Siria: articoli pubblicati dal “Corriere della Sera” dal 01/07/2012 al 31/12/2012

1 luglio 2012

Accordo al ribasso sulla Siria. «Transizione ma senza ingerenze». L’Italia dichiara lo stato di emergenza per i profughi. Bombe sul funerale, decine di morti a Damasco. Mosca soddisfatta: «Il piano non implica le dimissioni di Assad»

Il punto di partenza della conferenza a Ginevra è «un punto al quale non si sarebbe mai dovuti arrivare». È così che, dopo quindicimila morti in 16 mesi di rivolte contro il regime di Damasco, Kofi Annan ha aperto ieri un vertice per tentare di resuscitare il suo piano di pace per la Siria. Il piano, approvato in aprile, non è mai stato realmente applicato: basti pensare che durante il presunto cessate il fuoco tra governo e ribelli, ci sono stati quasi 5.000 morti e che gli osservatori Onu mandati a monitorare la tregua hanno smesso di condurre pattugliamenti perché troppo rischiosi. Era inoltre prevista anche una transizione politica pacifica: ed è proprio nel tentativo di tracciare una «road map» verso un governo di unità nazionale e verso elezioni multipartitiche che si è discusso a Ginevra. Ma se c’è accordo tra le grandi potenze sulla necessità di fermare il conflitto siriano, restano le profonde divisioni sul «come». L’ appello di Annan alla comunità internazionale ad agire con unità «o la storia ci giudicherà tutti duramente» risuona a vuoto. La conferenza era già quasi saltata per l’incapacità di accordarsi su chi dovesse essere invitato: alla fine, oltre ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ Onu – Russia, Usa, Cina, Francia e Gran Bretagna – c’erano Turchia, Qatar e Iraq, ma non Iran e Arabia Saudita. Ma l’ostacolo più grosso resta la risposta alla domanda: chi dovrebbe far parte di un nuovo governo di unità nazionale? Ovvero, qual è il destino del presidente Assad? Mentre Hillary Clinton e il britannico William Hague tornavano ieri a premere per l’uscita di scena del raìs (e anche il ministro italiano Giulio Terzi ribadiva che «Assad non potrà avere un ruolo nel processo di transizione»), Russia e Cina continuavano a opporsi, accusando i primi di ingerenza internazionale. Era chiaro dall’ inizio che la bozza per la «road map» diffusa prima della conferenza non sarebbe mai stata accettata da Mosca: suggeriva che il nuovo governo siriano potrebbe «includere membri del regime, dell’opposizione e di altri gruppi, ma escludere coloro la cui presenza e partecipazione minerebbe la credibilità della transizione e metterebbe in dubbio stabilità e riconciliazione»: un tentativo di tenere fuori Assad, secondo diversi diplomatici. E infatti è un’ altra la dichiarazione che Annan ha letto con voce stanca, alle 7 di sera, dopo ore di colloqui: non chiarisce se Assad possa o meno far parte del governo; afferma che l’esecutivo va formato con il «consenso delle parti». Ma com’è possibile se l’ opposizione rifiuta una transizione che includa il presidente e la sua cerchia e Assad boccia le «soluzioni imposte dall’ esterno»? La realtà sul campo parla più forte della diplomazia. Regime e ribelli pensano di poter vincere militarmente. Di questo passo, avverte Annan, «la spirale diventerà irreversibile». Il conflitto non risparmia ormai Damasco e i dintorni, con scontri durissimi nel sobborgo di Douma, riconquistato dall’ esercito dopo settimane di assedio. Ieri bombe sparate su un corteo funebre nella capitale avrebbero causato trenta morti. Gli oppositori denunciano che le 24 ore precedenti la conferenza di Ginevra sono state tra le più cruente dell’ anno con oltre 120 morti e nuovi profughi. La crisi umanitaria ha portato ieri l’ Italia a dichiarare lo stato di emergenza per la Siria e a stanziare 1,5 milioni di assistenza. Sulla strada per Damasco dalla frontiera libanese, i controlli ai checkpoint ieri erano più numerosi e nervosi di un mese fa. L’ atmosfera si rasserena, ma solo a malapena, se parli degli Europei di calcio. I siriani tifano per l’ Italia. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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1 luglio 2012

Accordo sulla transizione in Siria ma a Ginevra prevale il compromesso

Con la sua lunga esperienza diplomatica Kofi Annan sa bene come trasformare in speranza il permanere di un disaccordo, ma la conferenza di Ginevra sulla Siria ha messo a dura prova, ieri, la sua pur collaudata bravura. I Paesi del «Gruppo d’ azione», ha spiegato Annan, sono uniti nel chiedere che a Damasco venga formato un governo di transizione che possa far cessare le violenze e assecondare le richieste del popolo siriano. Vero. Con il non trascurabile dettaglio che nel testo originale sottoposto ai partecipanti il presidente Bashar al-Assad veniva escluso dalla compagine transitoria, mentre in quello approvato all’ unanimità il passaggio anti-Assad è scomparso. In pratica si è dovuto scegliere tra una clamorosa frattura (sul testo originale) e un compromesso ambiguo dettato dalle modifiche chieste da russi e cinesi. È stata scelta la seconda opzione e dunque nulla si dice nelle conclusioni di un regime change a Damasco. Del resto alla riunione di Ginevra erano assenti tanto i sostenitori di Assad quanto i suoi avversari e risulta quasi paradossale che l’ avvio della transizione venga ora affidato al «consenso» delle due fazioni siriane che si odiano e si massacrano da sedici mesi mentre la Comunità internazionale resta divisa dietro il fragile paravento dell’ accordo ginevrino. Kofi Annan si è augurato che il documento approvato ieri possa servire da base per nuove e più impegnative risoluzioni dell’ Onu, ma le diverse interpretazioni dell’ accordo date subito da Hillary Clinton e dal suo collega russo Sergej Viktorovič Lavrov sono servite a misurare la distanza ancora esistente tra Washington e Mosca. Il Segretario di Stato Usa ha liquidato le «piccole modifiche» apportate al testo originale sostenendo che quando si parla di autorità di transizione la si intende senza Assad. Forse si tratta di una apertura a un governo degli oppositori da contrapporre a quello di Damasco? Russia e Cina non sarebbero certo d’ accordo: Lavrov ha rivendicato il merito di aver fatto cancellare i brani che costituivano «interferenze esterne» nei confronti della Siria, pur dicendosi a favore di un processo di transizione. Il punto fondamentale di dissenso tra Usa e Russia, dunque, è rimasto: i primi (assieme agli europei e ai Paesi arabi presenti) vogliono che la transizione cominci con l’uscita di scena di Assad; la Russia e la Cina pretendono invece che un suo allontanamento sia un eventuale punto di arrivo. Si vedrà se l’ imbroglio di Ginevra potrà dare qualche frutto. Per ora di sicuro c’ è soltanto l’ allarme, questo sì condiviso da tutti, sul rischio che le stragi siriane diano fuoco a tutto il Medio Oriente. Venturini Franco

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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4 luglio 2012

Diplomazia debole e protezione russa impotenti davanti ai massacri in Siria

Rapporti terrificanti sulle torture commesse dal regime siriano. Bombe sui centri abitati. Vendette non meno sanguinose dei ribelli. E morti. Tanti morti. Il conflitto in Siria scrive ogni giorno pagine brutali e nessuno sa bene cosa fare. L’ Occidente per ora si è limitato ad aiutare gli insorti con forniture di armi dirette o indirette attraverso gli alleati arabi. Un supporto – si racconta – affiancato da operazioni dell’ intelligence. Più determinati alcuni Paesi arabi, come Arabia Saudita, Qatar, Libia, che hanno fornito materiale bellico in quantità all’ opposizione. Ma questo è il limite. Nessuno per il momento sembra pensare a un intervento in stile Libia. Gli Usa lo hanno escluso, non meno prudenti i partner europei. Un’azione militare aprirebbe scenari imprevedibili e sarebbe costosa in termine di vita umane. Poi ci sono le diffidenze verso i ribelli, dove non sono pochi gli estremisti. Come dice saggiamente l’ ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, meglio stare alla larga se non sei sicuro di ciò che viene dopo. E la Siria rientra in questa categoria. Le indecisioni della diplomazia sommate alla protezione della Russia danno una mano al regime. La satrapia perde i pezzi ma è ancora solida. L’ impressione è che il clan Assad, insieme alle minoranze che lo appoggiano, sia pronto ad andare fino in fondo. Con le armi in pugno. Allora si manovra. Pressioni diplomatiche piuttosto sterili e il sostegno – contenuto – all’ insurrezione. Si spera di provocare un punto di rottura, quel crac che spinga Mosca a chiedere al leader di farsi da parte per favorire una transizione come invoca l’ inviato dell’ Onu, Kofi Annan. Un’ uscita in extremis per evitare il bagno di sangue finale. L’ impressione, però, è che sia troppo tardi. Quando si compiono certe nefandezze e si bruciano migliaia di vite non c’ è spazio per soluzioni intermedie. Gli insorti lo hanno fatto capire. Difficile perdonare l’ eccidio. La conseguenza è che cinicamente si aspetta una svolta sul terreno. Qualcosa che spezzi il regime o che renda possibile un intervento oggi escluso. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 luglio 2012

Super generale fugge a Parigi. «Colpo durissimo per Assad». Parigi fa un mezzo passo indietro: escluso l’uso della forza come è successo in Libia. Hollande e Clinton insieme contro Russia e Cina

Nel giorno dei 100 ministri riuniti a Parigi un solo uomo – ma importante – sferra il colpo finora più forte contro il regime di Damasco: il generale Manaf Tlass, amico d’infanzia del dittatore Bashar al-Assad, è fuggito in Turchia prima di dirigersi verso la Francia, il Paese che nelle ultime settimane ha preso la guida dell’offensiva diplomatica per una transizione democratica in Siria. Una migliore circostanza non poteva capitare al presidente François Hollande, che ieri mattina ha aperto i lavori della terza «Conferenza degli amici del popolo siriano» presentando un piano in cinque punti: 1) I crimini commessi dal regime non resteranno impuniti e i responsabili saranno giudicati dalla Corte penale internazionale; 2) Rafforzamento delle sanzioni già in atto contro i responsabili delle atrocità; 3) Più sostegno all’ opposizione democratica, in particolare fornendo mezzi di comunicazione; 4) Aiuti umanitari per le popolazioni colpite; 5) Impegno ad aiutare il popolo siriano nella ricostruzione dopo la partenza di Assad definita da Hollande «ineluttabile». Il segretario di Stato americano Hillary Clinton è stata insolitamente dura contro i grandi assenti Russia e Cina, che hanno bloccato finora ogni iniziativa al Consiglio di sicurezza dell’ Onu: «Devono sapere che finiranno col pagare un prezzo per la loro opposizione a ogni progresso, il loro atteggiamento non è più tollerabile», ha detto Clinton, con un tono poco diplomatico e minaccioso presto commentato a Mosca dal viceministro degli Esteri russo Gennady Gatilov: «Parole fuori luogo». Gli «Amici della Siria» hanno concordato di rilanciare in sede Onu il progetto di una risoluzione al Consiglio di sicurezza nell’ ambito del capitolo VII della Carta, che prevede non solo raccomandazioni ma anche misure coercitive. Una volontà già espressa alcune settimane fa dal ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, che non aveva escluso il possibile ricorso all’ uso della forza. Ieri c’ è stata una parziale marcia indietro: capitolo VII sì ma più precisamente l’ articolo 41, quello che disciplina le sanzioni economiche e non l’ articolo 42 che legittima le azioni militari e che è stato alla base dell’ intervento militare in Libia. Quel che riuscì alla comunità internazionale contro la Libia di Gheddafi difficilmente si ripeterà contro la Siria di Assad, «perché la Russia vuole tutelare i propri interessi e i legami con l’ attuale regime e la Cina sospetta che l’ Occidente voglia andare oltre il mandato dell’ Onu», ha detto a margine della conferenza il sottosegretario italiano Marta Dassù. E anche il ministro tedesco degli Esteri Guido Westerwelle ieri ha ribadito il no all’ intervento armato. «Però lo sgretolamento del regime è una possibilità realistica – ha aggiunto Dassù -, e la defezione del generale va in questa direzione».

Il generale Manaf Tlass e il dittatore Bashar al-Assad sono cresciuti assieme perché figli di due grandi amici: Mustafa Tlass, confidente, compagno della prima ora e per trent’anni ministro della Difesa di Hafiz al-Assad. Il patto di ferro tra i Tlass, sunniti, e gli Assad, alauiti, è stato uno dei pilastri della dittatura, un sostegno importante che ora viene a crollare. «Siamo pronti a collaborare con Tlass appena prenderà contatto con noi, dimostreremo a lui e agli altri comandanti militari che rifiutare i crimini è possibile», ha detto Abdel Basset Sida [1] , presidente del Consiglio Nazionale Siriano, presente anch’ egli a Parigi. Gli oppositori hanno naturalmente ringraziato l’ azione della Francia e degli alti Paesi in loro favore, anche se «si può fare di più». Abdel Basset Sida, 56 anni, di etnia curda, esiliato in Svezia, ha criticato l’ esclusione a priori dell’ uso della forza – «così Assad non avrà mai paura» – e sottolineato che dei finanziamenti promessi ai ribelli «solo una parte sono arrivati». Comunque, Sida è in partenza per Mosca, dove cercherà di convincere Putin che «gli interessi russi ormai sono più al sicuro con noi, che con quel regime condannato e morente».  Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 luglio 2012

Quel figlio dell’ élite fra divisa mimetica e gusti occidentali

Del legame tra i due amici d’ infanzia e compagni di accademia militare resta una foto di vent’ anni fa, in divisa mimetica, in cui, bello come un attore del cinema, Manaf Tlass sta in piedi al fianco di Bashar al-Assad, futuro presidente siriano. Tlass ha continuato la carriera militare, diventando generale della Guardia Repubblicana. Ma proprio lui, che avrebbe avuto il compito di difendere la capitale e il suo amico presidente, è fuggito nei giorni scorsi dalla Siria, diventando il disertore di più alto rango in 16 mesi di rivolte contro il regime. Tlass sarebbe scappato dal confine turco. Era diretto a Parigi, ha detto ieri il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius alla riunione dei cosiddetti «Amici della Siria» (i Paesi favorevoli alla caduta di Assad), ma poi s’ è rimangiato tutto dichiarando di non conoscerne la destinazione finale. Mentre non è chiaro se il generale sia solo fuggito o se sia pronto a lavorare con i ribelli, la sua defezione alimenta negli oppositori varie speranze: che lo seguano i suoi ufficiali e soldati, che sia un segnale che la cerchia di fedelissimi del presidente possa disintegrarsi e che altre famiglie benestanti sunnite di Damasco possano abbandonare gli Assad. Il sito web pro-regime Syria Steps conferma la defezione ma la sminuisce come «insignificante», pur ammettendo un certo effetto psicologico: «è uno shock per i siriani che credevano nella lealtà dei Tlass». Il legame di amicizia, potere e interessi tra le due famiglie ha radici nella generazione precedente. L’ ex presidente Hafiz al-Assad conobbe Mostafa Tlass, il padre del generale disertore, all’accademia militare e furono insieme di stanza in Egitto durante la breve durata della Repubblica Araba Unita. Dopo che Hafiz al-Assad prese il potere nel ‘ 70, l’ amico divenne ministro della Difesa, fino alla pensione nel 2004. Ma la fuga di suo figlio non è una totale sorpresa. Da mesi i rapporti tra Manaf e Bashar s’ erano deteriorati. «Manaf non ha voluto usare la forza contro gli oppositori», dice al Corriere una fonte di Damasco che conosce il generale. Nel marzo 2011, fu mandato come una sorta di ambasciatore di Assad tra i manifestanti a Rastan (a nord di Homs), zona sunnita di cui la famiglia Tlass è originaria e a Douma, vicino a Damasco. Tlass facilitò incontri col presidente e il rilascio di manifestanti arrestati. Secondo l’ esperto di Siria Joshua Landis, la leadership militare (dominata dagli alauiti, la minoranza etnico-religiosa cui appartengono gli Assad) si oppose però a quella strategia, preferendo la repressione. Ambiguo è il ruolo del fratello di Manaf, Firas, imprenditore accusato di corruzione, che nel 2005 diceva di credere nelle riforme di Bashar, ma dal 2011 avrebbe finanziato i ribelli: alcuni dicono che giocava su due tavoli, altri che avrebbe fornito armi alla rivolta spingendola a diventare violenta per scopi poco chiari. Ma a distruggere la fiducia tra le due famiglie sarebbe stata la defezione a Rastan, lo scorso anno, del luogotenente Abdel Razzaq Tlass con 400 soldati: è un cugino, oggi leader della nota brigata al Farouq. Era stato Manaf Tlass a raccomandarlo per l’ esercito. Da gennaio il generale non usciva più dalla casa di Damasco, sorvegliata dall’intelligence. A Parigi vive la sorella, vedova di un ricco commerciante d’ armi saudita, raggiunta a marzo dal padre ottantenne Mustafa Tlass. Firmò lui, nel 1982, i documenti in cui si ordinava il massacro di Hama, anche se c’ è chi dubita che la decisione fosse solo sua. Invece in Libano, nel 1983, disse di aver evitato gli attacchi contro i peacekeeper italiani per amore di Gina Lollobrigida. Fu anche grazie al suo appoggio che Bashar divenne presidente alla morte del padre nel 2000. Quando l’ erede designato di Hafez, Basil, morì in un incidente, il ministro disse di vedere negli occhi di Bashar la luce del fratello. Ma stavolta la sua famiglia ha scommesso contro il regime. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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10 luglio 2012

«Assad non è eterno». Segnali da Teheran. L’ inviato dell’ Onu Annan vede Bashar: approccio costruttivo. Poi vola in Iran.  Gli ayatollah, unici alleati regionali di Damasco: «Nel 2014 si vota. Le cose avranno il loro corso»

In Siria si tratta e si spara. Un binario consolidato nella regione, dove la diplomazia convive con la violenza. L’ attenzione, nelle ultime 48 ore, è di nuovo tornata sulla missione di Kofi Annan, alla disperata ricerca di una soluzione che tanti ritengono impossibile. L’ inviato Onu, dopo un colloquio con il presidente Bashar al-Assad, ha annunciato «un nuovo approccio» che dovrà essere sottoposto all’ opposizione. Un piano (vago) di transizione ottenuto dopo un incontro definito «franco e costruttivo». Annan lavora alla definizione dei meccanismi anche se deve vincere le resistenze delle parti. Il regime è convinto di aver già concesso molto mentre i ribelli sono molto scettici e hanno espresso commenti negativi. Ora che guadagnano posizioni e sono meglio armati non sono disposti a sconti. Dunque per i mediatori c’ è molto da fare e gli osservatori ammettono che i risultati concreti appaiono molto lontani. Da Damasco, Annan si è trasferito in Iran per consultazioni ritenute importanti. E lo ha accolto il ministro degli Esteri Salehi con un’ intervista che pesa: «Nessun leader è eterno e questo vale anche per Assad. Nel 2014 ci saranno le elezioni presidenziali e dovremmo lasciare che le cose seguano il loro corso. Fino ad allora, però, cessino le interferenze straniere». Teheran è l’ unico alleato regionale di Damasco e aiuta il regime. Ma tra il rischio di perdere (in futuro) un avamposto e trovare un compromesso è evidente che l’ Iran sceglie la seconda ipotesi. Se i siriani non vogliono più Assad – è questo il messaggio – è bene che si faccia da parte. Linea non troppo lontana da quella della Russia. Lo dimostrano i segnali emersi in queste ore. Il presidente Vladimir Putin ha affermato che sarebbe necessario costringere regime e ribelli a trovare una soluzione pacifica. Esortazione accompagnata dal rifiuto di qualsiasi ingerenza esterna. Più concrete le parole del vicedirettore dell’ ufficio esportazioni russo, Vyachezlav Drizirkan: la Russia sospenderà le forniture d’ armi alla Siria «fintanto che la situazione resterà instabile». Una misura che si applica ai contratti legati all’ invio di nuovi aerei e missili, ma esclude parti di ricambio e «pezzi» garantiti da vecchi accordi. Ciò dovrebbe permettere l’ arrivo in Siria dei famosi elicotteri d’ attacco. L’ annuncio – se confermato – rappresenta comunque una forma di pressione sull’ alleato. Mosca è vicina a Bashar, lo tutela ma si rende conto che è necessaria una svolta. Concetto passato anche agli insorti nei contatti diretti. A Mosca è arrivato Michel Kilo, uno dei rappresentanti di un’ opposizione frammentata, e domani Abdel Basset Sayda, capo del Consiglio Nazionale Siriano è atteso nella capitale russa per colloqui. Ecco che allora si ritorna ai meccanismi di transizione inseguiti da Kofi Annan, sperando che funzionino meglio di quanto è avvenuto in questi mesi. In attesa degli sviluppi, proseguono – feroci – gli scontri. Ieri sono morte una trentina di persone tra Homs e Qusayr, che si aggiungono all’ ultimo bilancio sulla guerra diffuso dall’ c: 17.129 vittime, di cui 11.897 civili, 4.348 soldati e 884 disertori. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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12 luglio 2012

Se la crisi siriana ci riporta alla Guerra fredda

Come ai tempi della Guerra fredda. Con gli Usa, appoggiati dagli alleati, che fronteggiano la Russia, pronta invece a tutelare l’ amico a Damasco. E la prova di forza va avanti con scambi di colpi diplomatici. Washington e gli europei presenteranno al Consiglio di Sicurezza Onu una risoluzione che fissa una sorta di ultimatum: Assad avrà 10 giorni di tempo per ritirare le armi pesanti dalle città. Se non lo farà subirà nuovi sanzioni. Sempre che Mosca e Pechino lo permettano. In queste ore i russi hanno ribadito il loro sostegno al regime. Mosca, infatti, garantirà a Damasco i sistemi anti-aerei (e gli elicotteri) che Assad aveva acquistato nel passato. Un segnale rimarcato dall’ arrivo nei prossimi giorni in Siria di una robusta flottiglia russa. Gli Usa, invece, hanno espresso il loro no ad un coinvolgimento dell’ Iran nel negoziato, come invece ha chiesto l’ inviato Onu, Kofi Annan, perché ritengono sia «controproducente» e intendono esercitare altre pressioni. Il regime, a loro giudizio, sta perdendo i pezzi. Ieri l’ ambasciatore siriano in Iraq, Nawaf Fares, si è dimesso dal suo incarico. Ritenuto molto legato ai servizi segreti siriani e dunque una figura di peso, il diplomatico ha deciso di unirsi agli insorti. Fares è il primo ambasciatore siriano a rompere con il regime. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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13 luglio 2012

«Una strage di civili in Siria». La dinamica è la stessa di Houla, dove persero la vita anche 49 bambini e di Qubeir. Nella stessa provincia di Hama, nel 1982, Assad padre fece sterminare migliaia di persone. L’ opposizione: più di 200 morti nel villaggio di Treimsa

Mentre continua al Consiglio di sicurezza dell’ Onu il braccio di ferro diplomatico sulla crisi siriana, un’altra strage viene denunciata nel cuore del Paese. Se confermata potrebbe essere il massacro più sanguinoso nei 16 mesi di rivolte contro il regime di Bashar Assad. Oltre 100 persone – 200 secondo alcune fonti – sarebbero morte ieri nel villaggio di Treimsa, in provincia di Hama, stando a quanto riportano gli attivisti dell’opposizione siriana. È una notizia che non è possibile verificare in modo indipendente, ma in serata anche il regime di Damasco, attraverso la tv di Stato, confermava una strage in quel villaggio, pur attribuendo la colpa a «terroristi armati». La dinamica descritta dagli oppositori è la stessa di massacri passati avvenuti nei mesi scorsi a Houla, in cui morirono 108 persone tra cui 49 bambini, e a Qubeir, che si trova anch’ esso in provincia di Hama. Il precedente è inquietante: Hama è la città dove trent’ anni fa Hafiz al-Assad, il padre dell’ attuale presidente Bashar al-Assad, represse una rivolta lanciata dalla Fratellanza musulmana: non si sa tuttora quanti furono i morti, le stime vanno dai 7 mila ai 40 mila. Il villaggio di Treimsa, secondo gli attivisti, sarebbe stato colpito ieri sin dalle prime ore del mattino dalle truppe governative con elicotteri e carri armati. Vi sono poi due diversi resoconti: il Consiglio rivoluzionario di Hama, gruppo di oppositori attivi nel Paese, parla di 200 morti, soprattutto civili e afferma che gli shabiha, i miliziani pro-regime provenienti da vicini villaggi alauiti (lo stesso gruppo religioso del presidente Assad), avrebbero dapprima circondato Treimsa, impedendo ai residenti di fuggire durante i bombardamenti e in seguito avrebbero giustiziato i sopravvissuti casa per casa. Altre fonti dell’ opposizione, invece, in particolare il Consiglio siriano dei diritti umani, che ha sede a Londra ma lavora attraverso contatti in Siria, sostengono che i morti sarebbero 150, 30 dei quali già identificati, alcuni civili, altri ribelli armati: «Sarebbero stati uccisi in parte nei bombardamenti e in parte in scontri tra oppositori e truppe del regime, oppure giustiziati con colpi d’ arma da fuoco per strada», dice al Corriere Sipan Hassan, membro dell’ organizzazione.

Il Consiglio Nazionale Siriano, principale gruppo all’ estero dell’ opposizione (divisa) al regime, ha chiesto agli osservatori delle Nazioni Unite di recarsi al villaggio per documentare la strage. Ma dal 16 giugno i 300 osservatori disarmati inviati ad aprile a monitorare una tregua mai applicata hanno sospeso la missione perché i rischi si sono fatti troppo gravi anche per loro. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve decidere entro il 20 luglio se prorogare la loro missione ormai in scadenza. Ma al termine di una prima giornata di trattative in Consiglio di sicurezza, ieri, i membri permanenti erano ancora una volta divisi su come rispondere alla crisi siriana. Sul tavolo ci sono due testi diversi: c’ è la bozza di risoluzione di Mosca, principale alleato del regime, che prevede il rinnovo per tre mesi del mandato degli osservatori, senza alcuna forma di pressione su Damasco o sui ribelli e c’ è la proposta di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia che estende la missione di un mese e mezzo, e stabilisce un ultimatum di 10 giorni al regime perché smetta di usare le armi pesanti contro le città ribelli altrimenti verrà applicato il capitolo VII della Carta dell’ Onu. IL capitolo VII autorizza azioni che vanno dalle sanzioni fino ad un intervento militare. Ma Mosca ha già replicato: è «inaccettabile».  Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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14 luglio 2012

Incubo Siria, fra stragi e minaccia chimica. Ban Ki-moon: l’ inazione dell’ Onu è una licenza di massacro per il regime

La Siria è stretta tra stragi quotidiane – l’ ultima a Treimsa – e scenari futuri «da incubo». Fonti americane hanno rivelato al “Wall Street Journal” che i militari di Assad hanno portato fuori dai depositi quantitativi di armi chimiche. Movimenti probabilmente individuati dai satelliti spia e da informatori sul terreno. L’ uscita dei carichi militari ha ovviamente suscitato allarme anche se non è chiara la ragione della mossa. C’ è chi teme un uso dei gas contro i ribelli. Un colpo per continuare la pulizia etnica a danno dei sunniti. Gli israeliani, invece, pensano che siano state spostate perché non cadano in mano ai nemici. In alternativa è possibile che il regime voglia confondere le idee agli 007 occidentali e al tempo stesso, lanciare un messaggio minaccioso. Anche se Damasco sa bene che il dossier è ad alto rischio. Washington sarebbe pronta a intervenire in Siria proprio per mettere in sicurezza l’ arsenale chimico. Un’operazione che potrebbe richiedere 75 mila uomini e che sarebbe stata anche al centro di esercitazioni in Giordania. La Siria, quanto a gas letali, è ben fornita. Li ha ricevuti negli anni 70 dall’Egitto e li ha poi sviluppati in modo autonomo o con l’aiuto dell’ Iran. Uno speciale ufficio si è occupato di procurare le tecnologia – anche all’ Ovest – e l’ ha poi distribuita in una serie di impianti tra Aleppo, Homs, Hama, Dumayr e la capitale. Alcuni sono ospitati in installazioni militari, altri in aziende del settore civile. Questo però è il futuro. E può essere inquietante ma il presente non lo è da meno. Lo dicono le drammatiche notizie dalle città assediate. A Treimsa, vicino ad Hama, si è continuato a sparare con elicotteri e razzi. Al punto che gli osservatori Onu non sono potuti entrare per indagare sul massacro. Secondo le Nazioni Unite la strage sarebbe stata la prosecuzione di un raid condotto da forze aeree con elicotteri di fabbricazione russa (Mi 8 e Mi 24) accompagnato dal tiro dei cannoni. Incerto il bilancio: da 74 a oltre 200. Per gli oppositori si tratta di civili uccisi dalle bombe o pugnalati dagli shabiha, i miliziani del regime. Damasco, invece, ha prima sostenuto che l’ eccidio è da imputare ai «terroristi», poi ha affermato che i morti erano dei ribelli (solo 50). Gli Usa hanno subito rilanciato l’ idea di sanzioni dure. L’ inazione dell’ Onu in Siria equivale ad una «licenza di massacro» per il regime, ha affermato ieri sera il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. L’ inviato Onu Kofi Annan ha aggiunto che ci «saranno delle conseguenze» perché l’ eccidio viola le risoluzioni. Parole che indicano un colpevole e dovrebbero avere un seguito nei contatti al Consiglio di sicurezza dove gli occidentali insistono per un ultimatum di 10 giorni ad Assad. Ma in mezzo c’ è la Russia, contraria. Ieri, nel condannare la strage, i russi hanno alluso alla coincidenza tra l’ attacco e il dibattito all’ Onu. Intanto hanno fatto ripartire la «Alaed», cargo che trasporta missili ed elicotteri per la Siria. Velivoli identici a quelli impiegati nell’ attacco a Treimsa.

