Siria: articoli pubblicati dal “Corriere della Sera” dal 24/03/2011 al 31/12/2011

24 marzo 2011

Siria, 15 morti nel Sud. Il regime: «Sono criminali» 

Almeno 15 morti ieri a Deraa, nel sud della Siria, nel corso di massicce proteste contro le leggi speciali in vigore dal 1963, al grido di «libertà e diritti». Le manifestazioni, le più importanti dagli anni 70, erano iniziate in tutto il Paese il 15 marzo, «Giornata della dignità». Ieri nella città al confine giordano nove persone sono state uccise prima dell’alba in una moschea, compresi un medico, una donna e due bambini. Altre sei sono state ammazzate al funerale delle prime vittime. «Una gang criminale», ha detto il governo che presidia Deraa con le forze antiterrorismo.

Gli scontri erano iniziati sette giorni fa dopo l’arresto di alcuni studenti che avevano scritto graffiti antiregime. La crisi economica nella città del deserto e la «Primavera araba» iniziata a Tunisi avevano alimentato una reazione inedita per il Paese retto con il pugno di ferro dalla famiglia Assad da 40 anni. Ma se povertà e corruzione, partito unico (il Baath) e leggi liberticide sono gli stessi elementi alla base delle rivoluzioni in Egitto e Tunisia, in Siria manca una forte classe media e soprattutto l’ esercito è decisamente alleato con il potere. E il presidente Bashar Al Assad, 45 anni, per gli analisti è nonostante tutto più solido dei suoi ex colleghi Ben Ali e Mubarak.

Zecchinelli Cecilia

http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/24/Siria_morti_nel_Sud_regime_co_8_110324012.shtml

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25 marzo 2011

Siria, dopo la strage Assad promette riforme. I manifestanti: 120 morti. Oggi nuove proteste a Deraa

Una protesta nata la settimana scorsa per l’arresto di alcuni bambini colpevoli di aver scritto sui muri di una città «il popolo vuole che cada il regime», lo slogan che ha ritmato la primavera araba da gennaio. I primi attacchi delle forze speciali e i primi morti. I funerali, assaltati dalla Guardia repubblicana ed altre vittime. Ancora proteste e morti: quanti non si sa di preciso. E sullo sfondo una dittatura, censura totale, corruzione, miseria, leggi speciali in vigore dal 1963 [1]. Un regime che ieri ha promesso «riforme importanti», ancora da venire e la liberazione degli arrestati degli ultimi giorni, senza però allentare il pugno di ferro. È un copione già visto: ma questo non è l’Egitto o la Tunisia, nemmeno la Libia. È la Siria retta dalla famiglia Assad dal 1970. Il Paese che nel 1982, sotto il longevo Hafez, non esitò a bombardare e a radere al suolo la città «ribelle» di Hama, uccidendo decine di migliaia di civili. E che oggi, retto dal figlio Bashar, si trova ad affrontare l’intifada in un’altra città marginale, quella di Deraa ai confini giordani. Una zona agricola che in epoca romana era il granaio della regione e che oggi è terra d’emigrazione e di rabbia crescente. 

«Deraa è circondata dalle truppe scelte di Maher,  fratello del raìs, chiusa a tutti ma le notizie filtranodice al Corriere un attivista siriano esule in Europa, che non vuole essere citato. Sono in contatto con molti sul posto, giovedì nell’ospedale di Deraa hanno contato 120 cadaveri ma ce ne sono altri che i cecchini di Maher impediscono di recuperare».

 A mantenere Deraa in fermento anche dopo l’avvio (quasi ovunque rientrato) delle proteste in tutta la Siria il 15 marzo, sarebbe stato l’ «orgoglio delle tribù». «A Damasco contano poco, nel sud e nell’est sono importanti. L’arresto di quei ragazzini di 10-12 anni, poi rilasciati con segni di abusi, ha scatenato la voglia di vendetta. Il regime ha rimosso il governatore, ma non il capo dei servizi, cugino di Bashar, che continua a reprimere. E questo in un Paese al limite della sopportazione, che conta 100 mila desaparecidos, che ha già raso al suolo un’ intera città. Mubarak e Ben Ali non erano mai arrivati a tanto».

In serata l’annuncio in tv della portavoce del regime è sembrato una presa d’atto della gravità della situazione. «Non è stato il governo ad ordinare di sparare, anche se qualche errore è stato fatto – ha ammesso Buthaina Shaaban -. Il governo studierà come permettere i partiti e togliere lo stato d’emergenza, aumentare la libertà dei media». Promesse già fatte nel 2005. Mai mantenute da un regime che nel mondo è noto (e condannato) soprattutto per l’ingerenza in Libano e la vicinanza all’Iran. E che nel suo essere anti-Occidente e anti-Israele (quest’ultimo accusato ora di fomentare la rivolta) ha trovato finora un certo sostegno interno. «Ma ora le cose stanno cambiando, dice l’attivista. E non c’entrano partiti o religioni, sciiti o sunniti, la minoranza sciita degli Alauiti a cui appartengono gli Assad è discriminata come tutti». Oggi, in tutta la Siria, è convocata una protesta di solidarietà con la città assediata. Un test importante per l’ultimo regime scosso dalla primavera del risveglio arabo a cui anche l’ Occidente, a partire dagli Usa, chiede finalmente «fatti e non solo parole».

 [1] Dal 1963, data della presa del potere da parte del partito Baath, in Siria è in vigore la legge marziale. Le leggi speciali vietano tutte le manifestazioni di piazza e sospendono molti altri diritti costituzionali. Assad ieri ha promesso di togliere lo stato d’ emergenza.

Zecchinelli Cecilia

http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/25/Siria_dopo_strage_Assad_promette_co_8_110325013.shtml

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26 marzo 2011

Siria, spari sulla folla in numerose città. I morti sono decine. “Mi appello a Damasco perché mostri la massima moderazione e risponda in modo significativo alle richieste legittime del popolo” Ban Ki-moon, capo dell’Onu. Bruciata una statua di Hafez Assad. L’ attivista: «Questo venerdì era un test che abbiamo superato: la paura è rotta, niente sarà uguale»

Al grido di «libertà» e «abbasso Bashar al-Assad», «Deraa siamo con te», ieri sono stati in decine di migliaia a rispondere in tutta la Siria all’appello per il «Venerdì della dignità» e di solidarietà con la cittadina meridionale protagonista da giorni di un’intifada contro il regime. Dalla stessa Deraa e la sua regione di Hawran, che già piangono decine di vittime, alla capitale Damasco e le sue periferie, all’importante centro di Homs, alla città alawita di Latakia e a quelle curde di Raqqa e Qamishli nel nord, perfino ad Hama che ieri ha visto proteste di piazza per la prima volta da quando nel 1982 Hafez Al Assad la rase al suolo uccidendo decine di migliaia di civili, ovunque la rabbia contro la dittatura è esplosa come mai era accaduto da anni. Impossibile il conto dei morti in un Paese blindato da una collaudata censura, ma le testimonianze che filtrano ne segnalano decine, moltissimi i feriti, tanti gli arresti. Tutti tra la popolazione civile. “Questa giornata doveva essere un test, superato con successo: i siriani hanno rotto la paura, niente sarà più come prima”, dice un attivista esule in Europa in contatto continuo con il suo Paese. “Le promesse di Bashar due giorni fa erano ridicole, la sua portavoce ha annunciato qualche aumento di stipendio e una commissione per studiare l’eventuale revoca delle leggi speciali che dal 1963 consentono ogni tipo di abuso, come se questo bastasse. E ha assicurato che non è stato il presidente a dare l’ordine di sparare finora. E allora chi? Il fratello Maher è più crudele, è lui che sta guidando la repressione a Deraa. Ma chi comanda il Paese? Ormai siamo allo sfascio, aspettiamo solo che ambasciatori e ministri abbandonino il posto, com’è stato in Libia e in Yemen”.

Forse molti siriani in patria o in esilio sono ora troppo ottimisti. E non perché le marce a favore di Assad organizzate ieri, soprattutto nella capitale, indichino un sostegno di massa. Piuttosto perché – la Libia insegna – cambiare un regime non è cosa da poco. Ma è vero che se ieri sono successe cose mai viste – l’aver dato alla fiamme la statua in bronzo di Hafez nel centro di Deraa o l’attacco delle forze speciali contro i manifestanti dentro la sala della preghiera nella storica moschea degli Omaiadi nella capitale – è anche un fatto che per la prima volta il mondo preme adesso esplicitamente su Damasco perché conceda democrazia all’interno, non perché cambi la sua politica estera. La Casa Bianca ha condannato «il governo siriano per la brutale repressione», il segretario dell’Onu Ban Ki-moon ha chiamato il raìs con lo stesso messaggio, Nicolas Sarkozy ha intimato a Damasco «basta violenze» e tutti e tre – fanno notare i dissidenti siriani – senza appellarsi a un generico ritorno della calma ma difendendo apertamente i manifestanti. Anche la Turchia ha chiesto a Assad «riforme che soddisfino la richiesta del popolo». Da altri Paesi, dall’ Europarlamento, dalle organizzazioni per i diritti umani come Amnesty condanne sono seguite. Perfino Sheikh Yusef Qaradawi, uno dei più noti e influenti religiosi musulmani che in passato sosteneva (blandamente) Assad, nel suo sermone del venerdì ieri in Qatar ha invitato il mondo a sostenere i siriani: «Il treno della rivoluzione è arrivato a questa nuova stazione, era ora».

Zecchinelli Cecilia

http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/26/Siria_spari_sulla_folla_numerose_co_9_110326004.shtml

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27 marzo 2011

Siria, assalto ai palazzi del potere. L’esercito schierato nelle città. Il regime accusa: «Vogliono smembrare il nostro Paese». Cecchini. Gli attivisti: «Venti morti a Latakia, uccisi dai cecchini delle Guardie di Bashar al Assad». La repressione violenta di proteste pacifiche non solo non risolve il malcontento di chi scende in piazza ma rischia di creare una spirale di rabbia, violenza, omicidi e caos. Navi Pillay, Alto commissario per i diritti umani Onu

Ritratti del raìs Bashar al Assad distrutti dai manifestanti. Sedi dell’onnipotente partito Baath al potere dal 1963 date alle fiamme. Assaltati gli uffici della Syriatel, società di Telecom di Rami Makhluf, uomo più ricco (e tra i più odiati) del Paese e cugino del raìs. L’ esercito dispiegato in modo massiccio per la prima volta nel centro di una città, a Latakia. E intanto, dopo le tante vittime civili di venerdì (quante è impossibile dirlo), ancora attacchi mortali con spari contro la gente disarmata, alcuni condotti da uomini in borghese e da cecchini invisibili, mentre il governo continua a negare di aver ordinato la repressione, promette ancora riforme, accusa «forze straniere» di voler creare nel Paese la «fitna», la divisione.

Al dodicesimo giorno dall’inizio della rivolta la regione di Deraa si è confermata cuore della resistenza: nella città e nei villaggi del sud le tribù si erano sollevate per gli abusi della polizia su un gruppo di bambini all’indomani della protesta organizzata su Facebook il 15 marzo. Che aveva avuto poco seguito ma era stata rilanciata proprio dalla resistenza dei clan sunniti al confine giordano, tra cui si sono contati il maggior numero di morti: più di 100, dicono gli attivisti.

Ieri a Tafas la gente ha distrutto e bruciato le sedi del Baath e della Syriatel e un commissariato di polizia. A Deraa, le Guardie repubblicane guidate dal fratello del presidente, Mahar, si sono ritirate dal centro dove migliaia di persone continuavano il sit-in iniziato da giorni. Più a nord, a Sanamin, verso Damasco, i carri armati hanno circondato la città e testimoni raccontano di uno scontro tra le Guardie repubblicane, in gran parte alauite ovvero della stessa minoranza della famiglia Assad e l’esercito, sunnita. Un importante ufficiale avrebbe già disertato e sarebbe arrivato in Europa, fornendo informazioni preziose ai dissidenti in esilio che stanno preparano un dossier per la Corte penale internazionale dell’ Aia. Gli scontri più duri ieri sono stati però a Latakia, sulla costa, la città-porto vicina alle Montagne Alauite. «Le Guardie repubblicane, i loro sgherri e i cecchini, al comando del cugino di Bashar, Nmer, hanno attaccato cinque quartieri sunniti, ucciso venti persone -, dice un attivista che non vuole essere citato -. Il loro piano è creare tensioni confessionali e provocare un attacco sunnita contro gli alauiti che sarebbe un’ottima scusa per nuove repressioni. Si dice poi che il regime stia preparando un attentato da attribuire ai rivoltosi». In serata fonti indipendenti segnalavano l’ arrivo dell’esercito a circondare e poi entrare a Latakia, mentre l’ agenzia ufficiale Sana annunciava la morte di un ragazzo a Homs, «ucciso da un gruppo armato».

