Siria: articoli pubblicati dal “Corriere della Sera” dal 01/01/2012 al 30/06/2012

4 gennaio 2012

Perchè il caso siriano è diverso da quello libico 

Nessuno interviene con raid aerei e bombardamenti in Siria, dove le atrocità non sono certamente minori a quelle perpetrate da Gheddafi in Libia. Perché? Forse perché in Siria non c’ è petrolio? A ldo Morpurgo

Caro Morpurgo, La sua lettera è una delle molte giunte nelle scorse settimane sulla crisi siriana. Quasi tutte manifestano stupore e indignazione per l’impotenza della comunità internazionale di fronte alle repressioni poliziesche del regime di Bashar al-Assad. E alcune, come la sua, sospettano che l’ impotenza, in questo caso, sia dovuta alla mancanza del fattore petrolio. Non è vero che la Siria sia totalmente priva di petrolio: la sua produzione annua, prima della crisi, si aggirava intorno ai 400.000 barili al giorno. Ma è certamente vero che le sue risorse naturali sono considerevolmente inferiori a quelle dell’ Iraq e della Libia. A me sembra tuttavia che l’ importanza del petrolio nelle guerre dell’ ultimo decennio sia stata molto esagerata e che le ragioni del mancato intervento siano altre. Ne ricorderò alcune. In primo luogo gli uomini di Stato, anche quando non sono particolarmente intelligenti, finiscono sempre per imparare la lezione dei fatti e trarne qualche pratica conseguenza. È difficile immaginare un nuovo intervento militare alla fine di una fase in cui tutte le guerre fatte per ragioni ideali o umanitarie hanno prodotto risultati mediocri o disastrosi. La guerra contro la Serbia del 1999 non ha risolto il problema del Kosovo. Quella degli Stati Uniti in Afghanistan non ha impedito la ricostituzione del movimento talebano, non garantisce al governo di Kabul il controllo dell’intero territorio nazionale, non ha stroncato la coltivazione dell’oppio e ha messo in seria crisi i rapporti tra gli Stati Uniti e il Pakistan. La guerra irachena si è formalmente conclusa con il ritiro dell’ultimo contingente americano nelle scorse settimane, ma l’America, partendo, si è lasciata alle spalle un Paese diviso da un latente conflitto etnico-religioso, un governo in cui il presidente del Consiglio cerca di mettere in galera il vicepresidente del Consiglio, una superpotenza petrolifera che non è ancora riuscita ad adottare una legge nazionale sullo sfruttamento delle sue risorse energetiche. La guerra di Libia è stata vinta dalla Nato, ma ancora non conosciamo i programmi e le intenzioni di coloro che avranno il compito di ricostruire il Paese. In secondo luogo la Siria ha forze armate bene attrezzate e un regime che gode di forti consensi in alcuni gruppi minoritari ma influenti del Paese: la comunità alauita (una costola religiosa della Scia), la macchina politica del partito Baath, i cristiani, la borghesia dell’ industria e del commercio. Un’ operazione dall’ aria, come quella realizzata in Libia, non avrebbe gli stessi effetti e la Nato (se l’ organizzazione venisse nuovamente coinvolta) sarebbe costretta, prima o dopo, a intervenire sul terreno. Non è tutto. La Siria ha qualche importante amicizia internazionale (fra cui l’Iran) ed è al centro di un’ area dove esistono conflitti «in sonno», come quello palestinese, che la scintilla di Damasco potrebbe riaccendere. La Lega Araba, che nel caso della Libia approvò la creazione di una zona d’ interdizione aerea, si muove nella guerra civile siriana con grande circospezione. Esiste sempre l’ arma delle sanzioni, a cui molti Paesi vorrebbero ricorrere con provvedimenti sempre più severi. Ma le sanzioni, quasi sempre, colpiscono i cittadini più di quanto non colpiscano i governi. Lei potrebbe chiedermi, caro Morpurgo, che cosa sia possibile fare in queste circostanze. Sarei costretto a risponderle che vi sono fasi cui lo spettatore di un dramma può soltanto stare a vedere in attesa dell’ attimo in cui un mutamento della situazione gli consenta d’ intervenire. Per ora quell’ attimo appare ancora lontano. Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 gennaio 2012

Kamikaze a Damasco, decine di morti. Nabil al Arabi, segretario generale della Lega Araba: “Chiedo alle autorità di Damasco di porre immediatamente fine alle violenze”. L’opposizione accusa i servizi del regime. Diserta il primo generale. Due settimane fa due attentati suicidi nel quartiere dove si trovano le basi dei servizi segreti

A due settimane dai due attentati suicidi nel quartiere dove si trovano le basi dei servizi segreti (44 morti e 166 feriti secondo l’agenzia stampa del regime), ieri un nuovo kamikaze ha causato altri 25 morti e dozzine di feriti a Damasco. E’ la fine della sicurezza nella capitale. A dieci mesi dall’ inizio delle rivolte, la dittatura del presidente Bashar al-Assad non può ormai più minimizzare il fenomeno come «marginale». Se è vero che per lungo tempo la capitale era stata relativamente tranquilla, come del resto Aleppo con la sua forte presenza di commercianti legati a filo doppio agli Assad, ora non più. La rivoluzione sta ormai raggiungendo il cuore vitale del Paese. Sono svanite le zone franche. Damasco diventa la prima linea e la violenza si intensifica. Le stesse sommosse, che inizialmente cercavano di mantenere il formato di manifestazioni pacifiche, sono ora sempre più sanguinose. E gli scambi a fuoco tra truppe lealiste e soldati passati armi e bagagli alle file rivoluzionarie diventano eventi quotidiani. Ieri ha disertato il primo generale, Mustafa Ahmad Al-Sheikh: lo ha annunciato lui stesso in un video, trasmesso da al Jazira, in cui legge un messaggio rivolto ai soldati invitandoli a passare dalle parte dei manifestanti. Un colpo duro per la missione degli osservatori della Lega Araba. Giunti nel Paese il 23 dicembre (lo stesso giorno dei precedenti attentati suicidi), si ripromettevano di lavorare per diminuire lo scontro e trovare un compromesso. Ora invece il fronte rivoluzionario li accusa di essere burattini nelle mani del regime e addirittura di legittimarne l’esistenza, invece di chiedere le dimissioni immediate di Bashar.

Non è la prima volta che il Paese è destabilizzato da violenza e attentati. Tra la seconda metà degli anni Settanta e i primi Ottanta l’ allora presidente-dittatore Hafiz al-Assad (padre di Bashar) sedò con il pugno di ferro le rivolte guidate dai Fratelli Musulmani. Il massacro perpetrato dalle milizie lealiste nella città di Hama (costato forse oltre 20.000 morti) fu seguito da una lunga serie di gravi attentati a Damasco e nel resto del Paese. Quelle vicende sono poco note a causa della cappa della censura imposta dal regime. Ma è certo che solo nella seconda metà degli anni Novanta l’ opposizione fu battuta con un numero ancora sconosciuto di morti e desaparecidos nei centri di detenzione segreti. La differenza da allora è che oggi Bashar appare molto più debole e addirittura incapace di imporsi sui vecchi apparati di potere cresciuti all’ ombra di suo padre. Per contro la rivolta, alimentata dalle aspettative generate nella regione dalla «primavera araba», cresce di giorno in giorno e sta minando a suon di defezioni di massa intere unità dell’ esercito e degli organismi chiave dello Stato. Lo scontro crescente tra sciiti e sunniti nell’intero Medio Oriente e soprattutto nel vicino Iraq, contribuisce ad aizzare la maggioranza sunnita siriana contro la minoranza alawita al potere da quattro decenni. L’ attentato ieri è avvenuto nel quartiere di Midan, dove nelle recenti settimane si sono verificate diverse manifestazioni. La televisione nazionale si è soffermata sulle vittime civili e sui danni nel quartiere. Il ministro degli Interni, Mohammed Shaar, è tornato a puntare il dito contro le rivolte. «Il kamikaze si è fatto saltare in aria con l’ obiettivo di causare il massimo numero di vittime», ha dichiarato. Ma i capi delle sommosse sono tornati ad accusare la dittatura di architettare gli attentati col fine di «criminalizzare» l’ intero movimento rivoluzionario. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 gennaio 2012

Assad all’ attacco: «Un complotto». Il leader siriano si scaglia anche contro la Lega araba: «Ci aggredisce». Ieri alcune auto degli osservatori sono state aggredite: «È opera del regime»

Isolato, criticato, sempre più preoccupato dalla rivoluzione interna che nonostante la repressione militare continua a bruciare, Bashar al-Assad utilizza il classico argomento delle dittature con le spalle al muro: il complotto ordito da non meglio specificate forze straniere ai danni del suo Paese per oscure finalità di potenza. «Siamo vittime di una cospirazione esterna, è chiaro a tutti», ha accusato il 47enne presidente siriano durante un discorso all’ università di Damasco durato oltre 100 minuti, in cui se l’ è presa anche con i «media stranieri» e i «nemici» sulla «Rete». È la quarta volta dallo scoppio delle proteste, 10 mesi fa, che Assad parla in pubblico. L’ultima fu a giugno. Allora le sommosse erano ancora per lo più non violente e il regime siriano poteva contare su diversi alleati nella regione. Ma proprio durante l’ estate la pesantissima repressione militare ha innescato il meccanismo della violenza e delle successive diserzioni di massa tra quello stesso esercito che era stato chiamato ad affrontare le piazze. La novità più rilevante nel discorso di Assad sta però nella critica senza peli sulla lingua alla Lega Araba e ai suoi 165 osservatori, che dalla seconda metà di dicembre sono stati inviati in Siria per cercare una soluzione negoziata. Una missione che i leader delle proteste in Siria e i loro referenti politici nella diaspora all’estero hanno già condannato come inutile e addirittura a rischio di legittimare la dittatura. Li guida tra l’ altro il generale sudanese Mohammed Bashir (con un passato di responsabilità nei campi della morte del Darfur ed ex collaboratore del brutale dittatore Omar Bashir). Nel loro primo rapporto reso noto domenica, però, gli osservatori hanno criticato la scelta del regime di non ridurre il pugno di ferro, non liberare i prigionieri politici e non ritirare le armi pesanti dalle piazze, come invece aveva promesso.

Ieri alcune auto degli osservatori sono state aggredite nella cittadina costiera di Latakia; sembra che 11 di loro (almeno due del Kuwait) siano stati leggermente feriti. Pare che gli aggressori siano per lo più membri delle milizie legate al regime (la famigerata shabiha ), anche se forse non sono mancati attacchi per mano dei rivoltosi. In un comunicato la Lega Araba accusa comunque il regime di essere «totalmente responsabile» dell’ azione. Aggressive e risentite dunque le parole di Assad contro gli alleati di ieri. Per una volta non menziona il «complotto» israeliano e americano ai danni della Siria. Ma contrattacca lamentandosi per il fatto che «al posto di difenderci la Lega Araba ci aggredisce». Con un commento al vetriolo: «Per quasi sei decenni la Lega ha fallito nella difesa degli interessi arabi». Quindi la minaccia di intensificare «il pugno di ferro» contro le rivolte. Gli elementi di moderata apertura ricalcano invece temi già ripetuti da mesi. Assad promette un referendum costituzionale a marzo, seguito da elezioni politiche entro giugno con la ventilata possibilità di porre i semi per un sistema multipartitico. Ma tra i circoli dell’ opposizione rifugiati in Turchia ricordano che nella realtà nulla è cambiato. Migliaia di manifestanti morti (oltre 5.000 per l’ Onu, 400 dall’arrivo degli ispettori; fino a 14.000 per la dissidenza) stanno a testimoniarlo. Ieri segnalate altre trenta vittime. Il presidente, al potere dalla morte del padre Hafiz al-Assad nel 2000, non mostra alcuna intenzione di abdicare. I capi del Nuovo esercito libero della Siria, il braccio militare della rivoluzione e leader politici coalizzati nel Congresso nazionale siriano, leggono addirittura nel discorso di Assad il segnale di un ulteriore peggioramento della repressione. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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19 gennaio 2012 

A Damasco, capitale «fedelissima» circondata dalla Siria in fiamme. Dopo 10 mesi di rivolte, il regime è ben lontano da una resa. La crisi. I tassisti si lamentano della mancanza di turisti. E il numero dei disoccupati è raddoppiato. Divisioni. I commentatori indipendenti nella capitale ammettono: l’ opposizione è molto divisa

Nei pochi chilometri dall’ aeroporto alla città i posti di blocco quasi non si vedono. Poca polizia, controlli irrisori. Il regime, almeno per ora, non teme minacce per la capitale. Ci pensano i servizi di sicurezza a monitorare il «nemico esterno». Atterrati martedì notte a Damasco abbiamo trovato una città tutto sommato tranquilla. I tassisti si lamentano per la mancanza di turisti, per l’ aumento di aggressioni criminali in periferia. Nulla a che vedere però con Tripoli tesa e spaventata la scorsa estate, o con il vuoto spettrale per le vie di Tunisi un anno fa mentre il presidente Ben Ali cadeva. A Damasco si transita tranquilli anche alle tre di notte. È la conferma di ciò che i leader della rivoluzione siriana sostengono dal loro esilio in Turchia ed Egitto: «Noi operiamo in campagna e in provincia, le grandi città restano in mano al regime». Ventiquattro ore a Damasco servono appena per iniziare a comprendere cosa accada in questo Paese complesso, scosso da oltre 10 mesi di rivolte sanguinose. I giornalisti e commentatori locali accettano di parlare, ma quasi tutti chiedono l’ anonimato. «I 25 milioni di siriani sono profondamente divisi. Almeno il 30%, per lo più sciiti alawiti, sostengono il presidente. Con loro tanti cristiani che temono la crescita dei Fratelli Musulmani e guardano la sorte dei copti egiziani o dei caldei in Iraq. Un altro 30%, quasi tutti sunniti, sono per la lotta ad oltranza ma sono divisi. I capi nella diaspora, nel Cosiglio Nazionale Siriano vicino ai Fratelli Musulmani, vorrebbero l’ intervento militare straniero, come in Libia. A loro si oppongono però i leader locali, più laici e legati all’ avvocato Hassan Abdel Azim, che a Damasco guida il “Comitato di coordinamento delle forze del cambiamento democratico”: loro si accontentano delle pressioni internazionali e dell’ embargo economico. C’è poi la maggioranza silenziosa che sta a guardare pronta a saltare sul cavallo vincente», dice un noto reporter. Per le strade la gente commenta con discrezione le notizie confuse dalle piazze in rivolta. La novità delle ultime ore è la trattativa tra la Quarta Divisione corazzata di Maher al-Assad (fratello del presidente) e l’ Esercito Libero Siriano, composto da disertori. «Il fatto incredibile è che per la prima volta i disertori hanno trattato alla pari con l’esercito regolare. Segno che le armi arrivate dal Libano cominciano a cambiare le regole di battaglia», afferma un altro giornalista locale. Epicentro delle tensioni restano le città di Homs, di Idlib al confine turco, di Dayr Az-Zor nel profondo Sud e di Deraa, culla delle rivolte. Per monitorare le violenze sul campo ci sarebbero i 165 osservatori della Lega Araba arrivati a Natale. Ma l’ incontro con loro ieri nei saloni dell’ hotel Sheraton ha confermato i giudizi di impotenza già apparsi sui media internazionali. Da quando uno di loro su Al Jazeera ha criticato la missione e i trucchi del regime per depistarla, l’ ordine è l’ assoluto silenzio stampa. Non dicono neanche quanti sono, mentre si aggirano con le loro giacchette arancioni accompagnati da decine di ufficiali del regime. La loro missione è ancora più in dubbio dopo la richiesta del Qatar di mandare un corpo di spedizione militare arabo per garantire una zona cuscinetto tra ribelli e militari, idea respinta però da Algeria, Iraq e Libano, nonché da Russia e Cina. Le organizzazioni della rivolta denunciano 6.200 morti da marzo e 14 mila prigionieri. Il governo replica che almeno 2.000 soldati sono stati uccisi dai «terroristi» e scoraggiano gli inviati stranieri a girare da soli: «Guardate il reporter della tv francese assassinato dai terroristi una settimana fa a Homs». Affermazione messa in dubbio dal tam tam delle sommosse, per cui l’assassinio avrebbe la firma dei servizi segreti siriani interessati a scoraggiare le inchieste indipendenti e criminalizzare la rivoluzione. Internet funziona, a differenza di Egitto, Libia e Tunisia l’ anno scorso. Ma censurata. Skype, Facebook, Twitter sono utilizzati con grande cautela dei militanti. «La dittatura non li taglia, se ne serve per raccogliere informazioni sulle opposizioni», mi dicono in un Internet caffè. Ma il vero tema al centro dell’ attenzione è la crisi economica generata dalla destabilizzazione e dall’embargo internazionale. Sino a metà estate il cambio ufficiale imperava. Ora nelle banche euro e dollari si cambiano rispettivamente a 73 e 57,44 lire siriane, ma sul mercato nero il valore sale a 86 e 73. «Il governo non riesce più a stabilizzare la nostra moneta. Sino ad ora ci hanno salvato le ampie reserve di valuta straniera, scese però in un anno da 17 a 13 miliardi di dollari. La disoccupazione è salita dal 10 al 22%. Il turismo dava lavoro ad oltre un milione di persone, che ora sono a spasso. Migliaia di piccole aziende hanno chiuso. Il danno causato dalla mancanza di export del nostro petrolio va ancora valutato ma è devastante. Fino a quando il Paese riuscirà a tenere l’ attuale tenore di vita?», osserva Nabil Sukkar, ex dipendente della Banca mondiale e ora direttore di un centro di ricerche economiche a Damasco. Eppure sarebbe un errore pensare che il regime sia a un passo dal collasso. Tutt’ altro. «Esercito e polizia restano in gran parte fedeli. Le diserzioni sono un fenomeno minoritario. Guai se si pensasse davvero a un intervento armato dall’ estero. La guerra civile sarebbe ancora più sanguinosa», aggiunge Sukkar. Come uscire dall’ impasse? «Il compromesso politico. Costituente, pluripartitismo, fine negoziata del monopolio baathista tra regime e opposizione interna. Ogni altra via sarebbe la ricetta per nuovi massacri». Lorenzo Cremonesi 

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 24 gennaio 2012 

Nel cuore delle città siriane in rivolta tra raffiche di mitra e spie del regime. Da Homs a Deraa: «Se i vivi si arrendessero, i morti combatterebbero». Homs è una città divisa in due. Alle 14 la gente si rintana in casa, alcuni quartieri hanno vissuto una vera pulizia etnica. Paura. Non tutti sostengono i ribelli. Un negoziante: «Basta scontri! Ne ho abbastanza del nuovo esercito formato dai disertori». Noi non siamo terroristi! Vogliamo libertà e democrazia. Dite al mondo che non siamo terroristi

Se è vero che ogni rivoluzione ha un mito fondativo, quella siriana lo riassume nei 18 ragazzini di Deraa. Lo favoleggiano dovunque nelle piazze insanguinate del Paese lacerato dalle violenze. Negli ultimi sei giorni ce lo hanno raccontato sempre, gli attivisti delle sommosse nelle zone più calde. Ieri è accaduto a Homs. «Le prime mobilitazioni di massa qui sono cominciate tra febbraio e marzo dell’ anno scorso, quando si venne a sapere che 18 alunni delle scuole superiori di Deraa, non lontano dal confine con la Giordania, erano stati arrestati dalle forze speciali del presidente Bashar Assad per aver scritto slogan sui muri inneggianti alla Primavera araba. La nostra rabbia è cresciuta allora col diffondersi delle notizie di torture e soprattutto con le dichiarazioni offensive di Atef Najib, capo delle forze di sicurezza e cugino di Assad, il quale disse pubblicamente alle famiglie che dimenticassero i loro bambini. E anzi, se ne avessero voluti di nuovi, che portassero le mogli nelle caserme: ci avrebbero pensato i suoi uomini a ingravidare le donne», ricorda Hassan, uno studente incontrato presso la Piazza dell’ Orologio, dove a metà aprile vennero massacrati centinaia di manifestanti. Qualcuno sosteneva ieri fossero persino 500. La novità è che la gente parla, vuole raccontare. Nulla a che vedere con la cappa oppressiva di paura censurata che dominava sino a un anno fa. Nella città vecchia di Damasco un giovane negoziante di antichità afferma che il regime ha ormai «i mesi contati». Quale dittatura può sopravvivere al prezzo di massacrare la sue gente? chiede provocatorio indicando il giornalaio all’angolo come «un vecchio spione dei servizi segreti». La cosa curiosa è che adesso lo «spione» viene da lui per spiegare che non dirà nulla del nostro incontro. «Vedi? Ha paura, segno che il sistema comincia a sfaldarsi. Per la prima volta in 40 anni gli apparati del regime tremano, sono confusi». Le migliaia di morti ad Hama nel 1982 hanno cessato di essere un tabù. Una volta bastava bisbigliare il nome Hama in modo sospetto per essere arrestati, magari sparire per sempre. Ieri persino Joseph, un medico assiro filo-Assad con l’ ambulatorio a Hamidia, noto quartiere cristiano di Homs, sosteneva: «Certo che ad Hama sono morti oltre 20.000 sunniti, magari anche 30.000, nemici del regime. E allora? Lo Stato deve difendersi contro chi vuole danneggiarlo ed imporre l’ estremismo islamico». E Gemma Makdisi, melkita 38enne professoressa di inglese nel liceo locale, chiedeva con le lacrime agli occhi ai giornalisti stranieri che «per favore» la smettessero di raccontare «cattiverie» sul nostro «umano presidente che rappresenta l’ unica garanzia contro i wahabiti, Al Qaeda e chi vuole imporre il velo per le donne». Vicino a lei il proprietario sunnita di un negozio di elettrodomestici plaudiva per contro alla necessità che la dittatura cadesse presto. Ma al sibilo minaccioso dell’ ennesima raffica di mitragliatrici nelle vicinanze aggiungeva: «Le proteste devono assolutamente restare pacifiche. Ne ho abbastanza delle azioni dell’ Esercito Libero Siriano, composto da disertori delle forze armate regolari. Non fanno altro che attizzare la repressione violenta del regime, che enfatizza gli effetti drammatici delle scaramucce per criminalizzare l’intero movimento per la democrazia». Anche la questione dello storico braccio di ferro tra la minoranza alawita (una setta sciita) legata alla famiglia presidenziale e la grande maggioranza sunnita è ormai entrata di forza nel lessico nazionale. «Gli alawiti ci massacrano!», denunciano i ragazzi armati. È la fine della propaganda baathista, che nascondeva gli antichi odi settari in nome del nazionalismo unitario e però ignorava il malcontento diffuso contro i privilegi dei circoli legati alla dittatura. Le visite sui luoghi dello scontro rivelano così anche un Paese lacerato, impaurito. Homs è ormai una città divisa in due. Alle 14 la gente si rintana nelle case, i tagli alla corrente elettrica sono la norma. I quartieri misti hanno vissuto una vera e propria pulizia etnica. Gli alawiti si concentrano in quelli di Zahara, Arman, Majriin, Sabir. Di fronte a loro, spesso muro contro muro, i sunniti trincerati rispettivamente a Jibi Jandal, Ashiri, Der Balbek, Qaldi. A Deraa le violenze sono quotidiane, quasi sempre verso l’ imbrunire. Ma il venerdì le manifestazioni sono ormai un rito collegato dopo mezzogiorno all’ uscita dei fedeli dalla moschea vecchia 900 anni di Al Omari. Le prime manifestazioni in marzo furono guidate dal popolare sceicco Al Saiasnah. «È il nostro capo storico. Ma la polizia ha ucciso un suo figlio, poi lo hanno arrestato per sei mesi. Una volta liberato, hanno minacciato di uccidere il suo secondo figlio. Lui allora ha accettato di rilasciare alla televisione di Stato una dichiarazione di sostegno ad Assad. E da allora tace, non viene più neppure alla preghiere del venerdì», raccontano i due ventenni che, con la promessa dell’ anonimato, accettano di accompagnarmi nel quartiere di Naslet al Balad, dove si trova l’ austero edificio in pietra nera vulcanica circondato da postazioni militari difese da sacchetti di sabbia e fili spinati. I cortei partono dalla piccola scuola religiosa Hamzi Ul Al Abbas, scendono verso il letto di un torrente in secca e vengono regolarmente confrontati dalle forze speciali della Shabiha (le milizie filogovernative) nei pressi un ponticello circondato da pali della luce visibilmente danneggiati dalle pallottole. «Voi giornalisti non dovete assolutamente credere alle menzogne di questa dittatura fascista e corrotta. Ci ammazzano, ci torturano ogni giorno. Con le loro azioni hanno annullato qualsiasi possibilità di soluzione negoziata della crisi. Se anche noi vivi accettassimo di parlare con Assad e i suoi scagnozzi, sarebbero i nostri morti a uscire dalle tombe per implorarci di non trattare con i loro assassini», quasi grida nella foga l’ anziano proprietario di un negozio di generatori che si dilunga nel descrivere cosa avviene ai prigionieri feriti. «Un mio cugino era stato colpito alle gambe. Lo hanno caricato su di un Suv. Tre ore dopo era un povero cadavere violentato, con i genitali gonfi, insanguinati e abbandonato in una discarica». Contro di loro il governatore Mohammad Khaled al Hanunus, sostituito dal regime dopo che il suo predecessore in aprile aveva voluto il massacro a sangue freddo di oltre 160 manifestanti, lancia parole di fuoco contro i ribelli: «Sono terroristi pagati da Stati Uniti e Israele. Vogliono il male della Siria. Ma li batteremo. Anzi, sono già finiti». Tutto diverso lo scenario tre giorni fa a Zabadani, la cittadina di 35.000 abitanti interamente sunnita una trentina di chilometri a nord di Damasco, appena prima del confine con il Libano, dove la ribellione sostiene di aver scacciato manu militari le forze governative. In realtà i soldati della temibile Quarta Brigata sono appostati tutto attorno sul semicerchio di montagne bianche di neve. Nel centro i ragazzi della rivolta – ma anche adulti, anziani, donne – hanno piantato una sorta di abete di Natale con tanto di palline colorate e striscioni con i nomi di una ventina dei loro morti. Nella piccola piazza troneggia la bandiera della Siria che negli anni Quaranta si era liberata dal giogo del regime mandatario francese. «Abbiamo quattro cliniche clandestine, nessuno dei nostri feriti può recarsi negli ospedali statali. Chi lo fa viene arrestato immediatamente e sparisce», spiega un giovane volontario medico. La paura maggiore è che Damasco possa invitare la milizia sciita libanese dell’Hezbollah a dare manforte ai soldati. «Noi non siamo terroristi! Vogliamo libertà e democrazia. Dite al mondo che non siamo terroristi», grida un gruppo di ragazzine sventolando bandiere. Ma i pochi giovani armati (hanno comprato i kalashnikov al mercato nero: costo unitario 2.000 dollari) non si fanno illusioni: «Tra poco l’ esercito si riorganizzerà e rioccuperà Zabadani, per noi sarà la morte certa». Situazione molto simile a Duma. Il villaggio (80.000 abitanti) posto alle periferie orientali della capitale è stato al cuore delle violenze piu recenti. Posti di blocco ovunque, cecchini sui palazzi più alti, pattuglie lealiste che si aggirano per le strade deserte con il colpo in canna e mitra altezza uomo. I rivoltosi sostengono di aver completamente «liberato» Duma. Ma non è così. I soldati controllano la zona centrale della municipalità, l’ ospedale, il cimitero e le periferie. Di notte è terra di nessuno. Porte e finestre sono chiuse dalle tre del pomeriggio alle sette di mattina. Scarseggia il cibo, scuole serrate da una settimana. Secondo il locale comitato rivoluzionario i morti degli ultimi tre giorni sarebbero una quindicina. «Non ci lasciano neppure seppellire i nostri cari», racconta una decina di uomini che mi accoglie con tè e biscotti in un appartamento dalle persiane chiuse e rischiarato dalle candele. Le raffiche isolate sono continue, alcune molto vicine. Al piano di sopra un bambino piange in continuazione. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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26 gennaio 2012

Siria, sacerdote ucciso negli scontri. Colpito mentre soccorreva i feriti. Il regime: colpa dei «terroristi»

È un prete ortodosso trentenne il primo religioso cristiano morto dallo scoppio delle sommosse in Siria quasi 11 mesi fa. Secondo l’ agenzia stampa ufficiale Sana, padre Basilius Nassar sarebbe stato ucciso da un proiettile sparato dai «gruppi terroristi», che l’ avrebbe colpito alla testa mentre cercava di soccorrere un civile ferito negli scontri. È accaduto ieri a Hama, uno dei centri più caldi delle rivolte, 200 chilometri a est della capitale. «Le circostanze della sua morte sono sospette. Padre Nassar si trovava a oltre 10 chilometri dalla sua chiesa, Mutranieh Hama, la basilica più importante delle cinque che si trovano in città. Non sappiamo perché fosse lì, nel quartiere di Jaramieh presso il villaggio di Kafr Buhum, pur sapendo che la zona sarebbe stata coinvolta nella nuova offensiva militare governativa», ha raccontato per telefono l’ avvocato Anwar Bunni, attivista locale per la difesa dei diritti umani. I responsabili delle sommosse a Hama sottolineano che il fatto è ancora sotto inchiesta. Ma la regione è nel caos. La città è uno dei poli più tesi del Paese e roccaforte storica del fondamentalismo sunnita contro il governo sciita-alauita che domina quasi incontrastato dal colpo di stato nel 1970. Nel 1982 le truppe speciali dell’allora presidente Hafiz al-Assad (padre dell’ attuale presidente Bashar) vi massacrarono migliaia di oppositori del regime. Il numero delle vittime non è mai stato chiarito: varia a seconda delle fonti da 5.000 a 40.000. La primavera scorsa, con l’ intensificarsi delle violenze, l’ esercito è tornato a circondare la zona urbana. A inizio agosto è scattata la repressione, costata la vita a centinaia di attivisti. In autunno le tensioni si erano concentrate altrove, specie nel settore confinante con la Turchia. Ma negli ultimi due giorni, con il ritiro degli osservatori sauditi e dei Paesi del Golfo dalla missione di monitoraggio volute dalla Lega Araba, il regime di Damasco ha fatto capire di voler riprendere con la politica del pugno di ferro. A Hama due giorni fa sono state segnalate 9 vittime. Non lontano dalla luogo della morte del sacerdote è stato ieri assassinato a sangue freddo anche un responsabile della Mezza Luna Rossa locale. Cresce dunque il timore anche tra i circa 15.000 cristiani locali (su una popolazione urbana di 700.000). Sono segnalate nuove colonne di truppe in movimento dalle caserme. Ma cresce anche il disordine. Proprio tra Hama e Homs criminali comuni stanno imponendo il terrore con il nuovo racket dei rapimenti. Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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 26 gennaio 2012 

La paura dei cristiani: «Meglio il regime di Assad delle vendette islamiche». Ci sentiamo traditi da voi occidentali. Il presidente resta per molti di noi il nostro ultimo bastione (Mouner Darwish, scrittore). La nostra minoranza chiude gli occhi di fronte alle violenze dei militari pur di non perdere i propri privilegi (padre Dall’ Oglio)

Cibo biologico, meditazione cenobitica nel deserto tra le mura di un monastero antico quasi un millennio e dialogo ad oltranza con l’Islam, a ogni costo, contro l’ incubo crescente del fondamentalismo. L’eccezione che conferma la regola dei cristiani siriani schierati in tutto e per tutto con il regime si incarna nella figura di padre Paolo Dall’ Oglio, che l’anno scorso è stato messo all’ indice dai capi delle Chiese locali per le sue critiche alla repressione violenta delle manifestazioni per mano della polizia di Assad. Per incontrarlo siamo saliti al suo centro di eremitaggio abbarbicato tra le forre rocciose di Mar Mussa. «È il primo episodio di violenza odiosa ai danni di un religioso, deve servire da monito alla comunità internazionale» osserva amareggiato questo gesuita nato a Roma nel 1954 e in Siria da oltre tre decadi, riferendosi all’ uccisione del pope cristiano-ortodosso ieri nei sobborghi di Hama. La minoranza cristiana in questo Paese è dominata dalla paura. Sono pronti a chiudere gli occhi di fronte all’orrore delle brutalità commesse dai militari pur di non perdere la loro posizione di privilegio nel sistema di potere alauita sciita. Sanno bene che la democrazia significa vittoria dell’Islam sunnita. E la temono come la peste. Scelgono invece la modernità, anche se non democratica, che garantisce però alle loro donne di non dover indossare il velo, sostiene intelligente e provocatorio padre Paolo. Dall’ autunno ha accettato di restare più o meno isolato nel suo monastero distante quasi 100 chilometri da Damasco, che lui stesso volle rimettere in funzione negli anni Ottanta dalle rovine abbandonate quasi due secoli fa. «È stata la condizione per permettermi di rimanere nel Paese dopo che era stato già reso noto il mio decreto di espulsione. La Chiesa locale in gran parte non mi voleva. In passato non avevano apprezzato tra l’altro le mie denunce contro i casi diffusi di omosessualità e pedofilia tra alcuni prelati importanti. E le mie critiche al regime sono diventate un’arma eccellente per cercare di liberarsi di me. Poi la reazione dei miei amici nel Paese e all’estero mi ha salvato. Il regime ha concesso la grazia: resto in cambio della discrezione. Ma è complicato farmi tacere del tutto».