L’ arsenale di armi chimiche di cui dispone Damasco è ritenuto dagli esperti uno dei più vasti e pericolosi del Medio Oriente.  La Siria ha cominciato a sviluppare armi chimiche negli anni Settanta, all’ epoca del presidente Hafez Assad, prima con l’ aiuto dell’ Egitto, poi in modo autonomo e in collaborazione con l’ Iran. Il Paese non ha mai firmato la convenzione del 1992 che rende illegali la produzione, la conservazione e l’ uso di armi di questo tipo. Il programma chimico siriano comprende gas nervino di tipo sarin e Vx, gas mostarda e cianuro. Le armi chimiche possono essere lanciate con missili terra-terra tipo Scud, artiglieria e aerei. Incidente Il 26 luglio 2007 una fuoriuscita di gas mostarda da un impianto nei pressi di Aleppo ha provocato la morte di decine di persone

Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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28 luglio 2012

Siria, nell’inferno di Aleppo. Assad scatena elicotteri e jet. Sembra che circa la metà degli oltre tre milioni di abitanti sia profuga nei villaggi vicini. Un testimone: «I cecchini lealisti sono annidati sui bastioni della città vecchia» Gli Usa: «Temiamo che si prepari un massacro»

«I cecchini lealisti sono annidati sui bastioni della città vecchia. Usano le torri medievali come prigioni. La gente fugge in massa. Ma dove andare? Con il passare delle ore spostarsi diventa sempre più difficile. Da tre giorni Bashar al-Assad ha scatenato elicotteri e jet Mig 23 sulle nostre teste. E da questa mattina gli elicotteri sparano su qualsiasi mezzo in movimento». Raggiunto via Skype nel suo rifugio alla periferia dell’ assedio, appena fuggito da quello che chiama «l’ inferno di Aleppo», così ieri sera Alà raccontava il calvario della seconda città del Paese e suo storico centro commerciale. Antiquario, 27 anni, rifiuta di rivelare il cognome nel timore di essere riconosciuto dalla polizia del regime. «Forse la metà della città è sotto controllo della guerriglia rivoluzionaria. Ma la situazione sta diventando sempre più drammatica. A mezzogiorno hanno iniziato a sparare anche con i cannoni dei tank. Il quartiere dove abito, Al Azamieh, ha ancora luce ed acqua. Ma in quelli più centrali di Salahaddin, Saif Al Dawis e Al Mashad, la devastazione è totale. Manca tutto, a partire dal carburante. E comunque nell’ intera città i negozi sono chiusi per mancanza di rifornimenti», aggiunge fornendo altri particolari drammatici. Vengono in mente le devastazioni di Homs e Hama, i bombardamenti punitivi contro i civili alla periferia di Damasco e Daraa verso la Giordania. Bab Al Hadid, una delle otto porte della città vecchia, è stata gravemente danneggiata. Tutte le strade principali sono chiuse dai posti di blocco. Sembra che circa la metà degli oltre tre milioni di abitanti sia profuga nei villaggi vicini, accampata presso il confine turco, o addirittura passata oltre frontiera verso Antakia. Un dramma in atto che ha spinto Ikhlas Badawi, deputata eletta al Parlamento alle elezioni farsa di maggio proprio per la circoscrizione di Aleppo, a fuggire in Turchia denunciando «questo regime tirannico» e le sue «torture selvagge ai danni di una popolazione che chiede il minimo dei diritti». È la prima dei 250 deputati a compiere un atto del genere, l’ ennesima crepa nel sistema di potere. Visti dai villaggi a sud della città dove ci troviamo da alcuni giorni sembra davvero che i preparativi per la battaglia finale di Aleppo siano quasi completati. Assad ha concentrato le sue truppe migliori. È stato persino pronto a sguarnire i presidi delle periferie pur di far piazza pulita dei nemici in questo settore. Tra le milizie rivoluzionarie, che dalle montagne dello Jebel Az Zawya stanno cercando di rallentare con ogni mezzo l’ afflusso delle colonne lealiste, impera la convinzione però che non ci sarà uno scontro decisivo, piuttosto il braccio di ferro potrebbe proseguire ancora per lunghi giorni, con un progressivo strangolamento di ciò che resta delle loro forze. E proprio per questo sono decisi a reagire. Non è semplice. Larga parte delle loro «qatibe» (le brigate) agiscono e si muovono in modo indipendente, seguendo logiche locali. Sostanzialmente i partigiani si organizzano per liberare e presidiare i propri villaggi, una volta raggiunti i loro obiettivi particolari tendono a restare passivi. «La nostra paura maggiore è che, messo con le spalle al muro, Assad ricorra alle armi chimiche. Magari lui non lo vorrebbe, ma lo faranno gli estremisti tra il suo clan, i più crudeli tra gli alauiti. Di fronte a una minaccia tanto grave dobbiamo per forza unirci, se non altro per chiedere aiuto con una voce sola alla comunità internazionale», sostenevano ieri i capi ribelli riuniti nella municipalità del piccolo villaggio di Maghara. Il tentativo è quello di rafforzare il coordinamento tra i comandi e organizzare i combattenti su scala nazionale. Ad Aleppo restano comunque presenti e attivi. Nelle ultime ore hanno tra l’ altro diffuso un video in cui mostrano un centinaio di prigionieri tra militari regolari e uomini della cosiddetta «shabiha» (i crudeli fiancheggiatori civili della dittatura) imprigionati e malmenati, molti mostrano segni evidenti di percosse, chiusi tra le mura di quella che sembra una caserma o una scuola. Cresce inevitabilmente la preoccupazione della comunità internazionale, che però resta indecisa sulle misure da prendere. Il dipartimento di Stato Usa denuncia «i preparativi di un prossimo massacro ad Aleppo». Il commissario Onu per i diritti civili, Navi Pillay, riporta di «uccisioni indiscriminate» tra la popolazione in fuga. Il comitato internazionale della Croce Rossa evacua in Libano gran parte del proprio personale straniero. Ma le parole più dure contro Assad arrivano da Robert Mood, il generale norvegese che sino al 19 luglio comandava la missione degli osservatori Onu in Siria, ora praticamente smantellata: «È ormai solo una questione di tempo. Inevitabilmente si avvicina la fine per questo regime che utilizza un pugno di ferro tanto sproporzionato contro la propria popolazione».  Cremonesi Lorenzo

15.000 i rifugiati siriani che hanno passato la frontiera con il Libano nelle ultime 24 ore. Gli sfollati interni alla Siria sono invece oltre un milione e mezzo.  Il 18 luglio un attentato ha ucciso quattro fedelissimi di Assad, tra cui un cognato e il ministro della Difesa. 

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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31 luglio 2012

Siria, un conflitto di religioni come in Bosnia e in Iraq. Iran, Hezbollah, Turchia ed Emirati del Golfo. Forze esterne si scontrano per il futuro del Paese. Incognite. Questo Ramadan può essere l’ ultimo per il regime, ma anche il primo di una fase di incertezza nell’ intera regione

Nell’imminenza di quello che tutti definiscono lo scontro finale, si addensano dubbi e timori sulla situazione e sul futuro della Siria. La radicalizzazione del conflitto anche sul terreno dello scontro settario (sciiti alauiti, sunniti, cristiani, drusi) è un dato di fatto ormai da mesi. Il protrarsi della crisi ha però via via richiamato attorno ai contendenti sul terreno le potenze della regione, dall’Iran alla Turchia, da Israele all’Arabia Saudita e ai Paesi del Golfo. E nelle ultime settimane, le notizie che si rincorrono lasciano presagire ben più di una partecipazione ideale o politica da parte di questi Paesi. E’ di qualche giorno fa la notizia che uomini di Hezbollah combatterebbero al fianco dell’ esercito di Assad. La notizia non è stata subito smentita come un anno fa, a dimostrazione che la scelta degli sciiti libanesi di aggrapparsi al regime alauita non è mai stata in dubbio. Qualche blanda critica passata è stata subito dimenticata, anche per far fronte ai timori che come sempre la situazione politica siriana abbia pesanti influenze in Libano. Per togliere ogni dubbio Hezbollah ha confermato scendendo in piazza il suo appoggio ad Assad, ma una partecipazione diretta negli scontri armati avrebbe conseguenze non da poco. E dalla stessa parte come sempre sta l’ Iran. Lo stesso Iran, che nei mesi scorsi si era sbilanciato in qualche richiamo al regime siriano, ora alza la voce verso complottismi di vario tipo e ingerenze straniere. La possibilità che si instauri un regime dalle connotazioni nettamente anti-sciite sulla scia del sunnismo più tradizionalista e filo-salafita agita i sonni di Teheran. E agita quelli di tutti gli sciiti della regione. Lo schieramento in forze all’ interno di Damasco e Aleppo comincia però a far emergere informazioni un po’ meno incerte sull’ identità di questi ribelli. Si parla di unità di uomini provenienti da Iraq, Libia, Egitto, Afghanistan e persino dalla Cecenia, dal Mali e dalla Somalia. Il ruolo di Al-Qāʿida e del radicalismo islamico è tutto da provare, così come l’ingresso di armi finanziate direttamente da sauditi e Paesi del Golfo. Tuttavia, sembrano esserci sempre più conferme che gli ultimi mesi hanno visto coagularsi nell’ opposizione sul campo siriano forze provenienti da Iraq e da altre aree di crisi ed utilizzate dai Paesi sunniti tradizionalisti per cacciare la minoranza alauita, da loro considerata eretica. Così accadde anche in Bosnia, in Afghanistan e poi in Iraq, che divennero palestra di formazione e di attività del jihadismo militante. La Siria sembra seguire lo stesso destino. Così del resto ben si spiega il continuo richiamo di Assad e degli alleati iraniani contro ingerenze esterne: più che ad un’operazione occidentale pensano alla mano saudita e agli emirati del Golfo. Urlano contro una presunta mano straniera e puntano il dito contro questi gruppi di ribelli forse richiamati in Siria dalla guerra civile. Una volta tanto, quindi, la mano straniera contro cui tuonano non è quella occidentale ma quella araba sunnita, con la Turchia alla finestra, pronta in prima battuta ai confini settentrionali. Uno schieramento di questo genere e con un dispiegamento di forze esterne in supporto degli uni o degli altri genera molti dubbi sulla durata dello scontro. Sulle macerie di un conflitto che non ha risparmiato nulla e che metterà in un angolo tutte le minoranze e le confessioni religiose che non saranno dalla parte dei vincitori, il futuro pare oggi ancor più carico di incognite di un anno fa. Le titubanze dei comitati siriani all’ estero evidenziano una realtà sul campo complicata e tutti i dubbi su un presente e soprattutto un futuro ancora incerti. Questo Ramadan di passione può essere l’ ultimo del solo regime che sta resistendo alle spallate della primavera araba. Ma può anche essere il primo di una fase di incertezza che tutti i Paesi intorno alla Siria non sanno ancora come affrontare. Tottoli Roberto

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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31 luglio 2012v

Il dramma siriano. I tormenti occidentali. L’ Occidente si indigna ma teme il «dopo Assad»

Ora che la battaglia di Aleppo è diventata l’ennesima carneficina della guerra civile siriana, non possiamo più evitare una domanda scomoda: l’ Occidente indignato dai massacri e scosso dall’ emergenza umanitaria, è davvero unito nel desiderare la caduta di Assad? Dietro il muro dell’ ostruzionismo russo e cinese all’ Onu, siamo davvero pronti a governare le conseguenze di una disgregazione del regime di Damasco e forse della Siria? A simili interrogativi che riservatamente tutte le Cancellerie si pongono è difficile dare, come sempre quando un conflitto è ancora in corso, risposte definitive. Ma è possibile, ed è anche doveroso, andare a esplorare quali calcoli e quali paure si nascondano in una guerra che per interposta violenza coinvolge mezzo mondo.

Una strage ad Aleppo sarebbe «un chiodo nella bara di Assad», ha detto ieri il segretario alla Difesa americano Leon Panetta. Parole forti, che confermano come gli Stati Uniti abbiano sui tragici avvenimenti siriani una posizione netta cui non è del tutto estranea la campagna presidenziale in corso. Nel difendere la sua politica estera (che conta assai meno dell’ economia, ma conta) Obama ha già messo al suo attivo le «primavere arabe» e le loro malferme democrazie. Ha messo al suo attivo, beninteso, anche l’ eliminazione di Osama Bin Laden. E ora la caduta di Assad prima di novembre, che oltretutto isolerebbe il reprobo Iran, sarebbe la classica ciliegina sulla torta elettorale. Oggi questa convenienza, sorretta dai sentimenti di rivolta contro i continui massacri e alimentata dalla impossibilità di mostrarsi arrendevoli davanti ai nyet della Russia e della Cina, sembra prevalere alla Casa Bianca sulle incognite del «dopo Assad» e persino sulla presenza di Al-Qāʿida nel teatro bellico siriano. Ma anche l’ America e anche i suoi alleati europei e mediorientali sanno di avere a che fare con un tormento geopolitico al quale non si riesce a trovare soluzione: da un lato è inaccettabile che Assad lo stragista resti al suo posto; dall’ altro sono incalcolabili le probabili conseguenze negative della caduta di Assad. E per rendersene conto non occorre scoperchiare troppi segreti.

La Turchia, fondamentale pedina della Nato, ha più che altro gesticolato contro l’ ex amico Assad (soprattutto dopo l’ abbattimento del suo Phantom) e ha dato asilo a decine di migliaia di rifugiati fuggiti dalla Siria. Ankara fornisce inoltre un discreto supporto ai ribelli dell’ Esercito Libero Siriano e lascia passare qualche fornitura di armi. Ma una sola ipotesi ha indotto i massimi dirigenti di Ankara a preannunciare l’uso della forza: la costituzione di una entità curda siriana appena al di là dei confini meridionali della Turchia. Una sua unione con i vicini fratelli iracheni esporrebbe la Turchia a un rischio di destabilizzazione assolutamente inaccettabile e la risposta sarebbe di ben più vasta portata rispetto agli sconfinamenti delle forze turche in Iraq.

L’ Iraq, appunto. Lì gli americani non ci sono più e sono ripresi gli attentati stragisti contro le comunità sciite (teoricamente vicine agli alauiti di Damasco). I sunniti di Al-Qāʿida non fanno mistero del loro progetto: dopo aver aperto una «sezione irachena» vogliono contribuire alla liberazione della Siria da Assad per costruire, a lavoro finito, una vasta area islamista e jihadista comprendente tanto l’Iraq quanto la Siria. Secondo molte fonti di intelligence l’operazione è in corso e malgrado tutti i suoi eccessi la Russia va ascoltata quando dice che un certo posto di confine è stato «liberato» dai qaedisti e non dai disertori siriani, oppure quando teme che un mini Stato islamista creato in una parte dell’ attuale Siria finisca per contagiare le regioni musulmane del Caucaso. Prospettiva che non può essere esclusa, questa di un centro di irradiazione islamista collocato nei confini della Siria di oggi, se la guerra civile porterà ad una frantumazione del territorio dello Stato con Assad che magari tenterà di sopravvivere all’ interno di una entità alauita già predisposta attorno al porto di Latakia.

Il Libano, nelle sue convulse vicende, ha sempre avuto la Siria in casa. L’ ha ancora oggi, se non altro attraverso gli sciiti di Hezbollah. E difatti la guerra civile siriana ha più volte varcato il confine, provocando morti e feriti nella regione di Tripoli. Se Assad cadesse a beneficio di un ipotetico potere sunnita o semplicemente in una situazione di caos generalizzato, cosa accadrebbe nel fragilissimo e cruciale mosaico libanese? Hezbollah terrebbe duro pur non potendo più contare sui rifornimenti di armi che le giungevano dall’ Iran attraverso la Siria? Sarebbe di nuovo guerra civile?

Israele, ovviamente, è molto interessato al Libano. In linea di massima a Gerusalemme un Assad indebolito fino a dover richiamare le sue forze dal Golan non è un fatto che può dispiacere. Altri possono preferire un isolamento dell’ Iran con la caduta di Assad. Ma due cose sono sicure. Primo, Israele non potrebbe tollerare una forte presenza jihadista nell’ attuale Siria, suscettibile di collegarsi con Hamas. Secondo, se vi fosse il minimo indizio di un trasferimento di armi (e Assad ha anche armamenti chimici, come è noto) da Damasco alle brigate di Hezbollah, un nuovo intervento militare israeliano in Libano andrebbe messo in conto. Una guerra atroce in Siria, altre tre o quattro che potrebbero scoppiare nella Santabarbara mediorientale se la giustamente auspicata caduta di Assad si accompagnasse all’ incapacità occidentale (e anche russa) di controllare conseguenze geopolitiche e nuovi protagonisti. Il tormento c’ è, e le formule altisonanti non riescono più a nasconderlo. Venturini Franco

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 3 agosto 2012

Siria, Kofi Annan si tira indietro. Fallisce la mediazione dell’Onu. E Obama mette in campo la Cia

Kofi Annan si è arreso. Il mediatore dell’Onu per la Siria ha rinunciato al suo mandato restando in carica solo fino al 31 agosto. Lo hanno sconfitto le sue illusioni di un piano impossibile, i continui veti di Russia e Cina al Palazzo di Vetro, la follia distruttrice di Assad, la testardaggine degli insorti non più disposti – a questo punto – a fermarsi. Dicevano di essere pronti a trattare e poi giù pugnalate alle spalle nella migliore delle tradizioni regionali. Ho fallito, ha spiegato Annan, perché non ho avuto l’ adeguato supporto, Assad dovrebbe andarsene «per il bene del suo popolo». E, al netto degli errori compiuti anche dall’ Onu, è tutto vero. L’ inviato lanciava la sua proposta e i contendenti la crivellavano di proiettili. Il regime ha finto di fermarsi e ha poi ripreso il massacro. I ribelli promettevano di fare lo stesso e hanno continuato gli attacchi. Lotta continua che era impossibile stoppare senza un’ imposizione dell’ Onu, ossia delle superpotenze che riempiono di forza le sue delibere. Mosca – e in seconda linea Pechino – hanno fatto di tutto per tutelare il loro pupillo, Bashar al-Assad, contrastando qualsiasi misura di punizione. Inevitabile dunque per Annan passare la mano a un altro – lo stanno già cercando – che difficilmente potrà fare meglio. Puntuali quanto inutili le reazioni. La Russia si «rammarica» con Putin che si spinge a dire «che peccato». La Siria è sulla stessa linea. La Francia denuncia «l’ impasse». Per gli Usa la colpa è di russi e cinesi. Parole travolte dalla battaglia delle città – Aleppo resiste alle cannonate dei governativi – e dalle manovre segrete. È solo una coincidenza ma è comunque significativo che le dimissioni di Annan siano accompagnate da un’ altra notizia. Il presidente Barack Obama ha firmato un ordine segreto che autorizza la Cia a nuove iniziative in Siria al fianco dei ribelli. Contestualmente gli Usa portano a 76 milioni di dollari gli aiuti umanitari. Washington continua a essere prudente nella vicenda Siria ma, al tempo stesso, non può restare passiva. Per considerazioni di politica interna ed esterna. Al Congresso i repubblicani incalzano la Casa Bianca accusandola di fare poco. E sul terreno gli insorti – come sollecitano i partner arabi degli Usa – hanno bisogno di maggiore assistenza. La Cia, che ha in zona team davvero ridotti, dovrebbe alzare il suo impegno. Cercando di coordinare i gruppi «sicuri» – e non quelli qaedisti -, fornendo informazioni di intelligence utili alla guerriglia, garantendo l’ arrivo di materiale per le comunicazioni (radio, satellitari, apparati criptati), ampliando la collaborazione con gli 007 alleati già presenti. Sempre, però, con l’ accortezza di evitare di aiutare i ribelli «sbagliati», un timore più volte evocato dagli specialisti Usa. Lo spionaggio statunitense ha individuato un asse operativo (Giordania-Turchia) e due punti critici, il Libano e l’Iraq, Paesi suscettibili di «contagio». Dunque gli sforzi si concentrano sul primo segmento, dove già agiscono, oltre a quelli locali, i servizi del Qatar e dell’ Arabia Saudita pienamente coinvolti nell’ invio di armi alla ribellione. Oltre a fucili e lanciagranate sarebbero arrivati di recente anche sistemi anti-aerei. Il piano è quello di favorire un’ altra spallata al regime anche se – analisi di queste ore – Bashar è più tenace che mai. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 3 agosto 2012

Le torture e le esecuzioni. Arriva l’ora delle vendette. Risparmiare «Un proiettile di Kalashnikov costa due dollari. Dobbiamo risparmiare a costo di perdere uomini»

Quanti sono i combattenti stranieri tra le file della rivolta in Siria? «Tra mille e duemila. Io personalmente ho incontrato alcune decine di volontari che arrivano da Libia e Arabia Saudita. Potrebbero esserci anche pachistani, magari egiziani. Ma io non ne ho mai visti. E nessuno me ne ha mai parlato». Dove sono concentrati? «La maggioranza in questo momento è ad Aleppo. Non mi stupirebbe che con il proseguire delle rivolte e la mancanza di aiuti dalla comunità internazionale ne arrivassero altri che si battono in nome dell’ Islam e della guerra santa». Abu Al Muattaz è il comandante di una piccola brigata di 22 uomini inquadrata nelle «Sukkur Shams» (Aquile di Damasco), noti per le loro posizioni vicine al radicalismo religioso. È giovanissimo, solo 22 anni, ma ha già una lunga esperienza di guerra. Dal suo telefonino mostra i filmati dei primi scontri l’ anno scorso nel centro di Eriha, quando ancora i militari lealisti pattugliavano quotidianamente il centro città e mantenevano due posti di blocco fissi presso la piazza principale e nella zona del mercato. La sua base è in una scuola elementare nel centro di Eriha: sui muri il simbolo dell’ aquila con i colori della rivoluzione, sulle lavagne i versi del Corano. Due giorni fa si è battuto come un leone contro la colonna corazzata lealista che stava attraversando la città per dirigersi verso Aleppo. Lui sostiene che sono stati distrutti almeno 12 mezzi corazzati, tra cui 5 tank, su un totale di circa 40. In un filmato lo si vede appostato sul tetto di un palazzo mentre spara da una vecchia mitragliatrice pesante smontata da un carro armato bruciato urlando «Allah Akbar». I suoi uomini lo seguono anche perché non si risparmia mai, sta sempre in prima fila, anche quando ritirarsi sarebbe la cosa migliore, anche quando gli elicotteri sparano i loro razzi da 3.000 metri d’altezza e i guerriglieri non possono fare nulla con le loro armi leggere. «Ogni proiettile di Kalashnikov ci costa due dollari. Quello di un Rpg anti-tank oltre 1.000. Per noi sono troppo cari. Dobbiamo risparmiare a costo di perdere uomini», spiega. Anche per questo evitano di attaccare due postazioni di cecchini lealisti alla periferia della città e non sparano mai a raffica. «Dovremmo sparare almeno una decina di bombe per prendere quelle maledette postazioni, che invece è necessario tenere per i casi più importanti. Preferiamo utilizzarle contro i tank che vanno verso Aleppo». Oggi le loro riserve di munizioni sono al lumicino. Gli elicotteri nel cielo preannunciano il passaggio di una seconda colonna corazzata. Ma loro preferiscono limitare gli attacchi. Saranno le brigate ribelli nei villaggi della regione di Idlib a fare il lavoro più importante. Da Damasco giungono le notizie della ripresa degli scontri. Pare che i ribelli confermino la morte di 70 dei loro. Ma la notizia positiva per loro è che il fronte dei combattimenti nella capitale resta aperto. Il nuovo stallo nella battaglia di Aleppo e l’ incapacità dell’ esercito di penetrare nella città in tempi brevi come aveva promesso sembra tra l’ altro testimoniare la capacità di tenuta della rivoluzione. I guerriglieri di Eriha sono invece impegnati in scontri limitati con le pattuglie lealiste nei vicini villaggi di Nachleina e Kafarnaj. Vorrebbero allontanare la presenza nemica. A Nachleina i loro informatori avevano avvisato quattro giorni fa dell’ irruzione nemica imminente. Tutti i circa 3.000 abitanti erano fuggiti, tranne il benzinaio e l’ imam. I soldati hanno fucilato sul posto il benzinaio e arrestato l’ imam, che poi hanno liberato in serata. Occhio per occhio: i ribelli di Eriha gioiscono nell’ apprendere che i loro compagni ad Aleppo hanno appena fucilato davanti alla porta di casa Zenio Berri, capo della famigerata Shabiha (i miliziani civili pro-Assad) locale. La stessa brigata avrebbe invece rapito il fratello del mufti di Aleppo, Achmad Hassoun, altro noto collaborazionista. La logica della vendetta resta imperante. Tra i cinque guerriglieri che oggi dovrebbero accompagnarmi fuori dal cerchio dell’ assedio di Eriha tre in passato sono stati catturati e torturati dai militari assieme alla Shabiha. Uno di loro, Abdel Salam Omad, 23 anni, è stato per molti mesi nelle loro celle. Ha il corpo letteralmente coperto di larghe cicatrici, specie sullo stomaco, spalle, braccia e gambe. «Ci torturano con le lamette da barba. Puniscono per farci paura, sperano di intimorirci. Ci tolgono la pelle e ci lasciano sanguinare per giorni. Quando le ferite tendono a rimarginarsi, riprendono a spellarci con le lamette». Disprezzano un regime che ai loro occhi ha perso qualsiasi legittimità. Con loro la logica del terrore non funziona evidentemente più. In lontananza si odono bombardamenti pesanti. Forse sparano i tank, forse i cannoncini degli elicotteri. Sorridono mentre puliscono le loro armi. Ieri hanno catturato un fucile ad alta precisione per i cecchini e ora si divertono a guardare le postazioni nemiche dal cannocchiale. Tra i comandanti gira voce che dalla Turchia potrebbero arrivare presto nuove armi, forse anche qualche missile antiaereo (si parla di un primo invio di 17 missili). Ripetono di continuo i ribelli di Eriha: «Non esiste proprio che la dittatura possa riprendere il controllo delle nostre vite. La sua sconfitta è inevitabile. Siamo disposti ad aspettare. Ma ogni giorno che passa la fine di Assad è sempre più vicina». Abu Al Muattaz promette che non ci saranno vendette indiscriminate quando le brigate della rivoluzione arriveranno finalmente alla vittoria. «Daremo la caccia ai nostri aguzzini. Vogliamo processare e fucilare chi ha assassinato civili innocenti», spiega. «L’ Islam cerca giustizia, non vendetta. Risparmieremo i loro bambini, anche se loro hanno ucciso i nostri. Ma ovviamente tanti di loro dovranno morire».  Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 4 agosto 2012

L’ impotenza dell’ Onu per la Siria

Quanto è accaduto ieri al Palazzo di vetro è davvero inaudito. Per la prima volta nella storia – se la memoria non inganna – l’ Assemblea generale dell’ Onu ha votato una risoluzione nella quale si deplora il braccio operativo più prestigioso delle stesse Nazioni Unite: il Consiglio di sicurezza. Il testo, presentato dall’ Arabia Saudita e approvato a stragrande maggioranza (133 sì, 12 no e 31 astenuti) contiene una dura condanna del regime siriano guidato da Bashar Assad, esprime la più «grave preoccupazione» per l’ escalation di violenze, chiede con forza una transizione politica in Siria e censura il Consiglio di sicurezza. Il voto dell’ Assemblea generale ha un chiaro e preciso obiettivo: spingere due dei cinque membri permanenti, Russia e Cina, ad abbandonare il veto e a consentire azioni più ruvide e decisive contro il regime di Damasco. Che nel Paese mediorientale la situazione sia disperata, era ben chiaro al Palazzo di vetro sin dal giorno prima, quando il prestigioso inviato Kofi Annan aveva deciso di rinunciare all’ incarico per l’ impossibilità di mettere d’ accordo, sul problema siriano, le grandi potenze. Ecco perché ieri il segretario generale dell’ Onu Ban Ki-moon, parlando accoratamente dei massacri di Aleppo, non ha esitato a definirli «crimini contro l’ umanità». Non solo. In un passaggio che resterà negli annali delle Nazioni Unite, ha detto che ormai il conflitto è diventato una «guerra per procura», intendendo che sul campo si confrontano e si scontrano forze per conto terzi. È il punto più delicato e sensibile, perché corrisponde ad un’ amara verità. Nel terribile conflitto siriano si scontrano potenze e interessi giganteschi. Le parti che si combattono non sono più due (governativi contro ribelli) ma almeno tre. E la terza componente è quella che molti ovviamente ritengono la più pericolosa: Al-Qāʿida. Il New York Times, attentissimo a soppesare le informazioni dell’ intelligence, ne ha scritto diffusamente spiegando appunto il «nuovo e mortale ruolo» dei qaedisti in Siria, ruolo che coinvolge anche il confinante Iraq. In quanto, secondo Baghdad, gli organizzatori della campagna di violenze e di attacchi kamikaze nei due Paesi sarebbero gli stessi. È evidente che un preoccupante scenario è quello che vede contrapposti sunniti e sciiti: i primi, guidati dall’Arabia Saudita e dal ricco e ambizioso Qatar che si preparerebbe a comprare dalla Germania 200 carri armati Leopard; gli altri schierati con gli alauiti siriani, l’ Iran e Hezbollah. Ma se il quadro si allarga, si possono raggiungere i veri protagonisti, cioè le potenze che possono muovere le varie pedine sul campo di battaglia. È chiarissimo che la Russia non è affatto disposta a rinunciare a sostenere il regime di Assad. Damasco per Mosca è un alleato strategico e poi una vittoria dei sunniti, e in particolare dei loro estremisti, produrrebbe pericolose propaggini nei Paesi musulmani del Caucaso. La Cina, che ha a cuore stabilità ed energia, non vuole modifiche dello status quo. Gli Stati Uniti, ormai vicini alle elezioni presidenziali, sono turbati dal decisionismo dei loro tradizionali alleati (Arabia Saudita in testa), vogliono fermare Assad e sostenere l’opposizione senza però firmare cambiali in bianco ai ribelli. Infine temono l’ esplosione generalizzata del conflitto nell’ intero Medio Oriente. E poi c’ è la Turchia, che gioca abilmente su più tavoli. Sostiene gli insorti siriani ma ha canali apertissimi con Teheran e forse con la parte più dialogante del regime di Assad. Anche Ankara teme infatti il contagio estremista alle proprie frontiere. Il premier Erdogan, di questo contagio, fece amara esperienza con i sanguinosi attentati del 2003. Mentre in Siria la gente muore, il mondo sta offrendo dunque l’ immagine poco edificante della propria impotenza. Forse una soluzione potrebbe arrivare proprio dal campo di battaglia. Se Aleppo dovesse cadere in mano all’ opposizione, per Assad sarebbe la fine. Ma se Aleppo tornasse sotto il totale controllo dei governativi, allora la guerra potrebbe essere ancora lunga e molto sanguinosa.  Ferrari Antonio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 5 agosto 2012

Assedio di Aleppo, la fase finale. Si combatte nella città vecchia. Rapiti vicino a Damasco e poi rilasciati 50 pellegrini iraniani

Sono terminate le battaglie dei convogli. Le brigate della rivoluzione sono come in attesa. Cessati i voli degli elicotteri a bassa quota, finiti i pattugliamenti dei soldati lealisti per individuare le mine piazzate ai lati delle strade. Chi è dentro è dentro. Chi è rimasto fuori resta fuori, almeno per il momento. Una strana calma si è imposta su queste colline di ulivi che portano ad Aleppo, pochi chilometri più avanti. Il peggio deve ancora arrivare. Lo notano anche gli osservatori delle Nazioni Unite. «Abbiamo rilevato un imponente concentrazione di uomini e mezzi attorno alla città. L’ offensiva sembra alle porte, una questione di pochi giorni», dichiaravano ieri. È così che si prepara la sfida finale per la seconda città del Paese. I ribelli sostengono di aver «liberato» almeno la metà di Aleppo. L’assedio lealista mira a riprendere il controllo totale. Secondo Alì Baqran, comandante di una delle brigate partigiane più importanti della regione, i militari di Bashar Assad sono riusciti a concentrare «oltre 300 tank e almeno 7.000 soldati». Ieri lo abbiamo incontrato per una breve intervista. «Loro hanno protezione aerea e grandi riserve di munizioni. Le nostre munizioni sono al lumicino. Ci servono aiuti dall’ estero. Altrimenti sarà solo il coraggio dei nostri volontari a fare la differenza». Lui stesso ammette che l’ esercito di Assad è ben messo. Dispone di una potenza di fuoco infernale, che sarà accompagnata dalle artiglierie, i cannoncini degli elicotteri, le bombe e i razzi dei Mig. Lo conferma alle agenzie stampa anche il colonnello Abdel-Jabbar al-Qaidi, uno dei massimi comandanti delle forze ribelli trincerati nei quartieri flagellati dai bombardamenti: «Ci attaccheranno con tank e aviazione. Avverrà entro 3-4 giorni al massimo». La calma delle campagne attorno non ha nulla a che fare con ciò che avviene nella zona urbana. Qui i combattimenti continuano feroci da quasi una settimana. Con le forze della rivoluzione che si nascondono nei vicoli più stretti, evitano di esporsi sulle vie maggiori percorribili dai mezzi corazzati. E la guerra non risparmia gli edifici antichi, i palazzi delle grandi famiglie di commercianti che da secoli si fanno conoscere in tutto il Medio Oriente. Ieri gli elicotteri hanno compiuto ripetuti blitz sul quartiere conteso di Salahaddin e nella zona della cosiddetta Porta di Ferro. Combattimenti anche attorno ai palazzi delle sedi locali della radio e tv nazionale. Un inviato della Reuters ha contato a metà giornata «una media di due esplosioni al minuto».