Bashar, che venerdì aveva portato per le vie di Damasco migliaia di sostenitori, continua a tacere ma la sua portavoce Buthaina Shaaban rilascia interviste alle tv straniere e insiste che il raìs «lancerà una riforma costituzionale e del Baath da far votare ai cittadini tramite referendum, il prima possibile». Promesse già fatte e mai mantenute. Dice di non sapere niente dei 260 detenuti che sarebbero stati rilasciati nella capitale, islamici e curdi, secondo le voci diffuse in mattinata. Soprattutto denuncia «l’evidente progetto lanciato da forze straniere per smembrare la Siria su base confessionale». Una frase che pare confermare i sospetti dei dissidenti secondo i quali a volere uno scontro tra comunità è lo stesso regime. E che ricorda quelle del Colonnello Gheddafi su Al Qaeda e i crociati sobillatori della rivoluzione nella Jamahiriya. Molte delle notizie che filtrano dalla Siria richiamano in effetti le cronache della rivoluzione egiziana o della prima fase di quella libica. Ma se dissidenti e analisti concordano che anche qui «la paura infine si è rotta» e che il raìs è di fronte alla più seria minaccia da quando fu «eletto» 11 anni fa, nessuno fa previsioni sull’ esito di questa intifada. Dipenderà dall’ esercito, dalle divisioni ai vertici dello Stato, soprattutto dalla tenuta dei manifestanti. Che per ora resistono, nonostante tutto. 

Zecchinelli Cecilia

http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/27/Siria_assalto_palazzi_del_potere_co_8_110327043.shtml

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27 marzo 2011

Decine di gruppi religiosi pronti ad alzare la testa. Uno Stato mosaico a rischio crollo se tramonta Assad 

Nell’onda di rivolte che sta sconvolgendo il Vicino Oriente, nessuno poteva immaginare che persino la famiglia al Assad in Siria iniziasse a traballare. Il padre Hafez al Assad prima e poi, in forma più edulcorata, il figlio Bashar, avevano in fondo creato e mantenuto in vita una dittatura quasi perfetta. Al potere dal 1971, hanno infatti plasmato nel tempo e con fredda e inflessibile ferocia, un dominio tra terrore e autocontrollo generato dallo stesso terrore. Sono stati quarant’anni in cui è stata cancellata nel sangue ogni espressione politica ed è stato congelato ogni spirito critico. Anni in cui gli Assad hanno forgiato una stabilità senza tempo e che nel silenzio delle carceri hanno saputo nascondere agli occhi del mondo torture, imprigionamenti e sparizioni. Si contano a migliaia le vittime di una repressione che solo gli ultimi anni hanno forse in parte attenuato. Le incognite cominciano ora a prendere il posto delle certezze. E riguardano tutte la realtà della società siriana in cui non mancano nodi da sciogliere. Più di ogni altro Paese che la circonda, più dello stesso Libano e dell’ Iraq, la Siria appare un mosaico di fedi religiose e di intricati rapporti interconfessionali, sopiti e tenuti in equilibrio sotto una mano governativa forte e intransigente. La tolleranza e la convivenza tra la maggioranza sunnita, le varie correnti sciite e le numerose confessioni cristiane (cattolici, ortodossi, armeni e tante altre) è stata una difesa interessata più che un percorso virtuoso. La minoranza sciita alauita [2], a cui appartengono gli Assad, è da sempre vista dagli altri musulmani come un’ eresia da scomunicare e combattere con ogni forza: solo un potere forte e inflessibile ha potuto superare resistenze e far accettare a una maggioranza musulmana una visione meno avversa. Come nel 1982, quando per sedare l’ opposizione dei Fratelli Musulmani, Hafiz al-Assad mandò l’esercito all’assalto della roccaforte dell’opposizione nella città di Hama. E dimostrò così come sapeva superare dubbi di legittimità e ostilità confessionale. Si racconta che l’esercito governativo trucidò non meno di ventimila persone e da allora non si sentì più parlare né di Fratelli Musulmani né di opposizione politica o religiosa in Siria. La presenza degli altri gruppi religiosi non è meno sospesa in una situazione come questa. Gli sciiti sono in aumento, anche grazie al ruolo di Hezbollah nella realtà libanese e per il rapporto privilegiato tra gli Assad e l’Iran. Non si faranno certo coinvolgere nell’eventuale crollo del regime e del potere alauita, ma reclameranno più spazio. Le confessioni cristiane non hanno patito così tante erosioni come in altri contesti, ma sono con il fiato sospeso davanti a rivolgimenti che difficilmente potranno relegare il fattore religioso in un ruolo secondario. E se i nuovi assetti saranno fatti a colpi di maggioranza, i cristiani rischiano di ritrovarsi come in Iraq in una posizione scoperta e senza futuro politico. A ciò si aggiungono poi altre complicazioni. Ad una consistente minoranza curda, a cui si potrebbero aprire nuove possibilità, si affianca la presenza di centinaia di migliaia di palestinesi, cittadini fantasma, appena tollerati e abbandonati nei campi profughi. A dimostrazione che il fattore religioso storico è anche qui, come in altri Paesi arabi, complicato dai residui di confini nazionali discutibili e dalle ferite più recenti della regione. Se le crepe di questi giorni preluderanno a un crollo, potrebbe aprirsi una fase di instabilità estremamente pericolosa e destabilizzante per tutta la regione e non solo per la Siria. Rischia di polverizzarsi una realtà complessa e anche più intricata di Iraq e Libano, ai quali la compattezza fittizia e imposta della Siria faceva un po’ da contraltare o da appoggio concreto. Nessuno può dire allora che direzione prenderanno gli eventi, ma si può scommettere che tanti, troppi, cercheranno di alzare quella voce che è stata sopita per troppo tempo e con troppa violenza. I giovani delle rivolte arabe, fatti anche da siriani cresciuti in esilio, punteranno a rilanciare gli slogan liberali e anti-regime di queste settimane. Gli sciiti cercheranno di uscire dall’isolamento che in Siria, come in Bahrein o Iraq, li ha sempre esclusi da ogni coinvolgimento diretto al potere. La maggioranza sunnita non mancherà di far sentire la sua voce e forse qualcuno della Fratellanza Musulmana cercherà di far giustizia di Hama e di un’esclusione che ha cancellato la loro presenza da troppo tempo. E forse, insieme e a cavallo di tutto ciò, non mancheranno rivendicazioni di ogni altra minoranza di qualsiasi tipo, in grado forse di mettere in discussione la stessa unità della Siria. E tutti cercheranno di giocare la loro partita, se ne avranno davvero la possibilità e soprattutto la forza in una realtà politica praticamente sconosciuta e frustrata nelle sue espressioni più vive. Questo è il dilemma di fondo: nessuno conosce i molti attori che si contenderanno la scena, se mai la crisi si aggraverà e gli Assad usciranno di scena. E quella scena politica che si potrebbe aprire appare ora terribilmente vuota, più ancora che in Libia e, per di più, a stretto contatto con Iraq, Libano e Israele, con il rischio concreto di aprire una fase nuova e piena di quesiti sul futuro di tutta la regione.

[2] Gli alauiti sono un gruppo minoritario della galassia sciita. Assieme ai cristiani costituiscono la più consistente minoranza confessionale della Siria (l’8% della popolazione). In Siria il cuore del regime è controllato dagli Assad e da altre influenti famiglie alauite. Sono loro, minoranza di una minoranza, che tengono in pugno il Paese. Gli alauiti (da Alì, il cugino e genero del profeta Muhammad) basano la loro fede su una dottrina inscritta nell’Islam sciita ricca di influssi cristiani, zoroastriani e pagani.

Roberto Tottoli, Docente di Islamistica Università di Napoli L’Orientale.

Fonte: http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/27/Paese_mosaico_che_rischia_Crac_co_8_110327040.shtml

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28 marzo 2011

Damasco accelera sulle riforme ma l’esercito resta nelle strade. Dopo 13 giorni, ieri tregua nelle proteste. Il regime ammette: 12 morti a Latakia. Governo dimissionario: attese domani le dimissioni dell’esecutivo, ma il suo potere è quasi nullo

 Il bastone e la carota, nel tentativo di evitare che la Siria finisca come l’ Egitto e la Tunisia. O forse solo il segno della crescente divisione interna al regime e alla famiglia degli Assad. Comunque sia ieri, tredicesimo giorno delle proteste costate decine di morti, all’ indomani di scontri violenti costati ufficialmente 12 morti (sarebbero almeno il doppio), Bashar Al Assad ha fatto sapere che «la decisione di togliere le leggi speciali del 1963 è già stata presa, presto sarà annunciata». Tramite la consigliera Bouthaina Shaaban, l’ex oftalmologo che dall’inizio dell’intifada mai si è fatto vedere o sentire ha comunicato che saranno riformati l’ articolo 8 della Costituzione che dà il monopolio al partito Baath e la legge sui media, che tutti i prigionieri arrestati in base alla normativa d’emergenza verranno liberati. Quando? «Non si sa, siamo tutti in attesa e c’è qualche speranza. Ma soprattutto, per ora, c’è molta preoccupazione anche se la violenza sembra essersi fermata», dice da Damasco una giornalista aggiungendo che dopo gli ultimi scontri di sabato al sud e a Latakia, ormai presidiata dall’ esercito e ancora preda di bande armate pro-Bashar, ieri «la gente non è tornata per strada». Un attivista in esilio conferma: «A Sueida, vicino a Deraa nel Sud c’è stato per la prima volta un sit-in di avvocati, a Homs e altrove manifesti di Assad bruciati, ma la rivolta e la repressione hanno segnato una pausa». Un discorso del raìs al Paese è poi in programma «perché il presidente vuole spiegare la situazione di persona e chiarire le riforme previste». Parlerà entro qualche giorno, dicono le tv arabe. Per domani si prevedono inoltre le dimissioni del governo del premier Muhammad Al Utri, ma vista la quasi assoluta impotenza dell’esecutivo la cosa non pare importante, anche perché si esclude la nomina di ministri non allineati. Importante invece sarebbe («finché non succede sono le solite parole», dice l’ attivista) la fine delle leggi speciali. Mantenute per 48 anni con la scusa della minaccia israeliana, consentono arresti preventivi senza motivo e detenzioni abusive, ogni repressione. «Ma queste leggi sono il pilastro su cui poggia il regime, la loro abrogazione segnerebbe la fine di un’ epoca -, sostiene Karim Bitar, analista del think tank francese Iris -. Per ora questa alternanza di promesse di libertà e violenze poliziesche tradisce il panico del potere». Non solo: nonostante la censura dei media (la Reuters ha denunciato ieri la scomparsa di due suoi giornalisti, dopo l’espulsione del capo dell’ufficio di Damasco il giorno prima), dall’opaca Repubblica siriana filtrano notizie di una crescente divisione ai vertici, che poi si riducono in gran parte al «consiglio di famiglia». «L’anima nera è Maher, fratello di Bashar e capo della Guardia repubblicana, che vorrebbe reprimere ogni protesta in modo spietato come già fece il padre Hafez e che controlla gruppi “salafiti” già attivi in Libano come il Jund Al Shamm – dice un attivista -. Con lui c’è il cugino Nmer, i cui sgherri da sabato impazzano a Latakia. Bashar vorrebbe invece tirare in lungo, promettendo riforme, sperando che tutto si calmi. La stessa tecnica usata ai tempi dell’ omicidio Hariri a Beirut. Ma allora la pressione era internazionale, oggi è interna». Cosa non necessariamente positiva: ieri la segretaria di Stato Hillary Clinton ha messo in chiaro che l’ America non ha per la Siria «piani d’ intervento». Gran parte del mondo (solo il venezuelano Hugo Chávez ha difeso «il fratello Bashar») continua a condannare la repressione. Ma in sostanza i siriani sono soli nella loro intifada: se è vero che hanno rotto la paura, altrettanto lo è che la loro lotta non sarà facile.

“In Siria vorrei vedere gli stessi principi e iniziative usati in Libia dall’ Occidente” A. Lieberman, ministro Esteri israeliano; “Assad è un leader arabo socialista, fratello, dotato di grande sensibilità umana” Hugo Chávez, presidente venezuelano; “In Siria non c’è il petrolio: ho come l’ impressione che la voglia di intervento sia minore” Giulio Tremonti, ministro dell’ Economia; “Deploriamo la violenza in Siria ma non intendiamo intervenire, mancano gli elementi che hanno portato alla missione in Libia” Hillary Clinton, segretario di Stato Usa.

Zecchinelli Cecilia

http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/28/Damasco_accelera_sulle_riforme_esercito_co_8_110328014.shtml

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29 marzo 2011

Siria, spari sulla folla che chiede «dignità». La folla attaccata a Deraa, epicentro della rivolta. Latakia deserta dopo gli scontri nel weekend

La Siria attende che Bashar al-Assad mantenga le promesse di riforme e  di maggiore libertà annunciate negli ultimi giorni. Che il regime smetta di sparare su gente indifesa negando di farlo, come ancora una volta ieri è successo nel sud. Il raìs, fa sapere il suo ufficio a Damasco, «è chiuso in riunioni dal mattino a notte inoltrata, discute cosa concedere ai manifestanti». Lo staff non lo dice, ma questo pare confermare le voci che indicano come «molto incerto» il presidente che non si è ancora fatto vedere dall’ inizio della rivolta due settimane fa, né sentire se non tramite la sua portavoce. Incerto, spiega un attivista, «tra cercare un compromesso con la gente, anche se difficilmente tornerà alle aperture della “Primavera di Damasco” con cui iniziò a governare 11 anni fa, durata poi pochi mesi o seguire l’esempio passato del padre Hafiz e le attuali pressioni del fratello Maher e del cognato Assef, ovvero usare il pugno di ferro, reprimere senza pietà». «Nei prossimi due giorni – ha dichiarato comunque il vice presidente Faruq Al Shara alla tv di Hezbollah Al Manar – Assad annuncerà importanti decisioni, qualcosa che ai nostri cittadini farà piacere». E non solo a loro: «Nessuno ha interesse che la Siria s’ incendi, sostiene Hilal Kashan, professore di scienze politiche all’Università americana di Beirut. L’instabilità di Damasco potenzialmente può destabilizzare l’ intera regione». Non a caso, sempre secondo il suo ufficio, «il raìs ha ricevuto telefonate di sostegno dai leader di Bahrein, Kuwait, Qatar e Iraq». Nell’ attesa e nell’ incertezza l’allarme resta altissimo. La capitale è presidiata da gruppi di agenti in borghese, rivela Al Jazeera, che nemmeno tentano di passare inosservati. Anzi, sono un deterrente per nuove manifestazioni anti-Assad, mentre altre in suo sostegno sono attese, pare massicce, per oggi. Nella cittadina ribelle di Deraa al confine giordano, epicentro dell’ intifada e la più colpita per le decine di vittime che ancora piange, le forze di sicurezza hanno sparato su 4 mila persone indifese che chiedevano «libertà e dignità» e la fine delle leggi speciali del 1963. «Le promesse fatte finora sono solo parole – è il messaggio dei manifestanti, ricalcando quanto detto alla Siria negli scorsi giorni da Washington e altre capitali occidentali -. E’ ora che arrivino i fatti». Più a nord, nella città-porto di Latakia dove lo scorso weekend si sono avuti durissimi attacchi di bande di baltajìa – sgherri in borghese al soldo di un cugino di Bashar, dicono gli attivisti – ieri il clima era spettrale, strade deserte, check point e ronde improvvisati dalla gente del posto per difendersi da nuovi assalti. 

