande vulcano quieto dove si posò l’Arca di Noè, «a Yerevan non puoi fare niente senza che l’Ararat ti guardi». Ma dal di là del confine turco. Per questo ogni getto di idranti, ogni pallottola di gomma, ogni candelotto lacrimogeno scagliati dal governo di Recep Tayyip Erdoğan contro i giovani in rivolta sembrano arrivare diritti anche qui, fin dentro piazza della Repubblica che è il centro politico e culturale della capitale armena. Perché se anche gli armeni si sforzassero di dimenticare il loro millenario destino, ogni volta che sorge il sole riappare l’Ararat. E ricorda loro la mutilazione subita dalla Turchia. E con la mutilazione l’angoscia dell’accerchiamento.Certo, a girare per i bei boulevard del centro di Yerevan, non avverti subito l’inquietudine dell’assedio. Caffè coi tavolini all’aperto affollati di ragazzi vestiti come a Roma o Parigi. Banchi di fiori che traboccano di gigli e gerbere e rose, rose, rose. Negozi di elettronica e gastronomia, gioielli e arredamento. E poi decine e decine di boutique dai nomi italiani: Rossini, Bessini, Gioberti, Paolli, Maria Tucci, Rinaldi, San Remo. Tutti segni di un antico, sofferto, grande amore. Amore che ha il suo cuore occidentale a San Lazzaro degli Armeni, l’isoletta veneziana che da secoli è l’avamposto in Europa di questo che nel 301 diventò il primo Stato cristiano al mondo e miracolosamente tale è rimasto nonostante secoli di batoste tremende subite dai bizantini e dai mongoli, dagli arabi e dai turchi. Per non dire dei sette decenni finali sotto l’ateismo di Stato dell’Unione Sovietica. Sono come i nostri figli, i ragazzi che amoreggiano nei localini sulle rive del Lago dei Cigni. Cuffiette, cinture basse, berretti rasta, magari un brillantino al naso. Quando si incrociano, però, possono salutarsi come i trisnonni scampati alla mattanza di un secolo fa: Tsavuht danem. «Lasciami sopportare il tuo dolore». «Il Regno dei tre mari», era chiamata l’antica Armenia. E le mappe storiche mostrano come fosse così grande, nella notte dei tempi, che andava dal Mar Nero al Mediterraneo e dal Mediterraneo al Caspio. Oggi è uno staterello fiero, ma minuscolo, senza una sola sponda. E via via ridotto, nei secoli, a una superficie poco più estesa del Piemonte. Con metà degli abitanti della Campania. Circondati ai confini da 72 milioni di islamici iraniani (coi quali peraltro i rapporti sono distesi), 75 milioni di islamici turchi, 9 milioni di islamici azeri. Una marea che spaventa. «Si dimentica spesso che il cristianesimo è nato in Oriente», sospira padre Elia Kilaghbian, l’abate mechitarista di San Lazzaro degli Armeni, «Ma cosa resta, oggi, di quell’Oriente cristiano?». In Libano il censimento del 1932 sotto i francesi contò due terzi di cristiani e uno di islamici (da allora mai più censimenti, troppo rischioso il contraccolpo di polemiche), il rapporto secondo stime Usa è rovesciato: due terzi di musulmani, uno di cristiani. In Giordania nell’ultimo secolo si sono più che dimezzati, dal 18 al 7 per cento. Dall’Iraq, dove alla vigilia della Prima guerra mondiale erano un quarto della popolazione, se ne sono andati in 3 milioni, con un’accelerazione dopo la Seconda guerra del Golfo, se è vero che, come spiega il patriarca cattolico caldeo Louis Raphaël I Sako, che in questi giorni ha convocato un sinodo sul tema, «sono emigrati più cristiani dall’Iraq dal 2003 a oggi che negli ultimi due secoli. Oggi saremo rimasti in 500 mila circa». A Mosul fino a dieci anni fa c’erano 35 mila cristiani: oggi meno di 3 mila. Per non dire dell’Egitto, dove la primavera di piazza Tahrir è stata seguita dalla presa del potere dei Fratelli musulmani, da crescenti attacchi alla comunità copta scesa da un quinto a circa un tredicesimo della popolazione e dalle profezie del Mufti Abdel Rahman al-Barr: «Mohamed Morsi conquisterà Gerusalemme». Va da sé che gli armeni, consci di trovarsi in un’isoletta cristiana in mezzo a un oceano musulmano, vivono tutto con apprensione crescente. Non c’è giorno in cui i giornali non diano notizia di nuovi arrivi, dalla Siria in fiamme dove una volta i cristiani erano un sesto degli abitanti («Morire o partire. I cristiani devono scegliere tra due calici amari», ha detto l’arcivescovo di Damasco Samir Nassar), di armeni in fuga. Profughi che spesso vanno a insediarsi, sommando problemi a problemi, nel Nagorno Karabakh, la regione a larga maggioranza armena che venti anni fa, defunta l’Urss, si dichiarò indipendente dall’Azerbaigian e difese questa scelta, mai riconosciuta da alcuno, con una guerra sanguinosa. Guerra che, dopo un ventennio di braccio di ferro diplomatico e tensioni e confini chiusi con la Turchia, rischia di essere riaccesa, secondo i pessimisti, proprio dalla miccia dei profughi cristiani dalla Siria, che irritano pure i fanatici dell’Iran di Hassan Rohani, «moderato» ma col timbro dell’ayatollah Khamenei. Mettetevi ora nei panni degli armeni. Dopo la botta tremenda del terremoto del 1988, lo sfascio dell’Urss, il tracollo delle fabbriche di Vanadzor ridotte a orrendi cadaveri cementizi, la crisi nera dei primissimi anni, il Paese aveva avuto un’accelerazione strabiliante, moltiplicando il Pil dal 1992 al 2008, secondo il Fmi, per 107 volte. Un dato irreale. Ma certo l’euforia era tale da spingere i giornali internazionali, compreso «Il Sole 24 Ore», a salutare l’Armenia come la «Tigre del Caucaso». La crisi mondiale, però, ha picchiato duro anche qui. E se i nuovi oligarchi vivono come pascià e si prendono degli sfizi, come la funivia fatta fare all’altoatesina Leitner a Tsaghkadzor, è ripresa l’emigrazione. Il turismo però, grazie ai paesaggi e al Caravanserraglio medievale del passo Selim lungo la via della Seta e al magnifico museo archeologico e alla fortezza di Amberd e agli stupendi monasteri, è in pieno boom. E dopo il crollo economico (-26 per cento, dati del Fondo monetario internazionale) registrato nel 2009, la ripresa è netta: +19 per cento. E con gli investimenti esteri, anche a causa delle polemiche sulla corruzione e la democrazia interna, compresa la recente e contestata rielezione del presidente Serzh Sarkisian, sembrano in ripresa anche le rimesse degli emigrati della diaspora. Ecco: su tutto questo sono arrivati i getti d’acqua degli idranti polizieschi di Ankara e Istanbul. Spegnendo ogni giorno di più la fiammella della speranza armena di potere un giorno, grazie a un mondo mediorientale più laico, aperto e tollerante, vivere quel confine con la Turchia, oggi sbarrato, come un confine di seta. Che consenta ai «cristiani più antichi del mondo» di tornare a toccare il monte di Noè che loro chiamano Masis e che custodisce, secondo gli studi di Azad Vartanian, fosse comuni con migliaia di vittime delle stragi del 1915. E poi quella che fu l’antica capitale armena, Ani, la splendida «città delle 40 porte e delle 101 chiese» che, presa dai turchi nel 1064, annientata dai mongoli nel 1236, scavata e sottoposta a restauri dagli scienziati di San Pietroburgo tra Ottocento e Novecento, giace oggi, diroccata, nella provincia turca di Kars. Fatto sta che, a quasi un secolo dal genocidio raccontato da Antonia Arslan e negato da Ankara, la sensazione di accerchiamento sembra avere fatto rifiorire l’antico odio-amore verso i russi. Certo, nessuno dimentica il comunismo e le campagne di sradicamento della religione e le deportazioni in Siberia. E la prima cosa che ti raccontano, se sali a vedere la ciclopica statua della Madre Armenia armata di spada che domina Yerevan, è che lì c’era la statua di Stalin abbattuta una notte del ’67 e che «venendo giù ammazzò due operai, ultime vittime dello stalinismo». Al netto dei soviet, però, pochi oggi sono legati ai russi quanto gli armeni. Perché, ti spiegano, in caso di guai seri nessuno spera nell’Europa. Chi mai si muoverebbe per l’Armenia? I russi sì. Non per altro i confini del Paese ai piedi dell’Ararat, anche dopo l’indipendenza, sono presidiati da quella che fu l’Armata rossa. E in soccorso del «fratellino» cristiano caucasico in caso di pericolo, dicono, sono pronti al decollo i Mig. Progettati da Artëm Mikojan, armeno. E come tale venerato nel borgo natìo di Sanahin, nonostante la fede comunista condivisa col fratello Anastas, a lungo stretto collaboratore di Stalin e a lui sopravvissuto. Hanno perdonato tutto, ai Mikojan. Non a Lenin. La sua statua, che campeggiava in piazza della Repubblica quando era intitolata a lui, il padre della rivoluzione d’Ottobre, è sdraiata oggi tra le auto nel parcheggio interno del museo di storia. Senza testa. Il dito con cui indicava l’avvenire socialista punta ora al cielo.  Stella Gian Antonio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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29 giugno 2013 

Mezzo miliardo al mese Così Cina, Russia e Iran pagano la guerra di Assad. Una marea di petrolio per tenere in vita il regime 

I camioncini carichi di materassi e pentole attraversano la frontiera. I siriani fuggono dalla guerra anche solo per qualche settimana, si ammassano nelle stanze dei parenti che vivono dall’altra parte in Libano. I tir carichi di container seguono il percorso inverso, dal porto di Beirut risalgono verso i valichi, scendono nella valle della Bekaa, passano la dogana e arrivano a Damasco. Negli oltre due anni di guerra i rifornimenti non hanno mai smesso di raggiungere la capitale. Le merci, racconta un uomo d’affari locale, vengono scaricate dalle navi con i documenti di consegna che portano i nomi di commercianti libanesi, come se il materiale dovesse fermarsi lì. Invece continua il suo viaggio e va a sostenere il regime sotto assedio. Che paga ancora i suoi conti, perché gli alleati internazionali di Bashar al-Assad gli permettono di sopravvivere all’embargo economico imposto dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Kadri Jamil, viceministro siriano dell’Economia, calcola per il quotidiano Financial Times che ogni mese l’Iran, la Russia e la Cina approvvigionano il Paese con petrolio per 500 milioni di dollari (quasi 385 milioni di euro), concedono crediti e agevolano le transazioni finanziarie. L’economia è diventata così dipendente dalle tre nazioni alleate che la Siria utilizza come valute negli scambi il riyal iraniano, i rubli russi e il renminbi cinese. «Abbiamo rimediato all’errore commesso prima della crisi e siamo usciti dal circolo dell’euro e del dollaro. La sterlina siriana è diventata troppo debole, abbiamo già un piano per rafforzarla nelle prossime settimane», spiega il viceministro. Ammette che la situazione è «molto difficile e complicata», anche perché i ribelli controllano le province dove si trovano i giacimenti di petrolio. Accusa «i nemici di condurre una guerra finanziaria oltre che militare». Jamil ha studiato a Mosca ed è coinvolto nelle discussioni con il Cremlino: «I mercantili con la bandiera russa scaricano prodotti nei nostri porti. Vorrei vedere chi ha il coraggio di attaccarle», proclama al quotidiano britannico. Le zone sulla costa sono rimaste sotto il dominio del regime. Il clan degli Assad ha resistito anche grazie al sostegno di imprenditori locali, non solo alauiti come la famiglia al potere. Khaled Mahjoub è un sunnita che tra gli anni Ottanta e Novanta lavorava con le piccole fabbriche della provincia italiana. Adesso investe in costruzioni eco-sostenibili e si è dato la missione di riavvicinare la Siria all’Occidente. «Il sistema funziona ancora e va salvato», commenta. Bashar al-Assad, succeduto al padre Hafiz al-Assad nel 2000, ha favorito la nascita di una nuova classe, uomini d’affari arricchiti dalle privatizzazioni. Come il cugino (da parte di madre) Rami Makhlouf, che dopo i primi mesi della rivolta ha dovuto lasciare le numerose partecipazioni (una delle più importanti nella telefonia mobile) perché era diventato il bersaglio principale degli slogan creati dai manifestanti e il regime ancora cercava di calmare le proteste. Makhlouf aveva promesso di devolvere i suoi profitti in beneficenza: non vivrebbe più a Damasco, forse si è rifugiato a Dubai. Dove risiederebbero anche la madre e la sorella di Bashar e da dove la moglie Asma si faceva spedire sotto falso nome divani e lampadari di lusso. Fino a febbraio 2012, quando il conflitto che ha fatto centomila morti andava avanti già da un anno. Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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5 luglio 2013 

Morsi e i «suoi» agli arresti. Il pugno dell’esercito sui Fratelli musulmani. Non è stato un golpe in nessun caso ma la reazione alla schiacciante volontà del popolo Mohamed Kamel Amr, ministro degli Esteri egiziano. Giura il leader ad interim Mansour. Oggi islamici in corteo. Riunioni serrate per formare il governo: El Baradei avrebbe respinto l’incarico. Ancora ricercato il vero uomo forte del partito islamico, Al Shatir, che controlla la cassa

La parola d’ordine è ora non perdere tempo: accelerare la transizione per dimostrare al popolo e al mondo che quello di mercoledì non è stato un golpe, garantire la sicurezza per evitare reazioni della Fratellanza Musulmana sconfitta e umiliata che per oggi promette un venerdì di proteste, portare finalmente il Paese sulla via della normalità. All’indomani della plateale deposizione del raìs Mohamed Morsi da parte del capo dei generali Abd al-Fattah al-Sisi sostenuto dall’opposizione e dai leader religiosi, a soli cinque giorni dall’esplodere della ribellione con milioni di persone che urlavano «vattene» al presidente, l’Egitto sembra essersi risvegliato dal caldo e dalla tradizionale lentezza, la strategia nazionale del «bukra inshallah», domani se Dio lo vorrà, pare svanita di colpo. Già la destituzione di Morsi era avvenuta in tempi record. Ieri il nuovo presidente ha giurato. Il rispettato capo dell’Alta corte Adli Mansur ha salutato i giovani che hanno «corretto il cammino delle gloriosa rivoluzione del 25 gennaio 2011», promettendo la «riconciliazione tra le forze politiche» compresa la Fratellanza se lo vorrà, anche se ne è già noto il rifiuto. Parole che in parte hanno riecheggiato quelle sentite dal fronte anti-Morsi, così come il nuovo raìs è un’emanazione di quelle forze e rimarrà in carica solo fino alle elezioni. A breve è atteso un suo proclama con dettagli e forse date della roadmap di transizione, dopo i passi già compiuti nelle ultime ore: la sospensione della Costituzione della Fratellanza e lo scioglimento del Senato, l’unica camera finora funzionante. Riunioni serrate intanto si sono tenute per formare un governo ad interim, alcuni ministri sarebbero stati decisi ma sul premier non c’è ancora accordo. Muhammad al-Barade’i avrebbe respinto l’incarico, anche per l’opposizione dei salafiti di Nur unitisi al fronte anti-Morsi. I nomi che circolano ora sono di tecnici puri. Dopo i blitz della notte precedente, tra cui l’oscuramento delle tv della Fratellanza o a lei vicine tra cui il canale egiziano di Al Jazeera, il cerchio ha continuato a stringersi velocemente intorno al movimento e al partito che per un anno hanno guidato l’Egitto. Morsi è stato trasferito al ministero della Difesa, agli arresti e senza possibilità di comunicare (solo un video ripreso da un cellulare l’ha mostrato rivendicare «sono io il presidente legittimo»). Nella prigione di Tora, la stessa dove si trova Mubarak, sono stati incarcerati Saad El Katatni, capo del braccio politico della Confraternita, Giustizia e Libertà e altri leader. Soprattutto, la guida spirituale Mohammad Badie, forse il più odiato dalla piazza, è stato arrestato vicino al confine libico. Ricercato è invece il vero uomo forte dei Fratelli, Khayrat Al Shatir, che controlla tra l’altro le enormi finanze del movimento. Ai Fratelli furiosi e indeboliti sono rimasti alcun presidi al Cairo e in altre città, accerchiati dai militari. E la speranza che oggi il «Venerdì del rifiuto» indetto contro il golpe di Al Sisi e alleati porti in piazza le folle su cui la Fratellanza ha finora contato. Ma dal canale di Suez al Delta, dall’Alto Egitto alle aree intorno alla capitale, l’esercito in poche ore ha dispiegato uomini e mezzi, bloccando le strade principali, molti ponti, pronti a tutto. Con la leadership agli arresti o in fuga, si temono nuove violenze e morti  dopo i quasi 50 registrati negli ultimi giorni. «E’ un golpe che non accettiamo, ma non prenderemo le armi», ha dichiarato ieri mattina Mohammad El Beltagy, uno dei pochi capi della Fratellanza rimasto in circolazione. Ma non tutti gli credono: due giorni fa era stato lui a chiamare «al martirio in difesa della legittimità».

Un allarme sensibile è stato espresso dalla comunità internazionale, per quanto divisa nel valutare gli eventi. America, Gran Bretagna e l’Onu hanno espresso preoccupazione e chiesto il più rapido ritorno a un governo civile. Paesi come la Tunisia e la Turchia hanno condannato la deposizione di Morsi esplicitamente. I Paesi del Golfo, a partire dall’Arabia Saudita, hanno invece salutato la fine dell’era Morsi, insieme alla Siria contro cui l’ex raìs aveva chiamato perfino alla jihad. Eppure tutto questo alla maggioranza degli egiziani sembrava ieri secondario: preoccupati sì, ma soprattutto felici e con voglia di festa. Mentre i mercati finanziari e la valuta schizzavano in alto, la gente ha iniziato a riempire Tahrir, con i soliti fuochi d’artificio e i canti patriottici. Molti negozi hanno riaperto, le auto e i clacson sono ricomparsi in strada. Perfino il sit-in degli artisti contro la censura islamica al ministero della Cultura dopo 28 giorni si è disciolto. La gente si incontra e si abbraccia, dice «è finita». E saluta gli stormi di aerei militari, alcuni con fumate tricolori rosso bianco e nero, che a più riprese sono passati sulla capitale. Non solo quelli però: anche elicotteri da guerra Apache si sono fatti vedere. Un segnale chiaro e forte dai generali che qui non è ancora davvero finita. Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 5 luglio 2013 

L’Egitto, i militari, la democrazia quei golpe fuori dai nostri schemi. Corano e Colonnelli l’eterna tentazione. La «via militare al progresso» inaugurata da Atatürk come costante della storia moderna del mondo islamico 

La storia del ruolo dei militari nelle vicende del mondo arabo-musulmano comincia in Egitto agli inizi dell’Ottocento, dopo la spedizione di Bonaparte, ma è anzitutto una storia ottomana.