Resta alta la tensione a Damasco. Qui la guerriglia va e viene. Un giorno sembra raggiungere il centro. E l’ indomani torna a covare nei quartieri periferici. Ieri quelli più interessati agli scontri sono stati Tadamun e Adawi. La popolazione racconta di diversi raid di elicotteri anche in queste zone. A peggiorare la repressione militare è stato in mattinata il rapimento di 48 pellegrini iraniani, sembra per mano di un gruppo di ribelli: in serata sono stati rilasciati. Il console iraniano nella capitale, Majid Kamjov, ha detto che il loro autobus era stato fermato dopo che si erano recati a visitare la tomba mausoleo di Zeynab, una delle località più venerate dagli sciiti in Siria. Si trova a una trentina di chilometri dal centro della capitale e più volte in passato è stata teatro di attentati. Oggi diventa l’ ennesimo motivo di scontro tra sciiti-alauiti legati alla dittatura (e sostenuti da Teheran) e la maggioranza sunnita. Dall’ inizio delle rivolte, nel marzo 2011, diversi i casi di pellegrini e cittadini iraniani rapiti in Siria. Sino a ora – ieri una conferma – si sono quasi sempre risolti con la loro liberazione.  Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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6 agosto 2012

Un dilemma per la guerriglia. I ribelli siriani e l’abbraccio di Al-Qāʿida. Contro «Ma poi Al-Qāʿida vorrà dettare legge nella Siria libera. Via il dittatore cadremo nelle mani di un nuovo padrone?» A favore «Ci mancano le munizioni. Il mondo ci ha dimenticato. Se non accettiamo l’aiuto dei qaedisti moriremo tutti». Accettare o no l’ aiuto degli estremisti? Ecco il dibattito (in prima linea) tra due capi

Come trovare denaro, armi e munizioni? Accettare le offerte di Al-Qāʿida, al prezzo di perdere la propria indipendenza, oppure rischiare di venire massacrati dall’ esercito regolare siriano? Il dilemma non è nuovo tra le file della guerriglia. Se ne parla da mesi e regolarmente diventa più acuto quando la situazione si fa più seria. Ora però torna all’ ordine del giorno in questo momento particolarmente critico per i ribelli. Dopo l’ entusiasmo di quasi un mese fa, quando gli attentati che avevano decapitato i massimi quadri militari lealisti e l’arrivo della battaglia nel cuore della capitale avevano acceso le speranze di una vittoria rapida, la situazione per loro è quasi drammatica. A Damasco l’esercito ha ripreso il controllo (nelle ultime ore sembra siano caduti anche gli ultimi focolai di resistenza nel quartiere di Tadamon) e soprattutto ad Aleppo si parla adesso di 20.000 soldati appoggiati da centinaia di blindati, oltre ad elicotteri e jet, pronti a lanciare l’ assalto finale. Aleppo è la città natale del primo astronauta siriano, il generale Muhammad Ahmed Faris, 61 anni, fuggito ieri in Turchia. Nella seconda città del Paese l’ aviazione ha bombardato i quartieri di Shaar e Sakhur. Lo ha riferito l’ Osservatorio siriano dei diritti umani. «Hanno bombardato con i caccia», ha detto il portavoce Abdel Rahman, secondo il quale più di 40 persone sono state uccise nei bombardamenti dell’ esercito in diverse province. La guerriglia ha diffuso un video in cui «rivendica» il sequestro dei 48 pellegrini iraniani, smentendo la notizia della loro liberazione data per certa ieri in serata. Nel video vengono definiti «miliziani in missione di ricognizione a Damasco». Ieri abbiamo assistito in diretta al dialogo tra due capi di una delle più importanti brigate partigiane che operano nelle regioni appena a sud di Aleppo. Tra loro ci sono tra l’ altro centinaia di uomini della «Al-Kassas» (Il giusto), che due mesi fa si è distinta nella liberazione della regione collinare di Jebel Az Zawya. In tutto contano quasi 1.500 uomini, di cui però soltanto 400 armati. Non diamo i nomi per intero dei due comandanti. Ci limitiamo a chiamarli Ali (il comandante in capo) e Achmad, suo fratello e vice sul campo. Rispettivamente di 34 e 30 anni. Da tempo Ali vorrebbe inviare 200 dei suoi, guidati del fratello, a dare man forte ai compagni delle altre brigate accerchiate nell’ assedio di Aleppo. Ma mancano munizioni (se prendessero quelle che restano nei loro piccoli arsenali locali, non sarebbero in grado di difendersi in caso di attacco sulle loro zone), anche i veicoli sono pochi e non basta la benzina per il viaggio di andata e ritorno. È da notare che questi uomini sono solo relativamente religiosi. Per loro ciò che conta è distruggere la dittatura, a ogni prezzo. Per il resto in maggioranza fumano e bevono durante il Ramadan. Il digiuno lo rispettano a metà, sostenendo che chi fa la «guerra santa» è esentato dallo stretto rispetto dei precetti religiosi. A me straniero offrono cibo di continuo, a tutte le ore del giorno. Nulla a che vedere con il rigore dei Fratelli musulmani in Egitto, e men che meno con il fanatismo afghano. I ribelli in Libia l’anno scorso sembravano molto più religiosi di loro. Alla televisione guardano film occidentali. Vorrebbero venire in vacanza in Italia e andare a studiare negli Stati Uniti. Non si coglie nelle loro parole alcun odio per l’Occidente e nessuno dei preconcetti ostili che si trovano tra i simpatizzanti dell’ estremismo musulmano e ancora di più tra i filo Al-Qāʿida. Achmad: «È tempo di prendere decisioni importanti. Da più giorni non facciamo più operazioni militari perché siamo a corto di tutto. Aleppo soffre e noi restiamo a guardare. Perché non accettiamo le offerte di Al-Qāʿida?». Ali: «Abbi pazienza. Stiamo aspettando un carico di munizioni dalla Turchia. Per qualche motivo che non conosco tarda ad arrivare. Attendi ancora qualche giorno». Achmad: «Attendere cosa? Di essere uccisi tutti? Io sono pronto a morire per il mio Paese. Ma non in questo modo così stupido. L’ altro giorno ero a fare la guardia a un posto di blocco con il caricatore vuoto. Se fossimo stati attaccati saremmo morti per nulla. Ora basta! Dobbiamo accettare soldi e armi da Al-Qāʿida. A me importa poco. Farei i patti con il diavolo pur di avere munizioni. Accetterei armi persino da Sharon (l’ ex premier israeliano considerato in generale nel mondo arabo come l’ incarnazione del nemico numero uno) pur di potermi battere». Ali: «E poi cosa faremo quando Al-Qāʿida pretenderà di dettare la sua politica nella nuova Siria libera? Rischiamo di liberarci di un dittatore per cadere nelle mani di un nuovo padrone». Achmad: «Per quello che mi riguarda Al-Qāʿida non è al comando degli elicotteri e dei tank che ci uccidono ogni giorno. Vorrà dire che a fine guerra renderemo le armi, li ringrazieremo e li rimanderemo a casa loro». Ali: «Potrebbe essere la nostra rovina». Achmad: «Più rovinati di così! E non mi interessa neppure l’ opinione pubblica internazionale. Non mi interessano i media occidentali. Ci sostengono a parole. Ma nei fatti non cambia nulla. Cosa fanno l’ Onu, la Nato, l’ Europa? Nulla. Al-Qāʿida ci offre aiuto illimitato. Prendiamolo, subito. Si tratta di vita o di morte. Poi, quando ci saremo salvati, avremo il tempo per parlare di politica». Per quello che ho capito non hanno ancora preso una decisione. Il gruppo resta in attesa delle armi dalla Turchia. Ma il tema è aperto. Giunge notizia che le brigate impegnate nella battaglia di Aleppo abbiano accettato l’ arrivo di militanti, soldi e armi da Al-Qāʿida. Presto, molto presto, con le spalle al muro, Ali potrebbe essere convinto dal fratello a fare lo stesso. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 agosto 2012

La madre ottantenne, il fratello feroce. Il clan degli Assad alla battaglia finale. Il destino. Gli ufficiali disertori spiegano che il raìs potrebbe essere ucciso dalla famiglia per salvare «l’ onore». Sui muri delle città sotto assedio Bashar è raffigurato come un’ anatra al servizio dei «vecchi» del regime. Tre cugini del leader guidano le truppe d’ élite e la sanguinosa repressione

Altro che leone! Assad in arabo significa appunto leone. Ma l’ immagine che impera è quella dell’ anatra. «Bashar bhatta» (anatra in arabo), dicono i ribelli, ma spesso lo sussurrano anche i suoi sostenitori, timorosi che un presidente tanto debole per un momento tanto grave non possa altro che portare guai e accelerare la fine della dittatura. L’ appellativo nasce da una mail di un suo impiegato, che lo chiamava così in modo affettuoso, scoperta pochi mesi fa dall’ opposizione e diffusa sulla rete via web. Da allora sui muri delle strade della rivolta non è difficile vedere disegnata la caricatura di Bashar al-Assad raffigurato come un’ anatra che lemme lemme, obbediente e timoroso, becchetta il miglio gettato a terra dai ministri e generali del suo governo. Il messaggio è semplice: il presidente non conta nulla, sono gli uomini della vecchia nomenclatura, i capi dei maggiori clan alauiti, i quadri alti dell’ esercito, dei potentissimi servizi segreti, che dettano le grandi scelte della politica estera e interna. Il padre Hafiz, morto nel Duemila dopo tre decenni di totale controllo sugli apparati dello Stato, era davvero un Assad, un leone combattente. Ma Bashar non ha nulla di quella tempra, al meglio è una «bhatta». Che non è poi tanto orribile per un dittatore. Non fa paura, pena piuttosto. La sua viene descritta come una figura patetica, un poco comica, goffa, prigioniero dei suoi fedelissimi, vittima del tiro incrociato dei nemici interni ed esterni. «Alla fine Bashar cercherà di scappare, di fuggire all’estero con la moglie Asma e i figli. Non ha la stoffa del combattente. E allora potrebbe essere qualcuno della sua cerchia più intima, magari lo stesso fratello Maher, che potrebbe assassinarlo per evitare la vergogna sulla famiglia», sostenevano solo pochi giorni fa alcuni alti ex ufficiali dell’ esercito passati armi e bagagli tra le file della rivoluzione e incontrati alle porte di Aleppo mentre andavano a rafforzare le brigate asserragliate nel centro. La narrativa della debolezza di Bashar del resto non è nuova. Risale direttamente al 1994, quando la morte del fratello primogenito Basil (erede designato da molti anni) in un incidente d’ auto presso l’ aeroporto internazionale di Damasco spinse Hafiz a richiamare il figlio da Londra dove esercitava da medico oftalmologo per prepararlo alla successione. Da una confortevole esistenza di studioso e ricercatore nelle migliori università anglosassoni venne improvvisamente catapultato nella macchina militare del regime. Non è chiaro quanto Bashar abbia apprezzato la scelta. Certo non piacque al fratello più giovane Maher (classe 1967), sin da giovanissimo educato nelle accademie militari siriane e in Russia, legato ai cugini capi dei servizi segreti civili e militari. Soprattutto apprezzato dalla mamma, Anisa, oggi quasi ottantenne, eppure ancora attiva e attenta agli interessi di famiglia. Durante un viaggio a Qardaqha, il villaggio natale del clan Assad sulle colline che dominano il porto di Latakia, nel cuore delle regioni alauite, un medico locale, a conoscenza delle dinamiche interne al clan Assad, mi confidò che oggi Anisa starebbe premendo per sostituire Maher a Bashar. Ma ciò troverebbe l’ opposizione del resto del clan, timoroso che un cambio tanto importante alla testa del regime in questo periodo non farebbe altro che rivelare le debolezze interne. Fu proprio Maher nel 2001 a convincere Bashar a porre rapidamente fine a quella che allora era stata definita con ottimismo la «primavera di Damasco». Una breve stagione di speranza per i difensori dei diritti umani e della democrazia nel Paese, quando parve per qualche mese che Bashar potesse garantire il pluralismo dei partiti e la libertà di stampa. Poi fu il ritorno del pugno di ferro. Via via sempre più duro, più oppressivo. Il buio. Fu evidente dopo l’assassinio del premier sunnita libanese Rafīq al-Ḥarīrī, nel 2005, quando il regime fece quadrato contro le accuse delle forze liberali libanesi, della comunità internazionale e della commissione investigativa organizzata dalle Nazioni Unite. Allora i giudici Onu in un rapporto preliminare indicarono Maher e il cugino Assef Shawkat come possibili mandanti. Nei circoli intellettuali di Beirut le responsabilità siriane per la morte di Hariri furono poi allargate a quelle degli assassini di una decina tra intellettuali, giornalisti e politici libanesi negli anni seguenti. Oggi la nomenclatura alauita si distingue per i modi brutali con cui cerca di reprimere la marea sempre montante delle rivolte. Maher è a capo della temibile Guardia repubblicana oltre che comandante della Quarta divisione, responsabile tra l’ altro della sanguinosa repressione delle rivolte nella città di Daraa nel marzo 2011, dove furono proprio le immagini delle decine di vittime civili uccise a sangue freddo dai soldati a contribuire alla diffusione della protesta in tutto il Paese. Ma il clan è molto largo. Tre cugini di Bashar – Fawaz Assad, Yasser Assad e Rias Assad – sono a capo della cosiddetta Shabiha (gli spettri), le milizie civili accusate dei crimini più efferati negli ultimi mesi. Rami Makhlouf, classe 1969 (il padre Mohammad Makhlouf era fratello di Anisa), ha in mano l’economia di famiglia. Controlla la telefonia cellulare nazionale, due banche, l’import di auto di lusso, linee aeree, catene di negozi. La lista continua con Ali Mamlouk, nato nel 1946, uno dei pochi sunniti ad avere un ruolo importante come quello di direttore della Sicurezza Nazionale. A capo dell’ intelligence militare c’ è però un alauita, Abdel-Fatah Qudsiyeh, responsabile tra l’altro degli assedi sanguinosi su Homs, Hama e ora Aleppo. Lo affianca Rafiq Shahadah, promosso dopo il grave attentato che a metà luglio ha decapitato gli apparati di sicurezza del regime. Hafez Makhlouf [fratello di Rami Makhlouf], responsabile dell’ intelligence della capitale, nato nel 1971, è amico d’ infanzia [e cugino materno] di Bashar e si trovava in auto con Basil quando avvenne l’incidente. Un intimo dunque del presidente. Ma non è chiaro quanto oggi sia pronto a difenderlo. Anche lui potrebbe pensare che la situazione richiede leoni e non anatre.  Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 agosto 2012

Il premier in fuga, la Siria si sfalda. Il regime sta implodendo. “I siriani sono convinti che il regime abbia i giorni contati” Jim Carney, portavoce della Casa Bianca. Arrestato un altro ministro. Bomba contro la tv di Stato a Damasco

Nemmeno due mesi da premier, dice, e non ne poteva più. Perché lui non lo voleva, quell’ incarico. Tutt’altro. Perché più di vent’ anni di politica nel partito di Assad e quattro da governatore di Assad e uno da ministro di Assad gli avevano fatto capire che Bashar al-Assad era ormai finito. E che la nomina a primo ministro siriano, lo scorso 23 giugno, era solo una fregatura: «Il punto è che il criminale Assad aveva fatto pressione su di lui – spiega il suo portavoce – e non gli aveva lasciato altra scelta. Gli aveva detto: “O accetti, o ti uccido”…». Riyad Farid Hijab, 56 anni, ingegnere agricolo, aveva accettato. E in questo mese e mezzo non aveva fatto che pensare a come fuggire. Una lunga, segreta trattativa coi ribelli. Fino a ieri mattina. Quando l’ uomo che sedeva alla destra del raìs è svaporato sulla via da Damasco, scappando prima in Giordania e poi in Qatar, al seguito sette fratelli, decine di parenti, tre funzionari dei servizi e (forse) un paio di ministri: «Lascio questo regime di crimini di guerra e di genocidi – è stata la sua dichiarazione -. Da oggi mi considero un soldato della rivoluzione». L’ ultimo velo è caduto, esultano da Aleppo a Damasco, giocando facile sul significato del cognome di Hijab (velo) e sul ruolo che quel baathista sunnita duro e puro ricopriva. Un ruolo poco più che onorifico, in realtà: da mezzo secolo, il premier siriano non conta nulla e da un anno e mezzo è il cerchio magico alauita degli Assad a decidere le cose importanti, la repressione innanzi tutto. Per il dittatore, ad esempio, ben peggiore fu l’ attentato di luglio che ne uccise il potente cognato, a capo dei servizi. E forse più preoccupante è la bomba esplosa ieri al terzo piano della tv di Stato, così vulnerabile, o il falso tweet da Mosca con la notizia della morte di Bashar che ha fatto fibrillare il mercato del petrolio. Ciò non toglie che la defezione dell’ ingegner Riyad Farid Hijab sia un grave danno d’ immagine: la più alta delle 41 personalità – militari (26) e uomini della sicurezza, parlamentari (4) e diplomatici (8), perfino un astronauta – che hanno finora mollato il regime, ex fedelissimi più fortunati di quel ministro delle Finanze che ieri è stato arrestato prima della fuga. Il rompete le righe dei gerarchi è la prova che il regime «sta implodendo», commenta la Casa Bianca; che siamo «all’ inizio della fine», ripetono i ribelli; che c’ è un «progressivo isolamento» di Assad, fa eco il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi. Al solito, il dittatore fa come se nulla fosse. Nomina subito premier il vicepremier Omar Ghalawanji, altro sunnita, e convoca per le telecamere il consiglio dei ministri: altro che fuga, è la versione ufficiale, «Hijab è solo stato rimosso dall’ incarico». Però, se è vero che in Siria si sta combattendo una «guerra per procura», come ha detto il segretario Onu, in queste fughe c’ è già un dopoguerra per procura che si sta delineando. Dove l’ ingegner Hijab profugo a Doha, la capitale che più finanzia le forze anti Assad, per qualcuno è un possibile candidato alla transizione. E dove il generale Manaf Tlass, altro disertore eccellente, da Parigi (capitale assai coinvolta) si prepara a scendere in campo: piace ad americani, turchi e sauditi, non dispiace a russi e israeliani, è un borghese brizzolato e descamisado che si presenta meglio di molti comandanti in armi contro Assad. Battistini Francesco

Secondo le stime dell’ Osservatorio siriano per i diritti umani, i morti dall’ inizio del conflitto sono oltre 21.000. Lo scorso luglio è stato il mese più cruento, con circa 4.250 vittime, di cui 3.000 civili. 

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 agosto 2012

Ora i ribelli si sentono a Stalingrado. Aleppo-Stalingrado lì si gioca la guerra

Per comprendere la grande fuga del premier da Damasco occorre guardare a Nord, a quella Aleppo che gli insorti sperano di trasformare nella Stalingrado siriana (con Assad nei panni del perdente feldmaresciallo Paulus).  Tra le case semidiroccate dei quartieri ribelli di Aleppo il grande massacro che è costato ventimila morti in diciassette mesi sta per emettere un primo verdetto militare: se la netta superiorità delle forze governative avrà la meglio nella battaglia ormai imminente, il regime di Bashar al-Assad potrà sopravvivere almeno per qualche tempo; se invece l’ «esercito libero» riuscirà a non farsi cacciare dal polmone economico siriano, il contagio della rivolta esploderà e il presidente dalle mani insanguinate farà bene a preparare rapidamente le valigie.

Riyad Farid Hijab, sunnita ma membro del partito Baath e nominato primo ministro dallo stesso Assad meno di due mesi fa, non ha voluto attendere la verifica sul campo. Lui e come lui la trentina di generali già riparati in Turchia, devono aver visto nelle tattiche di Assad la confessione della sua vulnerabilità, devono aver interpretato la grande concentrazione di forze che assedia Aleppo come un segno di debolezza. A nessuno deve essere sfuggito l’aumento delle diserzioni e il morale basso delle forze regolari. Nessuno deve aver trascurato la presenza sempre maggiore dei jihadisti specializzati in attentati (forse anche quello di ieri alla tv di Stato). E quando il vento cambia, si sa, è imprudente rimanere a bordo. Tanto più che il vento non sta cambiando soltanto nei confini della Siria. L’impotenza della Comunità internazionale, che trova nella paralisi dell’ Onu uno specchio fedele, è stata bilanciata nei giorni scorsi da due fatti nuovi che non vanno sottovalutati. Barack Obama ha autorizzato la Cia e le altre agenzie di intelligence statunitensi a compiere «operazioni coperte» a sostegno dei ribelli siriani. E sullo slancio ha anche messo in cantiere un migliore coordinamento con la Turchia per accelerare la caduta di Assad (caduta che tra l’ altro gli darebbe una grande mano alle elezioni di novembre). Non si parla di interventi militari esterni come accadde in Libia e la Turchia, se userà le armi, lo farà per tutelare i suoi confini meridionali dalla «minaccia» della creazione di una zona autonoma curda. Ma se la prudenza resta d’ obbligo, Washington ha mostrato di non rassegnarsi ai veti russi e cinesi al Consiglio di sicurezza. E i limiti posti ufficialmente dagli Usa alla fornitura di equipaggiamenti ai ribelli siriani dietro il paravento riusciranno a diventare opportunamente elastici. Riyad Farid Hijab e quanti lo hanno accompagnato nella fuga in Giordania e poi in Qatar, insomma, di motivi per abbandonare Damasco ne avevano in abbondanza. Tanto più che Bashar al Assad si continua a non sapere dove si trovi (ancora a Damasco, o già in un Forte Alamo alauita dalle parti di Latakia?). E che, se le cose andranno male per Assad, bisognerà pure trovargli un successore «di transizione», come continuano inutilmente a suggerire varie diplomazie. Ma quel che più conta non sono né le motivazioni di Riyad Farid Hijab né le sue eventuali ambizioni. Conta il simbolo, conta il fatto che una defezione di così alto livello (anche se estranea ai fedelissimi del presidente) possa segnalare, in particolare agli altri sunniti, che il regime è avviato alla disgregazione e che dunque non conviene attendere l’ora del «si salvi chi può». Conta che Riyad Farid Hijab sia originario della provincia di Deir al-Zor, a prevalenza sunnita e ripetutamente bombardata dai cannoni di Assad, perché lo stesso richiamo alla difesa della propria gente potrebbero sentirlo altri collaboratori del presidente. Conta, e molto, che le decisioni di Obama facilitino una migliore intelligence sul terreno volta ad individuare e ad isolare le cellule qaediste che nella guerra civile si sono infiltrate con grandi progetti di destabilizzazione dell’ Iraq oltre che della Siria. E poi, quando l’ esito della battaglia per Aleppo sarà più chiaro, quando a Damasco si potrà capire se e fino a che punto l’ esempio del premier fuggiasco avrà innescato un contagio, resterà comunque da sciogliere, a beneficio di una Siria unitaria anche in futuro, il rebus della Russia. Vladimir Putin in Siria ha interessi consolidati e nutre preoccupazioni legittime, ma sbaglierebbe di grosso a puntare ancora sui meccanismi dell’ Onu per affermare in negativo il suo status internazionale. E non può avere alcuna convenienza a inimicarsi tutto il mondo arabo sunnita, ormai schierato contro Assad. Fatto salvo il diritto dei potenti a salvare la faccia, un segnale di novità è tempo che giunga anche a Mosca (e a Pechino, che forse ne sarebbe lieta). Venturini Franco

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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8 agosto 2012

Assad riappare in tv con l’ uomo di Teheran. «Asse per resistere». «La Siria sarà ripulita dai terroristi»

Assad, il nostro pilastro. Gl’iraniani ci mettono la faccia: a sorpresa, mentre i gerarchi fuggono e al confine turco si presenta a disertare un altro generalissimo siriano, ecco che in una Damasco atterrita compare l’uomo della provvidenza sciita. Saeed Jalili, il grande consigliere della guida suprema Khamenei, arriva per due ragioni soprattutto: fare riapparire in tv Bashar al-Assad, che dal 22 luglio non si vedeva più, tanto da giustificare le più truci illazioni; dire chiaro che «l’Iran non permetterà mai la distruzione dell’ asse della resistenza, di cui la Siria è un pilastro essenziale». Poche immagini da una località segreta, che permettono al dittatore siriano di ripetere che «il Paese sarà ripulito dai terroristi». Un’ immaginetta d’ unità, che Jalili usa per ricordare come la situazione in Siria non sia «una crisi interna», perché è anche una guerra fra potenze regionali, ammonendo sauditi e qatarini, turchi e americani che una soluzione non arriverà «grazie all’ intervento straniero». L’ offensiva diplomatica iraniana è in un momento decisivo. Assad ha schierato i 20 mila uomini per il probabile attacco di terra ad Aleppo, la città che nessuno può permettersi di perdere e il massacro che si prepara ha pur sempre bisogno di qualche stampella internazionale. Domani, a Teheran, sarà convocata la «riunione consultiva» dei Paesi che ancora sostengono Assad. La settimana prossima, Ahmadinejad andrà alla Mecca, tana saudita, a chiarire i ruoli coi wahabiti. E intanto il ministro degli Esteri degli ayatollah, Ali Akbar Salehi, va ad Ankara per parlare dei 48 iraniani rimasti ostaggio dei ribelli: «Useremo tutti i mezzi per riaverli». Parlano e insieme minacciano, gl’ iraniani. Col loro capo di stato maggiore Firuzabadi che, saputo d’ uno sconfinamento in Siria d’ una colonna militare turca, avverte: ora tocca alla Siria, ma poi potrebbe arrivare il turno di Ankara. Minacciano e intanto cercano qualche intesa: senza il contributo di Erdogan, dice Salehi, a Damasco sarà «molto difficile» trovare una via d’ uscita. L’ ira e l’Iran non è detto che bastino, ad Assad. L’ isolamento internazionale s’ aggrava ogni giorno e a Bashar, la notizia la dà il sottosegretario Staffan de Mistura, viene revocato pure il cavalierato di Gran Croce che l’ Italia gli aveva concesso.