Zecchinelli Cecilia

http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/29/Siria_spari_sulla_folla_che_co_8_110329016.shtml

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30 marzo 2011

In piazza l’«altra Siria» schierata dal regime a sostegno di Assad. Licenziato il governo. Oggi discorso del presidente

Damasco. Gli acrobati del regime salgono uno sulle spalle dell’altro, anche in tre non possono misurarsi con la foto del presidente, quindici metri srotolati sulla facciata di marmo bianco. Quello in alto indossa la mimetica e incita gli slogan: «Dio, la Siria, Bashar», «Sacrificheremo il nostro sangue per te». Per ora sacrificano, ripagati, una giornata di lavoro. Gli uffici pubblici sono rimasti chiusi, le scuole hanno aperto le aule e mandato i ragazzi in strada. A celebrare e festeggiare il leader, in una manifestazione che non sembra spontanea come non sono istantanee le foto del capo che tutti mostrano: pose ufficiali plastificate e incorniciate, distribuite dalla manovalanza di partito assieme alle bandiere. Bashar sorride in divisa, Bashar sorride con i gradi di colonnello, Bashar sorride in abito grigio e cravatta scura, Bashar sorride con gli occhiali da sole. Fin dal mattino, verso le 8.30, la polizia chiude le strade per lasciar passare gli autobus che portano i manifestanti. Gli agenti sulle vecchie Honda, elmetto bianco e occhialoni scuri alla Frank Poncherello di CHiPs, incanalano a gesti lo sfogo nazionalista verso il centro di Damasco. I soldati sulle jeep comprate dai russi pattugliano perché la festa riesca bene, il lunotto posteriore coperto da un poster di Assad. Che sembra apparire ovunque (anche le pubblicità sui cartelloni stanno lasciando il posto al suo volto allungato) tranne dove tutti lo aspettano: in televisione per quel discorso alla nazione annunciato e rimandato. Dovrebbe parlare oggi alle 11 per proclamare la fine delle leggi speciali in vigore dal 1963, lui non era neppure nato. Gli oppositori chiedono di più: l’apertura del sistema politico (esclusiva del partito Baath da quasi cinquant’ anni), garanzie per la libertà di stampa, il rilascio dei prigionieri. Ancora ieri sono stati arrestati quattro avvocati impegnati per i diritti civili. Per ora il presidente caccia il governo. Il premier Muhammad Naji Al Utri e i trentadue ministri vengono considerati responsabili per i disordini di questi dieci giorni, per gli scontri e le vittime (62 morti dal 18 marzo secondo Human Rights Watch). Loro vanno, il controllo del Paese resta nei palazzi della famiglia Assad e dei servizi di sicurezza. Parigi e Washington invocano cambiamenti («il regime deve rispondere alle aspirazioni del popolo»). Hillary Clinton, segretario di Stato americano, condanna la repressione. Alain Juppé, ministro degli Esteri francese, esige il «dialogo» ma spiega che la comunità internazionale «non sta pensando a sanzioni» contro la Siria. In piazza delle Sette Fontane, i bambini delle elementari cantano accompagnati dalla maestra. I manifestanti sono diventati centinaia di migliaia, qui come in altre città: il regime vuol dimostrare di avere il supporto popolare. Il gruppo di ragazzine esibisce i cuori disegnati sulle guance «Ti amiamo» (Bashar), il cartello scherza «Sorry, I’m Souri» (gioco di parole in anglo-arabo: mi spiace per voi, sono siriano), lo striscione attacca «il Mossad e i suoi cani» (con i nomi di Saad Hariri, primo ministro libanese in uscita, e Bandar bin Sultan, segretario del consiglio di Sicurezza Nazionale saudita). Gli stranieri sono accusati di complottare per spaccare la Siria e mettere i sunniti, i cristiani, i curdi contro la minoranza alauita al potere. L’ unità è garantita dal «Leone di Damasco, difensore del Paese», come recita un altro manifesto. Sopra il portale della Banca Centrale, le banconote da 100 e 200 sterline siriane stanno appese grandi come bandieroni e glorificano lo sviluppo economico sventolato dal regime. La crescita annuale è attorno al 4%, la disoccupazione sarebbe scesa all’8% secondo le stime ufficiali, le organizzazioni indipendenti calcolano al 20% i senza lavoro. In questi undici anni, Assad ha coltivato (con cautela) la nascita di una classe media, sono quelli che si possono permettere le bottiglie di Johnny Walker etichetta nera a tavola per cena, simbolo arabo di affluenza. «La società siriana, a differenza dell’Egitto, della Tunisia e della Libia, continua a essere abbastanza egualitaria – scrive Michael Bröning sulla rivista Foreign Affairs -. L’ accumulo di ricchezza eccessiva nelle mani di un’oligarchia è stata l’eccezione non la regola. Solo qualche membro della famiglia Assad è accusato di nepotismo e corruzione». A Latakia, dove gli scontri sono stati tra i più violenti, i manifestanti hanno bruciato gli uffici di SyriaTel, l’operatore telefonico posseduto da Rami Makhluf, cugino di Assad e nella lista nera del Tesoro americano. La città portuale è ancora sotto assedio, come Deraa al sud. E’ in questi due centri della rivolta che l’ opposizione annuncia nuove manifestazioni per venerdì. 

L’attuale leader siriano Bashar al-Assad è figlio dell’ ex presidente Hafez, morto nel 2000. La famiglia Assad, al potere dal 1971, appartiene alla minoranza sciita alauita, considerata dagli altri musulmani una forma di eresia da combattere. In quarant’ anni il regime ha mantenuto la stabilità a prezzo di una pesante repressione. Nel 1982, per sedare l’opposizione dei Fratelli Musulmani, Hafez mandò l’esercito all’assalto della roccaforte dell’opposizione nella città di Hama: le stime arrivano fino a ventimila persone uccise.

Il regime ha annunciato la fine dello stato d’ emergenza. La legislazione era entrata in vigore dopo la presa di potere da parte del partito Baath nel marzo 1963: impone restrizioni alla libertà di riunione e movimento, consente l’ arresto di «sospetti o persone che minacciano la sicurezza», permette controlli preliminari su contenuti di giornali, programmi radio e tv. 

Frattini Davide

http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/30/piazza_altra_Siria_schierata_dal_co_9_110330007.shtml

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01 aprile 2011

Quei graffiti dei ragazzini siriani che hanno acceso la rabbia di Deraa. «Siamo una comunità unita, i cristiani hanno aiutato noi sunniti». La testimonianza: «Hanno 13 anni, volevano imitare i giovani tunisini ed egiziani: così hanno scritto con lo spray rosso sui muri di scuola slogan che avevano sentito in tv. Vengono incarcerati ma la polizia nega che siano stati arrestati quando i loro genitori sono andati a cercarli». La strage. Per far fronte alle proteste il regime ha mandato squadre speciali dalla capitale. I morti sono difficili da contare: in tutta la regione di Hauran, 150 corpi sarebbero stati restituiti alle famiglie, 50 risulterebbero ancora scomparsi

Deraa. Il soldato stringe il blocco di fogli sgualciti, la lista dei ricercati è scritta a penna. Chi esce in manifestazione entra nell’ elenco. I posti di blocco sono predisposti a cerchi che si stringono verso il centro di Deraa per strangolare la rivolta. Un’intera città è agli arresti domiciliari. Gli oppositori sono braccati e seguono i percorsi sulla mappa mentale disegnata dalla paura. Schivano le pattuglie della Guardia Repubblicana, le forze speciali comandate da Maher Assad, il fratello minore del presidente. In strada ci sono loro: armati di fucili mitragliatori, sorvegliano dalle torrette dei blindati. I gabbiotti della polizia restano deserti da giorni. I centodieci chilometri da Damasco verso sud e il confine con la Giordania attraversano la piana di Hauran e i campus universitari, la promessa mantenuta dal leader di garantire l’educazione ai giovani siriani, che prima finivano esportati (negli atenei in Russia o nei Paesi arabi) come i pomodori coltivati in questa regione molto fertile. L’autostrada a quattro corsie scende parallela alla vecchia provinciale, che si spezza verso i villaggi dove i cammelli pascolano tra i dadi grigi delle case non intonacate. I carrarmati controllano gli ingressi a questi incroci, la ribellione è iniziata tra i 350 mila abitanti di Deraa e si è estesa ai villaggi di tutta la zona, dove i sunniti sono ancor più maggioranza che nel resto del Paese. Gli alauiti al potere, la setta religiosa della famiglia Assad, sono ossessionati da un’insurrezione etnica che parta dalle tribù di quest’area. Le vie di Deraa svelano che la calma apparente della capitale qui è stata fracassata. I resti dei cassonetti e delle gomme bruciate, le pietre rimaste sull’asfalto come i bossoli dopo la battaglia. Bashar al-Assad annuncia un’inchiesta della magistratura sulle violenze e sulla repressione (il governatore sarebbe stato rimosso). Suleiman Khalidi, giornalista giordano dell’agenza Reuters, è scomparso nei giorni scorsi mentre si stava muovendo da queste parti. Il regime non vuole che la città sotto assedio racconti la sua storia.

L’appartamento in periferia è protetto solo dal giro intricato che bisogna percorrere per raggiungerlo. Fino a tre anni fa, Ahmed (ha chiesto di non usare il vero nome) aveva un impiego pubblico. E’ stato cacciato dallo Stato dopo aver sostenuto la Dichiarazione di Damasco, il manifesto che invoca la fine delle leggi d’emergenza, la libertà di parola e il pluralismo politico. I cinque uomini nella stanza fumano e bevono caffè turco, mentre ricostruiscono le quattordici giornate di Deraa, la rivolta che nessuno in Siria avrebbe immaginato: i video ripresi con i telefonini mostrano i manifestanti che stracciano il poster di un sorridente Bashar, la demolizione di una statua del padre Hafez, l’ ufficio del Baath, il partito unico al potere, in fiamme. Nella loro versione, inzeppata della paura di chi vive accerchiato e dei buchi di chi non può verificare le voci, tutto è cominciato così. Alla fine di febbraio, un gruppo di ragazzini decide di imitare i giovani che hanno visto ribellarsi dalla Tunisia all’Egitto. Ripetono lo slogan che hanno sentito in televisione: basta con il regime. Creano la rima con la parola dottore perché così in Siria tutti chiamiamo Bashar Assad: Ajack Al Dor Ya Doctor. Lo scrivono con lo spray rosso sui muri di cinta in quattro scuole. La frase viene subito coperta con la vernice bianca, la polizia cerca i colpevoli. Hanno tredici anni, il più giovane undici, è solo una spacconata. La loro giovane età non impietosisce il regime. In quindici vengono fermati e incarcerati. I padri e le madri vanno alla caserma della polizia militare, il comandante nega che i figli siano stati arrestati. I genitori si rivolgono al governatore Feisal Kalthoum, che li minaccia (“se volete vederli, vi sbatto dentro con loro”) e li fa cacciare dalle guardie. Venerdì 18 marzo, dopo la preghiera di mezzogiorno, la gente esce dalla moschea Omar Ibn Al Khattab, la più grande della città e forma un corteo. Tremila persone protestano e chiedono il rilascio dei bambini. Gli agenti sparano lacrimogeni e caricano con i bastoni. Questa volta il governatore prova a dialogare, c’ è molta tensione. Parte dei ragazzini viene rilasciata, gli altri dopo due giorni. Raccontano di essere stati picchiati, girano voci – non possiamo confermarlo – che a qualcuno di loro siano state strappate le unghie delle mani. Sabato (19 marzo) le proteste continuano e l’esercito circonda la città. Non sono i soldati ad avere sparato contro la gente, loro sono tranquilli. Hanno mandato le squadre speciali dalla capitale, sono sbarcate da sette elicotteri e dai blindati. I morti sono difficili da contare: in tutta la regione di Hauran, 150 corpi sarebbero stati restituiti alle famiglie, 50 risulterebbero ancora scomparsi. Qui non ci sono gli shabiha, gli sgherri del regime, come a Latakia. Siamo una comunità unita. I cristiani hanno aiutato noi sunniti, hanno nascosto e curato i feriti. I pochi alauiti che vivono tra di noi non sono stati toccati. Non è vero come sostiene il regime che c’è uno scontro religioso. «Siamo isolati, da dodici giorni Internet è bloccata. Venerdì all’uscita delle moschee (oggi, ndr) torniamo in strada. Non possiamo più fermarci». 