Nel corpo di spedizione albanese, inviato al Cairo da Costantinopoli per rimettere ordine in una provincia troppo precipitosamente abbandonata dalle truppe francesi, vi era un giovane ufficiale, Mehmet Ali, spregiudicato e ambizioso. Si sbarazzò dei mamelucchi (una oligarchia militare che controllava il Paese in nome del Sultano), ottenne dall’Impero una sorta d’investitura, creò una dinastia e avviò la modernizzazione del Paese ricorrendo a tecnici, istruttori e amministratori europei. Viene scritta così la prima legge fondamentale dello Stato arabo in epoca moderna: il ceto sociale più adatto alla sua modernizzazione è quello dei militari. Hanno constatato, a loro spese, la potenza degli eserciti europei. Si sono familiarizzati con le loro armi. Hanno frequentato le loro scuole. Hanno potuto misurare la distanza che separa le società arabe dalle società occidentali. Hanno capito che la religione è una componente essenziale dell’identità nazionale, ma può essere un ingombrante ostacolo sulla strada della modernità. Hanno un personale interesse all’esercizio del potere e possono governare, nella migliore delle ipotesi, a vantaggio della nazione. Questa «via militare al progresso» diventa ancora più rigorosa ed efficace quando l’azione si sposta nel cuore europeo dell’Impero (Costantinopoli, Salonicco, Smirne) e ha nuovi protagonisti nella persona dei giovani ufficiali che escono dalle accademie militari alla fine dell’Ottocento. Hanno studiato all’estero, hanno fatto un apprendistato diplomatico nelle ambasciate ottomane, hanno combattuto contro gli italiani in Libia, contro i greci, i bulgari, i serbi e i montenegrini nelle guerre balcaniche, hanno assistito con grande amarezza e forti sentimenti di umiliazione al declino dell’Impero. Il loro modello militare è la Germania di Guglielmo II, con cui la Turchia ha ormai una solida alleanza. Il loro modello civile, anche se adattato alle condizioni locali, è quello democratico diffuso dalle logge massoniche soprattutto là dove esiste una maggiore influenza francese. Il nome con cui desiderano essere chiamati è quello di «giovani turchi». Quando Winston Churchill, allora primo Lord dell’Ammiragliato, decide nel gennaio del 1915, pochi mesi dopo lo scoppio della Grande guerra, di colpire la Turchia a Gallipoli con lo sbarco di un corpo composto da truppe del Commonwealth, uno di essi coglie gli invasori di sorpresa e rovescia le sorti della battaglia. Si chiama Mustafa Kemal Atatürk, ha 34 anni, è colonnello. Qualche anno dopo, mentre le flotte dei Paesi vincitori gettano l’ancora nel Bosforo e l’Italia prende possesso del vecchio palazzo dei veneziani sulla collina di Galata, Mustafa Kemal Atatürk accetta la perdita delle province arabe, ma rivendica il cuore anatolico dell’Impero, prende la guida dell’esercito, batte i greci, depone il Sultano Maometto VI, proclama la fine del Califfato, sposta la capitale ad Ankara e crea la Repubblica turca: uno Stato laico che bandisce il fez e il velo, dà il voto alle donne, instaura l’alfabeto latino, adotta codici ispirati dalle legislazioni occidentali. E’ una dittatura, ma infinitamente più democratica, nella sostanza, degli Stati che sorgono contemporaneamente, sotto la protezione delle potenze coloniali, nelle vecchie province arabe dell’Impero ottomano. Quando muore nel 1938, Kemal «il Padre dei turchi» (Atatürk è il nome adottato dopo la guerra della riconquista), lascia in eredità ai suoi successori uno Stato in cui le forze armate sono i custodi della laicità, i supremi protettori dell’identità nazionale. Verso questo Stato le classi dirigenti arabe hanno un duplice atteggiamento. E’ il vecchio padrone di cui è bene diffidare, ma è il solo, nella regione, che abbia la dignità dell’indipendenza, istituzioni efficaci, un rispettabile status internazionale. Da quel momento non vi è rivolta, rivoluzione o spinta al rinnovamento, nel mondo arabo, che non prenda corpo negli ambienti militari e non sia tacitamente ispirata dal mito inconfessato del grande Mustafa Kemal Atatürk. Sono «nipoti» di Atatürk quasi tutti i leader arabi della regione: il general Neguib e il colonnello Nasser in Egitto, il generale Abdul Karim Kassem in Iraq, il generale dell’aeronautica Hafiz al-Assad in Siria, il colonnello Gheddafi in Libia, il generale Sadat dopo la morte di Nasser e il generale Mubarak dopo la morte di Sadat. Anche nei Paesi in cui le maggiori cariche dello Stato sono talora occupate da personalità civili, come nel caso dell’Algeria, la spina dorsale dello Stato, nel bene e nel male, è rappresentata dalle forze armate. Vi sono alcune eccezioni, naturalmente. In Marocco il generale Oufkir, anima dannata del regime, non riesce a conquistare il potere con un colpo di Stato e viene frettolosamente eliminato nel 1972. In Tunisia, dove la società ha sempre vissuto in simbiosi con il modello delle istituzioni francesi, la personalità carismatica di Habib Bourghiba conquista il consenso nazionale. Nel Paese più multiculturale delle regione, il Libano, l’esercito non riesce a imporre la propria autorità sulle milizie religiose: le falangi dei cristiani e il «partito di Dio» degli sciiti (Hezbollah). In Libia Gheddafi esce dalle file dell’esercito, ma ne diffida e preferisce una sorta di forza privata costituita dalle tribù fedeli. Complessivamente, tuttavia, l’esercito è il protagonista di qualsiasi rivolgimento e il futuro dittatore è molto spesso un colonnello perché il comando di un reggimento basta spesso per rovesciare un regime e conquistare il potere. Naturalmente l’autorità dell’esercito dipende in buona misura dalla storia del Paese e dal ruolo delle forze armate nelle vicende cruciali della storia nazionale. In Algeria è forte perché può rivendicare la vittoria contro la Francia nella lunga guerra per l’indipendenza e quella contro le formazioni combattenti del Fronte islamico della salvezza durante il lungo conflitto civile degli anni Novanta. In Egitto Nasser ha combattuto contro gli israeliani nel 1948 e la sua presidenza è sopravvissuta alla spedizione anglo-francese di Suez nel 1956. Ma ha perduto la «guerra dei sei giorni» nel 1967. Sadat può vantare qualche successo nella fase iniziale della guerra del Kippur e Mubarak, negli stessi giorni, è protagonista di una fortunata operazione sul canale di Suez. Hafiz al-Assad ha perduto nel 1967 le alture del Golan, ma ha curato le forze armate come un gioiello di famiglia collocando i suoi fedeli alawiti nelle posizioni di comando e riempiendo i propri arsenali con armi importate dall’Urss, dai suoi satelliti e più recentemente, dalla Russia e dall’Iran. Tra l’esercito turco e quelli dei Paesi arabi esiste tuttavia una importante differenza. Il primo ha mandato un primo ministro sulla forca (Asnan Menderes nel 1961) e ha brutalmente destituito, sino all’avvento al potere dell’Akp (il partito di Erdogan), tutti i governi costituiti da forze politiche islamiche. Ma ha conservato, a dispetto delle accuse di Erdogan, il senso della propria missione laica e repubblicana. Quelli dei Paesi arabi, invece, hanno una irresistibile tendenza a divenire casta militare, corpi separati, «regioni autonome» che difendono i loro interessi corporativi, gestiscono una parte dell’economia nazionale e lasciano vivere senza troppi scrupoli tutti coloro che non attentano alle loro prerogative. Quando ha abolito il secondo turno delle elezioni del 1991 e ha duramente combattuto gli islamisti, l’esercito algerino difendeva il potere che aveva conquistato per se stesso. All’esercito egiziano, in particolare, occorre riconoscere una considerevole dose di scaltrezza e prudenza. Ha concluso un patto con gli Stati Uniti: un miliardo di dollari all’anno per tenere d’occhio Hamas nella striscia di Gaza e ed evitare, per quanto possibile, un altro conflitto arabo-israeliano. Ha coperto le spalle di Mubarak sino al giorno in cui ha capito che rischiava di condividerne la sorte. Ha convissuto con la Fratellanza musulmana sino al giorno in cui l’inettitudine della presidenza Morsi cominciava a rappresentare rischio per la conservazione del proprio status e la salvaguardia dei propri interessi. Vi è molta saggezza orientale in questa politica, ma anche cinismo, opportunismo e una certa tendenza a navigare, giorno dopo giorno, nel senso delle correnti. Non credo che le altre forze armate della regione, a questo punto, diano migliori garanzie e offrano migliori prospettive. In Algeria la malattia del presidente Bouteflika annuncia una transizione che potrebbe mettere a dura prova la stabilità del regime. In Tunisia l’esercito deve combattere i salafiti e le formazioni ispirate da Al-Qāʿida soprattutto lungo i confini sud-occidentali del Paese. Ma i salafiti non sono soltanto il nemico visibile, asserragliato nelle sue trincee. Sono anche nascosti nel fronte interno e sembrano in grado di esercitare qualche influenza su Ennahda, incarnazione tunisina della Fratellanza musulmana. In Libia esistono solo milizie, abbastanza forti per impedire che il Paese abbia un governo stabile, troppo deboli e numerose perché una di esse possa prevalere sulle altre e creare un nuovo Stato. In Libano l’esercito è una istituzione seria e rispettabile, ma troppo fragile per disarmare Hezbollah, garantire l’ordine pubblico, la pace civile e l’indipendenza. In Siria l’esercito combatte una guerra civile, difende Assad e se stesso contro una parte della società, non può essere la forza armata della nazione. In Iraq l’esercito è stato distrutto dal primo proconsole americano e molti di coloro che hanno smesso l’uniforme sono ora impegnati in una guerra civile contro gli sciiti che potrebbe rivelarsi non meno sanguinosa, alla fine, di quella siriana. E tutto questo accade purtroppo mentre la Turchia non è più, come negli scorsi anni, il Paese che sembrava in grado di conciliare la laicità, la fedeltà alle tradizioni e il dinamismo economico. In queste condizioni non è facile ragionare sul ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti nella regione. Gli Stati che sono di fronte a noi sull’altra sponda del Mediterraneo sono alla ricerca di nuove rotte, nuove bussole, nuovi timonieri. Potremo essere utili al loro futuro soltanto quando li avranno trovati. Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 6 luglio 2013 

Qualche speranza per i curdi dopo tante sventure 

Ho lavorato qualche anno in Turchia e il popolo turco mi è rimasto nel cuore. Tempo fa le ho chiesto se e quale soluzione lei vedesse possibile al problema curdo e lei non ne vedeva molte. Vorrei chiederle se gli ultimi avvenimenti hanno aggiunto qualche elemento positivo al suo pensiero. luca.erizzo@fastwebmail.it

Caro Erizzo, anche le guerre e le crisi possono avere, per qualcuno, inattesi risultati positivi. Ciò che è accaduto in Medio Oriente negli ultimi dieci anni, dall’invasione americana dell’Iraq alla guerra civile siriana, ha schiuso al popolo curdo prospettive che erano sinora precluse. E’ ancora diviso fra quattro Paesi: dieci milioni in Turchia, fra cinque e sette in Iran, cinque in Iraq e tre in Siria. Non ha ancora (e forse non avrà mai) lo Stato promesso dai vincitori della Grande guerra quando demolirono l’Impero Ottomano. Ma è il solo popolo a cui le vicende degli ultimi anni abbiano garantito qualche beneficio. I primi a trarre vantaggio dalla guerra sono stati i curdi iracheni. Liberati dal giogo di Saddam Hussein e aiutati dagli americani, hanno creato un Kurdistan che è soggetto solo teoricamente al governo di Baghdad. Ha una bandiera, una milizia nazionale, un primo ministro nella persona di Mas’ud Barzani, esponente di una delle maggiori famiglie politiche della regione (l’altra è quella di Jabal Talabani, presidente della Repubblica irachena e favorevole a una maggiore cooperazione con Baghdad, ma seriamente malato e poco attivo). Qui, nella loro provincia, i curdi, aiutati dai capitali americani, sono stati protagonisti di un invidiabile miracolo. Quando ha visitato la loro capitale, Irbil, nello scorso marzo, Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere, ha scoperto un’oasi di progresso e modernità con tassi di sviluppo cinesi. Il maggior partner economico di questa provincia miracolata è la Turchia. I guerriglieri del PKK (il partito curdo dei lavoratori) hanno usato il territorio del Kurdistan per lanciare le loro operazioni di commando contro i reparti dell’esercito turco; e i turchi li inseguono al di là della frontiera. Ma questo non impedisce ai due Paese di fare affari e di garantirsi reciproci favori. È forse questa la ragione per cui il governo di Ankara ha segretamente negoziato un patto con il capo del Pkk, Abdullah Öcalan, detenuto da quasi quindici anni nelle carceri turche. A Abdullah Öcalan è stato permesso di fare una pubblica dichiarazione in cui propone una vaga confederazione fra le quattro maggiori aree curde e soprattutto invita i suoi compatrioti e non continuare la lotta armata. Siamo ancora lontani da una soluzione, ma qualcosa si muove.Anche i curdi siriani, nel frattempo, stanno un po’ meglio di prima. Per evitare che si schierino con i ribelli e per procurare qualche noia al leader turco Recep Tayyip Erdoğan, il governo di Bashar al-Assad ha concesso la cittadinanza, sinora negata, a una parte della comunità e ha promesso qualche vantaggio alla loro provincia. Sono le promesse di un leader in difficoltà e i curdi, nel corso della loro storia, hanno imparato a diffidare. Ma anche in questo caso qualcosa si muove. Non può dirsi altrettanto invece dei curdi in Iran. Qui, per molti aspetti, la situazione è molto simile a quella turca prima dell’appello di Ocalan: scontri fra l’esercito iraniano e la guerriglia curda, operazioni di commando, attentati, repressioni. I Farsi dominano il Paese e non esistono statuti di autonomia per le numerose etnie di cui l’Iran è composto. Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 8 luglio 2013 

Moïsi: «Il golpe non è certo legale ma è legittimo». L’intervento Nato nell’ex Jugoslavia fu discutibile ma necessario perché bloccava i massacri 

Dominique Moïsi, crede che l’Egitto stia per sprofondare in una guerra civile, e che possa ripetersi quel che sta accadendo in Siria?

«Il rischio c’è ma non mi pare lo scenario più probabile. L’Egitto è un Paese profondamente diviso tra islamisti e tutti gli altri. Ma non credo che finirà come in Siria».

Come mai?

«L’esempio stesso dei massacri in Siria è un monito per tutti a cercare di fermarsi prima. E poi le due situazioni sono molto diverse. Intanto l’Egitto ha un’altra tradizione di rispetto, tolleranza e diversità. Poi, a differenza della Siria, l’esercito è compatto: sta tutto dalla parte delle forze che hanno rovesciato Morsi qualche giorno fa».

Il braccio di ferro ora è incentrato su Muhammad al-Barade’i. Crede che sia l’uomo giusto?

«Al contrario, ho subito pensato che dare l’incarico di premier a Muhammad al-Barade’i fosse una pessima scelta. È l’egiziano che piace a noi occidentali, rassicurante e moderato, ma precisamente per questo motivo è rifiutato da una parte consistente della popolazione egiziana. In Egitto non gode della popolarità che ha all’estero, lo amano solo i circoli più moderni e liberali. È una personalità che divide molto».

Qual è il suo giudizio sull’imbarazzo dell’Occidente?

«La caduta di Morsi è stata accolta in modo positivo dalla maggioranza del mondo occidentale, ma allo stesso tempo il modo in cui è caduto, con un golpe militare, non può essere accettato apertamente. L’imbarazzo è inevitabile. Torna la distinzione, inaugurata una ventina d’anni fa con l’intervento nei Balcani, tra legalità e legittimità».

Ovvero?

«Nella ex Jugoslavia l’intervento della Nato era discutibile dal punto di vista legale perché mancava il via libera del Consiglio di Sicurezza, ma era legittimo perché permetteva di porre fine ai massacri dei civili. Quel che è accaduto in Egitto forse non è legale ma legittimo. Cioè il popolo è sceso in piazza per denunciare il mix di incompetenza e intolleranza del governo in carica. Quel che hanno fatto è illegale ma pensiamo sia legittimo e quindi fatichiamo a condannarlo. È una distinzione che io giudico accettabile e pericolosa allo stesso tempo. Se andiamo troppo lontano cadiamo vittime della soggettività. Però attenersi alla legalità comporta la paralisi: lo abbiamo visto con l’inefficienza dell’Onu e con l’inazione in Siria. Un intervento occidentale in Siria sarebbe più che legittimo, visto che Russia e Iran certo non si preoccupano della legalità».

Qual è il peso della questione religiosa in Egitto dopo i nuovi attacchi contro i copti?

«È un tema fondamentale perché riguarda l’identità stessa del Paese. La forza dell’Egitto non sta solo nella demografia (più di 80 milioni di abitanti) o nella centralità strategica, una sorta di Impero di Mezzo del Medio Oriente, ma anche nel fatto che la sua forte identità pre-islamica è ancora presente, incarnata in parte dai cristiani copti. Il fatto che gli egiziani possano con qualche ragione dirsi discendenti dei Faraoni dà al Cairo una sicurezza e un orgoglio che sono una risorsa di fronte alla crisi identitaria del mondo arabo-musulmano».

I militari difenderanno i copti?

«Quando era al potere, l’esercito si era già fatto garante della diversità dell’Egitto e potrebbe tornare a proteggere le minoranze. Nell’esitazione degli occidentali a condannare il golpe c’è anche la preoccupazione per la sorte dei cristiani d’Oriente. La stessa che ci fa esitare nel sostenere i ribelli siriani, perché lì i cristiani sono di solito dalla parte di Assad».

Che accadrà nei prossimi giorni?

«Non potrà andare peggio che sotto Morsi, io credo. La questione cruciale è la vita quotidiana degli egiziani. Né i militari saliti al potere subito dopo la fine di Mubarak né i Fratelli musulmani sono riusciti a far ripartire l’economia e a riportare in Egitto i turisti».

Che dovrebbe fare quindi l’Occidente?

«Aiutare massicciamente l’Egitto. La società egiziana è disfunzionale e sclerotizzata ma resta di grande civiltà. Se il caos in Siria è grave, in Egitto sarebbe catastrofico per tutti».  Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 16 luglio 2013 

Quelle bande qaediste che affossano il fronte ribelle anti-Assad 

Che i gruppi della guerriglia siriana in lotta contro il regime di Bashar al-Assad siano profondamente divisi tra loro è ormai da tempo ben noto. Il fatto nuovo è però che adesso il loro scontro interno è diventato violento, mortale: una sorta di guerra parallela nella già sanguinosa guerra civile che dal marzo 2011 devasta il Paese. Ad aggravare le tensioni è l’assassinio giovedì scorso di Kamal Hamami, dirigente dell’Esercito Libero Siriano, l’organizzazione formata in maggioranza da disertori delle forze armate lealiste considerata filo-occidentali nella sempre più articolata nebulosa resistenziale siriana. A detta dei suoi compagni, Hamami sarebbe stato ucciso e quindi mutilato (sembra anche decapitato) mentre stava recandosi nella regione di Latakia per incontrare alcuni esponenti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, il movimento qaedista con una forte presenza di guerriglieri stranieri, che sta sempre più prendendo piede specie nelle regioni della Siria nord-orientale. Sarebbero gli stessi militanti del gruppo ad aver ammesso pubblicamente «l’esecuzione» per un alterco ad un posto di blocco quando Hamami si è rifiutato di riconoscere la loro autorità. Ad ucciderlo con un colpo di mitra alla testa sarebbe stato un militante arrivato di recente dall’Iraq. L’incidente rivela una volta di più la lotta senza esclusione di colpi che sta crescendo per il controllo delle zone liberate dal regime. Meno di un mese fa lo stesso comandante in capo dell’Esercito Libero Siriano, generale Salim Idriss, accompagnando ad Aleppo alcuni giornalisti americani si è dimostrato stupefatto e spaventato dalla presenza di numerosi posti di blocco sulle strade tenuti non dai suoi uomini, bensì da qaedisti e da militanti del gruppo islamico estremista Jabhat al-Nuṣra. Una situazione che certo indebolisce la rivoluzione e rafforza invece Assad. Dopo le avanzate della primavera, le sue unità speciali stanno combattendo per la riconquista della città di Homs e in preparazione del rilancio della battaglia verso Aleppo. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 23 luglio 2013 

L’Ue mette Hezbollah nella lista terroristica nonostante le riserve. L’Italia: «Sì ma continui il dialogo» 

Con un voto all’unanimità, ma screziato di dubbi e riserve, i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno inserito nella lista nera dei movimenti terroristici il braccio armato del movimento sciita libanese Hezbollah. Un gesto soprattutto politico, rivolto indirettamente anche alla Siria e teso a prevenire nuove tracimazioni terroristiche verso la Ue. La decisione comporterà probabilmente sanzioni sui viaggi dei leader del gruppo e il congelamento dei loro patrimoni finanziari, anche se tutti i dettagli devono ancora essere decisi. Ma si sa già che verranno mantenuti gli aiuti finanziari e umanitari della Ue e anche i canali di dialogo politico con il gruppo sciita. Come pure i movimenti finanziari giudicati «legittimi»: questo per evitare un timore comune a tutti e cioè l’ulteriore destabilizzazione del Libano già diviso da eterni fattori politici e religiosi e governato fra gli altri partiti anche da Hezbollah, finanziato dall’Iran e alleato con il leader siriano Bashar al-Assad. E’ proprio per questo timore che alcuni Paesi come l’Italia (che ha ancora una sua forza militare di pace dispiegata su quel territorio), l’Irlanda, la Finlandia e Malta, hanno espresso le loro riserve sulla decisione dei ministri europei, pur non volendo rompere un fronte unito. Per il ministro degli esteri italiano, Emma Bonino, la scelta di Bruxelles è stata difficile ma ha prevalso «la reazione unanime che attacchi di terroristi sul suolo dell’Ue» come l’attentato anti-israeliano del 2012 in Bulgaria, «non possono passare sotto silenzio, e senza una reazione». L’Italia, ha aggiunto il ministro, è però decisa a proseguire «i contatti politici e le azioni di sostegno economico, con tutti gli attori» del Libano, «compreso Hezbollah».