A sentire però le critiche contro padre Paolo tra gli esponenti del clero locale non è difficile cogliere il senso profondo della storica alleanza tra regime e cristiani in Siria. «Gira voce che sia una spia americana. Hanno trovato visori notturni a raggi infrarossi tra le sue cose», confida Gabriele Daoud, prelato della Chiesa siro-ortodossa nella basilica di San Giorgio, il vescovado nel cuore della città vecchia di Damasco. Parole che possono solo fare sorridere chi appena conosce il gesuita italiano. Se resta una traccia forte del suo passato tra le fila dell’estrema sinistra italiana è proprio il radicato antiamericanismo. «Padre Paolo è un utopista. Non capisce che i contestatori del presidente Bashar sono prezzolati agli ordini dell’ Arabia Saudita. Chiedono riforme? Ma sono già stati superati dalle promesse del nostro governo che garantirà una nuova Costituzione e libere elezioni a giugno. Le loro richieste sono già state esaudite», aggiunge il sacerdote Chihade Abboud, portavoce del patriarcato Melkita.

È dalla fine dell’ Impero Ottomano che i cristiani residenti nel moderno Stato siriano cercano la protezione del potere centrale. «Dopo l’eclissi del mandato francese a metà degli anni Quaranta, trovarono un’intesa con il potere sunnita. Ma la loro posizione di privilegio è cresciuta dopo il colpo di Stato alauita negli anni Settanta. Da allora il Paese è governato da un’ alleanza di ferro tra le minoranze. Cristiani, sciiti alauiti, drusi e persino curdi sanno bene che i loro privilegi si fondano sulla soppressione di quelli della maggioranza sunnita», osserva Mouner Darwish, siriaco ortodosso e autore di un libro sull’ emigrazione cristiana dalla Siria. Minoranza in crisi: una condizione che è diventata la regola tra i cristiani sempre più minacciati in Medio Oriente. «Basta rilevare il fallimento violento delle rivoluzioni in Egitto, Libia e Yemen per capire le nostre paure. Se poi aggiungiamo la crescita generalizzata dei Fratelli musulmani, a partire dalle ex piazza laiche della Tunisia dove oggi le elezioni premiano gli islamici, non è difficile capire i motivi dell’ostilità cristiana nei confronti delle rivolte in Siria», sostiene il proprietario armeno di «Avicenna», nota libreria della capitale. Solo una ventina d’anni fa le 11 denominazioni cristiane locali raccoglievano il 13% della popolazione. Ma oggi sono scese all’ 8%, con un tasso di natalità fermo al 1,5%, quasi la metà di quello musulmano. Commenta Mouner Darwish: «Siamo una comunità sulla difensiva. Pensiamo che l’ Occidente ci abbia ormai abbandonato nelle mani dei Fratelli musulmani. Il nostro ultimo bastione resta per molti di noi il presidente Assad. Un atteggiamento forse comprensibile. Ma perdente». Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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29 gennaio 2012

Nel bastione del clan degli Assad, ultima trincea del regime. La Lega Araba ritira i suoi osservatori. I sostenitori del presidente Bashar urlano al «complotto» orchestrato da Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele per screditare Damasco

QARDAHA – Il mausoleo ottagonale domina il centro del villaggio come un tragico memento di morte e allo stesso tempo di nostalgia per un passato più felice. Il marmo bianco e nero è tirato a lucido ogni giorno da un ampio stuolo di guardiani. Le cupole bombate ricordano quelle delle moschee iraniane. Al centro sta la tomba di Hafiz al-Assad, il padre della patria, il patriarca della Siria contemporanea, il fine politico celebre per la sua capacità di trasformare la debolezza in forza, tanto da imporre dal 1970 sulla maggioranza sunnita (oltre il 70% dei siriani) il governo della minoranza alawita che non supera il 12% della popolazione. Ai lati stanno le tombe dei due figli scomparsi prematuramente. Majid, deceduto per malattia due anni fa. E Basel, morto in un incidente d’ auto nel 1994. Sui muri esterni pendono sgualcite dalla pioggia alcune fotografie dell’attuale presidente Bashar, che studiava da oftalmologo a Londra quando 18 anni fa venne richiamato precipitosamente in Siria per intraprendere la carriera militare e impratichirsi con i bizantinismi della dittatura. Ma nel mausoleo si vedono soprattutto le immagini di Hafiz al-Assad a braccetto di Basel vestito da alto ufficiale, il petto coperto di medaglie, il viso abbronzato, sorridente. Era lui il prescelto del padre. Lui avrebbe dovuto essere la guida del futuro. Ancora oggi raccontano con discrezione nella capitale che la scomparsa del successore predestinato gettò Hafiz al-Assad in una gravissima depressione. Bashar fu un ripiego, probabilmente l’ unico possibile. L’ altro fratello «papabile», Maher, generale della Quarta brigata, è considerato troppo duro, anche se qui ora molti lo vorrebbero presidente. Ma persino Anisa, la vedova di Hafiz al-Assad che trascorre lunghi periodi nella grande villa di famiglia a Qardaha e pare abbia tuttora un ruolo importante nel clan, continua a preferire Bashar a Maher. I figli vengono spesso da lei per le feste di famiglia e allora la cittadina si fa festosa. Eppure in questi giorni a Qardaha la paura, l’insicurezza e il senso di accerchiamento che attanagliano gli alawiti sono davvero imperanti. Ci arriviamo mentre sempre più le rivolte esplose 11 mesi fa stanno diventando una violentissima guerra civile. Ieri la Lega Araba ha deciso di richiamare i suoi osservatori mandati in Siria a Natale. Ancora una settimana fa erano 165. Poi i Paesi del Golfo avevano ritirato i loro, riducendo il numero a 111. «Per la grave situazione del Paese e il degenerare della violenza è stato scelto di fermare le operazioni di monitoraggio», spiegano i responsabili. I leader della rivoluzione nel Paese e all’ estero avevano più volte criticato la missione, sostenendo che serviva solo da copertura alle efferatezze del regime. Due giorni fa nella cittadina di Harasta, vicino alla capitale, ne abbiamo visto in diretta l’ inefficacia. Sette osservatori su due Mercedes nere scortate dai servizi di sicurezza si sono limitati ad ascoltare le testimonianze del regime. A un posto di blocco ci vengono mostrati due cadaveri impolverati. «Li hanno gettati i terroristi da un’ auto in corsa», sostengono i militari. «Perché non andate a parlare con i manifestanti?», chiediamo a Mohammed Ahmed Al Dabi, l’ ambasciatore sudanese che guida la missione nell’ area della capitale. «Fanno troppo rumore. Gridano tutti assieme, non sono disciplinati. Abbiamo deciso di non ascoltarli più», è la risposta sconcertante. Poco dopo tre soldati comandati da un capitano pongono sette bombe a mano e un paio di vecchi mitragliatori nel bagagliaio di una Peugeot presso l’ ospedale militare. Ben visibili alcune scritte in caratteri ebraici sulle scatole delle granate. «È la prova che Israele istiga le rivolte, questa è l’ auto dei suoi agenti che abbiamo catturato», gridano agli osservatori, che si limitano a fotografare annuendo. Il dibattito sulla Siria si sposta ora al Consiglio di sicurezza dell’ Onu, che sta esaminando l’ ennesima mozione per chiedere le dimissioni di Assad e una soluzione negoziata della crisi. Punto cruciale resta la posizione di Mosca, che continua a sostenere il regime. Ma intanto le violenze non si fermano e la repressione è in crescita, l’ esercito sta tornando all’ offensiva. Secondo i leader delle sommosse, il numero delle vittime ha subito un’ impennata gravissima negli ultimi quattro giorni: oltre 150 morti tra i manifestanti da venerdì e quasi 720 dall’ arrivo degli osservatori. A detta del regime i «terroristi» sarebbero ora organizzati in bande ben armate. L’ artiglieria è stata utilizzata anche nei dintorni di Damasco. Ma cuore degli scontri sono Hama, Homs e Idlib. Aleppo per la prima volta vede manifestazioni rilevanti: venerdì sono stati segnalati 9 morti. Gli alawiti di Qardaha spiegano tutto questo con una sola, semplice e in qualche modo rassicurante definizione: «moamara», che in arabo significa complotto, cospirazione. Rivolte, violenze, attentati, strade vuote, economia a rotoli, condanna internazionale? «È tutta una moamara guidata da Usa, Israele e Arabia Saudita», rispondono sospettosi. Lo straniero qui è per tutti una spia. Non ci fanno neppure accedere alla moschea locale dedicata a Nase, la madre di Hafiz al-Assad. Sui muri di un’ altra moschea nell’ area del mercato stanno gli annunci mortuari dei caduti del villaggio mentre combattevano per sedare le sommosse. Pare siano 200 in 10 mesi. «Capitano Osama Mohammad Ahmad, 32 anni, assassinato a Idlib», si legge. «Ali Marwan Ahmad, 25 anni, caduto a Homs», recita un altro. Ogni cittadino si trasforma in agente, prima di parlare con noi vuole vedere il passaporto. Più volte chiamano la polizia locale per avvisare che qui ci sono «sconosciuti sospetti». Imboccando i 350 chilometri di strada per tornare a Damasco il traffico è quasi nullo. I soldati ai posti di blocco neppure lasciano i ripari dei sacchetti di sabbia per controllare. E le cupole del mausoleo degli Assad spariscono nella nebbia. Lorenzo Cremonesi 

Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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30 gennaio 2012

Lega Araba verso l’ accordo con l’Onu. Vacilla il trono di Bashar al-Assad

Nessuno può dire con certezza se e quando tutto si concluderà, ma l’uscita di scena di Bashar al-Assad potrebbe essere davvero prossima. Il piano sul quale si sta lavorando prevede il ritiro del presidente, la nomina di un successore appartenente alla stessa famiglia alauita e la creazione di un governo di unità nazionale, quindi con l’opposizione sunnita. Assad vuol resistere ma il vicolo, per l’attuale regime, è diventato cieco. Ormai la rivolta infiamma i sobborghi di Damasco e gli attori sono ormai diventati tre: Assad e il suo clan che non cede, con una parte dell’ esercito e i servizi segreti; i ribelli, che stanno creando le strutture di un’ opposizione organizzata; la componente delle Forze armate che si è schierata con i rivoltosi. È proprio questo gruppo il più pericoloso per il regime. I militari transfughi infatti conoscono bene forza e punti deboli del loro Paese. L’ ultima àncora è stata, per il vertice di Damasco, la missione della Lega Araba, che è fallita perché non è riuscita a ottenere alcun risultato. Gli osservatori attendono che domenica 5 febbraio vi sia una nuova decisione: se abbandonare il lavoro o se rilanciarlo con aiuti esterni. Quanto era stato prospettato, come ipotesi estrema, all’ inizio della missione, potrebbe ora materializzarsi, cioè un pieno coinvolgimento politico-diplomatico delle Nazioni Unite, con tanto di supporto tecnico agli osservatori della Lega. Siamo ormai alla stretta finale e i fratelli arabi, un tempo pronti a sposare qualsiasi compromesso pur di non prendere una posizione netta, hanno perduto la pazienza. Assad potrebbe anche accettare di ritirarsi, ma a condizione che gli alauiti possano conservare il potere, tuttavia al Consiglio di Sicurezza dell’ Onu e tra i suoi membri permanenti, gli ostacoli sono assai visibili. La Russia, da sempre alleata di Assad, non accetta una risoluzione che non escluda categoricamente un coinvolgimento militare delle Nazioni Unite. È una corsa contro il tempo, mentre in Siria si continua a morire. Antonio Ferrari

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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30 gennaio 2012

Battaglia a Damasco. Periferie della città nelle mani dei ribelli. Quasi 300 morti civili in tre giorni. Opposizione divisa e disorganizzata, l’opposizione ora guarda all’Onu dove è imminente il dibattito sulle sorti di Assad

La guerra per Damasco appare soprattutto una tragica sfida ad armi impari. L’ esercito siriano mantiene con arrogante violenza la superiorità militare e logistica. Le opposizioni – sparse, disorganizzate, prive di un effettivo coordinamento nazionale che unifichi il confronto armato – attaccano e si disperdono a seconda delle circostanze. Il risultato sono i tragici bilanci degli ultimi giorni. Secondo i Comitati Locali di Coordinamento (uno dei gruppi più noti che operano tra le sommosse) i morti tra civili e guerriglieri sono stati 103 venerdì, 98 sabato e quasi 70 ieri. I feriti sarebbero centinaia. Nessuno si reca agli ospedali nazionali, verrebbero immediatamente arrestati, ma sono curati in modo approssimativo nelle piccole cliniche clandestine sempre più diffuse. Ieri mattina presto, viaggiando dal centro della capitale verso l’ aeroporto internazionale per lasciare il Paese (il visto per i giornalisti stranieri che non siano considerati «amici» come russi e cinesi è limitato a 10 giorni), abbiamo intravisto gli effetti della nuova mobilitazione in atto: rafforzati i posti di blocco dovunque, colonne di soldati in movimento, traffico civile nullo lungo le periferie. Ad un semaforo due auto cariche di agenti in borghese del mukhabaràt (il servizio di sicurezza interno) che brandivano i mitra visibilmente eccitati strombazzavano a velocità folle per chiedere strada. A bordo erano ben visibili due giovani uomini ammanettati, gli occhi bendati, con il viso, i capelli e i vestiti arrossati di sangue. Uno sembrava incosciente, con la testa ciondolante ad ogni accelerata e la bocca spalancata in una smorfia di dolore. Ma quello che non si vede della nuova battaglia per Damasco è molto più grave di ciò che si riesce in qualche modo a individuare. Da almeno quattro giorni il regime ha deciso di fare piazza pulita dei gruppi della rivoluzione attorno alla capitale. È la fine di una fase. Dopo l’ arrivo degli osservatori della Lega Araba nei giorni di Natale, le azioni repressive si erano in qualche modo attenuate, in alcune zone i soldati si erano limitati a controllare da lontano. Le forze ribelli avevano dunque conquistato terreno. Alcuni quartieri periferici e numerosi villaggi nella regione di Damasco si erano autoproclamati «liberati». Di giorno una calma tesa, inframmezzata da spari isolati e brevi blitz dell’ esercito. Di notte il buio totale per il taglio della corrente elettrica, la popolazione tappata nelle case e le imboscate occasionali. Ma sabato la Lega Araba ha deciso di ritirare tutti gli osservatori. La questione della Siria insanguinata da oltre 10 mesi di rivolte passa ora al Consiglio di Sicurezza dell’ Onu. Nei prossimi giorni si dibatterà la proposta incentrata sulle dimissioni del presidente Bashar al-Assad. Russia e Cina continuano a imporre il veto. È in questa situazione di stallo che la dittatura passa al contrattacco. L’ agenzia di stampa ufficiale Sana insiste nel rilanciare la versione del regime, per cui i manifestanti sarebbero per lo più «terroristi» o addirittura nemici infiltrati dall’ estero con il patrocinio di Israele, Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar. Il tam tam della gente in rivolta segnala gravissime azioni repressive nel cuore dei centri abitati contro i civili. I carri armati e le artiglierie ieri hanno colpito i sobborghi di Kfar Batna, Saqba, Jisreen, Arbeen. Guerriglia nei villaggi di Doura, Harasta, Ghouta, Hammouryia. Sono segnalati movimenti di 2.000 soldati, accompagnati da una cinquantina tra carri armati e cingolati trasporto truppa. «È guerra urbana. Ci sono morti per le strade», gridano i ribelli su YouTube . Nuovi incidenti con numerose vittime sono tornati a interessare anche le città di Homs, Idlib e Hama. Ad Aleppo decine di studenti sono stati arrestati mentre manifestavano presso l’università. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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2  febbraio 2012

Mosca non vuol condannare la Siria. Prudenze interne e geopolitica

«Il cambio di regime non è il nostro mestiere»: è stato lapidario Sergej Viktorovič Lavrov, il ministro degli Esteri russo. «La nostra politica non consiste nel chiedere a qualcuno di farsi da parte», ha spiegato. Dunque no ad una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni il regime di Assad in Siria: ieri la diplomazia di Mosca ha annunciato che porrà il veto se il testo, sponsorizzato dalla Lega Araba e dagli occidentali, dovesse approdare al Consiglio di Sicurezza. Le ragioni del «niet» del Cremlino sono molteplici. Innanzitutto la Russia – appoggiata in questo da Cina e India – respinge l’ idea che gli organismi internazionali possano immischiarsi negli affari interni di uno Stato per provocare un cambio di governo. Il precedente che scotta è quello della Libia. A Mosca pensano di essere stati indotti, se non ingannati, ad appoggiare una «no fly zone» che poi si è trasformata in un intervento armato della Nato conclusosi col rovesciamento di Gheddafi. E non hanno nessuna intenzione di farsi beffare una seconda volta. Anche perché per i russi si scrive Assad ma si legge Putin: chi li assicura che, una volta passata una richiesta di dimissioni del despota di Damasco, un domani non possa succedere la stessa cosa con il leader del Cremlino, magari dopo che sia stato costretto a usare le maniere forti in patria di fronte a un’ aperta contestazione di piazza? Il sostegno russo alla Siria ha anche ragioni geopolitiche che vanno al di là dei calcoli politici interni. Damasco è storicamente cliente di Mosca, dai tempi dell’ Unione Sovietica fino a oggi. Lo testimonia la recente fornitura di armi da 4 miliardi di dollari, che include jet da combattimento e missili avanzati. E lo confermano investimenti nelle infrastrutture, nell’energia e nel turismo per un valore complessivo di quasi 20 miliardi di dollari. Ma soprattutto la Russia ha intenzione di usare il porto siriano di Tartus come base per la sua flotta mediterranea: l’accesso alle acque calde è una delle direttrici strategiche della politica sovietica prima e russa poi, con l’ obiettivo di garantirsi una proiezione globale. La battaglia diplomatica è appena cominciata. Luigi Ippolito

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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5  febbraio 2012

Veto di Russia e Cina sulla Siria. Diplomazia battuta non solo all’ Onu

«Disgustati» non è un termine di uso comune nel Consiglio di sicurezza dell’ Onu e che l’ ambasciatrice Susan Rice vi abbia fatto ricorso per descrivere la posizione americana dopo il veto di Russia e Cina alla risoluzione sulla Siria è la migliore testimonianza della sconfitta subita ieri dalla diplomazia del compromesso. Per l’ennesima volta il Consiglio non è riuscito a varare un testo di condanna del regime di Damasco, nemmeno in presenza dello spaventoso massacro che secondo gli oppositori sarebbe stato compiuto a Homs dalle forze governative. A nulla è servito l’ intervento personale di Obama. Nessun beneficio è venuto dall’ alleanza tra occidentali e Lega Araba. E allora diventa facile capire il poco protocollare «disgusto» americano: perché a vincere con il nulla di fatto è stato quel Bashar al-Assad che si voleva spingere a lasciare il potere, ed è stata una Russia testarda e interessata che è riuscita a portare dalla sua parte anche la Cina. Ora bisognerà cominciare tutto daccapo. Ma il pallino è passato in mano russa e seguirà i molteplici interessi del Cremlino. Alcuni banali: le vendite di armi alla Siria, l’ utilità della base navale di Tartus, l’ ostilità di principio alle strategie di regime change. Altri meno banali: non ricadere nella trappola libica, mostrare stavolta il proprio peso condizionante, compiacere i nazionalisti nelle elezioni che Putin affronterà il 4 marzo, ricordare agli Usa che in mancanza di accordo sullo «scudo» antibalistico non vi sarà, da parte russa, alcuna propensione al compromesso. Non a caso il ministro degli Esteri Lavrov sarà a Damasco martedì: il Cremlino vuole avere una parte da protagonista, prima di giungere, eventualmente e in presenza di contropartite, a una mossa concordata con Washington. L’ Occidente e gli arabi hanno sottovalutato questi elementi. Ma i braccio di ferro all’ Onu non devono comunque ingannare. Non sarà la tanto sospirata Risoluzione a destabilizzare Assad una volta esclusa, come è stata finora esclusa, l’ opzione dell’ intervento armato dall’ esterno. A minacciare seriamente il potere degli alauiti seguaci di Assad possono essere soltanto le classi medio-alte colpite dalle sanzioni economiche oppure i militari. E benché nell’ esercito molti soldati siano passati con gli insorti sunniti, non risulta che un fenomeno analogo si stia producendo in quelle unità di élite sulle cui baionette Assad continua a sedere. Franco Venturini

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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5  febbraio 2012

Quei video sulle stragi che inchiodano il regime. Le immagini delle vittime subito in Rete. “Deploriamo vivamente questo doppio veto che incoraggia il regime siriano a perseverare” Nicolas Sarkozy, presidente francese. “L’esitazione non è più tollerabile per chi continua a subire questa violenza” Guido Westerwelle, ministro degli Esteri tedesco

I cadaveri delle vittime dei bombardamenti di Homs sono stesi sul pavimento di un’ abitazione semivuota. Il video amatoriale è ripreso probabilmente con un telefonino. Mosso, a tratti sfocato. Come altre centinaia ne abbiamo visti arrivare dalla Siria negli ultimi mesi. Ciò che colpisce di quest’ ultimo da Homs è la velocità con cui giunge ai media di tutto il mondo. A sentire i racconti dei militanti e della popolazione locale, l’ esercito di Bashar al-Assad ha intensificato i bombardamenti sui quartieri sunniti a partire da venerdì dopo le otto di sera e sono durati a intermittenza sino a ieri mattina. Parlano di mortai e cannoni usati indiscriminatamente contro le abitazioni. Una fonte segnala 38 case rase al suolo. Alcuni cadaveri ripresi nel video, se ne possono contare più di una ventina, mostrano però anche ferite di proiettili: al collo, al torace, sulle gambe. Nella stanza illuminata qualcuno sostiene che sono tutti «shaid», martiri dell’ Islam. In un altro video appare chiaramente un’ abitazione in fiamme. Ogni tanto di sottofondo si sentono esplosioni e grida. Quanti sono i morti delle ultime ore? Ieri mattina dalla città-martire qualcuno sosteneva superassero quota 250 (oltre a 500 feriti), per lo più concentrati nel quartiere sunnita di Khaldiyeh. Le due piccole moschee locali sono state trasformate in ospedali e obitori. «Il bilancio più grave negli ultimi 11 mesi di rivolte», commentano le organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Il regime da Damasco replica di avere perduto una ventina di soldati in 24 ore di combattimenti a Homs. Secondo i suoi portavoce, i caduti tra i rivoltosi sarebbero molti di meno e comunque tutti «terroristi» infiltrati dall’ estero. Difficile districarsi tra le due propagande. E in guerra la prima vittima è in genere proprio il numero delle vittime. In serata gli stessi Comitati Locali di Coordinamento, l’ organizzazione legata al fronte delle rivolte che cerca di censire i morti, parlava di 39 deceduti identificati a Khaldiyeh, più altri 16 nelle zone circostanti. La Bbc , che al momento ha un suo inviato nella regione, ferma il bilancio a 55. Una decina di giorni fa eravamo stati a Homs con un viaggio organizzato dai portavoce del regime e avevamo trovato una città divisa, caratterizzata dai combattimenti tra quartieri, infestata dai cecchini sia dell’ esercito lealista che delle nuove milizie armate composte da disertori passati tra le file della sommossa. Ma ciò che più conta adesso è la capacità sempre più efficace del movimento rivoluzionario di far conoscere al mondo in tempo quasi reale gli effetti della repressione attuata con brutalità crescente dalla dittatura. Nel suo tentativo di conservare una qualche parvenza di normalità il presidente Bashar non ha bloccato il sistema telefonico, internet funziona ancora nelle maggiori città. E comunque gli attivisti riescono a far giungere i video all’ estero rapidamente attraverso il confine libanese e turco. Nel 1982 suo padre Hafiz al-Assad riuscì quasi del tutto a tenere segreti i circa 20.000 morti nella repressione di Hama. Oggi sarebbe impossibile. Così abbiamo visto già la primavera dell’ anno scorso i video terribili dei massacri di Dara’ a (162 morti) e nella Piazza dell’ Orologio di Homs (forse 500). Il 31 maggio fecero scalpore in tutto il mondo le immagini del tredicenne Hamza Ali Al-Khateeb, torturato prima di essere ucciso dalle squadracce del regime. Suo padre le mise sulla Rete, prima di essere rapito dai servizi segreti. Fu allora evidente che il regime aveva perso la guerra della propaganda, primo passo verso l’ isolamento internazionale. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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6 febbraio 2012

Siria, l’ira della Clinton «Una farsa il veto all’ Onu». «Aggiriamo il Consiglio di Sicurezza: è senza attributi»

All’indomani del doppio veto di Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti prendono atto dell’ inutilità dell’ Onu e lanciano una coalizione internazionale di «amici della Siria democratica» per sostenere il popolo siriano contro il brutale regime di Bashar al-Assad. «Di fronte ad un Consiglio di Sicurezza castrato, dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi al di fuori delle Nazioni Unite, insieme a quei partner e alleati che appoggiano il diritto del popolo siriano ad un futuro migliore», ha dichiarato ieri la Segretaria di Stato Hillary Clinton durante la sua visita ufficiale in Bulgaria. Clinton ha bollato come «una farsa» il veto di Russia e Cina contro la risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza dalla Lega Araba per costringere Assad a farsi da parte, cedere il potere ad un vice, ritirare le truppe e dar via ad una transizione democratica. A due giorni dall’ ultima strage, con 250 uomini, donne e bambini uccisi a Homs dalle bombe di regime, l’America fa sua la proposta lanciata sabato dal presidente francese Nicolas Sarkozy, che punta ad aggirare l’Onu creando un «gruppo di contatto». La franchezza del linguaggio usato dalla Clinton e dall’ ambasciatrice americana all’ Onu Susan Rice (che sabato si era detta «disgustata» dal veto) echeggiano la posizione del presidente Obama che alla vigilia del voto aveva dichiarato che «un leader che brutalizza e massacra il proprio popolo non merita di governare». Ma se la tensione tra Mosca e Washington continua a salire, quest’ ultima beneficia di una ritrovata popolarità tra gli stessi Paesi del Palazzo di Vetro che in passato, sul dossier Israele-palestinesi, facevano regolarmente quadrato contro la diplomazia americana. Il Marocco, unico membro arabo del Consiglio di Sicurezza, ha espresso «grande rimpianto e delusione» per un veto che il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha definito «il segnale che la logica della Guerra Fredda permane all’ Onu». Mentre gli oppositori del regime siriano che fanno capo al Consiglio nazionale parlano di «licenza d’ uccidere» ed accusano Russia e Cina di «responsabilità nei genocidi», Nabil Elaraby, il capo della Lega Araba che ha appena sospeso una missione di osservatori in Siria, avverte che «continueremo a cercare sostegno per una proposta che gode del favore internazionale». Dal canto suo la Russia annuncia l’invio a Damasco, già martedì, del suo ministro degli Esteri, Sergej Viktorovič Lavrov e del direttore dei servizi segreti esterni russi, Miajil Fradkov, incaricati di lavorare alla realizzazione di «riforme democratiche indispensabili». In attesa di vedere che cosa potrà scaturire dall’ incontro, Washington comunica la sua intenzione di rafforzare le sanzioni contro Damasco per bloccare finanziamenti e vendite d’ armi al presidente Bashar al Assad, chiedendo ai partner occidentali di fare altrettanto. In serata ha risposto, a nome dell’ Unione Europea, il ministro degli Esteri francese Alain Juppé. «L’ Europa rafforzerà le sanzioni – ha detto – aumenteremo la pressione internazionale in modo che il regime dovrà constatare che è isolato e non può più andare avanti».

5.400 le vittime della repressione siriana, secondo l’ Onu. Per gli attivisti sono oltre 7 mila

Farkas Alessandra

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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7 febbraio 2012

Siria, americani evacuati. Chiusa anche l’ ambasciata. “Scommettere sul regime di Assad è una ricetta per il fallimento. Mosca e Pechino hanno scelto il cavallo perdente” Jay Carney, portavoce della Casa Bianca. Ieri ancora bombe, nuovo massacro a Homs

Barack Obama esclude l’ opzione militare in Siria e insiste per una soluzione negoziata che deve chiudersi con la cacciata del presidente Bashar al-Assad. Con queste premesse la Casa Bianca ha attuato quello che aveva promesso: l’ ambasciata a Damasco è stata chiusa e tutti i cittadini statunitensi sono stati invitati a partire. La mossa è stata giustificata con la «mancanza di sicurezza» adeguata e il rischio attentati. Ma è un evidente segnale lanciato al regime. Con voi abbiamo finito. Insieme a Washington, si è mossa anche Londra che ha richiamato il proprio ambasciatore ed è possibile – come ha indicato il ministro degli Esteri Terzi – che la Ue possa espellere i rappresentanti siriani. E sempre ieri il segretario generale della Farnesina, Giampiero Massolo, ha espresso all’ ambasciatore siriano a Roma, Khaddour Hasan, la più ferma condanna e lo sdegno del governo italiano per le violenze perpetrate dal regime di Damasco. Pressioni diplomatiche che potrebbero crescere nei prossimi giorni. Preclusa la via dell’ Onu, sbarrata dal veto russo-cinese, si pensa a un gruppo di contatto guidato dai Paesi arabi con alle spalle gli occidentali. Un progetto nel quale crede molto il presidente francese Sarkozy e che ricorda il direttorato della campagna libica. Formule a parte, gli Usa e gli alleati sono decisi a mettere con le spalle al muro Assad. Ieri l’ Arabia Saudita ha invocato «misure drastiche» per proteggere la popolazione. Anche il Qatar continua ad agitarsi parecchio. Su molti fronti. Per gli americani è necessario far capire a Bashar che il suo futuro politico è terminato. Obama, infatti, ha auspicato la nascita di un governo di transizione accompagnato – magari – dalla partenza volontaria del raìs per l’ esilio. E dunque vi sarà grande attenzione per la prevista visita che farà oggi a Damasco l’ emissario russo Lavrov. Entrambi sono latori di «un messaggio del Cremlino» che, per alcuni, potrebbe contenere l’ idea di un passaggio di poteri. Mosca è vista con grande diffidenza: «Insieme alla Cina, ha scelto il cavallo perdente», ha ammonito la Casa Bianca. E non c’ è solo il no alla risoluzione. I russi vogliono continuare a fornire armi a Damasco mentre gli Usa sono determinati a bloccare il flusso di materiale bellico alimentato tanto dai russi che dagli iraniani. A questo proposito è stato rivelato che l’armata Qods [1] dei pasdaran coordinerebbe il traffico d’armi con un centro speciale. Ma chiudere la pipeline bellica è impossibile, a meno di non imporre un blocco navale.
Fonti Usa non escludono che possa essere varata un’operazione clandestina per armare i ribelli. Un vero programma, magari pagato dalla Lega Araba con fucili e munizioni recuperate dagli enormi arsenali libici. Gli insorti, intanto, continuerebbero a crescere di numero: tra loro – secondo gli americani – molti generali e colonnelli unitisi ai disertori. Un’emorragia costante a cui il regime reagisce con attacchi pesanti. Ieri vi sarebbero state più di 60 vittime, in gran parte a Homs, epicentro della guerra civile, dove si usano tank e cannoni per piegare la resistenza degli insorti. Guido Olimpio 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

[1]  La Forza Quds è parte integrante delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) e nasce alla fine degli anni ’80 per volontà della Guida Suprema Ayatollah Khomeini allo scopo preciso di esportare la “rivoluzione khomeinista”. Il simbolo della Forza Quds racchiude l’intera missione dell’unità: un pugno che stringe un mitra al cui vertice è scritto il sessantesimo verso dell’ottava Sura del Corano “Al-Anfal” in cui è scritto: “Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati, per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce. Tutto quello che spenderete per la causa di Allah vi sarà restituito e non sarete danneggiati”. Oggi la Forza Quds conta oltre 3000 agenti in tutto il mondo e i membri della Forza Quds si addestrano principalmente la base “Imam Ali” vicino Teheran, la base di Wali-I-Assar presso Shiraz e il “College Gerusalemme”, nella città santa di Qom, responsabile dell’addestramento “spirituale” e “dottrinaio” delle reclude. Il Comandante della Forza Quds è il Generale Qassem Suleimani. La Forza Quds, attualmente, controlla la zona di Herat inAfghanistan, una buona parte dell’Iraq, rifornisce di armi il siriano Bashar al-Assad e finanzia le organizzazioni di Hezbollah e Hamas. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Unit%C3%A0_400

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8 febbraio 2012

«In Siria i bambini uccisi sono 400». La denuncia dell’ Unicef. L’ Italia richiama l’ ambasciatore, la Ue resta lì. Il ministro Terzi «La comunità internazionale deve appoggiare l’ opposizione siriana con ogni forma possibile di aiuto»