Frattini Davide

http://archiviostorico.corriere.it/2011/aprile/01/Quei_graffiti_dei_ragazzini_siriani_co_8_110401013.shtml

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04 aprile 2011

Asma, la «rosa del deserto» e le spine del regime. L’ «offensiva del fascino» della moglie di Assad vanificata dalla durezza della repressione

Damasco. La peluria ingrigita di Yasser Arafat sta addossata alla barba nera di Che Guevara nelle vie pigiate di Yarmouk. I palestinesi del campo profughi più grande del Paese onorano i simboli rivoluzionari sui muri mal intonacati, eppure elogiano le «caute riforme» del regime che li ospita. «In Siria non è possibile cambiare il sistema troppo in fretta» commenta Kamal, la sua famiglia è fuggita da Safed, nel nord d’Israele, nel 1948. Bashar al-Assad deve compiere un passo alla volta. Altrimenti crolla tutto il castello di carte».

Il castello, quello di mattoni e cemento armato, è un elegante appartamento nel quartiere di Malki, palazzi addossati alle rocce del monte Qassioun in ascesa sociale verso l’aria più pulita. E’ stato ristrutturato in un loft su tre livelli, finestre a tutti i lati, niente tende. «E’ una boccia per i pesci rossi», lo descrive la rivista Vogue, che è andata a trovare la padrona di casa. Nella bolla di vetro, vive il presidente con la moglie Asma e i tre figli: Hafez (9 anni, ha preso il nome dal nonno e primo leader della dinastia), Zein di 7 e Karim, 6. «Siamo protetti perché siamo attorniati da vicini che vogliono proteggerci. Passano di qua, commentano i mobili, sono curiosi. E’ giusto così, non possiamo vivere isolati», racconta Asma al mensile d’ alta moda. La trasparenza del potere proclamata dalla first lady contrasta con la definizione che il Dipartimento di Stato offre sul suo sito: «Il governo siriano conduce un’intensa sorveglianza fisica ed elettronica dei suoi cittadini e dei visitatori stranieri». La vecchia strada statale che porta ad Homs, la città industriale dov’è nato il padre di Asma, sale attraverso le rocce chiazzate dallo scuro delle grotte, qui millesettecento anni fa pregavano i monaci cristiani. In cima ad una collina di pietre c’è il buco nero che inghiotte gli oppositori del regime, la prigione di Saydnaya. Settimana scorsa, Assad ne ha liberati 250 per cercare di calmare le proteste cominciate il 18 marzo. Il giorno prima di quel venerdì della rabbia la moglie è all’ hotel “Four Seasons” come ospite d’onore dell’ Harvard Alumni Association. E’ l’università americana che non ha frequentato per frequentare Bashar. Quando lo sposa nel dicembre del 2000, rinuncia al master finanziario (ha già una laurea in informatica) e al bonus di fine anno della J.P. Morgan (ha appena chiuso un affare milionario con una società di bio-tecnologie). Lascia Londra – è cresciuta ad Acton, ha frequentato il Queen’ s College – e torna nel Paese dove ha passato le vacanze estive con i genitori: il padre è cardiologo, la madre lavora all’ambasciata, sono amici di famiglia degli Assad. Asma conosce Bashar da quando ha dieci anni, lui ne ha altrettanti di più. Agli studenti e docenti americani spiega che «le rivolte in altri Paesi arabi sono specifiche di quelle nazioni. Noi non abbiamo bisogno di una ribellione per capire che dobbiamo ancora realizzare gli obiettivi. Abbiamo dato il via alle riforme anni fa». Più o meno le parole ripetute dal presidente in un’intervista di fine gennaio al quotidiano “Wall Street Journal”. Nadim Houry, ricercatore di Human Rights Watch, ritiene che il profilo di Vogue e l’evento organizzato da Harvard facciano parte di un’ «offensiva del fascino», che sfrutta lo stile e la bellezza della «rosa del deserto» (così eletta dal titolo della rivista). Qualche siriano spera che il suo fascino possa influire anche sul marito e che la trentacinquenne Asma prema per fermare la repressione (i morti sono almeno 70, secondo le organizzazioni per i diritti umani). L’ amore per i tacchi a stiletto di Christian Loubutin rischia di accostarla a Imelda Marcos più che a una leader illuminata. La sua missione dichiarata – coinvolgere i 6 milioni di ragazzi sotto ai 18 anni nella «cittadinanza attiva» – è stata sorpassata dai giovani usciti in strada a protestare: vogliono di più e lo vogliono subito.  

Frattini Davide 

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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9 aprile 2011

«Assad non farà la fine di Mubarak: le forze di sicurezza non lo tradiranno». Il presidente gode di un vero sostegno popolare E i manifestanti non sono in grado di rimpiazzare il regime

Andrew Exum ha fondato il blog Abu Muqawama (padre della resistenza) e ha scelto come simbolo un omino Playmobil mascherato dalla keffiah e armato di kalashnikov. Ha studiato all’università americana di Beirut e per il “Center for a New American Security”(pensatoio vicino ai democratici) prova ad analizzare quello che sta succedendo in Medio Oriente. Ammette di essere rimasto sorpreso dalla rivoluzione in Egitto («gli ultimi tre mesi hanno costretto tutti noi ricercatori a ripensare le nostre idee sul mondo arabo»), ma dice di poter prevedere (più o meno) che in Siria l’evoluzione non sarà la stessa: «Mi sembra difficile che le forze di sicurezza decidano di abbandonare il regime come ha fatto l’esercito con Hosni Mubarak. Gli apparati a Damasco sono molto più intrecciati con la famiglia al potere». La repressione violenta in queste settimane non ha impedito a Hillary Clinton, segretario di Stato americano, di ripetere che molti congressisti considerano il presidente Bashar Assad un «riformatore». Alastair Crooke, ex agente dell’MI6 britannico e fino al 2003 consigliere di cose mediorientali per Tony Blair, ne ha scritto un profilo quasi elogiativo per la rivista Foreign Policy: esalta le differenze tra il giovane leader e gli altri autocrati arabi. «Quello che i politici occidentali dicono in pubblico – commenta Exum – è molto diverso da quello che pensano davvero. Credo che la maggior parte sia convinta e sappia che Assad è molto lontano dal voler realizzare le riforme. Le sanzioni sono uno strumento efficace per premere perché acceleri i cambiamenti. Quando i diplomatici incontrano Bashar, le prime lamentele riguardano sempre il castigo internazionale: vuol dire che funziona». I manifestanti pro-regime nelle strade di Damasco sembrano più autentici degli sgherri mandati da Mubarak a terrorizzare i giovani dimostranti. «Non ci sono dubbi. La strategia di Assad (opposizione ad Israele e sostegno a gruppi come Hamas ed Hezbollah) l’ha reso popolare tra gli arabi. Ha un vero sostegno che non va sottovalutato. Non vedo il rischio di una guerra civile in Siria, ma potrebbe crearsi un vuoto di potere, se il presidente dovesse lasciare. Anche se per ora abbiamo assistito solo a manifestazioni sparse e non a un movimento organizzato capace di rimpiazzare il regime».

Da ufficiale dell’esercito, Andrew Exum ha guidato un plotone di fanteria in Afghanistan ed è stato anche dispiegato in Iraq con i Rangers. Ricercatore: la rivista «Foreign Policy» lo ha definito «una delle menti più acute sul Medio Oriente». Lavora come analista per il “Center for a New American Security”, pensatoio vicino a quei democratici americani che sostengono l’intervento in Afghanistan. E’ stato consigliere di Stanley McChrystal, quando comandava le forze Nato a Kabul. Blogger. Ha fondato il blog Abu Muqawama (www.cnas.org/blogs/abumuqawama) che analizza le dottrine di contro-insorgenza.

Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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9 aprile 2011

Siria, un altro venerdì di rabbia e sangue. Spari contro la folla a Deraa: trenta morti tra i manifestanti. Le vittime colpite da proiettili alla testa, dicono testimoni dagli ospedali e dalle moschee trasformate in ospedali. «Complotto straniero». Il regime ammette le violenze ma accusa gruppi di uomini mascherati e ripete la teoria del complotto straniero 

Il ponte verso la piazza centrale passa sul fiume arido, la siccità assedia Deraa come i carrarmati dell’esercito. Anelli concentrici di povertà e repressione che imprigionano la città nel sud del Paese, al confine con la Giordania. Qui sono cominciate tre settimane fa le manifestazioni contro il regime di Bashar Assad, qui sono ripartite ieri. Ancora una volta dopo la preghiera del venerdì, che nei loro appelli gli oppositori hanno voluto chiamare «il giorno della fermezza». Le forze di sicurezza siriane hanno sparato sui dimostranti, almeno cinquemila persone e i morti sarebbero una trentina. Dagli ospedali e dalle moschee trasformate in ospedali, i testimoni raccontano che le vittime sono state colpite da proiettili alla testa, le organizzazioni per i diritti umani accusano il governo di aver piazzato i cecchini lungo le strade che si allontanano dalla moschea Al Omari, la più grande di Deraa. I dimostranti hanno assaltato una sede del partito di regime Baath e distrutto la statua di Basil, il fratello maggiore di Bashar morto in un incidente d’auto nel 1994. La televisione di Stato ammette le violenze, accusa gruppi di uomini mascherati («hanno sparato contro un’ambulanza e la polizia»), annuncia diciannove morti tra gli agenti. Il regime ripete la teoria del complotto straniero, proclamata da Bashar al-Assad davanti al Parlamento dieci giorni fa. Le scritte che scorrono sullo schermo avvertono gli abitanti della città di «non offrire rifugio agli agitatori armati».

Anche a Douma, sobborgo di palazzoni a venti chilometri da Damasco, la gente ha sfidato i posti di blocco organizzati dalle squadracce in borghese, la tuta di nylon per divisa. Sono scesi dai villaggi attorno e hanno raggiunto il centro del quartiere per commemorare i morti della rivolta (venerdì scorso sarebbero stati ammazzati dieci dimostranti) e urlare slogan di solidarietà con Deraa, considerata per la posizione geografica in prima linea contro Israele (l’ha ricordato pure Bashar) e in queste settimane di rivolta in prima linea contro il regime.

A Damasco, le forze di sicurezza hanno assediato la moschea di Kafar Suseh, che anche la settimana scorsa era stata isolata e circondata. I tentativi di radunarsi per protestare nella capitale sono stati ancora una volta sedati prima che si potesse formare un corteo. Ad Harasta, un’ altra zona alla periferia, tre manifestanti sarebbero stati uccisi e uno a Homs, la città industriale da dove proviene il padre di Asma Assad, la moglie del presidente. Dall’inizio delle proteste, secondo Amnesty International le vittime della repressione sarebbero almeno 171.

Duemila persone hanno formato un corteo anche a Hama e sono arrivate fino alla città vecchia. Dall’altra parte del fiume Oronte emergono ancora dall’erba le pietre bianche delle case rase al suolo nel 1982, quando Hafez (il padre di Bashar e primo leader della dinastia al potere) ha cancellato sotto i bombardamenti dell’artiglieria  la rivolta dei Fratelli Musulmani: ventimila morti, le fosse comuni coperte dall’asfalto e da un albergo a quattro stelle.

I curdi hanno respinto le concessioni del governo e hanno risposto alle aperture con gli slogan anti-regime urlati da migliaia di abitanti di Qamishli, al confine con la Turchia. Bashar assicura di voler garantire la cittadinanza a 150 mila di loro: tagliati fuori dal censimento del 1962, sono schedati come stranieri. «La cittadinanza non può diventare un regalo, è un diritto», commenta Habib Ibrahim, leader del partito democratico di unità curda. «Il nostro obiettivo resta la democrazia per tutta la Siria». Anche i curdi, che rappresentano il 10-15 per cento della popolazione, chiedono la fine delle leggi d’ emergenza, emanate nello stesso anno del censimento, quando la burocrazia del regime ha voluto ridurre con un segno di matita il loro peso politico. 