Il bollettino di guerra di lunedì è uno dei peggiori: 265 morti. Gli approvvigionamenti di petrolio si sono dimezzati, ieri un attacco (10 vittime) ai pozzi di Deir Ezzor. A Homs, s’ ammazzano i cristiani. A Damasco, ogni giorno cade un simbolo del regime: stavolta tocca al regista di corte Bassam Mohieddin. C’ è più di mezzo milione di profughi che mangia solo con gli aiuti internazionali. Le fabbriche di medicinali sono quasi tutte distrutte, molti ospedali chiusi, ambulanze polverizzate. E ora se ne vanno perfino i profughi iracheni, quelli del dopo-Saddam: meglio Bagdad, di quest’ inferno. Battistini Francesco

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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8 agosto 2012

Ecco i volontari di Al-Qāʿida: siamo qui per portare la sharia. Sono loro i responsabili del recente rapimento di due giornalisti stranieri

Al-Qāʿida ha ormai costruito basi permanenti in Siria. Possiamo testimoniarlo in modo diretto, tramite contatti di prima mano con due campi importanti del movimento, costituiti nelle ultime settimane lungo il confine con la Turchia. Il più rilevante è situato nei primi villaggi che si incontrano dopo il punto di frontiera a Bab El Hawa, non lontano dalla cittadina turca di Antakia e ad una quarantina di chilometri dalla città assediata di Aleppo. Solo tre o quattro chilometri dopo il confine in terra siriana. Qui sono acquartierati in alcune abitazioni 262 guerriglieri qaedisti arrivati dall’ estero: per lo più ceceni, algerini, afghani, egiziani, iracheni e pachistani. Gente dura, profondamente motivata, pronta a morire per la causa musulmana, forgiata da lunghi anni di sfida agli infedeli e all’ Occidente in nome della guerra santa e dell’ utopia di rifondare un nuovo «califfato», regno della sharia (la legge islamica) integrale. Sono loro i responsabili del rapimento di un paio di giornalisti stranieri nella zona solo tre settimane fa. Allora fu l’ intervento delle brigate locali a evitare il peggio e garantire la loro liberazione. Il secondo campo si trova sulle colline sassose e ricche di antichi siti bizantini ancora tutti da scoprire non lontano dal villaggio di Daret Hazza, una ventina di chilometri da Bab El Hawa. Qui almeno 40 volontari qaedisti dormono in tende nascoste tra le rocce. La zona è arida, ostile, difficile da individuare anche dall’ alto. Da qui di recente sono partite colonne di rinforzo alla guerriglia che combatte contro l’ assedio lealista di Aleppo. Sono poco più di trecento uomini in tutto. Ma il loro numero è in costante crescita e difficile da monitorare. Un fenomeno impossibile da definire e quantificare. Ma che prolifera con le difficoltà e l’ isolamento sofferti dalle brigate della resistenza siriana costretta a scontarsi con l’ esercito lealista ben armato e sostenuto dalla Russia. Solo pochi giorni fa, esattamente il 5 agosto, il ministro degli Esteri iracheno, il curdo Hoshyar Zebari, aveva denunciato durante una conferenza stampa che numerosi militanti iracheni di Al-Qāʿida stavano attraversando il confine per andare a combattere in Siria. Ennesima conferma che gli estremisti sunniti, per lo più provenienti dalle regioni di Falluja e Ramadi, sono ormai pronti a rispondere numerosi all’ appello lanciato in febbraio dal leader massimo di Al-Qāʿida, dopo la morte di Osama Bin Laden l’ anno scorso, Ayman Al-Zawahiri, per una mobilitazione di massa (lui faceva riferimento ai jihadisti egiziani, ceceni, algerini, libici, libanesi e in particolare iracheni) per combattere il regime di Bashar al-Assad. Per quello che possiamo capire, dopo una ventina di giorni trascorsi con le brigate della rivoluzione nella regione di Aleppo, il fronte anti Assad è però a dir poco diviso sull’ atteggiamento da tenere nei confronti dei qaedisti arrivati dall’ estero. Nonostante la rivolta sia nata ormai oltre 17 mesi fa, le varie brigate sono profondamente frazionate, atomizzate, legate a interessi particolari, ancora incapaci di esprimere una politica comune. Non è così difficile incontrare guerriglieri che salutano con entusiasmo i volontari arrivati dall’ estero. Ma anche figure estremamente critiche, timorose di un movimento straniero che cerca di sfruttare la causa della liberazione siriana per rilanciare i propri obbiettivi legati alla guerra santa pan-islamica. Ieri uno dei massimi esponenti della rivolta nel Nord (ci ha chiesto di non rivelare il suo nome, teme di essere assassinato) giunto nella zona di Bab El Hawa per incontrare il leader qaedista si è visto rifiutare la sua offerta di cooperazione sul campo. «Noi non obbediremo mai agli ordini di un ufficiale che non sia di Al-Qāʿida. Le nostre brigate possono operare assieme alle vostre, ma mai fondersi con voi», gli hanno spiegato. E per giunta criticandolo perché stava fumando durante il digiuno del Ramadan. Il timore tra i più consapevoli tra i capi dell’ opposizione siriana è che i qaedisti perseguano in Siria la loro guerra ad oltranza contro gli sciiti (di cui gli alauiti siriani sono una setta minore) e l’Iran. «Noi miriamo alla caduta della dittatura. Bashar Assad deve sparire. Ma dopo cercheremo di ricostruire la pace sociale. Guai se Al Qaeda iniziasse a massacrare gli sciiti siriani per vendicare la perdita dell’ Iraq sunnita. Non vogliamo che la Siria divenga il campo di scontro della nuova guerra di religione tra sciiti e sunniti», ci ha detto lo stesso leader dei ribelli. La situazione è però in rapida evoluzione. E ogni giorno di violenze in più non fa portare acqua al mulino degli estremisti. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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9 agosto 2012

Aleppo verso la resa. Migliaia di profughi in fuga dalla città. I ribelli vorrebbero portar via gran parte dei residenti rimasti in città. In serata le forze lealiste erano in piena offensiva con artiglieria e blindati. Teheran ammette: i rapiti? Pasdaran 

«Non abbiamo più munizioni. Entro 48 ore saremo costretti ad abbandonare Aleppo se non riceveremo aiuto. Come possiamo combattere a mani nude?», ci aveva dichiarato disperato due giorni fa Abu Gheif, uno dei capi delle milizie che difendono Aleppo. La sua predizione sta diventando realtà. Ieri sera, dopo una lunga giornata di combattimenti, molti tra i rivoluzionari armati hanno iniziato a ripiegare verso nord e il confine con la Turchia. Lo loro strategia mira a creare terra bruciata di fronte all’ avanzata delle truppe lealiste. Vorrebbero portare via con loro larga parte della popolazione ancora rimasta nella città devastata (si parla di oltre due milioni di persone). I comandanti ribelli segnalano circa 200 mila profughi in movimento attorno alla città, potrebbero aggiungersi ai quasi 50 mila in Turchia. Sin da ieri mattina le truppe corazzate di Assad hanno cercato di penetrare in particolare il quartiere di Salahaddin, una delle più importanti roccaforti della guerriglia, che approfitta del dedalo di viuzze e bastioni medioevali per fermare i mezzi blindati. Poco prima di mezzogiorno la tv di Stato dichiarava di aver ripreso il controllo del quartiere e ucciso «dozzine di terroristi». Ma nel pomeriggio la situazione è apparsa ancora confusa. I capi della guerriglia sul posto hanno ribadito che in verità i loro uomini erano ancora a Salahaddin, anzi stavano contrattaccando. «Dopo un’ ora e mezzo di battaglia, abbiamo ripreso tre delle cinque strade che avevamo perduto», ha dichiarato uno di loro, Wassel Ayub. In serata però la loro sorte appariva segnata, con le forze lealiste in piena offensiva sostenute da artiglierie e mezzi blindati. Combattimenti sanguinosi si stanno svolgendo anche nella cittadina di Eriha, sulla strada dove transitano i convogli che portano rifornimenti ai lealisti di Aleppo. Una fonte locale ci ha segnalato quasi 25 morti, la maggioranza civili, in due giorni di bombardamenti.

L’ Iran nel frattempo conferma il suo pieno sostegno a Bashar Assad. Su questo fronte resta incerta la sorte dei 48 cittadini iraniani rapiti sabato scorso in prossimità dell’ aeroporto di Damasco. La novità è che ieri lo stesso ministro degli Esteri di Teheran, Alì Akbar Salehi, ha ammesso che tra loro ci sarebbero un certo numero di uomini della Guardia rivoluzionaria (noti come Pasdaran) e militari. Però sarebbero tutti «pensionati», non più attivi. In un primo tempo i portavoce iraniani si erano limitati a sostenere che i rapiti erano puri e semplici «pellegrini». Ora la tesi del pellegrinaggio viene ribadita, ma cambia l’ identità dei sequestrati. Da parte loro i ribelli erano stati molto netti. «Altro che pellegrini innocenti! Abbiamo catturato Pasdaran iraniani venuti in missione esplorativa per contribuire alla causa del regime dittatoriale di Bashar al-Assad», avevano fatto sapere. Ai loro occhi dunque il blitz è più che legittimo. Nel frattempo almeno tre dei rapiti sarebbero deceduti. «Sono stati uccisi dai bombardamenti dei filo-Assad», hanno rivelato. La sorte dei 45 rimasti è comunque appesa a un filo. In Siria trionfa ormai da tempo la logica della vendetta. E non aiutano gli sviluppi più recenti. Due giorni fa Teheran ha inviato in visita a Damasco un alto esponente del calibro di Said Jalili, segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale, il quale ha incontrato il presidente Assad per ribadire il pieno sostegno iraniano al suo regime.  Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 agosto 2012

Scontro a fuoco tra blindati siriani e giordani

Un conflitto a fuoco che ha coinvolto anche mezzi blindati è avvenuto ieri sera al confine tra Siria e Giordania, in un’ area utilizzata come corridoio di passaggio dai civili in fuga dal regime di Assad. Gli incidenti, secondo quanto riferito da un testimone dell’ opposizione siriana, hanno avuto luogo nella zona di Tel Shibab-Turra, quando un gruppo di profughi ha tentato di varcare la frontiera. Secondo alcune ricostruzioni, i soldati di Assad avrebbero aperto il fuoco contro gli uomini in fuga, provocando la reazione dei militari giordani, sfociata in uno scontro che ha coinvolto i mezzi pesanti dei due eserciti. Non sono state denunciate vittime tra i militari. Dall’ inizio delle violenze in Siria, sono circa 150 mila gli sfollati che hanno trovato riparo in Giordania.

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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15 agosto 2012

Aleppo come Bengasi. L’ Occidente intervenga. Aleppo oggi come Bengasi ieri. L’ Occidente intervenga subito

La tragedia siriana (la demenza senza scampo che si è impossessata di Bashar al-Assad, l’interminabile martirio dei civili bombardati dai suoi assassini) suscita parecchi tipi di domande che la tregua estiva non deve evitare di porre. I dittatori non prendono vacanze!

1. Bisogna intervenire? E la «responsabilità di proteggere», che è la versione Onu dell’ antica teoria della guerra giusta, si può applicare alla situazione? La risposta è sì. Incondizionatamente sì. O, per essere più precisi, non può essere che sì per coloro che, l’anno scorso, reputavano si applicasse al caso libico. La causa è giusta. L’intenzione è onesta. Sono i siriani stessi che – parametro essenziale – chiedono aiuto. I ricorsi politici e diplomatici, i tentativi di mediazione, sono tutti andati a vuoto. E i danni causati da un’ operazione di salvataggio dei civili saranno, qualunque cosa succeda, minori dei danni causati dai cannoni a lunga portata che uccidono le città insorte. La Aleppo di oggi è la Bengasi di ieri. I crimini che vi si perpetrano sono gli stessi che Gheddafi minacciava di compiere nella capitale della Cirenaica. E nessuno capirebbe se quanto è stato fatto in Libia per impedire un crimine annunciato, si rifiutasse di farlo in Siria, non più per impedirlo, ma per fermarlo, dal momento che è già cominciato … È una questione di coerenza. Cioè di logica. Cioè è questione di politica e di morale. La Libia lo impone.

2. Come intervenire? E come, in particolare, trattare il veto russo e cinese? La risposta non è così complicata come pretende chi ha deciso, in anticipo, di non fare nulla. È quella che l’11 marzo 2011 diede il presidente francese Sarkozy ai rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione che chiedevano cosa sarebbe successo se la Francia non avesse ottenuto l’adesione del Consiglio di Sicurezza: «Sarebbe una grande disgrazia; e bisognerebbe far di tutto per evitare di arrivare a quel punto; ma se non ci riusciamo, allora sarà bene mettere in piedi, con le organizzazioni regionali interessate (Lega Araba, Unione africana) una istanza di inquadramento sostitutiva che permetterà comunque di agire». Poi, è la risposta indicata, il 30 maggio 2012, stavolta a proposito della Siria, dall’ambasciatrice degli Stati Uniti presso il Consiglio di Sicurezza, Susan Rice, esprimendosi dopo un’ audizione di Jean-Marie Guéhenno, vice di Kofi Annan: «La comunità internazionale rischia di non aver presto altra scelta se non quella di prevedere un’azione al di fuori del piano di Kofi Annan e dell’ autorità del Consiglio». Al di fuori dell’ autorità del Consiglio! Proprio l’ ambasciatrice americana! È una questione di diritto, stavolta. Di un emendamento del Diritto quando le sue forme positive contravvengono all’ esigenza del diritto naturale e della giustizia. Il veto russo e cinese non è un argomento, è un alibi. È l’ alibi di chi, segretamente, conta sul fatto che Assad sia abbastanza forte per annientare l’ insurrezione e per farci sentire privi di rimorsi. A lui, il bagno di sangue. A noi, le lacrime di coccodrillo.

3. Che tipo di intervento? E quale «scopo» – nel duplice senso che ha questa parola secondo Clausewitz: scopo della guerra (Ziel) e scopi politici (Zweck) – attribuire alla missione di protezione dei civili siriani? Essendo la malafede, in questo dibattito, manifestamente senza limiti, molti fanno finta di credere che si tratti di spedire in guerra, come in Afghanistan, battaglioni di soldati di fanteria. La realtà non è questa. La realtà è, innanzitutto, una “no fly zone” installata nelle basi della Nato a Izmir e a Incirlik, in Turchia e che impedisca agli aerei di Assad di bombardare le donne e i bambini di Aleppo. È, in seguito, una “no drive zone” che vieti, sempre per via aerea, alle sue divisioni di blindati di spostarsi di città in città e di disseminarvi anch’ esse il terrore. È la proposta del Qatar di instaurare “no kill zones”, «santuarizzate» attraverso elementi dell’ Esercito Libero Siriano, equipaggiate di armi difensive. Ed è l’idea turca, infine, di “buffer zones” a nord del Paese, che offrano un rifugio ai civili in fuga dai combattimenti. Una gamma scaglionata di misure che facciano capire al dittatore che il mondo non tollera più questa carneficina. Uno scenario abbastanza vicino, in fondo, a quello che fu immaginato, nelle prime settimane, dalla coalizione anti Gheddafi, e che solo l’oltranzismo suicida della «Guida» fece debordare dai suoi obiettivi iniziali. Che Assad sia folle come Gheddafi, che sia pronto, come lui, ad arrivare fino al viva la muerte, è una possibilità, certo – ma non è l’ ipotesi più plausibile ed è la ragione per cui questo piano in diverse tappe, questa azione graduata, dosata, e attenta a non arrivare subito agli estremi, potrebbero far cedere il regime. Assad è una tigre di carta. È forte della nostra debolezza. Che gli amici del popolo siriano mostrino la loro risolutezza, che diano segni tangibili della loro capacità di colpire ed egli preferirà – possiamo scommetterlo – l’ esilio al suicidio.

4. Chi per questo intervento? E concretamente, quale forza? È qui che le situazioni siriana e libica differiscono: ma non nel senso che in genere si crede. Gheddafi, contrariamente a quanto è stato spesso scritto, disponeva di solidi appoggi nella regione. E la stessa Lega Araba che fu, certo, la prima a evocare la necessità di una “no fly zone”, lo fece a fior di labbra e non senza dare l’ impressione, molto presto, di essere spaventata dalla propria audacia. Assad, invece, è stato messo al bando dal mondo arabo. È stato molto presto sospeso dalle sue istituzioni e organizzazioni. È detestato in Africa. Temuto in Israele. Soprattutto, ad Ankara, ha un nemico dichiarato, dotato di un’ armata possente, essa stessa integrata alla Nato; un nemico che ha due ragioni, almeno, di voler farla finita con lui: l’ancestrale rivalità turca con l’Iran che, invece, sostiene Assad; e il timore di vedere questa guerra, prolungandosi, nutrire le velleità secessioniste della propria minoranza curda che, in maniera del tutto naturale, si ispirerebbe ai curdi siriani impegnati, dall’altro lato della frontiera, a conquistare, armi in pugno, un’ autonomia di fatto … Assad è più isolato di quanto lo fosse Gheddafi. E la coalizione che venisse in soccorso delle sue vittime sarebbe al tempo stesso più numerosa, più facile da installare e appena meno potente di quella che componevano, quasi da soli, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.

5. Quale ruolo ha la Francia in tale contesto? E, al di là della Francia, l’ Europa? Quello dell’iniziatore, del facilitatore, dell’architetto. La voce della Francia è ascoltata. La Francia gode, nella regione, del prestigio che la sua azione in Libia le ha dato. Ha legami storici con il Paese del Giardino sull’Oronte e con quello che una volta era chiamato il Levante. E per una coincidenza di calendario ha la presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza Onu. Si avrebbe difficoltà a capire, in queste condizioni, se il successore di Sarkozy, oltretutto appena eletto e che quindi gode di una libertà di manovra che probabilmente non ha il presidente Obama, paralizzato dal proprio calendario elettorale, non utilizzasse in pieno le risorse che la situazione gli offre. E sarebbe increscioso se non si facesse di tutto per accelerare la formazione di questa grande alleanza che, da sola, farà andar via colui che il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha più volte qualificato come carnefice del proprio popolo. Catalizzare le energie, federare le volontà convergenti ma diverse, incoraggiare chi esita, scoraggiare i disfattisti e invocare la coscienza di ciascuno e del mondo a partire dalla tribuna unica che sarebbe, ancora una volta, un Consiglio di Sicurezza convocato d’ urgenza e a livello dei ministri.

6. C’è il rischio di un incendio esteso alla zona circostante? E l’implicazione crescente dell’ Iran nel dossier non costituisce un elemento di pericolosità supplementare, che non esisteva con la Libia? Sì, probabilmente. Ma il ragionamento può essere invertito. E quel che scopriamo, in effetti, della forza del legame fra Assad e Ahmadinejad, quello che supponevamo ma che si svela, ora, in piena luce, del carattere vitale di questo asse, dovrebbe ispirare due sentimenti. Innanzitutto lo spavento, all’ idea che questa rivolta anti regime sarebbe potuta sopravvenire uno, due, cinque anni più tardi, in un mondo in cui l’ alleato iraniano avrebbe raggiunto la famosa soglia nucleare che è il suo obiettivo: il massimo del ricatto, allora; presa in ostaggio, senza replica, dell’ intera comunità internazionale; e, peggio dell’ incendio, la possibilità dell’apocalisse. E poi la determinazione ad approfittare della situazione per tentare di indebolire, se non di spezzare, nel suo elemento debole, l’ arco che, partendo da Teheran, va fino agli iranosauri di Hezbollah passando per Damasco e, in minor misura, per Bagdad: intervenire ad Aleppo significherà bloccare – ed è l’ essenziale – una guerra contro i civili che ha già fatto più di 20 mila morti. L’ interesse ben chiaro delle nazioni che una volta tanto vanno d’ accordo preoccupandosi dell’ umanità e dei crimini commessi contro di essa, significherebbe anche colpire al cuore, prima che sia troppo tardi, il triangolo dell’ odio che minaccia la regione e, al di là della regione, il mondo. Non l’ incendio, ma il raffreddamento della centrifuga dove si preparano le guerre di domani.

7. E il dopo Assad, infine? E la sorte delle minoranze, in particolare cristiane, che il vecchio regime manipola e di cui vorrebbe far credere che fu il protettore storico? La questione è capitale. Tutto è possibile – anche il peggio… – in un Paese in rovina, reso incandescente dalla violenza e dove ogni giorno porta con sé la sua parte di desolazioni, di rabbie impotenti, di ricerca di capri espiatori e, quindi, di regolamenti di conti. Ma la comunità internazionale, come prima cosa, non è priva di risorse davanti a situazioni di questo tipo e si può benissimo immaginare, per la Siria del dopo carneficina, una formula paragonabile a quella che, nel Kosovo, impedì che i serbi rimasti sul posto fossero presi di mira e che, qui, incaricherebbe una forza dell’ Onu, o soltanto araba, di vegliare alla ricostruzione civica del Paese. Inoltre, nulla impedisce ai capifila della coalizione che invierà gli aerei della libertà a salvare Homs, Houla o Aleppo di abbinare alla loro iniziativa richieste di garanzie sulla natura del futuro Stato e dello statuto che sarà riservato alle minoranze confessionali. Tali garanzie non sono mai assicurazioni, naturalmente. Ma il precedente libico, anche qui, fa giurisprudenza e fede. Infatti, abbiamo visto come un Occidente amico, caritatevole, liberatore, abbia avuto voce in capitolo nei dibattiti del dopo Gheddafi. Il rifiuto del terrorismo, la riduzione della tentazione integralista islamica, la vittoria elettorale dei moderati, il fatto, infine, di aver evitato la vendetta generalizzata sono il segno di un popolo maturo che la dura esperienza dei combattimenti ha innalzato, nobilitato, liberato di una parte dei suoi cattivi demoni, illuminato. Ma sono anche, in Libia, il frutto di una fratellanza di armi inedita fra la gioventù araba e gli aviatori e i responsabili europei e americani che, per la prima volta, apparivano come gli amici, non dei tiranni, ma dei popoli. Il desiderio di questa fratellanza sarebbe, se necessario, un’ altra ragione di applicare al più presto il dovere di protezione dei civili siriani. (traduzione di Daniela Maggioni) Levy Bernard Henri

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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17 agosto 2012

Cacciato dalla «Umma» ad Assad Resta solo l’ Iran. Sunniti e sciiti. La mossa dell’ Oci lascia pochi dubbi sui sentimenti dei sunniti, solo lo sciismo si schiera con il regime alauita

La sospensione dell’ adesione della Siria all’Organizzazione della cooperazione islamica, decisa nel corso del summit straordinario di Riad, segna un passo ulteriore nella crisi siriana. La condanna è pesante, e pronunciata dai Paesi aderenti, con la sola esclusione dell’ Iran. Un fronte così compatto lascia spazio a poche illusioni per il regime di Assad, anche se il segretario Ihsanoglu ha prontamente aggiunto che nessun intervento esterno è previsto. L’ Organizzazione della cooperazione islamica è nata nel 1969, è un organismo soprattutto politico e di rappresentanza dei Paesi islamici. I motivi ispiratori sono gli stessi di analoghe associazioni che tra fine XIX e inizio XX secolo cominciarono a raccogliere e coordinare Paesi e comunità islamiche. La penetrazione occidentale, la decadenza ottomana e la fine del califfato spingevano per creare un coordinamento che riflettesse gli ideali islamici di una comunità (umma) unica. Un ideale quasi sempre tradito dalla storia, ma che rinasceva così, sull’ esempio delle organizzazioni internazionali, in nome di una generica difesa dei valori islamici. Oltre che pregi e visibilità, queste organizzazioni islamiche hanno preso da quelle mondiali e occidentali anche i difetti: pletoriche rappresentanze e scarsa efficacia decisionale, spesso ristretta a dichiarazioni di principio. Dell’ Organizzazione della cooperazione islamica si ricordano le condanne sulle vignette danesi contro Maometto oppure del film «Fitna» di Geert Wilders; oppure le forti prese di posizione contro Paesi non islamici come l’ India e la Thailandia in anni recenti. La sospensione della Siria è ancor più significativa proprio per questo e ricorda pochi altri casi analoghi spesso rientrati rapidamente. Benché l’ Organizzazione non abbia alcun potere deliberante in termini religiosi, la presa di posizione contro la Siria lascia ormai spazio a ben pochi dubbi sui sentimenti della maggioranza sunnita. Che ciò sia avvenuto in Arabia Saudita e sotto la guida di una segreteria turca, con il rifiuto del solo Iran, sottolinea ancor di più quali siano i protagonisti in questa vicenda. Ed evidenzia ulteriormente come solo lo sciismo iraniano, unico in tutto il mondo islamico, sia garante del regime sciita alawita di Bashar Assad, non solo politicamente nella regione, ma anche davanti al mondo islamico nel suo complesso. Tottoli Roberto

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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17 agosto 2012

L’ Onu rinuncia alla missione in Siria. Il regime sempre più isolato: i Paesi islamici votano l’ espulsione di Damasco

Non c’ è soluzione pacifica alla guerra civile in Siria. L’ impressione cresciuta nelle ultime settimane che l’ epilogo violento del regime di Bashar al-Assad stia arrivando a grandi passi ha trovato conferma ieri nella scelta dell’ Oci, l’ Organizzazione della cooperazione islamica, di espellere Damasco (solo Teheran si è opposta). Ma soprattutto nella decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di porre fine alla missione dei propri osservatori con alcuni giorni di anticipo sul termine del mandato. Al loro posto dovrebbe venire aperto un ufficio Onu a Damasco dove una ventina di «consiglieri politici» avrebbe il compito di mantenere contatti con le controparti. Nel concreto è l’ ennesimo segnale di impotenza della comunità internazionale nei confronti di un conflitto che in 18 mesi è costato tra le 18 e le 23mila vittime, oltre a quasi due milioni di sfollati. Reso ancora più drammatico dal crescere delle violenze interne e dalla prospettiva che la catena di rappresaglie e vendette possa peggiorare rischiando di allargarsi ai Paesi limitrofi. In Libano il rapimento di alcuni importanti esponenti sunniti da parte dell’ estremismo sciita sbilancia i già fragili equilibri sorti dopo la fine della guerra civile vent’ anni fa. E a Damasco Assad appare sempre più isolato. Fonti diplomatiche occidentali confermano che il giovane fratello Maher, uno degli esponenti più duri del regime, ha perso una gamba (alcune fonti parlano di entrambe) nell’ attentato che il 18 luglio ha decapitato i vertici militari. E Yarub al Shara, cugino del potente storico vice presidente Farouk al-Sharaa, si sarebbe unito alle ormai centinaia di disertori eccellenti espatriati. La scelta Onu era nell’ aria. «Le condizioni per continuare la missione di Unsmis (United Nations Supervision Mission in Syria, ndr) non sono state rispettate», ha dichiarato l’ ambasciatore francese all’ Onu Gérard Araud (la Francia è presidente di turno del Consiglio di Sicurezza). Circa 300 caschi blu erano arrivati nel Paese a metà aprile in seguito della fallita operazione della Lega Araba di tre mesi prima. Il loro compito mirava a garantire il raggiungimento del cessate il fuoco: la fine delle azioni della guerriglia rivoluzionaria e soprattutto dei bombardamenti indiscriminati sui civili da parte dell’ esercito lealista. La tregua mirava a garantire il piano in sei punti elaborato dall’ inviato speciale per l’ Onu in Siria Kofi Annan e avviare il processo negoziale. Poche settimane fa però lo stesso Annan ha gettato la spugna denunciando la «chiara mancanza di unità» tra gli stessi membri del Consiglio di Sicurezza. Da allora il numero degli osservatori è diminuito di due terzi. Dopo essere stati ripetutamente oggetto di attacchi, avevano comunque cessato le missioni sul campo sin dal 15 giungo. Il centinaio ancora rimasti hanno accelerato le partenze dopo che mercoledì una bomba è esplosa nelle vicinanze del loro albergo. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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19 agosto 2012

«Arrestato mentre fuggiva». Il giallo del vice di Assad. Il giallo di Sharaa rivela lo scontro in atto tra le componenti più laiche e i «duri» del regime. Damasco nega ma il numero due del regime è sparito

Disertore in Giordania? Oppure arrestato prima che riuscisse e passare la frontiera? O piuttosto rimasto a Damasco, coerente con la sua carriera per tutta la vita di fedelissimo al partito Baath, ma ormai visto come un personaggio scomodo dai duri della dittatura? Il giallo sulla sorte del vicepresidente Farouk al-Sharaa illustra con le sue ambiguità e incertezze il grande dramma che si sta consumando nelle stanze del potere siriano. Sono ormai mesi che giungono segnali di tensioni crescenti tra le componenti più laiche e tradizionali del vecchio partito Baath, di cui il 73enne sunnita Farouk al-Sharaa è un esponente della prima ora sin da quando negli anni Sessanta andò a Londra a lavorare per la compagnia aerea di bandiera e la nomenclatura sciito-alauita che fa parte dei circoli più intimi legati alla famiglia Assad. Lo scontro è lacerante. Da una parte ci sono i baathisti socialisti e nazionalisti, che videro nel loro movimento politico un modo per superare i settarismi, i tribalismi e le guerre di religione. Non a caso fondatore del partito fu il cristiano greco ortodosso Michel Aflaq, innamorato dei socialismi europei, che temeva i dogmatismi confessionali e vedeva nel Baath l’ unico modo per garantire l’ integrazione sociale tra gli arabi di ogni fede e minoranza. Hafiz al-Assad, padre dell’ attuale presidente Bashar, grazie al suo carisma e la durissima repressione contro l’irredentismo religioso sunnita, riuscì per oltre tre decenni a garantire l’ impossibile: far convivere baathismo ed egemonia della minoranza alauita aiutata dai privilegi concessi alle altre minoranze. Ma Bashar non ha le stesse capacità. Dopo la morte di Hafiz nel Duemila, il giovane rampollo catapultato al posto di presidente si è fatto mettere i piedi in testa dai circoli alauiti. La Siria è diventata via via sempre più dominata dall’ élite sciita, grazie anche alla sempre più stretta relazione con Iran ed Hezbollah libanese e sempre meno baathista. Farouk al-Sharaa si è visto così promosso a ruoli sempre più prestigiosi, ma in realtà meno rilevanti. Da ambasciatore in Italia (1976-1980) a ministro degli Esteri sino al 2006. La sua fedeltà non ha macchie. Nel 2005 viene messo all’ indice da Usa e Nazioni Unite per i suoi tentativi di copertura delle responsabilità siriane nell’ assassinio del premier sunnita libanese Rafīq al-Ḥarīrī. Poi la nomina a vicepresidente, erosa tuttavia dai membri del clan Assad meno disposti ad ascoltarlo. I nodi vengono al pettine però in modo clamoroso nel marzo 2011. Scoppiano le sommosse a Deraa. Sharaa vorrebbe mediare, Deraa è la sua città natale, si propone come uomo del dialogo. I giovani che si ribellano ai suoi occhi sono sunniti frustrati che chiedono eguaglianza e libertà, non «terroristi stranieri», come predica la propaganda ufficiale. Vede bene cosa è accaduto in Tunisia ed Egitto. L’ onda della rivoluzione sta crescendo in Libia. La repressione violenta non fa che gettare benzina sul fuoco. Ma a Damasco nessuno gli dà retta. E men che meno Maher, il giovane fratello di Bashar, che manda le sue forze speciali a sparare alzo zero contro i manifestanti disarmati. Nella Lega Araba qualcuno nota le aperture del vicepresidente. Si fa il suo nome per un eventuale governo di transizione mirato alla progressiva esautorazione di Bashar. Ma gli alauiti fanno quadrato e rifiutano. Intanto crescono le diserzioni tra i quadri sunniti dell’ esercito. A fine primavera si aggiungono i politici sunniti. Il 6 agosto scappa ad Amman il premier Riyad Farid Hijab. Giovedì a mezzogiorno la televisione satellitare Al Arabyia racconta che Farouk al-Sharaa sarebbe a sua volta fuggito in Giordania. Poche ore dopo, la smentita: non è lui, bensì il cugino più giovane. Ma ieri i portavoce dell’Esercito Libero Siriano ripetono che anche Farouk al-Sharaa avrebbe dovuto scappare. Si era recato a Deraa per cercare di portare con sé i famigliari. Ma è stato preceduto dai militari lealisti, che ne avrebbero persino catturati alcuni. In tutta la regione si intensificano i bombardamenti. Più tardi dal suo ufficio nella capitale negano tutto: «Farouk al-Sharaa non ha mai pensato di fuggire. Lavora al suo posto come sempre». Però lui non si vede e la sua biografia è stata rimossa dall’ agenzia ufficiale Sana. Replicano le brigate della rivoluzione: «Gli danno la caccia, vogliono ucciderlo. Lui è nascosto. Stiamo cercando di farlo uscire». Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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20 agosto 2012