Accoglienza da eroe, ma pochi risultati concreti a Damasco per il capo della diplomazia russa Sergej Viktorovič Lavrov che cercava di rilanciare il suo Paese nel ruolo di mediatore. Assad si è impegnato a fissare entro pochi giorni la data del referendum, ad aprire trattative e a sospendere le violenze. Ma si tratta di concessioni tardive e poco credibili visto quello che sta accadendo: l’ Unicef ha denunciato che in 11 mesi di violenze almeno 400 bambini sono stati uccisi in Siria, spesso dopo torture in carcere. Per aumentare la pressione sul regime, Italia, Francia, Spagna, Belgio e Olanda hanno richiamato per consultazioni gli ambasciatori, dopo che Stati Uniti e Gran Bretagna avevano ritirato i loro. Stesso passo da parte dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo che hanno anche espulso i capi delle missioni diplomatiche siriane. L’alto rappresentante Ue Catherine Ashton ha detto che «Assad deve andarsene», anche se l’ Europa non ritira le proprie delegazioni («È importante avere persone sul terreno, considerando che non possiamo contare sulla libertà di stampa»). Per il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi «la comunità internazionale deve appoggiare l’ opposizione siriana con ogni forma possibile di aiuto». È chiaro che su tutto pesa il veto che ha impedito il passaggio al Consiglio di sicurezza dell’ Onu della risoluzione caldeggiata da Usa ed Europa. Un documento che Russia e Cina hanno bloccato perché «unilaterale». A Damasco, così, l’ accoglienza per Lavrov è stata trionfale, con la folla assiepata ai bordi delle strade a fare ala al corteo di macchine. Foto dei due presidenti, un clima che pareva quello dei «bei tempi», quando l’ Urss era il più fervente protettore di Assad padre. Con Lavrov è arrivato a Damasco anche il capo dei servizi segreti esteri (Svr) Mikhail Fradkov, ma la sua presenza non è stata spiegata ufficialmente. Forse l’ Svr, che ha molti canali informativi all’ interno del Paese, ha fornito ad Assad un quadro della situazione sul terreno, per convincerlo a scendere a più miti consigli. Forse, e questa sarebbe la speranza dell’ opposizione, Fradkov ha parlato con Assad di un possibile rifugio sicuro in Russia, nel caso la situazione precipitasse. La posizione di Mosca è dettata da diversi fattori. La lealtà verso un vecchio alleato; gli interessi economici, viste le consistenti vendite di armi in ballo. Ma è anche una mossa difensiva. Il Cremlino si oppone a ingerenze nelle questioni interne di altri Stati perché teme che la stessa politica possa essere applicata alla Russia. Il 4 marzo ci sono le elezioni presidenziali e di fronte a manifestazioni contro eventuali brogli, si potrebbe iniziare a parlare di una rivoluzione «bianca» (dal colore dei nastri e dei palloncini usati in queste settimane dai manifestanti). Con proteste spontanee non si potrebbe escludere un ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ ordine. E allora, pensano al Cremlino, qualcuno potrebbe ipotizzare un intervento esterno, di «esportazione della democrazia», come per la Libia o la Siria. Fabrizio Dragosei

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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8 febbraio 2012

La strategia dell’Orso

L’ Italia e altri governi europei richiamano i loro ambasciatori, gli arabi del Golfo fanno altrettanto, l’ America chiude la sua sede diplomatica a Damasco, persino la signora Ashton strepita che Assad se ne deve andare, ma nulla riesce a dissimulare la verità: l’ Occidente e la Lega Araba, dopo il veto russo-cinese in sede Onu, sono più che mai impotenti davanti ai massacri che si compiono ogni giorno in Siria. Da cinque giorni la città ribelle di Homs viene bombardata, ieri con i carri armati piazzati sulle alture circostanti. Operazioni di «pulizia» proseguono nei sobborghi di Damasco, non troppo lontano dal palazzo presidenziale di Bashar Al Assad. Quanti morti abbiano fatto undici mesi di repressione e poi di guerra civile è difficile dirlo, ma una stima ormai vecchia dell’ Onu parlava di 4.500 vittime e gli oppositori affermano che oggi sono almeno 6.000. L’ Unesco è più precisa: quattrocento bambini morti e altri quattrocento arrestati, torturati o abusati sessualmente. Non illudiamoci. Se sabato scorso la risoluzione di condanna fosse stata approvata dal Consiglio di sicurezza invece di naufragare davanti al veto congiunto di Russia e Cina, sul terreno le cose non sarebbero cambiate di molto. Certo, Assad si sarebbe sentito più isolato. Ma colui che sulle prime fu considerato un riformista ha già abbondantemente dimostrato quale tipo di lotta sia in corso in Siria: una lotta di vita o di morte, di sopravvivenza della minoranza alauita che sostiene il potere oppure di vendetta della maggioranza sunnita, che di sicuro non farebbe complimenti con Assad anche in memoria delle stragi compiute dal padre. Oltretutto, Assad si sente protetto da una corazza invisibile: la volontà generale, enunciata e più volte confermata, di non usare la forza in Siria. La Libia è stata una lezione piuttosto dura e lo è ancora, benché pochi in Occidente lo riconoscano ufficialmente. Non va ripetuta, e pazienza se si viene accusati di applicare la politica dei due pesi e delle due misure. E poi, la Siria non è la Libia. Quel che avviene a Damasco si ripercuote in Iran, in Libano, indirettamente in Israele, in Turchia, insomma in situazioni e in Stati che potrebbero innescare reazioni a catena oggi imprevedibili. È su questa tela di fondo che con l’ agilità dell’ orso si muove la Russia. Prima giudica offensiva l’ accelerazione che gli Usa e qualche europeo imprimono al voto in Consiglio di sicurezza, senza aspettare che il ministro Lavrov si rechi da Assad. E pongono il veto, trascinandosi dietro una Cina sorprendentemente disponibile. Poi l’ inviato di Medvedev (ma sappiamo bene che in realtà è l’ inviato di Putin) si reca a Damasco, ieri, e dopo il tanto atteso colloquio con Assad annuncia quello che somiglia molto a un classico elenco di buone intenzioni già altre volte recitato: siamo per la pace immediata, per il dialogo con le opposizioni, per il proseguimento e anzi l’ allargamento della missione della Lega araba, e presto, vi assicuro presto, sarà annunciata la data del referendum sulla nuova Costituzione che dovrebbe rendere meno dominante il partito Baath. Lavrov ha ottenuto poco o nulla, eppure sarebbe un errore liquidare completamente la sua trasferta. Perché nello slancio il ministro di Mosca ha affermato che la Russia appoggia la risoluzione della Lega Araba, la stessa che è stata indirettamente silurata all’ Onu, la stessa che chiede l’ allontanamento di Assad dal potere. Errore o indizio? Più il secondo del primo, perché da altre fonti rimbalza l’indiscrezione che la Russia in realtà vorrebbe applicare in Siria una «soluzione yemenita»: una transizione al termine della quale Assad dovrebbe lasciare il posto. S’ intende, a qualcuno accettabile per il Cremlino e le sue sfere di influenza vere o presunte. Ma se anche Lavrov avesse detto tutta la verità, il suo tentativo parrebbe assai arduo: Assad non accetta una coalizione, figuriamoci se accetterebbe di andarsene e di rischiare la pelle. Le ragioni della Russia sono chiare da tempo: vendite di armi, una basa navale, no ai regime change patrocinati dall’ America, e soprattutto Mosca vuole sfruttare il declino del ruolo Usa in Medio Oriente per riaffermare quello della Russia (con relativo beneficio elettorale per Putin il 4 marzo). Ma sono chiare, come abbiamo visto, anche le ragioni di Assad. Ed è chiaro che occidentali e arabi più di tanto non vogliono impegnarsi. Alla fine si torna sempre alla stessa casella: l’ esercito regolare siriano, che farà? E i militari passati dall’ altra parte, quanti aiuti e quanti consigli riceveranno? Franco Venturini

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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9 febbraio 2012

Siria, il Pentagono prepara i piani. Ma la Ue esclude un intervento militare. Secco avvertimento di Putin. Sul dossier siriano la Casa Bianca ha intensificato i contatti con gli alleati europei, la Turchia e il Golfo

Due segnali che cambiano la percezione e la cornice della crisi siriana negli Usa. Il primo arriva dal Pentagono. I generali – hanno confidato ufficiali anonimi alla Cnn – hanno iniziato l’esame delle opzioni militari possibili. Devono essere pronti, hanno spiegato, nel caso che la Casa Bianca ritenga di ricorrere alla forza. È evidente che al Pentagono ci stanno lavorando da tempo e l’indiscrezione, pilotata, è per indicare un probabile cambio di rotta. L’ altro segnale, che serve a giustificare il primo, è il «tono» di molti media americani su quanto avviene in Siria. Ecco allora grande spazio alle testimonianze che rivelano la repressione del regime. La Casa Bianca, frustrata dall’ atteggiamento di Russia e Cina all’Onu, esplora soluzioni diverse. Dunque, è al lavoro per varare, insieme agli alleati europei, nuove sanzioni che incidano sulla già debilitata economia siriana. Intensi in queste ore i contatti con i partner. A cominciare dai turchi che hanno in mente una conferenza internazionale. Un forum che potrebbe approvare altre iniziative, comprese quelle più «muscolari». Se la diplomazia – che resta per Obama lo strumento principale – dovesse fallire si penserà ad altro. Gli «specialisti» suggeriscono alcuni scenari: armi ai ribelli (in modo diretto o indiretto), patto d’azione con Qatar e Arabia Saudita, uso della Turchia come base d’appoggio per gli insorti, imposizione di corridoi per impedire ad elicotteri e blindati di colpire i civili. E sopratutto il ricorso a due attori insostituibili per questo tipo di conflitti: unità speciali e droni. In realtà, secondo alcune informazioni i commandos qatarioti e inglesi sarebbero già attivi, con un paio di «uffici di coordinamento» a Iskenderun, Turchia. Una località dove è stato segnalato l’ arrivo di aerei cargo legati ad operazioni clandestine. Per quanto riguarda i droni non c’è problema: sono nelle basi turche da mesi. L’ opzione militare ha però degli avversari. Non sono pochi gli addetti ai lavori che la scoraggiano, evocando imprese finite male. Anche Ronald Reagan nell’ 83 si rese conto che la Siria era un osso duro. È vero, tanto è cambiato da allora, ma perché – avvertono – infilarsi in un altro ginepraio mediorientale? Dissenso, a parole, lo hanno espresso da Bruxelles. L’ Unione Europea si è detta contraria («Questa non è la Libia») e lo stesso ha fatto la Gran Bretagna. Ma, osservano i cinici, siamo appena all’ inizio. Nelle capitali occidentali si pensa che esista ancora un margine per negoziare. Idea sposata in pieno dal Cremlino, corso al capezzale del prezioso cliente Assad. Ieri Vladimir Putin, fingendo di non vedere ciò che accade, ha sostenuto che «devono essere i siriani a decidere» sul presidente. Quindi ha sollecitato il raìs ad affidare al numero due Faruk Al Shara il compito di negoziare. Fonti israeliane sostengono che il Cremlino ha pensato anche a una «sostituzione» di Assad ma non è sicura del nuovo «cavallo». Per questo sostiene di affidarsi all’ Onu ammonendo l’ Occidente a non intraprendere «iniziative unilaterali affrettate». Dai molti fronti della guerra civile continuano ad arrivare notizie drammatiche, in particolare da Homs. Ieri è esplosa un’ autobomba che ha causato morti tra soldati e civili. Attacco attribuito ai «terroristi». L’ opposizione segnala dozzine di vittime in seguito a un intenso tiro sulle zone abitate. In un ospedale avrebbero perso la vita 18 neonati che erano nelle incubatrici: il regime ha staccato l’ elettricità e ha bloccato le macchine. Una storia inverificabile. Più precise le denunce di «Medici senza frontiere» che documentano torture e violenze ai danni dei dottori che osano occuparsi degli insorti feriti. Guido Olimpio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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10 febbraio 2012

Brigate internazionali in azione in Siria a fianco degli insorti. Già caduti in battaglia diversi libici. Forze speciali. I ribelli anti Assad hanno l’ appoggio delle forze speciali del Qatar, saudite e occidentali

La «legione» libica che combatte al fianco dei ribelli siriani ricorda i suoi «martiri». Sulla stampa di Bengasi è infatti apparsa la notizia della morte di tre jihadisti partiti dalla città nordafricana. I fratelli Talal e Ahmed Faitouri, insieme al loro amico Ahmed Aqouri, sono caduti in uno scontro a fuoco a Homs. Chi li conosceva ha raccontato che avevano lasciato la Libia in dicembre per entrare, via Libano, nel territorio siriano. Interessante la data. Perché è proprio allora che il patto tra le due rivoluzioni entra in una nuova fase. In quei giorni, il presidente del Consiglio Nazionale Siriano Burhan Ghalioun incontra a Tripoli i nuovi dirigenti. E scatta il piano d’ azione che porta i volontari in Siria. Quanti? Secondo alcuni 100-200 uomini, quasi 600 per altre fonti, sparpagliati tra Homs, Idlib e Rastan. Nessuno li ha fermati e nessuno li fermerà. Come ha detto ieri il ministro degli Esteri libico Ashour Bin Kayal: «È impossibile controllare il desiderio del popolo». Damasco è ormai un avversario, tanto è vero Tripoli ha decretato l’ espulsione dei diplomatici siriani. Allora non stupisce che la missione di sostegno alla rivolta sia coordinata dall’ ex qaedista Abdelhakim Belhadj, figura di spicco della nuova Libia e dal suo vice Mahdi al-Harati. Quest’ ultimo è un personaggio dalla storia singolare. Residente da 20 anni a Dublino (Irlanda), al-Harati è tornato in Libia per combattere Gheddafi e in poco tempo è diventato uno dei leader della Brigata Tripoli, composta da esuli provenienti da Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti. Mille uomini, ben armati, con ottimo equipaggiamento che sono stati tra i primi a entrare nella caserma del raìs. In seguito, al-Harati è rimasto al fianco di Belhadj ma quando sono nati contrasti con il Consiglio ha deciso di partire per un viaggio tra Dublino e il Qatar. Parentesi accompagnata da un episodio controverso. Il libico ha denunciato il furto di una grossa somma di denaro che gli sarebbe stata consegnata da «un agente della Cia». Frase che, ovviamente, ha alimentato sospetti e teorie su chi sia veramente l’ ex esule. Sicuramente è molto dinamico. Perché al-Harati, già alla fine di dicembre, è in Siria. Lo testimonia un reporter francese con il quale si muove nei villaggi al confine con la Turchia.

Di nuovo, i libici mostrano di essere preparati per la guerra. Visori notturni, telefoni satellitari Thuraya e Kalashnikov. Fonti arabe sostengono che i volontari hanno risalito una filiera che si dirama tra Cipro, Libano (Tripoli, nel Nord), Iskenderun (Turchia) e forse anche Giordania per poi approdare in Siria. Nuclei che avrebbero l’ appoggio di piccoli gruppi di forze speciali del Qatar, saudite e occidentali (in particolari britanniche). I due Paesi arabi, oltre ai consiglieri, ci mettono anche i soldi. Denaro con il quale verrebbe acquistato materiale trasferito con aerei cargo proprio a Iskenderun. In questa città si parla anche della presenza di un «ufficio avanzato» gestito da 007 incaricati di assistere i gruppi di disertori siriani. Per ora la pipeline ha portato solo «gocce», ma è probabile che gli aiuti possano crescere. Negli Usa, infatti, c’ è chi invoca una fornitura massiccia agli insorti. I movimenti di combattenti «stranieri» non sono sfuggiti all’ occhio attento dei russi. I servizi segreti sono immersi nella realtà siriana, hanno uomini ovunque. E ieri Mosca ha espresso il proprio «allarme». Il regime, invece, continua gli attacchi a Homs. Quasi 80 le vittime, falciate da un pesante bombardamento. Guido Olimpio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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11 febbraio 2012

Bombe ad Aleppo, dubbi sulla «regia». Per il governo siriano sono «terroristi». L’ opposizione accusa i servizi

Arriva anche ad Aleppo la spirale di violenza che sta investendo la Siria e nelle ultime tre settimane ha subito una sanguinosa accelerazione. Ieri in tarda mattina due autobomba (sembra guidate da kamikaze) sono esplose nelle vicinanze delle caserme in centro città dove sono acquartierati i servizi d’ informazione dell’esercito e le forze di polizia. La televisione di Stato ha trasmesso subito le immagini dei palazzi distrutti, i crateri delle deflagrazioni, le strade ingombre di detriti misti a sangue e brandelli di corpi. Il bilancio delle vittime in serata è di 28 morti e 235 feriti civili e militari. Sono scene di devastazione simili a quelle causate dalle bombe che a metà dicembre colpirono i quartieri generali delle forze di sicurezza a Damasco (44 morti) e poi il 6 gennaio una zona residenziale della capitale (26 morti). La novità è che Aleppo sino a ieri era stata quasi del tutto risparmiata dal fuoco della rivoluzione esplosa 11 mesi fa. Circa due milioni di abitanti, è la seconda città del Paese, ricca di una lunga tradizione commerciale. Veniva presentata come una delle roccaforti fedeli alla dittatura. Ma a fine gennaio la situazione ha cominciato a mutare. I militari sono intervenuti per sedare le prime manifestazioni organizzate dagli studenti nel campus universitario locale. In poche ore vennero segnalati almeno 9 morti tra i manifestanti. E da allora anche qui la tensione è cresciuta. Ieri il regime è tornato ad accusare le «bande di terroristi» responsabili per gli attentati. È la replica della narrativa tradizionale che tende a criminalizzare le sommosse e a delegittimarle, insistendo sulla tesi del «complotto straniero» ai danni della Siria. Anche da parte delle organizzazioni che guidano le sommosse il commento è quasi scontato. «La dittatura architetta gli attentati e cerca di incriminarci», sostengono all’ unisono. Un portavoce dell’ Esercito Libero Siriano, il movimento paramilitare che cerca di riorganizzare i soldati disertori pronti a combattere nelle file della resistenza, aggiunge: «Lo stesso regime criminale che uccide i nostri figli, ora attacca con le bombe Aleppo per distogliere l’ attenzione dalle stragi che perpetua a Homs». Centro delle violenze resta in ogni caso proprio Homs, la città martire per eccellenza. Le opposizioni vi segnalano 400 morti, per lo più civili, solo nell’ ultima settimana. Anche in questo caso, risulta praticamente impossibile verificare i bilanci delle vittime diffusi dai due campi. A Homs l’ esercito lealista da una settimana sta usando con sempre maggior determinazione artiglieria e carri armati. I video che riescono ad arrivare all’ estero mostrano bombardamenti indiscriminati sui civili. Nelle ultime ore vi è riportata una trentina di morti, specie attorno alle moschee (luoghi tradizionali di aggregazione politica) nei quartieri «liberati» di Bab Amro e Bab Seeba. «È drammatico. Sparano anche sui bambini, comincia a scarseggiare tutto», denuncia alla radio vaticana il nunzio a Damasco, Mario Zenari. Scontri anche a Deraa sul confine con la Giordania, a Zabadane presso la frontiera libanese. Ma l’ agonia della Siria è parte di un braccio di ferro internazionale a più livelli, esacerbato domenica scorsa dal veto all’ Onu di Russia e Cina contro la risoluzione proposta da alcuni Paesi della Lega Araba che chiedeva le dimissioni di Assad e l’ avvio del dialogo con il movimento di protesta e con il sostegno americano. Nel contesto regionale i Paesi a maggioranza sunnita (Arabia Saudita in testa) sostengono le rivolte contro l’ Iran sciita, tradizionale alleato degli Assad alauiti (considerati una setta sciita). Il viceministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov, ha accusato ieri pubblicamente «l’ Occidente» di mandare armi e aiuti militari alle rivolte. Mosca a sua volta invia di continuo navi cariche di armi al porto siriano di Tartus. Domani la Lega Araba si riunirà al Cairo per discutere la proposta di mandare osservatori in Siria assieme alle Nazioni Unite. Lorenzo Cremonesi

Da marzo del 2011 quasi seimila morti 

Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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12 febbraio 2012

Damasco, assassinato un generale siriano. L’ intelligence americana: Al-Qāʿida dietro l’ omicidio e le stragi dei giorni scorsi

Prima le stragi con gli attentatori suicidi a Damasco e ad Aleppo. Poi un generale ucciso nella capitale siriana. Issa Al Khouli è stato assassinato da tre uomini armati che lo hanno sorpreso mentre si recava al lavoro, all’ ospedale militare. Un agguato che segnala un salto di qualità, con scenari che inquietano la diplomazia. Perché adesso è emerso il fattore Al-Qāʿida. Era lì, nascosto dalla «nebbia di guerra» e volutamente ignorato per non frenare il supporto ai ribelli siriani. E, invece, è sbucato fuori nelle indiscrezioni dell’ intelligence Usa affidate ai giornali della catena McClatchy. I due attacchi terroristici a Damasco ed Aleppo (oltre 50 le vittime) – secondo gli 007 – sono opera della branca irachena di Al-Qāʿida. I dirigenti locali hanno chiesto il permesso di esportare la lotta ad Ayman al-Zawahiri che nella sua funzione di guida, ha dato l’ autorizzazione. Un vantaggio reciproco. Il gruppo storico partecipa concretamente alla primavera araba, un fenomeno dal quale è stato escluso. Gli affiliati iracheni cercano un’investitura regionale e seguono il sentiero di guerra contro chi non è sunnita. Anche se le rivelazioni hanno bisogno di verifiche, sono plausibili.

Da settimane si sono moltiplicate le segnalazioni sui gruppi qaedisti, alcuni dei quali hanno lasciato traccia sul web. È il caso del Battaglione Faruk, composto da elementi locali e volontari del Levante, al quale si attribuiscono diversi attacchi. Formazioni che hanno incrociato il loro percorso con i fratelli giunti dal Libano e dall’ Iraq. Un flusso di uomini e armi confermato ieri da Bagdad che ha rivelato anche gli affari dei contrabbandieri: per un fucile Ak-47 chiedono fino a 1.000 dollari mentre fino a pochi giorni fa ne bastavano 200.

I qaedisti, probabilmente, hanno riattivato i canali usati in Siria dopo l’invasione americana del 2003. In numerose città c’erano punti d’ appoggio e transito per militanti arruolati in Europa e Nord Africa. Un’ indagine dei carabinieri del Ros di Milano ha provato il ruolo di una figura intrigante, il «dottore». Personaggio legato ad Al-Qāʿida irachena, l’ estremista assicurava denaro e ospitalità. Al punto che la maggior parte dei volontari era ospitata in un alberghetto offerto dal network. Spostamenti che avvenivano con la consapevolezza dei servizi siriani. Lasciavano fare a patto che i terroristi colpissero altrove. Ora ne pagano le conseguenze. Una situazione che potrebbe allarmare i Paesi occidentali, decisi a sostenere la rivolta in Siria. Serve cautela e la fuga di notizie, ispirata dagli 007, è un avviso. Stiamo attenti a chi aiutiamo. Potrebbe accadere che gli americani, con gli europei, si trovino a fianco degli islamisti. È avvenuto in Afghanistan, poi in Bosnia, infine in Libia. Adesso lo schema torna in Siria. C’ è poi un altro risvolto e riguarda l’ opposizione siriana nel suo complesso. A Washington inquietano le divisioni tra i ribelli e la mancanza di controllo da parte dei dirigenti in esilio. Guido Olimpio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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13 febbraio 2012

Svolta della Lega Araba «I caschi blu in Siria»

La Lega Araba rilancia sulla Siria. E lo fa cercando di coinvolgere la comunità internazionale. I suoi ministri degli Esteri riuniti ieri nella capitale egiziana hanno approvato a maggioranza un documento in cui si chiede l’ invio di una forza di pace mista, composta da rappresentanti arabi e scelti dalle Nazioni Unite, finalizzata a porre fine ai massacri che da 11 mesi insanguinano il Paese. Il documento condanna inoltre la repressione violenta delle proteste contro il regime di Bashar al-Assad, invita i Paesi arabi a tagliare i rapporti diplomatici, chiede l’ intensificarsi delle sanzioni economiche e l’apertura di «canali di comunicazione con le opposizioni». È la risposta al fallimento de facto della missione degli osservatori inviati in Siria dalla Lega Araba nella terza settimana di dicembre, ma poi duramente criticata dai gruppi della rivoluzione come «controproducente» e persino «destinata a legittimare i massacri perpetrati dai militari». A fine gennaio i 165 osservatori avevano praticamente cessato ogni attività. E ieri si è dimesso tra le polemiche il loro capo, il controverso generale sudanese Mohammad al Dabi, in passato accusato di gravi violazioni contro i civili. Il nuovo progetto elaborato al Cairo resta comunque vago e persino controverso. La Siria in serata lo ha rifiutato «completamente» con una risposta secca. Non è affatto chiaro se la missione di «peacekeeping» possa essere armata e dunque con un’ effettiva capacità di intervento sul campo, oppure sia destinata alla passiva osservazione come la precedente e con la sola differenza del suo carattere più internazionale. A ciò si aggiunge l’ incognita dell’ atteggiamento di Russia e Cina, che domenica scorsa al Consiglio di Sicurezza dell’ Onu avevano posto il netto veto alla risoluzione che chiedeva le dimissioni del presidente Assad e l’ avvio del negoziato tra dittatura e opposizioni. Le incertezze sono tali che ieri pomeriggio per ben due volte è stata indetta una conferenza stampa nei saloni dell’ hotel Marriott, dove era riunita la Lega Araba, salvo poi venire cancellata. «Ci sono gravi contrasti. Algeria, Iraq e Libano continuano a sostenere il regime siriano. Per contro, i Paesi del Golfo e l’ Arabia Saudita vorrebbero la caduta rapida di Assad», ci ha detto ufficiosamente un partecipante. A piazza Tahrir e poi di fronte all’ hotel alcune centinaia di siriani manifestavano intanto a favore di un «intervento militare internazionale che ponga fine ai massacri dei civili». Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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17 febbraio 2012

Una suora scrive dalla Siria il dilemma degli occidentali

In una recente lettera agli amici del monastero carmelitano di San Giacomo di Qâra in Siria, che si può facilmente reperire in Rete, la superiora Madre Agnès-Mariam de la Croix, a proposito della situazione politica del suo Paese, scrive: «La realtà non è binaria come ce la cantano. È complessa. Ci sarà ancora posto per i cristiani siriani nella destabilizzazione che è stata avviata in questa società composita? Il destino della Siria sarà ricalcato su quello dell’ Iraq? Non lo sappiamo. Preghiamo … Non ci dimenticate!». La religiosa siriana prosegue e denuncia: «Il conflitto in corso si è trasformato, da una rivendicazione popolare di libertà e democrazia, in una rivoluzione islamista». Mi domando e le domando: sarà tutto oro quel che luccica nella cosiddetta primavera araba, oppure dobbiamo aspettarci da essa un’ ulteriore espansione dell’ islamismo radicale nel mondo? Stefano Nitoglia 

Caro Nitoglia, Capisco le preoccupazioni della superiora del monastero siriano di San Giacomo. Il regime di Bashar al-Assad ha tenuto verso le minoranze cristiane un atteggiamento equo e tollerante. Non è certo che i suoi successori, se riusciranno ad abbatterlo, faranno altrettanto. Sappiamo che l’ opposizione al regime è prevalentemente sunnita, che gode del sostegno dei regimi sunniti del Golfo e che qualche gruppo militante di Al-Qāʿida starebbe cercando di appropriarsi della causa rivoluzionaria. Ma la Fratellanza musulmana, per molto tempo madre e modello di tutte le organizzazioni islamiste del mondo sunnita, ha subito a sua volta, negli ultimi tempi, l’ influenza della Turchia. I successi del governo di Recep Tayyip Erdoğan sembrano dimostrare che l’Islam moderno può essere democratico, economicamente dinamico e al tempo stesso, rispettoso della legge coranica. Esistono ancora gruppi consistenti di «guerrieri della fede» (nelle ultime elezioni egiziane i salafiti hanno conquistato il 20% dell’ elettorato), ma vi sono cambiamenti ed evoluzioni che occorre studiare e se possibile incoraggiare. Che cosa dovrebbero fare, in queste circostanze, i governi occidentali? Mi sembra che siano prigionieri di un dilemma. Vorrebbero stabilità per evitare conflitti civili e soprassalti rivoluzionari che finirebbero per contagiare l’ intera area mediorientale. Ma vorrebbero anche regimi democratici, rispettosi dei diritti umani e civili, perché questo è ciò che chiede la maggioranza dei loro cittadini. I due obiettivi sono malauguratamente incompatibili. Per avere stabilità occorre difendere i militari in Egitto e Assad in Siria. Per favorire l’ avvento della democrazia occorre sostenere la causa di coloro che sono scesi in piazza contro il regime. Chi sceglie la prima opzione rischia di trovarsi, alla fine della crisi, nel campo dei perdenti. Chi sceglie la seconda rischia di favorire, in nome della democrazia, forze che potrebbero non essere democratiche. Bisognerebbe tacere e stare a guardare. Me le democrazie amano parlare e i loro leader devono tenere conto degli umori dei loro elettori. Di una cosa, fortunatamente, possiamo essere pressoché certi. Nessuno, dopo quanto è accaduto negli scorsi mesi, vorrà ripetere in Siria gli errori della Libia. 

Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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23 febbraio 2012

Americani e russi, qaedisti e pasdaran. A Damasco è guerra di spie

Gli Stati Uniti considerano «passi ulteriori» nei confronti della Siria, frase che viene interpretata da molti con il possibile invio di armi ai ribelli. Decisione non facile. Il Pentagono sembra contrario e non si fida degli insorti. Altri dubbi sono stati evocati da ascoltati consiglieri della Casa Bianca: attenti a non alimentare altra violenza, meglio una pressione mirata sul regime. Ma se le stragi dovessero proseguire sarebbe inevitabile per gli Usa muovere in soccorso degli insorti. Magari in modo indiretto, appoggiando iniziative alleate. In attesa di quel momento, il lavoro «sporco» tocca all’ intelligence. Gli americani – secondo indiscrezioni – si muovono su più fronti. Il primo riguarda l’uso dei droni. I «Global Hawk», che decollano forse da Sigonella o da Incirlik (Turchia) e magari la «Bestia», un velivolo sofisticato identico a quello precipitato in Iran. Possono seguire i movimenti siriani, intercettare comunicazioni, procurare prove visive di quanto sta accadendo. Al loro fianco – come segnala l’ esperto David Cenciotti – gli U2, gli aerei spia veterani della Guerra fredda. Il secondo fronte coinvolge la leadership di Damasco. Gli 007 sono a caccia di informazioni su alti gradi e personalità, magari alla ricerca di divisioni interne. La Cia si interessa poi al livello di efficienza dell’ esercito siriano. Per ora tiene, anche se c’ è qualche fessura. Non meno intensa è la ricerca di dati sulla presenza di Al-Qāʿida. L’intelligence statunitense è convinta che alcuni gravi attentati siano stati compiuti da jihadisti venuti dall’ Iraq. In caso dovesse scattare un programma d’ aiuto ai ribelli, Washington vuole evitare di armare gli estremisti. Ma forse è troppo tardi. Molte fonti sostengono che britannici, francesi e uomini del Qatar – utilizzando come avamposto Iskenderun (Turchia) – sono già impegnati nel favorire l’ afflusso di volontari (libici in particolare) e di carichi di armi. Gli israeliani, per parte loro, usano agenti sul terreno e le postazioni per la guerra elettronica sul monte Hermon, sul Golan. A Gerusalemme i guai di Bashar Assad sono come la manna dal cielo – perché Teheran rischia di perdere il miglior alleato – ma al tempo stesso lo Stato ebraico non sarebbe contento di vedere il potere nelle mani dei Fratelli musulmani. Più appariscente il lavoro del Mit, il servizio turco. Ankara ospita molti disertori siriani e ha infiltrato uomini in diverse province. Notizie non confermate sostengono che alcune decine di agenti turchi o loro informatori sarebbero stati catturati dal Mukhabarat di Damasco. E ora sarebbero in corso negoziati sul loro destino. Missioni complicate, dove non mancano sorprese. Un funzionario dei servizi è stato arrestato dai suoi colleghi. Lo hanno accusato di aver rapito e consegnato alla Siria un alto ufficiale che aveva cercato asilo oltre confine. La Turchia, inoltre, tiene d’ occhio i separatisti curdi del PKK che hanno ripreso la collaborazione con la Siria. I guerriglieri possono agire da quinta colonna con attentati nelle principali città turche. Al fianco di Damasco i russi, presenti in gran numero e in grado di suggerire tattiche antiguerriglia in stile ceceno, e gli iraniani. I pasdaran assistono il regime per le intercettazioni, affiancano le unità incaricate della repressione, collaborano alla sorveglianza degli esuli siriani in Turchia e in Libano, regione dalla quale arrivano rifornimenti per gli insorti. Per Teheran è una battaglia decisiva in difesa di un amico. 

Dall’ inizio della rivolta sono morte oltre 7.500 persone.

Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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25 febbraio 2012

L’ ipocrisia del mondo democratico, l’ impunità dei massacratori siriani

Gli Stati Uniti sono incerti e titubanti. L’Europa, per marcare la sua totale irrilevanza sulla scena politica internazionale e per dimostrare per l’ ennesima volta la sua disperante mancanza di un’ anima comune, è divisa, silente, indifferente. L’ Onu, già perennemente acquiescente con tutte le dittature che infestano il mondo, soffre i diktat di Russia e Cina. Cosa fare davanti agli spaventosi massacri di Damasco e di Homs? Stavolta, chissà perché, non sembra manifestarsi la stessa reattività suscitata dalle repressioni feroci dell’ultimo Gheddafi. Persino la stampa «democratica», quella che dovrebbe essere più sensibile alle violazioni dei diritti umani, tace frastornata e stordita. Perché? Perché Gheddafi era un dittatore sconfitto, mentre i despoti siriani hanno molte armi a loro disposizione. Perché la Siria gode di complicità nelle potenze del Medio Oriente e oggi che la questione della bomba iraniana si fa incandescente, l’ Occidente guarda con apprensione ad un intervento destinato a restare senza conseguenze. E perché è diffusa una notevole dose di ipocrisia, perché qualunque pressione politica e militare su Damasco viene oggi vista come un appoggio all’asse tra gli Stati Uniti e Israele che è il vero spauracchio di una cultura politica abituata a vedere il «sionismo» e il «filo-sionismo» come qualcosa di cui sospettare. L’ impunità dei massacratori di Damasco è il prezzo che questa freddezza, non solo delle «cancellerie» occidentali, ma dell’ opinione pubblica internazionale sta testimoniando sulla tragedia siriana. In Italia sembrerebbe addirittura impensabile che, tranne la solita indomita pattuglia dei Radicali, una sola manifestazione andasse a disturbare la quiete dell’ ambasciata siriana. Troppi distinguo, troppi retro pensieri, troppe riserve mentali. Che offuscano e stendono una patina di insincerità su tutte le esaltazioni della «primavera araba» che ci mobilitano da oltre un anno. La Siria no: la Siria diventa intoccabile (come l’Iran di Ahmadinejad). Da condannare, da detestare, ma non da isolare con un’ azione internazionale paragonabile a quella che ha accompagnato l’ uscita di scena di Gheddafi. Anche con i massacri e le stragi, valgono sempre due pesi e due misure. Pierluigi Battista

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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25 febbraio 2012

«Lasciateci portare gli aiuti» Alleanza per isolare Assad. E la Croce rossa evacua i primi feriti da Homs. Il presidente del Consiglio Nazionale Siriano: «Non soddisfa le nostre aspirazioni»

La conferenza di Tunisi che la televisione di Stato di Damasco ha definito «un incontro tra nemici del popolo siriano» si è rivelata meno compatta di quanto avrebbe potuto temere il regime di Bashar al-Assad. Per la prima volta, in un albergo sul mare vicino a Tunisi si sono riunite delegazioni di circa 60 tra Paesi e organizzazioni internazionali orientate a liberarsi del dittatore alauita che da quasi un anno fa sparare sulle rivolte nella sua terra. Il gruppo ha scelto come nome «Amici della Siria», sul modello di uno già esistito per la Libia. Da una platea nella quale sedevano il segretario di Stato Hillary Clinton ed emissari degli emirati del Golfo, ministri degli Esteri europei tra i quali il francese Alain Juppé e l’italiano Giulio Terzi, rappresentanti di repubbliche a maggioranza islamica e un osservatore del Vaticano è partita l’ unanime richiesta di fermare il massacro di quanti dissentono da Assad. Il presidente del Consiglio Nazionale Siriano che raduna circa l’80% degli oppositori, Burhan Ghalyun, ha detto però della conferenza: «Non soddisfa le nostre aspirazioni». Nel giudicare «eccellente» l’ idea di armare i ribelli, mentre alcuni sospettano il suo Paese di farlo già, il ministro degli Esteri saudita Saud al Faisal ha lasciato i lavori dichiarando che concentrarsi su aiuti umanitari a feriti e assediati «non è sufficiente». È l’ impiego di militari stranieri in Siria uno dei primi motivi di divergenza tra gli «Amici». Per conto del Qatar, che nel 2011 spedì in Libia suoi ufficiali a coordinare gli insorti contro Muammar Gheddafi, il ministro degli Esteri Hamad bin Jassim al Thani ha proposto «una forza araba internazionale che garantisca la sicurezza, l’ apertura di corridoi umanitari». Un portavoce della Croce Rossa ha informato che alcuni inviati sono riusciti a far evacuare ventisette persone in un ospedale da un sobborgo di Homs, città siriana tormentata da scontri tra forze governative e ribelli. La Croce Rossa negozia per portare in salvo «quanti, senza eccezione, necessitano assistenza», compresi due giornalisti occidentali. Evidente che occorrerebbe fare di più. L’ Algeria, tuttavia, Paese arabo, non concorda con il Qatar sul mandare soldati. Juppé ha affermato che se la situazione non migliora «tutte le opzioni possono essere considerate». Nel ricordare che l’ Italia per la Siria ha fornito alcuni «aiuti ai campi profughi oltre confine», Terzi è parso ben più distante dal progetto del Qatar. La Tunisia, che nel 2010 dette l’ innesco alle ribellioni arabe contro regimi ultradecennali, è alle prese con la difficoltà di consolidare i nuovi assetti, non ha voglia di farsi troppi nemici. Nella conferenza all’ Hotel Palace, contestata da una piccola manifestazione filo-Assad, il presidente tunisino Moncef Marzouki ha accennato alla forza multinazionale per la Siria, però delle sue è spiccata un’ altra tesi: va trovato per Assad e famiglia «un posto sicuro in cui rifugiarsi». Marzouki ha suggerito la Russia. Nelle Nazioni Unite sono innanzitutto Cina e Russia a difendere quella che l’oppositore Ghalioun ha chiamato «la Mafia Assad-Makhlouf». «Pagherai un prezzo pesante per ignorare la volontà della comunità internazionale», ha detto Hillary Clinton rivolgendosi da Tunisi al raìs di Damasco. Per adesso, la sua linea è aumentare la pressione internazionale con sanzioni e senza escludere chiusure di ambasciate. Da Washington il presidente Obama ha avvertito che America e alleati prenderanno in considerazione «ogni strumento disponibile» per fermare le uccisioni. Nella dichiarazione finale della presidenza degli «Amici», l’ idea di «formare una forza congiunta arabo-Nazioni Unite per mantenere la pace» in Siria è stata citata come richiesta della Lega Araba al Consiglio di sicurezza dell’ Onu, da attuare «in seguito alla fine delle violenze». Nella cautela di Usa, Germania, Italia pesa il fatto che il Consiglio di Ghalioun non rappresenta cristiani e curdi: nella dichiarazione è stato qualificato «un legittimo rappresentante dei siriani in cerca di pacifico cambiamento democratico». Nel frattempo Assad ha perso un seguace: da Gaza il primo ministro della Striscia, Ismail Haniyeh, di Hamas, si è schierato con «l’ eroico popolo della Siria in lotta per la libertà». Maurizio Caprara

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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27 febbraio 2012 

La Siria va al referendum, ma la repressione continua. Scontri. L’ opposizione segnala tra i 31 e 50 morti ieri, per lo più civili vittime della rappresaglia dei lealisti

Controsenso beffardo della «democrazia» promessa dal dittatore. Con il referendum votato ieri in nome del pluralismo e del dialogo con le opposizioni, Bashar Assad si garantisce di essere presidente sino al termine del suo secondo mandato nel 2014 e addirittura si posiziona per poter restare sino al 2028. In tutto per eventuali 28 anni. Solo due in meno di suo padre Hafez, che fu presidente dal colpo di Stato nel 1970 alla morte nel Duemila. E’ sufficiente considerare questo aspetto della proposta di riforma costituzionale avanzata dal regime per comprendere il motivo per cui il fronte composito dei ribelli lo abbia rifiutato in toto e dalle capitali occidentali sia stato definito platealmente «una farsa». L’ idea di referendum costituzionale era stata avanzata nell’ estate scorsa dal regime in risposta al crescere delle critiche internazionali e dell’ incremento esponenziale delle violenze in Siria. Si incentra sul principio di apertura alla possibilità del multipartitismo, compresa l’ abolizione dei privilegi goduti dal partito Baath (al potere dal golpe militare del 1963), che sino ad ora era considerato il fondamentale «garante dello Stato». Secondo punto è il limite imposto ai mandati presidenziali, che non possono essere più di due (7 anni ciascuno). Ma è nei dettagli che la dittatura non sembra affatto aperta al cambiamento. A Damasco specificano infatti che la riforma entrerà in vigore solo dopo la fine del secondo mandato del presidente. Non vengono inoltre chiarite le procedure per garantire la trasparenza del voto. Nel Duemila Assad venne scelto con un ridicolo 97,29% delle preferenze. E riconfermato nel 2007 con un ancora più improbabile 97,62. La tv di Stato lo ha mandato ieri in onda a lungo, mentre votava nella capitale a fianco della moglie Asma, mentre per le vie del centro decine di migliaia di sostenitori del regime inneggiavano alla riforma. Non c’ è dubbio infatti che esistano ampie minoranze di siriani (per lo più sciiti-alauiti, cristiani e anche una parte dei sunniti) decise a combattere in ogni modo la rivolta delle forze rivoluzionarie a maggioranza sunnita. Ma in larga parte del Paese il fuoco delle sommosse ha impedito qualsiasi operazione di voto. Si è sparato a Hama, Idlib, nella zona di Deraa e persino nei centri urbani attorno a Deir al Zour, nel deserto lungo il confine con l’Iraq. Cuore delle violenze resta comunque Homs, dove i bombardamenti delle truppe lealiste continuano pesantissimi dai primi di febbraio. I gruppi dell’ opposizione segnalano soltanto ieri tra i 31 e 50 morti, per lo più civili vittime della rappresaglia indiscriminata dei lealisti. La dittatura non ha fornito alcuna risposta alle richieste della Croce Rossa Internazionale che vorrebbe evacuare i feriti (tra cui due giornalisti occidentali) intrappolati a Baba Amr, il quartiere più devastato di Homs. Da qui i residenti fanno sapere via satellitare e internet che non «voteranno mai per legittimare un presidente killer». «Non si va alle urne sotto la minaccia dei cannoni», ha detto al telefono un civile da Hama alla stampa straniera. Dura anche la reazione del ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, che ha accusato Assad di mettere in scena «una farsa di cattivo gusto». E ha aggiunto: «Questo voto è una vergogna. Non può certo contribuire a risolvere la crisi. Assad deve prima porre fine alle violenze, quindi aprire seriamente la strada per la transizione politica». Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha però rinnovato una nota di cautela (emersa venerdì anche al vertice di Tunisi sulla Siria) ribadendo «la necessità di evitare un intervento internazionale armato», che a suo parere «rischierebbe di accelerare la guerra civile». Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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29 febbraio 2012 

È ora di fermare i cannoni di Assad. Le nazioni civili non hanno più alibi

Il prossimo 19 marzo sarà passato un anno esatto da quando squadriglie di aerei francesi e poi, in un secondo tempo, inglesi, americani, arabi, salvarono Bengasi da una prevedibile distruzione. Ebbene, stando così le cose, e se la comunità internazionale, non solo la Francia, non riprendono l’iniziativa, questo anniversario rischia di avere un cattivo odore di cenere e fallimento. Infatti, oggi esiste una nuova Bengasi. C’è un’ altra città, nella regione, che si trova nella medesima situazione in cui si trovava a suo tempo Bengasi. Per essere più precisi, in una situazione quasi peggiore, poiché i carri armati, collocati allo stesso modo, alla stessa distanza dalle popolazioni civili disarmate, stavolta sono passati, e da mesi, all’ azione. Questa città è Homs. È la capitale siriana del dolore, dove si prendono di mira i giornalisti e si massacrano, indistintamente, i civili. Il fatto è che quello che abbiamo attuato in Libia non lo attuiamo in Siria; gli stessi carri armati che i nostri piloti hanno inchiodato al suolo in Libia poche ore prima che si scatenassero entrando in azione, in Siria operano nella più totale impunità. Certo, sappiamo che le situazioni non sono del tutto identiche. E nessuno può ignorare che la geografia del Paese, il fatto che non disponga della vasta zona d’ appoggio che era la Cirenaica liberata, o il fatto che il Paese disponga di due alleati di peso che Gheddafi non aveva – Iran e Russia – rendono l’ intervento complicato. Ma c’ è un momento in cui il troppo è troppo. C’ è un momento in cui, di fronte alla carneficina, di fronte all’ inezia degli 8.000 morti provocati dai carri armati di Bashar Al-Assad, di fronte alla lugubre farsa del referendum che si è preteso organizzare, oltre tutto, sotto i tiri dei cecchini e sotto le bombe, bisogna avere l’ elementare dignità di dire basta. C’è un momento, sì, in cui una comunità internazionale, che ha votato con schiacciante maggioranza (137 voti a favore, il 16 febbraio, all’ Assemblea generale delle Nazioni Unite) la condanna dell’ assassino, non può più lasciarsi prendere in ostaggio, e lasciarsi paralizzare, da due Stati canaglia che, nella circostanza, sono la Cina e la Russia (davanti a una minaccia che, ripeto, era solo all’ inizio della sua esecuzione, il presidente Sarkozy non aveva forse confidato ai rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione libico – giunti il 10 marzo 2011 all’ Eliseo a chiedergli un intervento – che avrebbe fatto di tutto, naturalmente, per ottenere l’ avallo delle Nazioni Unite ma che, se per caso non l’ avesse avuto, si sarebbe accontentato, vista l’ urgenza, di una istanza di legittimità di formato più ridotto e si sarebbe appoggiato all’ Unione Europea, alla Nato e alla Lega Araba?). Infine, il pretesto della geografia, l’ idea secondo cui un intervento in zona urbana sarebbe più problematico di un intervento nel deserto, è un’ altra scusa che non regge: perché anche a Homs, come a Idlib o a Banias, ci sono carri armati collocati a pochi chilometri dalla città e quindi neutralizzabili; e soprattutto perché gli Amici della Siria hanno a disposizione una gamma di interventi che non sarebbero la semplice replica di quello che in Libia ha funzionato, ma si adatterebbero, necessariamente, al territorio. Per esempio, possono – sulla scia di quanto ha proposto, la settimana scorsa, a Washington, il ministro degli Esteri del Qatar – instaurare perimetri di sicurezza, garantiti da una forza di mantenimento della pace araba, alle frontiere della Giordania, della Turchia e forse, del Libano. Possono – sulla scia di quanto ha avanzato, nello stesso periodo, il ministro degli Esteri turco – imporre nel cuore del Paese, vere e proprie “no kill zone” protette da elementi dell’Esercito Libero Siriano che verrebbero dotati di armi difensive. Possono, al di fuori di queste zone, far passare ai siriani liberi le armi necessarie per metterli in condizione di distruggere essi stessi i pezzi di artiglieria che l’ esercito di Damasco ha posizionato vicino alle scuole o agli ospedali. Possono decidere di creare zone, nel cielo, vietate agli elicotteri e agli aerei della morte e, su terra, ai convogli blindati che trasportano truppe e materiale. Possono, con l’appoggio di un esercito turco che, davanti alla minaccia iraniana, ha da tempo scelto il suo campo e dispone delle due basi Nato di Smirne e Adana-Incirlik, badare al rispetto di tali zone e, se necessario, imporlo. Né sarebbe inutile che gli stessi Amici della Siria suggerissero ai «fratelli» egiziani di chiudere lo stretto di Suez a tutte le navi iraniane come quella che, ancora la settimana scorsa, scaricava armi e istruttori sulla base russa di Tartus. È rischioso tutto questo? Certamente. Ma è meno rischioso della guerra civile cui lavora Assad e che trasformerebbe la Siria in un nuovo Iraq. Meno rischioso del rafforzamento – se Assad avesse la meglio – dell’ asse sciita che sognano a Teheran e che minaccia la pace del mondo. E meno rischioso del disastro morale cui andremmo incontro se la «responsabilità di proteggere», superbamente assunta in Libia, dovesse, in Siria, ritornare nell’ inferno degli ideali traditi. (traduzione di Daniela Maggioni). Bernard-Henri Lévy

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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9 marzo 2012 

Viceministro del petrolio con i ribelli, segnale di agonia per il regime siriano

Nel muro di sangue costruito da Bashar al-Assad si è aperta una breccia che fa ben sperare: il vice ministro del petrolio Abdo Hussameddin si è dimesso dal suo incarico perché, ha spiegato su YouTube, vuole «unirsi alla rivoluzione del popolo». Si tratta della più importante figura politica che abbia abbandonato la nave di Assad da quando, un anno fa, è esplosa la protesta anti regime e la conseguente repressione, secondo i dati dell’ Onu, ha fatto oltre 7.500 morti. Secondo fonti arabe, il gesto di Hussameddin, considerato fino a ieri un fedelissimo del potere, potrebbe preludere ad altre defezioni nel governo o nelle alte sfere del partito Baath sotto il doppio incalzare dell’ estensione della violenza e dei forti disagi creati dalle sanzioni economiche internazionali nella classe medio alta. Se ciò accadesse la nomenklatura alawita del regime si troverebbe assediata e potrebbe avere difficoltà a proseguire sulla via del castigo armato contro i ribelli sunniti e in piccola parte cristiani. Tra i militari, del resto, le defezioni sono già state significative: oltre al generale Mustapha al Sheikh hanno disertato centinaia di ufficiali e soldati sunniti che oggi combattono contro le truppe governative. In definitiva, si rafforza l’impressione che una svolta nella mattanza siriana possa venire quasi esclusivamente dall’ interno: da ulteriori diserzioni tra i militari e forse ora dai piani alti del potere. Del resto, mentre l’ inviata dell’ Onu Valerie Amos non può che visitare le rovine di Homs e Kofi Annan è in arrivo a Damasco per tentare di giungere alla cessazione delle violenze, nessuno in Occidente è disposto a mettere in cantiere per la Siria una operazione militare «stile Libia». Un po’ per come sta andando a finire in Libia e molto per non dare un colpo ai già fragili equilibri della regione. Lo ha confermato anche il Segretario alla difesa Usa Panetta, pur mostrandosi per la prima volta disposto a fornire «equipaggiamenti non letali» (leggasi per le comunicazioni) ai combattenti anti Assad. In attesa di pressioni per ora del tutto ipotetiche da parte della Russia di Putin (che «libererebbe» l’ assai più possibilista Cina), dunque, i giochi veri si fanno a Damasco. Franco Venturini

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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13 marzo 2012 

Homs, la strage degli innocenti. “Il silenzio del Consiglio di sicurezza dell’ Onu sulla Siria è scandaloso”, Alain Juppé, ministro degli Esteri francese. Massacrati cinquanta fra donne e bambini nella città martire siriana

L’ orrore dei massacri di Homs torna al centro dell’ attenzione internazionale e ripropone in toni da Guerra fredda il braccio di ferro tra Usa ed Europa da una parte e Russia e Cina dall’ altra sul che fare per frenare la repressione del regime siriano. Sono trascorsi meno di 10 giorni da quando le truppe scelte di Bashar Assad hanno fatto irruzione nei quartieri della città martire che erano tenuti dalle milizie rivoluzionarie e nuove testimonianze segnalano eccidi gravissimi di civili inermi. L’ Osservatorio per la difesa dei diritti umani, una delle organizzazioni legate alla sommossa basata a Londra, riporta la morte di almeno 16 persone, «soprattutto donne e bambini». Per i comitati locali di coordinamento i morti documentati sarebbero «una cinquantina». Altre fonti locali segnalano 47 cadaveri di persone uccise nella notte tra sabato e lunedì, di cui 26 bambini e 21 donne. Un video su Internet mostra alcuni corpi avvolti in coperte e pronti per la sepoltura. Un medico a Homs citato dalle agenzie stampa occidentali fornisce particolari crudi: «Ho visto due ragazzine di dodici o tredici anni violentate prima di essere uccise. Alcuni cadaveri hanno la gola tagliata, specie nei quartieri di Khaldie e Karm El Zeytoun». Le rappresaglie per mano della Shabiha, la milizia lealista assoldata tra gli alauiti (la minoranza sciita di cui fa parte la famiglia presidenziale), continuerebbero con perquisizioni casa per casa anche nel quartiere di Bab Amr. A Damasco i portavoce ufficiali per una volta non smentiscono. Anzi, la televisione nazionale e l’agenzia stampa Sana diffondono le immagini di civili ammazzati. Ma accusano come al solito i «terroristi armati» di uccidere cittadini legati al regime e poi di mostrarne i cadaveri per cercare di criminalizzare la macchina militare governativa. Per osservatori stranieri e stampa internazionale resta estremamente difficile verificare le notizie. Il regime blocca l’ accesso alle zone dello scontro. I pochi reporters presenti in Siria segnalano comunque che negli ultimi giorni i soldati lealisti hanno inferto sconfitte molto gravi ai gruppi della resistenza. A Homs è praticamente cessata qualsiasi tipo di guerriglia. E ora i comandi siriani stanno allargando le operazioni per riprendere il controllo della zona di Idlib e nei villaggi lungo il confine con Turchia e Libano. Tutto ciò rilancia i toni delle polemiche al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove il veto di Russia e Cina continua a paralizzare qualsiasi iniziativa tesa a deporre il presidente Assad. Ieri Hillary Clinton è tornata a puntare il dito contro il regime, ripetendo il suo rifiuto di mettere sullo stesso piano «l’assassinio premeditato di civili perpetuato dalla macchina militare di Assad e invece il diritto all’ autodifesa dei civili siriani sotto assedio». Poco prima il segretario di Stato Usa si era incontrata a lungo all’ Onu con il ministro degli Esteri russo, Sergej Viktorovič Lavrov, il quale però ha a sua volta accusato la ribellione di annoverare tra le sue file «terroristi legati ad Al-Qāʿida». Anche l’ ex segretario generale dell’ Onu, Kofi Annan, appena tornato da una missione in Siria, ha accusato i militari siriani di «un utilizzo sproporzionato della forza contro la popolazione». Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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13 marzo 2012 

«Subito corridoi umanitari a guida turco-saudita»

«Bisogna aprire subito un corridoio umanitario in Siria, come ha proposto la Turchia, un corridoio presidiato da una forza di pace internazionale. L’ Occidente deve premere sull’Onu affinché il comando dell’ operazione venga affidato alla Turchia stessa e a Paesi islamici quale l’Arabia Saudita. La Nato potrà fare parte di questa forza assieme con la Russia e altre potenze che lo vorranno. Guai a rimandare un intervento internazionale, aumenterebbero le carneficine».

Il generale a riposo Anthony Zinni, ex capo del Centcom (il comando centrale del Medio Oriente) ed ex mediatore americano nel mondo islamico, si rifà alla propria esperienza nel nord dell’Iraq dopo la prima guerra del Golfo Persico. «Aprimmo un vasto corridoio umanitario nel Kurdistan iracheno e ponemmo fine in fretta ai massacri dei curdi da parte di Saddam Hussein. In circostanze come queste, la forza di pace viene autorizzata dall’Onu a difendersi. Le truppe di Assad eviterebbero uno scontro perché capirebbero di avere la peggio, come accadde a quelle di Saddam».

Ma l’Onu non può predisporre il corridoio umanitario senza l’assenso della Russia e della Cina. «Questo assenso può essere ottenuto dai Paesi islamici a cui la Russia e la Cina sono più legate. Non credo che Mosca e Pechino vogliano venire incolpate con Damasco della catastrofe umanitaria in corso in Siria. Tra l’ altro, nel corridoio sia le forze di Assad sia quelle dell’opposizione si disarmerebbero. Il corridoio costituirebbe un rifugio per la popolazione e allenterebbe le tensioni».

Assad non lo vieterebbe? «Se l’ Onu lo adotterà, il presidente siriano non avrà più alternative al negoziato. L’ apertura del corridoio sarebbe infatti accompagnata da una massiccia iniziativa politica e diplomatica di pace. Assad non è disposto ad andarsene, ed è ancora spalleggiato dai militari. Ma non penso che voglia rischiare una guerra umanitaria, che diverrebbe inevitabile se boicottasse l’ Onu e rendesse la repressione ancora più feroce».

Crede nelle guerre umanitarie? «Sì. Sono guerre giuste e di solito sono brevi e vittoriose. Esse hanno quasi vent’ anni, ricorda? Le incominciammo nei Balcani, con il Kosovo. È vero che allora la Russia ci fu più vicina di quanto non sia oggi. Ma non si può restare passivi davanti a tragedie come quella siriana. Questi bagni di sangue sono intollerabili. Non si sa mai con gente come lui, ma mi auguro che Assad abbia imparato la lezione di Saddam e di Gheddafi».

Non ci sarà un’ altra campagna come quella della Libia? «Spero proprio di no, ma non ne sono affatto sicuro. Dipenderà dagli eventi dei prossimi mesi. Assad non ha più molto tempo per accogliere le istanze dell’ opposizione siriana e di tutto il mondo civile. Sbaglierebbe a sottovalutarne la determinazione a fare della Siria una democrazia. Se non farà grosse concessioni, finirà per perdere il potere, o per una sollevazione interna o per un attacco esterno».

C’ è chi accusa l’ Occidente di essere stato troppo morbido con la Siria… «Dalla stabilità della Siria dipendono quelle di Israele e dell’ Iran. L’ Occidente ha fatto di tutto per indurre Assad alla ragione e prevenire altre stragi. Ma ora la misura è colma, e Israele e l’ Iran sono stati ammoniti a restare al loro posto».

Ennio Caretto

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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13 marzo 2012 

I fratelli, il cognato, il cugino. L’ultima trincea del clan Assad. “Una soluzione politica basata sulle riforme proposte da Assad è la migliore soluzione” Hossein Amir Abdollahian, viceministro degli Esteri iraniano. La famiglia al potere decisa a resistere fino alla fine. «La mafia degli Assad-Makhlouf ha espropriato lo Stato per i propri interessi»

Quando la Mercedes guidata da Basil finisce appallottolata sulla tangenziale, vanno in frantumi anche i sogni di potere del padre che lo aveva scelto come erede e si realizzano quelli d’amore della sorella Bushra, che per anni aveva cercato di far accettare in famiglia un donnaiolo più vecchio di lei, già sposato e con cinque figli. Assef Shawkat è considerato infrequentabile dagli Assad e Basil, il più grande dei maschi, arriva a farlo imprigionare tre volte e a picchiare la sorella dopo averli scoperti insieme. Fino al 1994 e allo schianto lungo l’ autostrada verso Damasco. La carriera di Assef Shawkat dentro al clan che domina la Siria è inarrestabile e segreta quanto il matrimonio con Bushra (mai pubblicizzato sui giornali di regime). Dirige l’intelligence militare, coordina la sicurezza interna e adesso è il capo di gabinetto del presidente Bashar, che lo considera il suggeritore più fidato. Nei primi mesi della rivolta si ritrovavano tutti i venerdì sera da Anissa, la vedova del capodinastia Hafiz al-Assad, per discutere delle manifestazioni. A tavola anche Maher, che in un’ altra cena di tredici anni fa aveva sparato in pancia ad Assef perché aveva osato replicare all’ ordine di starsene fuori dagli affari tra fratelli. Sono quelle pallottole a impedire che Maher diventi presidente, troppo brutale e incontrollabile perfino per il padre. Ne ha coltivato l’ impeto guerresco e cercato di incanalarne gli impulsi feroci, non l’ ha potuto nominare successore ma gli ha affidato la Guardia repubblicana e la Quarta divisione corazzata, le truppe scelte composte per la maggior parte da alauiti (la setta sciita minoritaria a cui appartengono gli Assad) che in queste settimane hanno bombardato Homs, nel centro del Paese e stanno assaltando i villaggi della provincia di Idlib verso il confine con la Turchia. Nei manifesti e nei murales che imbandierano le città siriane, Maher, due anni più giovane di Bashar, appare sempre in mimetica e occhiali da sole, lenti verde scuro, modello da aviatore, come li portava Hafiz al-Assad. Tocca a Bashar lasciare Londra e gli studi di oftalmologia per ricevere lo scettro del padre, scomparso nel giugno del 2000. Il leader del regime che ha massacrato quasi ottomila civili in meno di un anno (stime delle Nazioni Unite) ha sempre ripetuto di essere stato attratto dalla chirurgia oculistica «perché è molto precisa, non è quasi mai un’ emergenza e si sparge poco sangue». Ha sposato una sunnita, Asma Akhras, nata e cresciuta a Londra, padre cardiologo e madre diplomatica. I due cognati Bashar e Assef vanno più d’ accordo delle cognate Bushra e Asma. La sorella del presidente non vuole che la first lady si comporti da primadonna e avrebbe chiesto in passato di limitarne le apparizioni in pubblico perché il suo accento inglese e l’ arabo parlato male metterebbero in imbarazzo la casata. Eppure fino alla rivolta, che il governo di Damasco imputa a terroristi sobillati da potenze straniere, è stata Asma a portare sulle riviste internazionali «un raggio di luce – definizione del settimanale francese Paris Match – in un Paese dalle molte ombre». L’ eleganza e l’ amore per i tacchi da tredici centimetri di Christian Louboutin (lo stilista ha comprato un palazzotto dell’ XI secolo ad Aleppo e viaggiava spesso a Damasco per scegliere le sete più pregiate) l’ hanno introdotta nel numero di febbraio 2011 di Vogue. Nell’ intervista Asma racconta di come abbia rinunciato alla banca d’ affari JP Morgan – e al superbonus conquistato dopo un accordo tra società di biotecnologie – per sposare Bashar. Di come lei e il marito non abbiano segreti per i vicini: «Siamo al sicuro perché siamo attorniati da persone che vogliono proteggerci. Passano di qua, commentano i mobili, sono curiosi». La stessa serenità fuori luogo che avrebbe espresso in una telefonata con Rania di Giordania. «La situazione in Siria è eccellente», avrebbe risposto alle domande preoccupate della regina. Il clan degli Assad ripete di «voler combattere fino alla fine», come ha proclamato Rami Makhlouf al New York Times. Il cugino di Bashar, per parte di madre, è l’uomo più ricco del Paese con un patrimonio (prima della ribellione) attorno ai cinque miliardi di dollari accumulato grazie alle parentele: l’ impero va dalle telecomunicazioni al petrolio, alle emittenti televisive private. Lo scorso giugno Makhlouf ha annunciato, tra le lacrime, di aver rinunciato alle sue partecipazioni e di essere pronto a donare il ricavato alle vittime della rivolta. Una promessa a cui non credono gli attivisti e neppure Jeffrey Feltman, assistente di Hillary Clinton al dipartimento di Stato americano: «In Siria non è più questione di alauiti contro sunniti. È la mafia degli Assad-Makhlouf che ha espropriato lo Stato per i propri interessi e adesso non vuole mollarlo». 

8.500 le persone morte in quasi un anno di proteste secondo l’ Osservatorio siriano per i diritti umani

Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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18 marzo 2012 

Doppio attentato a Damasco. L’ ombra del conflitto regionale. Scambio di accuse fra regime e ribelli. La pista qaedista, le armi saudite.  È la quarta volta in tre mesi che Damasco e Aleppo vengono colpite da attacchi simili

La televisione di regime lascia scorrere la notizia a ripetizione, i buchi neri dei palazzi devastati dalle esplosioni a fare da sfondo: i sauditi starebbero rifornendo di armi i ribelli siriani. Da sud, dal confine con la Giordania (che smentisce), verso Damasco e il resto del Paese. Così il governo può permettersi di non accusare più Al-Qāʿida per il doppio attacco di ieri mattina ma denuncia «i terroristi ispirati dagli stranieri».

La rivelazione dell’ appoggio militare arriva da una fonte diplomatica araba all’ agenzia France Presse e lo stesso principe Saud Al Faisal, il ministro degli Esteri, ha proclamato pochi giorni fa che i rivoltosi «hanno il diritto di difendersi».