Frattini Davide 

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 aprile 2011

ll crudele fratello di Bashar Assad che guida la repressione in Siria. Spari su un corteo a Banias: altri cinque dimostranti uccisi. Ex nemici Maher e il cognato Assef si sono riappacificati in nome del potere: hanno lavorato insieme per garantire che la minoranza alauita restasse maggioranza tra gli ufficiali dell’esercito

Maher al-Assad non toglie mai la mimetica e gli occhiali da sole. Almeno nelle foto scelte dalla propaganda del regime a fregiare i lunotti delle auto che girano per la Siria. Lenti verde scuro, modello da aviatore, come li portava il padre, l’altro militare vero della famiglia. Perché Maher avrebbe potuto essere il successore e lasciare il fratello maggiore Bashar agli studi di chirurgia oculistica a Londra se a quella cena di dodici anni fa non avesse sparato nello stomaco al cognato Assef Shawkat, già allora uno degli uomini più potenti del Paese e adesso vicecapo di Stato Maggiore. Assef aveva osato replicare all’ordine di starsene fuori dagli affari politici di casa (anche se è il marito di Bushra, primogenita e unica figlia femmina di Hafez). Prima di morire nel giugno del 2000, il capo della dinastia ha coltivato l’impeto guerresco del figlio e cercato di dirigerne gli impulsi feroci. Che in queste settimane di rivolta sono stati messi al servizio della repressione. Maher (43 anni, due in meno del fratello presidente) comanda la Guardia Repubblicana, controlla la Quarta divisione corazzata (mandata al sud per assediare la ribelle Deera) e i due battaglioni d’élites dispiegati a Damasco – scrive il britannico Sunday Times – per evitare che le proteste crescano nella capitale. Le operazioni per calpestare le manifestazioni sono state affidate a lui, che risponde direttamente a Bashar. La vecchia provinciale scende verso Deraa e il confine con la Giordania attraverso i campi di pomodori. I contadini della piana dell’Hauran vendono gli ortaggi nelle cassette agli stessi incroci sorvegliati dai carrarmati. I villaggi sono isolati e la città più grande è strozzata da cerchi concentrici di pattuglie militari che si addensano sul centro e la moschea Al Omari. Qui è territorio della Guardia repubblicana, che riceve gli ordini da Maher e da nessun altro. I tank sono stati schierati ieri anche attorno a Banias e alla sua raffineria sulla costa. Cinque dimostranti sono stati uccisi dagli sgherri in borghese del regime, che hanno sparato sul corteo formato da qualche centinaio di persone. Gli shabiha, gruppi paramilitari formati da fedeli alla famiglia Assad, sono già stati sprigionati per terrorizzare Latakia. Schierati assieme agli agenti in borghese del ministero degli Interni e alle milizie del partito Baath, che costituiscono una forza di quasi 110 mila uomini. Riappacificati in nome del potere, Assef e Maher hanno lavorato per garantire che la minoranza alauita (la setta sciita a cui appartiene la famiglia) restasse maggioranza tra gli ufficiali dell’ esercito. Le unità scelte purgate dai sunniti sono quelle utilizzate dal 18 marzo. «Questi soldati sono stati indottrinati a credere che la loro comunità verrebbe sottomessa, se la maggioranza sunnita conquistasse il potere – spiega Andrew Terrill, docente dell’Army War College in Pennsylvania, all’agenzia Reuters -. Per questa ragione sono decisi a reprimere la rivolta con la violenza e gli apparati di sicurezza sono pronti a intervenire per schiacciare il dissenso tra i militari che non appartengono alla setta».

La prigione di Seydanya sta nascosta in cima a un colle di pietre rosse, tra le montagne e le grotte dove millesettecento anni fa i monaci cristiani pregavano in aramaico nel silenzio. I famigliari dei detenuti politici, il 5 luglio del 2008, potevano sentire le urla e gli spari a chilometri di distanza, tenuti lontano dai posti di blocco. La sommossa capeggiata dagli islamisti viene annientata dall’intervento delle forze speciali: venticinque morti e un video che circola in Internet. Le macerie sembrano i resti di un assalto con i mortai, i corpi dei prigionieri sono mutilati dai proiettili, in mezzo si muove un uomo identificato come Maher, riprende quasi annoiato lo scempio con il telefonino. Gli oppositori in esilio assicurano che il filmato testimoni le prime ore dopo la repressione.

Un altro fratello minore [del defunto Presidente della Repubblica di Siria Hafiz al-Asad e zio quindi del Presidente della Repubblica Bashar al-Asad.], quasi trent’anni fa, ha comandato il massacro che ancora oggi terrorizza il Paese. Rifaat viene mandato da Hafez ad annientare la rivolta dei Fratelli Musulmani, che da Hama minacciano il regime. La Brigata 47 e la Brigata 21 bombardano con l’ artiglieria la città, seppelliscono la ribellione sotto le macerie: ventimila cadaveri rovesciati nelle fosse comuni, coperti dall’ asfalto e dal silenzio. Strage e Hama sono le due parole che i siriani non mettono mai insieme. Pochi osano ricordare ad alta voce quello che chiamano «l’incidente». 

Frattini Davide 

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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16 aprile 2011

Migliaia in piazza a Damasco «Cartellini gialli» per Assad 

Cartellini gialli per il presidente. Nelle vie di Damasco la protesta contro il regime di Bashar Assad ha preso una tinta calcistica. «Questo è il primo segnale – spiegava ieri pomeriggio un manifestante alla Bbc – Assad si becca l’ ammonizione. La prossima volta è cartellino rosso». La manifestazione più imponente dal 15 marzo, il giorno delle prime proteste nella città meridionale di Daraa dove gli uomini di Assad se l’erano presa con i ragazzi che disegnavano sui muri graffiti antigovernativi. Ora il grido «Dio, Siria, libertà» risuona forte nella capitale, il cuore del regime alawita che conquistò il potere nel 1963 con un golpe guidato dal padre dell’attuale presidente. Allora Hafiz al-Assad ebbe anche il sostegno di un altro fresco leader arabo, Muammar Gheddafi, che si recò subito a Damasco con un «presente» di 10 milioni di dollari. Oggi il vecchio Gheddafi non sta troppo bene e anche il destino di Assad junior, in sella dal 2000, non è più così stabile e scontato. Giovedì era entrato in carica il nuovo governo ed erano stati liberati alcuni prigionieri arrestati nell’ ultimo mese: un «regalo» presidenziale per provare la credibilità delle promesse di riforma. Un «contentino» che non è bastato. Anzi il vento della protesta sembra radicalizzarsi, gli slogan si fanno più duri arrivando a chiedere non solo «riforme» ma anche «la caduta del regime». La prova si è avuta ieri, a una settimana dalla repressione che aveva fatto una quarantina di morti. Decine di migliaia di persone sono tornate a sfidare la macchina poliziesca guidata dal fratello di Bashar, marciando dai quartieri di periferia verso il presidiatissimo e finora quasi sempre irraggiungibile centro di Damasco. Una piccola, grande prova di forza, come di consueto dopo la preghiera del venerdì: un mese di disordini e 200 manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza non hanno fiaccato la primavera siriana. Che finora aveva attecchito soprattutto fuori, nelle città di provincia (mercoledì la repressione aveva colpito Aleppo).  A Deraa, Latakia, Baniyas, Qamishli anche ieri ci sono stati raduni non autorizzati. La tv di Stato ha dato conto di «piccole dimostrazioni» in vari punti del Paese, immagini tranquillizzanti e «tagliate» ad arte, quattro gatti (meno di 50 persone) con la polizia rimasta pacificamente a guardare. L’altra inquadratura, il buco nero nella copertura dei media governativi, riguarda il «teatro» più importante della rivolta, quello dove si gioca la partita vera. Damasco. Lì secondo diversi testimoni la folla dei «cittadini-arbitri» con artigianali cartellini gialli in mano è stata affrontata da squadre antisommossa armate di bastoni e gas lacrimogeni. Non si hanno notizie di vittime. Secondo l’ agenzia Reuters agenti della polizia segreta scesi da una quindicina di autobus hanno dato la caccia ai manifestanti nelle vie a nord della centrale piazza degli Abbasidi dove si stavano radunando vari cortei. La protesta in Siria non ha raggiunto la massa critica che ha fatto cadere Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Assad non è minacciato da un intervento esterno come Gheddafi in Libia. Solo parole: Hillary Clinton guida il coro sommesso dei Paesi occidentali che chiedono al regime di fermare la repressione, gli ambasciatori di alcuni Paesi europei (tra cui Francia e Italia) ieri sono stati ricevuti al ministero degli Esteri. Mentre il grande amico iraniano, quello che aveva benedetto la folla di piazza Tahrir al Cairo, tuona contro «la cospirazione occidentale» ai danni della Siria. Bashar, sempre più nervoso, è ancora giocatore e arbitro del suo campionato. Ma l’ ipotesi di un cartellino rosso, impensabile fino a poche settimane fa, non è più un tabù tra gli analisti-scommettitori. 

Farina Michele 

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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20 aprile 2011

Assad revoca le leggi speciali ma la polizia fa strage a Homs 

GERUSALEMME – I ministri hanno preso appunti come allievi diligenti. Senza guardarlo negli occhi, senza intervenire. E da studenti hanno eseguito il compito assegnato: il presidente Bashar al-Assad lo aveva chiesto nel discorso di sabato e ieri sono stati presentati i tre progetti per abolire lo stato d’ emergenza in vigore da 48 anni. Adesso manca la sua firma. La televisione di Stato alterna l’annuncio delle riforme alle notizie di «un complotto salafita» che vorrebbe destabilizzare la Siria. Sei militari sarebbero stati uccisi a Homs, gli estremisti avrebbero freddato tre bambini e avrebbero assaltato due stazioni di polizia. Anche l’ opposizione e le organizzazioni per i diritti umani raccontano di sparatorie a Homs, le vittime però sono i manifestanti, almeno dieci sarebbero stati ammazzati dalle squadre del regime. La polizia ha arrestato il dissidente Mahmmoud Issa. E con un raid all’alba ha svuotato la piazza più grande della città industriale. Nell’ assalto sarebbero morti altri quattro dimostranti. Qui il movimento d’ opposizione ha cercato di replicare la strategia adottata dagli egiziani in piazza Tahrir: creare uno spazio protetto, dove mantenere un’adunata permanente.

La propaganda attorno alla cospirazione salafita sembra voler preparare i siriani alle leggi anti-terrorismo che dovrebbero essere introdotte «per assicurare la sicurezza dei cittadini e la stabilità della nazione». Il ministero degli Interni ha minacciato chi scende in strada: «Viene vietato ogni tipo di manifestazione o raduno, qualunque sia la causa per la quale sono organizzati».

Uno dei tre progetti di legge dovrebbe permettere «cortei pacifici», ma solo dopo aver ottenuto l’ autorizzazione dalla polizia. Il governo propone anche di abolire la Corte suprema per la sicurezza dello Stato, il tribunale creato nel 1968 come strumento della repressione. Il terzo passaggio è l’abolizione dello stato d’ emergenza, che fa da giustificazione alle norme speciali, agli arresti arbitrari e agli abusi contro gli oppositori. I manifestanti chiedono di più: lo smantellamento degli apparati di sicurezza e l’apertura del sistema politico, da sempre esclusiva del Baath. Gli slogan ripetono: «Vogliamo la caduta del regime». Assad ha promesso di dare spazio ai sindacati ed alle organizzazioni dei cittadini. Perché nascano nuove formazioni deve cambiare l’articolo 8 della Costituzione, quello che garantisce l’ esclusiva al partito di regime. «La gente in strada sta su un pianeta – dice al New York Times l’ attivista Wissam Tarif -, il presidente e i suoi fedelissimi su un altro». 

Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 aprile 2011

Dai comitati locali ai cyber-attivisti Identikit della protesta

GERUSALEMME – Per la prima volta, le rivolte contro il governo in Siria non sono apparse ieri isolate, ma hanno mostrato un livello di coordinamento su scala nazionale, a cominciare dal «manifesto», diffuso su Internet, firmato da 14 «comitati» che portano i nomi delle città e dei villaggi dove si sono tenute le proteste. Di chi è la regia? Chi sono i leader? Il governo addita estremisti islamici e parla di complotto straniero. Gli attivisti negano e spiegano invece che il coordinamento funziona su due livelli: il primo è quello dei comitati, ovvero di gruppi di attivisti che mobilitano i manifestanti localmente, città per città. Il dissidente siriano Ammar Abdulhamid, che vive in esilio a Washington, ha detto alla Bbc che, all’inizio, si trattava di una decina di attivisti che vivono in Siria; pian piano si sono «connessi» con altre persone all’interno del Paese, usando «reti» esistenti, tra cui quella delle moschee, ma non solo. Molti, secondo la Bbc, si dicono laici e non si identificano con i tradizionali gruppi e figure d’opposizione come la Fratellanza musulmana o Rifa’at al-Assad [figura d’opposizione ???], lo zio del presidente. L’altro livello è quello dell’ esercito dei cyber-attivisti: non sono loro gli organizzatori, ma aiutano i comitati a condividere le informazioni. Parlandosi via Skype, passano giornate a confermare i dati su arresti, morti, proteste e a inviare e-mail in Siria, superando la censura.

Malath Aumran è uno dei cyber-attivisti: il suo vero nome è Rami Nakhle, è uno studente 28enne di Scienze politiche. Al telefono da Beirut, dice al Corriere che le rivolte in Siria non hanno un leader o meglio hanno «centinaia di leader» e le paragona alle rivoluzioni in Egitto e in Tunisia. Nakhle dice di conoscere personalmente alcuni degli attivisti dei comitati. «Altri stanno diventando miei amici adesso». Afferma che, anche se il governo punta sulle divisioni etniche e religiose «per metterci gli uni contro gli altri», ci sono in realtà anche diversi cristiani nei comitati. Il giovane «opera» sotto lo pseudonimo di Malath Aumran dal 2006: insieme ad alcuni amici, aveva lanciato un giornale online che denunciava la corruzione in Siria e aveva contatti con diversi dissidenti. Ha avviato anche una campagna e-mail per insegnare agli attivisti ad evitare la censura usando i proxy. Lo scorso dicembre, la sua «copertura» è saltata ed è fuggito a Beirut, dove vive in un quartiere cristiano.