Il Congresso ebraico mondiale ha parlato di un passo «da troppo tempo atteso». Da Israele, il ministro della Giustizia Tzipi Livni si è detta «soddisfatta», perché sarebbe finito il tentativo di giustificare le attività militari di Hezbollah con quelle politiche. Proprio come Israele, anche Usa, Australia, Olanda e Gran Bretagna avevano già dichiarato da tempo Hezbollah come un’organizzazione terroristica. Infatti il responsabile della politica estera britannica, William Hague, ha chiosato la scelta di ieri con poche parole: «L’Ue ha inviato un chiaro messaggio. Questo: che è unita contro il terrorismo». Ha chiuso infine il vertice Catherine Ashton, il ministro degli esteri della Ue, ricordando che «noi europei vogliamo un Libano stabile e in pace», nonostante il focolaio aperto poco distante con il conflitto siriano. Ma resta la domanda cui, per ora, nessuno a Bruxelles sa trovare risposta: come distinguere il braccio militare da quello politico, in un movimento ricco e ben armato, e dotato di sostegno sociale, che da anni si muove liberamente in diversi Paesi compresi quelli europei. Offeddu Luigi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 31 luglio 2013 

Il mistero del prete italiano in Siria. «Il rapimento non è confermato». Cautela di Vaticano e Farnesina. Forse è impegnato in un negoziato 

Resta incerto il destino di Padre Paolo Dall’Oglio,«scomparso» in Siria l’altro ieri mentre si trovava in una zona in mano a gruppi anti-regime. Due le ipotesi: alcuni temono che il gesuita sia stato rapito da estremisti islamici, altri ritengono che stia negoziando proprio con loro per ottenere il rilascio di altri ostaggi. Dall’Oglio aveva lanciato un appello al Papa, una settimana fa, attraverso la piattaforma Change.org, per chiedergli di farsi promotore di «un’iniziativa diplomatica» che coinvolga tutte le realtà che si stanno combattendo in Siria. Ma il sacerdote di 59 anni che ne ha trascorsi 30 in Siria e a causa del suo appoggio alla ribellione contro il regime, è stato costretto a lasciare il Paese nel giugno 2012, non è uno che sta ad aspettare. Sabato scorso è rientrato in Siria (non era la prima volta), per recarsi nella cittadina di Raqqa, nel nord del Paese: lo aveva annunciato lui stesso «con gioia» in un messaggio su Facebook, in cui spiegava di avere una «missione» da svolgere. «La rivoluzione, aggiungeva, non è un auspicio, ma un impegno». Poi si sono perse le sue tracce. Lunedì 29 luglio, in serata, l’agenzia di stampa Reuters ha diffuso la notizia del suo rapimento per mano di un gruppo di miliziani legati ad Al-Qāʿida chiamato «Stato Islamico dell’Iraq e del Levante». La notizia però non è stata confermata né smentita fino a ieri sera dal Vaticano e dalla Farnesina. Diverse fonti e siti siriani sostengono che la missione di Padre Dall’Oglio consisteva nel negoziare per la liberazione di alcuni ostaggi in mano a gruppi estremisti. Non sarebbe la prima volta: in passato il gesuita aveva già ottenuto la liberazione di prigionieri, mediando ad esempio tra cristiani e gruppi islamici. Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, che ha sede a Londra ma ha contatti all’interno del Paese, il gesuita starebbe ora tentando anche di limitare gli scontri tra curdi e gruppi islamici, che stanno diventando una guerra nella guerra. E’ proprio questo peraltro il messaggio che emerge in un video diffuso su YouTube dall’Unione degli studenti di Raqqa, datato 28 luglio (il giorno prima della «scomparsa»): Dall’Oglio parla davanti ad una chiesa armena, applaudito da una folla di giovani e spiega che Raqqa, città che ospita curdi e arabi, musulmani e cristiani dovrebbe essere il simbolo della «Siria di tutti i siriani». «Abuna Pauls» (nostro padre Paolo, in arabo),  raccontano attivisti laici al Corriere ,«non ci aveva rivelato i particolari della missione ma sappiamo che era andato a discutere con l’opposizione islamista, con la quale non abbiamo rapporti diretti». Gli attivisti aggiungono che Padre Dall’Oglio avrebbe chiesto loro di dare l’allarme solo «dopo tre giorni di totale assenza di sue notizie dirette». Ma l’allarme è scattato dopo il primo giorno e non è chiaro chi l’abbia lanciato. Su Twitter un attivista che si identifica come «Jad Bantha, ricercatore dei diritti umani ed esperto di social media in Siria» affermava ieri che Padre Dall’Oglio «sta bene», «chiarirà tutto lui stesso su Facebook domani» (oggi per chi legge). Invece, il quotidiano ufficiale di Damasco Al-Thawra (La Rivoluzione) nel dare notizia del rapimento avverte: «Gli occidentali hanno alimentato il terrorismo in Siria, con finanziamenti e addestramenti oltre al supporto mediatico, ma adesso sono loro i primi a scottarsi. A partire dalla vicenda del prete gesuita sostenitore dei jihadisti che è stato rapito proprio mentre manifestava a loro fianco … Noi gli auguriamo la salvezza, ma che sia lezione per coloro che guazzano nel torbido». Di un altro italiano, il giornalista Domenico Quirico, scomparso in Siria ad aprile, non si hanno tuttora notizie. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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10 agosto  2013

Rapiti due piloti turchi a Beirut. L’ombra lunga del conflitto siriano. Ankara nel mirino per i suoi rapporti con i ribelli anti-Assad. La Turchia ha invitato i suoi cittadini a lasciare il Libano e sconsigliato viaggi nel Paese. L’allarme della Cia. Secondo l’intelligence Usa, la vera minaccia per l’America arriva proprio dalla guerra civile siriana 

Traffici, trame, terrorismo. La crisi siriana continua nel suo contagio. L’ultimo episodio in Libano. Due piloti delle Turkish Airlines sono stati rapiti nella notte a Beirut da un commando. Un gruppo sconosciuto, Zuwar Al Imam Reda, si è assunto la responsabilità del sequestro ed ha chiesto in cambio la liberazione di alcuni sciiti libanesi presi in ostaggio nel 2012 in Siria. Un ulteriore segnale di come i due Paesi siano legati dallo scontro in atto. Sono da poco passate le 3, un pullmino ha lasciato lo scalo di Beirut diretto in un hotel del centro. A bordo nove persone, l’equipaggio di un Airbus turco appena atterrato nella capitale libanese. Il mezzo è però bloccato da alcuni uomini armati e mascherati che costringono il pilota, Murat Apkinar e il copilota, Murat Agca, a seguirli. Qualche ora dopo i terroristi inviano un messaggio alla tv Al Jadeed con il quale precisano: «Annunciamo che il capitano e il suo assistente sono nostri ospiti fintanto che non saranno rilasciati i nostri fratelli catturati nell’Azaz». Un’indicazione precisa. I terroristi si riferiscono a nove libanesi sciiti che sono da più di un anno nelle mani di una fazione ribelle siriana, Asifat al Shamal. Per gli insorti gli ostaggi non sono pellegrini, come affermano le famiglie, ma si tratterebbe di «consiglieri» inviati per aiutare il regime di Assad. Una storia che ha portato ad una lunga trattativa, contrassegnata da minacce, prove di forza, contatti segreti e la liberazione di almeno due rapiti. Ma perché prendere di mira la Turchia? Gli estremisti libanesi sono convinti che il governo di Ankara abbia una certa influenza sui guerriglieri di Asifat al Shamal , tanto che già nel 2012 due turchi erano stati «trattenuti» sempre da uomini armati a Beirut. Il nuovo atto di violenza ha avuto immediate ripercussioni. Le autorità turche hanno invitato i propri cittadini a lasciare il Libano e sconsigliato viaggi nel Paese. Il timore è che l’assalto al pullmino possa essere l’inizio di una nuova campagna di pressione.

Quanto è avvenuto sembra rafforzare la visione allarmata degli Usa sulla Siria. Un recente rapporto della Cia ha sostenuto che il vero pericolo per la sicurezza nazionale americana arriva da quanto accade nel Paese arabo devastato dal conflitto civile. A inquietare l’intelligence statunitense la presenza massiccia di jihadisti venuti dall’estero. Un flusso continuo che ha permesso alla fazione che più si richiama al qaedismo, Jabhat al-Nuṣra, di accrescere il proprio prestigio e di cooperare, sia pure con qualche contrasto, con i militanti iracheni dello Stato Islamico dell’Iraq. I volontari stranieri sono stimati in almeno 6 mila, un numero però che continua a crescere. A Washington, e non è la prima volta, si continua a ripetere che il rischio è di un nuovo «santuario» per gli estremisti. Oggi sono impegnati nella lotta contro il regime di Assad, ma domani possono «dedicarsi» ad altri avversari. Gli americani hanno cercato di bilanciare il peso degli estremisti aiutando «brigate» ritenute moderate, tuttavia l’iniziativa è stata poco ampia e molto lenta. Un’indecisione sfruttata dai qaedisti che oggi controllano una zona piuttosto ampia in Siria e mantengono rapporti con organizzazioni regionali. Non solo. Sempre l’intelligence avrebbe le prove che Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano che ha preso il posto di Osama, ha contatti stabili con i mujahedin di Jabhat al-Nuṣra. Rapporti sempre difficili da valutare nella loro interezza. Le fazioni tendono sempre a privilegiare l’agenda locale, anche se il recente allarme terrorismo avrebbe mostrato che se ne hanno l’occasione sono pronte ad ampliare il fronte d’attacco colpendo anche al di fuori dei confini. L’altro risvolto riguarda i veterani. Alcuni dei combattenti arrivati dal Nord Africa e dall’Europa possono rientrare nei rispettivi Paesi, pronti a compiere azioni destabilizzanti. Un pericolo emerso in modo evidente in Tunisia, in Libia e di recente in Giordania. I servizi di sicurezza hanno arrestato un nucleo estremista che aveva contrabbandato armi nel territorio giordano. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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10 agosto  2013

Il difficile futuro dei cristiani d’Oriente. Una terza via per evitare l’estinzione. L’emigrazione o la ricerca di dittatori-protettori non è la soluzione per salvarsi. Forse i cristiani del mondo possono di più dei governi: non solo dare solidarietà, ma elaborare una visione 

In tre grandi Paesi arabi è in gioco la democrazia: negata violentemente da Assad in Siria, incapace di gestire la convivenza tra sciiti e sunniti in Iraq, ridiscussa dal colpo di Stato militare in Egitto, perché i Fratelli musulmani l’avrebbero sequestrata.

La democrazia non sembrerebbe in grado di gestire il pluralismo stratificato delle società arabe, dove ci sono modi diversi di essere musulmani (sciiti e sunniti, laici, spirituali e fondamentalisti), dove ci sono diversità etniche, come i curdi e minoranze cristiane. La vita dei cristiani è infatti una vera cartina di tornasole delle turbinose società musulmane. Nel 2014 saranno cent’anni dalla prima grande strage del Novecento: quella degli armeni uccisi con tanti altri cristiani dell’Impero ottomano. Lo vollero non tutti i turchi e non tutti i musulmani, ma i nazionalisti «Giovani Turchi», mobilitando odio e fanatismo. Dopo la Prima guerra mondiale i maroniti (cattolici) ottennero il Libano, dove i cristiani erano maggioritari: davano voce alla convinzione cristiana di non essere sicuri sotto la maggioranza musulmana. Nacque la fragile democrazia libanese, un piccolo mondo originale tra gli arabi, provato in seguito da tanti dolori. Per altri cristiani ci fu l’illusione della protezione europea. Per i più sicurezza volle dire credere nel nazionalismo arabo: lo fecero gli ortodossi in Siria (cui appartiene Paul Yagizi, vescovo di Aleppo rapito da ignoti con il vescovo siriaco Mar Gregorios). Dal grembo del nazionalismo arabo sono venuti tanti dittatori, a cui i cristiani sono stati per lo più leali considerandoli una protezione dalla maggioranza islamica. Hanno sperato in una laicizzazione dell’Islam; ma è venuto il fondamentalismo. Saddam Hussein, in Iraq, rappresentava una sicurezza per i caldei (cattolici). I cristiani di Siria vedono la fine di Assad come un salto nel buio. I dittatori sono stati una sicurezza per i cristiani, che pur ne conoscevano il doppio gioco. Il potere di Mubarak era dietro al terribile attentato alla chiesa copta d’Alessandria all’inizio del 2011, alimentando la strategia della tensione. È vero che, durante la «primavera» egiziana, musulmani e cristiani chiedevano insieme la libertà. Ma i vescovi erano perplessi: la democrazia non avrebbe portato il dominio della maggioranza (musulmana)? Non è un caso che il patriarca copto Tawadros abbia palesemente appoggiato il colpo di Stato di Abd al-Fattah al-Sisi. Una posizione rischiosa per una minoranza, indice del gran timore per il futuro. In Iraq non si contano gli attentati ai cristiani, facile bersaglio. Non c’è stato un disegno sul loro futuro: restare a Baghdad tra i musulmani o concentrarsi in una regione più cristiana, come la piana di Ninive? Tra le incertezze, i cristiani emigrano. In Iraq ne restano molto meno della metà dell’inizio della guerra a Saddam. All’inizio del Novecento erano il 25% degli iracheni e ora sono l’1%. In Siria erano nel 1960 il 15% e oggi forse il 6%. In Egitto restano tanti, circa il 10%. Ma anche qui il futuro è buio. I Paesi occidentali possono poco; anzi, spesso la loro «protezione» ha creato difficoltà ai cristiani orientali con i governi e l’opinione pubblica. Forse i cristiani del mondo possono di più dei governi: non solo dare solidarietà (che deve crescere), ma elaborare una visione. Questa manca in un periodo in cui sono rare quelle della politica, come si vede dall’incertezza americana sull’Egitto e dall’impotenza europea. Durante la Guerra fredda, di fronte alla grave situazione dei cattolici dell’Est, la Santa Sede fece prima una strenua opposizione, poi, da Giovanni XXIII, praticò il dialogo, che prese il nome di Ostpolitik. Scelte frutto di visioni. Nel mondo arabo è tutt’altra vicenda, ma ci vuole una concentrazione di idee e di relazioni. Forse bisogna riunire i grandi leader delle Chiese cristiane. Anche questo è ecumenismo. Le minoranze cristiane vanno aiutate a non restare ostaggio di situazioni impossibili. L’emigrazione o la ricerca dei dittatori-protettori non possono essere le uniche scelte per i cristiani. Non hanno futuro. In Egitto, al Tayyib, gran imam di Al Azhar (purtroppo in cattivi rapporti con il Vaticano), ha lanciato la riconciliazione nazionale. Ora non facilmente praticabile. Ma questo è lo spazio dei cristiani. Il loro futuro non sarà facile nel mondo arabo. Il XXI secolo conoscerà la fine dei cristiani d’Oriente? Non ce lo auguriamo. Finirebbe una storia bimillenaria. Sarebbe una grande perdita per il mondo arabo-musulmano, perché i cristiani sono un pilastro di pluralismo in quelle società e una garanzia contro il totalitarismo. Riccardi Andrea

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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22 agosto  2013

«Sembravano addormentati». I video dell’orrore dalla Siria. I ribelli accusano il regime di aver attaccato col gas nervino. I gas assassini avrebbero ucciso oltre 1.300 persone (altre fonti calcolano 500) 

«Sembravano addormentati». Raccontano la stessa scena i soccorritori che sono entrati nelle case, hanno buttato giù le porte degli appartamenti, sono scesi nelle cantine dove le famiglie cercavano protezione dai bombardamenti. «Sembravano addormentati, distesi nei letti, immobili. Erano morti». I video diffusi dall’opposizione siriana mostrano i cadaveri di bambini ancora con il pigiama, adulti in mutande e canottiera, allineati davanti a una moschea, nella corsia di un’ospedale. Nei filmati i medici cercano di rianimare con le mascherine per l’ossigeno chi è arrivato vivo, le vittime sbavano dalla bocca, hanno gli occhi arrossati. I ribelli accusano il regime di Bashar al-Assad di aver bombardato nella notte tra martedì e mercoledì alcuni quartieri a est della capitale, di aver riempito gli obici sparati dall’artiglieria con agenti chimici, gas assassini che avrebbero ucciso oltre 1300 persone (altre fonti calcolano 500). I portavoce del governo negano, un ufficiale dell’esercito appare alla televisione di Stato per smentire l’uso di armi non convenzionali, un funzionario denuncia il complotto delle emittenti Al Jazira e Al Arabiya (di proprietà del Qatar e dell’Arabia Saudita, avversari di Assad): «Diffondono menzogne per influenzare la squadra investigativa delle Nazioni Unite». I quattordici esperti sono a Damasco da quattro giorni. Aspettano di poter raggiungere le zone dove il regime e i ribelli si sono accusati a vicenda in passato di aver usato armi chimiche, come il villaggio di Khan al-Assal nel nord della Siria verso Aleppo. Adesso vorrebbero visitare Ein Tarma, Zamalka, Irbin (a est della capitale) e Moadamyah (a ovest), i quartieri periferici che sarebbero stati bombardati ieri con i gas. «Per poter intervenire in questo nuovo caso, spiega lo svedese Ake Sellstrom, alla guida del gruppo, uno Stato membro dell’Onu deve presentare una richiesta formale». Sellstrom precisa che il mandato della missione è scoprire se siano state usate armi chimiche, non chi le abbia lanciate. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato convocato d’urgenza, il segretario generale Ban ki-Moon si dice «scioccato» dalle notizie che arrivano sulla strage, restano le divisioni nella comunità internazionale che hanno permesso ad Assad di essere ancora al potere dopo quasi due anni e mezzo di conflitto con oltre centomila morti. La Russia (alleata del regime) chiede come tutti un’inchiesta ma perché è convinta che l’opposizione abbia manipolato le immagini e parla di «provocazione». Emma Bonino, ministro degli Esteri italiano, vuole «un’immediata verifica da parte degli ispettori presenti nel Paese». Il francese Laurent Fabius è sicuro: «Cè stata una strage che ha provocato centinaia di vittime, non è ancora dimostrato il bombardamento massiccio con gas nervini. Se verrà provato, si tratterà non solo di un massacro ma di un’atrocità senza precedenti». La Casa Bianca condanna l’attacco e subito sottolinea «di voler lavorare per raccogliere ulteriori informazioni». L’uso di armi chimiche è la linea rossa fissata dal presidente Barack Obama per un eventuale intervento militare in Siria. Opzione che gli Stati Uniti considerano molto improbabile, come ha ammesso il capo dello Stato maggiore congiunto. L’amministrazione Obama, ha scritto il generale Martin Dempsey in una lettera di risposta a un deputato del Congresso, si oppone a un’azione anche limitata perché è convinta che i ribelli, se dovessero sconfiggere il regime e andare al potere, non sosterrebbero gli interessi americani. Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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22 agosto  2013

Così il regime ha costruito quell’arsenale Un arsenale di morte costruito con l’aiuto straniero. Sarebbero 5 o 6, secondo l’intelligence americana, i laboratori siriani dove i gas vengono prodotti 

Un programma di ricerche iniziato con l’aiuto di Paesi alleati ed occidentali, poi lo sviluppo di un proprio arsenale attraverso una mezza dozzina di impianti sparsi sul territorio. I siriani hanno lanciato il piano per dotarsi di armi chimiche negli anni 70 grazie all’assistenza dell’Egitto che, a sua volta, aveva ricevuto il sostegno dell’Urss. Successivamente Damasco ha ampliato la rete di cooperazione e ha avuto l’assistenza, ben pagata, di numerosi Stati. Corea del Nord, Germania, Francia e Iran hanno passato la tecnologia indispensabile a perfezionare gli apparati. Acquisti gestiti da un ufficio approvvigionamenti mascherato da centro scientifico con punti d’appoggio anche in Europa occidentale. Fondamentale, secondo l’analisi Usa, l’appoggio di Teheran. I pasdaran e i volontari hanno sperimentato sulla loro pelle gli attacchi non convenzionali iracheni durante il lungo conflitto (1980-88). Perdite pesanti che li hanno spinti ad ampliare i loro depositi militari per rispondere con la stessa carta. E, in seguito, a passare la conoscenza all’alleato siriano. I dittatori della regione, poi, hanno imparato la tattica di Saddam Hussein. Per piegare gli oppositori, in particolare i curdi, il raìs di Bagdad non ha esitato a colpirli con i gas. Uno sterminio sistematico, con migliaia di vittime, nella cornice nera dell’Operazione Anfal. Una pagina terribile testimoniata dal massacro di Hallabja, con bimbi e donne portate via dalla morte invisibile nel marzo 1988. Un esempio di come si possano punire, su larga scala, gli avversari del potere. Gli Assad, prima il padre Hafiz e poi il figlio Bashar, hanno a loro volta costruito l’arsenale avendo in mente due esigenze. La prima strategica. Non potendo sostenere il confronto tradizionale con il nemico Israele, i siriani hanno deciso di dotarsi di gas letali, tra i quali il nervino. Mezzi da usare in caso di uno scontro totale. La seconda esigenza, emersa solo in seguito e con l’acutizzarsi della rivolta, è invece legata alla sopravvivenza stessa del regime. Se gli insorti dovessero avanzare in modo minaccioso, il clan alawita vuole essere in grado di fermarli, spazzando via tanto i militanti che la popolazione ostile. Le analisi dell’intelligence americana sostengono che la Siria può contare su 5-6 impianti dove sono messi a punto i «veleni», laboratori presenti nel nord e nella zona della capitale. Homs, Al Safira, Latakia, Hama, Palmyra e Damasco sono tra i siti indicati dallo spionaggio statunitense come luoghi dove sono «studiati» i gas. Quanto ai vettori per lanciarle, i siriani possono usare vecchie bombe, missili terra-terra Scud e razzi Grad, poco precisi ma facili da produrre. Il controllo è affidato a unità scelte della Guardia repubblicana e composte esclusivamente da uomini della comunità alawita, la stessa del presidente. Di solito, le cariche chimiche sono tenute separate dagli ordigni e solo in caso di necessità, sono assemblate insieme. Un passo che può essere intercettato dall’intelligence Usa e israeliana, entrambe vigili sulle mosse siriane. Al punto che il Pentagono, insieme a Francia e Gran Bretagna, ha elaborato piani di intervento per mettere in sicurezza i depositi. Operazione rischiosa che comporterebbe l’intervento di migliaia di uomini. Gerusalemme ha invece svolto esercitazioni ad hoc e condotto un intenso monitoraggio degli impianti siriani. La paura è che Damasco non solo usi i gas ma che li possa trasferire agli amici Hezbollah. Una grana in più per una regione ormai in fiamme.  Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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23 agosto  2013

I piani del generale Dempsey: cinque opzioni (tutte costose). Un miliardo al mese La creazione di una zona di «non sorvolo» costerebbe all?America un miliardo al mese per almeno dodici mesi 

La lettera di tre pagine è datata 19 luglio. Martin Dempsey, il capo dello Stato maggiore congiunto, risponde al senatore democratico Carl Levin che gli ha chiesto di delineare le opzioni militari per un intervento in Siria.