Due autobomba hanno centrato il quartier generale della polizia criminale e quello dei servizi segreti dell’ aviazione, tra i più potenti nel sistema di controllo predisposto dal clan degli Assad. Wael Al Maliki, ministro della Sanità, conta 27 morti e quasi 150 feriti. È la quarta volta in tre mesi che Damasco e Aleppo, il centro commerciale del Paese, vengono colpite da attentati. Che gli oppositori attribuiscono alla strategia del terrore pianificata dal regime. «Temo che i prigionieri politici vengano messi in questi palazzi prima delle esplosioni. I cadaveri sono i loro», dice l’avvocato Selene N. Khouri al New York Times . «È un gioco di scacchi, muovono le pedine come vogliono loro». I lati della scacchiera corrono lungo la frontiera siriana. Gli abitanti dei quartieri sotto attacco accusano la Turchia: «Questi sono gli aiuti umanitari, questi i risultati degli incontri a Istanbul», dove sono ospitati gli attivisti del Consiglio nazionale siriano. Ankara annuncia di voler creare una zona di sicurezza qualche chilometro dentro la Siria per proteggere i rifugiati, Ahmet Davutoglu, il ministro degli Esteri, paragona il presidente siriano Bashar Assad al serbo Slobodan Milosevic. Eppure le mosse più risolute vengono attuate dai Paesi del Golfo, che hanno chiuso le ambasciate a Damasco. Il Qatar, con i sauditi, ripete di essere pronto a fornire sostegno militare agli ufficiali e ai soldati siriani che hanno disertato e stanno provando a contrastare le truppe scelte comandate da Maher, fratello di Bashar. L’ Iraq sta in mezzo e riceve pressioni dagli Stati Uniti perché ispezioni i voli cargo dall’Iran verso la Siria. Teheran ha annunciato l’ invio di un secondo carico di aiuti umanitari, quindici tonnellate e questa volta Bagdad ha minacciato il vicino: «Non siamo disposti a tollerare il trasporto di armi e munizioni attraverso il nostro spazio aereo», dice Ali Al Dabbagh, portavoce del governo. Dall’Iraq starebbero passando verso la Siria anche i terroristi di Al-Qāʿida. James Clapper, direttore della National Intelligence americana, ha testimoniato a metà febbraio davanti al Congresso che l’organizzazione starebbe infiltrandosi tra gli oppositori. Hillary Clinton, segretario di Stato, non vuole passare armi agli insorti proprio per paura che arrivino ai qaedisti. Il vento su piazza dei Martiri muove le bandiere con i colori della rivolta, non smuove i sodalizi libanesi. Nora Jumblatt canta slogan assieme ai manifestanti, il marito Walid, leader druso, ha definito Bashar «un megalomane». Hassan Nasrallah resta al fianco del regime di Damasco. Gli Hezbollah hanno esaltato le rivoluzioni arabe ma non possono perdere l’ alleato dall’ altra parte delle montagne. Davide Frattini

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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18 marzo 2012 

Se i terroristi lasciano l’ Iraq e avvelenano la rivolta siriana

Trapiantare in Siria le strutture terroristiche irachene può provocare conseguenze devastanti. Perché Damasco non è Bagdad, essendo politicamente e strategicamente più importante e perché il colpo di maglio provocato dalla fragorosa implosione del regime laico di Bashar al-Assad avrebbe ricadute di incalcolabile gravità nell’intera regione. È evidente che nessuno può accettare che il vertice siriano continui imperterrito la carneficina dei suoi stessi fratelli, terrorizzati al punto di cercare rifugio nei Paesi confinanti. Tuttavia gli ultimi attentati, come quelli di ieri, rendono ancor più evidente l’ambigua condizione di questa guerra civile che troppi si ostinano a non considerare tale. Le versioni al solito sono due. Il regime sostiene che gli attentati dei kamikaze sono opera di terroristi. L’opposizione, in realtà non proprio compatta, dice invece che sono gli uomini di Assad i registi dell’ ondata di terrore. La rapidità con cui le due versioni si fronteggiano sul web è la prova del conflitto intestino che si sta combattendo nei sottoscala della politica siriana. Non è una novità che i gruppi terroristici, riconducibili alle centrali sempre più regionalizzate di Al-Qāʿida, abbiano deciso da tempo di abbandonare il territorio iracheno e di cercare visibilità altrove, a cominciare dalla confinante Siria. Puntando, in sostanza, su due opportunità: l’ onda d’ urto delle primavere arabe e la crescente forza dei movimenti sunniti estremisti, a cominciare dai salafiti, diventati potenti in Egitto, Libia, Libano e soprattutto in Siria, alla periferia estrema del mondo sunnita. I sunniti sono la stragrande maggioranza della popolazione siriana e molti di loro meditano sanguinose vendette. Il rischio del veleno qaedista è quindi alto ed è comprensibile che la Comunità internazionale si rifiuti di accogliere le richieste degli oppositori di Assad, che chiedono armi sofisticate per abbattere il regime. L’ unica via possibile, considerata la situazione, è quella delle pressioni e delle sanzioni. Un’ energica azione dell’ Onu con il sostegno della Lega Araba potrebbe essere la soluzione. Per costringere Assad a fare un passo indietro, e gli oppositori a non trascinare il Paese in un caos mortale. Antonio Ferrari 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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3 aprile 2012 

Salari ai ribelli, una decisione solo a metà

Promettendo di pagare gli stipendi dei ribelli, gli «Amici della Siria» compiono un passo in più dentro la crisi. Ma sempre con grande prudenza e un po’ di ipocrisia, due aspetti che hanno accompagnato dall’ inizio ogni iniziativa della diplomazia internazionale. La formula del salario è un modo per sostenere gli oppositori evitando però, almeno formalmente, di consegnare armi in grandi quantità. Chi si è ribellato a Assad ha bisogno di fucili migliori, sistemi anti-tank moderni, apparati di comunicazione e soprattutto munizioni. I racconti che arrivano dal teatro sono chiari: ci sono i combattenti, mancano i mezzi per tenere testa all’ esercito. Però in casa occidentale si nutrono timori e si vuole evitare che i rifornimenti finiscano in mani sbagliate. In apparenza solo l’ Arabia Saudita – che ha perfino indicato le rotte seguite – e il solito Qatar garantiscono con decisione agli insorti l’equipaggiamento militare. Dunque assistenza ai coraggiosi che sfidano la repressione, però con moderazione. I prossimi passi in favore della rivolta saranno legati all’ atteggiamento di Bashar al-Assad. In un messaggio all’ inviato Onu Kofi Annan ha promesso che le sue unità militari si ritireranno a partire dal 10 aprile dalle principali città. Ma di impegni Damasco ne ha presi tanti e spesso si sono rivelati dei trucchi per guadagnare tempo. Quel tempo sfruttato per schiacciare senza pietà i suoi avversari. Ora deve fare sul serio, la diplomazia lo aspetta al varco. Altrimenti gli «stipendi» saranno seguiti da altro. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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10 aprile 2012 

I siriani sparano, vittime al confine turco. I militari di Assad aprono il fuoco sui profughi. L’ indignazione di Ankara

I capi dei ribelli promettono in video di rispettare il cessate il fuoco negoziato dalle Nazioni Unite. «Noi, i difensori del popolo siriano, siamo pronti a deporre le armi». Al presidente Bashar al-Assad non basta: pretende un impegno scritto prima di ordinare il ritiro delle truppe dalle città sotto assedio. A poche ore dall’ inizio della tregua, fissato per questa mattina, il regime pone nuove condizioni e continua le operazioni contro gli insorti. All’ alba di oggi Kofi Annan, inviato dell’ Onu, deve verificare il rispetto del suo piano, ma il conflitto rischia di coinvolgere già i Paesi vicini. L’ esercito siriano ha sparato verso i campi rifugiati allestiti dai turchi lungo la frontiera. Sei persone sono rimaste ferite a Kilis e Ankara minaccia di essere pronta a prendere tutte le misure necessarie. «E’ evidente che l’ armistizio a questo punto non ha più alcun significato. Comincia una nuova fase», commenta Naci Koru, viceministro degli Esteri turco. Il cessate il fuoco era stato accettato da Assad il 2 aprile. Adesso Damasco sostiene di non voler dare la possibilità ai rivoltosi di riarmarsi. «Non permetteremo che si ripeta quanto accaduto durante la missione della Lega Araba a gennaio, quando il governo ha ritirato le proprie forze dalle città e dalle campagne, mentre i ribelli prendevano possesso di quelle stesse zone. Hanno sfruttato la situazione per allargare la loro autorità a interi distretti», dice Jihad Makdessi, portavoce del ministero degli Esteri. Il regime proclama di aver cominciato il ripiegamento, per andare avanti vuole garanzie. «E’ un’ interpretazione sbagliata dell’ accordo definito con le Nazioni Unite», spiega Ahmad Fawzi, assistente di Kofi Annan, che oggi visita la frontiera tra Turchia e Siria. Ankara ospita 25 mila siriani fuggiti dalla repressione, tra loro i soldati che hanno lasciato le truppe regolari per combattere contro il regime. I disertori usano i campi tendati come basi per i raids contro l’ esercito. Ieri all’ alba hanno colpito un posto di blocco e sono stati inseguiti fino al confine: i militari di Assad non avrebbero smesso di sparare neppure quando gli otto ribelli sono passati dall’ altra parte. I turchi hanno già proposto di creare una zona cuscinetto in territorio siriano per proteggere i rifugiati, sarebbe il primo passo verso l’ intervento armato. Il governo libanese è meno agguerrito verso il protettore di sempre, chiede però un’ inchiesta per l’ uccisione del cameraman Ali Shabaan. L’ auto della televisione Al Jadeed si stava muovendo ieri lungo il confine nella zona di Wadi Khaled, quando è finita sotto i colpi che arrivavano dal villaggio di Armouta, dall’ alta parte. «Per due ore non siamo riusciti a muoverci, continuavano a sparare. Non abbiamo potuto aiutare Ali che stava morendo dissanguato», racconta il giornalista Hussein Khreis. L’ offensiva del regime ha colpito anche Latamna, nella provincia di Hama, dove 35 civili sarebbero stati uccisi nel bombardamento dell’ artiglieria, dall’ inizio della rivolta le vittime sarebbero 9 mila in tutto il Paese. Human Rights Watch accusa le bande di Assad di aver freddato in vere e proprie esecuzioni oltre centro persone negli ultimi tre mesi: civili inermi o insorti che si erano arresi. «Nel tentativo spietato di calpestare la ribellione – spiega Ole Solvang, ricercatore dell’ organizzazione per i diritti umani – il regime ha ammazzato a sangue freddo, in pieno giorno e davanti a testimoni: evidentemente gli assassini non sono preoccupati delle possibili conseguenze». Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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11 aprile 2012 

La tregua in Siria affoga nel sangue «Ancora massacri». L’ esercito resta su posizioni d’ attacco

«Alle 8.30 sono stato svegliato dai tonfi delle bombe. Un colpo ogni dieci minuti», racconta Walid Fares da dentro Homs. Alle 8.30 le truppe del regime siriano avrebbero dovuto lasciare già da due ore e mezza la città sotto assedio, almeno secondo la tregua negoziata da Kofi Annan. L’ inviato delle Nazioni Unite prova a difendere il suo piano e a concedere fino a domani all’ esercito regolare e ai suoi comandanti: il 12 aprile è la data fissata – spiega – per verificare se i soldati (e gli insorti) stanno ancora sparando. «Alle spalle, a donne e bambini in fuga», attacca Recep Tayyip Erdoğan. Il premier turco è meno indulgente verso l’ ex amico Bashar al Assad e per la prima volta lo accusa direttamente delle violenze. «Continua a uccidere: 60, 70, 80, 100 persone ogni giorno. I suoi uomini hanno colpito al di là del confine nel nostro territorio, si è trattato di una violazione evidente e siamo pronti a prendere tutte le misure necessarie». Ahmet Davutoglu, il ministro degli Esteri che viaggiava con lui in Cina, è stato rimandato ad Ankara proprio per decidere quali debbano essere queste misure. Anche la Casa Bianca parla delle «prossime mosse», adesso che le «promesse del regime si sono rivelate ancora una volta vuote», spiega il portavoce Jay Carney. Francesi e britannici ripetono che Assad ha sfruttato il piano dell’ Onu come copertura per intensificare le operazioni militari contro gli insorti.

Perfino la Russia alleata del presidente è irritata «perché gli sforzi per implementare il cessate il fuoco avrebbero potuto essere più convinti e produttivi». Lo comunica Sergej Viktorovič Lavrov al siriano Walid al-Muallem in visita a Mosca. I due ministri degli Esteri sono d’ accordo nell’ esigere che i ribelli depongano subito le armi. Muallem porta con sé in Russia le notizie che le truppe regolari avrebbero iniziato il ritiro e che il cessate il fuoco sarà applicato con l’ arrivo degli osservatori internazionali.

Kofi Annan la racconta così: «L’ esercito regolare ha abbandonato alcune zone, è stato ridispiegato in altre. È troppo presto per giudicare se il tentativo di imporre la tregua sia fallito». L’ ex segretario generale dell’ Onu ci crede ancora e in una lettera al Consiglio di sicurezza chiede di «mettere in atto qualsiasi sforzo perché la scadenza di giovedì venga rispettata». Ammette che Damasco «deve cambiare atteggiamento, non ha dato segnali di pace». Nel giorno dell’ armistizio i soldati di Assad hanno ucciso secondo gli attivisti 52 persone (28 civili), le nuove vittime di una repressione che avrebbe causato 9 mila morti in tredici mesi. I leader dell’ opposizione ripetono di voler rispettare l’ accordo e denunciano le mosse del regime. Commenta Basma Kodmani, portavoce del Consiglio Nazionale Siriano: «Da quando il piano di Annan è stato annunciato il 2 di aprile il regime ha ammazzato un migliaio di persone. Ogni giorno che viene concesso in più ad Assad è un giorno molto doloroso».  la «caduta del regime». Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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12 aprile 2012 

I Grandi danno l’ultima chance alla Siria. Prima vogliamo vedere i fatti, le promesse non bastano per applicare il piano Annan, Hillary Clinton, segretario di Stato Usa.  Il ministro degli Esteri italiano ha parlato con il russo Lavrov delle crisi in Medio Oriente. La Clinton preme sugli iraniani: «Attendiamo risposte sul nucleare». Damasco: rispetteremo la tregua. Terzi: tutelare i militari impegnati contro i pirati

Agenda fitta per i ministri degli Esteri del G8 riuniti nella capitale americana. Ognuno dei temi meriterebbe un summit. Rivolta in Siria, Iran, lotta alla pirateria, proliferazione nucleare, Birmania, Sudan. Molto da discutere nella due giorni aperta ieri dal segretario di Stato Hillary Clinton e che si chiuderà oggi con un documento riassuntivo. La Siria. Dalla capitale Usa gli Otto hanno seguito l’ iniziativa dell’ inviato Onu, Kofi Annan. L’ emissario ha chiesto l’aiuto di Teheran, grande alleata della Siria, e qualcosa si è mosso. Damasco ha annunciato che sospenderà a partire da oggi le operazioni militari, riservandosi però il diritto di rispondere a eventuali attacchi dei ribelli. Condizione che viene interpretata come una scusa per continuare a colpire in spregio alla presunta tregua. Infatti gli Usa hanno ribadito: «Prima vogliamo vedere i fatti, le promesse non bastano e non sono sufficienti per l’ applicazione del piano Annan». Washington sta considerando l’ ipotesi – condivisa anche dalla Turchia – di creare una zona cuscinetto: uno sviluppo che potrebbe portare anche ad un intervento militare per proteggere la fascia. La Francia ha sollecitato l’ invio di un robusto contingente di osservatori Onu e la Gran Bretagna ha minacciato di accrescere gli aiuti all’ opposizione nel caso che la tregua sia violata. Duri gli insorti che affermano di non aver visto alcun ritiro dalle città. Anzi, le forze di Bashar Assad hanno proseguito con attacchi pesanti in numerose località, compresa Bosra, uno dei gioielli protetti dall’ Unesco. Quasi 30 le vittime tra i civili mentre il regime lamenta l’ uccisione di un generale a Damasco. Il sì alla tregua può essere davvero l’ ultima possibilità per Damasco: lo ha sottolineato anche la Cina che in questi mesi ha sempre fatto scudo al regime insieme ai russi. Una posizione intransigente renderebbe complicato il ricorso al veto nel caso la diplomazia voglia votare una risoluzione più muscolosa. A ogni modo è chiaro che si è all’ inizio di un processo – fragile – e le incognite sono ancora molte. Di questo, e dell’ Iran, ha discusso il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi con Hillary Clinton e il collega quello russo Sergei Lavrov. L’ Iran Teheran, insieme alla Corea del Nord, è il sorvegliato speciale. I membri del G8 attendono il prossimo incontro in programma sabato in Turchia che vedrà davanti iraniani e una delegazione dei 5+1 (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Germania, Francia) ansiosa di vedere gesti concreti. «Aspettiamo risposte», incalza la Clinton. Gli iraniani dicono che formuleranno proposte «flessibili» sul nucleare. In ambienti diplomatici si è convinti che Teheran si è forse decisa a offrire qualcosa in termini di ispezioni e arricchimento dell’ uranio. È la situazione che li costringe: economia a pezzi, sanzioni devastanti, problemi nell’ assicurare le petroliere. Il Paese rischia davvero la paralisi. Come per la Siria, si dovrà capire se le offerte iraniane siano accettabili. In attesa dei colloqui, gli eredi di Khomeini – secondo abitudine – fanno un po’ di fumo. Ieri hanno annunciato il taglio delle forniture di petrolio alla Germania minacciando di farlo nei prossimi giorni con l’ Italia. Mossa prevista accompagnata dal divieto di importazione per 100 società europee. Fermento anche sul fronte militare. Gli iraniani svolgeranno a breve manovre congiunte di forze armate e pasdaran. L’ obiettivo è mostrare una mobilitazione davanti alla sfida internazionale mantenendo in qualche modo l’ iniziativa. La pirateria La delegazione italiana ha lavorato sodo per ottenere un maggior coordinamento nella lotta alla pirateria. Giulio Terzi ha chiesto che gli Otto accolgano «l’ esigenza fondamentale della tutela dei militari impegnati» contro i predoni del mare. Un’ iniziativa legata alla complicata vicenda dei due marò detenuti in India con l’ accusa di aver ucciso due pescatori. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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13 aprile 2012 

Mosca apre agli osservatori in Siria. “L’esercito e i tank siriani devono tornare nelle loro caserme il prima possibile”, Susan Rice, ambasciatore Usa all’ Onu. La Clinton strappa il sì della Russia nel primo giorno di fragile tregua. È stato applicato il piano di pace di Annan? “Non sono di questo parere” Recep Tayyip Erdogan, premier turco

Una tregua fragile, in bilico tra cannonate del regime siriano e attacchi dei ribelli. Ma una tregua sufficiente a innescare un meccanismo che può portare ad una svolta. Già oggi il Consiglio di sicurezza dell’Onu potrebbe votare una risoluzione che prevede l’invio di 30 osservatori disarmati, secondo la bozza diffusa nella notte. E, infatti, una missione è in avanscoperta per esaminare i dettagli tecnici di un’ operazione in Siria che si presenta difficile. Anche se, rispetto al passato, ha ottenuto la luce verde della Russia, grande protettrice di Damasco. Gli sviluppi della crisi si sono intrecciati tra il Medio Oriente, il Palazzo di Vetro a New York e Washington, dove erano riuniti i ministri degli Esteri del G8. È così che i capi della diplomazia hanno accolto con soddisfazione – mescolata ad una grande prudenza – l’ iniziativa condotta dall’ inviato speciale Onu, Kofi Annan. L’ ex segretario ha specificato che sotto il profilo tecnico la Siria non ha adempiuto al piano previsto dalle Nazioni Unite in quanto le truppe restano nelle città. E ha invitato il Consiglio di Sicurezza a sollecitarne la partenza. Ma, al tempo stesso, ha sottolineato come la tregua abbia tenuto, anche se vi sono state violazioni costate 20 morti. La partita con la dittatura resta aperta. L’ opposizione ha invitato i siriani a manifestare e qualcuno lo ha fatto. Immediata la risposta del potere: ogni dimostrazione deve essere autorizzata. Che accade se, oggi, si formano dei cortei dopo le preghiere? I soldati spareranno? Ecco perché è urgente il dispiegamento degli osservatori che è solo il primo passo. Hillary Clinton ha ribadito che è necessario l’ avvio di una transizione. Il quadro resta comunque precario. E al G8 si sono esaminati tutti gli scenari. Compreso quello evocato dalla Turchia che, in caso di altri attacchi dalla Siria, potrebbe invocare l’ articolo 5 che prevede l’ intervento Nato in difesa di uno dei suoi membri. Come ha ricordato il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi il regime siriano si è reso protagonista di atti «atroci» verso la popolazione provocando un’emergenza umanitaria nei Paesi vicini. E per questo Washington, con Ankara, non ha escluso l’ ipotesi di creare una zona cuscinetto per proteggere i civili in fuga. Il senso è che la diplomazia attenda al varco Damasco: se non si adegua scatteranno altre misure. Identica medicina prescritta per l’ Iran. Gli Usa hanno esortato Teheran a cogliere l’ occasione dei contatti negoziali sul nucleare a Istanbul: «È il momento di dare delle risposte». Infine lotta alla pirateria. Il G8 ha appoggiato la posizione italiana sulla necessità che i Paesi seguano i principi del diritto internazionale per quanto accade in alto mare. Un riconoscimento – ha osservato Terzi – di grande peso. Twitter @guidoolimpio

Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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15 aprile 2012 

Quel cargo con le armi per Assad

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato l’ invio di 30 osservatori in Siria per monitorare la tregua. Ve ne è bisogno: perché si continua a morire e il regime martella secondo tradizione. Ma non c’ è solo questo sul fronte della crisi. Un episodio rilancia i sospetti su forniture clandestine di armi in favore di Damasco nonostante divieti e embargo. Un mercantile tedesco è stato fermato dall’armatore mentre stava facendo rotta sul porto siriano di Tartous. Nelle stive – stando agli avversari del regime – vi sarebbe equipaggiamento militare destinato alle truppe di Bashar al-Assad. Come hanno segnalato più volte fonti Onu è attiva una catena di rifornimento marittima che riempie l’ arsenale siriano. Un flusso alimentato da Teheran e forse anche dai russi, tradizionali alleati del clan Assad. La «Atlantic Cruiser», cargo tedesco noleggiato da una società ucraina, ha fatto sosta a Gibuti. Una tappa necessaria per trasbordare un carico arrivato nello scalo africano con un’ unità iraniana. Successivamente il mercantile ha risalito il canale di Suez facendo rotta su Porto Said e quindi verso la Siria, anche se come approdo finale era indicato Iskenderun, in Turchia. Arrivata a circa 80 chilometri dalla costa siriana, il cargo ha iniziato a fare delle manovre circolari. Forse attendeva un segnale per poi piegare verso la sua destinazione. I suoi movimenti – secondo una ricostruzione – erano però noti a membri dell’ opposizione siriana che hanno avvertito le autorità tedesche. Il capitano della «Atlantic Cruiser» ha ricevuto l’ ordine di fermarsi per permettere nuovi controlli. Cosa c’ è nelle stive: armi o, come recitano i documenti, materiale idraulico? Lo si capirà presto. Il caso del mercantile ricorda quello della «Chariot», nave che grazie al lassismo delle autorità cipriote ha portato tonnellate di munizioni russe in Siria. E chissà quante altre, in questi mesi, hanno beffato l’ embargo Onu.  Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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22 aprile 2012 

Siria, risoluzione unanime all’ Onu Saranno inviati altri 300 osservatori

Il Consiglio di Sicurezza dell’ Onu ha approvato ieri l’ invio di 300 osservatori in Siria per tre mesi per monitorare il rispetto del cessate il fuoco e l’ applicazione del piano Annan. La Unsmis (United Nations Supervision Mission in Syria) sarà composta da membri militari disarmati e da civili. La Russia voleva una componente limitata di civili, mentre gli europei chiedevano di specificare le loro competenze. Compromesso sull’ uso di elicotteri: il testo finale sottolinea «la necessità che il governo siriano e l’ Onu si accordino velocemente su adeguate attività di trasporto per l’ Unsmis». L’ opposizione ha accolto con favore la decisione che va incontro alle «richieste del popolo siriano», mentre le forze di sicurezza governative hanno picchiato i civili che ieri hanno incontrato l’ avanguardia degli osservatori Onu nel martoriato quartiere di Baba Amro ad Homs.

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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24 aprile 2012 

Missione Onu fragile e inadeguata ma per la Siria è l’ unica chance

È l’unica realistica carta sul tavolo la missione dei 300 osservatori che il Consiglio di Sicurezza ha deciso di inviare in Siria. Fragile, inadeguata rispetto ai massacri che negli ultimi 13 mesi avrebbero causato la morte di oltre 9.000 persone. E largamente impotente nei confronti di un regime che ha più volte tradito le proprie promesse e non esita a torturare e bombardare i civili pur di restare in sella. I capi del movimento rivoluzionario tornano ad accusare l’ Onu di fornire una sorta di legittimazione per il presidente Bashar al Assad, che così può prendere tempo e affinare la repressione contro coloro che definisce «terroristi aiutati dai nemici esterni». Non hanno tutti i torti. Tra il 26 dicembre e il 28 gennaio scorsi la precedente missione Onu-Lega Araba (che al suo culmine vide 165 osservatori sul campo) si concluse con un nulla di fatto, se non la crescita delle violenze e l’ intensificarsi del martirio della città di Homs. Eppure, non ci sono alternative concrete. L’opzione dell’intervento militare Nato resta per il momento utopica. C’è forse la possibilità che la Turchia istituisca una «zona cuscinetto» lungo il proprio confine, magari con l’appoggio di Qatar e Arabia Saudita. Ma è solo un’ ipotesi remota. Permangono del resto profondissime le divisioni all’ interno del movimento di opposizione siriano, che non è riuscito ad esprimere una gerarchia di comando condivisa e neppure un’ organizzazione militare che sappia coordinare le azioni di rivolta. Il rischio della crescita di vendette e rappresaglie violente (almeno tanto quelle dei fedelissimi di Assad) da parte della guerriglia contro i settori di popolazione ancora legati al regime permane inoltre molto forte. Di fronte all’ impasse politica e alla prospettiva di nuovi bagni di sangue, in questa guerra civile complicata dagli interventi esterni e dal peso del lacerante conflitto sciito-sunnita, ben venga allora la missione Onu. Servirà comunque a mantenere l’ attenzione sulla Siria, faciliterà forse l’ accesso ai media internazionali, e ricorderà ad Assad che i suoi crimini non resteranno impuniti.  Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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26 aprile 2012 

La Francia minaccia l’ intervento in Siria

La Francia si ripropone tra i massimi sostenitori dell’ intervento militare internazionale a garanzia della «primavera araba». L’ anno scorso era stata paladina dei blitz Nato in Libia. Ora replica con la Siria. È stato ieri il ministro degli Esteri Alain Juppé a sostenerlo dopo l’ incontro con esponenti dell’ opposizione siriana al Quay d’ Orsay. «Non possiamo accettare di essere presi in giro dal regime di Damasco. Diamo una possibilità alla mediazione Onu. Ma occorre che i 300 osservatori siano attivi sul campo entro due settimane. Se però il regime dovesse continuare a tradire gli impegni, dovremmo allora appellarci all’ articolo sette della carta dell’ Onu», ha spiegato riferendosi al principio per cui il Consiglio di Sicurezza ha l’ autorità per ordinare missioni militari. La questione è estremamente controversa. Dopo il fallimento della missione degli osservatori Onu (disarmati) in coordinazione con la Lega Araba tra il 26 dicembre e il 28 gennaio scorsi (arrivarono a quota 165 nei momenti di massima attività) il Consiglio di Sicurezza ha nominato l’ ex segretario generale Onu Kofi Annan suo inviato speciale in Siria. Questi nelle settimane scorse ha elaborato un piano di pace incentrato sulla necessità del cessate il fuoco e del ritiro dell’ esercito lealista dai centri delle violenze. Ma, dopo una prima relativa calma, da alcuni giorni gli scontri sono ripresi gravissimi, specie a Homs e Hama. Il Consiglio di Sicurezza ha nel frattempo approvato l’ invio di una nuova missione di osservatori. Al momento però sono solo 10 e dovrebbero diventare 300 entro circa un mese e mezzo. Juppé insiste che si debbano accelerare i tempi e pone come limite massimo il 5 maggio. Le sue dichiarazioni riecheggiano quelle recenti del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Ma ostacolo maggiore resta l’ opposizione di russi e cinesi, fermi nel porre il veto a qualsiasi intervento militare estero in Siria. Da Mosca criticano le posizioni di Juppé come pesantemente condizionate dalla politica interna francese all’ ombra del voto.  Cremonesi Lorenzo

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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7 maggio 2012 

Erdogan: «Sono pronto a richiedere l’ intervento militare Nato in Siria». Domani il premier turco a Roma: rafforzare la cooperazione con l’ Italia. Ci sono regimi autocratici che opprimono il popolo, noi possiamo mostrare la strada del cambiamento. Il secolarismo in Turchia è stato usato come uno strumento per opprimere i musulmani

La faccia di Erdogan sorride da ogni angolo della strada. «Benvenuto» si legge sugli striscioni. Il primo ministro turco è ad Adana, nel sud del Paese, per inaugurare un nuovo ospedale e parlare al Congresso provinciale del suo partito, l’ Akp, al governo dal 2002. Bacia un paio di bambini, saluta la folla, stringe mani, mangia il cibo che gli viene immancabilmente offerto. Recep Tayyip Erdoğan è il solito fiume in piena, un istrione in perenne movimento. Camicia celeste, giacca a quadri, nonostante il caldo, il leader del partito filo-islamico appare in grande forma dopo l’ operazione dello scorso febbraio: «Sta talmente bene – dice un suo stretto collaboratore – che non riusciamo a stargli dietro». Accanto a lui, come sempre, la figlia Sümeyye e la moglie Emine, entrambe elegantissime, il viso incorniciato dal velo. L’ intervista esclusiva con il Corriere della Sera comincia sull’ aereo che ci riporta ad Ankara. Sono ormai le otto di sabato sera. Domenica Erdogan si sposterà al confine con la Siria per visitare il campo rifugiati di Kilis, poi partirà per la Slovenia, infine per Roma dove è atteso stanotte.

Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu nel suo ultimo discorso ha detto che la Turchia guiderà l’onda del cambiamento in Medio Oriente. Lei aspira a diventare il leader della regione? «Non siamo nella posizione di guidare o di essere i leader del cambiamento in maniera sistematica ma forse ci sono persone che sono ispirate dai passi che abbiamo compiuto. La Turchia non è uno stato religioso ma una repubblica parlamentare funzionante. Abbiamo dimostrato che Islam e democrazia possono convivere. Se ci sono dei regimi autocratici che opprimono il popolo, allora la gente cercherà di cambiare e noi possiamo mostrare loro la strada per farlo, cioè quella del sistema parlamentare. Finora siamo stati disponibili con chi ci ha chiesto consiglio».

La situazione in Siria sta degenerando e sono migliaia i profughi che hanno cercato rifugio nel suo Paese. Secondo lei c’è ancora un futuro per Assad? State valutando seriamente l’ opzione militare? «Il regime di Assad è finito. Ci sono stati 10mila morti, 25 mila rifugiati in Turchia, 100 mila in Giordania. Se un Paese opprime la sua stessa gente, la attacca con i cannoni e i carri armati, se, come conseguenza, centinaia di migliaia di persone fuggono, dov’ è la giustizia? Noi condividiamo con la Siria un confine lungo 900 chilometri. E abbiamo sempre avuto legami di grande amicizia. Sfortunatamente Assad non ha onorato la nostra fiducia. Quando le cose si sono cominciate a muovere in Tunisia l’ abbiamo avvisato. Gli abbiamo detto: scegli la via giusta, lascia che nascano i partiti politici, apri la strada alla libertà, rilascia i prigionieri politici, ferma la corruzione. Ora la situazione è molto grave. Finora siamo stati pazienti con la Siria ma se il governo commetterà ancora degli errori alla frontiera questo sarà un problema della Nato come recita l’ articolo 5. Assad non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte ad Annan. Le uccisioni continuano. Il Consiglio di sicurezza dovrebbe prendere la cosa più seriamente. La Ue non dovrebbe rimanere un osservatore esterno. Se penso a un intervento armato? Questo non è solo un problema della Turchia. Servono passi comuni del Consiglio di sicurezza, della Lega Araba».

Quattro anni fa le relazioni tra Turchia e Israele erano molto buone e rappresentavano una speranza per l’ intera regione, oggi quei rapporti sembrano essersi compromessi per sempre. È impossibile ricucire? «È vero, la Turchia era il più importate alleato di Israele nell’ area ma loro hanno fatto dei grandissimi errori nei nostri confronti. L’ attacco di Israele alla nostra Flotilla di aiuti umanitari non può essere perdonato. È avvenuto in acque internazionali. Nove persone sono morte e sui loro cadaveri c’erano più di 30 proiettili, anche sparati da vicino. Abbiamo dettato a Israele delle condizioni: vogliamo scuse pubbliche, un risarcimento per le famiglie delle vittime, la fine dell’ assedio di Gaza. Oggi Gaza è ancora bloccata e a volte viene pure bombardata. Se non saranno soddisfatte queste condizioni le nostre relazioni non si normalizzeranno mai».

Ankara oggi sembra guardare sempre più ad Oriente. Cosa ne è delle ambizioni di entrare nell’ Unione Europea? Lei lo considera un capitolo chiuso? «No, questo è fuori questione. Come lei sa nel 1996 siamo diventati parte dell’ unione doganale, una cosa che di solito si ottiene solo quando si è già membri Ue a pieno titolo. Ora, però, i Paesi membri della Ue fanno di tutto per non lasciarci entrare. Perché? Siamo l’ unico Paese musulmano nella Nato ma questo non danneggia le nostre relazioni con i Paesi del Medio Oriente con i quali abbiamo valori in comune. Le assicuro che faremo di tutto per diventare membri della Ue. Ma loro non mantengono le promesse. Spero che la smettano di fare questi errori e che colgano al volo l’ opportunità di diventare un grande attore globale accogliendoci nell’ Unione».

E i rapporti con l’ Italia? Lei sta per venire a Roma, dove incontrerà il premier Mario Monti. Quali sono le prospettive future di collaborazione politica e commerciale? «Durante il summit in Corea del Sud ho già avuto modo di incontrare Mario Monti e la sua delegazione. Per me questo vertice intergovernativo ha un’ importanza particolare, porterò 8 o 9 ministri e ognuno avrà anche colloqui indipendenti con il suo omologo. Lo scopo è di aumentare il commercio tra i due Paesi che già raggiunge i 21,5 miliardi di dollari. Una cifra buona ma ancora insufficiente. In Turchia ci sono 900 compagnie italiane e dal 2002 sono cresciute di numero nonostante la crisi. Vogliamo migliorare ancora».

Il 23 aprile lei è andato a un ricevimento ufficiale in Parlamento con sua moglie Emine che indossava il velo. E facendolo ha rotto un tabù. Il velo è una minaccia allo Stato secolare? «Uno Stato secolare non esclude la libertà di religione. Il secolarismo mantiene la stessa distanza da tutte le fedi. Invece in Turchia è stato usato come uno strumento di oppressione dei musulmani ledendo anche il loro diritto all’ educazione. Noi ora stiamo garantendo gli stessi diritti a tutte le religioni. Io sto cercando di porre rimedio a questa ingiustizia. Perché impedire alle donne di portare il velo? Non c’ è alcuna legge del genere negli Usa, in Italia o in molti altri Paesi europei. Penso che la questione sarà presto risolta».

In Turchia ci sono più di cento giornalisti in prigione. Non sono un po’ troppi per un Paese democratico che garantisce la libertà di espressione? «La cifra è sbagliata, non si tratta di veri giornalisti. Il 90% di queste persone non sono di certo in prigione per quello che hanno scritto ma perché sono legati ad un’ organizzazione terroristica. Poco tempo fa in Gran Bretagna hanno arrestato 50 giornalisti ma nessuno ha detto nulla. Se succede in Turchia apriti cielo. È solo propaganda. Io ci tengo alla libertà di espressione più di ogni altro visto che ho subito una condanna penale per aver letto una poesia! I versi non erano illegali, l’ autore era un eroe per Atatürk. Per me la libertà d’ espressione è un diritto inviolabile. Su questo argomento non ammetto deroghe».  