Anche Wissam Tarif, attivista dei diritti umani, direttore della Ong Insan, citato spesso dai media internazionali, è attivo su Twitter. E la pagina Facebook «Syrian Revolution 2011», con i suoi 120 mila fan, è un altro punto di collegamento, per diffondere notizie e condividere decine di filmati. Va detto che gli attivisti anti-regime non sono i soli a operare su Internet: nelle scorse settimane, molti account pro-regime hanno diffuso informazioni contrastanti e creavano «rumore». Alcuni, secondo i manifestanti, sono direttamente controllati dall’intelligence siriana.

Il «manifesto» lanciato ieri dai «comitati» elenca i loro obiettivi: dicono di mirare ad un sistema democratico di governo in Siria. «Le proteste per la libertà crescono e si espandono in numeri sempre maggiori e in nuove aree – dice il manifesto -. E sta diventando necessario dichiarare in modo inequivocabile le richieste di questa rivoluzione, in modo da evitare di creare confusione e per impedire che altri parlino a nostro nome. La libertà e la dignità possono essere raggiunte attraverso manifestazioni pacifiche in Siria». 

Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 aprile 2011

«I giovani non si fermeranno Ora chiedono la democrazia»

«Non so se questa strage, terribile, abbia indebolito o rafforzato Assad, di sicuro la situazione ora in Siria è diventata catastrofica» scandisce da Damasco Mohammad Malas, il più noto regista siriano. Mai tentato dall’esilio, ha sempre preferito raccontare il suo Paese dall’interno (da «I sogni della città», presentato al Festival di Cannes, a «La notte», vincitore al Festival di Cartagine). Fino a qualche giorno fa Malas sperava ancora in una soluzione pacifica della crisi, per quanto mettesse in guardia dalle tante minacce che la insidiano. E aveva previsto (a ragione) che la fine dichiarata dello stato d’emergenza, lungi dal placare la piazza, l’avrebbe incoraggiata ad esprimere le altre richieste. «All’origine della collera ci sono i 50 anni vissuti senza libertà politiche e d’espressione, in assenza di partiti politici e di giustizia sociale. La fine dello stato d’ emergenza è la rivendicazione chiave del movimento di protesta, ma non l’unica. I manifestanti non intendono fermarsi: chiedono la liberazione dei detenuti per reati d’ opinione e una Costituzione democratica». I suoi 65 anni ora la tengono lontano dalla piazza. «Queste proteste sono state avviate e condotte da una nuova generazione di giovani che in passato non aveva mai partecipato a movimenti politici. La nostra generazione, che ha vissuto questi  40 anni di repressione, sta osservando e attende con ansia i risvolti di questa crisi». Come andrà a finire, secondo lei? «Speravo in questa mobilitazione ma sono rimasto deluso che si sia orientata verso forme di scontro frontale violento con parole d’ordine oscure, che hanno colorazioni religiose non democratiche. Il malcontento politico, la repressione e l’assenza di libertà toccano tutti gli strati della società siriana e tutti gli orientamenti politici, compresi quelli islamici; questo ha permesso la nascita di movimenti fondamentalisti salafiti sotto copertura di sigle islamiche legali. Questi movimenti non credono nelle trasformazioni democratiche e sono spesso pronti a passare ad azioni violente». Cos’altro minaccia un esito positivo della crisi? «Le incognite si nascondono negli stessi meandri del regime, dove si sono creati interessi e correnti che tentano di ostacolare il cambiamento. Ho anche la sensazione che forze esterne e altri regimi arabi stiano tentando di sfruttare il momento e plasmare il cambiamento per dare allo scontro una dimensione confessionale ed etnica, nel quadro dei conflitti in corso in Medio Oriente». Le rivendicazioni dei manifestanti sono compatibili con la permanenza di Assad al potere? Chi comanda davvero in Siria? «Il regime con la sua condotta, ispirata da due correnti contrapposte, da una parte assume come sue le rivendicazioni di cambiamento e promette di applicarle e dall’altra pratica una repressione violenta per mano delle forze di sicurezza. Mi auguro che la soluzione sia politica e non di sicurezza». 

Muglia Alessandra

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 aprile 2011

L’ultimo Gattopardo. Le autorità siriane devono rinunciare all’uso della violenza contro i propri cittadini. Il ministero degli Esteri francese: “La libertà può essere raggiunta solo con riforme democratiche. Tutti i prigionieri politici siano liberati.  Il comitato di coordinamento degli attivisti siriani: “La strategia è semplice: cambiare tutto perché nulla cambi”. Il regime non ha avuto neppure l’ accortezza o la scaltrezza di adeguarsi alla «grande apertura». Le riforme apparenti di Assad, ultimo Gattopardo di Damasco

L’ambiguità, l’incertezza, l’inadeguatezza e forse la paura di perdere il potere erano innervati sul volto di tutti i convenuti a Damasco, attorno ad un tavolo ovale, in una stanza nobile del regime alauita. È accaduto giovedì, quando il presidente siriano Bashar al-Assad ha annunciato l’abolizione dello stato di emergenza, in vigore dal 1963. Il tono doveva essere adeguato all’importanza dell’avvenimento. Tuttavia non c’era solennità, perché in sostanza l’abolizione degli articoli che limitavano pesantemente la libertà di tutti veniva sostituita da una ragnatela di future norme parallele che solo in apparenza sembrano meno aspre della legislazione precedente. Il regime ha infatti presentato come «svolta storica» un’operazione di maquillage che sa tanto del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e cioè cambiare poco per non cambiare niente. O quasi. Il regime non ha avuto neppure l’accortezza o la scaltrezza di adeguarsi, almeno nell’apparenza e soprattutto nell’immediato alla «grande apertura». L’arresto di alcuni oppositori, seguito all’annuncio dell’abolizione dello stato di emergenza, ha dimostrato ai ribelli (ormai centinaia di migliaia in tutto il Paese) quel che troppi già sospettavano. Che nulla, insomma, era mutato, che i cambiamenti erano comunque «troppo poco» e che quindi il «venerdì della rabbia» sarebbe stato un altro venerdì di sangue. Anzi. Più sanguinoso degli altri. Quella di ieri è stata davvero la giornata più terribile dall’inizio delle proteste contro il regime. Polizia e forze di sicurezza, soprattutto agenti in borghese, hanno sparato ad altezza uomo sulla folla ed è difficile, a tarda sera, chiudere un bilancio che già si presenta agghiacciante. Ora, pensare che il vertice del Paese possa decidere di affidarsi alla più dura repressione, riproponendo nel nuovo millennio quanto Hafiz al-Assad, padre di Bashar, fece ad Hama nel 1982 (dai 15.000 ai 20.000 morti), è davvero impossibile. Allora non c’erano telefonini, videofonini, televisioni satellitari e social network che oggi possono violentare qualsiasi censura. È vero che in Siria, in questi giorni, i giornalisti sono assai pochi, ma sullo strapotere delle tecnologie della comunicazione anche un potere dittatoriale, che punta sulle operazioni segrete, può fare ben poco. Quel che più sorprende non è tanto la brutalità del regime quanto il ruolo del giovane presidente Bashar al-Assad, delfino controvoglia soltanto perché era morto l’erede «naturale», cioè il fratello maggiore Basel. Bashar si era presentato portando in dote una volontà riformatrice. Certo, cambiare la Siria dalle fondamenta era impresa davvero titanica. Però dalle obiettive difficoltà a diventare ostaggio delle logiche dell’ sfissiante potere dittatoriale di una minoranza ce ne corre. È chiaro che se cadesse il laico regime di Damasco ci sarebbe da tremare. Non soltanto per la voglia di vendetta degli estremisti della maggioranza sunnita, che non dimenticano Hama. Ma anche in politica estera vi sarebbero gravi ricadute che coinvolgerebbero gli alleati della Siria: Iran, Hezbollah e Hamas. Israele, dopo aver perso l’egiziano Mubarak, rischierebbe di perdere un altro «potenziale» partner. Bashar al-Assad, al di là della propaganda, ha sempre detto d’essere pronto a riaprire la trattativa di pace con Gerusalemme.  

Ferrari Antonio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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23 aprile 2011

La «rivolta del Venerdì Santo» Strage di dimostranti in Siria. “Deploriamo l’uso della violenza, siamo molto inquieti di fronte alle informazioni arrivate dalla Siria”, Jay Carney, portavoce della Casa Bianca. Oltre 80 i morti. Monito di Usa e Francia: «Inaccettabile». A migliaia sono scesi in piazza in molte città, nelle prime manifestazioni su scala nazionale. Le proteste di ieri sono iniziate dopo la preghiera musulmana di mezzogiorno

GERUSALEMME – «Non avrete altre scuse per protestare», aveva avvertito l’altro ieri il presidente siriano Bashar al-Assad Assad nel firmare l’ abolizione delle leggi di emergenza in vigore da 48 anni nel suo Paese. Ma migliaia di siriani hanno dimostrato ieri di volere di più: sono scesi in piazza in molte città, nelle prime manifestazioni coordinate su scala nazionale. Hanno sfidato una repressione durissima: gli attivisti contavano ieri almeno 80 morti. Le proteste sono state battezzate su Facebook le «rivolte del Venerdì Santo». Il logo raffigura una croce e due minareti, per sottolineare che musulmani e cristiani sono uniti e che le manifestazioni contro il regime non sono «un’ insurrezione armata» dominata da estremisti salafiti, come dice il governo. La Chiesa ortodossa ha annullato ieri le processioni e ha sottolineato d’essere dalla parte di Assad. Stati Uniti e Francia seguono preoccupati gli avvenimenti. «Basta con le violenze – ha ammonito la Casa Bianca -. È ora di attuare le riforme promesse». Nella notte il presidente Barack Obama ha accusato Assad di «cercare l’aiuto iraniano nel reprimere la libertà dei cittadini siriani». Da Parigi un altro monito: «Le autorità siriane devono rinunciare all’uso della violenza contro i propri cittadini». Di fronte alle manifestazioni scoppiate il 18 marzo nel Paese, il presidente siriano, che ha ereditato il potere dal padre 11 anni fa, ha alternato le promesse di riforma alla repressione (oltre 200 morti secondo gli attivisti). L’altro ieri è stata abolita – come richiesto dalla piazza – la Corte speciale per la sicurezza dello Stato e in precedenza è stato formato un nuovo governo. Per alcuni manifestanti sono conquiste importanti ma il merito non è di Assad bensì delle proteste. Per altri è troppo poco: il presidente controlla tutte le leve del potere. Un esempio: ora i cortei sono consentiti, ma – in virtù di una nuova legge approvata l’ altro ieri – solo previa autorizzazione del ministero dell’ Interno. Il primo cittadino che ha chiesto il permesso per un corteo è stato arrestato. I manifestanti chiedono la fine degli arresti, un’inchiesta sulle morti dei manifestanti, il rilascio di tutti i prigionieri politici, la fine del monopolio del partito Baath, la riforma della Costituzione. Gli slogan non chiedono più le riforme, ma la fine del regime. Le proteste di ieri sono iniziate dopo la preghiera musulmana di mezzogiorno. Decine di migliaia i manifestanti in tutto il Paese: nei sobborghi di Damasco come Duma e Barzeh e (in numero ridotto) nel cuore della capitale; a Homs, nel centro del Paese; a Banyas, sulla costa; a Latakia, dove pure Assad ha molti sostenitori; nella città di Hama – dove Hafez Assad, il padre, represse nel sangue le proteste della Fratellanza musulmana nel 1982; nel nord curdo, nonostante Assad abbia concesso la cittadinanza dopo decenni a molti abitanti e nella provincia di Deraa, a sud, dove le rivolte sono iniziate. Non appena i manifestanti cercavano di marciare in corteo, gli agenti li disperdevano: secondo gli attivisti avrebbero sparato sulla folla in modo indiscriminato. In alcuni video diffusi su YouTube si sentono gli spari, si vedono manifestanti in fuga e feriti. La tv di Stato sostiene che le vittime sono invece gli agenti, che usando lacrimogeni e cannoni ad acqua cercavano di «impedire gli scontri tra manifestanti e cittadini». «Datemi nomi e cognomi», ha chiesto la portavoce del ministero dell’ Informazione a chi le dice che ci sono stati dal 18 marzo oltre 200 morti. L’opposizione replica di avere i nomi, a partire da Anwar Moussa, a Ezraa nel Sud. «Colpito da un proiettile alla testa. Aveva 11 anni».

Tre mesi in piazza per avere libertà. L’ inizio. Le prime proteste in Siria, suscitate dalle rivolte negli altri Paesi arabi, risalgono al 26 gennaio scorso. Un manifestante si dà fuoco a Damasco per chiedere libertà, democrazia e la fine dello stato di emergenza, in vigore nel Paese sin dal 1963. Il Paese in fiamme. A metà marzo, cortei spontanei nelle strade delle maggiori città siriane. La polizia segreta e i soldati faticano a mantenere l’ordine. Spari sulla folla provocano vittime e feriti. Numerosi arresti ma continuano le richieste di libertà e democrazia. Repressione. Alla fine di marzo, nonostante la dura repressione, la rivolta non si arresta. Bashar Assad licenzia l’intero governo e promette la fine dello stato di emergenza. I disordini però continuano.