Il generale illustra cinque scenari e per ognuno calcola i costi economici. La contabilità in dollari gli permette di mettere in evidenza i costi strategici, «le conseguenze inaspettate delle nostre azioni»: «Negli ultimi dieci anni abbiamo imparato che non si può alterare l’equilibrio delle forze in campo senza tenere in considerazione come preservare uno Stato funzionante». E’ la lezione dell’Iraq. Dempsey ipotizza per primo uno scenario limitato: consiglieri che addestrano i ribelli, passano loro informazioni di intelligence, li aiutano a coordinare gli attacchi (costo: 500 milioni di dollari l’anno). E’ quello che le forze speciali americane starebbero già facendo dalla base bunker appena inaugurata ad Amman. E’ un quartier generale avanzato del Centcom, pensato non solo per il caos siriano. Secondo il sito israeliano Debka, talvolta ben informato, da qui si muoverebbero i 3.000 ribelli preparati a creare una zona cuscinetto a sud, dal confine giordano fino alla capitale Damasco. Degli altri possibili piani, Dempsey enfatizza i costi in crescita: dai bombardamenti limitati di caserme e difese antiaeree del regime (svariati miliardi di dollari) all’imposizione di una “no-fly zone” (un miliardo di dollari al mese per almeno un anno). E’ l’ipotesi sostenuta dal senatore repubblicano John McCain, che da mesi pungola il presidente Barack Obama: «Non c’è bisogno di soldati sul terreno, gli israeliani hanno dimostrato con i loro raid che i cieli siriani sono penetrabili». Dempsey precisa e come lui ne sono convinti gli esperti militari che la “no fly-zone” non vuole dire zero truppe in Siria: potrebbero diventare necessarie, anche solo per recuperare un pilota di jet che si sia paracadutato dopo essere stato colpito. Nelle mappe preparate dal generale anche la creazione di aree protette al confine con la Turchia o la Giordania non prevede la presenza di truppe americane dentro il Paese: «Bisognerebbe comunque dispiegare migliaia di soldati per sostenere i ribelli che agiscono contro il regime. Il rischio è che queste zone diventino anche una base sicura per gli estremisti, da dove lanciare i loro attacchi». Il numero dei militari da usare (questa volta in Siria e non solo le forze speciali) cresce ancora di più per il piano che prevede la distruzione o la conquista dei depositi di armi chimiche. L’uso di agenti tossici è la linea rossa fissata da Obama per l’intervento militare. La Casa Bianca, dopo i video diffusi mercoledì dall’opposizione che mostrano le vittime di un presunto bombardamento con i gas da parte del regime, ripete di voler aspettare prove concrete. Dempsey avverte che l’operazione, la più rischiosa e la più costosa, non garantirebbe il controllo di tutti gli armamenti non convenzionali. Il generale ricorda che la decisione di intervenire è politica e in un’altra lettera di pochi giorni fa (al deputato democratico Eliot Engel) spiega e giustifica quanto poco il presidente abbia voglia di prenderla: l’amministrazione, scrive, si oppone a un’azione anche limitata perché è convinta che i ribelli, se dovessero sconfiggere Bashar Assad e andare al potere, non sosterrebbero gli interessi americani. Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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23 agosto  2013

Siria, Parigi invoca una «risposta forte». Obama chiede all’Intelligence di verificare subito l’eventuale attacco chimico

Se le accuse al governo siriano sull’attacco con armi chimiche alla periferia di Damasco risulteranno fondate, dovremo «rispondere con forza»: le parole del ministro degli Esteri francese Laurent Fabius aprono una giornata di reazioni e interrogativi sulle effettive possibilità di fermare il massacro siriano. E la comunità internazionale torna a dividersi in schieramenti da Guerra fredda che si affrontano a colpi di dichiarazioni sempre più forti in uno scenario di fatto bloccato. Del tutto escluso l’invio di truppe sul terreno, precisa Fabius senza fornire dettagli sulle possibili alternative. Le cancellerie europee invocano un’inchiesta urgente sul presunto uso di gas nervino. Secondo l’opposizione siriana oltre mille persone sono state uccise nel sonno. Dopo il nulla di fatto della riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza di mercoledì notte, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto al presidente Bashar Assad di dare l’immediato via libera alle verifiche degli osservatori Onu, in queste ore a Damasco per condurre indagini su passate violenze. «Siamo a sette chilometri dalla delegazione, cinque minuti di macchina» incalzano gli attivisti a Damasco. Un attacco con gas da parte delle forze siriane potrebbe configurarsi come una violazione del principio sancito dall’Onu della «Responsabilità di proteggere» già evocato in Libia: ogni Stato ha la responsabilità, non solo il diritto, di proteggere la popolazione da crimini di guerra e contro l’umanità. L’Europa osserva. Le ipotesi d’intervento vanno dalla creazione di una no-fly zone agli attacchi aerei al sostegno militare ai ribelli. Prospettive impraticabili senza il supporto americano. Secondo il quotidiano francese Le Figaro gli Usa puntano sull’addestramento di forze anti Assad in Giordania e sarebbero dietro un’offensiva dell’Esercito Libero Siriano partita a metà agosto: la strage di mercoledì notte sarebbe la reazione del regime. L’uso di armi non convenzionali era «la linea rossa» evocata dal presidente Barack Obama come spartiacque tra il tempo della condanna e quello dell’azione. «Uso probabile», ha detto ieri il francese François Hollande rompendo gli indugi. L’indignazione sollevata dai nuovi video sottopone Obama a pesanti pressioni. Il senatore repubblicano John McCain gli ha contestato «un atteggiamento passivo» che autorizza Assad a sterminare il suo popolo. In serata la nota del Dipartimento di Stato: «Se gli attacchi fossero veri rappresenterebbero un’evidente escalation. Crediamo che i ribelli siriani non abbiano la capacità di usare armi chimiche, il presidente Obama ha chiesto all’Intelligence di indagare». Il segretario di Stato John Kerry ha avviato consultazioni da Doha a Bruxelles. Gran Bretagna e Germania chiedono misure urgenti ma condizionate ad una verifica indipendente dei fatti, Turchia e Israele vogliono accelerare. Per Ankara «la linea rossa è stata oltrepassata da tempo» mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ricorda le mire nucleari di Teheran: «La Siria è il terreno di prova dell’Iran, che guarda attentamente se e come il mondo risponderà». Assad, spalleggiato da Russia e Cina, respinge le accuse e denuncia una guerra mediatica. Natale Maria Serena

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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26 agosto  2013

Così il regime risponderà alla mossa obbligata di Obama. L’America e gli alleati. Gli Usa costretti ad agire dal ruolo che ricoprono: al loro fianco, gli alleati di sempre: Gran Bretagna, Francia, Turchia. Damasco non ha i mezzi per competere. Ma può colpire, grazie agli alleati, con attentati da Beirut a Tel Aviv 

Nel risiko mediorientale, violento e brutale come non mai, le pedine sono pronte. Con alcuni giocatori decisi e altri dubbiosi, a cominciare dagli Usa, ma costretti ad agire. Per salvare la faccia e ristabilire un minimo di credibilità in un’arena dove, piaccia o meno, la forza conta. Anche se vale sempre la regola che sai come inizi una «crisi» ma poi non ne conosci la fine. Vediamo, srotolando la mappa, come sono posizionati i protagonisti del confronto. Barack Obama ha deciso per un’azione, magari limitata, in Siria. Non ne ha alcuna voglia, così come gli americani che non capiscono che bisogno ci sia di un’altra guerra. Però deve farlo, condizionato dal suo impegno a reagire nel caso fossero state usate armi chimiche e costretto dal ruolo che comunque l’America è obbligata ad assumere. Situazione sgradevole: se non interviene è debole, se lo fa compie un’ingerenza. Al fianco degli Usa gli alleati di sempre. La Francia, interventista di natura. La Gran Bretagna, compagna di ogni avventura militare statunitense. Lontana, invece, la Germania. Ha peso economico ma non bellico e poi le considerazioni elettorali contano più di ogni altra cosa. In guardia i partner regionali di Washington. Israele non si oppone certo ai raid, sa che potrebbe subire qualche ritorsione, però è consapevole che in questa cornice può agire, quasi indisturbato, in Siria. Per eliminare nemici, missili e tutto ciò che considera una minaccia. Una libertà di movimento impensabile fino ad un anno fa. E’ una valutazione nel breve-medio termine, per il futuro si vedrà. Inquieta e timorosa la Giordania, vaso debole che rischia il contagio più di ogni altro. Poi la Turchia che ha per forza un ruolo e sfrutterà un’eventuale operazione militare per cercare di ampliare la sua influenza nel nord della Siria, area per nulla stabile. Contenti e più spregiudicati i signori del Golfo, bancomat della rivolta siriana e uomini dalle tante ambizioni, da sempre a favore di una spallata per scuotere Assad. E arriviamo all’attore principale. Pescando dal libro dei ricordi, il raìs siriano ha imitato Saddam ed ha aperto le porte agli ispettori Onu affinché indaghino sull’uso dei gas. Mossa tardiva, gli hanno rinfacciato gli americani. Mossa comunque dilatoria, tipica dei regimi mediorientali e che risponde anche alle manovre di sponda messe in atto da Iran e Russia, gli unici amici del dittatore. Mosca spera di guadagnarci qualcosa, convinta che Washington scivolerà nel pantano. Guardinga Teheran che, pensando ai propri affari, si inquieta quando volano caccia e cruise. Il «giovane» Bashar probabilmente è rassegnato al colpo e si starà chiedendo quanto ampio sarà il danno al suo apparato militare già debilitato. Poi il secondo pensiero: come reagire. Aveva minacciato sfracelli dopo aver subito gli attacchi israeliani e non ha fatto nulla. Del resto poteva fare poco sul piano convenzionale. Non ha i mezzi per poter competere in un confronto diretto. Dispone però di altri sistemi, un’eredità lasciatagli dal padre Hafìz, astuto come la volpe, scaltro come un lupo. E questi sistemi sono quelli che puntano alla strategia del caos appaltata a servizi, terroristi e guerriglieri. Assad è consapevole che Obama, insieme agli europei, ha paura che l’incendio siriano continui ad allargarsi. Se fino a oggi non c’è stato un intervento massiccio è proprio per il timore delle conseguenze regionali. Solo che a forza di aspettare il rogo si è alimentato quasi da solo. Le mille faide, politiche, etniche, religiose hanno fatto da combustibile naturale. È dunque legittimo attendersi attentati, esplosioni non rivendicate o stragi firmate da gruppi sconosciuti. A Beirut, ad Amman, magari a Tel Aviv o nelle città turche. Quando gli iraniani parlano di «pesanti conseguenze» pensano anche a quello. Per Damasco la minaccia di ampliare i confini del conflitto è sempre stata la soluzione migliore. Perché distrae l’attenzione dal dossier siriano, fa parlare di altro, costringe l’intelligence ad inseguire altre minacce, induce alla prudenza. Il ciclo di attacchi e vendette incrociate che ha appena insanguinato il Libano è lo schema consolidato. E che può essere riprodotto intrecciando le trame siriane a quelle dei tanti movimenti che agiscono in Medio Oriente. La crisi ne ha creato di nuovi e ha riattivato quelli vecchi. Professionisti dell’intrigo, manipolabili, capaci di nascondersi dietro ad altri, utili quando si vuole destabilizzare. Non c’è bisogno di molto. Bastano delle autobombe. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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27 agosto  2013

Israele e l’ombra dell’Iran. La Siria può essere l’anticamera di un conflitto più drammatico 

Anni fa, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak descrisse Israele,  in un linguaggio politicamente scorretto, come una «villa» circondata dalla «giungla» (araba). Gli ultimi due anni non hanno fatto altro che confermare l’accuratezza di tale definizione, in un mondo arabo dove non si scorge neppure l’ombra di democrazia, tolleranza e liberalizzazione, ma appare, anzi, sempre più lacerato da sanguinose rivolte, guerre civili, controrivoluzioni e repressione. Due anni dopo l’avvio della cosiddetta Primavera araba, la posizione di Israele nella regione è diventata, paradossalmente, molto più forte e molto più precaria. In qualche modo la Siria, precipitata in una spaventosa guerra civile, funge al contempo da protagonista e da cartina di tornasole e tutto dipenderà, nelle prossime settimane, se i Paesi confinanti, Libano, Israele e Giordania in primis, verranno risucchiati nel vortice delle sue turbolenze interne. La Primavera araba ha cancellato completamente la minaccia strategica convenzionale contro Israele rappresentata dagli eserciti di Siria, Egitto e Iraq. Questi eserciti, i più grandi del mondo arabo, sono stati a tutti gli effetti neutralizzati. L’esercito siriano, con le sue sterminate schiere di carri armati, artiglieria, missili e armi chimiche, è impegnato nella guerra civile contro la maggioranza sunnita della popolazione e le sue milizie, in un conflitto di cui non si prevede né la fine né il vincitore. L’esercito iracheno, rimesso in piedi alla meglio dagli americani durante il decennio di occupazione del Paese, è alle prese con la mini guerra civile che oppone sunniti a sciiti e non è in grado di partecipare a breve termine a un’aggressione contro Israele (gli strateghi israeliani non dimenticano che l’Iraq inviò grossi contingenti di soldati per combattere nelle guerre arabo-israeliane del 1948, 1967 e 1973). E infine l’esercito egiziano oggi deve tenere a bada le turbolenze della rivoluzione, con una mini ribellione di jihadisti nella penisola del Sinai, sul confine con Israele e la minaccia di una ben più grave insurrezione di tipo guerriglia/terrorismo all’interno stesso del Paese da parte dei Fratelli musulmani. Al quadro si può aggiungere che il Libano, con la propria spaccatura tra sciiti e sunniti, si avvia anch’esso a una guerra civile, come conseguenza degli scontri settari in atto in Siria. I crescenti sollevamenti in Libano, ricordiamo le autobombe a sud di Beirut (zona sciita) e a Tripoli (zona sunnita) nelle ultime due settimane, sono alimentati dalla partecipazione attiva del governo nel conflitto siriano da parte sia delle forze armate che di Hezbollah, il principale partito sciita che opera come uno stato indipendente entro i confini del Libano. Per di più, l’intervento di Hezbollah, alcuni analisti affermano che quasi la metà delle sue truppe sono oggi operative in Siria, ha indebolito tremendamente la posizione del Libano nei confronti di Israele. Nel frattempo, l’altro Paese confinante, la Giordania, è allo stremo per l’afflusso incessante di centinaia di migliaia di profughi che fuggono dai combattimenti in Siria, mentre il suo partito dei Fratelli musulmani ha perso gran parte della sua bellicosità anti israeliana per la repressione di cui è stata oggetto la sua organizzazione parallela in Egitto. Lo stesso dicasi, fino a un certo punto, per la filiale palestinese dei Fratelli musulmani, ovvero Hamas, che controlla la Striscia di Gaza. Tuttavia, lo scompaginamento di Stati e governi e l’indebolimento degli eserciti attorno a Israele hanno creato non pochi vuoti di potere e portato a un travaso di violenze lungo il confine con Libano, Siria ed Egitto. La scorsa settimana alcuni terroristi, o forse jihadisti sunniti che miravano a provocare ostilità tra Israele ed Hezbollah come mezzo per scalzare il governo di Assad in Siria, hanno scagliato una salva di missili Katyusha nel nord di Israele. L’assenza di truppe di Hezbollah, impegnate in Siria, ha probabilmente facilitato il compito ai jihadisti sunniti di allestire l’operazione dal sud del Libano, normalmente sotto il controllo di Hezbollah. Allo stesso tempo, come è spesso capitato nell’ultimo anno, colpi di mortaio lanciati dalla Siria hanno colpito le Alture del Golan, in territorio israeliano, mentre decine di civili e militari feriti nella guerra civile siriana sono arrivati in Israele per essere curati (gratuitamente) negli ospedali israeliani. Israele teme che la guerra civile possa causare ben più gravi ripercussioni, come un attacco diretto siriano contro Israele per sviare l’attenzione dalle operazioni del governo contro la sua stessa popolazione, oppure l’invio di armi sofisticate dalla Siria verso Hezbollah in Libano (postazioni antiaeree oppure sistemi missilistici terra-navi). Durante l’ultimo anno l’aviazione israeliana ha colpito ripetutamente convogli militari in territorio siriano che trasportavano questi missili, che si presumeva fossero destinati a Hezbollah. I siriani, fino ad oggi, hanno rinunciato a rappresaglie contro Israele, temendo un attacco aereo a tutto campo sulle proprie basi aeree e altri siti strategici, che potrebbe indebolire il regime di Assad e spianare la strada a una vittoria delle opposizioni nella guerra civile. La recente minaccia americana di attaccare la Siria per l’uso di armi chimiche o per colpire le basi missilistiche terra-terra, in reazione al presunto impiego di gas nervino, rischia anch’essa di trascinare Israele nel conflitto. I siriani, incapaci o non disposti a reagire al fuoco degli Stati Uniti, potrebbero scegliere di contrattaccare prendendo di mira bersagli israeliani. Come se i problemi a nord di Israele non fossero sufficienti, il confine sud del Paese, il più tranquillo dopo la firma del trattato di pace tra Egitto e Israele nel 1979, di recente si è ritrovato coinvolto nel conflitto come risultato della Primavera araba. La caduta di Mubarak e la successiva ascesa al Cairo del presidente Morsi, a capo del governo dei Fratelli musulmani, ha portato al rafforzamento del controllo islamista di grosse aree della penisola del Sinai e all’avvio delle operazioni dei jihadisti sia contro le forze egiziane nel Sinai che contro Israele. Un paio di settimane fa, alcuni missili lanciati dal Sinai hanno colpito il porto e centro balneare di Eilat, provocando un attacco israeliano all?interno del Sinai (in violazione della sovranità egiziana), per colpire un contingente missilistico jihadista. Se l’esercito egiziano, già pesantemente impegnato a controllare le strade delle città, si dimostra incapace di ostacolare le operazioni islamiste nel Sinai, Israele potrebbe sentirsi autorizzato a intervenire. Le aggressioni islamiste oltre confine rischiano perciò di invischiare Egitto e Israele in ostilità imbarazzanti. Ma la preoccupazione principale di Israele resta il nord, a motivo dell’alleanza tra Hezbollah, il regime di Assad e l’Iran islamista. Gli iraniani sciiti stanno facendo il possibile per puntellare Assad e vincere la guerra civile contro i ribelli sunniti, inviando persino contingenti delle guardie rivoluzionarie iraniane, che combattono a fianco dell’esercito di Assad. Quello che l’Iran (e pertanto anche Hezbollah, armato e finanziato dall’Iran) farà in reazione a un attacco americano contro Assad, o a future operazioni israeliane in Siria, è solo ipotizzabile. Sullo sfondo di questa drammatica situazione si profila per di più la minaccia nucleare dell’Iran, che sarà in grado di disporre di armi atomiche nel 2014, secondo le stime dei servizi di intelligence occidentali, se il loro programma nucleare non verrà fermato per tempo. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è convinto che le armi nucleari nelle mani degli ayatollah rappresentano una minaccia esistenziale allo Stato di Israele e ha giurato di inviare l’aviazione israeliana a bombardare i siti nucleari iraniani se le sanzioni internazionali o l’intervento americano non avranno effetto. La Primavera araba sembra aver distolto l’attenzione occidentale dalla minaccia iraniana che cresce di giorno in giorno con il progressivo accumulo di uranio arricchito. Lo scontro tra Israele e Hezbollah, oppure tra Israele e la Siria, rischia di trasformarsi nel semplice anticipo  o nella causa scatenante indiretta di un ben più vasto conflitto tra Israele e l’Iran.(Traduzione di Rita Baldassare )Morris Benny

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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27 agosto  2013

Sunniti-sciiti, se la regione si infiamma 

I venti di guerra che soffiano sulla Siria sembrano ad un tratto spazzar via mesi di titubanze e di indecisioni. La situazione è in realtà complessa e un intervento armato rischia di complicare la già intricata situazione sul campo. Un intervento in Siria non potrà infatti che avere conseguenze dall’Iran alla Turchia, passando per le aree di crisi. Il Vicino Oriente è attraversato da crisi tra loro diverse per origine e per storia. Toccano nazioni che sono mosaici di etnie e confessioni religiose diverse. I conflitti stanno però sempre più prendendo i connotati di uno scontro tutto interno all’Islam, tra sunniti e sciiti. Le potenze islamiche come Turchia, regni del Golfo Persico e Iran sostengono gli uni o gli altri, trascinando Iraq, Siria e Libano in una spirale di violenza e instabilità di cui non si vede la fine. Le autobombe di Beirut della scorsa settimana dimostrano come anche questo paese è ormai trascinato a forza nella crisi siriana e che anche qui il jihadismo sunnita ha lanciato la sua offensiva contro gli Hezbollah sciiti. Un possibile intervento militare può tuttavia avere la capacità di cambiare gli equilibri in campo, spingendo gli Stati Uniti e i loro alleati a prendere una chiara posizione a favore dei sunniti e in chiave anti-sciita e anti-iraniana. L’eventuale bombardamento delle posizioni governative siriane, in fase di controffensiva contro la coalizione di opposizione, avrà senza dubbio la forza di ribaltare la situazione, ma potrebbe aprire una fase di incognite ancora più difficili da districare. Hezbollah, in Libano e in Siria dove combatte a fianco di Assad, difficilmente rinuncerà a una reazione. Il fragile equilibrio iracheno rischia di saltare, sotto la spinta ulteriore del jihadismo sunnita che insanguina i centri cittadini più importanti e Baghdad. Infine, in Siria, rischia di aprire la strada alle componenti jihadiste più forti che hanno in mano la ribellione. Un bombardamento, senza un’occupazione militare, proprio come in Libia, rischia di lasciar loro campo libero. L’eventuale intervento Usa segnerebbe però anche un ribaltamento completo della politica «islamica» degli Stati Uniti. Dopo la crociata di Bush, che fu conseguenza dell’11 settembre, le parole al Cairo di Obama e soprattutto il fatto di accettare le vittorie elettorali della Fratellanza musulmana a Tunisi, Tripoli e il Cairo avevano già evidenziato un atteggiamento diverso. In questo caso si tratterebbe però di un passo ulteriore. Vorrebbe dire appoggiare le forze sunnite in Siria, in chiave anti-sciita, anche a rischio di aprire la strada al jihadismo sunnita. È una partita rischiosa. Potrebbe risolvere in un modo o nell’altro la guerra civile siriana, ma con un occhio anche sul Libano, ridimensionando Hezbollah. Potrebbe, allo stesso tempo, prevenire ulteriori rischi per Israele e mettere a freno le ambizioni dell’Iran. È una partita più che rischiosa, che vuole forse regolare troppi conti in un colpo solo, senza sporcarsi le mani sul terreno e che rischia di infiammare ancor di più la situazione. Tottoli Roberto

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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27 agosto  2013

«Dall’Iraq alla Libia troppi fallimenti alle nostre spalle». Non basta vincere. Negli interventi umanitari contro i satrapi mediorientali i problemi incominciano dopo la vittoria sul campo