Recep Tayyip Erdoğan è nato nel ‘ 54 a Istanbul in una famiglia modesta di stretta osservanza musulmana. Laureato in economia, sposato con Emine, ha 4 figli. Nel 1994 fu eletto sindaco di Istanbul, carica che mantenne per quattro anni e che dovette lasciare nel 1998 quando fu condannato a dieci mesi di carcere (quattro effettivamente scontati) per aver letto una poesia di Ziya Gökalp. Nel 2001 Erdogan fonda il partito Akp (Giustizia e Sviluppo) che stravince le elezioni nel 2002. Dal 2003 è primo ministro della Turchia (rieletto nel 2007 e nel 2011) per un totale di 9 anni e 45 giorni.

Ricci Sargentini Monica

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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7 maggio 2012 

Il grido dei ribelli agli osservatori Onu: «Qui ci ammazzano tutti». Gli Stati Uniti hanno accusato il presidente Bashar Assad di non fare «alcun tentativo di rispettare» il piano di pace

«Quando voi ve ne andrete, verranno a prenderci, ci arresteranno tutti», dice una vecchia col velo bianco intorno al volto all’ osservatore Onu in giubbotto antiproiettile. È uno dei membri del team che dovrebbe assicurare il cessate il fuoco tra esercito e ribelli in Siria dopo 9.000 morti in 14 mesi, come prevede il piano di pace di Kofi Annan approvato il 12 aprile. Settanta dei 300 osservatori sono arrivati. E alle 10, ieri mattina, tre auto bianche con la scritta «UN» sono partite sfrecciando seguite da uno stuolo di macchine cariche di giornalisti, siriani e stranieri, dirette a Zabadani e ai villaggi vicini. Zabadani è un centro per lo più sunnita di 35 mila abitanti a 30 chilometri da Damasco, appena prima del confine col Libano. I buchi di kalashnikov nelle saracinesche e i fori di granate in alcuni edifici testimoniano la battaglia tra ribelli e soldati avvenuta a gennaio. Faris Muhammad, che si definisce un attivista politico, consegna all’ Onu un foglio di carta con l’ immagine ricostruita su Google Earth dei punti dove si troverebbero i checkpoint e i tank dell’ esercito, una decina tutt’ intorno al villaggio. Il piano di pace di Annan prevede il ritiro dei mezzi pesanti dai centri abitati e l’ inizio della rimozione delle concentrazioni militari intorno; ai ribelli si chiede di cessare i combattimenti. Molte perplessità sono state espresse: gli Stati Uniti giovedì hanno accusato il presidente siriano Bashar Assad di non fare «alcun tentativo di rispettare» il piano. L’ Onu invece dichiara che «sta avendo un effetto calmante sugli scontri». Piccoli passi, ma pur sempre passi. Un osservatore fa l’ esempio di tre tank rimossi da Hama, dove presidiavano una scuola. La riduzione del numero di morti non tranquillizza tutti: sia Amnesty che Human Rights Watch hanno denunciato un’ escalation di uccisioni prima del cessate il fuoco e che gli arresti continuano. Venerdì oltre 20 manifestanti sono morti durante proteste nel Paese, il giorno prima 5 studenti ad Aleppo. Dopo la visita degli osservatori, ieri, secondo l’ Associated Press i soldati hanno sparato sulla gente a Dael: tre feriti. Il piano di Annan prevede anche l’ ingresso libero dei giornalisti: 40 visti a media stranieri sono stati concessi l’ altro ieri secondo il governo, anche se per pochi giorni. Ed è prevista la fine delle detenzioni arbitrarie: Mohammed Ibrahim, un magistrato egiziano, in giacca e cravatta faceva colazione ieri nell’ hotel degli osservatori vicino a tre yemeniti in camouflage: è appena arrivato per fornire la consulenza legale. A Zabadani e dintorni, gli osservatori trovano una mezza dozzina di tank e blindati, alcuni coperti da plaid a quadretti o teli di plastica. Uno è circondato da un forte odore di polvere da sparo. Un altro ha il cannone puntato verso l’ entrata del villaggio di Seghaya. «Dov’ è il caricatore?», chiede l’ osservatore ad un soldato. «Rimosso il 12 aprile», è la risposta. «Quanto tempo ci vorrebbe per rimetterlo in funzione?», chiede una giornalista al casco blu, che risponde: «Buona domanda». La propaganda è da ambo i lati. A Zabadani, più d’ un giovane dalla lunga barba assicura: «Qui siamo tutti civili, nessun miliziano». «Sono estremisti finanziati dai sauditi e dal Qatar», urla un funzionario governativo a Seghaya. L’ altro ieri due ordigni sono esplosi al mattino e uno la sera a Damasco, senza vittime; un altro ad Aleppo con tre morti. L’opposizione addita l’intelligence siriana, ma la comunità internazionale teme l’ nfiltrazione di jihadisti, seppure in minoranza tra i ribelli. Un uomo dai baffi neri e la kefia in testa dice al Corriere che il figlio è stato arrestato 9 mesi fa a Deir El-Zor, nell’ Est dove ieri c’ erano nuovi scontri. L’ uomo, che dice di chiamarsi Abid, giura che il figlio aveva un fucile, «solo per andare a caccia». Oggi in Siria ci sono le elezioni parlamentari, le prime multipartitiche, presentate dal regime come segno di riforma, mentre gli oppositori le definiscono una farsa. Damasco è tappezzata di poster elettorali, ma a Zabadani sui muri ci sono le facce dei martiri, non dei candidati. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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9 maggio 2012

Erdogan: in Siria nessuna speranza. Il primo ministro italiano non si sbilancia sull’ ipotesi di un intervento Nato. Annan: «Rischio di guerra civile totale». Dall’ Italia 17 osservatori

Nel giorno in cui Kofi Annan ha definito il piano di pace per la Siria, del quale è autore, «l’unica chance di stabilizzare il Paese», quel progetto è stato dato per fallito dal primo ministro della nazione che con lo Stato di Bashar al-Assad in rivolta condivide 911 chilometri di frontiera e che ospita già 23 mila profughi siriani. «Ho perso la speranza. Non so più che cosa augurarmi perché non si riesce ad arrivare al risultato voluto», ha detto del piano Annan il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan. Quelle impiegate ieri dal premier di Ankara al fianco di Mario Monti in occasione del secondo vertice bilaterale tra Italia e Turchia sono parole inusuali per un capo di governo, ma il pessimismo della valutazione non va scambiato per sospiro scorato di un uomo arrendevole. A Villa Madama, Erdogan è parso tutt’ altro che incline a disinteressarsi della repressione ordinata alle porte di casa sua da un capo di Stato reso meno stabile da rivolte di piazza e tuttavia ostinato e non a corto di armi. Da Ginevra, l’ ex segretario generale dell’ Onu Annan ha ammesso di provare «profonda preoccupazione» che la Siria possa «sprofondare in una guerra civile totale». Sui 300 osservatori autorizzati dal Consiglio di sicurezza, il mediatore del Ghana ed ex numero uno al Palazzo di Vetro ha dichiarato: «Saranno sul territorio siriano entro fine maggio». Vicino a Erdogan, Monti a Roma ha anticipato quanto il suo governo avrebbe deciso di lì a poco: una «missione di pace di militari italiani in Siria». Sarà formata da «un massimo di 17» inviati, come specificato in una nota, che agiranno «disarmati» da «osservatori» dell’ Onu». I primi cinque arriveranno la settimana prossima. Il passo ha valore simbolico, politico. La partita in corso, che può determinare nuovi assetti in Medio Oriente, ha però dimensioni assai più vaste. «Che cosa possono fare 50 osservatori?», ha risposto Erdogan a una domanda del Corriere sulla Siria. «Non possono visitare non dico il Paese, ma neppure una piccola parte. Occorrerebbero mille, duemila, forse tremila osservatori», ha continuato il premier turco. Non criticava l’ Italia, con la quale giudica «di altissimo livello» i rapporti, bensì l’ efficacia del piano Annan che dovrebbe portare  fine delle violenze, dialogo tra i siriani in conflitto, possibilità di soccorso ai feriti. A Monti è stato chiesto se esclude a priori un intervento della Nato in base all’ articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico (un attacco in armi a uno Stato membro va considerato contro tutti i membri), come aveva ipotizzato Erdogan nell’ intervista pubblicata lunedì dal Corriere. Il presidente del Consiglio ha annunciato la decisione sugli osservatori, ricordato l’ invio di un ospedale da campo in Giordania, descritto come «giusta risposta alla crisi siriana» uno «sforzo comune» della comunità internazionale e sostenuto di non vedere «alternative realistiche». Poi: «È quello che in questo momento ci sentiamo di dire». Erdogan ha definito «non vero» un titolo del Corriere alla sua intervista, se n’ è detto «dispiaciuto». Il titolo era: «Erdogan: intervento della Nato in Siria». Nel testo, la sua frase era: «Finora siamo stati pazienti con la Siria ma se il governo commetterà ancora degli errori alla frontiera questo sarà un problema della Nato come recita l’ articolo 5».

10.959 I morti in Siria dall’ inizio della rivolta . Di questi 10.213 sono civili, gli altri sono militari, agenti, disertori.

Caprara Maurizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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11 maggio 2012

Massacro nel centro di Damasco. Due bombe fanno oltre 50 morti. Il regime e l’ opposizione armata si rinfacciano la responsabilità

Un botto che fa il silenzio intorno a sé, uccelli che si sollevano in volo impazziti. Pochi minuti, ed eccone un altro, più forte, che fa vibrare i vetri dei palazzi anche in centro, seppure lontani dal luogo dell’ esplosione. Quella di ieri è l’ ultima di una serie sempre più frequente di stragi causate da ordigni in Siria dal dicembre scorso. E’ la più violenta: 55 i morti, quasi 400 i feriti. Due potenti autobomba – un’ auto e un furgone carichi di esplosivo – secondo il ministero dell’ Interno, sono saltati in aria alla periferia sud est della città, davanti a un edificio dell’ intelligence e vicino a due scuole. Secondo le autorità, tra i morti ci sarebbero anche dei bambini. Sono le sirene delle ambulanze che si rincorrono, a decine, per le strade intasate e le vetrine a pezzi dei negozi già a un chilometro di distanza, a rivelare la strada fino al luogo dell’ impatto e a far intuire subito le dimensioni del massacro. E’ avvenuto sulla trafficata tangenziale a due corsie che conduce all’ aeroporto, su cui si affaccia il quartiere popolare di Al Qazzaz, cioè del «vetraio». La strada era costellata di carcasse di auto divelte, contorte, annerite su un tappeto di frammenti di vetro e schegge di metallo. Una macchina era finita sul tronco spezzato di una palma. Un volontario con la mascherina verde e i guanti di plastica infilava resti umani in un sacco nero. Il bersaglio principale sembra essere stato il compound «Palestina»: un palazzo di 10 piani la cui facciata era crollata. E’ una delle 20 agenzie di intelligence siriane, creata negli anni 50 per interrogare sospette spie israeliane, ma che poi ha ospitato prigionieri di tante nazionalità da essere soprannominato «lo Sheraton» da alcuni attivisti. Nel 2008 era già stato il bersaglio di un attentato per il quale il governo aveva accusato estremisti islamici. Chiunque abbia pianificato le esplosioni di ieri, alle 7 e 50 del mattino, quando la gente va al lavoro e a scuola, sapeva che sarebbe stato un massacro. Non ci sono state rivendicazioni e come sempre ci sono due narrative. Le autorità siriane e la gente sul posto additano il Qatar, l’Arabia Saudita, la Turchia – che appoggiano l’opposizione siriana; li accusano di trasformare il loro Paese in un nuovo Iraq. Alcuni recenti attentati in Siria sono stati rivendicati da un gruppo qaedista poco noto, Jabhat al-Nuṣra (il fronte vittorioso). «Alcuni dicono che è stato il governo, ma puoi credere che un governo possa fare una cosa simile ai suoi cittadini?» dice Mohammed, 17 anni, davanti alla scuola chiusa. L’ opposizione crede di sì, vede la strage come un modo per screditare ogni tipo di protesta. Gli Stati Uniti, condannando l’ attentato di ieri, hanno anche sottolineato la differenza tra gli ordigni e le proteste pacifiche e accusato Damasco di aver causato attraverso la repressione la violenza di oggi. «Il nostro sangue per Bashar Assad!», gridano decine di uomini della sicurezza marciando con i fucili sollevati quando sul luogo dell’ esplosione arriva il generale Robert Mood, leader della missione degli osservatori Onu che tentano di far cessare le uccisioni in Siria. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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11 maggio 2012

Noi con lo sguardo altrove 

Le bombe di Damasco, come tante altre, hanno un padre incerto. Il regime di Assad le usa per ripetere che i suoi avversari sono «terroristi» e dunque non meritano il sostegno della comunità internazionale. Il fronte degli oppositori punta l’indice contro gli onnipotenti servizi segreti del presidente, evoca una provocazione ordita dal potere in perfetto stile «strategia della tensione» e si prepara a nuove più dure battaglie. E poi c’è l’ ipotesi del protagonista-ombra: di Al-Qāʿida, del terrorismo islamista che in Siria cavalca la guerra civile per aprire nuovi spazi alle sue infiltrazioni destabilizzanti. Due autobomba, tre padri possibili, un mare di sangue. È racchiusa in questa orrenda equazione che nessuno risolverà l’ impotenza di cui sempre più spesso viene accusato l’ Occidente, tra retorici appelli all’ intervento immediato e sospetti (della Russia, della Cina) di lavorare per il tanto peggio, tanto meglio. Che fare, sperare segretamente che i pretoriani di Assad riportino l’ordine? Impossibile, non soltanto perché non ci riuscirebbero, ma anche perché a troppe mattanze di innocenti civili abbiamo dovuto assistere. E se è credibile che i ribelli siriani facciano anch’ essi ricorso alla disinformazione, inviati coraggiosi – come la nostra Viviana Mazza – e network internazionali hanno pensato a fornirci testimonianze indubitabili. Schierarsi allora decisamente dalla parte degli insorti sunniti che non ne possono più di Assad e della sua cupola alawita? Mettere in cantiere un intervento? Favorire l’afflusso di armi provenienti dal confine libanese con il supporto dell’Arabia Saudita e del Qatar? Impossibile anche questo, almeno per ora. I gruppi ribelli sono divisi e non tutti sono rassicuranti. Il precedente della guerra in una Libia ormai prossima alla frantumazione pesa e fa venire i brividi se si pensa alla santabarbara nella quale è collocata la Siria: Turchia, Iran, Libano e giù fino a Gaza. In caso di contagio l’incendio potrebbe rivelarsi incontrollabile e agevolare quella espansione geostrategica del qaedismo che sembra aver subìto una paradossale accelerazione da quando è stato ucciso Osama bin Laden: dallo stesso Pakistan, allo Yemen e al Sahel. Eccoli, i dilemmi che tormentano l’ Occidente fino a ridurlo al rango di spettatore mentre i siriani si sterminano tra loro. Dovremmo nasconderci dietro la foglia di fico del piano Annan? Ma il piano Annan è già fallito malgrado le sue ottime intenzioni e può avere soltanto due sbocchi: la rinuncia tacita, oppure, come vuole Erdogan, l’ invio di migliaia di caschi blu con un mandato Onu simile a quello per la Libia (capitolo VII della Carta, che autorizza l’ uso della forza). Decisione che Russia e Cina non avallerebbero e che sarebbe comunque il primo passo di una nuova guerra. Si torna alla prima casella, quella dell’ impotenza. Ma Assad e gli altri padri putativi delle bombe di ieri dovrebbero riflettere. Le elezioni americane passeranno, la crisi economica è grave ma non cancella tutto, il potere delle immagini grondanti sangue non si è dissolto. Non sarebbe la prima volta che la dinamica dell’ orrore rende possibile domani quel che oggi non lo è.  Venturini Franco

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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14 maggio 2012

Siria, il massacro degli innocenti. In un video la denuncia dell’ orrore. Le forze del regime uccidono quasi cento persone: 32 i bambini. Attesa a Damasco una nuova missione dell’ Onu. La Clinton condanna «le atrocità»

La parola «tregua» risuona oggi più vuota dopo il massacro di Houla, dopo le immagini diffuse su YouTube di piccoli cadaveri insanguinati e mutilati distesi sui pavimenti, avvolti in tappeti dai disegni geometrici o coperti da lenzuola bianche. Quelle immagini non possono essere verificate, ma le Nazioni Unite confermano e condannano «la strage di uomini, donne e bambini» avvenuta venerdì notte nella cittadina siriana situata 20 chilometri a nord di Homs. La tregua concordata un mese fa con l’ Onu sia dal governo siriano che dai ribelli armati era già stata violata. Per questo, proprio l’ altro ieri, poche ore prima del massacro, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon aveva accusato per l’ ennesima volta ambo le parti e un terzo attore, «i gruppi terroristici». Ma Ban Ki-moon aveva additato soprattutto il regime per «gli inaccettabili livelli di violenza e di abusi». Mai però nell’ ultimo mese si era arrivati ad accertare oltre 90 vittime in una volta, tra cui 32 bambini sotto i 10 anni, che è la stima delle vittime fatta a Hula dall’ Onu. Alcuni attivisti dell’ opposizione parlano di bombardamenti sulla città, altri raccontano che gli shabiha, gli sgherri in borghese del regime, avrebbero attaccato «intere famiglie». Il governo invece accusa i terroristi di «massacrare il popolo siriano e di sfruttarlo nel bazar mediatico per bloccare il piano Onu e impedire una soluzione politica alla crisi». Il capo dei caschi blu Robert Mood ha implicitamente chiamato in causa l’ esercito siriano: a Hula vi sono i segni «dell’ uso di artiglieria e di proiettili di carri armati», ha detto, pur aggiungendo che «le circostanze che hanno portato a queste tragiche morti sono ancora poco chiare». «Chiunque abbia iniziato, risposto e contribuito a questo atto deplorevole di violenza dovrebbe essere chiamato a risponderne», ha affermato Mood. Al massacro sono seguite proteste in molte città, dai sobborghi di Damasco ad Aleppo – represse, secondo gli attivisti. Nella capitale, lo scrittore Khaled Khalifa, autore dell’ Elogio dell’ odio (Bompiani) ha detto di essere stato malmenato da agenti di sicurezza, riportando una frattura alla mano sinistra, mentre partecipava al funerale di un amico morto in circostanze poco chiare in città. Si è creata una situazione «che la comunità internazionale non può più accettare», ha detto il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi, dopo il massacro di Hula; con il collega francese Laurent Fabius ha chiesto «l’ immediata applicazione» del piano di pace dell’ Onu e ha auspicato un nuovo incontro del gruppo dei Paesi «Amici della Siria». Il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha condannato «le atrocità» e ha assicurato che gli Stati Uniti lavoreranno con i loro alleati per aumentare la pressione su Assad e i suoi «amici». Il Consiglio Nazionale Siriano, il principale raggruppamento dell’opposizione all’estero (che ha appena perso il suo leader a causa di divisioni interne) e la Lega Araba invocano un intervento urgente del Consiglio di sicurezza dell’ Onu (dove Russia e Cina hanno finora appoggiato Damasco), una richiesta ribadita anche dalla Gran Bretagna («Serve una risposta internazionale forte»). Ma mentre i caschi blu disarmati lentamente arrivano a 250 avvicinandosi al totale di 300, ed è attesa a Damasco una nuova visita dell’ inviato dell’ Onu Kofi Annan, cresce la frustrazione degli oppositori. I ribelli armati dell’Esercito Libero Siriano giurano che manderanno «al diavolo» la tregua se l’ Onu non interverrà immediatamente per porre fine alle violenze e chiedono ai «Paesi amici» di lanciare «raid aerei» contro le forze del presidente Bashar al-Assad. E l’ Osservatorio siriano dei diritti umani con sede a Londra accusa la comunità internazionale, col suo silenzio, di complicità nelle uccisioni del regime.

Secondo l’ Onu i morti sono oltre 10 mila, secondo i ribelli le vittime hanno superato le 12 mila.

Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 maggio 2012

Siria, la condanna delle Nazioni Unite. Ma Mosca accetta solo una nota congiunta. A Hama una nuova strage

La Russia ha provato a proteggere la Siria ma alla fine si è piegata. E, fatto significativo, ha approvato la lettera di condanna del Consiglio di Sicurezza dove si mette sotto accusa Damasco per la strage di Houla, compiuta con l’ uso di armi pesanti contro i civili. Non una risoluzione come volevano gli occidentali ma comunque un messaggio importante firmato all’unanimità dai 15 membri dove si avverte che «i responsabili saranno perseguiti» e comunque si sottolinea la necessità di appurare come siano andati realmente i fatti. Una formula di compromesso per superare il no di Mosca che per ore ha difeso l’alleato sostenendo che non vi erano prove del coinvolgimento dei soldati. Non hanno avuto dubbi, invece, gli Usa e gli alleati, convinti della colpevolezza di Assad. La Casa Bianca, «inorridita», ha denunciato «l’ atto vile di un regime illegittimo». Il governo britannico ha convocato l’ ambasciatore siriano non escludendo di impedire la partecipazione alle Olimpiadi di «dignitari siriani». Toni forti superati dalla realtà del campo. L’ opposizione ha sostenuto che i cannoni governativi avrebbero provocato altri morti ad Hama. Incerto il bilancio: dai 9 ai 30 morti. Difficile verificare. L’ episodio segue quello atroce di Hula, dove sono state trucidate 108 persone, tra cui 49 bimbi e 34 donne. Per i ribelli gli shabiha, i mercenari di Assad, prima hanno sparato con i mortai, poi sono passati casa per casa. Un’ aggressione alla quale gli insorti sono pronti a rispondere. Il capo del Consiglio Nazionale Siriano, Burhan Ghalioun, ha lanciato un ultimatum all’ Onu: «Se non ci sarà un intervento militare internazionale sarà guerra totale». Il regime ha respinto le accuse. A suo dire quanto accaduto a Houla porta la firma dell’ opposizione che voleva creare un caso alla vigilia della visita dell’ inviato Onu Kofi Annan. E in suo soccorso si è mossa Mosca. Ci sono stati evidenti tentativi di forzare la mano con un duello sui corpi delle vittime. I russi hanno parlato di segni di coltellate. Fonti anonime hanno attribuito agli ispettori Onu la versione di «tracce di schegge e colpi ravvicinati» sui cadaveri. Un’ allusione a esecuzioni da parte dagli insorti. Ma alla fine è stato lo stesso segretario Ban Ki-moon che ha fatto trapelare una lettera dove si confermavano ferite compatibili con cannonate di tank e proiettili di fucile. Particolari incriminanti per il regime che è stato invitato a ritirare l’ esercito dalle città. La firma dei russi sotto il documento Onu accompagna un’ ipotesi di soluzione per la crisi siriana auspicata dagli Usa. È quella che gli americani definiscono, usando un’ espressione russa, «the Yemenskii Variant», la variante yemenita. Washington ha proposto a Mosca un piano che prevede l’ uscita di scena di Bashar, con il passaggio di potere a qualche altro esponente della nomenklatura. Una figura – non identificata – più accettabile. Ossia, la ripetizione di quanto è avvenuto nello Yemen dove il presidente Saleh se ne è andato lasciando le redini al suo vice. Il progetto americano contiene anche un aspetto importante: Mosca potrebbe mantenere la sua influenza nel Paese. Un riconoscimento che dovrebbe convincere il Cremlino a lavorare per la rimozione di Assad. Gli Usa hanno già condotto dei sondaggi con i russi in attesa che Barack Obama la presenti in modo diretto a Vladimir Putin. Funzionerà? Molti osservatori sono scettici. L’idea era già stata avanzata, senza esito, mesi fa. Ora si spera che, il peso delle stragi e la pressioni di Mosca, possano portare alla svolta.

Dopo mesi di rivolta repressa nel sangue, il presidente yemenita ‘Ali ‘Abd Allah Saleh ha accettato di farsi da parte e trasferire il potere al suo vice, Abdu Rabbu Mansour Hadi. Leader incontrastato del Paese dal 22 maggio 1990 al 27 febbraio 2012, Saleh si è piegato dopo essere stato ferito gravemente in un attentato, accettando un piano elaborato dal Consiglio di cooperazione del Golfo. In base all’accordo, dimettendosi, Saleh avrebbe avuto diritto all’ immunità personale alla possibilità di farsi curare all’ estero.  Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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29 maggio 2012

Annan arriva a Damasco “Subito il cessate il fuoco”

Tutti si aggrappano al piano Annan, anche se da quando è stato lanciato i massacri in Siria non si sono fermati. Ma il problema è che non ci sono altre strade, a meno che non si voglia ricorrere ad un intervento militare evocato di nuovo dal Pentagono. «L’ alternativa è la guerra civile », ha sottolineato il ministro degli Esteri britannico William Hague in visita a Mosca, crocevia importante in questo frangente. Il capo della diplomazia inglese, in coordinamento con Parigi, ha ribadito la volontà di lavorare con il Cremlino, l’unico capace (forse) di influenzare Bashar al-Assad. I russi un segnale lo hanno già dato votando il documento Onu di condanna per la strage di Houla. Ma restano cauti. Come si comprende dai quattro punti spiegati dal ministro degli Esteri Sergej Viktorovič Lavrov: 1) «Non sosteniamo Assad ma il piano Annan»; 2) «non pensate ad un cambio di regime»; 3) «noi abbiamo fatto pressioni sulla Siria mentre gli altri non hanno fatto lo stesso sui ribelli »; 4) l’ eccidio va attribuito ad entrambe le parti. In sostanza il Cremlino è pronto a far da tramite a patto che l’ Occidente collabori e non sfrutti la situazione per sbarazzarsi dell’alleato di Mosca. Temi che saranno al centro dell’ incontro – venerdì – tra il presidente francese François Hollande e il presidente russo Vladimir Putin. Contatti che da un lato devono portare sostegno all’ iniziativa dell’ Onu, dall’ altro, considerare cosa fare nel caso il piano fallisca. Sullo sfondo l’ idea di convincere Assad ad andarsene in esilio. Barack Obama, pur privilegiando la via diplomatica, ha lasciato ai militari il compito di agitare il famoso «bastone». Il generale Martin Dempsey ha ribadito che l’opzione militare è pronta. Un monito alla Siria ma anche una risposta alle critiche di debolezza lanciate dai repubblicani. È tempo di campagna elettorale. Per il momento, però, la parola torna a Kofi Annan. Arrivato ieri a Damasco si è detto «inorridito» per quanto avvenuto a Houla, quindi ha esortato il regime a dimostrare «volontà di pace». Concetti che ribadirà oggi nel previsto incontro con il leader siriano. L’ inviato Onu potrà far valere il largo appoggio diplomatico. Compreso quello della Cina che, di solito vicina alla Siria, ha manifestato il proprio sdegno per le uccisioni di donne e bambini: «Siamo scioccati. Chiediamo un’ inchiesta immediata che accerti le responsabilità». Il problema restano le violenze diffuse. I ribelli chiedono alla comunità internazionale «armi per difendersi». Intanto colpiscono con quelle che hanno e anche con i kamikaze (anche ieri un attacco). Il regime reprime come uno schiacciasassi allungando la lista di vittime civili. Houla non è stato un incidente. Guido Olimpio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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30 maggio 2012

Gli ambasciatori siriani cacciati da tutta Europa. Hollande: non escludo l’ intervento militare

Interessati a non apparire paralizzati dalla Russia, che frena le decisioni del Consiglio di sicurezza dell’ Onu contro la sanguinosa repressione delle proteste in Siria, gli Stati Uniti, alcuni Paesi europei, Australia e Canada stanno mandando via dai rispettivi territori numerosi rappresentanti diplomatici del regime di Bashar al-Assad. Concordata nel fine settimana, la scelta delle espulsioni è stata resa operativa ieri da Sydney e poi da un nucleo europeo con in testa Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna. È successo in un giorno contrassegnato da due ulteriori novità. Prima l’ emergere di dettagli terribili sul massacro di Houla, città malvista da Assad nella quale venerdì sono state uccise 108 persone, in parte forse con coltelli e mazze. Più tardi, parole non scontate su una possibile guerra alla Siria da parte del socialista che ha preso alla presidenza francese il posto di Nicholas Sarkozy, il promotore nel 2011 dei bombardamenti sulla Libia. «Non è da escludere un intervento armato a patto che sia effettuato nel rispetto del diritto internazionale, ossia dopo una deliberazione del Consiglio di sicurezza dell’ Onu», ha dichiarato il presidente francese François Hollande. La condizione posta non è di facile realizzazione, anche se il successore e rivale di Sarkozy riceverà venerdì il presidente russo Vladimir Putin e ha affermato di volerlo convincere a permettere una nuova risoluzione del Consiglio per bloccare la repressione contro gli oppositori del dittatore alauita. Di certo, Hollande ha alzato i toni. Il ministro degli Esteri Laurent Fabius ha specificato di non ipotizzare un intervento di terra, ma già entrare in questi dettagli significa valutare altre opzioni. La Casa Bianca, che vorrebbe Assad lasciasse il potere, fa sapere di non ritenere adesso l’ intervento militare in Siria la via giusta perché porterebbe più caos e carneficine. Per adesso tocca a numerosi rappresentanti di Assad lasciare i Paesi nei quali sono accreditati. Al Corriere risulta che sono cinque i diplomatici siriani ai quali è stato chiesto di andar via dall’ Italia, che all’ ambasciatore Khaddour Hasan sono stati dati sette giorni per partire da Roma e che all’ unico funzionario rimasto nella nostra ambasciata a Damasco, dopo la sospensione dell’ attività degli uffici decisa il 14 marzo, è stata impartita la disposizione di raggiungere Beirut. Secondo una nota, il ministro degli Esteri Giulio Terzi ieri ha fatto convocare Hasan alla Farnesina, gli è stato detto che è «persona non grata» e che il giudizio è «esteso ad alcuni funzionari». Da Washington, Londra e Sydney, nelle quali non c’ era più l’ ambasciatore siriano, vengono espulsi gli incaricati d’ affari. Dagli Usa entro 72 ore, come ordinato dalla Germania per l’ ambasciatore a Berlino. Altre notifiche di «non grati» da Olanda e Bulgaria. Motivo, per usare le parole della Farnesina: «Le efferate violenze contro la popolazione civile ascrivibili alla responsabilità del governo siriano». Da fonti dell’ Onu si è saputo che a Houla, stando ad oppositori ieri bombardata ancora, «meno di 20 dei 108 assassinii sono attribuibili a cannonate». Il sottosegretario generale dell’Onu Hervé Ladsous ha parlato di «esecuzioni con armi da taglio» addebitabili alle «milizie Shabiha» di Assad. Dal dittatore è stato Kofi Annan: «Siamo a un punto di non ritorno», ha detto l’ inviato dell’ Onu. Per dove? A porte chiuse, a Roma, Mario Monti e il premier polacco Donald Tusk hanno ravvisato che senza intesa tra Usa e Russia non c’ è via d’ uscita. Caprara Maurizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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1 giugno 2012

Ultimatum dei ribelli ad Assad. Clinton: «La politica russa sulla Siria condurrà alla guerra civile»

Un colonnello dell’Esercito Libero Siriano annuncia solennemente l’ultimatum su YouTube: entro venerdì il regime di Damasco «rispetti il cessate il fuoco, ritiri le truppe, i carri armati e l’artiglieria dalle città e dai villaggi», come richiesto dal piano di pace dell’ Onu concordato ad aprile con Kofi Annan e «avvii negoziati seri, attraverso le Nazioni Unite, per cedere i poteri al popolo siriano». Altrimenti, i ribelli armati «non si sentiranno più vincolati dalla tregua». Ma il colonnello Qassim Saadeddine, che parla da Homs, in Siria, viene contraddetto poco dopo dal generale dello stesso Esercito Libero Siriano, Riyad Asaad, che dalla Turchia dice invece alla tv Al Jazeera: «Non c’ è alcun ultimatum. Continueremo a rispettare il piano, ma speriamo che Kofi Annan annunci che è fallito per poter riprendere le operazioni contro il regime». Le dichiarazioni contrastanti dei ribelli mostrano ancora una volta un’ opposizione divisa, militarmente come lo è politicamente. Le Nazioni Unite hanno già denunciato molte violazioni alla tregua. Ma il timore è che il Paese precipiti in un’ escalation di scontri, a sfondo sempre più settario, villaggio contro villaggio. Uno scenario di guerra civile più volte ribadito, anche ieri, dal segretario generale dell’ Onu Ban Ki-moon che ha chiesto «al governo siriano di rispettare il piano di pace». Nel massacro di venerdì a Houla (108 morti, tra cui 49 bambini), per il quale l’ Onu ha detto di sospettare milizie pro-regime, Damasco nega  di avere alcuna colpa: un’ inchiesta condotta dallo stesso regime ha concluso ieri che la strage sarebbe «opera di gruppi armati» ostili al governo, «allo scopo di spingere la comunità internazionale ad un intervento armato». Tutti dicono di voler evitare la guerra civile e accusano altri di esserne la causa. Quando il presidente francese Hollande giorni fa ha detto di non escludere un intervento militare, ha suscitato reazioni dure di Mosca e Pechino (che chiedono «una soluzione politica» attraverso il piano Annan, che non prevede l’ uscita di scena del presidente siriano Assad), e anche la Germania ha espresso irritazione. Da Washington una portavoce dei Comitati di coordinamento locale, che favoriscono le proteste in Siria, Rafif Jouejati, dice al Corriere: «Che l’ uso della forza sia o meno la soluzione adatta, va tenuta sul tavolo come deterrente per il regime. Assad deve cadere». Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ieri ha accusato la Russia di contribuire alla guerra civile appoggiando il presidente siriano. Ma ha esposto anche il dilemma dell’ America: rispetto alla Libia, dove la Nato aiutò a rovesciare Gheddafi, in Siria l’ opposizione disunita, le divisioni settarie, un’ aviazione governativa più forte scoraggiano un intervento militare, ha sottolineato Clinton, affermando che le argomentazioni a favore di azioni più dure «sono più forti di giorno in giorno», ma serve l’ accordo di Russia e Cina. Sul piatto, dunque, resta il piano dell’ Onu e il pressing occidentale sui russi. Intanto Israele prevede il peggio: per il generale Yair Golan, la Siria è già «in guerra civile. Porterà ad uno Stato fallito, terreno fertile per il terrorismo». Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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1 giugno 2012