Il Paese. Tra conflitti e repressione. Economia in affanno. Indipendente dal 1946, la Siria ha oltre 20 milioni di abitanti (2.410 dollari il Pil pro-capite). La sua economia basata sui settori petrolifero ed agricolo, resta ancora fortemente sotto il controllo del governo, nonostante le modeste riforme attuate di recente. I conflitti. Nel 1967 la sconfitta nella guerra dei sei giorni (e l’occupazione delle alture del Golan da parte di Israele). Nel 1976 l’ intervento militare nella guerra civile in Libano che impone al Paese una sorta di protettorato. Il ritiro nel 2005. La strage del 1982. In 40 anni il regime ha mantenuto la stabilità a prezzo di una pesante repressione. Nel 1982, per sedare l’ opposizione dei Fratelli Musulmani, Hafez mandò l’esercito all’ assalto della roccaforte dell’opposizione ad Hama: 20 mila le persone uccise. Legge d’ emergenza. Il regime ha dichiarato martedì la fine dello stato d’emergenza. La legislazione era entrata in vigore dopo la presa di potere da parte del partito Baath nel marzo 1963. La decisione è stata presa dopo gli scontri tra opposizione e forze dell’ ordine iniziati a febbraio.

Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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24 aprile 2011

In Siria spari contro i funerali, ancora morti. Il presidente yemenita Saleh cede alle proteste: entro un mese si farà da parte

GERUSALEMME – Il logo delle nuove manifestazioni di ieri in Siria è una mappa del Paese dipinta di nero, in segno di lutto, che circolava su Facebook mentre migliaia di persone tornavano in piazza in molte città a piangere i propri cari uccisi il giorno prima. I funerali si sono presto trasformati in proteste, con slogan contro il presidente Bashar al-Assad. Polizia e agenti in borghese avrebbero sparato sulla folla in almeno tre località, secondo gli attivisti: a Ezraa nel sud, a Barza e a Duma, due sobborghi di Damasco. Dodici i morti, secondo alcune stime degli attivisti, mentre il bilancio delle vittime del «Venerdì Santo» è salito a 112. Un elenco con 107 nomi di «martiri» degli ultimi due giorni, definito provvisorio, è stato diffuso sul web. I media di Stato parlano invece di 8 vittime in scontri tra manifestanti e membri di un gruppo armato e due poliziotti morti nel fronteggiare «bande criminali». Damasco ha replicato duramente alle accuse di Obama (che ha affermato che l’Iran sta aiutando la Siria a reprimere le rivolte), definendo le sue parole «irresponsabili». I media di Stato sostengono che i video delle proteste diffusi su YouTube sono stati falsificati, con sangue finto e strumenti digitali. Ma due deputati dell’Assemblea del Popolo, Khalil al-Rifai e Nasser al-Hariri, si sono dimessi ieri denunciando la repressione: vengono da Deraa , la città del sud da cui sono partite le prime proteste. Si è dimesso a Deraa anche il mufti Rizq Abdel Rahman Abazid, incaricato dal ministero degli Affari religiosi di Damasco: ha detto di aver visto gente «uccisa davanti ai suoi occhi. Ai massimi livelli assicurano che non si spara contro i manifestanti ma constatiamo sul terreno che non è la verità». La tv araba “Al Jazeera” è stata la più attiva nel seguire le proteste: mentre il capo dell’ufficio di Beirut Ghassan Ben Jeddo si è dimesso ieri dicendo che la Rete fa propaganda, l’inviato a Damasco Cal Perry [ il corrispondente di Al Jazeera] è stato espulso dal Paese. Le proteste di ieri mostrano che la repressione non ha fermato i manifestanti, anche se nessun analista si azzarda a fare previsioni sul futuro. 

In Yemen, invece, il presidente Ali Abdullah Saleh ha accettato ieri di lasciare il potere dopo 32 anni. Lo ha annunciato il suo partito, il Congresso popolare generale. Un’ uscita di scena in cui sta mediando il Consiglio di cooperazione del Golfo (sei Paesi tra cui l’Arabia Saudita). Saleh passerà il potere al vicepresidente Abdrabuh Mansur Hadi (che convocherà nuove elezioni presidenziali) trenta giorni dopo l’ assenso dell’ opposizione, che ha accettato il piano, anche se con una riserva: la formazione di un governo di unità nazionale. Venerdì in Yemen c’ erano state le proteste più ampie degli ultimi due mesi, con scioperi generali in scuole, uffici pubblici, ditte private. La morte di 130 persone nella repressione negli ultimi due mesi e le promesse di Saleh di non ricandidarsi non avevano fermato le centinaia di migliaia di persone stanche della povertà e della corruzione. 

Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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24 aprile 2011

E i «fratelli» arabi guardano con sospetto l’ onda democratica

Difficile trovare in Medio Oriente veri «amici» di Bashar al-Assad: a parte l’Iran e in parte il Libano dove ora prevale la coalizione cristiani-sciiti-Hezbollah, esclusa la Turchia di Erdogan che nella Siria ha trovato la porta d’ingresso economico alla regione, gli altri Paesi dell’ area hanno sempre avuto e hanno con Damasco rapporti complicati per non dire difficili. A partire dal Golfo, naturalmente. L’Arabia Saudita solo negli ultimi tempi aveva avviato un certo disgelo con il regime siriano, dopo che le tensioni bilaterali si erano aggravate nel 2005 per l’assassinio di Rafiq Hariri, premier libanese e grande alleato di Riad, su cui pesava l’ ombra di Assad. Gli investimenti e gli aiuti economici concessi per anni alla Siria senza petrolio dal primo produttore mondiale di greggio, un classico dei Saud per contenere l’ostilità (terrorismo compreso) di potenziali nemici, prima erano scesi poi ripresi. Ma negli ultimi tempi, con la «guerra fredda» scoppiata tra Riad e Teheran dopo l’invio di truppe saudite contro gli sciiti in Bahrain, Damasco aveva perso ancora qualche punto per l’ Arabia. E per le altre monarchie del Golfo, tutte sunnite, tutte anti-Iran. Questo significa un appoggio alla rivolta siriana? Non proprio. Se mancano prese di posizione ufficiali, i segnali che arrivano sono più di preoccupazione che di speranza. Perché ogni battaglia pro-democrazia nella regione è vista con sospetto. Perché nessuno può garantire cosa e chi sarebbe il successore di Bashar. L’Egitto, ad esempio, dopo la caduta di Mubarak tanto rimpianto nel Golfo, ha riallacciato i rapporti con Teheran. E proprio Teheran, se dovesse «perdere» la Siria, dove punterebbe? Già ora la sua influenza in Iraq è in aumento. Nel complesso, spesso opaco e sempre in movimento mosaico della regione ci sono poi molti altri elementi di allarme. Uno su tutti la questione curda: nel nord della Siria la minoranza è in prima fila nelle proteste. Un «contagio» ai curdi dei Paesi vicini sarebbe l’ ultima cosa voluta dai loro governi. 

Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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24 aprile 2011

Simpatia per la rivolta ma Israele teme il nemico «sconosciuto»

GERUSALEMME – Per Israele, il presidente Bashar al-Assad è un nemico prevedibile. La «primavera araba» scombina le carte geografiche e crea incertezza. In una recente visita a un think-tank di Washington l’ex capo dell’ intelligence militare Amos Yadlin ha spiegato che ci sono due posizioni in Israele: da una parte la speranza della fine dell’ alleanza tra Siria, Iran, l’ Hezbollah libanese (che dai due Paesi viene finanziata e armata) ed Hamas (i cui vertici stanno a Damasco); dall’ altra il timore che emergano nemici ancora peggiori in Siria. «Se c’ è il caos, se i missili e le armi chimiche finiscono in mano a qualche fazione o ai terroristi – ha detto Yadlin – sono problemi seri». Il premier Netanyahu, riferendosi a marzo al possibile esito delle rivolte nel mondo arabo, ha espresso speranza ma anche il timore dell’ emergere di «nuovi Iran». Israele ha sottratto alla Siria le Alture del Golan nel 1967 e le ha annesse nel 1981 senza il riconoscimento della comunità internazionale. Ci sono stati negoziati per la pace, falliti. «Quel confine però è stato il più tranquillo per noi negli ultimi 40 anni, dalla guerra dello Yom Kippur nel 1973», dice Abraham Diskin, analista politico e docente all’Università Ebraica. «Avevamo un accordo non scritto per cui se Damasco forniva armi all’ Hezbollah era una cosa, ma non ci attaccavano dal confine con la Siria». Diskin spiega che molti politici israeliani di destra e di sinistra si sono mostrati favorevoli alla pace con la Siria. «Ma supponiamo che avessimo fatto un accordo con Assad. In Egitto, dopo gli accordi fatti con Mubarak, ci sono ora cambiamenti spiacevoli: il nuovo governo annuncia un miglioramento dei rapporti con l’ Iran, parla di riconsiderare alcuni aspetti dell’ accordo di pace». Alcuni commentatori vorrebbero vedere il governo schierarsi dalla parte della piazza in Siria. «Israele si sente più a suo agio con i dittatori arabi?», chiede Yishai Fleisher su Yedioth Ahronoth. Diskin spiega che gli israeliani simpatizzano con i manifestanti. Il presidente Peres ha dato voce a questo sentimento dicendo che i siriani si sollevano contro povertà e oppressione. 

Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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26 aprile 2011

Siria, carri armati nelle città in rivolta.Sanguinosa repressione. La Casa Bianca annuncia «sanzioni mirate»

GERUSALEMME – I carri armati avanzano in una strada di campagna verso la città simbolo della rivoluzione siriana, Deraa. Un uomo prende una pietra dal suolo e la scaglia contro un tank. Sono le immagini di uno dei video diffusi ieri su YouTube, che insieme alle testimonianze anonime e a quelle degli attivisti sono le poche fonti di notizie dal Paese, che ha espulso quasi tutti i giornalisti stranieri. L’immagine illustra l’escalation della repressione e insieme la resistenza di questa città povera, di 75 mila abitanti, nel sud del Paese, da cui le proteste sono partite a metà marzo e dove il presidente Bashar Assad ha dovuto incassare nel weekend le dimissioni di due deputati che hanno denunciato la repressione. Contro Deraa, il regime ha mandato ieri (per la prima volta) i tank. Sarebbero entrati all’alba, da quattro direzioni, insieme a 4.000 uomini in mimetica o in nero, un misto di soldati e di paramilitari («shabiha»), che avrebbero sparato sulla gente che usciva dalla moschea, secondo gli attivisti. Acqua, luce e linee telefoniche sono state tagliate. Chiuso il confine con la vicina Giordania (l’ha detto il ministro dell’Informazione di Amman; la Siria nega). Il governo spiega che l’ esercito è intervenuto perché Deraa si apprestava a diventare un «Emirato islamico comandato da un emiro salafita». Testimoni dalla città parlano di cecchini appostati sugli edifici, di blitz nelle case, di 11 morti almeno. Anche da Jableh, sulla costa e dai sobborghi di Damasco, giungevano ieri notizie di blitz dei paramilitari. Il totale dall’ inizio delle proteste in Siria sarebbe di circa 400 manifestanti uccisi. Il governo nega. La Casa Bianca ieri ha annunciato che potrebbe imporre «sanzioni mirate» contro alcuni esponenti del regime: forse un congelamento delle proprietà e un divieto di rapporti d’ affari con gli Usa. Gli attivisti chiedono che siano colpiti il fratello minore del presidente, Maher, capo della quarta brigata, unità di forze speciali usata anche ieri a Deraa secondo alcuni e il cognato Assef Shawkat, vice-capo dell’ esercito. Gli Assad hanno maggiori interessi in Europa, notano però alcuni analisti. Quattro Paesi europei del Consiglio di sicurezza dell’Onu – Francia, Gran Bretagna, Germania e Portogallo – stanno facendo circolare una bozza di condanna della repressione, ma resta da vedere se Russia e Cina la appoggeranno. Al momento non c’ è alcuna iniziativa per sanzioni a livello di Consiglio di sicurezza dell’Onu. Le accuse al regime si moltiplicano anche all’ interno Paese. «E’ una guerra selvaggia per eliminare tutti i sostenitori della democrazia», ha detto l’ attivista Suhair Atassi. Ha aggiunto: «Sto a Dummar, Damasco. Venire ad arrestarmi». Centodue intellettuali siriani, alcuni dei quali alawiti (gruppo sciita) come gli Assad, hanno firmato una lettera contro la repressione delle proteste. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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26 aprile 2011

Bashar come il padre Hafez. Torna l’ incubo desaparecidos. 15 marzo. Esplode la rivolta. Oltre 200 oppositori svaniti nel nulla da venerdì

GERUSALEMME – «Nato nel 1991. Visto l’ultima volta ad Harasta, sobborgo di Damasco, venerdì 22 aprile». Rida Radwan Al Gzouli indossa una maglietta azzurra e ha la barba incolta nella foto fornita al Corriere dal gruppo per i diritti umani Insan. Viveva con la madre, rimasta vedova un paio d’ anni fa. Nessuno sa dove sia finito.