Assad riappare e va in moschea. In aiuto ai ribelli gli 007 europei. Britannici e tedeschi. Secondo i giornali una nave spia tedesca opera al largo della costa, mentre i britannici sono impegnati nelle incursioni 

Bashar al-Assad riappare in pubblico dopo sei settimane di assenza. Giacca e cravatta, l’ espressione contrita delle grandi occasioni. La televisione ufficiale del regime ha mandato in onda l’ altra sera il filmato di lui che partecipa in moschea alle cerimonie di apertura per la Id el-Fitr, la celebrazione religiosa tradizionale che segna la fine del mese di Ramadan. La telecamera indugia sul volto mentre prega inginocchiato, poi le strette di mano con dignitari e imam. Vorrebbe essere un segnale di rassicurazione per la popolazione. La dimostrazione che, nonostante tutto, il presidente resta al suo posto, è pronto a continuare la lotta. Ma è proprio l’ eccezionalità dell’ avvenimento a comunicare l’ esatto contrario. Era dal suo discorso al parlamento il 4 luglio che Assad non si faceva vedere in diretta. Da allora per lui la situazione non è altro che degenerata: con le nuove defezioni di politici e generali, con il crescere delle sommosse, con i combattimenti che hanno raggiunto il cuore della capitale. Il colpo più grave è stato l’ attentato che il 18 luglio ha decapitato i vertici militari. Da allora i suoi spostamenti sono top secret. I gruppi dell’ opposizione a Damasco sostengono che diverse moschee erano state transennate poco prima della sua apparizione, proprio per sviare eventuali attentatori. Alla fine è comparso in quella di Rihab al-Hamad, nel quartiere relativamente tranquillo di Al Muhajireen, solo poche centinaia di metri dalla sua residenza. Contrariamente al passato, la televisione non ha neppure trasmesso le immagini dell’ arrivo e della partenza del suo convoglio. A confermare che la situazione per il regime sta degenerando sono le rivelazioni apparse ieri sui settimanali britannico “Sunday Times” e tedesco “Bild am Sonntag”, secondo i quali i servizi segreti dei due Paesi starebbero aiutando il movimento della guerriglia rivoluzionaria. Il governo di Londra ha smentito. Eppure, il giornale specifica che gli 007 di Sua Maestà partiti dalle basi di Cipro e infiltrati in Siria avrebbero fornito dettagliate informazioni sui movimenti delle truppe lealiste, specie nella zona di Aleppo. Una nave spia tedesca con attrezzature di monitoraggio super sofisticate starebbe inoltre incrociando appena al di fuori delle acque territoriali siriane con la capacità di seguire le comunicazioni sino a 600 chilometri all’ interno del Paese. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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21 agosto 2012

Siria, la «Linea Rossa» di Obama

Obama minaccia, i curdi colpiscono e il conflitto siriano si fa ogni giorno più duro allungando la conta delle vittime. Quasi 5 mila i morti nel mese sacro ai musulmani del Ramadan, a testimoniare la durezza dei combattimenti. Una giornata intensa, quella di ieri, segnata da scontri. Il presidente americano Obama, ribadendo una posizione già espressa, ha avvertito Damasco: «L’ eventuale uso di armi chimiche potrebbe aprire le porte a un intervento militare Usa. È la nostra linea rossa». Nulla per ora fa pensare a questa ipotesi ma la Casa Bianca ha probabilmente voluto accrescere la pressione su Assad in un momento delicato per il potere. Continua infatti il mistero sulle condizioni di Maher, fratello del leader e sul presunto arresto del vicepresidente Farouk al-Sharaa. Le tensioni di Damasco si intrecciano, pericolosamente, con quelle in Turchia. I separatisti del PKK, spalleggiati da Damasco e con basi disseminate lungo l’asse Siria-Iraq, sono tornati a colpire. Prima con un agguato a un convoglio militare: due i soldati uccisi. Quindi con l’ esplosione di un’ autobomba contro un commissariato a Gazientep. Otto le vittime, 50 i feriti, molti i danni. Su questo secondo episodio non c’ è la certezza che vi sia la mano del PKK ma i sospetti sono forti. I guerriglieri hanno intensificato le loro operazioni lungo il fronte meridionale della Turchia. Diverse colonne si sono infiltrate nelle scorse settimane e sono poi passate all’ attacco. Colpi di mano accompagnati, in qualche occasione, da attacchi dinamitardi (anche nell’ Ovest). L’ offensiva del PKK non è una sorpresa. Lo stato maggiore turco ha segnalato il rischio di «gesti spettacolari» da parte dei ribelli curdi. Proprio per questo ha organizzato una serie di rastrellamenti destinati a ripulire alcune aree o a impedire il rientro dei guerriglieri verso i loro «santuari» in Iraq e in Siria. Movimenti segnalati da Ankara che ha più volte accusato i siriani di aiutare il PKK. Lo scenario curdo si somma a quello dei rifugiati dalla Siria. Ieri Ankara ha annunciato che è disposta ad accoglierne fino a 100 mila (attualmente ve ne sono già 70 mila) ma superato questo limite dovrà essere la comunità internazionale ad occuparsene. E i turchi hanno rilanciato l’ ipotesi di una «fascia di sicurezza» a cavallo del confine con la Siria. Una manovra che potrebbe facilitare l’ assistenza ai profughi e favorire il sostegno ai gruppi armati che si battono contro AssadOlimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 agosto 2012

Battaglia nelle strade. Ora tocca al Libano. Colpo di coda. Messo alle corde, Assad farà di tutto per allargare la crisi ai Paesi limitrofi. Scontri fra sunniti e alauiti: 12 morti, 100 feriti

Antica, ma anche drammaticamente nuova, è la minaccia siriana che grava sul Libano. E la dozzina di caduti e oltre cento feriti negli scontri tra sciiti-alauiti pro Bashar al-Assad e sunniti filo-rivoluzione nella Tripoli libanese durante gli ultimi tre giorni non fa che ribadire una verità ben nota: se Damasco piange, Beirut non ride. Il regime di Assad fa capire che venderà cara la pelle. Messo con le spalle al muro, farà di tutto per allargare la crisi ai Paesi limitrofi. Primo tra tutti a farne le spese sarà dunque il piccolo Libano, già diviso da sedimentate rivalità etnico-confessionali, ma soprattutto considerato dai nazionalisti di Damasco come parte integrante di quella «grande Siria» che è dogma irrinunciabile del partito Baath. Da lunedì dunque in Libano sono ripresi gli scontri. Centro della battaglia è Tripoli, mezzo milione di abitanti, seconda città del Paese e cuore vitale della comunità sunnita, che conta quasi il 30 per cento della popolazione totale libanese, contro un circa 50 per cento sciita. I libanesi la descrivono come una città «sunnita conservatrice», legata a filo doppio a Saad Hariri, figlio di Rafiq, l’ ex premier assassinato nell’ attentato del febbraio 2005 sul lungomare di Beirut. Conclusioni ufficiali dell’ inchiesta sulla sua morte ancora non ce ne sono, ma per larga parte dei sunniti è ovvio che i mandanti sono a Damasco e a Teheran, con l’ attiva partecipazione dell’ Hezbollah, il «Partito di Dio» sciita sostenuto da Iran e dittatura siriana. Ieri le milizie sciite asserragliate nel loro quartiere a Jabal Mohsen si sono scontrate a lungo contro i sunniti trincerati soprattutto a Bab Al Tibbaneh. Barricate, raffiche di mitragliatrice, colpi di mortaio: le scene ricordano da vicino la violenza che da 18 mesi perpetua nel sangue la guerra civile siriana. Non è comunque la prima volta dall’ inizio delle rivolte. Le prime avvisaglie di tensione nella Tripoli libanese furono già il 17 giugno 2011, quando morirono sette persone e rimasero ferite 59. Gli scontri ripresero poi violenti nel maggio 2012. Tra il due e tre giugno scorsi i morti furono 16, i feriti una sessantina. E la settimana scorsa un’ ondata di rapimenti da parte delle milizie filo-Hezbollah ai danni di clan sunniti nella valle della Bekaa fece temere l’ inizio di una nuova fase del conflitto. In verità sono gli stessi commentatori libanesi a gettare acqua sul fuoco. «Gli scontri cui assistiamo nelle ultime settimane sono connaturati alla nostra storia di difficile convivenza tra le varie comunità nazionali. Tuttavia, resta fresca la memoria degli oltre 250 mila morti nella guerra civile dal 1975 al 1990. Il governo centrale continua a mantenere il sostegno popolare, la gente teme il ritorno di quelle tensioni che misero in ginocchio il Libano nello scontro fratricida», sostiene tra i tanti Rami Khouri, uno dei più noti commentatori di Beirut. Parole che suonano ragionevoli. L’esercito libanese è stato mandato nelle strade nel tentativo di imporre la tregua. Eppure non aiuta la crescita delle violenze nelle ultime ore in Siria. Martedì i morti riportati dalle opposizioni nel Paese ammontano a 250. E ieri l’ esercito lealista ha ripreso a bombardare i quartieri di Damasco controllati dalle milizie rivoluzionarie. Fonti dell’ opposizione segnalano tra i 25 e 50 morti nella sola regione della capitale, tra cui molti vittime di vere e proprie esecuzioni a sangue freddo. Continuano senza sosta inoltre i combattimenti ad Aleppo, dove i carri armati lealisti stanno attaccando in forze la città vecchia. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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27 agosto 2012

Riappare (ma non parla) il vice «in fuga». Secondo i ribelli, Farouq Al Sharaa  avrebbe tentato di scappare in Giordania

Potrebbe essere finalmente la soluzione del giallo. Il chiarimento che ponga fine alla ridda di ipotesi e notizie contraddittorie sulla sorte del 73enne Farouk al-Sharaa e contemporaneamente la prova della reale capacità di tenuta del regime siriano. Perché questa è la portata del personaggio: non solo ministro degli Esteri per 22 anni e poi vicepresidente dal 2006, ma soprattutto garante di continuità tra passato e presente, tra il trentennio rassicurante per i baathisti di Hafiz al-Assad (morto nel Duemila) e invece l’ era molto più incerta all’ ombra del figlio Bashar. Nelle ultime settimane era stato dato per ucciso segretamente dai militari per alto tradimento, oppure fuggito in Giordania o suicida, addirittura catturato dalle squadre speciali di Bashar che avrebbero prima preso in ostaggio i suoi famigliari nella regione di Deraa per evitare che passasse armi e bagagli alla causa della rivoluzione, al meglio, costretto agli arresti domiciliari. Sarebbe stata la manifestazione più evidente che i giorni del regime sono contati. Ma ieri infine Farouk al-Sharaa è tornato a farsi vedere in pubblico e per giunta nel consueto ruolo ufficialissimo di numero due della dittatura, ripreso dalla televisione di Stato mentre incontra una delegazione iraniana nel suo vecchio ufficio a Damasco. Da oltre un mese era scomparso. La sua ultima apparizione rilevante era stata in occasione dei funerali dei quattro massimi esponenti degli apparati militari e dei servizi morti nell’ attentato del 18 luglio mentre erano riuniti nella capitale. A metà agosto era stata in particolare la televisione satellitare Al-Arabiya a rilanciare le tesi montanti tra i circoli legati alla rivoluzione circa la sua diserzione imminente o addirittura già avvenuta sulle orme del primo ministro Riyad Farid Hijab scappato ad Amman il 6 agosto. La spiegazione più diffusa? Sono entrambi sunniti. Seppure baathisti della prima ora, non potevano più sostenere l’ eccidio della loro gente per mano delle squadracce alauite ormai in pieno controllo dell’esercito regolare. Il fatto che poi Farouk al-Sharaa sia originario della regione di Deraa, città-natale delle prime rivolte nel marzo 2011 e da allora martirizzata dalla violenza lealista, non poteva che puntellare la tesi della diserzione. I portavoce del regime avevano però smentito «categoricamente». «Il vicepresidente è al lavoro come sempre nel suo ufficio. Mai, assolutamente mai, lo ha anche solo sfiorato il pensiero di scappare dal suo Paese», hanno ribadito più volte. Ora le immagini di Farouk al-Sharaa che arriva in auto al suo ufficio e in seguito mentre discute con la delegazione iraniana guidata dal potente Alaeddin Boroujerdi, responsabile del comitato della Sicurezza nazionale a Teheran, potrebbero porre fine alle speculazioni sulla fine imminente della dittatura. Smentite le versioni dei ribelli, Bashar apparirebbe rafforzato. Ne avrebbe bisogno: il Paese è in fiamme, crescono le accuse contro le sue truppe di compiere violenze indicibili ai danni della popolazione civile e soprattutto prolificano le voci di implosione interna del suo sistema di potere. Una delle tesi ancora tutte da verificare è tra l’ altro che anche Maher,  fratello minore del presidente e considerato vero uomo duro del regime, sia morto o moribondo in seguito all’attentato del 18 luglio. Eppure anche questa nuova apparizione di Farouk al-Sharaa non fuga del tutto i dubbi. In tutto questo tempo sarebbe bastata una sua conferenza stampa in cui lui si potesse spiegare apertamente, rispondere alle domande. Invece anche ieri è apparso serio, compito, controllato. Non una parola con i giornalisti che l’hanno ripreso da lontano. Chi ci può dire che non sia davvero ostaggio? Cosa prova che qualcuno dei suoi famigliari o lui stesso, non siano minacciati? La dittatura con le spalle al muro può ricattare in mille modi. Noi giornalisti abbiamo incontrato decine di ex militari e ufficiali del regime che ci hanno raccontato di aver atteso a lungo prima di disertare per paura che le loro famiglie potessero venire perseguitate. La vicenda di Al Sharaa resta più che mai lo specchio delle ambiguità e degli orrori del regime siriano. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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31 agosto 2012

«Assad è un dittatore». Affondo dell’Egitto. E i siriani sbattono la porta. I nostri cuori sanguinano per quei massacri, per chi lotta per la libertà e la dignità. Morsi a Teheran spiazza anche i padroni di casa, alleati di Damasco

Nemmeno una parola sulla Siria nel raro quanto atteso discorso della Guida Suprema della Repubblica Islamica, Ali Khamenei, ieri in apertura del summit dei capi di Stato del Movimento dei Non Allineati (Mna). L’ayatollah si è piuttosto appellato ai 120 Paesi membri contro «l’ ordine mondiale imposto dall’ Occidente, fortunatamente oggi in crisi profonda» e «il sistema Onu ingiusto e dittatoriale», a favore della «Palestina libera dai sionisti» e del «diritto di tutti al nucleare pacifico». Parole pesantissime ha invece dedicato al Paese sconvolto dalla guerra civile Mohamed Morsi: primo raìs egiziano a tornare in Iran dai tempi dello Scià, il presidente Fratello musulmano ha parlato chiaro: «La rivoluzione in Siria contro il regime oppressivo è parte della Primavera araba che ha nell’ Egitto la sua pietra miliare», ha detto. E ancora: «La nostra solidarietà ai siriani contro un regime oppressivo che ha perso ogni legittimità è un dovere morale e una necessità politica e strategica. I nostri cuori sanguinano per quei massacri, è responsabilità di tutti sostenere chi lotta per la libertà e la dignità umana». E ha paragonato il popolo siriano a quello palestinese, perché entrambi «vogliono la libertà, la dignità e la giustizia». Parole pesantissime per la delegazione di Damasco, ovviamente, che ha subito lasciato la sala, guidata dal ministro degli Esteri Walid Moallem. «I commenti di Morsi violano le tradizioni del summit, sono un’interferenza negli affari interni siriani, incitano al bagno di sangue», ha poi detto Moallem alla tv siriana. Ma frasi altrettanto dure da digerire per gli ospiti iraniani: grande alleata di Damasco, Teheran non sperava certo che dal vertice uscisse un sostegno ad Assad, piuttosto un vago impegno comune ad opporsi a «interventi esterni», come dovrebbe enunciare oggi il documento finale. Invece Morsi, a lungo creduto anche in patria poco incisivo, li ha davvero spiazzati. Ha chiamato «mio caro fratello», baciato e abbracciato il collega iraniano Mahmoud Ahmadinejad (chiamandolo all’ egiziana: Ahmadinejad), a cui ha passato la presidenza di turno del Mna fino al 2015. Ha appoggiato il diritto al nucleare pacifico dell’ Iran e invitato il Paese a un tavolo a quattro sulla crisi siriana (con turchi e sauditi). Ma ha certo messo Teheran in un angolo con la condanna inequivocabile di Assad e di chi lo protegge. Non solo: l’ Egitto con questa mossa sfida l’Iran nelle sue ambizioni di imporsi come la grande potenza regionale, rivendicando per sé quel ruolo già avuto in passato, ai tempi di Nasser che fu tra i fondatori dei Non Allineati, poi ridotto da Sadat e Mubarak con l’ allineamento, invece, a Usa, Israele e Golfo. Ma pur non schierandosi con loro, l’ accorto Morsi non li ha scontentati del tutto. Per altro, in Egitto dove il raìs è tornato subito come previsto, Fratelli Musulmani, salafiti e liberal sono, per motivi diversi, del tutto ostili al regime alauita. Nemmeno l’ onore della presenza del secondo ospite davvero illustre, da esibire al mondo come prova nel fallito isolamento di Teheran, ha avuto pieno successo. Il capo dell’ Onu Ban Ki-moon, arrivato qui in contrasto con Usa e Israele, con voce tranquilla ha dichiarato: «Respingo con forza le minacce rivolte da qualsiasi Stato di distruggerne un altro, o i vergognosi tentativi di negare fatti storici come l’ Olocausto. Sostenere che Israele non ha diritto a esistere o descriverlo in termini razzisti mina i principi che ci siamo impegnati a seguire». Ban non ha citato apertamente l’ Iran, ma nessuno aveva mai osato sfidare di persona la Guida Suprema sullo Stato ebraico. E su altro: Ban ha richiesto che ogni nazione dell’ Onu e del Mna «rispetti i diritti umani, di espressione e associazione» e che «offra trasparenza totale sul nucleare» (frasi non banale se pronunciata a pochi metri da Khamenei). Sulla Siria ha imputato a Assad «la responsabilità primaria». Tra le decine di leader mondiali in sala – dall’ indiano Singh al pachistano Zardari, dal palestinese Abu Mazen all’ emiro del Qatar – tutto questo ha avuto all’ apparenza poco impatto. Ma certo le diplomazie sono già al lavoro per valutare gli effetti del vertice. Anche quelle europee, invitate all’ ultimo minuto e assenti tranne pochi Paesi vicini da sempre al Mna, come Austria e Finlandia. Tra le tante questioni aperte, oltre a quella siriana, è l’incognita Iran che più preme riesaminare alla luce di questo inedito summit di Teheran. La Repubblica Islamica ne esce più forte come sperava? E al suo interno come muteranno, in caso, i rapporti di forza? Ahmadinejad in maggio dovrà lasciare e il nuovo presidente potrebbe rafforzare ulteriormente la Guida. Ma nulla è detto. Nemmeno l’ assenza di ogni protesta, nella capitale svuotata e presidiata da 110 mila uomini fedeli al regime, è segno che il Paese sia pacificato. Basterebbe la terribile crisi economica in atto per capire la delicatezza del momento, a cui si aggiungono (almeno) le minacce d’ attacco israeliane e l’ eterno contenzioso sul nucleare. Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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1 settembre 2012

Le rivoluzioni arabe meglio chiamarle rivolte

Prima la scintilla tunisina che ha fatto infiammare la primavera araba e poi, a cascata, le «rivoluzioni» in Egitto, Libia e Siria. Se si osserva quanto sta avvenendo in quei Paesi (probabile affermazione di un dilagante strapotere islamico, senza un effettivo ripristino della democrazia dopo l’ estromissione dei dittatori) c’ è da chiedersi: non si stava meglio quando si stava peggio? cristianobussola@yahoo.it

Caro Bussola, I grandi avvenimenti sono sempre razionali, vale a dire provocati da fattori politici, economici o sociali che possono essere studiati e compresi. Versare lacrime sui fatti accaduti o rimpiangere il passato, quindi, è un esercizio vano a cui è meglio non indulgere. Dovremmo chiederci piuttosto perché queste rivoluzioni ci abbiano colto di sorpresa e stiano producendo effetti così diversi da quelli che erano stati anticipati o sperati. Potremmo cominciare osservando che la parola «rivoluzione», nel senso utilizzato durante il Novecento, è in questo caso fuori luogo. Il mondo arabo ha conosciuto in passato alcuni movimenti rivoluzionari – i «giovani ufficiali» di Nasser, il partito Baath, la stessa Fratellanza musulmana -, ma dietro le grandi manifestazioni tunisine ed egiziane non vi erano idee, progetti, una diversa concezione dello Stato. Quello di cui siamo stati testimoni è un fenomeno di autocombustione sociale provocato da ragioni culturali e demografiche. I regimi della regione erano tirannici e polizieschi, ma avevano combattuto l’ analfabetismo, prolungato l’ età scolastica di una quota crescente della gioventù, creato una generazione che chiedeva lavori migliori di quelli riservati ai loro genitori. Parliamo spesso dei pregiudizi antifemminili delle società islamiche, ma dimentichiamo che negli ultimi vent’ anni il numero delle donne nelle scuole e nelle università è considerevolmente aumentato. Lo abbiamo scoperto quando abbiamo osservato la presenza femminile nelle manifestazioni e forse avremmo dovuto accorgercene anche prima constatando che le donne arabe, come quelle europee, stavano facendo meno figli. Di fronte a questa insurrezione sociale i governi si sono dimostrati impotenti. Erano troppo autoritari per captare i sentimenti della pubblica opinione e troppo cinicamente corrotti per essere in grado di progettare una migliore distribuzione della ricchezza nazionale. In altri tempi avrebbero schiacciato le rivolte nel sangue senza badare al numero delle vittime (il padre di Bashar al Assad fece uccidere ventimila siriani a Hama nel febbraio 1982). Oggi la riprovazione della società internazionale lega le mani del dittatore o incoraggia gli insorti a resistere, come è accaduto in Libia e in Siria. L’esito delle rivolte dipende da condizioni e fattori che cambiano considerevolmente da Paese a Paese. La sorte dell’ Egitto non sarà quella della Siria, la sorte della Tunisia non sarà quella della Libia. Ma esiste in ciascuno di questi casi un dato comune: i ribelli non hanno un programma e una leadership, possono abbattere il regime ma non sono in grado di sostituirlo, creano il vuoto ma non sono capaci di riempirlo. Là dove si combatte, se il conflitto è sufficientemente lungo, emergerà prima o dopo una nuova leadership. Altrove il vuoto verrà riempito, in tutto o in parte, dall’ unica forza d’ opposizione che abbia costantemente e coerentemente combattuto i vecchi regimi. Questa forza è la Fratellanza musulmana, un movimento che, a sua volta, dovrà andare a scuola di governo. Quanto ai Paesi occidentali, caro Bussola, temo che debbano prepararsi a un lungo periodo d’ instabilità nel corso del quale potranno soltanto recitare a soggetto. Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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2 settembre 2012

Così Hariri Jr. arma i ribelli siriani, per vendicare suo padre. I militari turchi chiudono un occhio, purché il materiale sia consegnato oltre confine. Il figlio del premier libanese ucciso dagli sciiti

Il carico più recente di armi e munizioni per la guerriglia siriana firmato Saʿd al-Dīn Ḥarīrī è arrivato meno di dieci giorni fa nei pressi di questo piccolo villaggio posto a tre chilometri dal confine con la Turchia. Un paio di camioncini carichi di proiettili per kalashnikov, bombe anti-carro e soprattutto di ricercatissimi missili terra-aria Stinger hanno attraversato nella notte la frontiera su tratturi tra gli ulivi ben noti ai contrabbandieri. A nord i militari turchi chiudono un occhio. L’unica richiesta è che il materiale sia consegnato in territorio siriano. «I camion trasportavano armi destinate a diverse brigate operanti a nord-ovest di Aleppo. Soprattutto per Jamal Maruf, il comandante della brigata Shuhada Jebel Al Zawiah e per le nostre brigate della cittadina di Eriha. Per noi in particolare sono arrivati 25.000 proiettili di kalashnikov e 30 ogive Rpg anti-tank. Alcune brigate scelte hanno però ricevuto i nuovi Stinger cosiddetti a due teste, molto efficienti perché tirano due missili, il primo viene deviato dalle cariche di calore sparate da aerei ed elicotteri, ma il secondo va diritto sull’ obiettivo», spiega Nahel Ghadri, leader della resistenza a Eriha da pochi giorni espatriato nella cittadina turca di Antakia. Possiamo chiamarla la vendetta del 42enne Saʿd al-Dīn Ḥarīrī contro gli assassini di suo padre Rafīq al-Ḥarīrī, a Beirut nel febbraio 2005. È da allora che la sua frustrazione non ha pace. Agli intimi non ha mai nascosto la profonda convinzione che i mandanti si trovino a Damasco. Rafīq al-Ḥarīrī è stato il ricchissimo uomo d’ affari sunnita, legato all’ Arabia Saudita, che sin dagli anni Novanta seppe creare il nuovo Libano indipendente dalle ceneri della guerra civile. Dopo la sua morte, Saad ha ereditato una fortuna di famiglia pari a 4,1 miliardi di dollari (è quotato come il 522esimo uomo più ricco al mondo) e soprattutto ha abbandonato la lussuosa residenza a Riad per venire catapultato nel cuore della complicata politica libanese. Considerato troppo inesperto per contrastare efficacemente le aspirazioni egemoniche di Damasco e la milizia armata sciita dell’ Hezbollah filo iraniano, nel giugno 2009 Saad ha infine vinto le elezioni diventando premier. Già cinque mesi dopo le pressioni minacciose siro-sciite lo costringevano però a varare una coalizione di unità nazionale. «Che posso farci se devo accettare di coesistere con gli assassini di mio padre? Per il momento i miei doveri politici di premier devono prevalere sui sentimenti privati», spiegava ufficiosamente a chi lo criticava per le sue intese con Hezbollah. Il 12 gennaio 2011 però il suo governo cadeva proprio sulla questione della collaborazione con l’ inchiesta internazionale volta a individuare i responsabili della morte di Rafīq al-Ḥarīrī. E dal giugno 2011 il Libano ha un nuovo primo ministro: Najib Mikat. Saʿd al-Dīn Ḥarīrī è dunque libero di rilanciare i propri obiettivi personali e di esponente sunnita libanese. Sempre a detta di diversi militanti della resistenza siriana incontrati nella zona di Aleppo, i suoi aiuti sono tra i più puntuali e meglio organizzati. Da alcune settimane è tra l’ altro ancorata nel porto turco di Mersin una nave cargo con 4.500 tonnellate di materiali (cibo, medicine, ma «anche altro») pagati in contanti da Beirut e destinate ai ribelli. I capi delle varie brigate vedono regolarmente l’inviato di Saʿd al-Dīn Ḥarīrī, sembra sia uno sciita libanese suo fedelissimo, nel grande e lussuoso hotel Ottoman Palace, una ventina di chilometri da Antakia. I suoi ultimi carichi di armi avrebbero aiutato a sostenere i combattimenti nel cuore di Aleppo. Sarebbe l’arrivo recente dei nuovi Stinger a spiegare anche l’abbattimento di alcuni elicotteri e di almeno due Mig lealisti da parte dei ribelli nelle ultime settimane. Questi aiuti si sommano a quelli considerevoli inviati soprattutto da Qatar, Arabia Saudita e Libia. Difficile stabilire i quantitativi e le qualità degli armamenti. Secondo i ribelli di Eriha (la città tra l’ altro è stata nuovamente perduta dai lealisti cinque giorni fa), tra i più generosi sarebbero gli esponenti del nuovo governo libico che avrebbero donato quasi 300 milioni di dollari, ma recentemente si sarebbero fermati a causa delle divisioni interne alla resistenza siriana. Dall’ Arabia Saudita in 18 mesi sarebbero inoltre giunti aiuti per 500 milioni di dollari. Negli ultimi tempi il Consiglio Nazionale Siriano, il gruppo più noto dell’ opposizione, ha cercato di istituzionalizzare i contatti con i donatori nel piccolo e discreto hotel e tre stelle Gonen, sulla via dell’ aeroporto di Istanbul. Ma non mancano i problemi. «Se non riusciremo a coordinare al più presto la distribuzione di armi e aiuti di ogni genere alle varie brigate rischiamo di fomentare le gelosie e persino le guerre interne», ci confessa il 28enne Khaled Abu Salah, nuovo portavoce del Consiglio. Per i ribelli però i contatti con l’ emissario di Saʿd al-Dīn Ḥarīrī sono vitali. Commenta Ghadri: «Per noi le armi sono importantissime. Prima arrivano meglio è. Non importa chi e come le manda». Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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5 settembre 2012

Siria, esodo dalle città della morte. Ad Azaz migliaia di profughi attendono di passare il confine turco, terrorizzati dai raid aerei di Assad, tra le case in rovina, privi di tutto