I governi dei quattro Paesi Nato più potenti in Medio Oriente, Stati Uniti, Turchia, Inghilterra e Francia, stanno riflettendo in questi giorni sull’idea di un intervento militare in Siria. Le immagini dei bambini gassati a Guta (un’oasi situata a est di Damasco), che tornano a ciclo continuo sui nostri schermi, hanno già preparato moralmente l’opinione pubblica. Nessuna inchiesta indipendente ha accertato finora a chi attribuire le responsabilità di questo infame eccidio, ma il semplice fatto che persino gli iraniani, alleati fedeli del regime di Bashar al-Assad, abbiano invocato un’ispezione internazionale, indica che è molto improbabile si tratti di una manipolazione da parte dei ribelli. La Francia dovrà fare, in un modo o in un altro, la guerra alla Siria, a fianco dei suoi alleati nella Nato? È questa la domanda scottante della nostra politica estera. Negli interventi «umanitari» di questo tipo, si presentano solitamente tre fasi: l’attacco, la stabilizzazione e la ricostruzione. La prima fase non pone mai grosse difficoltà, per l’evidente superiorità tecnologica degli eserciti occidentali in confronto a quello della satrapia siriana. I problemi cominciano invece con la seconda fase. Una volta deposto o eliminato l’odiato tiranno, occorre rimpiazzarlo con un’altra autorità. Ebbene noi, occidentali, non siamo mai stati capaci di stabilizzare un Paese nelle terre dell’Islam. Non che non ci abbiamo provato. I nostri recenti e costosi interventi militari in Somalia, in Iraq, in Afghanistan e in Libia sono forse riusciti anche in minima parte a ristabilire la pace in quelle regioni? Si direbbe quasi che i valori che noi tentiamo di imporre per mezzo dei nostri interventi « umanitari », democrazia, legalità, tolleranza religiosa, libertà, uguaglianza, fraternità, ecc., non riescano a scavalcare il muro della civiltà musulmana. Che sia, questa, intrinsecamente assai poco disposta ad accogliere i nostri valori o si tratti invece di una nostra innata mancanza di accortezza? Entrambe queste ipotesi, non c’è dubbio. Noi francesi, la Siria, la conosciamo bene. L’abbiamo occupata militarmente dal luglio del 1920 fino all’aprile del 1946. Dietro mandato della Società delle Nazioni, avevamo il compito di inculcare i valori repubblicani a quell’antica provincia ottomana, per prepararla all’indipendenza. Il parlamento da noi messo in piedi e le elezioni da noi organizzate non convinsero però la totalità della popolazione. Ci furono numerose rivolte, da noi soffocate nel sangue. Dal 18 al 20 ottobre del 1925, il governo francese (quello eletto dal «cartello delle sinistre ») ordinò di bombardare Damasco, dove si era propagata l’insurrezione. Precisazione storica: la Francia non fece uso di gas tossici in questa operazione, ma soltanto dei classici obici esplosivi. Il gas mostarda (iprite) venne impiegato dagli inglesi nel Paese vicino, l’Iraq, per reprimere la rivolta delle tribù sciite nel 1921. Fortunatamente per il governo di Londra, all’epoca non esistevano né televisione, né YouTube, né gli smartphone e pertanto nessuno si commosse davanti all’agonia delle famiglie sciite, accasciate sotto le tende. L’ufficiale britannico che ebbe l’idea di far bombardare dall’aviazione i ribelli iracheni si chiamava maggiore Harris. Generale dell’aviazione vent’anni dopo, fu lui a far radere al suolo Dresda la notte dal 13 al 14 febbraio del 1945. Il suo monumento è nel cuore di Londra. Un altro piccolo bombardamento di Damasco per mano delle nostre truppe il 29 maggio del 1945 non servì a rendere le elite siriane più disposte ad accogliere i nostri valori repubblicani e democratici. Dopo la nostra partenza nel 1946, il regime parlamentare da noi instaurato continuò a funzionare per qualche mese, ma ben presto si succedettero diversi colpi di stato militari, fino a quello del novembre 1970, in cui la famiglia Assad si impadronì definitivamente del potere. Il precedente dell’Iraq (in cui è stata distrutta l’unità del Paese ma l’innesto della democrazia non ha mai attecchito) riuscirà a dissuadere i nostri alleati anglo-americani dalla tentazione di cominciare una lunga guerra «umanitaria » in Siria? Ce lo auguriamo. Nel caso in cui vogliano lanciarsi in una simile avventura, speriamo che la Francia non si lasci coinvolgere, se non altro per consacrarsi con maggior fervore al compito di stabilizzare il Sahel, abbandonato alle brigate islamiste dopo la deposizione di Gheddafi, voluta da Parigi. Sembra probabile che l’America voglia intraprendere un attacco missilistico contro gli obiettivi militari del regime siriano, una bacchettata che forse non sarà inutile, se servirà a rilanciare l’idea di una conferenza di pace a Ginevra, alla quale prenderebbero parte anche Iran e Russia, perché anche i più fedeli alleati di Bashar sembrano stanchi della sua brutale repressione. E solo loro sapranno imporre alla famiglia Assad di lasciare il posto ad un governo di transizione. Alla Francia non resta molto da fare, da quando abbiamo scioccamente chiuso la nostra ambasciata a Damasco nel marzo del 2012, dimenticando che la diplomazia serve a parlare non con gli amici, bensì con gli avversari. (Traduzione di Rita Baldassare ) Girard Renaud

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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27 agosto  2013

Regime, ribelli, infiltrati. L’atlante del conflitto. Guardia repubblicana e Hezbollah, curdi e qaedisti di Al Nusra. Chi sono e perché combattono. L’esercito di Assad, il nucleo è la Quarta Divisione, guidata dal fratello del raìs Maher. Obiettivo militare: controllare le città e la strada nord-sud. Il fronte della «resistenza». Gli insorti si dividono tra nazionalisti, islamo-pragmatici, qaedisti. Non hanno un leader, rifornimenti sicuri, training, né visione politica comune

Il conflitto in Siria appare lontano da una svolta, i contendenti, per ora, non hanno la forza per prevalere in modo schiacciante. Le battaglie sono combattute con armi moderne, rimasugli di tanti arsenali e tattiche che a volte ricordano il Medio Evo. I lealisti arroccati nei loro «castelli», in prossimità di città e snodi stradali strategici, chiamati a resistere ad assedi interminabili da parte dei ribelli. Un esempio la conquista della base di Mengh: caduta dopo essere rimasta circondata per circa 9 mesi. L’esercito governativo può condurre solo una grande operazione alla volta ed essendo il territorio ampio ha problemi logistici. Nei casi più complicati si affida alla Guardia Repubblicana e alla IV Divisione, guidata da Maher al-Assad, con rinforzi rappresentati dai miliziani Hezbollah e pasdaran iraniani. Dopo aver perso uomini (attacchi, diserzioni) e molti mezzi, il regime ha riorganizzato le proprie forze. L’obiettivo principale è quello di controllare i principali centri abitati e l’arteria strategica che da sud porta a nord. Per farlo conta su puntate delle unità scelte e su «postazioni di fuoco» che si sostengono una con l’altra grazie al tiro dell’artiglieria, ai bombardamenti con i missili Scud, all’impiego dell’aviazione (elicotteri, caccia) e probabilmente, ai gas. Assad non è in grado di riconquistare l’intero territorio, però tiene e manovra. Nelle zone nemiche usa la tattica della terra bruciata, per svuotarle o provocare dissensi tra la popolazione. Cresciuto anche il ricorso alle milizie. Citiamo i palestinesi di Ahmed Jibril a Damasco, la «Resistenza» di Mihrac Ural (dicono sia stato ucciso di recente), responsabile del massacro di Banya e con connessioni sul territorio turco, i Comitati popolari.

Alcuni analisti attribuiscono ai ribelli il controllo sul 60% della Siria, una presenza però indebolita dalle divisioni, ampliate anche dagli attori esterni che vogliono imporre scelte e obiettivi. Lo prova la nomina di Ahmad Jarba alla guida del Consiglio Nazionale Siriano: era il candidato dei sauditi e ha battuto quello sostenuto dai qatarioti. I due regni sono rivali e pompano denaro/armi alle rispettive fazioni. La «resistenza» è formata da una componente nazionalista, una islamo-pragmatica e da quella qaedista, incarnata da Jabhat al-Nuṣra. Proprio gli estremisti (tra i 7-10 mila) si sono mostrati i più intraprendenti. Sono abili sul piano militare e spesso ricorrono agli uomini-bomba a bordo di enormi veicoli esplosivi. Azioni suicide che piegano la difesa esterna di una postazione aprendo un varco per i mujahedin. Altro dato: disciplinati, cercano di conquistare cuori e menti dei civili preoccupandosi delle esigenze primarie (acqua, pane, servizi basilari). Strategia rallentata da eccidi, esecuzioni e caccia alle minoranze sospettate di essere vicine al potere. A est «lavorano» quelli dell’ISIS, i qaedisti venuti dall’Iraq. Molto interessante l’azione degli insorti nella regione sud. Rispondono agli ordini del Comando Supremo, hanno l’appoggio della Giordania e si dice dei servizi occidentali. L’unità simbolo è la Brigata Liwa Al Islam. Nelle ultime settimane hanno fatto progressi bilanciando rovesci in altri settori. Per prevalere avrebbero bisogno di un vertice unificato, di un’infrastruttura che porti rifornimenti militari consistenti, di un training vero e di una visione politica comune. Quattro condizioni lontane, se non impossibili. I curdi. Come sempre, una storia separata. Il movimento PYD difende la propria autonomia ed è un tenace avversario di chi la mette in discussione. Duri gli scontri con Jabhat al-Nuṣra ma anche con altri reparti ribelli. Il PYD è aiutato dall’organizzazione gemella del PKK (curdi di Turchia) e dai fratelli iracheni. Per questo ha tenuto botta, accrescendo i sospetti della Turchia. Anche se non sono mancate indiscrezioni su una possibile collaborazione. Gli esterni. Sui due fronti, come all’epoca della guerra di Spagna, agiscono molti volontari. Tra i ribelli spiccano i jihadisti provenienti da Nord Africa, Golfo, Cecenia, Europa. Al fianco di Assad ci sono invece i miliziani sciiti libanesi Hezbollah, poi quelli provenienti dall’Iraq (almeno quattro le organizzazioni) e i pasdaran iraniani. Diverse migliaia di uomini bene addestrati che ufficialmente si battono in difesa della propria fede (sunnita, sciita) ma che in realtà partecipano ad un confronto strategico regionale dove le posizioni non sono sempre nette. I sauditi agiscono contro l’Iran e diffidano del Qatar. Teheran è coinvolta nelle operazioni per salvare l’amico, lo è meno Bagdad anche se ha fatto la sua parte favorendo i traffici pro Siria. La Turchia vuol far cadere Assad, cerca di avere delle carte in mano appoggiando alcune delle fazioni ribelli, è punto chiave nel transito di armi. Gioco pericoloso perché questa guerra non conosce confini. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 agosto  2013

«Il Grande Gioco dei sunniti contro l’Iran». Il politologo Roy: Paesi del Golfo e Turchia uniti dall’odio per gli arcinemici sciiti. L’antica rivalità geopolitica tra arabi e persiani si è ormai trasformata in una guerra tra le due grandi fedi dell’Islam

L’opposizione a Bashar al-Assad sembra aver compattato, fatto raro se non inedito, tutti i Paesi arabi nel voler dare al raìs di Damasco una lezione «seria e decisa», come ha dichiarato ieri Riad e ha concordato in sostanza la Lega Araba. Ma per Olivier Roy, politologo francese e tra i maggiori esperti di Islam, docente all’Istituto universitario europeo di Firenze, la realtà è più complessa. E la spaccatura tra sunniti e sciiti di cui tanto si parla nasconde altre divisioni e molti rischi. Eppure, alla vigilia di un probabile attacco a Damasco, i Paesi sunniti sembrano aver trovato un’unità. Politica o religiosa? 

«All’inizio esisteva un’opposizione comune politica all’Iran, considerato il nemico numero uno per la sua volontà di imporsi come grande potenza geostrategica e i suoi appelli alle piazze arabe a rivoltarsi contro i loro regimi, dal Bahrain all’Iraq. Ma la creazione di un asse comprendente sciiti e cripto-sciiti, come gli alauiti in Siria, ha trasformato l’opposizione tra arabi e persiani in una guerra tra fedi dell’Islam, con la nascita di un asse sunnita. Da geopolitica la guerra è diventata religiosa, e tutti gli sciiti sono ora sospettati dai sunniti, anche in Iraq e Bahrein dove non sono particolarmente filo iraniani. Teheran resta l’arcinemico ma il contesto è cambiato».

Da due anni all’asse sunnita si è unita la Turchia, perché?

«La Turchia prima si interessava solo all’Europa ma l’arrivo al potere dell’Akp di Erdogan e il rifiuto dell’Europa ad accoglierla hanno portato Ankara a riposizionarsi sul Medio Oriente. Ha approfittato delle Primavere arabe per sostenere i Fratelli musulmani in vari Paesi sperando in un suo ruolo di leadership nella regione, per ora fallito con la caduta di Morsi. Ma la Turchia è ormai entrata in gioco a fianco degli altri poteri sunniti». Il fronte anti Assad è però diviso.«Infatti, se l’asse formato da Iran, Siria, Hezbollah libanese è solido, quello opposto è estremamente fragile. Turchia e Qatar appoggiano la Fratellanza, combattuta invece dall’Arabia Saudita che a sua volta sostiene i salafiti. I liberali non vogliono né Fratelli né salafiti. L’unico elemento in comune è l’opposizione ad Assad e al suo sponsor, l’Iran. Ma la rivalità per la leadership regionale è forte soprattutto tra Arabia e Turchia». 

In questo nuovo Grande Gioco, a differenza di quello tra russi e inglesi nell’Ottocento, i protagonisti sono i poteri locali. Che ruolo hanno gli occidentali?

«Un ruolo importante, perché è da loro che partirà come pare l’attacco. Ma gli occidentali non hanno una strategia, rispondono colpo su colpo, come è stato in Libia. Nemmeno i russi, contrari a un intervento, hanno una visione precisa. Questo lascerà le decisioni ai poteri e alle forze locali, tra loro divise e con elementi jihadisti. Un fatto rischioso come abbiamo visto in Libia. E con la Siria i pericoli sono maggiori: possono restar coinvolti il Libano, la Giordania, l’Iraq. Teheran potrebbe reagire colpendo i punti deboli dell’asse sunnita, con attentati in quei Paesi e nel Golfo».

Perché allora Obama sembra deciso ad attaccare?

«Non ha scelta. A differenza di Bush, che una strategia pur discutibile l’aveva, Obama in Medio Oriente non ne ha. Ma si è impegnato ad agire se Damasco avesse superato la “linea rossa” delle armi chimiche e ora non può perdere la sua credibilità. Inoltre, se per la Siria poco cambia che i morti siano dovuti ad armi convenzionali o a gas, non reagire dopo l’uso di questi ultimi è impensabile anche per la sicurezza di Israele, che non teme gli attacchi convenzionali ma quelli chimici sì. Tel Aviv per anni ha tollerato Hafiz al-Assad e poi il figlio, nemici noti e prevedibili. Ma ora Bashar agisce al di fuori di ogni logica».

E l’Europa? Il ministro Bonino ha dichiarato che senza copertura Onu l?Italia non agirà ma gli altri governi hanno posizioni diverse.

«Il ministro Bonino ha ragione, in principio. Ma con il veto di Russia e Cina l’Onu non può approvare un’azione. E l’Europa a questo punto non ha scelta: non per seguire una strategia, che non ha, nè in nome degli ideali astratti che spesso invoca come il rispetto dei diritti umani e della democrazia. Ma per restare a fianco dell?alleato Usa». Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 agosto  2013

L’Italia stavolta si chiama fuori: «Niente basi senza l’ok Onu». Sul blog di Grillo insulti a Obama «uomo nero asservito ai bianchi». Emma Bonino ieri in Parlamento ha insistito sulla necessità di cercare una soluzione diplomatica

L’atmosfera è di nuovo cupa, come nei giorni terribili del marzo 2011, alla vigilia dell’intervento militare in Libia. Il ministro Emma Bonino, davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato, ha detto ieri che terrà un «rapporto stretto, ad horas, col Parlamento», per informarlo sugli sviluppi della crisi in Siria. Finora nessuno tra Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, i Paesi già pronti all’attacco, ha chiesto all’Italia l’utilizzo delle sue basi militari. La posizione del nostro governo, però, è chiara: «Senza l’avallo dell’Onu, l’Italia non concederà l’uso delle basi». Sempre ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha avuto un lungo colloquio telefonico con il collega britannico, David Cameron: con l’uso massiccio di armi chimiche in Siria «si è oltrepassato il punto di non ritorno», hanno concordato i due. E il ministro Bonino ieri in Parlamento ha scandito bene le parole: «Si rafforza l’ipotesi, sulla base di informazioni di intelligence che siano state le forze armate siriane a far uso di armi chimiche. E l’uso di armi chimiche è un crimine contro l’umanità. L’Italia, però, non prenderebbe attivamente parte a operazioni decise al di fuori del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Paletto insuperabile: «Senza un mandato del Consiglio di sicurezza non parteciperemo a operazioni militari». «Non c’è soluzione militare al conflitto siriano», ha aggiunto la Bonino, bisogna andare invece nella direzione di una «soluzione politica, che si chiami Ginevra 2 o in un altro modo, un negoziato». Altre strade, piuttosto che le armi, sarebbero percorribili: dal «deferimento dei responsabili dell’uso di armi chimiche alla Corte penale internazionale» fino «all’esilio dei vertici di quel regime». Ma l’Italia, ecco un altro punto fermo, non fornirà neppure armi all’opposizione siriana. «Non è un modo di scaricare le responsabilità», ha chiarito ieri la titolare della Farnesina, «ma un’assunzione di piena responsabilità nei teatri in cui già operiamo». Il riferimento era al Libano, all’Afghanistan e alla Libia, dove l’Italia «è già impegnata al limite e oltre il limite delle sue capacità». Ora i partiti si dividono sulle scelte. Pd e Pdl condividono la posizione del governo: «Unica opzione è la diplomazia, no all’uso delle armi», dice Giacomo Filibeck, presidente del Forum Esteri del Pd. Anche Deborah Bergamini, capogruppo Pdl in Commissione Esteri alla Camera, esprime apprezzamento: «Bene il ministro Bonino». Plaude Sel e pure il leghista Roberto Calderoli: «Al nostro Paese è bastato un Kosovo …». Contro la linea interventista degli Stati Uniti si schierano invece le opposizioni: «Non decide uno da Washington», ironizza il leader de La Destra, Francesco Storace. E il giornalista Mario Albanesi, sul blog del leader del M5S Beppe Grillo, attacca il presidente Obama («Premio Nobel per la Pace ? ridicolo! questo nero ben felice di servire l’uomo bianco»). Infine, Flavio Lotti, portavoce della Tavola per la Pace e tra i promotori, insieme a don Ciotti, Savino Pezzotta e altri, dell’appello («Sveglia!») alla mobilitazione contro l’intervento in Siria, fa autocritica: «I costruttori di pace oggi hanno perso la loro capacità di mobilitare persone. Non siamo più nel 2003 (la guerra in Iraq, ndr ). La crisi economica ha eliminato il mondo dall’agenda di tante persone». Caccia Fabrizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 agosto  2013

Conto alla rovescia per l’attacco. Francia al fianco di Usa e Gb. Washington sta ancora «valutando tutte le opzioni». Domani convocata riunione d’urgenza della Nato. I Paesi del Golfo spingono decisamente per un intervento. Anche il vicino turco sembra pronto a partecipare a un’azione armata.  Mosca e Teheran continuano a mettere in guardia il mondo circa le conseguenze catastrofiche di un raid sulla sicurezza della regione