Lo spettro di Srebrenica e il dilemma di Obama che pesa sulla rielezione

L’ incubo di un’ altra Srebrenica, di un Paese allo sbando, ingovernabile e in preda alle bande: una Somalia nell’ area più delicata ed esplosiva per i precari equilibri mediorientali. Ma anche la consapevolezza che l’America, un Paese stremato da dieci anni di guerre in Iraq e Afghanistan, non vuole sentir parlare di nuove missioni militari all’ estero: al punto che, ormai, nemmeno le organizzazioni umanitarie chiedono a Washington di intervenire militarmente per arrestare i massacri in Siria. Barack Obama continua a considerare impraticabile l’ opzione militare e a cercare vie d’ uscita diplomatiche: preme su Mosca, studia sanzioni, appoggia il tentativo dell’ Onu di arrivare a un cessate il fuoco. Ma fin qui tutto è stato vano: Vladimir Putin, appena tornato alla presidenza, non si è nemmeno presentato al G8 di Camp David, mentre la mediazione di Kofi Annan è stata sepolta dalla strage di Hula e dal massacro di mercoledì: 13 operai elettrici trucidati perché si erano rifiutati di sospendere uno sciopero. Alle prese con una grave crisi economica e occupazionale che rischia di fargli perdere la corsa alla rielezione, il presidente americano, già in piena campagna, si trova ora scoperto anche sul fronte della politica estera: il successo dell’ eliminazione di Bin Laden, la lotta senza quartiere contro Al Qaeda, la fine della guerra in Iraq e il graduale disimpegno dall’ Afghanistan sono risultati che rischiano di impallidire sullo sfondo davanti alla tragedia siriana. I repubblicani lo sanno e attaccano il presidente proprio su questo fronte. «È un irresponsabile» dice il suo avversario del 2008, John McCain, che chiede un intervento a base di «strike» dal cielo a supporto dei ribelli, come in Libia un anno fa. «È incapace di esercitare la “global leadership” dell’ America», gli fa eco il candidato presidenziale repubblicano Mitt Romney. Che, però, si guarda bene dal proporre un intervento armato – secondo i sondaggi osteggiato dai tre quarti degli americani – limitandosi a chiedere che siano date armi ai ribelli. Ma lo stesso partito repubblicano è diviso anche su questa ipotesi di sostegno indiretto: «La verità è che non sappiamo nemmeno chi sono i buoni e chi i cattivi» sostiene il presidente della Commissione Servizi Segreti della Camera, il conservatore Mike Rogers. Nel breve periodo Obama non ha altra scelta che restare nell’ attuale, scomoda posizione del sovrano impotente di potenza imperiale appannata. La riunione settimanale del suo gabinetto dedicata alla Siria, con la consueta, frustrante conclusione: che le opzioni disponibili sono molto limitate. «Un intervento provocherebbe più instabilità, i massacri aumenterebbero», taglia corto il portavoce del presidente, Jay Carney. E si capisce perché: a differenza della Libia, la Siria, oltre alla protezione di Mosca, ha un apparato militare di tutto rispetto comprese efficaci difese missilistiche antiaeree, mentre non ci sono zone interne controllate da un esercito di ribelli che può essere appoggiato. E a livello internazionale, né l’ Onu né la Lega Araba stavolta propongono l’ invio di una forza multinazionale. Rimane la possibilità di un intervento autonomo di qualche Paese alleato. Ipotesi che a Washington non escludono ma che pare, al momento, improbabile. C’ è, però, sempre lo spettro Srebrenica: gli ottomila morti che nel 1995 spinsero Bill Clinton, dopo molte esitazioni, a intervenire nei Balcani. I 108 trucidati a Hula non sono una Srebrenica, ma la Siria sembra ormai finita su un piano inclinato, con l’ ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, Susan Rice, che prevede, pessimisticamente, una «escalation» spaventosa del conflitto che potrebbe obbligare le potenze a un intervento coordinato non più solo per motivi umanitari, ma per cercare di circoscrivere un incendio capace di diffondersi a tutto il Medio Oriente. Parole pesanti che, più che preannunciare un cambiamento di rotta della Casa Bianca, sembrano servire a premere su Mosca. Dopo l’ appuntamento mancato in terra americana, Obama incontrerà il presidente russo tra un paio di settimane al G20 di Los Cabos, in Messico. Gli chiederà di nuovo di convincere Assad a lasciare il potere, avviando una transizione come quella in atto nello Yemen. Difficilmente Putin gli toglierà le castagne dal fuoco (facendogli anche un grosso regalo elettorale). A meno che non si convinca che senza una svolta la crisi rischia di deflagrare con effetti molto negativi per tutti, Mosca compresa.  Gaggi Massimo

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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1 giugno 2012

Putin corre a Parigi e Berlino per dare il suo sostegno ad Assad. Secondo i russi la strage di Hula è stata opera della resistenza

Alla fine del primo incontro tra Vladimir Putin e François Hollande, all’ Eliseo, il presidente russo sempre più teso sbotta: «Smettetela di dire che la Russia ha interessi in Siria ed è legata al regime, Assad è venuto in visita di Stato a Parigi più che a Mosca». Il presidente francese ribatte immediatamente: «Le visite di Assad, padre e figlio, a Parigi, appartengono ad un’ altra era, per la quale non sono in alcun modo responsabile». È lo scambio più vivace di una giornata molto tesa per la diplomazia internazionale, che ha visto riprodursi per la Siria più o meno gli stessi schieramenti visti all’ opera nei confronti della Libia: Germania e Russia ostili all’ ipotesi di un intervento militare, Stati Uniti e Gran Bretagna che non vogliono escluderlo. La Francia, che solo martedì scorso evocava un’azione armata, ieri sera ha smussato la sua posizione per evitare uno scontro plateale con l’ ospite russo. «Siamo d’ accordo sulla necessità di trovare una soluzione politica alla crisi siriana», ha detto Hollande, ripetendo però quel che aveva già dichiarato nei giorni scorsi il suo ministro degli Esteri, Laurent Fabius: «Non esiste alternativa all’ abbandono del potere da parte di Bashar al-Assad, che si è reso responsabile di crimini inqualificabili. La partenza di Assad è una condizione preliminare alla transizione politica». Nella conferenza stampa successiva alla cena di lavoro all’ Eliseo l’ espressione «intervento militare» non è mai stata pronunciata, a differenza di quel che era accaduto solo poche ore prima quando il ministro britannico degli Esteri William Hague, in un’ intervista alla Bbc, ha dichiarato che una risposta armata della comunità internazionale restava un’ opzione. Ma Hollande ieri sera è sembrato attento soprattutto a riguadagnare Putin alla causa della collaborazione internazionale, cercando di rinnovare la tradizione diplomatica francese di cerniera tra Occidente e Russia. Putin è giunto a Parigi dopo una tappa a Berlino, durante la quale ha ribadito – assieme alla cancelliera Merkel – la necessità di una soluzione politica in Siria, «per evitare una guerra civile sempre più vicina». Intanto, a Mosca, un portavoce del ministero degli Esteri russo dichiarava che il massacro di Houla, nel quale hanno trovato la morte 49 bambini, era stato provocato dai ribelli siriani con l’ aiuto militare e morale dell’ Occidente. Con queste premesse, il primo vertice tra Hollande e Putin rischiava di sfociare nel disastro; nella dichiarazione comune finale il presidente francese è sembrato cercare di contenere il nervosismo del collega russo. «Siamo stanchi delle parole dell’Occidente, che continua ad allestire la difesa antimissile contro di noi e ad espandersi ad Est – ha dichiarato Putin -. Dovete capire che nel mondo attuale le parole vuote non servono a niente. La Nato dice di non muoversi in funzione anti-russa e invece le basi militare spuntano come funghi alle nostre frontiere». Mentre Hollande cercava di sottolineare i punti di contatto con Putin, parlando per esempio del nucleare iraniano, il presidente russo è apparso aggressivo: «Non è vero che noi sosteniamo Assad, semplicemente non crediamo che le armi siano una soluzione e non prendiamo parte per nessuno». Rivolto ai giornalisti, Putin ha aggiunto: «Perché nessuno di voi parla delle centinaia di civili uccisi dai ribelli siriani? Perché nessuno scrive di quel che è successo in Libia, a Sirte, quando sono arrivate le forze anti-Gheddafi? Certo che Gheddafi era un tiranno, ma vi sembra che oggi in Libia la situazione sia migliorata? A Tripoli c’ è prosperità e democrazia?». A Ginevra, il Consiglio Onu dei diritti dell’ uomo ha deciso di indagare sulla strage di Houla ipotizzando crimini contro l’ umanità da parte del regime siriano, ma la Russia (con la Cina) ha votato contro. A Parigi, i due leader si sono dichiarati simpatia reciproca, ma sono lontani su molte posizioni. Anche su Euro 2012. «Lo sport non deve entrare nelle questioni politiche, sono contrario al boicottaggio in Ucraina», ha detto Putin. «Le squadre devono partecipare – ha risposto Hollande -. Ma io, con la Tymoshenko agli arresti, in Ucraina non vado».  Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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4 giugno 2012

Assad va al contrattacco «Massacro opera di mostri».  Delle 108 vittime massacrate a Hula, secondo gli oppositori dell’ Osservatorio siriano dei diritti umani, 14 appoggiavano Bashar.  Il presidente punta il dito su «terroristi e agenti esterni»

«Quando un chirurgo, in sala operatoria, taglia, pulisce e amputa e la ferita sanguina, gli diciamo: “Le tue mani sono macchiate di sangue”?. Oppure lo ringraziamo per aver salvato il paziente?» Davanti alle ferite della guerra civile che insanguinano la Siria, per cui molti Paesi occidentali lo accusano d’ essere il carnefice, il presidente siriano Bashar Assad si ritrae nei panni del medico, quale è per formazione. Condanna la strage di Houla, la cittadina vicino a Homs dove nella notte di venerdì 25 maggio sono state giustiziate, casa per casa, 108 persone tra cui 49 bambini, con colpi d’ arma da fuoco e coltelli: «Nemmeno dei mostri avrebbero portato a termine i crimini che abbiamo visto, non ci sono parole in arabo né parole umane per descriverlo». Addita gli «estremisti appoggiati dall’ estero» per quel massacro e non nega che il regime abbia ucciso, ma afferma di farlo per «difendere una causa e un Paese. Non perché ci piace il sangue». Regime e opposizione si sono accusati a vicenda per la strage di Houla, diventata un simbolo delle violenze che da 15 mesi devastano la Siria e una ragione per parte della comunità internazionale – tra cui l’ Italia – per espellere gli ambasciatori siriani e spingere a nuove azioni del Consiglio di sicurezza dell’ Onu contro Assad. Ma la Russia, che insieme alla Cina ha rifiutato di appoggiare la «transizione politica» promulgata da Hillary Clinton, dice che le accuse contro Assad sono premature e continua a sostenere una «soluzione politica» che non prevede la sua caduta. Le parole di Assad sono in contrasto con quelle del capo delle missioni di peacekeeping dell’ Onu, Hervé Ladsous: quest’ ultimo ha detto che l’ artiglieria siriana avrebbe fatto una ventina dei 108 morti e ha aggiunto di «sospettare» che le milizie pro regime – note come gli «shabiha» (i fantasmi) – sarebbero responsabili per la maggior parte delle vittime. Lo indicherebbero alcune testimonianze di sopravvissuti, facilitate da oppositori e immagini satellitari pubblicate dalla Bbc e dal dipartimento di Stato Usa, che mostrano come il quartiere meridionale di Hula, Tall Dhau, dove è avvenuto il massacro, siano vicine a molteplici checkpoint dell’ esercito e a presunte basi degli shabiha. I «fantasmi» sono nati come una mafia che trafficava droga e denaro sporco attraverso il confine col Libano, legata soprattutto al clan alauita degli Assad. Il racket, negli anni 90, si fece tanto onnipresente che si dice che Hafez, il padre di Bashar Assad, abbia tentato di «contenerli», ma l’ opposizione accusa il regime di averli usati – o lasciati operare nell’ impunità – durante le rivolte. Gli shabiha però non sono le uniche milizie: se Assad accusa gli estremisti, gli stessi Stati Uniti ammettono la presenza di bande di jihadisti attivi in Siria. Damasco ha avviato una sua inchiesta, secondo cui le famiglie massacrate erano fedeli al governo: tra i morti ci sarebbero alcuni parenti di Abdul-Moa’ ti Al-Mashlab, membro del parlamento. Anche gli attivisti dissidenti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani da Londra dicono al Corriere che ci sarebbero state a Houla alcune vittime pro-regime, ma una minoranza: «14 su 108, tra loro sunniti e alauiti». Nella stessa notte dell’ assalto contro la città sunnita di Hula, c’ è inoltre stato un attacco contro il vicino villaggio alauita di Shumariyeh. Chi sia stato e perché resta oggetto di disputa. Ma senza un’inchiesta indipendente potremmo non sapere mai tutta la storia. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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6 giugno 2012

Vendetta di Assad contro l’ Occidente «Via i diplomatici». Presunti qaedisti rivendicano l’ uccisione di 13 soldati. Due salafiti arrestati al confine. Il cessate il fuoco. Lunedì i ribelli hanno detto di non essere più vincolati dalla tregua Onu: gli scontri sono aumentati. Scontri con i ribelli, uccisi 22 soldati

Il governo siriano ha dichiarato «persona non grata» l’ ambasciatore italiano a Damasco insieme ai colleghi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Svizzera, Turchia e agli incaricati di affari tedesco, canadese, belga e bulgaro. È la risposta del regime alla mossa di 13 Paesi, tra cui l’Italia, che hanno espulso o dichiarato «indesiderati» ambasciatori e diplomatici siriani in seguito alla strage di Houla, dove sono stati rinvenuti i corpi di 108 siriani, soprattutto donne e bambini. Per quel massacro l’ Onu ha detto di «sospettare» forze irregolari del regime, ma il presidente siriano Bashar Assad ha accusato terroristi appoggiati da Stati stranieri. L’espulsione di ieri ha un valore più che altro simbolico, perché la maggioranza dei 17 diplomatici «indesiderati» avevano già lasciato la Siria. La Farnesina ha sottolineato che è stata l’ Italia a richiamare da Damasco l’ ambasciatore Achille Amerio già lo scorso 14 marzo (l’ americano Robert Ford se n’era andato già a ottobre). Il ministero degli Esteri siriano ha infatti motivato la decisione con il «principio di reciprocità»: aggiungendo di sperare che i Paesi in questione «correggano» la propria posizione, cosicché «i rapporti tornino alla normalità». Il ritorno alla normalità sembra improbabile. Ma d’ altra parte, benché la strage di Hula del 25 maggio sia stata definita «un punto di non ritorno» dall’ inviato dell’ Onu Kofi Annan e da molti Paesi, non sembra neppure che la crisi siriana sia destinata a trovare presto una soluzione. L’ unico piano su cui la comunità internazionale è d’ accordo resta quello in sei punti (tra cui cessate il fuoco, dialogo politico, aiuti umanitari) concordato ad aprile da Annan con il regime e i ribelli, ma mai davvero rispettato. Ieri Damasco ha aperto le porte agli aiuti umanitari, siglando un accordo che consente a 9 agenzie Onu e a 7 Ong di portare medicine, cibo e soccorsi in 4 aree devastate dalle violenze: Deraa, Deir Ezzor, Homs e Idlib. Un segnale positivo dopo che, per mesi, gli operatori avevano cercato invano di ottenere i visti. Il regime siriano dichiara di continuare ad aderire al piano Onu, ma «carri armati e blindati» intorno a centri abitati venivano segnalati fino a ieri dagli osservatori Onu ad Hama. D’ altra parte, i ribelli hanno detto lunedì di non essere più vincolati dalla tregua: ora disporrebbero pure di alcuni missili anti tank (secondo fonti del regime ma anche giornalisti sul campo). Così nella provincia di Latakia ci sarebbero stati ieri scontri violenti, con 47 morti, tra cui 22 soldati: e secondo i dissidenti dell’ «Osservatorio siriano per i diritti umani», il governo avrebbe mandato gli elicotteri, ma i ribelli avrebbero distrutto 5 carri armati. Nel weekend avrebbero inflitto poi 80 perdite al regime. I ribelli armati hanno chiesto all’ Onu di «imporre» la tregua anziché «osservare», o invocano misure quali una «no-fly zone» come in Libia o una «zona cuscinetto». Obiettivo: aiutarli a rovesciare Assad. Ma se l’ Arabia Saudita «comincia a perdere fiducia» in una soluzione attraverso gli osservatori Onu (da tempo si dice favorevole a un intervento militare nonché a fornire armi ai ribelli), manca l’ accordo su un «piano B». Il presidente russo Putin, in visita ieri dal cinese Hu Jintao (altro membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ Onu che ha bloccato i tentativi di chiedere la rimozione di Assad) ha ribadito il rifiuto di «un intervento straniero o di un cambio di regime per mezzo della forza». Pur negando di negoziare con Washington per una transizione politica «stile Yemen», Mosca ha lasciato però aperto uno spiraglio: «La permanenza al potere di Assad non è prioritaria». Mentre la diplomazia procede al rallentatore, il rischio è l’ escalation di violenza, non solo tra ribelli armati e regime, ma con un terzo attore in gioco: i fondamentalisti. I presunti qaedisti del Fronte Vittorioso [???] hanno rivendicato ieri l’ esecuzione di 13 soldati e la Giordania ha arrestato due salafiti diretti in Siria per unirsi alla «jihad».  Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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7 giugno 2012

Nuova strage in Siria: «Donne e bambini uccisi casa per casa». Il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi: si rischia il genocidio. Al Consiglio di Sicurezza Onu l’ ultima mediazione per il piano di pace. L’opposizione denuncia: cento morti

A meno di due settimane dalla strage di Houla, un altro massacro viene alla luce in Siria, stavolta poco più a nord, nella provincia di Hama. Sarebbero almeno 86 i cadaveri ritrovati, 100 secondo altre fonti, tra cui 20 donne e 20 bambini. A dare la notizia ieri notte sono stati i Comitati di coordinamento locale, la rete di attivisti che organizza le proteste sul campo in Siria. Secondo la prima ricostruzione – per il momento impossibile da verificare alla stampa estera – la nuova strage ricorderebbe da vicino quella del 25 maggio a Houla, in provincia di Homs (108 morti tra cui 49 bambini). Prima i due villaggi di Qubeir e Maarzaf sarebbero stati martellati dall’ artiglieria dell’ esercito. Poi sarebbero intervenute milizie irregolari del regime note con il nome di shabiha (che significa «i fantasmi»): passando casa per casa, avrebbero finito i sopravvissuti a colpi di coltello e di pistola. La maggior parte delle vittime – almeno 78 – sarebbero state trovate nel villaggio di Qubeir, 20 chilometri a ovest di Hama: 35 di esse apparterrebbero alla stessa famiglia, e 12 cadaveri sarebbero stati dati alle fiamme. Qubeir conterebbe un totale di 150 abitanti, secondo il corrispondente della Cnn: se i numeri della strage fossero veri, sarebbe stata sterminata gran parte della popolazione del piccolo centro. Il precedente è inquietante: Hama è la città dove trent’ anni fa Hafiz al-Assad, il padre dell’ attuale presidente Bashar Assad, represse una rivolta lanciata dalla Fratellanza musulmana: non si sa tuttora quanti furono i morti, le stime vanno dai 7 mila ai 40 mila. Mohammed Sermini, portavoce del Consiglio Nazionale Siriano, il principale gruppo di opposizione con sede all’ estero, ha chiesto agli osservatori Onu presenti nel Paese di recarsi immediatamente nella zona della strage. «Se la loro missione consiste nel guardare i siriani morire durante le violazioni del cessate il fuoco, anziché contribuire a impedire le violazioni, allora non vogliamo il loro aiuto», ha commentato l’ Osservatorio siriano sui diritti umani. Il massacro avviene alla vigilia di un nuovo rapporto dell’ inviato Onu Kofi Annan all’ Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla tregua da lui negoziata con regime e ribelli ad aprile, ma mai rispettata. Secondo fonti diplomatiche citate dai quotidiani Le Monde e Washington Post, Annan dovrebbe presentare oggi al Consiglio di Sicurezza una nuova proposta per tentare di salvare il suo piano di pace: si punterebbe alla creazione di un «gruppo di contatto» che riunisca Usa, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, insieme ai principali attori regionali che hanno influenza sul governo di Damasco o sull’opposizione, come Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Iran. Ad una iniziale proposta russa di includere l’ Iran nei colloqui, ieri il segretario di Stato Usa Hillary Clinton aveva risposto freddamente («difficile immaginare di invitare un Paese che sta aiutando Assad ad attaccare il suo popolo»), precisando però di voler parlare con Annan prima di decidere. Anche i ministri degli Esteri di Italia, Francia e Gran Bretagna si sono detti scettici. L’ obiettivo ribadito in serata da Washington è quello di convincere gli alleati di Damasco, prima fra tutti la Russia, ad appoggiare una «transizione politica» che conduca Assad a farsi da parte. Un diplomatico avrebbe detto all’ editorialista del Washington Post David Ignatius che, se il gruppo di contatto proposto da Annan dovesse accettare la transizione, «Assad presumibilmente partirebbe per la Russia, che si dice gli abbia offerto asilo». Fino a ieri poco faceva immaginare che una soluzione fosse vicina: i ribelli da lunedì hanno ripreso a combattere, dicendosi non più vincolati dalla tregua; e il presidente Assad ha nominato un premier a lui fedele, Riad Farid Hijab, tra le critiche di America e Francia. Il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi lancia l’ allarme: «In Siria si rischia il genocidio se non si interviene immediatamente».  Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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14 giugno 2012

Quella nave carica di armi spedita dall’ oligarca russo. Monito della Clinton: basta forniture militari

Le spie nei porti siriani di Tartus e Lattakia stanno con gli occhi aperti. In mare, forse, c’è qualche sottomarino occidentale che con il suo periscopio fotografa ciò che entra nei due approdi. Tutti sono in attesa delle prossime navi che potrebbero portare elicotteri d’attacco, munizioni e parti di ricambio al regime siriano. Un mercantile russo, la «Professor Katsman», lo avrebbe fatto in modo furtivo tra il 26 e il 27 maggio. Ha spento il transponder al largo di Cipro, quindi ha attraccato a Tartus. Dove, secondo alcune fonti, ha scaricato materiale bellico uscito dai magazzini della famosa «Rosobonexport», la compagnia che si occupa dell’ export di armi russe. Gli armatori della «Katsman» prima hanno negato, poi se la sono cavata così: non sappiamo cosa ci fosse nelle casse, ma erano state approvate dalla Dogana di San Pietroburgo, porto di partenza del cargo. Le evoluzioni marittime della nave – è transitata anche per Ravenna – hanno ovviamente attirato l’ attenzione di servizi segreti e media. Anche perché la «Katsman» appartiene, attraverso una serie di società, a Vladimir Lisin, 56 anni, il secondo uomo più ricco di Russia. Tiratore provetto, uomo di successo nel campo dell’ acciaio, ha stupito tutti offrendo un milione di dollari di premio a ogni atleta russo che vincerà una medaglia d’ oro alle Olimpiadi. E lui sarà lì a vedere i campioni. È di casa in Gran Bretagna, dove possiede residenze e un parco dove si diletta a sparare. Piccole distrazioni per un uomo che bada agli affari. E quelli legati alle navi non sono male, specie se il cliente è la «Rosobonexport». Che, stando alle rivelazioni americane, ha un gran bisogno di mercantili. Washington sostiene che sarebbe in vista una nuova consegna di armi in favore di Assad. Questa volta si parla di elicotteri d’ attacco, indispensabili al regime per contrastare i ribelli e ridurre le perdite. Nelle ultime settimane, infatti, è cresciuto il numero di blindati distrutti dagli insorti. Il possibile arrivo dei velivoli è stato condannato da Hillary Clinton e dalla Francia. «Il governo russo – ha detto il segretario di Stato americano – deve tagliare completamente i suoi legami militari con Damasco e sospendere definitivamente la fornitura di armi». A tono, la replica del Cremlino: voi mandate armi agli insorti. E in effetti, Turchia, Qatar, Libia, Arabia Saudita hanno intensificato il sostegno militare all’opposizione. Garantendo il flusso di fucili, pallottole e sistemi anti tank. Non sono soltanto i russi a dirlo. Due articoli, uno sul “New York Times” e il secondo su “The Independent”, hanno fornito particolari su quello che non è certo un segreto. C’ è una «macchina» ben oliata senza la quale gli insorti potrebbero fare poco. Decisivo il ruolo dei turchi, cauti fino a tre settimane fa e dei qatarioti, molto impegnati sin dal primo giorno. Con gli Usa a fare da sponda. Gli scambi polemici di queste ore avranno un seguito, probabile, di nuove rivelazioni. In particolare si attendono fughe di notizie sugli spostamenti di mercantili sospetti diretti in Siria. Uno è stato avvistato sotto le coste meridionali della Turchia. È quello con gli elicotteri russi a bordo? Non c’ è alcuna certezza. Chi traffica può usare navi civetta che attirino l’ attenzione ma che in realtà trasportano merci legittime mentre quelle «nere» aspettano il momento opportuno per infilarsi in Siria. Si parla di «incroci» a Cipro, da sempre snodo nel Levante e della Grecia. In entrambi i Paesi i russi sono molto attivi. Con i loro imprenditori e i loro agenti. Nelle acque dove è nata Venere passano mille traffici.  Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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14 giugno 2012

Siria, la svolta della Francia: «Ipotesi intervento armato». Il Capitolo VII. Il Consiglio di Sicurezza accerta l’ esistenza di una minaccia alla pace (…) e decide quali misure debbano essere prese (…) per mantenere o ristabilire la pace (…).  Il capitolo VII della Carta Onu, invocato da Fabius. Il ministro Fabius evoca la creazione di zone di non volo

Sono i bambini ad ispirare il «salto di qualità» nell’ opposizione della Francia al regime di Bashar al-Assad. «Bambini usati come scudi dai militari governativi, torturati, violentati. Massacrati, a decine, ogni giorno», dice Laurent Fabius all’ inizio della conferenza stampa convocata in fretta ieri pomeriggio al Quai d’ Orsay. Il ministro degli Esteri annuncia: «Abbiamo intenzione di fare ricorso al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (che autorizza anche l’ uso della forza, ndr), per rendere obbligatorie le disposizioni del piano Annan». Fabius precisa di avere già coinvolto gli alleati europei e americani e aggiunge che «la Francia vuole porsi alla guida dell’azione contro questo regime di massacratori che è passato a un livello superiore dell’ orrore». Assad deve lasciare il potere e per ottenere questo risultato Parigi non esclude la creazione di una «no-fly zone» che impedisca agli aerei del regime di bombardare la popolazione. Da mesi ormai si assiste a uno stallo diplomatico sulla situazione in Siria, cristallizzato dalla visita del presidente russo Vladimir Putin a Parigi il primo giugno scorso. In quell’ occasione, durante un incontro molto teso, il presidente francese François Hollande prese chiaramente parte per i ribelli suscitando le proteste di Putin: «Perché parlate solo dei massacri del regime? Anche i guerriglieri commettono stragi, noi non dobbiamo parteggiare per nessuno ma evitare solo che in Siria si scateni la guerra civile». A giudizio di Fabius e di molti leader occidentali, in Siria la guerra civile c’ è già, e da un pezzo. «Quando gruppi che appartengono a uno stesso popolo si uccidono tra loro su larga scala, se non chiamiamo questa una guerra civile allora non possiamo neppure parlare di quel che sta succedendo». Che cosa suggerisce ora l’ offensiva di Fabius, mentre la Russia sembra fornire elicotteri d’ assalto all’ esercito di Assad? Forse appunto la sensazione che sia necessario stringere in un angolo diplomatico Mosca prima che sia troppo tardi, approfittando magari di una possibile apertura della Cina, l’ altra grande potenza che si è opposta finora a un intervento più deciso contro il regime siriano. «Abbiamo sentito oggi la Cina esprimere la sua viva preoccupazione – ha detto Fabius -, non resta quindi che passare alla velocità superiore in sede di Consiglio di sicurezza ponendoci sotto la disciplina del capitolo VII», quello alla base della risoluzione 1973 che un anno fa permise la missione militare in Libia. Proprio la risoluzione 1973 è chiamata spesso in causa dalla Russia: approvato in fretta grazie all’abilità del precedente ministro francese Alain Juppé, che strappò la decisiva astensione di Mosca e Pechino per impedire l’ imminente strage di civili a Bengasi, a dire di Putin quel provvedimento finì per essere travisato e piegato dagli occidentali fino a giustificare una guerra totale e la deposizione di Gheddafi. «Non ci faremo ingannare un’altra volta», ha più volte dichiarato Putin, ma intanto in Siria i bombardamenti continuano e le vittime civili aumentano. Ecco perché Fabius ha evocato per due volte, all’ inizio e alla fine del suo intervento, la tragedia dei bambini «piazzati davanti ai carri armati». Il ministro francese ha annunciato quattro misure fondamentali: 1) Inasprimento delle sanzioni. «Non solo contro Assad: tutti i capi militari devono sapere che stiamo stilando una lista di persone che verranno chiamate a rispondere dei loro crimini». 2) Obbligatorietà del piano Annan 3) Maggiore coinvolgimento della Russia, «anche se può sembrare paradossale». 4) Convocazione di una «Conferenza degli amici della Siria» il 6 luglio a Parigi. Il piano Annan prevede la fine delle violenze, il ritiro dell’ esercito dalle città e l’ invio di aiuti umanitari. È pronta la Russia, bloccandolo, a prendersi la responsabilità di nuovi massacri? Secondo Fabius, l’ esito di un nuovo dibattito al Consiglio di Sicurezza non è più così scontato. Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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19 giugno 2012

La Clinton colta in fallo sugli elicotteri russi in Siria

Quando il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, martedì scorso, si è detta allarmata «circa le ultime informazioni secondo cui ci sono elicotteri d’attacco che dalla Russia stanno arrivando in Siria», perché avrebbero provocato «una escalation piuttosto drammatica del conflitto», ha omesso di dire se si trattasse di velivoli nuovi oppure, come rivelato ieri dal New York Times, acquistati molto tempo fa e rimandati in fabbrica per una manutenzione di routine. Ieri la portavoce del dipartimento di Stato Victoria Nuland ha confermato che gli elicotteri non sono nuovi: ha precisato che si tratta di tre esemplari, che stanno arrivando in Siria dopo essere rimasti inutilizzati per almeno sei mesi. Ha aggiunto comunque che «sono tre in più che possono essere usati per uccidere i civili». Gli osservatori delle Nazioni Unite hanno confermato la scorsa settimana che Damasco ha usato gli elicotteri contro città controllate dai ribelli, esprimendo preoccupazione per la popolazione civile intrappolata nelle case. La Siria possiede decine di elicotteri di trasporto di fabbricazione russa Mi-8 e Mi-17 e di elicotteri d’ attacco Mi-24, acquisiti durante la Guerra fredda – gli ultimi a metà degli anni Novanta.