Strade ingombre di macerie nel centro; una quindicina di carcasse di carri armati bruciati; abitazioni danneggiate e abbandonate; sui muri anneriti dalle fiamme della moschea maggiore scoperchiata dalle bombe è appeso un grande lenzuolo biancastro con i nomi di una quarantina di shahid, i martiri delle brigate partigiane uccisi combattendo contro i soldati di Bashar Assad. Praticamente ogni sera dopo le nove arrivano i Mig 23 e bombardano, quasi sempre a casaccio. Una volta tocca al quartiere del panificio, un’ altra ai capannoni delle fabbriche alla periferia, persino le scuole piene di povera gente senza casa non vengono risparmiate. Comincia qui, tra le rovine dell’ ultima città siriana prima del posto di confine di Killis con la Turchia, il tratto finale dell’ esodo degli abitanti della provincia settentrionale di Aleppo verso la salvezza nei campi profughi all’ estero. La storia è ormai vecchia. Quasi 18 mesi di guerra civile e attacchi impuniti dell’ esercito lealista super armato contro la popolazione sunnita in rivolta sono anche il racconto di gente in fuga, di intere città svuotate, soprattutto di famiglie abbandonate a loro stesse che, prima di osare l’ atto estremo di scappare fuori dai confini nazionali, hanno trovato rifugio temporaneo presso parenti e amici in altre zone del Paese. Città che si riversano verso le campagne, ma anche intere comunità rurali che a loro volta scappano verso le zone urbane. Era il caso di Aleppo sino a che non si è cominciato a combattere anche tra i vicoli del suo centro medioevale tre mesi fa. Da due milioni e mezzo i suoi abitanti erano diventati oltre quattro, ora pare siano scesi a meno di due. «Ci sono oltre due milioni di profughi interni di cui sappiamo molto poco o nulla», sostenevano un mese fa i capi delle maggiori brigate rivoluzionarie incontrati sulle barricate di Eriha, Idlib e tra i villaggi sulle colline di Jebel al Zawyha. Ora il tema profughi torna alla ribalta dopo che ieri le Nazioni Unite hanno riportato nuovi, gravissimi conteggi relativi soprattutto a quelli scappati all’estero. Il loro numero ha toccato quota 100.000 nel solo mese di agosto su di un totale di 235.368 segnalati in 17 mesi. Il dato è relativo solo a quelli registrati ufficialmente. Sembra infatti che vi siano decine e decine di migliaia di illegali. In Turchia, per esempio, la cifra ufficiale per quelli distribuiti in una dozzina di campi è di 80 mila, ma la stampa nazionale ne riporta sino a 120 mila. Tanto che lo stesso governo di Ankara è stato costretto ultimamente ad alzare la vecchia «linea rossa» di 100 mila oltre la quale aveva minacciato di lanciare operazioni militari per la creazione di una «zona cuscinetto» in territorio siriano. Tuttavia, bastano le sole cifre ufficiali per cogliere il senso dell’ urgenza. Sempre secondo l’ Unhcr (l’ agenzia Onu incaricata della questione profughi), sono ormai 77 mila in Giordania, dove le condizioni tra le tende nel deserto sono tra le più estreme; 59 mila in Libano a rendere ancora più tese le frizioni tra sciiti e sunniti locali; e quasi 19 mila nell’Iraq a sua volta destabilizzato dal permanere dello scontro interno innescato dall’ invasione americana del 2003 e oggi alimentato dal braccio di ferro tra Iran e Arabia Saudita. A ben vedere dunque, in un solo mese gli espatriati sono stati oltre un quarto del totale accumulato dal marzo-aprile 2011. «Se fate il conto, si tratta di un numero spaventoso, incredibile. Illustra una crescita significativa nel numero di profughi in soli 30 giorni e denuncia il peggiorare della situazione nel Paese», ha esclamato ieri la portavoce dell’Unhcr, Melissa Flaming. Viste da Azaz, le sue parole assumono significati sinistri e drammaticamente concreti. Ci passa gente spaventata, spesso priva di tutto, senza più contanti, possedimenti o speranze. Da tre o quattro settimane la truppe lealiste hanno aumentato l’ utilizzo dell’ aviazione. Gli attivisti della brigata locale (ha il nome roboante di «Tempesta del nord») una settimana fa hanno abbandonato il loro centro di accoglienza per i civili tra le palazzine di un istituto tecnico perché era stato bombardato. I più poveri si accampano allora negli edifici pubblici ancora in piedi. La maggioranza raggiunge invece la zona a ridosso del confine di Killis chiamata «i garage». Ci sono infatti tre grandi capannoni aperti sui due lati dove circa 8 mila persone attendono di poter passare in Turchia. Vecchi, donne, bambini dormono sul pavimento attrezzato con stuoie e coperte impolverate. Alcune centinaia di famiglie sono qui da oltre venti giorni. «I turchi fanno del loro meglio per aiutarci. Ma obiettivamente non sanno più dove mettere tutta questa gente. Il problema è che qui domina il terrore. Solo cinque giorni fa i Mig lealisti hanno bombardato a 500 metri dal confine», spiega il «dottor Yussef», un chirurgo di Aleppo che parla un poco di italiano e si è preso la briga di coordinare i visti. In Turchia i campi allestiti oltre un anno fa sono strapieni. Abbiamo visitato quello di Yayladagi, uno dei più vecchi eretto presso Antakia, dove il numero limite di 2.500 occupanti è stato raggiunto da un pezzo. Il più recente posto a Orfa, 300 chilometri più a nord, ha accolto in pochi giorni quasi 8 mila nuovi arrivi. La politica turca mira comunque ad isolare i profughi sunniti siriani dagli sciiti alauiti locali, che in generale sostengono Assad. Ankara teme che le ripercussioni del conflitto oltreconfine vadano ad innestarsi sulle tensioni interne, prime tra tutte quelle antiche con i curdi. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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6 settembre 2012

Dietro la crisi siriana l’ombra del problema curdo

Ho letto le sue valutazioni sulla crisi siriana e le «tre guerre» che lei legge nel conflitto. Curiosamente non ho trovato alcun cenno ad altri «due fronti» caldi che interessano direttamente il Paese, quello israeliano e quello curdo. Qualcuno accusa Israele di spalleggiare i ribelli e di aver fomentato la guerra civile e qualcun altro lo accusa di sostenere il regime e i suoi crimini. E che dire dei curdi che non possono fare altro che appoggiarsi via via al nemico dei loro nemici, in una storia parallela e per certi versi simile a quella palestinese, ma in confronto così tanto trascurata nell’ Occidente democratico?  f.dellapergola@gmail.com

Ai Paesi coinvolti nella crisi siriana si dovrebbe aggiungere Israele. Tel Aviv ha mantenuto un atteggiamento di guardinga attesa di fronte a un regime che, a parte la rivendicazione delle alture del Golan, si era astenuto, diversamente dall’ Iran, da minacciose aggressività e non aveva reagito a una «sporadica» incursione aerea su un sospetto sito atomico siriano. Il prudente comportamento di al Assad trovava corrispondenza a Tel Aviv, ma Israele potrebbe essere indotto a diverse scelte qualora un cambiamento di regime a Damasco subisse l’ influenza di fazioni islamiche estremiste. Roma

Cari lettori, per il governo israeliano il regime della famiglia Assad presentava un grande vantaggio. La Siria rivendicava le alture del Golan, conquistate da Israele nel 1967, ma non faceva nulla per riprendersi le terre perdute. Ne avemmo una prova il 6 settembre 2007 quando una squadriglia israeliana distrusse l’installazione nucleare di al-Kibar nel deserto siriano. Damasco protestò, ma incassò il colpo e voltò pagina come se quello israeliano non fosse stato un atto di guerra. Oggi sembra che Israele, di fronte alla guerra civile siriana, sia stato costretto ad adottare un atteggiamento attendista e passivo. Non può sostenere il regime di Bashar al-Assad, ma non può non chiedersi che cosa accadrà in Siria se la guerra sarà vinta da una variegata coalizione composta da nazionalisti arabi, jihadisti e fondamentalisti musulmani.

Il «fronte curdo», ricordato da Fabio Della Pergola, è ancora più complicato e potenzialmente minaccioso. Suggerisco ai lettori di dare un’occhiata alla carta della regione e in particolare alla frontiera sud-orientale della Turchia con la Siria e l’ Iraq, dal Golfo di Alessandretta, sul Mediterraneo, al confine iraniano. A nord della linea vivono circa 15 milioni di curdi turchi, a sud 600.000 curdi siriani e 5 milioni di curdi iracheni (a cui si aggiungono, più in là, 8 milioni di curdi iraniani). È questo il cuore del Kurdistan, lo Stato virtuale che fu promesso ai curdi dopo la fine della Grande Guerra e scomparve dalla carta geografica quando con la nascita della Repubblica turca di Kemal Atatürk le grandi potenze si spartirono la terra su cui sarebbe sorto. Ma le speranze curde non si sono spente. Esiste un Consiglio nazionale curdo che raggruppa una dozzina d’ organizzazioni, un Partito curdo dei lavoratori (PKK) che combatte dal 1984 una guerra di guerriglia contro Ankara, un Partito democratico dell’Unione e in Iraq un governo regionale del Kurdistan, presieduto da Massoud Barzani, che gode ormai di una semindipendenza. Il governo turco di Recep Tayyip Erdoğan ha buoni rapporti con Barzani (la Turchia è il maggiore partner commerciale del Kurdistan iracheno, una regione economicamente fiorente) e ha fatto qualche concessione d’ ordine culturale alla propria minoranza curda. Ma insegue i commando del PKK al di là della frontiera irachena, sopprime il dissenso in patria e non sembra avere alcuna intenzione di concedere ai suoi curdi un’ autonomia regionale. Domani, forse, dovrà aprire un nuovo fronte. Secondo una analisi recente del Financial Times, il presidente siriano Bashar al-Assad avrebbe giocato al suo vecchio amico Erdogan un brutto tiro. Impegnato in altre aree del Paese l’esercito siriano si sarebbe ritirato dal suo confine nord-occidentale con la Turchia e avrebbe permesso in tal modo alle organizzazione separatiste curde d’ installarsi nella regione e di piantarvi la propria bandiera. È un modo per dire ad Ankara che la stabilità e l’ integrità della Siria dovrebbero interessare anche alla Turchia. 

Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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10 settembre 2012

Così i guerriglieri siriani danno la caccia ai qaedisti :«Sono solo dei fanatici». Ucciso il capo dei miliziani venuti dall’ estero

Laici contro religiosi: è il conflitto maggiore che lacera la rivoluzione in Siria, anche se presentato in questo modo appare molto riduttivo. E ciò perché i laici raramente lo sono e i religiosi a loro volta risultano divisi in mille fazioni. L’ultimo episodio di una lunga storia ancora tutta da raccontare è avvenuto poco più di una settimana fa, quando un gruppo scelto della brigata partigiana al Faruq ha assassinato Abu Mohammad Al Absi, leader trentenne di oltre 180 volontari stranieri di Al-Qāʿida, che da circa due mesi si erano acquartierati nella zona collinosa in territorio siriano presso la linea di confine con la Turchia di fronte alla città di Antakia. Una vicenda di cui tutti parlano. Da allora i jihadisti sunniti stranieri si sono allontanati: molti si sono uniti alla guerriglia ad Aleppo, altri sarebbero scappati verso l’Iraq. Però una vicenda ancora confusa, che riassume in sé le forti tensioni cresciute tra brigate partigiane autoctone contrarie ad Al-Qāʿida e invece gruppi più fondamentalisti pronti a combattere al loro fianco. A noi l’ ha spiegata due giorni fa Taher Abu Ali, 33 anni, ex impiegato della compagnia elettrica statale nel villaggio di Sarmada e da 14 mesi ufficiale della al Faruq. Lo incontriamo mentre sta al comando di 200 uomini al vecchio terminale della dogana siriana posto a circa 6 chilometri dal passaggio di frontiera a Bab El Awa. La zona da inizio luglio è sotto controllo della rivoluzione per una profondità di circa 40 chilometri. A metà agosto le truppe corazzate di Bashar al-Assad hanno provato a riprenderla con l’ appoggio dell’ aviazione. Ma è stato un fallimento. I ribelli hanno distrutto una decina tra tank e mezzi blindati. Ora due carri armati catturati intatti sono nascosti sotto le pensiline del terminal pronti a fermare i contrattacchi lealisti. «Sembra tutto tranquillo adesso. Ma solo 10 giorni fa non era così. Appena dietro quella collina sassosa erano accampati gli uomini di Al-Qāʿida. Quasi nessuno di loro parlava arabo. Penso fossero per lo più ceceni, afghani e pakistani. Proclamavano di voler fondare qui, in casa nostra, nelle terre liberate da noi, col nostro sangue, uno Stato Islamico Indipendente, lo chiamavano proprio così, dove dicevano avrebbero applicato integralmente la legge coranica contro gli sciiti. Non mi piacevano affatto. Io sono un musulmano credente, ma non concordo con gli eccessi, sunniti o sciiti che siano», racconta dunque indicando a poche decine di metri l’ area dove stavano i qaedisti. Taher non nasconde il suo sollievo nello spiegare l’ azione che ha messo fine alla presenza di Al-Qāʿida. «Al Absi era per loro ben più di un comandante. Parlava arabo, era originario di queste regioni. Siamo andati ad ucciderlo a casa sua, una decina di chilometri da qui, nel villaggio di Tall Qarameh. E per i volontari stranieri ai suoi ordini l’unica alternativa è stata unirsi a brigate più amichevoli che operano altrove». A fianco delle sentinelle della al Faruq, occupate per lo più a verificare che i camionisti di passaggio verso la Turchia non cerchino di contrabbandare il preziosissimo gasolio (in Siria costa la metà), resta un piccolo drappello di giovani locali che prima fiancheggiavano i qaedisti. Hanno le barbe molto più lunghe dei combattenti regolari, al posto delle mimetiche verdi vestono in scuro, la testa fasciata con bandane nere decorate in bianco con i versi del Corano. Perduti i camerati arrivati dall’ estero, sembrano ora propendere per i ben più moderati Fratelli Musulmani. Un movimento che trova le simpatie di tanti tra i circa 15.000 uomini inquadrati nella al Faruq, da Homs, Idlib, Aleppo e sino al confine. E ciò nonostante la loro sia considerata una delle brigate «laiche» o comunque meno religiose (certo meno della potente brigata Al Tawheed posizionata ad Aleppo), tra le più importanti in tutto il Paese. «Gloria ad Allah e al suo Profeta Maometto», è scritto sul loro vessillo. Il conflitto tra le tante anime della rivoluzione si ingigantisce tra i quadri politici dell’ opposizione nella diaspora. Ad Antakia venerdì Fatin Ajjan, ex presentatrice della tv di Stato a Damasco e adesso attivista per gli aiuti ai civili vittime dei lealisti, non nascondeva il risentimento verso i gruppi legati ai Fratelli musulmani che a suo dire si sarebbero impadroniti di oltre 450 tonnellate di cibo e medicinali inviati per nave dai leader della rivoluzione libica. «Non hanno detto nulla a nessuno. E segretamente si sono presi tutto. Ma questi aiuti dovevano essere divisi in modo equo. È il loro modo per conquistare simpatie e potere tra i poveri siriani», sostiene Fatin. Una parola di sostegno per i Fratelli musulmani e persino Al-Qāʿida, arriva invece da un laico inveterato come Hamze Gadban. «Sono fanatici. Ma bravissimi combattenti pronti a morire. Non è un segreto che le brigate partigiane sono riuscite a tenere le posizioni ad Aleppo grazie anche al sacrificio dei combattenti stranieri che hanno l’ esperienza dell’ Afghanistan e dell’Iraq», dice lui che beve alcool a Ramadan ed è il volto più noto della televisione siriana pro rivoluzione Barada basata a Londra e il cui fratello Najib (professore universitario in Usa) è tra gli elementi più laici del Consiglio Nazionale Siriano. Il timore però tra numerosi esponenti del massimo organo politico dell’ opposizione è che l’ insistenza sull’ elemento sunnita, a scapito degli alauiti-sciiti pro Assad, da parte dei gruppi religiosi possa alla fine condurre alla divisione in due del Paese e alla fine della Siria. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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4 ottobre 2012

Siria-Turchia, lampi di guerra. Ankara lancia la rappresaglia. La Nato: «Basta violazioni, siamo con il nostro alleato»

Lampi di guerra tra Turchia e Siria. Nella serata di ieri e nella notte l’artiglieria turca ha aperto il fuoco verso «obiettivi siriani individuati dai radar», in risposta ai colpi di mortaio lanciati dalla Siria sulla cittadina turca di Akcakale che nel tardo pomeriggio avevano causato la morte di 5 persone (pare una mamma, i suoi tre bambini e un’altra donna). Tutto ciò mentre continua il bagno di sangue in Siria. Ieri ad Aleppo tre auto bomba hanno provocato una strage con 40 morti e oltre 120 feriti nei quartieri controllati dai lealisti. Su richiesta di Ankara  che ha invocato l’articolo 4 dell’Alleanza secondo cui ogni membro può convocare un incontro di consultazione quando ritiene che la sua sicurezza o indipendenza siano minacciate  già ieri sera c’è stata una riunione d’emergenza dei Paesi Nato. Da Bruxelles è arrivato un comunicato di solidarietà all’alleato turco e un richiamo a Damasco a «porre fine alle sue flagranti violazioni del diritto internazionale». Non è la prima volta dall’inizio delle rivolte in Siria che i rapporti con la Turchia rischiano di sfociare nel conflitto aperto. La repressione voluta da Bashar al-Assad sin dalle prime sommosse, oltre 18 mesi fa, ha guastato i suoi buoni rapporti anche personali con il premier turco Recep Tayyip Erdoğan. L’estate 2011 la Turchia scelse di dare rifugio ai militari siriani disertori e passati ai ranghi dell’Esercito Libero Siriano e accolse i profughi civili fuggiti verso i confini settentrionali. Dalla Turchia sono anche cominciati ad arrivare i primi aiuti militari alle brigate ribelli. Il bombardamento di un campo profughi nella zona di Antakia l’inverno scorso aveva visto Ankara flettere i muscoli e chiedere a gran voce il sostegno Nato per la creazione di «corridoi umanitari» e persino una «no fly zone» a ridosso del confine internazionale. Quest’anno a giugno la crisi ha toccato un altro zenit quando l’antiaerea siriana ha abbattuto un caccia turco nel tratto di mare al largo delle regioni alauite di Latakia. A peggiorare le tensioni gli aiuti forniti dal regime di Assad alla milizia curda del PKK, nemico storico dello Stato turco. Ma negli ultimi tempi Ankara era sembrata cercare di limitare lo scontro dopo aver compreso la scelta Usa e Nato di evitare qualsiasi tipo di coinvolgimento militare. Si spiega così la decisione di allontanare i profughi siriani dalle zone di confine. Oggi il parlamento di Ankara dovrebbe votare l’estensione dell’autorizzazione all’esercito a portare avanti operazioni oltre confine. Una misura pensata per colpire i militanti curdi nel Nord dell’Iraq che secondo i media turchi potrebbe essere estesa alle operazioni in Siria in modo da aprire la strada ad azioni unilaterali senza il coinvolgimento degli alleati. Ma le nuove violenze ripropongono il tema dell’intervento internazionale. Condanna dura alle bombe siriane è giunta dagli Stati Uniti (il segretario di Stato Clinton ha assicurato il pieno sostegno ad Ankara). Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha discusso brevemente la crisi in corso, ma potrebbe riconvocare oggi una riunione con l’ambasciatore turco. Ankara ha chiesto di prendere «le decisioni necessarie» a fermare simili «atti di aggressione da parte della Siria». Damasco intanto ha offerto le proprie condoglianze al popolo turco, promettendo l’apertura di una inchiesta su quanto accaduto ad Akcakale. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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5 ottobre 2012

Agenti e cellule del PKK. Damasco può rispondere scatenando attentati. La minaccia. Sul territorio turco in azione estremisti sponsorizzati anche dall’Iran

Ankara è inquieta non solo per i colpi di mortaio siriani. A renderla ancora più tesa è l’attività di gruppi estremisti sponsorizzati da Siria e Iran. Un’azione prima portata avanti dalla guerriglia curda del PKK ma che negli ultimi mesi ha trovato nuovi attori. Negli ambienti diplomatici di Washington sono stati accolti con preoccupazione i movimenti di fazioni presenti in Turchia. Nuclei che al momento opportuno, possono creare problemi. I servizi turchi, sottolineano negli Usa, seguono con molta «cura» le cellule del THKP-C «Acilciler», guidato da Mirhac Ural, segnalato in Siria. Finanziato da Damasco, avrebbe il compito di organizzare attentati nella regione di Hatay. Chi conosce la realtà aggiunge che Ural ha creato una nuova sigla, l’Armata rivoluzionaria del popolo, con la quale firmare attacchi. Fonti curde tendono a sminuire la minaccia («sono un pugno di disperati»), anche se poi ammettono che gli estremisti potrebbero tornare utili ai siriani per accendere «fuochi» nel Sud. L’analisi dell’intelligence è che, come in passato, Assad ha i mezzi per riattivare organizzazioni mediorientali che hanno un conto aperto con Ankara. E forse non è un caso che qualche settimana fa è apparso un comunicato dell’Asala. Il partito armato degli estremisti armeni ha avvisato Ankara: se intervenite in Siria vi attaccheremo. Sono davvero loro? C’è chi sospetta una provocazione grossolana ma notizie rimbalzate da Aleppo sostengono che il regime manovra per spingere le minoranze (e tra questi gli armeni) a prendere le armi. Chi non ha bisogno di farsi pregare sono i curdi del PKK. In questi mesi sono tornati all’offensiva, combinando incursioni e attentati. In alcune occasioni hanno anche sostenuto di «aver liberato delle zone nel Sud della Turchia». Sortite per sfidare Ankara. E l’interpretazione generale è che il PKK riesce a farlo grazie all’amicizia, di vecchia data, con Damasco. Vero. Ma uno sponsor non meno interessato è l’Iran. All’inizio di settembre la polizia turca ha smantellato una rete spionistica legata alla Vevak, l’intelligence iraniana. Network che ha fornito al PKK materiale, risorse e informazioni usate per lanciare attacchi: un coinvolgimento provato da indagini e intercettazioni. Le talpe dei mullah non sono poche. La stampa locale ha parlato di quasi 100 agenti attivi nel Sud. Una quinta colonna pronta ad entrare in azione se la crisi dovesse degenerare Guido Olimpio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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5 ottobre 2012

Il Parlamento turco dà via libera a un intervento militare in Siria. Poi Erdogan frena: «Non cominceremo una guerra regionale»

Con il passare delle ore paiono placarsi i venti di guerra tra Ankara e Damasco soffiati per qualche ora impetuosi l’altro ieri sera, dopo che alcuni colpi di mortaio sparati dalla Siria avevano ucciso cinque civili nella cittadina frontaliera turca di Akcakale, provocando la reazione delle artiglierie turche. Per tutta la notte e sino alle 8 (ora italiana) di ieri mattina i cannoni turchi hanno sporadicamente colpito alcune postazioni militari siriane presso la cittadina di Tel Abiyad (solo pochi chilometri da Akcakale, oltre la linea di confine). Le organizzazioni legate ai ribelli siriani segnalano «diversi morti» tra i soldati lealisti, ma ciò non è confermato dai portavoce ufficiali di Damasco. Dato più drammatico è invece la decisione del parlamento di Ankara (approvata con 320 voti contro 129) di permettere azioni militari contro la Siria, se richiesto dal governo, per un periodo di almeno un anno. Una mossa senza precedenti. In giugno era stata presa in considerazione, dopo che l’antiaerea siriana aveva abbattuto un caccia turco sul limite delle proprie acque territoriali al largo di Latakia. Ma i veloci contatti tra le due capitali avevano impedito che la cosa degenerasse. Quest’ennesima crisi negli ormai difficilissimi rapporti tra i due Paesi, via via peggiorati negli ultimi 18 mesi scanditi dalle rivolte popolari contro la dittatura di Assad, è stata invece parzialmente disinnescata quando, attraverso i propri rappresentanti alle Nazioni Unite, il regime siriano ha presentato le scuse e promesso che «la cosa non si ripeterà più». In serata il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha comunque condannato all’unanimità «nei termini più forti» la Siria, ingiungendole di «non ripetere in futuro simili violazioni del diritto internazionale». In ogni caso, sono stati rafforzati i contingenti militari turchi lungo il confine. E il vice premier Besir Atalay ha spiegato che queste sono misure precauzionali, un deterrente, non un mandato per la guerra aperta. «Non abbiamo alcun interesse a un conflitto con la Siria. Ma occorre sapere che siamo pronti a difendere il nostro territorio nazionale», ha detto. Parole confermate più tardi dallo stesso premier Erdogan. Pure, l’intera regione frontaliera resta in subbuglio. Sin dalla fine di luglio le brigate rivoluzionarie sono via via riuscite a controllare larghe zone a ridosso del confine. L’esercito lealista vi opera ora per lo più solo tramite l’aviazione e pochi avamposti asserragliati in un territorio ostile. Nelle ultime due settimane anche gli alti comandi del Esercito Libero Siriano, composto in maggioranza da disertori tra le truppe di Assad, ha abbandonato le proprie basi in Turchia per trasferirsi nelle zone liberate. E ancora qui i medici siriani passati tra i ranghi della rivoluzione intendono allestire almeno cinque ospedali per le vittime della sanguinosa repressione lealista. La sera dell’11 settembre il Corriere della Sera ha assistito alla riunione di una trentina di dottori in un ristorante di Antakia che mettevano a punto i dettagli tecnici del loro trasferimento nei nuovi posti di attività. Tra le maggiori preoccupazioni c’era quella di essere il più possibile in prossimità del confine internazionale: unica via di fuga in caso di attacco massiccio dei lealisti. A sua volta il governo turco sta subendo con crescente preoccupazione le conseguenze delle ondate di profughi dalle zone devastate dalla repressione di Assad, che sempre più numerose cercano di passare il confine. Si calcola che il loro numero stia ora avvicinandosi a quota 150.000. Sono quasi tutti sunniti, i quali a loro volta causano gravi contrasti con le popolazioni alauite turche concentrate nella zona di Antakia e in genere simpatizzanti con il regime siriano. Si spiega così la scelta governativa di trasferirli tutti in nuovi campi profughi allestiti nelle ultime settimane sugli altopiani anatolici, a oltre 200 chilometri dal confine. Ma il problema più grave per Ankara restano i curdi legati alla guerriglia indipendentista del PKK. Ne parlò a lungo a fine agosto ad Ankara il capo dei servizi di sicurezza nazionali, Hakan Fidan, con il massimo responsabile della Cia, David Petraeus, ben consapevole che il tema coinvolge anche Iraq e Iran. Si calcola che dagli anni Ottanta la guerra tra PKK e governo centrale abbia causato oltre 40.000 morti. Dopo un lungo periodo di calma, lo scontro ha da un anno ripreso d’intensità. Responsabile soprattutto il governo Assad, che garantisce alle milizie del PKK in Siria di operare liberamente lungo il confine nordorientale. Non è da escludere che ora Ankara possa utilizzare la nuova decisione del parlamento per lanciare massicci attacchi anche contro i curdi siriani. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 ottobre 2012

Caccia turchi intercettano jet siriano. Costretto ad atterrare ad Ankara. «Trasportava armi» Il via libera Dopo il sequestro del materiale illegale, all’aereo (e ai suoi 37 passeggeri) è stato consentito di ripartire

Ankara e Damasco sempre più ai ferri corti. Ieri alcuni caccia turchi hanno intercettato un aereo civile siriano, un Airbus 320, che proveniva da Mosca e lo hanno costretto ad atterrare nella capitale turca. Il sospetto (fondato) era che a bordo, oltre ai 37 passeggeri, ci fosse una fornitura bellica per il regime di Assad. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu parlando da Atene: «A bordo abbiamo trovato merce illegale che sarebbe dovuta essere segnalata in linea con le regole dell’aviazione civile. Avevamo ricevuto informazioni che l’aereo conteneva un carico non autorizzato, ha detto. Era nel nostro diritto ispezionarlo. Siamo determinati a controllare il flusso di armi verso un regime che massacra brutalmente i civili. È inaccettabile che i siriani usino il nostro spazio aereo per questi scopi». Il ministro ha anche aggiunto di non ritenere che l’episodio possa danneggiare «significativamente» le relazioni tra Mosca e Ankara. Per paura di una rappresaglia è stato ordinato agli aerei di linea turchi di non sorvolare i cieli siriani. Intanto all’aeroporto Esenboga dopo un’ispezione meticolosa del velivolo le autorità turche trovavano componenti missilistici e per i sistemi di comunicazione militari. Non proprio una «pistola fumante», cioè un vero e proprio carico di armi che avrebbe messo in seria difficoltà Mosca. Dopo il sequestro del materiale l’aereo ha ricevuto il via libera per continuare il volo. Al confine tra i due Paesi, intanto, la tensione sale sempre di più. Ieri il comandante delle forze armate di Ankara, il generale Necdet Ozel, ha detto che l’esercito turco risponderà «con più forza» se i bombardamenti dalla Siria continueranno. Il generale ha passato in rassegna le truppe nella città di Akcakale, dove la settimana scorsa cinque civili sono stati uccisi dall’esercito siriano. Anche la Nato si sta attrezzando all’eventualità di un’escalation militare. Martedì scorso il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, aveva dichiarato che l’organizzazione è pronta a difendere la Turchia. Ieri Damasco ha respinto la richiesta di un cessate il fuoco unilaterale avanzata dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, mentre gli scontri tra forze lealiste e ribelli continuano a infuriare nei sobborghi di Damasco, ad Aleppo e a Homs. Almeno 170 persone sono state uccise ieri in tutto il Paese.  Monica Ricci Sargentini

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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12 ottobre 2012 

Tensione Mosca-Ankara per il jet siriano intercettato. I russi insistono che l’airbus portava «materiale elettrico» e che i turchi hanno messo inutilmente in pericolo la vita dei passeggeri. Putin rinvia la visita prevista da tempo in Turchia 

È quasi crisi tra la Russia e la Turchia per l’aereo passeggeri siriano che è stato costretto ad atterrare dai caccia di Ankara mercoledì scorso mentre era in volo verso Damasco. Il premier turco Recep Tayyip Erdoğan insiste sul carico illegale, affermando che a bordo c’erano «munizioni russe» oltre ad altro materiale. I giornali turchi hanno parlato di 10 container con strumenti di comunicazione e parti di missili. Da Mosca si ribatte che l’airbus A-320 con 35 persone a bordo, tra i quali 17 russi, portava solo «materiale elettrico ad uso civile» e che i turchi hanno messo inutilmente in pericolo la vita dei passeggeri. Così l’incontro che si doveva svolgere all’inizio della prossima settimana tra Erdogan e Vladimir Putin è stato prima congelato e poi, dopo una telefonata chiarificatrice tra i due, spostato al tre dicembre. Non è la prima volta che la Russia viene «pescata» mentre tenta di aiutare il governo di Damasco impegnato a reprimere la rivolta. A giugno saltò all’ultimo momento il viaggio di una nave battente bandiera di Curaçao (ma ora la nave risulta russa) che aveva a bordo sistemi missilistici antiaerei e tre elicotteri da combattimento. In un primo momento Mosca negò tutto, ma poi davanti all’evidenza sostenne che si trattava di vecchie forniture del 2008 che tornavano in Siria dopo essere state riparate. Secondo dati occidentali, la Russia ha venduto alla Siria armi per 960 milioni di dollari nel 2011. Così mercoledì quando da una fonte di intelligence il governo turco ha saputo dell’aereo con cargo non regolare, i militari sono intervenuti. Secondo la versione di Ankara, hanno avvisato il pilota dell’airbus quando questi stava per entrare nel loro spazio aereo, dandogli la possibilità di tornare indietro. L’aereo però ha continuato e allora due caccia lo hanno affiancato per farlo atterrare in Turchia dove squadre speciali sono salite a bordo per confiscare il carico. Damasco ha subito parlato di «pirateria aerea», mentre Mosca ha sostenuto che l’equipaggio è stato malmenato e che al console russo non è stato permesso di vedere i connazionali bloccati per nove ore senza cibo e senza poter scendere dall’aereo. Più tardi l’airbus ha potuto ripartire per la Siria. L’episodio rischia di peggiorare anche i rapporti tra Ankara e Damasco, già molto tesi. La Turchia continua a rispondere al fuoco dei siriani che sparano ai gruppi ribelli che controllano alcuni punti sul confine e colpiscono in territorio turco. La Turchia ha rafforzato la presenza di truppe lungo la frontiera di 900 km che i due paesi hanno in comune e ha inviato all’inizio della settimana 25 aerei da combattimento nella base di Diyarbakir, a cento chilometri dal territorio siriano. Fabrizio Dragosei