Gran Bretagna. Il premier David Cameron resta al fianco degli Usa e parla con lo stesso linguaggio. «Non possiamo restare a guardare», ha affermato, ma si deve evitare di aprire un nuovo conflitto. Per questo Londra chiede un’azione «limitata e proporzionata» alla violazione compiuta dalla Siria. Nel «programma» non c’è l’intenzione di rovesciare Assad. Domani, il premier ha convocato i deputati facendoli tornare in anticipo dalle vacanze e spiegherà le future mosse. Francia. I francesi mantengono alti i toni contro Assad. L’attacco con i gas non può restare senza risposta, serve una punizione per chi ha compiuto i massacri. Questo il messaggio chiaro del presidente Hollande che ha ribadito la volontà di Parigi di non venir meno ai suoi doveri. Una posizione che ricorda quella dell’intervento in Libia per abbattere Gheddafi. Danimarca. Il capo del governo danese Helle Thorning-Schmidt, dopo aver ricevuto informazioni dettagliate da parte degli Usa, ha schierato il suo Paese in modo chiaro. «Siamo pronti a fare la nostra parte nel caso che l’Onu non trovi soluzioni alternative», ha spiegato sollecitando il Palazzo di Vetro a prendere l’iniziativa. Turchia. «È un crimine contro l’umanità, dobbiamo reagire», con queste parole i dirigenti turchi hanno rinnovato l’impegno ad agire contro Assad. «Ciò che occorre sia fatto, va fatto. È chiaro che adesso la comunità internazionale si trova di fronte a un test», ha sottolineato il capo della diplomazia Davutoglu. Ankara sembra dunque pronta a partecipare ad una eventuale azione. Gelosi, in concorrenza tra loro i paesi del Golfo spingono per l’intervento. I sauditi hanno auspicato una mossa «seria e decisa». Interventista anche il Qatar, più ambigui altri Paesi della regione. Significativo il pronunciamento della Lega Araba che amplia la copertura diplomatica per gli Usa: in una dichiarazione ufficiale è stato lanciato un atto di accusa contro Assad. Mosca continua a mettere in guardia sulle conseguenze catastrofiche di un eventuale raid e sul fatto che gli americani hanno deciso di lasciar fuori le Nazioni Unite. Ad aggiungere irritazione la mossa americana di cancellare un incontro previsto per oggi all’Aja dove Russia e Usa dovevano parlare proprio di Siria. Intanto il Cremlino pensa ai suoi cittadini nel Paese arabo. Un aereo ha raggiunto ieri Latakia dove ha scaricato aiuti umanitari e imbarcato un centinaio di russi. Tuona ancora l’Iran. Un’azione statunitense avrebbe «un effetto destabilizzante per l’intera regione, dicono da Teheran e rappresenterebbe una minaccia alla sicurezza». I mullah seguono con grande attenzione le sorti dell’amico Assad e studiano. Magari temono che un giorno possa toccare all’Iran, sotto accusa per le ricerche nucleari. Al solito gli eredi di Khomeini hanno ventilato l’ipotesi di conseguenze per Israele. Le minacce (velate) nei confronti dello Stato ebraico hanno portato ad una dura reazione del premier Netanyahu. «Se saremo colpiti reagiremo e lo faremo con forza». Israele è felice di vedere Assad nei guai, però teme che il conflitto civile finisca per favorire i jihadisti. In passato ha anche sferrato alcuni attacchi in Siria per distruggere armi destinate probabilmente agli Hezbollah libanesi. Nazioni Unite. C’è chi le invoca e chi le ignora. Rimaste nel mezzo della crisi, le Nazioni Unite provano a uscirne fuori. I suoi ispettori sono ancora a Damasco e ieri non hanno potuto eseguire le previste ricognizioni nelle zone colpite dai gas. Secondo la versione del regime lo stop è da imputare alle beghe tra i ribelli che hanno impedito l’accesso all’area. Dal Palazzo di Vetro si è fatto vivo il portavoce Farhan Haq che ha polemizzato con gli Usa: se hanno prove sull’utilizzo dei gas le forniscano ai nostri funzionari. L’impegno dell’Onu, ha poi aggiunto, resta per una soluzione politica. Il problema è che i primi ad accettare l’invito devono essere i contendenti. E fino ad oggi hanno dimostrato di non averne alcuna intenzione. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 agosto  2013

Il presidente riluttante e la sindrome Srebrenica

La strage con i gas, il pressing delle due «dure» del team: Obama costretto a intervenire. I sostenitori di un attacco militare americano in Siria per non lasciare impunito l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad sostengono che anche per il recalcitrante Barack Obama è arrivato il «Srebrenica moment»: la strage di ottomila civili bosniaci trucidati dai serbi che nel 1995 convinse Bill Clinton ad accantonare le sue riserve e a dare via libera all’intervento Usa nel conflitto balcanico. In realtà 18 anni dopo la tragedia della ex-Jugoslavia, il presidente che nel 2009 iniziò il suo mandato alla Casa Bianca con un premio Nobel per la Pace assegnato in modo quantomeno affrettato, si trova a dover prendere una decisione di guerra assai più controversa e difficile perché nel conflitto siriano non ci sono opzioni positive e negative, ma solo soluzioni cattive e altre ancora peggiori. Ed anche perché stavolta l’opinione pubblica americana è fortemente contraria ad ogni intervento mentre le opzioni militari sono assai limitate: non potendo distruggere i depositi di armi chimiche con bombardamenti che rischierebbero di provocare altre stragi, probabilmente ci si prepara a colpire altri obiettivi militari col rischio che l’intervento militare della superpotenza venga alla fine archiviato come un attacco ininfluente ai fini dell’esito della guerra civile. Per tacere del timore di un’altra ritorsione chimica del regime di Damasco che trascinerebbe Obama verso quell’intervento assai più massiccio che ha fin qui cercato disperatamente di evitare. Un vero «problema infernale» per parafrasare il titolo del libro sui genocidi pubblicato dieci anni fa da Samantha Power, scelta qualche mese fa da Obama come ambasciatore degli Usa all’Onu e che da parecchio tempo, fin da quando era senatrice, è consigliere del leader democratico sui diritti umani. Mai come in questi giorni «Voci dall’inferno», un libro nel quale la Power critica le incertezze americane nel reagire ai genocidi sostenendo che dal Kosovo al Rwanda i ritardi negli interventi hanno avuto alti costi politici, oltre che umanitari,  deve essere finito tra le mani di un presidente alle prese con uno scenario complicatissimo, apparentemente senza vie d’uscita. Un Obama schiacciato anche dalla divisioni nello stesso schieramento progressista: se i suoi collaborati più stretti, la Power, ma anche Susan Rice, ora è il suo consigliere per la Sicurezza Nazionale, sostengono la necessità di interventi di ingerenza umanitaria fin dai tempi dell’attacco in Libia, per molti altri «liberal» una risposta militare a crisi anche gravissime come quella siriana non è più proponibile: l’America non deve più essere il gendarme del mondo. Su National Interest l’ex senatore (ed ex candidato alla Casa Bianca) Gary Hart, ancora oggi una bandiera della sinistra radicale, scrive che gli Usa dovrebbero esercitare la massima pressione politica nelle sedi istituzionali internazionali. Ma l’Onu, con Mosca che appoggia Assad e Pechino ostile all’intervento americano e indifferente sui diritti umani, non autorizzerà mai un intervento. Obama sa che attaccare senza un mandato internazionale stavolta è più difficile e che le conseguenze possono essere gravi: quando Reagan provò a colpire Gheddafi a Tripoli si sentiva legittimato dall’attentato libico in una discoteca a Berlino. L’Afghanistan fu la risposta all’attacco di Al-Qāʿida dell’11 settembre, in Iraq venne costituita un’ampia coalizione internazionale per andare alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. In Libia, due anni e mezzo fa, proprio la Rice, allora all’Onu, ottenne il via libera di russi e cinesi ad un intervento limitato. Stavolta è molto più difficile trovare una giustificazione giuridica, una formula di intervento militare efficace e coagulare consenso politico negli Usa e sul piano internazionale. Ma Obama, benché ancora riluttante, si sta convincendo di essere finito su un piano inclinato lungo il quale, man mano che passa il tempo, i costi del non intervento diventano più alti di quelli dell’attacco: dal rischio che la mancata punizione di Damasco per aver superato la «linea rossa» dell’uso di armi chimiche incoraggi l’Iran ad andare avanti col suo programma nucleare a quello di un ulteriore ridimensionamento dell’influenza Usa in Medio Oriente e in Asia centrale. Coi dittatori della regione che trattano l’America come una «tigre di carta», mentre i vecchi alleati sauditi e del Qatar pensano ormai di fare da soli, dal sostegno al «golpe» in Egitto alle «relazioni pericolose» con gruppi che fiancheggiano «Al-Qāʿida». Così il presidente-intellettuale si sente di nuovo costretto a fare ricorso all’uso della forza. Gaggi Massimo

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 agosto  2013

L’Occidente salvi l’onore in Siria. Le minacce di Putin sono un bluff

Non sembra esserci grande incertezza su chi siano i responsabili dell’attacco che mercoledì scorso, alla periferia di Damasco, ha causato il primo massacro chimico di questa guerra contro i civili che dura da due anni e mezzo. Fatta eccezione per la manciata di quanti, su fronti opposti, non perdono occasione per esercitare il solito revisionismo maniacale, tutti gli osservatori concordano nell’additare Bashar al-Assad e il suo regime. Neppure sussistono dubbi sulla necessità di una risposta: la morale lo esige; la causa della pace lo richiede; il pragmatismo, la serietà, la realpolitik più elementare lo ordinano allo stesso modo. Perché, infine, delle due cose l’una. Se Barack Obama un anno fa ha fatto dell’uso dei gas la «linea rossa» da non attraversare, allora o la sua parola significa qualcosa ed egli ha il dovere di rispondere, oppure non reagisce, gesticolando con i suoi cacciatorpedinieri, esita e la sua parola con quella del suo Paese non ha più credito né importanza. Salutiamo, quindi, i problemi in Corea del Nord, in Iran, nello scellerato club dei Paesi che hanno o cercano di avere armi di distruzione di massa e che considerano questo affaire siriano come un test sulla determinazione delle democrazie. E in merito alla questione della legittimità di un intervento bloccato presso le Nazioni Unite dagli Stati canaglia e di fatto, dal loro sponsor russo, diciamo che la questione stessa non si pone più: non siamo forse di fronte a una di quelle situazioni di estrema urgenza invocate dal legislatore internazionale quando fu formulato, nel 2005, il principio della responsabilità di proteggere? E non è l’esatta posizione in cui si trovava il Presidente Sarkozy quando, il 10 marzo 2011, disse ai ribelli libici, recatisi presso di lui per domandargli di salvare Bengasi, che sperava nell’approvazione delle Nazioni Unite ma che sarebbe stato soddisfatto, nel caso non l’avesse ottenuta, di un mandato di sostituzione? Non esistono forse dei momenti nella Storia in cui ciò che i filosofi classici chiamavano «legge naturale» prevale sulle leggi positive e sui loro accomodamenti di circostanza? La vera questione, nondimeno, è, appunto, la Russia. Il vero, abissale enigma riguarda i motivi che, contro ogni logica, contro il mondo intero e contro (è una novità) una parte della propria opinione pubblica sconcertata, come il resto del pianeta, dalle immagini di bambini gassati, possano spingere i russi a tenere in palmo di mano un regime notoriamente omicida. Si consideri la Cecenia. Si dice: come potrebbero i massacratori dei ceceni, senza il rischio di vedere la comunità internazionale chiedere loro conto dei crimini commessi, aderire alla condanna di Bashar al-Assad? Si parla anche della loro opposizione di principio a tutto ciò che possa somigliare ad una rispolverata del buon vecchio adagio hitlero-stalinista: «Il carbonaio è padrone a casa propria». E ciò è, naturalmente, innegabile. Rimane, di questo strano comportamento, di questa associazione in fondo irrazionale e quasi assurda al viva la muerte di un regime di cui i gerarchi del Cremlino non possono ignorare come esso sia, in tempi più o meno brevi, condannato a scomparire, un altro punto del quale ho preso coscienza nel discutere, quest’estate, con un ufficiale russo del quale devo rispettare l’anonimato. La Russia era uno Stato colosso. Un colosso dai piedi d’argilla, ma comunque un colosso, regnante fino a tempi recenti su Cuba e Vietnam, l’Asia centrale, una parte dei Balcani, l’India, l’Iraq, l’Egitto, senza dimenticare l’Europa centrale ed orientale, i Paesi Baltici, la Finlandia. Ebbene, di questo regno passato, di questa zona d’influenza senza precedenti né equivalenti, di questo impero di fianco al quale il presunto impero americano appariva come una pallida e goffa replica, che cosa rimane oggi? Niente. Neppure un dominio. Neanche un protettorato. Nemmeno la ribelle Ucraina. Né Cuba, sotto l’influenza venezuelana. Neppure l’ombra di un residuo, neppure coriandoli. Davvero nulla. Ad eccezione, appunto, di questa Siria così malfamata, ma che, agli occhi dell’ex membro del Kgb Putin, deve probabilmente incarnare l’ultimo vestigio di questo passato splendore. La Russia è un Paese malato. La Russia è un Paese esangue, il cui commercio estero, ad esempio, è equivalente a quello dei Paesi Bassi. Ma la Russia è, ancora, un Paese sconfitto che ha nostalgia di una potenza di cui non resta che questa Siria, ancora più martoriata di lei e alla quale la si vede aggrapparsi con la stessa folle energia, mutatis mutandis, della Francia indebolita degli Anni 50 nei confronti di un’Algeria che sapeva tuttavia di avere irrimediabilmente perso. La spiegazione sembrerà inquietante a coloro e non avranno torto che non gradiscono vedere un grande Paese governato da vendicativi sbruffoni, assuefatti al risentimento. Ma essa dovrebbe rassicurare chi sa, ugualmente, che non si mettono mai in moto dei meccanismi se non quando lo si sa fare, in fin dei conti, senza effetto reale sul corso delle cose. E se Putin fosse una tigre di carta? Un Braccio di Ferro palestrato? Un ricattatore senza biscotti, che non correrà il rischio di compromettere le Olimpiadi invernali di Sochi? La Storia, naturalmente, esita. E non ci sono, in questi momenti di suspense, né soluzioni già pronte né decisioni senza rischi. A ciascuno, pertanto, la propria scommessa e il proprio partito. Il mio è che si possano soccorrere i civili siriani, salvare la credibilità e l’onore della comunità internazionale. E che questo non provochi l’apocalisse di cui veniamo minacciati. (Traduzione di Raffaella Camatel) Levy Bernard Henri

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 agosto  2013

Tre giorni di fuoco per «punire» Assad. Esclusi una “no-fly zone” e l’uso di forze terrestri. Dubbi sull’inclusione dei siti di ricerca sulle armi chimiche tra gli obiettivi

Con un pò di pretattica sulle intenzioni della Casa Bianca «che non ha ancora deciso» e la solita prudenza, il Pentagono ha messo a punto il piano d’attacco alla Siria. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel lo ha detto in tv: «Basta un ordine, siamo pronti a muovere». Se poi Obama ci ripensa tutto può essere fatto rientrare. Indiscrezioni inverificabili trapelate sulla rete Nbc ipotizzano «tre giorni di operazioni», probabilmente a partire dalla notte tra giovedì e venerdì. Esclusi una “no-fly zone” e il ricorso a forze terrestri, il presidente ha chiesto un’azione mirata e limitata. Gli americani e non è un segreto, hanno in zona quattro unità navali in grado di «battere» i bersagli siriani con i missili da crociera Tomahawk (costo unitario di 1,5 milioni di dollari). Ognuna ne trasporta 24. Al loro fianco un sottomarino britannico della classe Trafalgar, dotato delle stesse armi. Poi alcune navi in appoggio. Nascosti da qualche parte forse un paio di «squali» nucleari Usa, sempre armati con i cruise. Gli esperti, però, non escludono che il Pentagono possa mobilitare alcuni dei suoi bombardieri strategici (come B2 e B52), che partono direttamente dagli Usa ed altri mezzi rimasti per ora al coperto. Velivoli che sono in grado di sparare missili (costo 700 mila dollari) senza entrare nei confini siriani. Gli Stati Uniti avrebbero poi chiesto ai greci la disponibilità della base di Kalamata, nel Peloponneso e quella di Souda Bay, a Creta. I britannici, invece, dispongono della pista di Akrotiri a Cipro: ieri sono stati segnalati e smentiti movimenti di aerei militari legati ad un possibile blitz. Non è ancora del tutto chiaro quali altri paesi sono pronti ad unirsi alla mini-coalizione. Turchia e Francia hanno detto di essere pronte, identica la posizione della Danimarca. Si è parlato di un possibile spostamento della portaerei «Charles De Gaulle» ma ieri era segnalata a Tolone. Politico il supporto degli Stati arabi, come l’Arabia Saudita e il Qatar, grandi finanziatori della rivolta. Più in chiave difensiva, nel caso di rappresaglie, la consultazione che Washington ha avviato con altri partner. A questo è servita la riunione di lunedì ad Amman alla quale hanno partecipato i capi di stato maggiore di nove Paesi, tra cui quello italiano. Gli strateghi devono sempre considerare come potrebbe reagire il regime e studiare eventuali contromosse. Parare colpi convenzionali e azioni clandestine, a cominciare dal terrorismo. Lo avevamo anticipato ieri: alcune fazioni estremiste, come il Fronte di Ahmed Jibril, hanno promesso vendetta. E molto dipenderà dall’entità della mazzata che gli Stati Uniti daranno. Il Pentagono si è preparato da mesi, aggiornando la lista degli obiettivi secondo quanto accadeva sul terreno. Secondo il New York Times sono almeno 50. Una scelta determinata anche dai rapporti di intelligence. L’ultimo, la cui pubblicazione è data per imminente, è stato presentato ad Obama e verrà girato agli alleati per mostrare le prove sull’utilizzo dei gas da parte del regime. Un dossier che deve indicare i responsabili del massacro. Informazioni ufficiose, emerse nei giorni scorsi, hanno indicato tra i possibili colpevoli i reparti scelti della IV Divisione guidata da Maher al-Assad e in particolare la 155esima Brigata ritenuta coinvolta nell’assalto a Ghouta. I missili servono per neutralizzare sistemi per la difesa aerea, depositi, centri di comando e controllo, caserme sul monte Qasiun, sedi dell’intelligence dell’aeronautica, un apparato chiave per la repressione. Incertezza se anche gli impianti di ricerca sulle armi chimiche finiranno nella linea di tiro. Si tratti di centri, come quello di Al Safir, composti da laboratori, silos, bunker e apparati di difesa. Fonti militari Usa affermano che sarebbero stati esclusi dall’elenco: c’è il timore che le esplosioni causate da un bombardamento possano innescare «nuvole» di gas legale che investirebbero i civili. Effetti collaterali che l’amministrazione cerca di evitare. Nel mirino ci sono invece batterie di missili terra-terra Scud schierate nella regione di Damasco, ordigni impiegati più volte contro la popolazione civile con effetti devastanti. È possibile anche che la «ramazza» americana si occupi delle basi dell’aviazione: se Assad ha tenuto lo deve a caccia ed elicotteri. Il dibattito sulle armi chimiche ha finito per nascondere una realtà non meno brutale. In Siria non c’è bisogno di sistemi non convenzionali per sterminare il prossimo. Bastano dei vecchi fucili d’assalto Kalashnikov per mietere migliaia di essere umani. La tabella di marcia di un’eventuale operazione è peraltro stretta. Qualcuno ipotizza i «tre giorni» (magari anche qualcuno in più) perché Obama ha già un’agenda di viaggio programmata ed è possibile che voglia partire senza dover seguire i dettagli (e le sorprese) di un blitz. Il 4 settembre sarà in Svezia e poi dovrà trasferirsi in Russia per il vertice del G20. Difficile che si presenti agli interlocutori stranieri mentre sfrecciano razzi e jet. È pur sempre il Nobel per la pace.  Olimpio GuidoFonte:

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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29 agosto  2013

«Assad? Bisognava eliminarlo un anno fa. Ora è troppo tardi». I ribelli sono «inquinati» dalla presenza nelle loro file di qaedisti

«Assad poteva e doveva essere rimosso un anno fa, quando era più debole di adesso e l’opposizione era più forte. Obama ha sbagliato a non tentare di farlo, le possibilità che ci riuscisse erano buone. Ma a questo punto, se fossi in lui non ci proverei. E’ troppo tardi e anche se avesse successo, cosa di cui non lo ritengo capace, le conseguenze potrebbero essere negative. In futuro? Non saprei. Mi auguro che Assad venga deposto e che forze moderate prendano il potere. Ma è impossibile prevedere che cosa accadrà in Siria nei prossimi mesi». Al telefono dalla Ave Maria University in Florida, il filosofo cattolico conservatore Michael Novak dichiara che il presidente Obama ha perso un’occasione che non gli si ripresenterà più. L’ex ambasciatore presso la Commissione dei diritti umani dell’Onu e la Conferenza sulla sicurezza e la collaborazione in Europa aborrisce le guerre ma non perdona ad Assad l’uso dei gas tossici nel conflitto civile siriano: «E’ un crimine contro l’umanità, rileva, non può passare impunito».

Perché teme che una campagna per la rimozione di Assad avrebbe effetti negativi? Nel 1999 il presidente Clinton fece bombardare il leader serbo Milosevic finché non abbandonò il Kosovo. Obama non potrebbe fare lo stesso?

«Per due ragioni. La prima è che diffido del team di politica estera e militare di Obama: né il presidente, né il segretario di stato Kerry, né il ministro della difesa Hagel avrebbero la determinazione e la costanza di Clinton, non porterebbero a termine una campagna così lunga. La seconda ragione è che i ribelli siriani non sono quelli di un anno fa. Un anno fa erano, direi, puliti, erano cioè in prevalenza forze democratiche. Oggi sono inquinati, nelle loro file si nascondono terroristi di Al-Qāʿida ed estremisti islamici di ogni tipo. Non si può consegnare loro il potere».

Se il team di politica estera e militare americano fosse diverso, lei appoggerebbe un’operazione bellica per la destituzione di Assad?

«Un team diverso avrebbe già agito, come le ho detto. In casi disperati come quello della Siria, il cambiamento di regime è un principio ancora valido: le violazioni dei diritti umani di Assad sono inaccettabili, come lo furono quelle dei talebani in Afghanistan e di Saddam Hussein in Iraq. Un’altra amministrazione americana avrebbe appoggiato subito i ribelli e li avrebbe preparati alla democrazia. Adesso i bombardamenti potrebbero non bastare per deporlo, forse ci vorrebbero anche truppe di terra. E il popolo americano non è pronto per un’altra guerra mentre è ancora in corso quella afghana».

E’ d’accordo con l’operazione chirurgica su obbiettivi militari prospettata da Obama?

«Tracciando la cosiddetta linea rossa un anno fa contro il ricorso di Assad ad armi chimiche il presidente non si è lasciato alternative. E’ in un terribile dilemma. Se non facesse nulla, perderebbe credibilità. Se facesse troppo si alienerebbe molti Paesi arabi. Il problema è che nessuno sa come reagirà Assad, che si metterà certamente al riparo in un luogo sicuro in caso di un nostro attacco mirato. Dirà di essere sopravvissuto ai nostri bombardamenti e quindi di averci sconfitto? Estenderà il conflitto oltre i confini siriani, se ne avrà ancora i mezzi?».

Lei teme per la sicurezza di Israele? Non è in grado di difendersi e di contrattaccare se aggredita?

«Israele vive sotto una minaccia continua non solo da parte della Siria ma anche di Hezbollah in Libano, di Hamas in Palestina e soprattutto dell’Iran. Sa difendersi, ma il pericolo è che una escalation del conflitto coinvolga un’intera parte del Medio Oriente. Spero che la Russia, che ha molta influenza su Damasco e su Teheran, prevenga una svolta per il peggio. La posta in gioco è enorme».