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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19 giugno 2012

Siria, gli osservatori Onu sospendono la loro missione. «Troppe violenze, così non possiamo operare»

«Negli ultimi dieci giorni, c’è stato un aumento delle violenze armate in Siria. Questa escalation sta limitando le nostre capacità di osservare, di verificare, di riferire, come pure di aiutare nel dialogo e nei progetti per la stabilità. In pratica, sta ostacolando la nostra abilità di portare avanti il nostro mandato». Con queste parole, il generale norvegese Robert Mood ha annunciato ieri la «sospensione» delle operazioni degli osservatori delle Nazioni Unite in Siria. Una missione che, sin da metà aprile quando Kofi Annan l’ha lanciata, è stata oggetto di molti dubbi: per il numero ridotto di osservatori (300), perché disarmati e perché chiamati a monitorare (senza intervenire) un cessate il fuoco mai realmente rispettato tra governo e oppositori armati. Una missione che è rimasta e rimane l’ unica opzione diplomatica della comunità internazionale per risolvere la crisi, mentre però nel contempo le armi arrivano al regime e ai ribelli dai rispettivi alleati. E, come ha sottolineato Mood, per i suoi uomini la situazione si è fatta sempre più rischiosa. Per ora, non lasciano la Siria. Ma non condurranno più pattugliamenti, limiteranno i rapporti con le parti e valuteranno di giorno in giorno se riprendere la missione: «Il nostro obiettivo – spiega il generale – resta il ritorno alle normali operazioni». Nei due mesi di cosiddetta tregua, sono morte centinaia di persone. Nelle ultime settimane, in particolare, dopo i cento morti (per metà bambini) di Hula, i ribelli hanno formalmente annunciato una ripresa dei combattimenti e il regime ha usato gli elicotteri in una pesante offensiva contro le roccaforti dell’ opposizione. Più volte gli osservatori si sono trovati persino nell’ impossibilità di osservare. Mentre tentavano di appurare il massacro di Qubeir in provincia di Homs, denunciato dai ribelli, i loro veicoli sono stati bloccati ai checkpoint: al loro arrivo, il giorno dopo, c’ erano solo sangue e case vuote. Per giorni hanno cercato di raggiungere Haffeh, villaggio devastato dagli scontri: le auto sono state colpite da pietre e sbarre di ferro, sono stati bersaglio di spari. Sono giunti a battaglia conclusa. Puntuale arriva il solito scambio di accuse: il governo siriano esprime la propria «comprensione» per la sospensione della missione, accusando per l’ escalation i «terroristi». Gli oppositori puntano il dito contro il regime. Ma il generale Mood afferma che la responsabilità è di entrambi, per «la mancanza di volontà delle parti di cercare una transizione pacifica e per la spinta verso l’ avanzamento di posizioni militari». Gli Stati Uniti hanno definito la decisione dell’ Onu un «momento critico». Ieri gli oppositori denunciavano 60 morti in tutto il Paese e 1.000 famiglie imprigionate a Homs sotto le bombe, mentre invece la tv di Stato annunciava che un leader del movimento terrorista del «Fronte Vittorioso» è stato eliminato. Stavolta gli osservatori Onu non andranno a verificare. Una fonte attendibile in meno? Alcuni attivisti replicano duramente: «Se ne vadano pure, tanto non possono fare altro che guardare». Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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19 giugno 2012

Una guerra contro la Siria, tre motivi per non farla

La protesta in Siria si è ormai trasformata in guerra civile e sta divenendo ogni giorno più violenta e tragica. C’ è però un aspetto che credo condizioni molti nel decidere un vero intervento contro Assad, ossia quello di «cadere dalla padella alla brace». I russi in particolare sembrano molto restii all’ incognita di un cambio di regime. Gli americani, pur se la loro diplomazia sbandiera il contrario, credo abbiano imparato la lezione del «primo» Afghanistan quando la cura (l’ appoggio ai talebani) si rivelò peggiore del male (l’ invasione sovietica). E dopo l’ equivoca evoluzione delle «primavere arabe» non crede che non si possa dare a entrambi loro torto?   Noceto (Pr)

Quali problemi limitano un intervento Nato in Siria? Siamo spettatori di repressioni e massacri quindi in buona parte complici. È solo il veto russo che fa paura o c’ è dell’ altro? Bardolino (Vr)

Cari lettori, Credo che contro l’intervento vi siano almeno tre buoni motivi. Dovremmo agire, anzitutto, contro gli interessi e i desideri di due grandi Paesi – Russia e Cina – che hanno un seggio permanente al Consiglio di sicurezza. È già accaduto nel 1999, durante la guerra del Kosovo, quando la Nato cominciò i bombardamenti senza il beneplacito dell’ Onu, ma la Russia di Boris Eltsin era molto più debole della Russia di Putin. Oggi, mentre gli Stati Uniti si apprestano a installare basi missilistiche che i russi considerano ostili, una guerra della maggiore organizzazione militare occidentale contro l’amico e alleato di Mosca nel Mediterraneo avrebbe l’ effetto di rendere glaciali i nostri rapporti con la Russia: una prospettiva che potremmo affrontare soltanto se i nostri interessi vitali dipendessero dalla sconfitta del regime di Bashar al-Assad. È meglio quindi fare pressioni su Mosca perché faccia, a sua volta, pressioni su Damasco. Credo che la recente iniziativa francese per affrontare la questione siriana nell’ ambito dell’ articolo 7 della Carta dell’ Onu (interventi militari) abbia questo scopo. A giudicare dalle ultime dichiarazioni del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, la Russia sembra del resto avere ammorbidito la sua posizione. Un’operazione militare contro la Siria, in secondo luogo, sarebbe più complicata di quella condotta contro la Libia. La contraerei siriana è molto più efficace di quella libica, il Paese è maggiormente popolato (più di 22 milioni), i centri urbani sono più numerosi e il regime, a differenza di quello di Gheddafi, è un blocco costituito da molti interessi: il partito Baath, la minoranza alauita, la borghesia degli affari e le minoranze religiose cristiane (16%) che non sono alleate di Assad, ma hanno tratto numerosi vantaggi dalla politica laica del suo governo e temono l’avvento di un regime islamico. Vi è infine, cari lettori, una terza ragione. L’esperienza libica ha dimostrato che l’ eliminazione del tiranno non ha necessariamente per conseguenza l’automatico avvento di un regime democratico. Per governare il dopoguerra siriano la Nato dovrebbe andare sul terreno con la proprie truppe, liquidare gli ultimi contrafforti del regime, costringere i ribelli a deporre le armi, evitare per quanto possibile gli strascichi della guerra civile. Non credo che la Nato, dopo quanto è avvenuto in Afghanistan e in Iraq, abbia le intenzioni di sobbarcarsi un tale compito. 

Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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22 giugno 2012

Washington e Londra: immunità ad Assad se lascerà il potere. Jet di Damasco fugge in Giordania

La Gran Bretagna e gli Stati Uniti potrebbero garantire al presidente siriano Bashar al-Assad l’ immunità, se accettasse di lasciare il potere. Anziché un processo per crimini contro l’ umanità, lo aspetterebbe l’esilio in Russia o in Iran, mentre a Ginevra si terrebbe, già a fine mese, una «conferenza sulla transizione in Siria». Ma questa opzione, ipotizzata ieri dalla stampa britannica sulla base di «spiragli» che il presidente russo Putin avrebbe fatto intravedere al G20, viene – almeno ufficialmente – definita «impraticabile» da Mosca, che ha impedito più volte azioni del Consiglio di Sicurezza dell’ Onu contro Damasco. «Il piano dell’ esilio» (sul modello dello Yemen) si è così scontrato, ancora una volta, con la replica del ministro degli Esteri russo Sergej Viktorovič Lavrov: «E’ impraticabile perché Assad non lascerà il potere». Ieri il Papa ha lanciato un accorato appello perché in Siria «cessi ogni spargimento di sangue».

Le potenze parlano di diplomazia e intanto mandano armi alle forze in campo. Una nave, la «Alead», partita dalla Russia con bandiera di Curaçao e a bordo tre elicotteri d’ attacco revisionati e sistemi di difesa anti-aerea diretti in Siria, si è vista cancellare l’ assicurazione britannica dopo pressioni di Downing Street, ed è stata costretta a tornare in patria, ma Mosca assicura che ripartirà. Gli Stati Uniti, intanto, negano di armare i ribelli – a farlo sono i Paesi del Golfo, attraverso reti di intermediari, tra cui i Fratelli Musulmani, secondo il “New York Times” – ma, secondo la stampa Usa, un manipolo di agenti della Cia opera da alcune settimane al confine turco-siriano per dirigere le armi verso gruppi «fidati» ed evitare che finiscano ai qaedisti e ad altri estremisti. Ma è tutt’ altro che facile districarsi tra unità ribelli che spuntano come funghi: sarebbero un centinaio secondo le stime (ieri ne sarebbe nata anche una al femminile) con nomi spesso simili e influenze poco chiare (che «Aḥrār al-Shām» sia salafita si vede pure sulla sua pagina Facebook ma è impossibile in altri casi verificare le voci). Armi e denaro arrivano da canali diversi, mettendo i ribelli in competizione tra loro e rischiando di radicalizzarli, dice Joseph Holliday ex funzionario dell’ intelligence Usa in Afghanistan, ora ricercatore presso l’Istituto per lo Studio della Guerra di Washington. La creazione di 10 consigli militari provinciali è un tentativo di unità tra i ribelli, ma brigate come la al Farouq, con i suoi 1000 uomini ne restano fuori.

In questo scontro asimmetrico che vede 200 mila truppe del regime da una parte e 40 mila ribelli dall’altra, il tradimento di un pilota siriano, che ieri con il suo caccia – primo caso del genere in 15 mesi di rivolta – è atterrato in Giordania ottenendo l’ asilo politico, è stato salutato con gioia dai ribelli, ma gli esperti mettono in guardia dal leggervi un prossimo collasso delle forze armate. Il regime, con artiglieria e aviazione, tiene le città, i ribelli con armi automatiche e qualche missile anti-tank controllano ampie zone rurali, e di questo passo nessuno dei due prevarrà sull’ altro entro il 2012, secondo Holliday. Ma il rischio è che la Siria si trasformi in uno stato fallito, con o senza Assad.

10.000 è la stima approssimativa delle vittime della guerra in Siria secondo le Nazioni Unite. I gruppi di opposizione e molte ong parlano di oltre 14 mila morti

Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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23 giugno 2012

CRISTIANI NEL MONDO ARABO TRA RESISTENZA E FUGA

Alla luce di quanto è successo dopo la caduta di Saddam Hussein in Iraq e di Hosni Mubarak in Egitto, quale scenario è più realistico per i cristiani della Siria post Assad, qualora dovesse esserci, libertà o esodo? valerio.modoni@ virgilio.it

Caro Modoni, in mancanza di censimenti affidabili il numero dei cristiani nei Paesi arabi non è facilmente verificabile. I copti egiziani sarebbero il 10% della popolazione, ma la percentuale può variare considerevolmente da un interlocutore all’ altro. In Iraq, prima della guerra americana, erano probabilmente il 3% (circa 400.000), ma il loro numero, dopo la prima fase del conflitto, si è probabilmente dimezzato. Nel 2006, a Beirut, il vecchio patriarca maronita Nasrallah Boutros Sfeir mi ha detto che i cristiani, prima dello scoppio della guerra civile (1975), erano grosso modo metà della popolazione e che i maroniti fuggiti all’ estero durante il conflitto sono non meno di un milione. È ormai finita l’ epoca in cui la grande comunità cristiana libanese era la spina dorsale del Paese, il nucleo più influente della classe dirigente nazionale. In Siria sarebbero il 10% della popolazione, quindi poco meno di due milioni e hanno goduto per molto tempo di uno statuto invidiabile. Il quartiere cristiano di Aleppo è una sorta di compendio della storia del cristianesimo, il luogo dove si allineano, a breve distanza l’ una dall’ altra, le chiese degli ortodossi, degli assiri, dei caldei, degli armeni, dei melchiti, dei maroniti. A breve distanza dalla città sorgono le rovine della grande basilica di San Simeone stilita, il santo che trascorse gran parte della sua vita sulla sommità di una colonna e divenne meta di innumerevoli pellegrinaggi. Qui esistono ancora monumenti che dimostrano quanto le tre religioni del libro fossero strettamente intrecciate. Nella grande moschea degli Omayyadi, a Damasco, una grande tomba custodisce la testa di san Giovanni Battista. Nella maggiore moschea di Aleppo una tomba conserva la testa di Zaccaria, padre di Giovanni. Nel museo nazionale di Damasco è stata trasportata e ricostruita la sinagoga di Dora Europos (un’ antica città sull’ Eufrate, a breve distanza dalla frontiera irachena): la sola al mondo interamente affrescata con storie dell’ Antico Testamento. Nel villaggio di Maalula, a 60 km dalla capitale, gli abitanti parlano amarico, la lingua di Gesù e vivono all’ ombra del monastero di Santa Tecla, martire cristiana e forse discepola di san Paolo. Se la guerra civile siriana diverrà un conflitto fra sunniti e sciiti, come in Iraq e nel Bahrein, i cristiani saranno condannati alla parte del terzo incomodo e saranno egualmente invisi agli uni e agli altri. Temo che molti decideranno di lasciare il Paese. Anche a Gerusalemme, Betlemme, Ramallah, Nablus il numero dei cristiani sta rapidamente diminuendo. Ma nelle scorse settimane, durante un viaggio a Gerusalemme e a Ramallah, ho visitato la Custodia di Terra Santa, l’ istituzione a cui una bolla di Clemente VI, nel 1342, affidò il compito di rappresentare la Chiesa di Roma nei luoghi della rivelazione. Da una conversazione con il Custode, Pierbattista Pizzaballa, sono uscito con l’ impressione che da queste terre i francescani non se ne andranno mai. Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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23 giugno 2012

Jet turco precipita in mare «Abbattuto da Damasco». Il regime avrebbe colpito il caccia perché ha violato il suo spazio aereo.  Per ore Ankara dice solo d’aver perso il contatto. In serata accusa la Siria. Erdogan convoca i generali: «Agiremo con decisione» 

Un episodio misterioso che può cambiare il volto alla crisi in Siria. Un caccia turco è stato abbattuto dalla contraerea siriana perché – secondo una versione – ha violato lo spazio aereo del Paese arabo. Una verità emersa nel cuore della notte dopo tesi contrastanti e spiegazioni bizzarre, a conferma del timore per le conseguenze. Ankara non può restare a guardare ma neppure agire di impulso. Ecco perché il governo prima vuol chiarire i fatti e poi muoverà i «passi necessari con decisione». Questa lunga giornata inizia alle 10 del mattino quando due Phantom turchi decollano da Erhac, vicino a Malatya. I caccia sono impegnati in una missione non lontano dal territorio siriano. Zona ad alto rischio. Ed è qui che, 90 minuti più tardi, avviene qualcosa. Secondo due tv libanesi filo-iraniane il jet è stato abbattuto dalla contraerea di Damasco ed è caduto in mare davanti a Latakia. Da Ankara confermano di aver perso i contatti radar. Seguono notizie confuse sui due piloti. Sono «in vita» rilanciano i media turchi. Prigionieri, insistono quelli libanesi. Li cercano in mare anche con l’ intervento di navi siriane. Le informazioni operative si intrecciano con quelle diplomatiche. Sale la tensione, cala la Lira turca. Ma è il premier Recep Tayyip Erdoğan a stabilizzare il «termometro». Rientrato dal summit in Brasile, convoca una conferenza stampa e per 15 minuti parla d’ altro. Poi, finalmente, affronta la questione del caccia. E quando gli chiedono se è vero che Damasco si è scusata sostiene di non essere sicuro neppure di quello. Affermazione quanto meno strana. Non sono d’ aiuto neppure gli americani. Dal Pentagono dicono: «Il caccia era nel raggio del sistema siriano, però non possiamo confermare l’ abbattimento. Una linea cauta che cambia dopo il vertice (e probabilmente contatti con gli alleati) al quale partecipano Erdogan, i principali ministri e i generali. Il comunicato passato ai media accusa la Siria di aver abbattuto il Phantom e apre scenari imprevedibili. La Turchia è un membro della Nato e potrebbe anche invocare l’ assistenza dei partner. Damasco, muta per l’ intera giornata, rompe il silenzio. E sostiene che il Phantom era ad appena un chilometro dalla costa siriana. Quindi la difesa ha reagito scoprendo solo dopo che si trattava di un caccia turco. Ma che cosa ha spinto la Siria ad un gesto che può costarle caro? La prima risposta è che pensavano potesse essere un jet israeliano. La seconda è che sia un monito disperato agli altri avversari. Da mesi sono segnalati voli da parte di droni americani, aerei spia U2 e velivoli turchi che sgancerebbero strani «oggetti elettronici». Missioni per tenere d’occhio l’ esercito di Assad che si aggiungono all’ appoggio agli insorti. In Turchia – dove ci sono 32 mila profughi – hanno rifugi e centri di coordinamento. Il regime ha voluto lanciare un messaggio? E’ un’ ipotesi. Se volevano potevano evitare di sparare. La distruzione del caccia è forse anche un modo per rimediare al colpo della fuga del colonnello a bordo di un Mig e ricompattare i ranghi mentre si moltiplicano sussurri su defezioni importanti. La tesi di Damasco potrebbe anche nascondere manovre all’ interno del regime. Siamo nella terra degli intrighi. Una terra dove c’ è spazio anche per il ruolo di Mosca. I russi hanno una stazione radar (e d’ ascolto) a Kessab, base che «guarda» verso la Turchia e decine di consiglieri militari si occupano dei missili siriani. Possibile che abbiano lasciato fare? Mosca appoggia il regime ma non le avventure. Il punto è che nel conflitto – marcato ieri da altre stragi – tutti hanno qualcosa da nascondere. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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25 giugno 2012

C’era anche un altro velivolo nel mirino della contraerea

Non è stato l’ unico aereo turco scelto come bersaglio di tiri dell’ artiglieria siriana il caccia Phantom F-4 abbattuto venerdì scorso in un giorno dai contorni incerti, sul quale i moventi politici degli Stati protagonisti restano tuttora da chiarire. Oltre che contro il jet fatto cadere nel Mediterraneo dalle forze armate del presidente Bashar al-Assad, colpi sono stati sparati da queste verso un altro aeroplano della Turchia. Si tratta di un «Casa» di fabbricazione spagnola che si stava muovendo in direzione della traiettoria lungo la quale l’ F-4 era stato segnalato in difficoltà. È quanto è emerso ieri al ministero degli Esteri di Ankara, risulta al Corriere, in un incontro al quale sono stati chiamati a partecipare gli ambasciatori dell’ Unione europea. Nel corso della ricostruzione fornita dal ministero e da militari con l’ aiuto di cartine e di foto, pur condannando la reazione siriana, la Turchia ha ammesso che all’origine dell’ incidente c’ è stato uno sconfinamento del suo F-4. Motivi di tensione e attenzione nel misurare passi e parole, ieri, sembravano intrecciati nella gestione del caso dell’ abbattimento subito. Un caso nato da scintille non metaforiche tra la Siria di Assad, raìs alle prese da 16 mesi con la repressione di proteste, e lo Stato del premier Recep Tayyip Erdogan, il quale difende quei moti e ha accettato nel suo territorio 32 mila persone in fuga dal dittatore alauita. Da venerdì le notizie ufficiali non sono state lineari. Il caccia turco con due piloti, stando alla versione fornita ieri agli ambasciatori, era in volo di addestramento. Viaggiava a bassa quota disarmato e non aveva disattivato gli strumenti che lo rendevano identificabile, per primo il transponder. L’ ingresso nello spazio aereo siriano è avvenuto per errore alle 11.42 e ha portato l’ equipaggio a un miglio dalla costa dello Stato di Assad. Avvertito da un centro di controllo turco, l’ F-4 è uscito dai cieli siriani alle 11.47. Cinque minuti. Sufficienti all’ artiglieria per prepararsi a sparare all’ intruso, senza preavviso e mentre il jet si trovava ormai fuori dallo spazio aereo della Siria. Due aspetti condannati da Ankara. La Turchia non esclude che l’ F-4 sia esploso in volo e ha fatto sapere che il grosso del relitto, privo di guida, si è inabissato a otto miglia dalla costa siriana, dunque nelle acque territoriali di quel Paese. Non si sa se i piloti saranno mai rintracciati. Tra il materiale recuperato in mare ci sarebbe uno stivale che forse era di uno dei due. Il «Casa» si è mosso verso la rotta del jet abbattuto nella speranza di poter soccorrerne l’ equipaggio. Dalla Siria è stato fatto fuoco di nuovo. Via radio i turchi hanno fatto presente che la missione era di soccorso. L’ artiglieria ha smesso di sparare.  Caprara Maurizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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26 giugno 2012

Quel jet in fondo al mare destabilizza Assad. Ankara sembra voler prendere tempo, ma non può permettersi di prenderne troppo

Il presidente Bashar al-Assad è forse contento di aver dimostrato che le sue difese antiaeree funzionano, ma l’ abbattimento di un caccia turco la mattina di venerdì rischia di costargli molto cara e di trasformare in assedio il suo isolamento. In una Siria ormai avviata alla guerra civile, dove negli ultimi sedici mesi ci sono stati quindicimila morti e le uccisioni si susseguono quotidianamente senza risparmiare donne e bambini, per sopravvivere il regime di Damasco contava su tre fattori: la sua forza bruta, l’ appoggio della Russia e la scarsissima voglia dell’ Occidente di infilarsi in una nuova avventura militare modello Libia. Sul primo elemento è inutile farsi illusioni, le stragi continueranno. Ma il secondo e il terzo, quando si abbatte un aereo militare di un Paese Nato, possono innescare accelerazioni insidiose. Non a caso la Turchia ha chiesto e ottenuto per oggi una «consultazione» con l’ Alleanza atlantica sulle misure da prendere. Le versioni dell’ episodio sono fortemente contrastanti e non sarà facile chiarire se il velivolo sia stato colpito durante la riconosciuta violazione dello spazio aereo siriano oppure, come sostiene Ankara, un quarto d’ ora dopo e senza alcun avviso. Il fatto che la violazione dello spazio aereo ci sia comunque stata rende improbabile l’ invocazione da parte turca dell’ articolo 5 del Trattato atlantico, che obbligherebbe tutti gli alleati a intervenire in difesa del partner attaccato. Ma se non tira aria di guerra, l’ effetto politico è invece garantito: la crisi siriana si internazionalizza ulteriormente, dopo aver scosso il Libano del nord ora coinvolge la Turchia più di quanto avessero già fatto trentamila profughi scappati delle violenze d’ oltreconfine. E coinvolgere la Turchia significa dare la sveglia anche alla Nato, Stati Uniti in testa. Sul tavolo, ora, c’ è la «risposta» che le pur moderate autorità turche dovranno dare all’ abbattimento dell’ aereo, se non altro per placare il nazionalismo interno e l’ irrequietezza dei militari. Ankara sembra voler prendere tempo, ma non può permettersi di prenderne troppo. E allora si potrebbe arrivare a mosse comunque gravi per Damasco: un maggiore appoggio alle formazioni ribelli (magari con forniture di armi che sin qui transitano soltanto dal confine siriano-libanese), oppure, se si vorrà colpire duro, una iniziativa militare per aprire quel «corridoio umanitario» da tutti invocato ma che nessuno se l’ è sentita di imporre sul terreno. Questa seconda ipotesi appare in verità poco probabile senza un mandato dell’ Onu e qui arriviamo all’ altro elemento determinante dell’ equazione siriana: la posizione della Russia. Formalmente la linea del Cremlino non è cambiata: no a risoluzioni del Palazzo di Vetro che possano autorizzare l’ uso della forza e portare a un regime change in stile libico, no alle forniture di armi agli oppositori di Assad (mentre tra Mosca e il regime siriano i contratti militari e persino la manutenzione degli elicotteri restano intoccabili), sì invece a un dialogo tra le parti che porti a una transizione sul modello dello Yemen e che potrebbe benissimo concludersi con l’ uscita di scena di Assad. Concludersi, non cominciare. Ma sono numerose le fonti diplomatiche che riferiscono di una nuova «riflessione» in corso in Russia. Putin, in sintesi, non vorrebbe trovarsi contro tutto il mondo arabo sunnita che auspica la caduta dello sciita Assad. E non vuole di sicuro, il presidente russo, che la fedeltà interessata verso Assad finisca per avvelenare i suoi rapporti con l’ America con la quale spera anzi di avere un rilancio negoziale se Obama sarà rieletto e forse anche se non lo sarà. Il prezzo della vendetta per i fatti libici e quello delle basi militari e dei buoni affari che Assad garantisce alla Russia, insomma, stanno crescendo a dismisura. E cresceranno ancora di più ora che un aereo turco, a torto o a ragione, è stato abbattuto. Se da queste considerazioni verrà una linea russa più duttile e più severa verso Assad, è ancora presto per dirlo. Ma l’impressione è che presto o tardi un compromesso tra Russia e Occidente diventerà possibile, anche perché alcune preoccupazioni russe sono più o meno segretamente condivise dagli occidentali: se cade Assad, chi prende il suo posto? Siamo sicuri di non provocare così una guerra civile ancor più sanguinosa? Non si rischia di favorire le infiltrazioni di Al-Qāʿida? Conclusione: prima di sostituire Assad, bisogna almeno saperne di più sui suoi frastagliati oppositori e sulle loro intenzioni. Il vecchio F-4 Phantom che giace sul fondo del Mediterraneo, insomma, non sembra dover sconvolgere i parametri della crisi siriana ma promette di favorire una dinamica anti Assad che nelle ultime settimane si è andata precisando. Malgrado i dissensi che permangono tra occidentali e Onu (Annan chiede che l’ Iran partecipi a una eventuale soluzione negoziata, gli Usa seguiti dagli alleati rifiutano), sul terreno sono molto aumentate le perdite dell’ esercito regolare che ora deve far fronte a ribelli meglio armati e nei circoli di Damasco che appoggiano Assad (alawiti, ma anche sunniti) si è fatto strada quel malumore tipico di chi non vuole affondare con la nave. Oltretutto l’ economia siriana è in pessime condizioni anche a causa delle sanzioni e la classe media tradizionalmente filo regime teme di perdere averi e privilegi. Non siamo ancora alla sindrome del si salvi chi può che segnerebbe la fine di Assad «dal di dentro», ma ne siamo certamente meno lontani. Forse l’ aereo da tenere maggiormente d’ occhio non è turco ma siriano: quel Mig che una settimana fa è fuggito in Giordania, disertando come avevano già fatto molti soldati e come avrebbero fatto ora alcuni alti ufficiali delle forze di terra. Con la differenza che nell’ esercito c’ è di tutto, mentre l’ aviazione militare siriana è sempre stata fedelissima al regime e appartiene alla stessa élite delle unità speciali comandate dal fratello del presidente, Maher al-Assad. Tanti brutti segnali, per gli assediati di Damasco. Venturini Franco

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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27 giugno 2012

«Colpiremo la Siria se attaccati ancora». L’attuale amministrazione siriana è un regime tirannico che uccide il suo stesso popolo Recep Tayyip Erdogan, premier turco. Ieri il presidente siriano ha detto: «Stiamo vivendo una vera situazione di guerra». Duro monito del turco Erdogan a Damasco

Ankara tiene i nervi saldi. Per ora non ci sarà una risposta militare all’ abbattimento, venerdì scorso, di un caccia turco da parte dei siriani. Ma Damasco è avvertita: «La nostra risposta razionale non deve essere percepita come un segno di debolezza – ha detto ieri Recep Tayyip Erdoğan ai deputati del suo partito -. Tutti devono sapere che l’ amicizia della Turchia è preziosa ma anche che la sua collera può essere devastante». Alle parole sono seguiti i fatti. Ieri lungo i 910 chilometri che separano i due Paesi sono arrivate truppe, armi a lungo raggio, 15 blindati e altri veicoli militari. Il premier ha annunciato di aver cambiato le regole d’ ingaggio delle forze dispiegate al confine e che d’ ora in poi «ogni elemento armato in avvicinamento sarà considerato come una minaccia e sarà trattato come un obiettivo militare». Mentre Erdogan parlava con forza e trasporto, tra gli applausi entusiastici dei suoi, da Bruxelles arrivava l’ appoggio (scontato) della Nato, al termine della riunione fra i rappresentanti diplomatici dei 28 Paesi membri chiesta urgentemente da Ankara in base all’ articolo 4 del Trattato (unico precedente nel 2003 ai tempi della guerra in Iraq). «Voglio essere molto chiaro – ha detto il segretario generale Anders Fogh Rasmussen – la sicurezza dell’ Alleanza è indivisibile: siamo al fianco della Turchia con fermo sostegno e spirito di grande solidarietà». Ankara sostiene che l’ F-4 abbattuto venerdì scorso era disarmato e si trovava nella zona per collaudare un nuovo radar: «Quando è stato colpito era nello spazio aereo internazionale – ha detto Erdogan – ed è poi precipitato in acque territoriali siriane. C’ è stata la volontà di abbatterlo senza preavviso». I siriani, invece, affermano che il caccia volava a bassa quota e ad alta velocità nel loro spazio aereo. Secondo la Russia, che difende Damasco a spada tratta, il velivolo era in missione ricognitiva per conto della Nato, una versione che non è supportata da prove di nessun tipo. Ma perché, si chiedono in molti, la Siria ha voluto alzare la tensione con un gesto così eclatante? «Forse – è la tesi di Barçin Yinanç, un’ opinionista dell’ Hurriyet – lo scopo è triplice: mostrare la sua forza alla Turchia, far capire all’ opposizione che non può contare più di tanto su Ankara e mandare un avvertimento alla comunità internazionale della serie “posso trasformare in un attimo la regione in una palla di fuoco”». Un’ analisi che sembra in linea con le dichiarazioni di ieri del presidente siriano Bashar Assad: «Stiamo vivendo una vera situazione di guerra – ha detto durante la prima riunione del nuovo governo – e tutte le nostre politiche devono essere messe al servizio della vittoria». Di certo dopo 15 mesi di rivolta repressa ferocemente dal regime (15 mila morti, in maggioranza civili) la Siria si sente sempre più isolata. Continuano le defezioni dei soldati governativi e a ridosso della frontiera, in territorio turco, c’è grande movimento: trasferimenti di armi, ospedali da campo sempre più grandi (i profughi sono 32 mila) e una rete di ribelli via via più integrata. Sarebbe questa la strategia di Ankara: forgiare un movimento di opposizione che sia in grado di affrontare l’ esercito di Assad e di prendere il potere. Comunque nessuno, per ora, sembra volere un conflitto con la Siria. Di sicuro non i cittadini turchi che ieri a sentire le parole di Erdogan hanno tirato un sospiro di sollievo. Né la Nato che è chiaramente restia ad intraprendere un’ altra azione militare stile Libia. Anche Teheran, vicina ad Assad, è preoccupata. Oggi il vicepremier iraniano andrà ad Ankara per cercare di «risolvere il problema viste le buone relazioni con i due Paesi». Perché ormai è chiaro a tutti che con le nuove regole d’ ingaggio basterebbe poco, anzi pochissimo, per innescare un conflitto. E, come ha detto Erdogan al Corriere all’ inizio di maggio, «se la Siria commetterà ancora degli errori alla frontiera questo sarà un problema della Nato come recita l’ articolo 5 (la difesa collettiva in caso di aggressione a un alleato n.d.r.)». A quel punto la guerra, evocata ieri da Assad, diventerebbe una realtà.  Ricci Sargentini Monica

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 giugno 2012

Assalto alla tv siriana. Uccisi anche giornalisti. L’Iran non è stato invitato al summit in Svizzera, pare per il veto degli Stati Uniti. Annan convoca una conferenza a Ginevra

Un attacco «inedito», un’ operazione di «alto profilo» che per gli analisti segna un’ ulteriore svolta in Siria e cancella gli ultimi dubbi che il Paese sia teatro di una guerra civile. Poche ore dopo l’ ammissione del raìs Bashar al-Assad («siamo entrati in una vera situazione di guerra, tutte le forze devono essere dirette alla vittoria»), il quartiere generale della tv satellite filogovernativa Al Ikhbariya a sud di Damasco è stato bombardato con obici, gli edifici poi sono stati minati, distrutti e bruciati. Tre giornalisti e quattro guardie sono stati uccisi e un numero imprecisato di persone sequestrate. Il regime ha subito definito l’ assalto «una carneficina e un attacco alla libertà d’ espressione del Paese» e accusato della strage i «terroristi», termine usato per definire i ribelli. In realtà non è chiaro chi ci sia dietro all’ operazione: dalla Turchia il portavoce dell’ Esercito Libero Siriano ne ha smentito la paternità, sostenendo che autori dell’ attacco sono stati alcuni disertori dei corpi d’ élite delle Guardie Repubblicane, le più fedeli ad Assad. Non è una differenza da poco: se fosse vero, indicherebbe un allargarsi delle diserzioni ai livelli più alti delle forze governative, sarebbe una sensibile crepa nello scudo che ha protetto finora il dittatore siriano. Anche la località è importante: a soli 20 chilometri dalla capitale, dove si stanno concentrando gli scontri e la cui caduta, ritenuta dall’ Occidente «inevitabile» seppur in tempi che nessuno conosce, sarà cruciale. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che la natura dello scontro è profondamente cambiata negli ultimi tre mesi, da quando il loro inviato speciale per la Siria, Kofi Annan, ha lanciato un piano di pace con zero risultati. Il 16 giugno i 300 osservatori Onu hanno dovuto interrompere la missione per l’ escalation del conflitto: entrambe le parti, lealisti e ribelli, sono ormai altamente militarizzate. L’ informazione indipendente, video e testimonianze, è intanto sempre più ostacolata. E spesso è difficile, se non impossibile, accertare chi sia autore dei massacri. E così la Commissione d’ inchiesta sulla Siria istituita dall’ Onu ieri ha annunciato i risultati dell’ indagine sulla strage di Houla, in cui morirono più di cento civili tra cui molti bambini e donne: «Riteniamo che le forze governative potrebbero essere state responsabili di tutte quelle morti – hanno detto gli investigatori – ma mancano elementi certi». Per cercare una via d’ uscita, o comunque un’ altra strategia, Annan ieri ha convocato a Ginevra, per sabato prossimo, un summit ministeriale a cui sono stati invitati i «Paesi d’ influenza». Oltre ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna), parteciperanno Turchia, Iraq, Kuwait e Qatar, i segretari generali dell’ Onu e della Lega Araba e il capo della diplomazia dell’ Unione Europea, Catherine Ashton. L’ Iran, sulla cui presenza aveva insistito la Russia, non è stato invitato. Non per volontà di Annan, pare, ma per il veto posto dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton. Annan ha fatto sapere che Teheran, molto vicina a Assad, verrà comunque informata sui risultati dell’ incontro perché deve «restare coinvolta» nella ricerca di una soluzione. E nemmeno l’ Arabia Saudita sarà presente. Sul tavolo c’ è una revisione del «Piano Annan», probabilmente con un rafforzamento della missione degli osservatori Onu e la richiesta a Damasco di una tregua, in attesa di definire la «transizione pacifica». Parola che può essere però interpretata in più modi: per gli Usa significa che Assad deve andarsene comunque, per la Russia solo se questo avverrà «senza alcuna pressione straniera». Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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