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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18 ottobre 2012 

La guerra civile siriana e l’enigma della Turchia  

E se fosse la Turchia, alla fine, a rompere l’impasse della (e sulla) crisi siriana, dando una spallata decisiva al regime di Assad e in aggiunta, un duro avvertimento a quello iraniano? È uno scenario difficile, forse improbabile, ma non impossibile. In tal caso, avrebbero avuto ragione quanti, all’ormai lontano avvio del negoziato tra Ankara e Bruxelles, pensavano che la Turchia potesse essere più utile, geopoliticamente, fuori e non dentro l’Unione Europea? Ammetto che non ero tra questi. Che ne pensa? Anche al di là del pur cruciale episodio siriano. rizzo_aldo@yahoo.it

Caro Rizzo, Le cose che non sappiamo a proposito della faida turco-siriana sono molto più numerose di quelle che sappiamo. Perché la contraerea siriana ha abbattuto un aereo turco al largo di Latakia nello scorso giugno? Perché l’esercito siriano ha puntato i suoi cannoni sulle piccole città turche che sorgono al di là del confine fra i due Paesi? Per una sorta di rappresaglia contro l’atteggiamento ostile del governo turco? O forse, più concretamente, perché quelle cittadine sono diventate le utili retrovie dell’ Esercito Libero Siriano, il santuario dove i ribelli si riposano, ricevono assistenza sanitaria, trovano i mezzi di cui hanno bisogno per tornare in campo e ricominciare a combattere? Nella politica turca vi sono aspetti che mi paiono difficilmente comprensibili. Ricorda che cosa accadde alla fine del 1998 quando il governo siriano ospitava Abdullah Ocalan, leader di un partito curdo, il PKK, che il governo di Ankara considerava un’organizzazione terroristica? La Turchia reagì duramente, minacciò rappresaglie e costrinse i siriani a sbarazzarsi di Ocalan che finì per qualche settimana in Italia. Cinque anni dopo, quando Recep Tayyip Erdoğan vinse le elezioni e costituì il suo primo governo, la Turchia rovesciò la sua politica verso la Siria e i rapporti fra i due Paesi divennero idilliaci. Il musulmano Erdogan non poteva ignorare che il padre di Bashar Al Assad aveva fatto massacrare parecchie migliaia di Fratelli Musulmani nella città ribelle di Hama, ma dovette pensare che l’amicizia fra Damasco e Ankara avrebbe giovato al suo Paese e alla stabilità della regione. Non è colpa della Turchia, naturalmente, se Assad ha reagito così duramente alla rivolta dei sunniti siriani e non ha dato retta ai consigli di moderazione che venivano da Ankara. Ma era davvero necessario assumere contro la Siria una posizione bellicosa e proporre la creazione di una zona cuscinetto in territorio siriano che diverrebbe, prima o dopo, una base dei ribelli? Era necessario entrare in rotta di collisione con due Paesi, Iran e Russia, di cui Erdogan aveva coltivato l’amicizia? Ho l’impressione che nella politica turca di questi ultimi mesi vi sia un dato che sfugge alle analisi razionali: il carattere e il temperamento di Erdogan. Quanto ai rapporti della Turchia con l’Ue, anch’io pensavo, caro Rizzo, che il suo ingresso nell’Unione avrebbe giovato al ruolo dell’Europa nel grande Medio Oriente. Ma questo sarebbe vero soltanto se l’Europa volesse davvero fare un’ambiziosa politica mediorientale e fosse pronta ad assumere responsabilità in tutte le maggiori crisi della regione. Quello che è accaduto in questi ultimi anni sembra dimostrare che l’Ue, come soggetto internazionale, non ha ambizioni. Sergio Romano

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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20 ottobre 2012 

Autobomba a Beirut «La mano siriana». Ucciso il capo degli 007 della polizia

È morto nonostante. Quando entrava in quelle stradine di Ashrafieh, caffè gusto parigino e auto in doppia fila, quando s’intasava nell’ora di punta di piazza Sassine, il generale Wissam al-Hassan sapeva che a Beirut ogni ombra abita una casa, come dice la poetessa Nadia Tueni e che muoversi ha delle regole: scorta sufficiente, auto poco vistose, rapidità e sirene solo se servono. Aveva mandato moglie e figli a Parigi, dov’è scappato da più d’un anno anche il suo sponsor politico, l’ex premier Saad Hariri, perché sospettava di tutti e s’aspettava di tutto. Cambiava spesso casa e telefonini, spiega il leader falangista Michel Geagea, scampato ad un attentato in aprile, prendeva appuntamenti solo all’ultimo e viveva tra misure di sicurezza eccezionali: «Era attentissimo, ci avvertiva ogni volta dei pericoli». Non è servito: il convoglio di Hassan, capo in pectore dei servizi libanesi Fsi, il sunnita che incastrò gli assassini di molti leader anti-siriani e che ad agosto sorprese l’ex ministro Michel Samaha nei preparativi d’un attentato coi soldi di Damasco, a mezzogiorno è saltato su 30 kg d’esplosivo che hanno ucciso altre sette persone e ferito un’ottantina di passanti, molti bambini che uscivano dalle scuole del quartiere cristiano. Un’autobomba, da Beirut anno zero. Stile 2005-2008, il quadriennio delle stragi o da guerra civile ’80. Ha lanciato la blindata di Hassan a un’altezza di cinque piani, paralizzato la città, frantumato i vetri di molti poteri: da quello della Coalizione anti-siriana 14 Marzo, che sta lì vicino, a quello dell’arcivescovo maronita, ottocento metri più in là, che in quel momento dice d’essersi sentito «in un Paese di nuovo spinto alla guerra». Una strage che scuote muri e coscienze: “Un avvertimento chiarissimo”, scrive il giornale An-Nahar . “L’unica cosa certa è che c’entra la guerra in Siria. E che il Libano non può sentirsi salvo e in pace, quando tutto intorno ribolle”. Le guerre degli altri, ancora una volta. Che coi profughi siriani arrivassero in Libano pure le bombe, più ancora che in Turchia, ce lo si aspettava da un pò. Il regime di Assad non ha mai smesso di considerare Beirut roba sua, le analisi spesso coincidono nella sintesi: chi vede nell’attentato un favore degli Hezbollah al dittatore amico; chi un fai-da-te siriano, per mandare messaggi all’Occidente; chi l’eliminazione dell’uomo che riforniva d’armi i ribelli di Aleppo. I fedelissimi dell’esiliato Hariri, del quale Hassan era l’angelo custode, che accusano i filosiriani e il governo Hezbollah loro amico. Gli Hezbollah che chiedono d’arrestare «gli orribili esecutori». Il presidente francese Hollande che vi vede, chiunque sia stato, un evidente «tentativo di destabilizzazione». Poche ore prima dell’autobomba, con una nota ufficiale, il premier libanese Miqati aveva protestato con una casa di produzione americana per l’ultimo episodio d’una serie tv, Homeland, ambientato a Beirut e a suo dire pesantemente diffamatorio. «Ci presentano come una città sporca e piena di terroristi, aveva detto, ma noi siamo una Parigi del Medioriente con strade sicure e pulite». Sulla pulizia aveva ragione, forse.  Francesco Battistini

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 ottobre 2012 

Mattatoio Siria, l’Europa non resti a guardare. Dobbiamo aiutare la caduta della tirannia attuale senza incoraggiare gli aspiranti tiranni. Più ne restiamo fuori più lasciamo il campo all’islamismo radicale che continua a guadagnare terreno. Gli intellettuali francesi invocano un intervento per sostenere i ribelli: «Basta scuse»

La barbara gang degli Assad e gli estremisti islamici sono i nemici dell’avvenire democratico della Siria. Sono i nemici della pace in Medio Oriente. Sono i nostri nemici. Quando la contestazione è cominciata a Deraa, a marzo del 2011, nella scia delle «primavere arabe», nessuno avrebbe immaginato che, venti mesi dopo, il regime baathista si sarebbe spinto a massacrare circa quarantamila persone; a rapire, a torturare o a far scomparire altre migliaia di persone, a inviare i carri armati e l’aviazione contro il popolo. Il suo popolo. E nessuno avrebbe immaginato la comunità internazionale abbandonare, senza vergogna, le popolazioni siriane nelle mani dei loro carnefici. Appena la contestazione si è scontrata con il fuoco delle truppe di Assad, gli striscioni dei manifestanti, fin allora pacifici, hanno reclamato un appoggio internazionale. Quando l’esercito e i miliziani shabiha hanno cominciato le uccisioni di massa, gli oppositori hanno interpellato le coscienze del mondo chiedendo perché non si facesse per la Siria quel che era stato fatto per la Libia. Ma solo un terribile silenzio ha risposto a questo appello. Di modo che, col trascorrere dei mesi, i rivoluzionari sono giunti a denunciare prima l’indifferenza, poi l’abbandono, poi il tradimento delle nazioni e infine, la loro complicità, perlomeno passiva, con il regime. Fra coloro che rischiano quotidianamente la vita affrontando la mafia al potere a Damasco, si sta diffondendo l’idea, non importa se vera o falsa, che le potenze occidentali preferiscano, a conti fatti, una Siria abbandonata alla guerra civile e al caos e smembrata. Non meravigliamoci se, in tali condizioni, sull’onda dell’amarezza generata dall’inqualificabile inerzia dei grandi Paesi democratici, nel clima di disperazione che regna ad Aleppo, Homs e Deraa, l’islamismo radicale, sotto tutte le sue forme e talvolta le più terribili, non smette di guadagnar terreno. La Siria era una nazione pluriconfessionale, dove l’Islam sunnita moderato maggioritario si adattava alle minoranze: cristiana, alauita o sciita. Da quando il suo potere è stato contestato, Bashar al-Assad ha cercato di persuadere l’opinione pubblica siriana e la comunità internazionale, che egli doveva far fronte a bande di criminali e terroristi islamici. Per essere più convincente, ha fatto uscire dalle prigioni i folli di Dio siriani che aveva arrestato al loro ritorno dalla jihad in Iraq. E presso gli occidentali, questa propaganda ha avuto una certo eco e ha fornito, se pur ce ne fosse bisogno, un alibi supplementare all’immobilismo. Diciotto mesi e quarantamila morti più tardi, la profezia si è in parte autorealizzata. Sì, ci sono sempre più estremisti nell’opposizione siriana. Sì, ci sono jihadisti stranieri che vengono a rafforzare le fila dei combattenti, sempre più numerosi, ogni settimana e ogni giorno che passa. Sì, alcune migliaia di fanatici, nazionali o giunti dall’estero, commettono attentati suicidi che, qui come altrove, occorre condannare con fermezza. Ancora sì, gli insorti si rivolgono al fondamentalismo tanto più volentieri in quanto solo i Paesi sotto regime islamico forniscono loro un aiuto reale: che esso sia umanitario, finanziario o militare. Ma no, mille volte no, non possiamo fermarci davanti a questa constatazione desolata. No, mille volte no, non dobbiamo disinteressarci della sofferenza dei civili siriani, né rinunciare a sostenere le correnti democratiche che lottano nel Paese. I governi occidentali rifiutano di consegnare armi alla rivoluzione con il pretesto che potrebbero cadere in cattive mani? Che prestino piuttosto l’orecchio ai capi delle milizie ribelli che sperano di ricevere equipaggiamenti, non solo per combattere l’esercito di Assad, ma per costruire una forza alternativa ai fondamentalisti. Che ascoltino il Consiglio Nazionale Siriano, che vuole la caduta dei gangster al potere, ma chiede armamenti per proteggere poi la propria comunità dal totalitarismo islamico. Non hanno nemmeno ascoltato il messaggio dei rivoluzionari curdi, che temono il nazionalismo islamico e rifiutano la minaccia di egemonia che il PKK e il suo alleato siriano, il PYD, fanno incombere. È a noi ? Europa, Stati Uniti ? che si rivolgono tutti questi nemici di Bashar al-Assad e dei fanatici islamici … Essendo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite paralizzato dai veti russo e cinese, qualsiasi altra alleanza è giustificata per fermare i fiumi di sangue che scorrono nelle città siriane. Putin non ha aspettato alcun permesso da parte di una qualsiasi organizzazione per fornire un appoggio in armi e munizioni al suo protetto siriano. Il quale riceve anche un sostegno finanziario dall’Iran e dall’Iraq e uomini di Hezbollah in rinforzo. La situazione ricorda quella della Spagna del 1936, quando le democrazie si disonoravano per la loro neutralità, mentre Mussolini e Hitler, da parte loro, portavano aiuti massicci ai golpisti di Franco. Così, qualsiasi richiesta di legittimità alternativa è da accogliere se appena può aiutare a salvare quel che può essere salvato degli obiettivi iniziali (caduta della dittatura mafiosa, dignità, libertà …) di questa rivoluzione siriana oggi annegata nel sangue. Invece, la Nato, l’Unione Europea, la Francia, gli Stati Uniti si sforzano di ripetere che nessun intervento militare è possibile. Salvo se … Sì, è forse la cosa più ripugnante: nessun intervento è pensabile, ci dicono, salvo se il regime utilizza le sue armi chimiche. In altri termini, significa accordargli il diritto di uccidere con tutti gli altri mezzi. Significa tracciare una linea rossa che implicitamente consente migliaia, forse decine di migliaia, di vittime supplementari. Significa sottintendere che la comunità internazionale avrebbe motivo di muoversi solo nel caso in cui il massacro dei siriani si trasformasse in caos regionale. Ma significa anche, si faccia attenzione, convenire implicitamente che un intervento, sul piano tecnico, militare, è possibile. E allora? Allora, è urgente impedire che lo scenario del peggio si realizzi. È urgente rompere il meccanismo infernale che si sta installando. È urgente distruggere la trappola che un giorno non lascerà altra scelta alle donne e agli uomini siriani se non quella fra due dittature … Basta con le scappatoie! Basta con la pusillanimità! L’avvenire democratico della Siria esige un aiuto decisivo. Che sia neutralizzando l’aviazione che bombarda città e villaggi, fornendo armi idonee alle correnti democratiche fra i combattenti, portando a chi fra gli alauiti vuole sbarazzarsi del clan Assad, rinforzi e speranza. È proprio quando si ritiene, come noi riteniamo, che la dittatura degli Assad sia, a ragione, condannata e che il fondamentalismo islamico costituisca un pericolo notevole, che si impone il dovere di proteggere tutte le componenti, tutte le minoranze costitutive del popolo siriano. La posta in gioco va oltre la Siria. Va anche oltre il Medio Oriente. Si tratta di ridare alle nazioni democratiche un volto diverso da quello della debolezza: un volto umano, solidale, generoso. E si tratta di rompere, come fu fatto in Libia, l’ingranaggio ignobile e fatale del cosiddetto «scontro delle civiltà». Di aiutare la caduta della tirannia attuale senza tuttavia incoraggiare gli aspiranti tiranni dell’islamismo radicale: è quanto si aspettano da noi i democratici della Siria e, al di là della Siria, del mondo. Non intervenire, mentre si accelera il massacro degli innocenti, significa invece rivolgere il peggiore dei messaggi e rafforzare, in particolare, il sentimento antioccidentale. L’onore, l’umanità, ma anche l’interesse politico, impongono oggi impegno e fermezza, chirurgo di guerra (traduzione di Daniela Maggioni).

Jacques Bérès, chirurgo di guerra
Mario Bettati, professore emerito di Diritto internazionale
André Glucksmann, filosofo
Bernard Kouchner, ex ministro
Bernard-Henri Lévy , filosofo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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3 novembre 2012

Quei segnali di fumo da Pechino un aiuto a superare la crisi siriana

La grande diplomazia internazionale sembra aver avuto un sussulto davanti all’inesorabile procedere della mattanza siriana. Nell’arco di poche ore, tra ieri e ieri l’altro, ha preso corpo una possibilista posizione cinese e quella americana ha subìto un non irrilevante cambiamento. La Cina ha proposto un piano in tre tappe: un cessate il fuoco progressivo, regione per regione; la creazione di una autorità centrale transitoria; la moltiplicazione degli sforzi umanitari. Mentre il terzo punto trova tutti d’accordo, i primi due necessitano di verifiche e chiarimenti. Non è detto che tregue regionali possano aver più successo di quella proposta dall’Onu e appena fallita. Non viene precisato se la «transizione» avrebbe luogo con o senza Assad e se il Presidente dovrebbe eventualmente lasciare il suo posto prima del periodo transitorio (come chiedono gli occidentali e gli arabi sunniti) oppure dopo (come hanno ventilato Mosca e Pechino). Ma, per quante incognite permangano, la mossa cinese segnala che, alla vigilia del cambio della guardia nel Pcc, Pechino è stanca di inimicarsi sul dossier siriano non solo l’Occidente ma anche gran parte del mondo arabo. Mosca comincia a pensarla allo stesso modo? L’ipotesi va esplorata rapidamente, e nel caso di risposta affermativa va trovata una intesa sulla questione del «prima» e del «dopo» (tra l’altro in questa indagine l’Italia può svolgere un ruolo significativo). In campo americano, poi, si potrebbe dire che Hillary Clinton ha scoperto l’acqua calda. Il Consiglio Nazionale Siriano, ha detto con durezza la Segretaria di Stato, resta inguaribilmente diviso al suo interno ed essendo composto da esponenti che hanno spesso vissuto in esilio non è rappresentativo di quanto accade in Siria, dove a combattere contro Assad è l’Esercito Libero Siriano formato da disertori (purtroppo infiltrati da jihadisti e qaedisti vari). Si tratta di una presa di coscienza tardiva ma benvenuta, che dovrebbe facilitare un approccio occidentale più realistico alla tragedia siriana.Un segnale di fumo da Pechino (e forse anche da Mosca) e una giusta correzione di rotta a Washington. Meglio della paralisi. Ma per convincere Assad e i suoi nemici a deporre le armi forse è troppo poco e troppo tardi. Franco Venturini

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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10 novembre 2012

Crimini e violenze dei ribelli in Siria un danno per i nuovi leader anti-Assad

Il modello per gli aspiranti dirigenti della rivoluzione siriana è quello offerto dal Consiglio Nazionale Transitorio libico, che l’anno scorso fu bene o male in grado di fornire ai ribelli una struttura di comando coerente. La grande differenza è però che in Libia c’era la Nato a fare la parte del leone nelle battaglie contro le milizie di Gheddafi; mentre oggi in Siria le brigate della sommossa non dispongono di un alleato tanto potente. Sono invece divise tra loro, legate a donatori diversi, sempre più oltranziste, sempre più anarchiche contro il regime di Bashar Assad ancora pronto a vendere cara la pelle. Con la conseguenza che le violenze sono ormai entrate nel diciannovesimo mese, i morti sfiorano i 40.000, il caos cresce e l’Onu denunciava ieri l’approssimarsi a 4 milioni il numero dei profughi. Solo nelle ultime 24 ore ne sono stati registrati altri 11.000. Ciò fornisce un motivo in più ai circa 400 esponenti siriani riuniti da domenica scorsa in Qatar per organizzare una dirigenza politica unificata. La notizia ieri sera era l’elezione di un comitato esecutivo formato da 11 membri, tra cui esponenti del Consiglio Nazionale Siriano (l’organismo dell’opposizione nella diaspora attivo sin dall’estate 2011), oltre a membri dei Fratelli Musulmani e militari disertori dell’esercito lealista. Sono sostenuti da un fronte di Paesi che in forma diversa premono per la rimozione al più presto del regime di Assad responsabile di violenze gravissime. In prima linea: Qatar, Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Libia, Francia e Stati Uniti. E tuttavia le difficoltà restano gigantesche. Ci sono migliaia di gruppi ribelli in Siria, molti in competizione tra loro e non disposti ad obbedire agli ordini della dirigenza nella diaspora. Nelle ultime settimane il fiorire di video e informazioni riguardo a torture e fucilazioni commessi ai danni di soldati e civili lealisti ha notevolmente screditato l’intero movimento rivoluzionario. Primo obiettivo dei nuovi dirigenti sarà proprio quello di imporre ordine e disciplina tra i combattenti. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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13 novembre 2012

I sei Stati del Golfo riconoscono la nuova coalizione anti-Damasco

Le sei monarchie del Golfo hanno riconosciuto ieri come unico «rappresentante legittimo della Siria» la nuova Coalizione nazionale delle forze rivoluzionarie di opposizione nata solo due giorni fa in Qatar alla riunione delle maggiori fazioni anti Assad. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Bahrain, Kuwait e Oman sono i primi Paesi a riconoscere la nuova entità, guidata dall’ex imam sunnita e celebre dissidente Maoz Al Khatib, in cui è confluito anche il Consiglio Nazionale Siriano. Quest’ultimo, che finora era la maggior forza d’opposizione siriana in esilio, non si è dimostrato in grado di unire le varie anime anti regime né di ottenere un vero riconoscimento internazionale. Dopo i sei Stati del Golfo, si prevede che la Lega Araba, riunita ieri al Cairo, riconoscerà la nuova Coalizione.

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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18 novembre 2012

La Turchia chiede missili alla Nato

La Turchia vuole avanzare domani una ufficiale richiesta alla Nato perché metta a disposizione dei missili Patriot a protezione del territorio ai confini con la Siria. Lo scrive la “Süddeutsche Zeitung”, secondo la quale l’Alleanza risponderà positivamente. Al confine, secondo le stesse fonti, potrebbero essere impiegati anche 170 soldati tedeschi. Se così fosse, sarebbero più concrete le possibilità di creare una zona di non sorvolo aereo nel nord della Siria. Sul piano diplomatico, la Turchia ha riconosciuto la Coalizione nazionale siriana, la nuova piattaforma di oppositori all’estero e in patria nata la settimana scorsa in Qatar, come «unico rappresentante legale» della Siria, unendosi così ai Paesi del Golfo e alla Francia. E a Parigi è stato di fatto nominato ieri il primo ambasciatore della nuova Coalizione siriana: si tratta di Munzer Makhus, dissidente storico e alauita, ovvero membro della minoranza sciita a cui appartiene anche il presidente Assad. Sul piano militare, i ribelli anti-regime in Siria hanno segnato ieri un punto a loro favore, prendendo il controllo di una strategica base dell’aviazione nella regione di Deir az-Zor, al confine con l’Iraq. Bombardamenti aerei e tiri d’artiglieria governativi sono proseguiti su diverse località solidali con la rivolta. L’artiglieria israeliana ha aperto il fuoco in direzione della Siria in risposta a lanci che hanno colpito, senza causare vittime, un veicolo militare nel Golan.

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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22 novembre 2012

La Nato dispiegherà i Patriot in Turchia

La Nato ha ricevuto ieri la domanda formale di Ankara di dispiegare i suoi missili Patriot alla frontiera turca con la Siria. La richiesta dovrebbe essere approvata dai 28 Paesi membri nei prossimi giorni. Il dispiegamento dei Patriot mira a «difendere la popolazione e il territorio turchi  ha spiegato il segretario generale Anders Fogh Rasmussen e contribuirebbe ad invertire l’escalation della crisi alla frontiera sudorientale della Nato». Rasmussen ha insistito che il dispiegamento dei Patriot sarebbe «puramente difensivo» e non mira «in nessun caso a sostenere una zona di esclusione aerea o qualsiasi operazione offensiva» sul territorio siriano. Ma comporterebbe comunque un primo coinvolgimento della Nato nel conflitto siriano dopo 19 mesi e quasi 38 mila morti. I Paesi Nato che possiedono i Patriot sono gli Stati Uniti, la Germania e l’Olanda. Favorevoli gli americani, il governo olandese si è detto disponibile, mentre il sì tedesco dipende dal Parlamento (i sondaggi dicono che l’opinione pubblica è contraria).

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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27 novembre 2012

Pioggia di bombe sul campo di gioco La strage dei bimbi. «Damasco usa ordigni a grappolo»

Due bambine giacciono prive di vita sulla strada. Una è vestita in rosso, l’altra in viola. Il filmato è sfocato, ma si distinguono nettamente gravi ferite al collo e alla testa. Le madri si disperano al loro fianco, invocano Allah, piangono il loro strazio lanciando invettive contro il presidente Bashar al-Assad. Poco lontano, sui sedili posteriori di un’auto ferma e danneggiata dalle schegge, si intravedono invece i cadaveri di due maschietti. Un terzo è ripreso adagiato sulla barella di quello che appare il pronto soccorso locale. Qui l’obiettivo indugia. Percorre il corpicino sporco di polvere, gli occhi sbarrati, le gambe scomposte. Una mano pietosa abbassa la maglietta insanguinata a coprire lo stomaco. Dal torrente sempre in piena delle immagini di distruzione e morte che da ormai venti mesi giungono dalla Siria colpiscono quelle pubblicate nelle ultime 48 ore dalle forze della rivoluzione e riferite al villaggio di Deir Al Safir, una dozzina di chilometri a est di Damasco. È bene sottolineare che non ci sono verifiche indipendenti. La fonte è riferita unicamente al campo dei ribelli. Ma le organizzazioni umanitarie internazionali tendono a ritenerle credibili. E puntano il dito ancora una volta contro la repressione brutale messa in atto dal regime con violenza sempre crescente. «Due caccia Mig lealisti hanno bombardato un campo giochi tra le case del villaggio. Ci sono 10 bambini morti. Nessuno ha più di 15 anni», ha dichiarato alla Reuters un certo Abu Kassem (il nome di battaglia), presentatosi come un attivista delle brigate rivoluzionarie locali. L’accusa grave è che anche in questo caso l’aviazione lealista avrebbe utilizzato «bombe a grappolo», ideate per causare il maggior numero di vittime possibile. Il loro principio è semplice. Decine di cariche minori sono assemblate in una «bomba-madre». Questa in genere viene sganciata dal cielo ed esplode ad alcune decine di metri da terra spargendo il contenuto letale nell’arco di centinaia di metri, talvolta qualche chilometro. La maggioranza degli ordigni non scoppia all’impatto con il suolo, piuttosto crea pericolosi campi minati inaspettati per chi transiti nell’area. I filmati ripresi a Deir Al Safir mostrano una settantina di queste trappole innescate raccolte sul luogo del massacro, sul campicello dove i ragazzini giocano a calcio, vicino alle case. Pare siano vecchie, forse addirittura costruite nella Russia sovietica degli anni 60 e 70. Già un mese fa l’organizzazione non governativa Human Rights Watch aveva segnalato l’aumento del ricorso alle bombe a grappolo da parte della dittatura. Ma i portavoce di Bashar al-Assad avevano negato, sostenendo addirittura che gli arsenali militari ne sono sforniti. Tuttavia la Siria (assieme a Stati Uniti, Russia e Israele) non ha mai firmato la convenzione internazionale che bandisce l’utilizzo di questo tipo di arma. A detta delle brigate rivoluzionarie siriane, le punizioni crudeli contro la popolazione civile sarebbero comunque il segno della disperazione crescente tra i dirigenti della dittatura. Più le cose vanno male e più Assad ricorre al tutto per tutto. E indubbiamente i ribelli guadagnano terreno. In meno di una settimana hanno catturato due basi militari lealiste. Ieri è stata presa quella di Marj Al Sultan, distante solo 15 chilometri da Damasco, assieme alla centrale idroelettrica di Tishrin, non lontano da Aleppo. «Preparati, Bashar figlio di un cane. Stiamo venendo a prenderti!», ritmano sempre più fiduciosi nelle canzoni di battaglia. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 4 dicembre 2012

Obama avverte la Siria «Non usate armi chimiche». Hillary Clinton: «È una linea rossa, interverremo»

Torna grave la preoccupazione per il possibile ricorso alle armi chimiche e biologiche da parte del regime siriano sempre più accerchiato dalle soverchianti brigate rivoluzionarie. «Il mondo vigila. L’uso di armi chimiche è e sarebbe inaccettabile. Se ne farai uso ci saranno conseguenze e ne sarai responsabile», ha dichiarato ieri in serata Barack Obama per mettere in guardia il presidente Bashar al-Assad.