Non è possibile che Assad venga indebolito al punto da fare la fine di Gheddafi in Libia?

«Non si può escludere nulla ma in Libia i bombardamenti durarono due mesi, non due o tre giorni come sembra l?intenzione di Obama. La lezione libica, inoltre, è che prima di deporre un dittatore bisogna accertarsi che gli subentrino dei moderati. E noi, ripeto, questa certezza purtroppo non ce l?abbiamo. Non abbiamo aiutato i moderati in Siria»Caretto Ennio

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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29 agosto  2013

Strage chimica, tutte le prove che inchiodano il regime. Dalla telefonata allarmata di un ufficiale alle immagini dei satelliti. I possibili moventi. La Nbc ipotizza una ritorsione per un fallito attentato ad Assad, gli israeliani un errore nella gestione dell’attacco

L’istruttoria sulle armi chimiche è iniziata molto prima dell’attacco del 21 agosto. Bisogna, infatti, risalire alla fine dell’inverno. All’epoca un medico, accompagnato da alcuni attivisti, si è infilato in un cimitero di Damasco, ha riesumato il corpo di una persona sospettata di essere stata gasata a Darya, lo ha «aperto» e prelevato un «pezzetto» del polmone. Un reperto conservato in una ghiacciaia e fatto arrivare in Gran Bretagna per dei test. Operazione ripetuta dagli oppositori che, con l’aiuto saudita, hanno trafugato un cadavere. I successivi esami avrebbero confermato l’esposizione al sarin, un gas nervino letale. Ma questi «campioni» non hanno mai soddisfatto gli Usa, timorosi di essere manipolati dai ribelli. La caccia è proseguita. Quando si è verificato l’episodio del 21 a Ghouta, gli americani hanno messo insieme delle «prove» poi offerte alla Casa Bianca. Il rapporto redatto dalla direzione della National Intelligence (Dni), nell’analisi di Washington, è sufficiente per incriminare il clan Assad. In quanto ricostruisce come i gas sono stati stoccati, assemblati e poi impiegati. Le intercettazioni Il Pentagono e la Cia hanno captato conversazioni allarmate, «voci nel panico», tra un reparto schierato non lontano da Ghouta e il comando che controlla l’arsenale chimico. Un ufficiale riportava un alto numero di vittime e lo collegava all’uso dei gas. Quali sono le unità coinvolte? In cima alla lista i soldati che obbediscono agli ordini di Maher al-Assad. La 155esima Brigata della IV Divisione avrebbe lanciato dei razzi caricati con una miscela tossica. Compaiono poi i nomi dei generali Tahir Khalil e Ghassan Abbas. Sarebbe stato quest’ultimo ad aprire il fuoco alle 2.30 della notte. Altre informazioni sono state intercettate dagli israeliani dell’Unità 8200, specializzata nello spionaggio elettronico. La base sul monte Avital è come un grande orecchio puntato sulla Siria: è qui che i militari avrebbero raccolto il traffico radio legato al ricorso alle armi proibite. Dialoghi registrati e poi portati d’urgenza negli Usa da un paio di funzionari israeliani. Velivoli spia e satelliti, secondo il Pentagono, hanno «visto» movimenti sospetti da parte dei lealisti nelle ore precedenti al massacro. Un’indicazione che i soldati hanno portato fuori dai depositi l’armamento chimico impiegato qualche ora dopo sui sobborghi di Damasco. Poi vi sarebbero i video emersi dopo la strage, così come le foto che documentano i feriti e i morti. Per gli esperti, però, questo tipo di indizi ha bisogno di ulteriori conferme e da solo non basta. Probabile che gli Usa stiano ancora lavorando sul dossier. Forse è solo una coincidenza ma ieri è stato segnalato l’arrivo in Europa, sul sito The Aviationist di David Cenciotti, di uno «sniffer», un aereo WC 135, in grado di fiutare particelle nucleari e forse chimiche. E’ legato alla crisi siriana? I reperti. E’ un lavoro alla Csi. Gli americani sarebbero in possesso dei «tessuti umani» prelevati dalle tante vittime. Capelli, pelle e altre parti possono «parlare» rivelando se una persona è stata uccisa da una sostanza tossica. Reperti che possono essere recuperati nel terreno, in un locale, nella saliva, nel sangue e soprattutto tra le schegge dei razzi. Sperando che i successivi bombardamenti non abbiano alterato la scena del crimine. Un aiuto potrebbe arrivare dagli ispettori dell’Onu, sempre che possano proseguire la missione. Ieri l’inviato speciale Brahimi ha rivelato che i tecnici hanno rinvenuto sostanze tossiche che potrebbero aver ucciso «fino a 1.000 persone».

Il movente. Perché Damasco ha usato i gas? Le risposte sono varie e non del tutto chiare. La rete televisiva Nbc sostiene che il regime avrebbe reagito in modo brutale ad un fallito attentato per eliminare Bashar al-Assad. Gli israeliani non escludono l’errore nella gestione dell’attacco: volevano impiegare le armi chimiche «in piccole dosi», come hanno fatto dozzine di volte durante l’anno, ma l’operazione è sfuggita al controllo. Altra teoria: il regime era convinto di poterlo farlo senza pagare un prezzo troppo alto. Memori della lezione irachena, le armi che non c’erano, tanti si chiedono se il rapporto sia davvero «la pistola fumante», un atto di accusa sufficiente a giustificare un raid. Non hanno questi dubbi gli oppositori del regime. Per loro contano donne e bambini senza vita avvolti nel sudario bianco.© Olimpio Guido

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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29 agosto  2013

Così Damasco muove i fili delle sue «pedine» all’estero. L’altro rischio sono i jihadisti europei ai fianco dei ribelli: il loro ritorno in patria preoccupa i servizi occidentali

Quello del viceministro siriano Faisal Al Miqdad è un monito che può nascondere una profezia. O molto di più. Partiamo dal monito. Non sarebbe una sorpresa se militanti qaedisti, reduci dal conflitto siriano, si preparassero a colpire l’Europa. Alcuni sono già stati fermati. C’è una grande attenzione (e paura) nel nord del Continente da dove sono partiti molti volontari. Alcuni, chiusa l’esperienza sul fronte bellico, sono rientrati con intenzioni poco buone. Nella loro visione l’Occidente resta un nemico, un’ostilità resa ancora più aspra dall’accusa di aver fatto ben poco, almeno fino ad oggi, per fermare il massacro in Siria. Proprio la paura di favorire le componenti più estreme, solide e ramificate in un’area estesa dall’Iraq all’Algeria, ha indotto gli Stati Uniti a restare guardinghi nei confronti della resistenza. Dunque ci sta il rischio attentati, magari senza le armi chimiche, difficili da maneggiare. Passiamo alla profezia. I servizi segreti siriani sono i maestri della manipolazione. Tirano molti fili, dispongono di gruppi e sotto-fazioni che agiscono a comando, si mimetizzano e riappaiono quando fa comodo. Nulla di più facile che ispirare una di queste cellule per compiere un attentato a Londra o Parigi e poi rivendicarlo con una sigla dai richiami religiosi oppure che ricorda il marchio di Al-Qāʿida. Uno scenario perfetto per poi rinfacciare agli occidentali: «Cosa vi avevamo detto? Non ci avete ascoltati». E magari possono aggiungere un memo: vi siete dimenticati cosa è accaduto all’ambasciatore Chris Stevens a Bengasi, soffocato nel rogo del consolato? In passato gli uomini di Bashar al-Assad, in particolare quelli dell’intelligence dell’aviazione, hanno mosso pedine dal Medio Oriente all’Europa. Non per svolgere missioni spionistiche, bensì per creare network di appoggio. Pochi uomini che sono diventati riferimenti per nuclei terroristici di ispirazione diversa. Trafficano in armi, hanno attività di copertura legittime e sono ben inseriti. In caso di necessità si trasformano in facilitatori di attentati. Pochi giorni fa parlavamo del Fronte guidato da Ahmed Jibril, uno che è abituato all’intrigo e che si è esposto annunciando ritorsioni. Non è il solo. Questi mesi di violenza diffusa hanno fatto dimenticare in fretta gli attacchi che hanno sconvolto la Turchia. Alcuni dalla matrice netta, come l’azione suicida rivendicata dagli estremisti di sinistra del Dhpk-C contro l’ambasciata americana. Terroristi con un’agenda locale ma pronti a dare una mano a chi li ha finanziati da Damasco. Altri indecifrabili con le piste qaedista e dei filo-Assad confuse in una nebulosa dove gli agenti di Damasco si trovano a loro agio trovando complicità nei colleghi iraniani. Qualsiasi Stato che offrirà supporto all’America è a rischio. E qualsiasi zona dove è possibile innescare reazioni a catena, Giordania, Libano, Israele, non può sentirsi al sicuro. Olimpio Guido

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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29 agosto  2013

«L’Europa sarà colpita con i gas». Le minacce di Assad. Obama: la colpa è del regime. Ma Cameron frena sull’attacco. Londra ora chiede di attendere il rapporto degli ispettori Onu a Damasco prima di attaccare

Con l’avvicinarsi di una probabile «guerra lampo» contro la Siria voluta da Barack Obama, ieri Damasco ha lanciato una minaccia ai Paesi europei schieratisi a fianco di Washington nella convinzione che l’intervento armato sia ormai inevitabile dopo le centinaia di morti causate da armi chimiche il 21 agosto a Damasco, nella certezza che l’attacco sia stato compiuto dal regime. “Sono stati i terroristi ad usare quelle armi, aiutati da Stati Uniti, Regno Unito e Francia” ha dichiarato ai media siriani il viceministro degli Esteri Faisal Al Miqdad. “Questo deve finire. E questo significa che quegli stessi gruppi useranno le armi chimiche contro la gente in Europa”. Parole forse scontate per un regime assediato per ora diplomaticamente e presto, salvo colpi di scena, militarmente. Ma che confermano i timori di molti esperti secondo i quali un attacco a Damasco non solo non metterà fine alla devastante guerra civile ma scatenerà attentati contro gli Stati attaccanti. Assad è ancora forte nel suo Paese, soprattutto è protetto dall’Iran che ieri ha minacciato anche Israele di ritorsioni se la Siria verrà colpita. L’offensiva però potrebbe non essere così imminente. Nonostante gli Usa ieri abbiano dichiarato di avere prove «consistenti» sulla responsabilità del regime siriano e Francia e Regno Unito (e ieri anche la Germania per voce della cancelliera Merkel) abbiano ribadito la necessità di agire, l’iniziale intenzione di muoversi al più presto, forse già oggi, sembra essersi affievolita. In mattinata Londra aveva presentato una bozza di risoluzione ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Usa, Francia, Regno Unito, Russia e Cina) pur sapendo che Mosca e Pechino avrebbero respinto la proposta di «autorizzare tutte le misure necessarie, compreso il ricorso alla forza, per proteggere i civili in Siria». Una mossa diplomatica, dicono gli analisti, per mostrare al mondo che un tentativo di accordo era stato fatto. Ma dopo che gli ambasciatori russo e cinese avevano respinto ogni compromesso, Londra ha rinunciato a chiedere una riunione plenaria dell’Onu. E Cameron oggi ai Comuni non chiederà l’autorizzazione all’attacco, che secondo i media britannici non sarebbe passata. Invece chiederà al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di esaminare il rapporto dei suoi ispettori impegnati a Damasco ad accertare la natura dell’attacco chimico, prima di ridiscutere un intervento. In sostanza, ha accolto la richiesta del capo dell’Onu, Ban Ki-moon: lasciare che gli ispettori terminino il lavoro, cosa che non avverrà prima di lunedì. Forse anche qualche giorno dopo se la richiesta presentata ieri da Damasco all’Onu di indagare su presunti attacchi chimici dei ribelli verrà accettata. «Ci vorrà qualche giorno», ha confermato il ministro degli Esteri William Hague, chiedendo all’Onu di «assumersi le sue responsabilità, come negli ultimi due anni e mezzo non ha fatto». Se questo non avverrà si dovrà comunque agire, dopo l’assenso dei Comuni ad una nuova mozione.

Gli Stati Uniti sembrano sempre determinati ad attaccare. Attendere il rapporto degli ispettori Onu, ha detto il consigliere per la Sicurezza nazionale di Obama, Susan Rice, «non ha senso»: «ci dirà solo che le armi chimiche sono state usate. Ma non chi le ha usate, questo già lo sappiamo». Nella notte, Obama alla Pbs ha ribadito la certezza che sia stato Assad ad usare i gas, il che richiede «una risposta internazionale» poiché lede «i trattati internazionali» e «gli interessi vitali dell’America». Ha assicurato di non volere «entrare nella guerra civile siriana» né «un altro Iraq». Ma ha aggiunto di non aver ancora preso una decisione. Oggi alcuni funzionari della Casa Bianca incontreranno i leader di Camera e Senato per un confronto: per attaccare Damasco al presidente non serve il via libero del Congresso, che deve solo essere «informato». Ma le critiche interne si sono aggiunte alla cautela dell’alleato britannico e alla convinzione di gran parte della comunità internazionale che quell’intervento lampo sia la scelta sbagliata. Una situazione sempre più complessa e delicata. Zecchinelli Cecilia

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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30 agosto  2013

Cameron bocciato in Parlamento. Obama pronto ad agire da solo. Navi e caccia nel Mediterraneo. Domani il dossier degli ispettori Onu. Inviati due aerei U-2 americani e 6 Typhoon inglesi alla base di Cipro. Per i servizi inglesi Assad avrebbe usato gas letali in 14 attacchi

Una mina politica è esplosa nel mezzo della mini-coalizione pronta a colpire in Siria. Nella notte il Parlamento britannico ha bocciato la mozione del governo in favore di un intervento. Un rovescio duro per il premier David Cameron: «Prendo atto che il popolo è contrario», ha dichiarato. E non è finita. Tra qualche giorno ci sarà un secondo voto ed è probabile che si concluda con lo stesso risultato tagliando fuori l’alleato più fedele degli Usa. Washington non aspetterà quel momento, agirà da sola. Lo hanno detto apertamente alti funzionari in coda alle notizie arrivate da Londra. Il meccanismo è già innescato, così i tempi. Il presidente Obama potrebbe passare alla fase operativa tra sabato e domenica, quando gli ispettori Onu avranno chiuso la loro missione investigativa in Siria. Scatterà allora il raid? Le fibrillazioni politiche si sono sviluppate in parallelo con i movimenti militari. Gli Usa hanno ordinato ad un altro cacciatorpediniere lanciamissili, lo Stout , di unirsi agli altri quattro. Nel Golfo Arabico resteranno a vigilare le portaerei Truman e Nimitz . I francesi hanno spostato una fregata, gli inglesi hanno schierato «per precauzione» sei caccia Typhoon ad Akrotiri (Cipro) dove sono arrivati anche due aerei spia americani U-2. I russi, presentando la cosa come «una normale rotazione», hanno spedito altre due unità navali nel Mediterraneo che si aggiungono già ad una robusta presenza. Grande attività nella base turca di Incirlik, punto d’appoggio per droni e velivoli da guerra elettronica. Invisibili le tracce di numerosi sottomarini americani, francesi e britannici. Insomma le frecce sono pronte ma prima di tendere l’arco c’è ancora spazio per i contatti. La Russia ha chiesto e ottenuto una nuova riunione dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu. Sempre al Palazzo di Vetro vogliono ascoltare gli ispettori reduci dalla Siria dove hanno indagato nelle zone teatro del massacro. Partiranno sabato e il segretario Ban Ki-moon ha già convocato un incontro per le ore successive. Si tratterà di un’analisi sommaria che sarà completa in seguito con i test nei laboratori in Europa. Un’indagine che interessa poco agli Usa, «possiamo agire lo stesso», ma che potrebbe avere comunque un impatto viste le molte opinioni pubbliche ostili all’uso della forza e poco convinte delle accuse verso Damasco. Il voto britannico che ha azzoppato il premier Cameron ne è la prova. Più agevole la posizione del Canada. Il governo ha espresso appoggio ad un’azione ferma escludendo tuttavia di intervenire direttamente. Più sfumata la posizione tedesca, anche se la Merkel sembra segnalare un sostegno esterno. Immutata la linea dell’Italia, contraria a iniziative militari. Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha ribadito la richiesta per una soluzione politica trovando «la comprensione» del premier francese Hollande, anche se Parigi è pronta ad usare i muscoli. Complesso il quadro americano, forti le tensioni. La Casa Bianca ha informato il Congresso sulle prove raccolte evitando tuttavia di fornire informazioni riservate. Respinta la richiesta dei deputati per un’autorizzazione preventiva sul raid: non serve, ha ribattuto la presidenza. I contatti comunque continuano. Novità sul rapporto dell’intelligence sulle colpe di Assad. Fonti citate dall’Ap sostengono che gli elementi non sarebbero così schiaccianti, anche se per i funzionari americani solo il regime ha la capacità di utilizzare i gas. Inevitabile che si facciano paragoni con il caso Iraq, altrettanto inevitabile che gli uomini di Obama neghino il parallelo. Olimpio Guido

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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30 agosto  2013

Il fronte del no riunisce democratici e repubblicani

Almeno una decisione, per il momento, Obama sembra averla presa: il presidente degli Stati Uniti non spiegherà di persona al Congresso le ragioni dell’eventuale intervento in Siria. A fare richiesta formale era stato il presidente della Camera, il repubblicano John Boehner, con una lettera in cui venivano messi in evidenza i rischi di sicurezza nazionale causati da un eventuale attacco e il futuro della credibilità degli Stati Uniti. Boehner, che ieri Obama ha comunque contattato per discutere al telefono la situazione, si è fatto interprete di un disagio crescente a Washington, dove, con il passare dei giorni e il consolidarsi degli stop-and-go dell’amministrazione Obama, cresce un fronte anti-interventista bipartisan. I democratici contrari ad un’azione militare contro il regime di Assad vedono nel coinvolgimento del Congresso l’unica chance per evitare l’effetto boomerang per la Casa Bianca e di conseguenza, per il partito: «C’è molto preoccupazione in aula, ha detto al sito Politico il senatore Jim McDermott, ci sono tantissimi che aspettano solo che arrivi la tempesta per puntare il dito contro Obama». Piuttosto che un dibattito «postumo» sulle responsabilità dell’ennesimo disastro internazionale, i compagni di partito del presidente, come Barbara Lee deputata della California, stanno lavorando per un confronto preventivo, capace di provocare una mozione il più possibile condivisa del Congresso. Peccato che l’unico fronte comune sia rappresentato al momento da democratici e repubblicani contrari all’intervento, considerato tardivo, dispendioso e di certo, da un esito troppo insicuro per la fragile diplomazia mondiale. 110 deputati hanno affidato le loro firme al repubblicano Scott Rigell per l’ennesima richiesta bipartisan al Congresso e addirittura l’isolazionismo di Rand Paul comincia a fare proseliti. Mentre la sinistra del fronte interventista, guidato dall’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite Samantha Power e dalla National Security Advisor Susan Rice, si ritrova, come fu per l’Iraq, ad essere più vicina ai neocon che ai democratici; i dubbi dell’ex segretario della difesa Donald Rumsfeld hanno confuso ancora di più le acque: il grande architetto della guerra in Iraq si è detto dubbioso su un possibile coinvolgimento americano chiedendo alla Casa Bianca di «giustificare» un eventuale attacco. L’imbarazzo della sinistra americana trova forse il suo simbolo evidente nell’assordante silenzio dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton, consapevole che la soluzione siriana potrà avere peso sulla sua futura possibile candidatura. Difficile dimenticare che solo il 27 marzo del 2011 la Clinton aveva definito Assad un riformatore: “C’è un leader diverso adesso in Siria?” aveva dichiarato. “Molti membri bipartisan del governo che sono stati in Siria recentemente hanno detto di aver visto un riformatore”. Se è vero, come ha scritto il Washington Post , che Obama ha «demolito il movimento contro la guerra», è chiaro però che i timori in crescita nel Paese non riguardano ideologie pacifiste ma la paura di trovarsi, per l’ennesima volta, invischiati in nuovo «Vietnam del XXI secolo». La confusione del democratico intrappolato tra l’orrore per la guerra civile in Siria e la paura per i rischi domestici è sintetizzata da un bellissimo dialogo immaginario di George Packer sulla rivista New Yorker. Sul fronte conservatore, il paradosso continua con l’ex speechwriter di George W. Bush, David Frum, che su Twitter ha paragonato gli attacchi «chirurgici» di Obama in Siria ad interventi chirurgici su un emofiliaco. Mentre, al solito, la destra mediatica, capitanata da Michelle Malkin e Sean Sannity, si scatena contro «l’ipocrisia e l’incoerenza di Obama», il conduttore Glenn Beck la spara più forte di tutti dichiarando che «l’America non sopravviverà a un attacco», salvo poi ricordare, più pragmaticamente, che in caso di conflitto gli Stati Uniti non potranno più vendere alla Cina i suoi debiti. Argomentazione che trova subito il sostegno di Rush Limbaugh secondo cui Obama sta trovando qualcosa che distragga gli americani dai «suoi disastri nazionali». Proprio come Bush con la guerra in Iraq, ha aggiunto. Gli unici che sembrano avere le idee chiare sono proprio gli americani: solo il 25%,  secondo gli ultimi sondaggi Reuters Ipsos, sarebbe favorevole a un intervento se confermate l’uso delle armi chimiche. Il 61% si dice fortemente contrario, mentre i restanti si perdono nella confusione generale del momento. Danna Serena

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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30 agosto  2013

Il premier britannico messo al tappeto da un calcolo sbagliato.Così è stato tradito dalla fronda tory.  Il leader dell’opposizione Ed Miliband ha ribadito che mancava la «pistola fumante»