Negli ultimi giorni fonti delle intelligence statunitense hanno rivelato un’intensa attività e «movimenti sospetti» nelle basi militari non lontano dalla capitale, dove tradizionalmente si trovano i depositi di testate non convenzionali. È convinzione diffusa che gli arsenali a disposizione di Bashar al-Assad annoverino tra l’altro grandi quantitativi di gas del tipo «mustard», «sarin» e altri generi di gas nervino tra cui l’ancora più sofisticato «Vx». Il tema non è nuovo. Già a fine giugno era stato notato con allarme che le truppe lealiste avevano ricevuto l’ordine di presidiare con maggior attenzione i depositi di armi chimiche. E il presidente Obama aveva lanciato un avvertimento in termini perentori, sostenendo che il ricorso alle bombe non convenzionali da parte di Damasco rappresenta la «linea rossa», minacciando altrimenti l’intervento armato diretto. Ai primi di luglio lo stesso regime aveva poi annunciato che l’ingerenza armata di Paesi stranieri negli affari interni della Siria avrebbe dato la luce verde al ricorso a quelle armi. Una mossa senza precedenti: per la prima volta tra l’altro Damasco ammise di possedere arsenali non convenzionali. Da allora a più riprese gli ormai numerosi alti ufficiali disertori dell’esercito lealista passati nei ranghi delle brigate rivoluzionarie durante gli ultimi 20 mesi hanno ribadito la loro convinzione per cui, messo con le spalle al muro, Bashar non avrebbe esitato a massacrare la propria gente con qualsiasi mezzo. Ultimo in ordine di tempo è stato il giovane generale Manaf Tlass, figlio dello storico ministro della Difesa Mustafa Tlass, il quale dal suo esilio in Francia tre giorni fa è tornato a lanciare un’accorata nota di preoccupazione. «La dittatura è pronta a usare le bombe non convenzionali», ha detto. Si spiegano così i toni secchi delle dichiarazioni di Hillary Clinton ieri durante la sua visita ufficiale a Praga. «Non rivelerò alcunché di specifico riguardo alle nostre mosse nel caso il presidente Assad utilizzi quelle armi contro la popolazione siriana. Ma sia chiaro che questa per noi è una linea rossa. Mi è sufficiente ribadire che noi stiamo pianificando le nostre azioni in quella evenienza», ha detto il segretario di Stato Usa. In risposta un portavoce siriano ha invece cercato di gettare acqua sul fuoco, dichiarando che «in nessuna circostanza» si ricorrerà a quelle armi. E la questione è stata anche al centro dei colloqui ieri ad Ankara tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan. I due presidenti si sono incontrati soprattutto per cercare di conservare gli ottimi rapporti economici tra i loro Paesi, messi in crisi dalle divergenze sulla questione siriana (la Turchia importa tra l’altro dalla Russia grandi quantitativi di gas). Mosca, assieme a Teheran, resta tra i maggiori alleati della dittatura. Erdogan, che pure sino alla primavera 2011 conservava un ottimo rapporto anche personale con Assad, è da tempo passato a sostenere le forze rivoluzionarie. Ora Mosca si preoccupa per la scelta turca di posizionare diverse batterie di missili «Patriot» sul confine con la Siria. Ma il tema che domina l’attività militare e diplomatica nella regione riguarda il futuro della Siria in vista della caduta violenta del regime. Le forze rivoluzionarie hanno infatti compiuto importanti passi avanti negli ultimi tempi. L’aeroporto di Damasco funziona ormai a singhiozzo. Ieri è giunta notizia della fuga all’estero del portavoce del ministero degli Esteri siriano, Jihad Makdissi. Le Nazioni Unite hanno ordinato la partenza dal Paese di tutto il personale «non essenziale». Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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5 dicembre 2012

Missili e raid aerei contro la Siria «se userà gas letali». Se i depositi di armi fossero colpiti con i missili potrebbe sprigionarsi una nube tossica. La Nato schiera i Patriot in Turchia

I satelliti spia e i droni tengono d’occhio i depositi di armi chimiche siriane. Una sorveglianza continua, vogliono capire cosa sta combinando il regime. Mosca, che ha certamente buone informazioni, invita alla cautela nel valutare le news che trapelano ma al tempo stesso sottolinea che un impiego «è inaccettabile». Parole che irrobustiscono la linea rossa indicata dalla Casa Bianca: se il regime fa un passo falso siamo pronti a rispondere. Un intervento che tra qualche settimana avrà anche la copertura dei missili anti-aerei Patriot. La Nato ne ha autorizzato lo schieramento in Turchia. Un annuncio formale che coincide con i moniti al presidente siriano. «Nessuno pensi di attaccare» il territorio turco, ha affermato il segretario dell’Alleanza Anders Rasmussen. Il messaggio è chiaro, meno nette sono le opzioni. Perché gli Usa non sono disposti a tollerare un massacro con i gas ma vogliono anche evitare di finire in nuove trappole belliche. Specie nel quadrante mediorientale.  Sono mesi che al Pentagono e non solo, studiano il dossier offrendo al presidente Barack Obama diverse opzioni. La prima è quella dei raid aerei per distruggere i depositi che ospitano le armi chimiche. La Siria ne ha una decina, compresi tra la zona centrale e il nord del Paese. Lo strike ha il vantaggio che non è necessario rischiare uomini sul terreno. Ma, nota l’esperto Michael Eisenstadt, ha non pochi elementi contrari: 1) Non c’è la certezza di incenerire le intere scorte. 2) Dalle esplosioni può sprigionarsi una nube tossica. 3) I bunker, danneggiati, possono essere saccheggiati da gruppi estremisti. La seconda ipotesi è quella della messa in sicurezza, una ripetizione dell’operazione condotta in Libia. In questo caso sarebbero le forze speciali a intervenire, magari in collaborazione con «brigate» ribelli ritenute affidabili e militari francesi, britannici e dei Paesi arabi amici. Si è detto che da mesi in Giordania sono presenti nuclei di commandos pronti a muovere. La missione non è immune da pericoli, i siti sono difesi dalla Guardia repubblicana, previste delle perdite. Forse gli Usa potrebbero mettere insieme incursioni dal cielo e colpi di mano da terra. Sullo sfondo c’è l’incognita degli israeliani che già due volte hanno chiesto alla Giordania il permesso di attaccare le installazioni siriane. Gerusalemme ha in mente un obiettivo preciso: evitare che formazioni a lei ostili, Hezbollah libanesi su tutti, sfruttino il caos in Siria e si impossessino di ciò che gli manca. Stesso allarme nei confronti delle fazioni qaediste, sempre più vicine al confine con lo Stato ebraico. Ognuno ha le sue paure.Per questo, alla fine, l’America, insieme ai suoi alleati, dovrà mettere le mani nel ginepraio di Damasco. E la mossa avrà un prezzo. G. O.

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 6 dicembre 2012

Inviati siriani in America Latina. «Assad cerca asilo». E l’amministrazione Obama conferma «Offerte dal Medio Oriente e non solo»

Che fine farà Bashar al-Assad?  Linciato come Muammar Gheddafi? Catturato in un rifugio di fortuna e poi impiccato come Saddam Hussein? In carcere e poi ricoverato in un ospedale militare sotto sorveglianza come Hosni Mubarak? Oppure fuggirà in esilio come riuscì a Zine El-Abidine Ben Ali [ex Presidente della Tunisia]? La domanda è nell’aria da tempo. E negli ultimi giorni si è fatta più pressante con le notizie incalzanti che arrivano dal fronte della rivoluzione. I ribelli stringono l’assedio su Damasco. Aleppo da città-martire accerchiata sta diventando la tomba dell’esercito lealista. Si teme per le armi chimiche della dittatura. Ieri Hillary Clinton, dopo un incontro a Bruxelles con i ministri degli esteri Nato, è tornata a paventare l’ipotesi del genocidio da testate non convenzionali. «Temiamo che, se messo con le spalle al muro, Assad possa ricorrere alle armi chimiche, oppure perda il loro controllo e cadano nelle mani di gruppi estremisti», ha dichiarato il Segretario di Stato Usa. Fanno dunque clamore le rivelazioni pubblicate ieri dal quotidiano israeliano Haaretz circa la possibilità che Assad abbia chiesto asilo a Paesi amici in America Latina. Non stupisce che gli israeliani siano particolarmente attenti a ciò che accade oltre le alture del Golan e il monte Hermon (dove una foresta di antenne e sensori super-sofisticati spia al secondo gli accadimenti a Damasco). Già diverse bombe sparate dalla Siria sono cadute sul Golan israeliano negli ultimi mesi (praticamente non accadeva dalla guerra del Kippur nel 1973). Figurarsi poi con quanta apprensione Gerusalemme segua le vicende degli arsenali non convenzionali del vicino. Haaretz fornisce dettagli importanti, alcuni ripresi dalla stampa sudamericana. A fine novembre Assad avrebbe inviato il suo vice ministro degli Esteri, Faisal al-Miqdal, per un tour a Cuba, in Ecuador e in Venezuela con missive personali per i leader dei tre Paesi. In particolare cerca aiuto da Hugo Chávez, il quale, sin dallo scoppio delle rivolte siriane, nel marzo 2011, non ha mai smesso di esprimere il proprio sostegno al regime di Damasco. Il quotidiano venezuelano El Universal, citando il ministero degli Esteri locale, conferma l’arrivo della missiva. Chávez l’avrebbe ricevuta il 27 novembre mentre era in procinto di partire per cure mediche a Cuba. Non si conosce la risposta. Né giungono dettagli in merito da Damasco. Pure è da supporre che, se la notizia fosse confermata, Bashar cerchi asilo per sé e qualche centinaio fra parenti e fedelissimi: la moglie Asma, i tre figli, la madre Anisa, il fratello Maher, il cerchio dei cugini Makhlouf e altre decine tra generali ed esponenti delle grandi famiglie alauite. Da Washington l’amministrazione Obama conferma di essere a conoscenza di offerte di asilo ad Assad da parte di parecchi Paesi del Medio Oriente «e altrove». Occorre però aggiungere che l’ipotesi di una fuga collettiva oltreoceano presenta incognite gigantesche. Il cerchio si stringe sempre di più. L’aeroporto di Damasco funziona a intermittenza. Gli Assad dovrebbero esporsi per un lungo viaggio. Se davvero pensano all’esilio, per loro sarebbe probabilmente molto più semplice trovare accoglienza a Teheran o addirittura presso gli alleati russi, che ancora forniscono armi e sostegno diplomatico. E non va dimenticata neppure la narrativa della resistenza ad oltranza. Anche in questo caso è difficile valutarne la consistenza. Ma certo è che la propaganda del regime, sino ad ora amplificata dai media russi, ribadisce che il presidente non ha alcuna intenzione di partire. Intervistato a metà novembre dall’emittente in lingua inglese “Russia Today”, lo stesso Assad ha reiterato: «Vivrò e morirò in Siria». Non è chiaro che ne pensi Asma, che ancora questa primavera ordinava via Internet gioielli, mobili e vestiti: difficile vederla ora come una sorta di Eva Braun pronta a suicidarsi col suo amato nel bunker assediato. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 dicembre 2012

L’Ue «riconosce» i ribelli siriani 

L’Unione Europea ha fatto ieri un passo in più verso il pieno riconoscimento della Coalizione nazionale siriana. Dopo un incontro a Bruxelles con il leader degli oppositori, Ahmed Moaz Al Khatib, i ministri degli Esteri dei 27 Paesi dell’Ue hanno affermato in una dichiarazione congiunta di «accettare» la «Coalizione nazionale siriana» come «rappresentante legittimo del popolo siriano». La visita di Al Khatib a Bruxelles precede l’incontro degli «Amici della Siria» previsto domani a Marrakesh. A differenza di Londra e Parigi, l’Ue non ha ancora riconosciuto la Coalizione come «unico rappresentante legittimo» del popolo siriano anche per via dei timori sulla presenza di estremisti islamici tra i ribelli. Sul campo, i guerriglieri di Jabhat al-Nuṣra (Fronte della salvezza) una formazione jihadista, hanno conquistato l’ultimo baluardo governativo a ovest di Aleppo. Jabhat è nella «lista nera» delle formazioni terroristiche internazionali.

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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13 dicembre 2012

L’America punta sull’Islam sunnita contro i radicali. Sul campo gli estremisti restano la maggior forza di resistenza alla repressione di Assad 

Il riconoscimento da parte del presidente Barack Obama della coalizione dell’opposizione siriana è un passo significativo. Va nella direzione del riconoscimento del ruolo politico della Fratellanza Musulmana e dell’Islam cosiddetto moderato dalla Tunisia all’Egitto e nel resto del mondo islamico. Allo stesso tempo, però, e con la medesima funzione, Obama ha preso le distanze dalle forze più radicali impegnate nella resistenza. Si tratta delle unità, come Jabhat al-Nuṣra, irrobustite da reduci jihadisti di varia provenienza e finanziate direttamente dai sauditi e dalle monarchie del Golfo Persico. Quelle che sul campo offrono la maggior forza di resistenza alla brutale repressione di Assad. Gli Stati Uniti temono giustamente che queste forze possono prefigurare una situazione afghana o irachena e infiammare una conflittualità destabilizzante in tutta l’area. Meglio quindi puntare, anche in Siria, su una maggioranza sunnita, fosse anche dominata dai più moderati Fratelli Musulmani. La scelta strategica non è però indolore. Apre un ulteriore fronte di potenziale contrasto con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, sostenitori del salafismo e di un Islam tradizionale più vicino a queste posizioni. Il rapporto stretto con le monarchie del Golfo e l’Arabia Saudita potrebbe essere destinato a ridimensionarsi, soprattutto se gli Stati Uniti, come annunciato, si affrancheranno presto dalla dipendenza energetica da altri Paesi. Questa apertura di credito verso il sunnismo e la Fratellanza Musulmana, anche in chiave anti-iraniana, appare oggi la novità più significativa delle scelte di politica estera di Obama nella regione mediorientale. E’ il segno di un cambiamento che andrà misurato sul terreno concreto delle innumerevoli crisi in atto che rendono la partita alquanto complessa. Non è inoltre priva di incognite, come è evidente in Egitto e in questa lunga fase di transizione. Eppure segna anche nella posizione sulla Siria un ulteriore passo avanti nel cambiamento strategico dei rapporti con l’Islam e i musulmani dopo l’11 settembre. Tottoli Roberto

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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13 dicembre 2012

L’Occidente riconosce i ribelli siriani. Bashar al-Assad ha perso ogni legittimità e dovrebbe farsi da parte per consentire la transizione politica. Gli «Amici della Siria». Anche l’Italia sulla scia degli Usa: «Unici rappresentanti del popolo» Nella capitale Assad sta raccogliendo le forze attorno a Damasco, per abbandonare le basi più lontane. Il ruolo dei qaedisti. Gli Usa respingono la fazione qaedista Jabhat al-Nuṣra. Ma la Coalizione protesta: «E’ un errore»

Per l’opposizione ad Assad il successo non è da poco. Gli «Amici della Siria», cartello che riunisce oltre cento Paesi, Italia compresa, hanno riconosciuto la «Coalizione nazionale siriana» come unico rappresentante. L’annuncio è arrivato al vertice di Marrakesh, Marocco e poche ore dopo un analogo passo degli Stati Uniti. Washington oltre al riconoscimento ha subito invitato negli Usa il capo della coalizione Mu’adh al-Khatib, un islamico moderato che tuttavia si è fatto notare in passato per attacchi non proprio leggeri verso Occidente e Israele. L’iniziativa degli «Amici», con la svolta decretata da Barack Obama, dovrebbe avere implicazioni ben più ampie di un annuncio formale. Sul piano militare è probabile che aumenteranno gli aiuti agli insorti. Sotto forme diverse. Alcuni Paesi sono disposti ad un invio diretto, altri sono più cauti e preferiscono triangolazioni attraverso gli alleati regionali (Libia, Turchia). E’ quello che hanno fatto gli Usa fino a poco tempo fa. Ora l’intelligence dovrà decidere cosa fare, superando anche le resistenze di chi a Washington teme di appoggiare il «ribelle sbagliato». Sul piano diplomatico non c’è dubbio che la Coalizione riceverà un sostegno più deciso e potrà cercare di parlare in nome di uno schieramento variegato e poco unito. Il rapporto con una parte degli «sponsor» non sarà facile. C’è poi un terzo elemento. Gli Usa hanno fatto precedere il riconoscimento dalla scomunica chiara e netta della fazione qaedista Jabhat al-Nuṣra, inserita nella lista nera del terrore. Un modo per dividere «buoni» e «cattivi», assicurare che l’America non finirà per dare una mano a chi un giorno potrebbe minacciare la stessa sicurezza statunitense, contenere un gruppo che sta guadagnando molto terreno. Secondo le analisi dell’intelligence Jabhat al-Nuṣra è formata da siriani, jihadisti iracheni e volontari stranieri. Nello schieramento ribelle rappresenta, sempre secondo gli 007,  tra il 7 e il 9 per cento. Alterna la guerriglia a tattiche terroristiche, ha fondi ampi dal Golfo, i suoi mujaheddin sono tra i più abili nel combattimenti. Per tre ragioni: sono bene addestrati, molti di loro hanno avuto precedenti esperienze belliche, dispongono di denaro. Molto forte nell’est e nel nord della Siria, Jabhat al-Nuṣraa ha conquistato ampie fette di territorio. E gode di simpatie tra molti ribelli, alcuni dei quali per spirito di emulazione si atteggiano a jihadisti.Una prova del consenso che gode il gruppo integralista è emersa proprio in queste ore. Lo stesso leader della Coalizione non ha gradito la decisione Usa di inserirla nell’elenco dei terroristi. «Si tratta di un errore e cercherò di modificarlo», ha sottolineato Mu’adh al-Khatib. Altri esponenti della resistenza hanno reagito con lo slogan «siamo tutti Jabhat al-Nuṣraa». Posizioni che dimostrano come non sia facile interagire con gli insorti che, non a torto, si sono sentiti abbandonati a loro stessi davanti ad un avversario brutale che ormai ha poco da perdere. Assad ha risposto ai rovesci militari e politici con il suo stile. Per la prima volta i lealisti, secondo gli Usa,  hanno impiegato missili terra-terra Scud, ordigni tattici creati non certo per combattere la guerriglia. Ma in questo modo il regime ricorre al sistema del terrore, per colpire in modo indiscriminato. Gli esperti sostengono che il presidente starebbe raccogliendo le forze attorno alla capitale e avrebbe deciso di abbandonare, progressivamente, le basi più lontane. Il suo esercito si è indebolito, ha perso centinaia tra blindati e tank, trova difficoltà a garantire i rifornimenti e sembra avere problemi con le scorte. Di recente ha bombardato postazioni terrestri con mine navali lanciate dagli elicotteri. Non è chiaro quanto potrà durare lo «scudo» e di sicuro è perforabile: ieri un attentato ha colpito il ministero degli Interni a Damasco. Almeno sette le vittime. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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14 dicembre 2012

Mosca: «Assad verso la sconfitta». Piani di evacuazione. La Russia si prepara ad evacuare migliaia di suoi cittadini, in gran parte donne sposate a siriani. E per il segretario Nato Rasmussen «il regime siriano sta crollando»

Se la Nato è ormai convinta che il regime di Bashar al-Assad sia vicino al collasso, anche la Russia, il miglior alleato di Damasco, ritiene che una vittoria dei ribelli non si possa più escludere, «sfortunatamente». E si prepara ad evacuare dalla Siria migliaia di suoi concittadini, in gran parte donne sposate a uomini siriani e i loro figli. C’è anche il pericolo di assalti contro l’ambasciata russa che molti nelle file di chi combatte l’attuale regime, considera una specie di cittadella nemica. Per mettere le mani avanti, il presidente della commissione affari esteri della Duma si è già richiamato alla prassi americana che, in questi casi, «prevede l’invio di forze speciali». Mentre continuano gli attacchi da entrambe le parti in causa, con l’uccisione di numerosi civili (e anche tanti bambini), la bilancia sembra pendere sempre più a favore dei ribelli. Anche per questo Assad appare intenzionato a ricorrere a tutte le armi di cui dispone, anche bombe incendiarie contenenti napalm, termite o fosforo. La Nato, secondo quanto ha riferito il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, ha monitorato all’inizio della settimana il lancio di missili a corto raggio tipo Scud. Una azione smentita dal governo di Damasco. Per Rasmussen, comunque, «è oramai solo una questione di tempo: il regime a Damasco sta avvicinandosi al collasso». Giudizio che sembra per la prima volta condiviso da Mosca. A parlare è stato il viceministro degli esteri Mikhail Bogdanov, che si è detto anche dispiaciuto per questo esito: «Una vittoria dell’opposizione non può essere esclusa». Il Cremlino ha sempre protetto Assad, assieme alla Cina, nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La Russia ha infatti grossi interessi sia economici che strategici in Siria. Da sempre è uno dei maggiori fornitori di armi: nel 2011 le ordinazioni sono ammontate a quattro miliardi di dollari e gli armamenti consegnati nel corso dell’anno hanno fruttato un miliardo. In generale, il 50 per cento degli acquisti bellici di Damasco venivano dalla Russia, il 30 per cento da Cina e Corea del Nord e il resto da Iran e fornitori minori. In più, la base siriana di Tartus è l’unica all’estero di cui disponga oggi la Russia. C’è poi il tentativo di non perdere terreno in una area geografica dove l’Urss e poi la Russia contavano molto. Mosca non ama lasciare spazio agli Stati Uniti e alla Nato, anche se sarà poi da vedere quale influenza l’Occidente potrà avere nella nuova Siria. Infine, tanto Mosca quanto Pechino sono estremamente preoccupate per i precedenti che si stanno creando, prima in Libia e ora in Siria. Si inizia con le manifestazioni di piazza, si ottiene l’appoggio internazionale e poi si rovesciano i regimi. La stessa cosa potrebbe avvenire anche in altri Paesi? La Siria, comunque, sembra persa, anche se Bogdanov profetizza che ci vorranno ancora mesi o anni e migliaia o centinaia di migliaia di morti. La marina e l’aviazione, intanto, sono pronte per andare a prendere i cittadini russi. Dragosei Fabrizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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15 dicembre 2012

Siria, l’Europa alza la voce: «Tutte le opzioni aperte». L’America invia i Patriot e 400 militari in Turchia. La smentita di Mosca: «Non abbiamo mai cambiato posizione sulla crisi siriana e non la cambieremo»

L’Ue, che ha appena ritirato il Nobel per la Pace, per la Siria mantiene prioritario l’obiettivo di «una transizione politica verso un futuro senza il presidente Assad e il suo regime illegittimo». Ma il Consiglio dei capi di Stato e di governo, a Bruxelles, ha dato mandato ai ministri degli Esteri Ue di «lavorare su tutte le opzioni per sostenere e aiutare l’opposizione a consentire un maggiore sostegno alla protezione della popolazione civile». Il presidente stabile del Consiglio, il belga Herman Van Rompuy, ha detto che i leader sono «sgomenti» per la drammatica situazione in Siria, «che si sta aggravando sempre più» e che l’Ue «ha il dovere di intervenire perché sono in gioco vite innocenti». A Bruxelles potrebbero considerare di allentare l’embargo sulle armi alla Siria per rafforzare i ribelli anti Assad. Ma la cancelliera tedesca Angela Merkel ha ribadito la preferenza per la transizione «pacifica», dopo che il Parlamento tedesco ha approvato l’invio in Turchia di due batterie di missili Patriot e di 400 soldati per potenziare la difesa integrata della Nato in vista di eventuali attacchi siriani. Anche il segretario della Difesa Usa Leon Panetta, arrivato a sorpresa in Turchia, ha autorizzato l’invio nel Paese di Patriot e di 400 militari statunitensi per il contingente dell’Alleanza Atlantica. «Sulla Siria la Francia è stata la prima riconoscere la coalizione che oggi è riconosciuta come la rappresentante legittima del popolo siriano dalla maggior parte dei Paesi, ha detto il presidente francese François Hollande. La guerra è a svantaggio di Assad. Il nostro obiettivo è di mandarlo via il più rapidamente possibile». Il premier Mario Monti ha confermato che l’Ue «vede con favore quanto deciso dalla riunione del gruppo di amici del popolo siriano, che si è tenuta a Marrakesh» ed è pronta a «tutte le opzioni». Il premier britannico David Cameron ha escluso «l’inazione», pur ammettendo che «la Siria non è la Libia, ci sono complicazioni e difficoltà extra». Hollande ha rilanciato le pressioni su Mosca per convincerla a togliere il veto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu alla risoluzione sulla Siria, che ora impedisce iniziative militari. «La Russia non ha nulla da temere o da perdere da cambiamenti» a Damasco, ha affermato il presidente francese. Ma è stata smentita la dichiarazione del viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov su una possibile «vittoria delle forze di opposizione» su Assad, interpretata come una apertura del Cremlino verso la comunità internazionale. «Non abbiamo mai cambiato posizione sulla crisi siriana e non la cambieremo», ha comunicato il ministero degli Esteri russo. Il responsabile della Farnesina Giulio Terzi, dopo un incontro con il vicepremier russo Dmitri Rogozin, ha detto che, pur nelle loro divergenze, Roma e Mosca condividono la necessità di trovare una «soluzione politica». Caizzi Ivo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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15 dicembre 2012

A rischio la Siria del dopo Assad, divisa in Enclave come la ex Jugoslavia

«Cantonizzazione»: questa la prospettiva per la Siria sempre più insanguinata dalla guerra civile. Uno scenario di gravissime divisioni interne, caratterizzate dal collasso dello Stato centrale e da lotte fratricide fondate su divisioni di carattere etnico e religioso. Sciiti-alauiti contro sunniti, curdi contro chiunque cerchi di mettere in dubbio le loro zone ormai de facto autonome nelle regioni sudorientali [???] del Paese. Cristiani sempre più sulla difensiva, terrorizzati che in Siria posa accadere come in Iraq. L’esperto russo Leonid Medvedko paventa la frammentazione in quattro regioni autonome, con i sunniti attestati nel Centro-Nord, gli alauti nelle zone di Latakia e Tartus, i curdi organizzati con l’aiuto dei «fratelli» in Iraq e le altre minoranze attestate attorno a Damasco. Una sorta di replica drammatica dello scenario jugoslavo un ventennio fa. In buona sostanza, a 21 mesi dallo scoppio delle prime sommosse, la Siria ha cessato di funzionare come entità unitaria e organizzata gerarchicamente. Negli ultimi giorni persino il governo di Mosca, alleato storico degli Assad, ha lasciato capire di ritenere inevitabile la fine della dittatura. Quando? Difficile dire. L’esperienza insegna che regimi apparentemente granitici possono collassare repentinamente. Ma la Siria non è la Libia. Dopo oltre 40.000 morti e distruzioni immani, le minoranze che sostengono Assad sanno che la vendetta sarà terribile. Il primo sterminio di massa del ventunesimo secolo potrebbe essere quello degli alauiti. Si spiega anche così la tenace resistenza che oppongono alle milizie sunnite sostenute sopratutto da Qatar e Arabia Saudita. Probabilmente ha ragione Moaz al-Khatib, leader della Coalizione Nazionale che raggruppa gran parte dell’opposizione, nel sostenere che l’apatia della comunità internazionale ha alimentato l’estremismo islamico tra i ranghi della rivoluzione. Ma ormai ciò che è stato è stato. Occorre invece lavorare per garantire un post-Assad meno cruento possibile. E non è detto che la cantonizzazione sia la soluzione migliore. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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24 dicembre 2012

Estrema crudeltà del regime siriano una tragedia cui non bisogna assuefarsi 

Le dozzine di civili uccisi in un bombardamento dell’aviazione lealista ieri, mentre erano in coda di fronte a un fornaio nella regione di Hama, rimarcano la realtà del collasso interno alla Siria ad oltre 21 mesi dallo scoppio delle prime rivolte. E ci impongono di non dimenticare una tragedia cui rischiamo di assuefarci. Imperano il freddo e soprattutto la fame. Dall’inizio dell’estate a oggi l’intero sistema di distribuzione dei beni di prima necessità ha quasi dovunque cessato di funzionare. Manca tutto: cibo, elettricità, acqua potabile, linee telefoniche, benzina, gasolio, gas da cucina. Le scuole funzionano a singhiozzo solo nella capitale. Per il resto arrivano sempre più testimonianze di edifici scolastici, municipalità e uffici statali presi d’assalto dalle masse di nuovi poveri. Infissi, banchi e tavoli sono utilizzati come legna da ardere. La popolazione delle città si riversa nei parchi pubblici per tagliare gli alberi. I morti sarebbero 44.000, i feriti oltre 300.000, i senza casa sfiorerebbero i 4 milioni. Questo è un inverno particolarmente freddo e piovoso nella regione. Gli abitanti delle zone urbane non sono equipaggiati per affrontarlo. Come sempre in tempi di crisi, le città soffrono più delle campagne. Ma ora anche sfollare sta diventando impossibile. Le organizzazioni umanitarie internazionali e l’Onu denunciano una situazione insostenibile. Ad Aleppo e persino a Damasco gli ospedali cominciano a terminare anche i medicinali di prima necessità. L’immondizia non raccolta da mesi marcisce nelle strade e rischia di favorire le epidemie. È registrato massiccio il ritorno della leishmaniosi, una malattia parassitaria che può dimostrarsi letale sia per gli animali che per gli umani. L’infezione è causata dagli insetti che si nascondono nella sabbia. Prima della rivoluzione era tenuta a bada dalle disinfezioni governative. Ora non più. Si calcola che i prezzi degli alimentari da luglio siano almeno dodici volte più alti. Una bombola di gas da cucina è lievitata da circa tre euro a oltre 50. Un filone di pane, quando c’è, può costare sino a 50 volte di più. Comunque non c’è lavoro e dunque neppure contanti. Cremonesi Lorenzo

[1] Ieri  [11 giugno 2012] a Istanbul il Consiglio Nazionale Siriano (CNS), uno degli organismi più rappresentativi dell’opposizione al presidente Bashar al-Assad, ha eletto il suo nuovo leader. Si chiama Abdelbasset Sida, ha 56 anni ed è di etnia curda. A dimostrazione della grande frammentazione all’interno dell’opposizione siriana, la sua scelta si è resa necessaria dopo le polemiche che aveva generato la vecchia presidenza del liberale Burhan Ghalioun, che era rimasto alla guida del CNS per circa un anno nonostante di norma l’organismo debba eleggere un nuovo presidente ogni 3 mesi. Il CNS era stato accusato negli ultimi tempi di essere dominato dagli islamisti. Sida è uno storico specializzato in civiltà antiche che, come Ghalioun a Parigi, vive da anni in esilio in Svezia. La sua elezione è stata letta anche come indice di un maggiore coinvolgimento della comunità curda nella rivolta contro il regime di Assad, che sinora è rimasta piuttosto ai margini delle proteste (anche perché in passato Assad ha finanziato i ribelli curdi del PKK, attivi soprattutto in Turchia). Alcuni suoi critici hanno detto al New York Times che Sida è stato scelto proprio perché non rappresenta nessuno in Siria.

Il CNS è il principale punto di riferimento, anche se non ufficiale, della comunità internazionale per monitorare l’opposizione in Siria, di cui però è solo una parte. Gli oppositori ad Assad, infatti, sono molto eterogenei (si va dai liberali ai salafiti) e lo stesso CNS sembra avere pochi legami con l’Esercito Libero Siriano, ossia i soldati disertori che si sono uniti alla rivolta contro l’attuale regime e che ne sono diventati praticamente il braccio armato. Oggi Sida, in un’intervista alla AFP, ha detto che il regime di Assad “è in grave difficoltà” e ha invitato le autorità siriane a schierarsi contro il presidente.

Ieri Sida ha promesso che, in caso di caduta di Assad, il nuovo governo siriano (di cui il CNS in tal caso vorrebbe assumere il comando, per lo meno nelle prime fasi transitorie) rispetterà tutte le etnie e religioni, compresi gli alawiti ora al potere e i cristiani, spesso difesi e protetti dal regime di Assad. Entrambe le comunità temono la vendetta dei salafiti e di altri estremisti islamici se questi dovessero andare al potere.

Ma soprattutto, Sida ha evocato un intervento rapido dell’ONU in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (che prevede anche l’azione militare) per fermare la brutale repressione di Assad e secondo lui, se le Nazioni Unite fossero ancora bloccate dal veto di Russia e Cina, i singoli paesi occidentali dovrebbero agire anche senza il mandato dell’ONU. Lo stesso ministro degli Esteri britannico William Hague ha confermato che l’intervento militare in Siria è una possibilità e ieri in un’intervista a Sky News ha paragonato la situazione della Siria di oggi a quella della Bosnia degli anni Novanta.

Ieri intanto, nonostante la presenza degli osservatori dell’ONU, l’esercito siriano avrebbe continuato ad assediare alcune città, dove ci sarebbero stati anche scontri con i ribelli. Secondo gli attivisti sarebbero morte almeno 38 persone solo nei pressi di Homs. Fonte:  http://www.ilpost.it/2012/06/11/chi-e-abdelbasset-sida-il-nuovo-capo-del-consiglio-nazionale-siriano/

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