Non succedeva da tempo immemorabile. Il voto è arrivato a sorpresa nella tarda serata quando nessuno se lo aspettava. Una bocciatura che per Cameron suona come uno schiaffo sonoro. Per tutto il pomeriggio nella Camera dei Comuni si era dibattuto sul possibile attacco alla Siria. Il premier aveva spiegato le sue ragioni con toni appassionati, aveva detto che non agire avrebbe significato autorizzare Assad a portare a termine altri attacchi, che non si poteva chiudere gli occhi di fronte ai corpi di quei bambini senza vita. Ma il leader laburista Ed Miliband aveva ribattuto che mancava la pistola fumante (la prova inoppugnabile) e che un attacco militare contro la Siria era un’avventura troppo somigliante a quella irachena del 2003. Il dibattito (otto ore) era stato acceso ma nessuno ne aveva previsto l’esito: la mozione del governo bocciata per una manciata di voti, 285 contro e 272 a favore. Il Times , oggi in edicola, titola «Cameron umiliato», il Daily Mail descrive furioso il premier contro i laburisti ma anche contro i franchi tiratori all’interno del suo stesso partito, almeno una ventina di conservatori e una decina di lib-dem. Il premier, scuro in volto, ha dovuto prendere atto della volontà popolare: «È chiaro che il Parlamento non vuole agire e il governo ne prende atto». Un’azione militare al fianco degli Stati Uniti è ormai fuori questione, lo ha assicurato il ministro della Difesa, Philip Hammond. E dire che Cameron aveva già ammorbidito molto la mozione presentata alla Camera dei Comuni che appoggiava un attacco solo se supportato dal rapporto degli ispettori delle Nazioni Unite che finiranno il loro lavoro domani. Per il via libera era previsto un secondo voto nei prossimi giorni. Invece ora è tutto finito. Almeno per Londra. «Penso che gli Stati Uniti e gli altri Paesi risponderanno all’attacco chimico”, ha detto uno sconsolato Hammond. E saranno molto dispiaciuti dal nostro mancato coinvolgimento». Certo ieri sera Assad avrà gioito di fronte al voto dei deputati britannici. Hammond non ha mancato di sottolinearlo: «I parlamentari che hanno votato contro la mozione, ha detto, hanno soccorso il dittatore. Il regime ora si sentirà un pò meno a disagio». Per gli Usa la marcia indietro della Gran Bretagna è un brutto colpo. Londra era stata al fianco di Washington in ogni importante operazione militare dall’invasione di Panama nel 1989 in poi. La delusione, dunque, c’è ed è cocente. Ricci Sargentini Monica

Archivio storico del “Corriere della Sera”

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30 agosto  2013

I tormenti di Parigi sulla Siria specchio delle debolezze occidentali. Dall’opposizione all’attacco contro l’Iraq di Saddam Hussein al ruolo di protagonista avuto in Libia. I francesi sono consapevoli che le maggiori difficoltà arriveranno dopo l’intervento

Ciò che appare legalmente discutibile rispetto al diritto internazionale può essere eticamente legittimo? L’imperativo morale può prescindere dalle conseguenze politiche di un’azione? Sono le domande che ancora una volta lacerano le opinioni pubbliche e le responsabilità di chi deve prendere decisioni straordinarie che, una volta premuto il grilletto, si rivelano irreversibili e costose sul piano politico. Per questo, l’ipotesi di un intervento militare in Siria subisce al tempo stesso l’accelerazione dell’indignazione di fronte ai massacri e il freno delle valutazioni degli scenari futuri, non soltanto in Siria, ma in tutto il Medio Oriente. All’indignazione verbale non segue una determinazione unanime per passare all’azione. È una contraddizione meno evidente a Washington, dove si ritiene che la «linea rossa» sia stata oltrepassata, più esplicita a Roma, dove si pone come precondizione la cornice della legalità internazionale, ma si avverte anche a Londra (dove ieri a tarda sera il Parlamento ha respinto la richiesta di Cameron di un’autorizzazione preventiva all’intervento) e a Parigi, nonostante la determinazione del presidente Hollande a «punire» Assad per i suoi crimini. La Francia, spesso in prima linea nell’affermazione solenne di diritti universali, è un pò lo specchio, attuale e storico, delle contraddizioni dell’Occidente di fronte all’eventualità/necessità di un’altra guerra contro uno Stato-canaglia. La politica esprime un sostegno bipartisan all’Eliseo, ma al tempo stesso si valutano con estrema attenzione le conseguenze di un intervento militare. Non soltanto perché il Paese sopporta da solo in Nord Africa gli effetti devastanti della guerra alla Libia, ma soprattutto perché si comprende con ogni evidenza come non sia opportuno, pur di fronte allo stesso genere di crimini e violazioni dei diritti umani, esprimere lo stesso metro di giudizio e la stessa strategia. Occorre ricordare che proprio la Francia (con Chirac) si oppose fermamente alla guerra in Iraq, fu invece in prima linea (con Sarkozy) nell’intervento in Libia e partecipò sotto l’ombrello Nato alle operazioni in Kosovo e in Afghanistan. E occorre anche ricordare che, a prescindere dall’imperativo morale e dalla cornice legale,  le conseguenze politiche e sociali sono state in larga misura fallimentari. Tolti di mezzo dittatori e regimi sanguinari, resta un dopoguerra infinito, di instabilità e macerie, di sofferenze e incertezze. Si dimentica che persino il Kosovo, oggi citato come esempio di intervento riuscito, resta un buco nero di traffici illegali e confusione politica nel cuore dell’Europa. Nel caso della Siria, la complessità della situazione rispetto ai precedenti scenari di guerra o di «bombardamento umanitario» è più evidente, sia in relazione alle parti in conflitto, sia rispetto al gioco strategico degli attori esterni (Iran, Turchia, Arabia Saudita) che pesa più dell’interventismo occidentale e della capacità d’iniziativa europea e americana su tutto lo scacchiere mediorientale, scosso dalle diverse «primavere». Anche a questo proposito, lo specchio francese riflette le contraddizioni occidentali: Parigi è stata in prima linea nel riconoscere l’opposizione siriana, ma in nessuna capitale, almeno per il momento, si prende in considerazione l’eventualità che la «punizione» di Assad comporti anche la sua liquidazione, al pari di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi. Occorre immaginare che cosa dovrebbe ancora sopportare il popolo siriano in balia di un despota «bombardato» ma non perseguito e tantomeno eliminato. E occorre riflettere sull’eventualità che il dopo Assad prolunghi comunque la guerra civile e lasci prevalere le fazioni religiose più radicali. Inutile nascondersi che la Siria è militarmente ancora troppo forte ed ha alleati troppo potenti per intraprendere azioni risolutive. L’imperativo morale, del resto, non è stato preso in considerazione in scenari che contemplavano un’evidente impotenza politica e strategica: l’esempio più lampante è la Cecenia. Di fronte ai massacri, l’attacco a Damasco è probabilmente legittimo, ma l’imperativo morale è solo apparentemente rispettato. Forse solo per salvare la faccia. Nava Massimo

Archivio storico del “Corriere della Sera”

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31 agosto  2013

«Ecco le prove che inchiodano Assad». Obama promette un intervento limitato. Il presidente: non ho ancora deciso, prima consulterò il Congresso

L’atto d’accusa americano contro la Siria è racchiuso in due numeri scritti nel rapporto dell’intelligence: il 21 agosto, i gas letali lanciati dal regime hanno sterminato 1.429 persone, di queste 426 erano bambini. Una «sfida al mondo» l’ha definita Barack Obama che, tuttavia, «non ha ancora deciso» la risposta e sta esaminando «molte opzioni». Il presidente vuole prima consultare il Congresso che lo ha chiesto con grande vigore, preoccupato delle conseguenze e dubbioso sulla strategia finale. Per questo la Casa Bianca ha ribadito che un’eventuale azione militare sarà «fatta su misura e limitata», non verranno inviati soldati, non ci sarà alcuna campagna che risucchi il Paese in altro conflitto. «Nessuno è più stanco di guerre di me, ma abbiamo il dovere di rispettare le norme internazionali. Inaccettabile che siano uccise donne e bimbi», ha spiegato Obama denunciando «l’impotenza del Consiglio di Sicurezza Onu». Molti dicono che bisogna agire, sono state le sue parole e poi non lo fanno. Le indicazioni del presidente hanno seguito di pochi minuti l’intervento del segretario di Stato John Kerry che ha presentato il rapporto dell’intelligence su quanto è avvenuto in Siria. Una versione, secondo i funzionari, che non svela tutto quello che sanno gli Usa in quanto ci sono fonti riservate da tutelare. Nell’analisi dello spionaggio non ci sono dubbi sulla «evidente» responsabilità del regime ed è «altamente improbabile» che siano stati gli oppositori a usare i gas. Questa la ricostruzione Usa. Frustrati dalla resistenza dei ribelli, il 18 agosto, i governativi hanno iniziato la preparazione delle armi chimiche, incluso il sarin, nella zona di Adra, vicino a Damasco. Ed hanno proseguito per tre giorni. Movimenti individuati dall’intelligence Usa attraverso i satelliti spia, intercettazione e fonti sul terreno. Alle 2.30 del 21 i militari hanno aperto il fuoco con razzi e artiglieria contro diversi quartieri dove poi si sono avute le vittime. Nel rapporto Usa si precisa che 90 minuti prima che si diffondessero le notizie sui media, gli americani hanno tracciato una salva di razzi sparata dai lealisti. Altre fonti, citate dall’agenzia turca Anadolu, hanno confermato che le unità coinvolte (diverse) erano legate alla 155esima Brigata (basata a Qutayfa) e alla IV Divisione, comandata da Maher Assad. Monitorando le comunicazioni, gli Usa hanno «agganciato» le parole di un alto ufficiale siriano che confermava l’uso dei gas ed esprimeva il timore che gli ispettori Onu potessero scoprirne i residui. Nel pomeriggio del 21 gli americani hanno raccolto un altro frammento: il regime ha ordinato ai reparti «chimici» di terminare le operazioni. La mano è passata all’artiglieria convenzionale che ha sottoposto l’area dove hanno usato i gas ad un bombardamento continuo, con una cadenza superiore a quella impiegata in altre occasioni. Le bombe sono piovute per giorni. Un tentativo, ha denunciato Kerry, di distruggere eventuali prove. «Ho sollecitato personalmente il governo siriano a autorizzare l’ispezione dei funzionari Onu e invece hanno fatto di tutto per ostacolarla», è stata sua la denuncia. Proprio gli ispettori hanno concluso ieri la loro missione e alcuni hanno già lasciato il Paese. Più avanti, dopo gli esami in laboratorio, renderanno noti i risultati dell’inchiesta ma si limiteranno a confermare o meno se sono stati usati i gas. Curioso. I «poliziotti» non diranno chi è il colpevole. Con la loro partenza il campo sarà libero per l’eventuale attacco. Persa per ragioni politiche interne la Gran Bretagna, gli Usa hanno al loro fianco la Francia, due amici non sempre in sintonia. Sui tempi siamo alle ipotesi più varie. Hollande, che ha avuto un lungo colloquio con Obama, ha detto «entro mercoledì». Un’operazione affidata ai missili da crociera delle cinque navi e probabilmente dai bombardieri. Una soluzione che non soddisfa la Turchia. Bellicosa, ha messo in allarme le sue forze ed ha espresso il suo dissenso per i limiti imposti dalla Casa Bianca. Ankara vorrebbe un assalto che porti al cambio di regime a Damasco, Obama lo ha escluso. Olimpio Guido

Archivio storico del “Corriere della Sera”

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31 agosto  2013

Il no inglese isola l’America. La fragilità delle grandi potenze

Il no del Parlamento britannico ad un intervento militare del Regno Unito in Siria rende il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ancora più solo e più debole, di fronte alla decisione che (forse) sta per prendere. C’è un solo argomento forte a favore dell’intervento militare americano in Siria. Ma ce ne sono tanti altri a sfavore. L’argomento a favore è che, a causa degli errori commessi nel corso del tempo, se Obama rinunciasse ad attaccare la Siria azzererebbe la già scarsa credibilità degli Stati Uniti. Gli avversari, dall’Iran alla Russia e gli alleati, dalla Turchia all’Arabia Saudita, lo aspettano al varco, vogliono vedere se l’America è ormai solo una tigre di carta. Quando, non sapendo che pesci pigliare in Siria e per procrastinare le decisioni, Obama dichiarò che non avrebbe tollerato l’uso di armi chimiche, si mise nelle mani di Assad, il dittatore siriano. L’uso del gas c’è stato (o così sembra) e Obama adesso non sa come fare a tirarsi indietro. Si aggiunga che la vicenda egiziana è stata per l’Amministrazione una bruciante sconfitta diplomatica. Obama ha il problema di ricostruire almeno un po’ della perduta credibilità. A fronte di questo argomento a favore dell’intervento, ce n’è una lista intera che lo sconsiglierebbe. Cominciamo dal più importante. Le guerre devono avere chiari obiettivi politici. E qui l’obiettivo proprio non si vede. Non è vero che l’attacco americano in Siria andrebbe collocato nell’ambito delle cosiddette «guerre umanitarie» come la Somalia (1992-93) e il Kosovo (1999). Le guerre solo umanitarie non sono mai esistite. In Somalia (senza successo: l’America fu costretta al ritiro) e in Kosovo, gli Stati Uniti intervennero non solo per salvare popolazioni ma anche con un obiettivo politico: l’unica superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda mandava a dire alle teste calde sparse per il mondo che essa non avrebbe tollerato il caos. Ricondurre all’ordine, con la forza delle armi, singole situazioni locali era un mezzo per bloccare le minacce all’ordine internazionale. Ma in Siria non c’è un ordine locale da ricostituire, la situazione è sfuggita di mano. In Siria si affrontano bande di tagliagole. Un intervento militare contro una delle bande in lotta o rafforza la banda contrapposta, magari portandola alla vittoria, o accresce ancor di più il caos e il numero di vittime. Fare guerre in cui non possono esserci chiari obiettivi è un errore. Persino nella guerra di Libia francesi e inglesi un obiettivo politico lo avevano: sottrarre agli italiani l’influenza sul Paese. Si aggiunga che l’opinione pubblica americana è contraria all’intervento. Una democrazia che va alla guerra senza avere dietro di sé l’opinione pubblica è indebolita in partenza. Basta un «incidente», per esempio un massacro non voluto di civili o un attentato di risposta che uccida un certo numero dei propri soldati e subito i governanti della democrazia in guerra si trovano in gravi difficoltà a casa propria. C’è poi il fatto che nelle guerre è difficile calibrare la forza e prevederne gli effetti. L’intervento americano in Siria dovrebbe essere così efficace da rappresentare una vera punizione per il regime siriano (e un deterrente contro futuri usi del gas) ma non così efficace da aprire la strada alla vittoria dei suoi nemici. Più facile a dirsi che a farsi. A meno che Obama (senza dichiararlo) non stia pensando a un regime change, l’eliminazione di Assad e la sua cricca, magari per compiacere sauditi e turchi. Per cosa? Per consegnare il potere ad Al-Qāʿida e ad altri gruppi jihadisti? L’America avrebbe dovuto decidere il che fare in Siria molto tempo fa, nella fase iniziale della guerra civile. Se fosse intervenuta allora avrebbe potuto esercitare una influenza forte sui ribelli e avrebbe potuto colpire, oltre che il regime, anche le formazioni qaediste prima che consolidassero il loro controllo su importanti porzioni del territorio. Oppure, avrebbe potuto dichiarare subito, senza ambiguità, che in uno scontro fra il radicalismo sunnita e quello sciita non aveva intenzione di prendere partito. Da più parti si è accusato di cinismo il politologo Edward Luttwak per il quale non conviene all’Occidente schierarsi. Ma in politica internazionale la scelta, per lo più, non è fra il bene e il male ma fra un male minore e un male maggiore. In Siria l’Iran si sta dissanguando e finché Assad resiste, la partita per l’egemonia regionale fra iraniani e sauditi resterà aperta. Così come la competizione sotterranea fra le potenze sunnite: con la Turchia e il Qatar che appoggiano, anche in Siria, i Fratelli Musulmani e i sauditi schierati con i salafiti. Prima o poi, se l’equilibrio non verrà alterato sui campi di battaglia, dovrà essere siglato un armistizio. Non è forse l’unica soluzione possibile? Per non parlare delle imprevedibili ripercussioni di un intervento americano in Siria sugli equilibri libanesi, giordani, iracheni, o sulla competizione fra pragmatici e intransigenti entro la classe dirigente iraniana. Sembra saggia la decisione dell’Italia di tenersi fuori, di non accodarsi, questa volta, ai soliti francesi (sempre a caccia della Grandeur, soprattutto quando i sondaggi sono sfavorevoli al presidente in carica). Secondo un vecchio adagio, sono due le ragioni per le quali un uomo (o un gruppo di uomini e donne) fa qualcosa: una buona ragione e la ragione vera. La «buona ragione» dell’Italia è il richiamo all’Onu e alla cosiddetta legalità internazionale. La «ragione vera» è che il disastrato governo delle larghe intese non reggerebbe a un intervento militare. Per una volta, la ragione vera del non intervento italiano sembra stare dalla parte della ragione. Panebianco Angelo

Archivio storico del “Corriere della Sera”

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31 agosto  2013

Il no del Parlamento a Cameron, ora l’America è un pò più lontana. Dietro l’umiliazione del premier, la crisi di un’alleanza speciale

Il Regno Unito non ha una costituzione scritta, ma la decisione di entrare in guerra o di dichiarare guerra contro un altro Stato è sempre stata una prerogativa esclusiva del sovrano. Di fatto, però, a partire dal diciassettesimo secolo questa facoltà è stata esercitata dal primo ministro e dal suo gabinetto, con il consenso di Sua Maestà. In teoria, il governo non ha bisogno dell’approvazione ufficiale del Parlamento: quando Hitler invase la Polonia nel 1939 fu il governo a prendere la decisione di lanciare l’ultimatum che segnò l’ingresso del Regno Unito nella Seconda guerra mondiale. La Camera dei Comuni era essenzialmente un organo consultivo. Negli ultimi anni, tuttavia, tale prassi ha suscitato sempre maggiori perplessità tra i cittadini d’Oltremanica. I dubbi riguardano in particolare la natura del cosiddetto «rapporto speciale» (special relationship) con gli Stati Uniti. Quest’ultimo è visto con generale favore dall’opinione pubblica britannica, soprattutto in virtù dell’esito della Seconda guerra mondiale (l’alleanza con l’Europa è guardata con maggiore scetticismo); negli anni 80 e 90 del secolo scorso ha cominciato a diffondersi il timore che il «rapporto speciale» possa essere usato per coinvolgere il Paese in situazioni di conflitto, specialmente in Medio Oriente, nell’interesse degli Stati Uniti, ma non necessariamente della Gran Bretagna. Di qui il desiderio, soprattutto all’ala sinistra del Partito laburista, di sottrarre al sovrano/governo la prerogativa della decisione di entrare in guerra per rimetterla nelle mani del Parlamento. Nel 1999 un autorevole esponente del Labour formulò una proposta di legge che avrebbe trasferito il potere di autorizzare un’azione militare contro l’Iraq dalla Corona al Parlamento. Ma il progetto fu bloccato da Tony Blair e dal suo governo, che suggerirono alla regina di porre il veto alla sua discussione in Parlamento. Gli eventi legati al coinvolgimento della Gran Bretagna in Iraq a partire dalla primavera del 2003 hanno accentuato le perplessità dell’opinione pubblica riguardo a chi abbia il diritto di decidere di entrare in guerra. Lo scoglio principale sembra ancora una volta il «rapporto speciale» con gli Stati Uniti. La storica propensione dei primi ministri a intrattenere stretti rapporti con i presidenti Usa (Churchill e Roosevelt, Thatcher e Reagan, per fare due esempi) ha spinto il governo ad assumersi l’impegno morale, anche nel corso di colloqui privati bilaterali, di agire anche contro il volere dell’opinione pubblica. All’inizio del 2003 i cittadini britannici erano nettamente contrari a un intervento militare: a febbraio un milione di persone si riversò nelle strade di Londra per chiedere ai governanti di non partecipare alla guerra in Iraq. Tuttavia il premier Tony Blair e con lui il governo britannico, avevano già assunto l’impegno morale di intervenire al fianco degli Usa. Consapevole della profonda ostilità dell’opinione pubblica, Blair cercò l’appoggio del Parlamento e quest’ultimo si ritrovò con le mani legate, poiché a quel punto avrebbe messo a rischio la credibilità del governo (e del Paese). Il 18 marzo 2003 si tenne un dibattito alla Camera dei Comuni per autorizzare l’intervento. Blair ottenne senza difficoltà un voto favorevole. Così, i britannici continuano a nutrire seri dubbi su chi debba decidere e come, un’eventuale entrata in guerra. Gran parte dell’opinione pubblica tiene fede al principio secondo cui il Paese deve intervenire nei casi previsti dal diritto internazionale o dettati da un imperativo morale. La disastrosa gestione dei conflitti in Iraq e in Afghanistan, unita alla convinzione che, specie nel mondo arabo, le conseguenze siano troppo rischiose e difficili da prevedere, hanno spinto non solo i cittadini, ma anche i politici, a una maggiore cautela (la reputazione di Blair è stata irrimediabilmente danneggiata dai fatti del 2003). Il voto espresso dal Parlamento il 29 agosto contro l’intervento in Siria riflette questa progressiva delegittimazione della prerogativa della Corona (e del governo) nelle decisioni di ordine militare. Riflette il nervosismo dei politici e il loro timore di scontentare l’opinione pubblica, anche quando possono addurre valide ragioni di ordine morale e giuridico a favore dell’intervento. Ma è anche il segno di un profondo cambiamento storico, che mette in discussione il «rapporto speciale» con gli Usa e la possibilità, da parte della Gran Bretagna, di continuare a vivere all’ombra del proprio passato e considerarsi un protagonista, in senso morale e materiale, sulla scena internazionale (traduzione di Enrico Del Sero ). Duggan Christopher

Fonte: Archivio storico del “Corriere della Sera”

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