Wissam Tarif, il 36enne direttore di Insan, ha altre 220 «schede» come quella di Rida. Sono le «sparizioni forzate» verificate dagli attivisti a partire da venerdì scorso. Sono un’altra delle armi usate dal regime per reprimere la rivoluzione, dice Tarif. «E’ spaventosa la concentrazione di sparizioni nelle zone dove sono avvenute le proteste». Tarif era in Siria fino alla scorsa settimana. S’è rifugiato all’Aja, ma altri membri del gruppo restano in Siria. La repressione è attuata in diversi modi, spiega: con le uccisioni in piazza, con le detenzioni arbitrarie (inclusi quelle di noti attivisti) e con le sparizioni forzate. Chi «sparisce» viene rapito o ucciso segretamente. «Le famiglie non sanno se i loro cari sono vivi o morti», dice Tarif. Spesso si tratta di giovani sconosciuti: nessuno lancia l’ allarme. «Alcuni sono stati sequestrati mentre partecipavano alle manifestazioni anti-regime, altri vicino casa da uomini della sicurezza o dai nuovi gruppi di vigilantes di quartiere del partito Baath, creati da poco». Waled Midan, un altro studente nella lista di Tarif, si era visto confiscare il cellulare da agenti della sicurezza davanti all’Università di Damasco il 20 aprile. Nella notte del 21 è stato rapito, picchiato e costretto a salire su una macchina bianca nell’ affollata zona di Baramke, a Damasco, secondo Insan. I familiari sono andati in molte stazioni di polizia e centrali della sicurezza, che hanno negato che il ragazzo sia stato arrestato. «Il regime siriano ha una lunga storia di sequestri e di detenzioni arbitrarie di oppositori, attivisti dei diritti umani e cittadini che non si mostrano abbastanza leali nei confronti del potere», dice Tarif. «Durante il governo dell’ ex presidente Hafez Assad, questi rapimenti erano frequenti. Molte persone sono scomparse per sempre». I siriani svaniti tra il 1980 e il 1987 sarebbero 17.000, stima il capo del centro di Damasco per i diritti umani Radwan Ziadeh. «Ora siamo davanti ad una nuova ondata di sequestri», dice Tarif. «I primi nove nomi sono arrivati ad uno dei nostri ricercatori via email da un attivista locale. Così abbiamo parlato con altri attivisti, abbiamo contattato i leader delle comunità, gli imam nelle moschee, i familiari, gli amici delle persone scomparse. I numeri hanno cominciato a crescere. Molte sparizioni forzate sono avvenute in sobborghi di Damasco: 86 a Saqba e Gisraien nella zona di Gota, 17 a Harasta, 9 a Madaya. Molti casi anche a Latakia, Homs (68) e nei villaggi del Sud: 41 a Deraa e dintorni». Anche Abdel Aziz Kamal al-Rihawi, 18 anni, è scomparso ad Harasta, dove nelle rivolte del Venerdì Santo sono morte tre persone. L’ ultima telefonata ai parenti dalla piazza: «Sparano a tutti. Torno a casa». Tarif crede che diverse delle persone sparite siano morte.

Il gruppo per i diritti umani Insan ha denunciato la scomparsa di 220 oppositori e attivisti in Siria dopo le rivolte del Venerdì santo. 

Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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26 aprile 2011

«Ma rovesciare Assad è un salto nel buio». Walzer: «Non è una protesta qualsiasi, è in gioco la stabilità del Medio Oriente». Usa, Onu e Ue devono mediare con tutti i mezzi, dalle sanzioni all’ assistenza economica

WASHINGTON – «Gli Stati Uniti, l’ Unione Europea e le Nazioni Unite devono condannare la crudele repressione in Siria. Ma non credo che debbano appoggiare l’insurrezione. Noi non sappiamo chi siano i ribelli e quale fazione prevalga. La situazione in Siria è molto diversa dalle situazioni in cui Mubarak cadde in Egitto e in cui intervenimmo in Libia. Usa, Ue e Onu devono premere quanto più possibile su Assad e sull’ opposizione per una soluzione politica della crisi. Devono mediare, promuovere negoziati con tutti i mezzi a loro disposizione, dalle sanzioni all’assistenza economica. Dalla stabilità della Siria dipende la stabilità di buona parte del Medio Oriente, a incominciare da Israele e Palestina». Michael Walzer, il grande filosofo politico americano autore di «Guerre giuste e ingiuste», non ha dubbi. A suo giudizio, al momento in Siria non esiste «alternativa visibile» al regime di Assad. Se venisse rovesciato, salterebbero i precari equilibri mediorientali, «una prospettiva che allarma l’Iran, il cui regime è sciita, come quello siriano e cerca pertanto di preservarlo». Non voglio apparire cinico, prosegue Walzer, «ma il nostro obbiettivo in una regione in preda a severe convulsioni non deve essere tanto la nascita delle democrazie ovunque, bensì la nascita di regimi migliori degli attuali, quelle che chiamavamo democrazie guidate, cioè in evoluzione, passibili di riforme democratiche, un percorso a tappe». In che senso la crisi siriana le sembra diversa da quella egiziana? «Non mi sembra sia frutto di una sollevazione popolare, di massa, almeno non sinora. Mi sembra invece un moto frammentato. Ripeto: non si può condonare la repressione di Assad, ma non si può neanche contribuire a spodestarlo, sarebbe un salto nel buio. Bisogna essere cauti. Abbiamo tante speranze sull’Egitto, ma temo che là stia iniziando una controrivoluzione». E qual è la differenza con la Libia? «In Libia l’opposizione ha ottenuto il controllo di una parte del Paese e ciò ci ha consentito di intervenire. Personalmente, ritengo l’ intervento sbagliato. Di fatto ci siamo impegnati a rovesciare Gheddafi e ci troviamo coinvolti in una guerra di cui nessuno può predire la durata né l’esito, e che destabilizza il Nord Africa. Purtroppo la soglia per i nostri interventi in difesa dei diritti umani deve essere più alta».

Perché considera un’ eventuale caduta di Assad un salto nel buio?  «Il successore potrebbe essere peggio di lui. Ce lo dice l’ incertezza sugli sviluppi in Egitto, Libia, Tunisia, ecc. Ce lo dice l’ ansietà di Israele, che sa che senza l’Egitto un accordo sulla Palestina è molto più difficile e sa che senza la Siria è più difficile un accordo sulle alture del Golan. Ce lo dice il nervosismo dell’Arabia Saudita, che ha paura che la rivolta si estenda al Golfo Persico, che è già in agitazione».

Come valuta la condotta dell’ amministrazione Obama con la Siria? «Si sta muovendo con la necessaria prudenza. Obama si era aperto alla Siria dopo le misure di Bush del 2004, revocandone alcune e mandando un ambasciatore a Damasco per la prima volta in sei anni. Adesso annuncia una stretta che non impedisce il dialogo. Ma deve mobilitare la Lega Araba, spingerla ad assumere il ruolo chiave che le compete per la pacificazione del Paese».

Non c’ è qualcosa di comune tra le sollevazioni in Medio Oriente? La povertà, le violazioni dei diritti umani? «C’è. E la responsabilità è anche nostra, avremmo dovuto fare di più a favore delle popolazioni, avremmo dovuto chiudere meno gli occhi sugli abusi dei vari regimi. Ma le sollevazioni rischiano di essere strumentalizzate da opposti gruppi di estremisti islamici, dagli odi tribali, dai militari, persino da Al Qaeda. E la nostra capacità di influire sul Medio Oriente potrebbe diminuire». Non è troppo pessimista? «Sono più pessimista di un anno fa. Prendiamo l’Iraq. Gli eventi siriani avranno ripercussioni alle sue frontiere, se si aggraveranno. Tra poco, il premier iracheno Maliki potrebbe rimanere senza il nostro sostegno militare nel momento più difficile. Sarebbe costretto a prendere provvedimenti drastici e avremmo un altro periodo di caos, persino la recrudescenza del terrorismo».

C’è una lezione per l’ Occidente? «C’è da tempo. L’ Occidente doveva prestare attenzione ai fermenti culturali e religiosi in Medio Oriente. Non è una regione da sfruttare per le sue risorse petrolifere, ma una regione dove prevenire le guerre di religione, favorire la crescita economica, coltivare una coscienza politica, migliorare la condizione giovanile e femminile. L’ America in particolare deve capire che la democrazia non si esporta, che nasce sul posto e che può assumere forme diverse dalle sue. Lezione, incidentalmente, che dobbiamo tenere a mente anche in Afghanistan, se desideriamo davvero disimpegnarcene onorevolmente». 

Caretto Ennio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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27 aprile 2011

Città sotto assedio. Numerosi i morti 

La Siria è davvero in fiamme, ormai. I suoi morti sono almeno 400, dicono gli attivisti. E Deraa, la città al confine giordano dove l’ intifada iniziò il 15 marzo, resta assediata da due giorni senza acqua né elettricità e sempre più morti. I sobborghi di Damasco sono invasi da migliaia di soldati: Douma, dicono i testimoni, è una città fantasma. Anche sulla costa continuano le proteste, le più dure e le più represse a Banias. Ovunque carri armati, militari, cecchini, forze di sicurezza e d’intelligence a cui il presidente Bashar Assad ha dato il chiaro ordine di reprimere con ogni mezzo la rivolta, che non si ferma. «Il regime vuole “finire il lavoro” entro venerdì, giorno tradizionale delle proteste più grandi – dice un dissidente che non vuole essere citato -. Ma ormai nessuno può fermare la rivoluzione. La gente ha visto l’Egitto e la Tunisia, è pronta a morire. E Assad non ha più niente da offrire dopo la ridicola farsa dell’abolizione delle leggi speciali: appena soppresse, ha messo in carcere 500 persone senza processo, continuando ad uccidere. Che altro potrebbe promettere, se non la fine della corruzione e dell’oppressione, ovvero di se stesso e della sua famiglia?».

Mentre l’Occidente, finalmente, si muove diplomaticamente contro Damasco e ipotizza sanzioni, le voci che riescono a superare le mille censure raccontano solo di massacri. A Deraa, riportano le tv arabe e le agenzie di stampa in contatto con qualche abitante, gruppi di militari hanno disertato e si sono uniti alla gente, ma la maggior parte di loro – e sono migliaia – è fedele al regime e spara alla folla, impedisce di soccorrere i feriti, rastrella casa per casa in cerca di «nemici». Qui e altrove, basta possedere un telefono satellitare per essere ritenuto tale: l’attivista Mahmoud Issa è stato arrestato per questo. A Banias, nel Nordovest, la gente teme intanto che succeda lo stesso che a Deraa: «Ma resisteremo, se ci ammazzano tutti le nostre anime usciranno dalle tombe per chiedere libertà», ha detto ieri Sheikh Anas Airout alla France Presse. Sawasiah, l’organizzazione siriana per i diritti umani, ha chiesto all’Onu di intervenire e mettere fine alla barbarie. L’ unico commento arrivato da Damasco è che l’ invio di tank e soldati nei focolai dell’ intifada è stato deciso «su richiesta dei cittadini, solo per proteggerli». 

Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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27 aprile 2011

L’ Occidente a Damasco: «Basta stragi o sanzioni». L’ Onu prepara un appello alla moderazione

ROMA – I massacri in Siria sono il primo tema evocato da Silvio Berlusconi nella conferenza pubblica di fine vertice: «Italia e Francia rivolgono un forte appello alle autorità di Damasco affinché pongano fine alla repressione violenta e mettano in pratica le riforme annunciate». Prima ancora di affrontare le domande sul rinnovato impegno militare italiano in Libia, Berlusconi ha posto con grande evidenza la questione del fronte siriano, subito sostenuto da Nicolas Sarkozy: «La situazione è inaccettabile – ha detto quest’ ultimo -. Non ci si oppone ai manifestanti con i carri armati e con l’ esercito, non si spara sui dimostranti, è una brutalità insopportabile». Ma la frase più impegnativa di Sarkozy è stata quella in cui stabiliva un collegamento tra i fatti di Libia e quelli di Siria: «Non ci possono essere due pesi e due misure. Francia e Italia sono con il popolo arabo nelle loro aspirazioni di libertà». Questo significa che la Francia e i suoi alleati occidentali si preparano a intervenire anche in Siria? La missione contro Tripoli è stata decisa perché Gheddafi aveva lanciato i carri armati contro il suo popolo; proprio come Bashar al-Assad sta facendo a Deraa. «Un intervento in Siria è impossibile senza una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che non è facile da ottenere», ha aggiunto Sarkozy. Certo, un’ altra operazione militare appare poco probabile, viste anche le difficoltà incontrate sul terreno libico e la delicatezza geo-politica della Siria. Ma la Francia, ricordando la pre-condizione di un via libera dell’ Onu, non vuole vietarsi, almeno in teoria, l’ opzione militare: se il Consiglio di sicurezza approvasse una risoluzione simile alla 1973 (quella fatta valere in Libia), Parigi potrebbe anche inviare i propri caccia. Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé chiede «misure forti» in seno all’ Onu e all’ Unione europea «affinché cessi l’ uso della forza contro la popolazione civile». E in effetti Francia, Gran Bretagna, Germania e Portogallo stanno lavorando al Palazzo di vetro a un progetto di dichiarazione che inviti Damasco alla moderazione. «Si tratta di fare capire alla Siria che gli occhi della comunità internazionale sono puntati su di lei – ha detto il ministro degli Esteri britannico William Hague – e che potremmo prendere misure supplementari».

Il Libano, membro non permanente del Consiglio di sicurezza, diviso tra i pro-siriani guidati da Hezbollah e gli oppositori rappresentati dal premier Saad Hariri, ha però già fatto sapere che si opporrà a ogni condanna verso Damasco. Criticato ancora una volta per il suo attendismo, il presidente americano Barack Obama sta valutando sanzioni mirate contro il regime, come il congelamento dei beni delle autorità siriane all’ estero e la proibizione di fare affari negli Stati Uniti. Le iniziative diplomatiche continuano con la Lega Araba che ieri ha approvato un comunicato in cui chiede per i manifestanti «sostegno e non pallottole nel petto», e che ha convocato per l’ 8 maggio una riunione straordinaria dei 22 ministri degli Affari esteri. La posizione più difficile è quella della Turchia, Paese membro della Nato ma anche vicino della Siria, con la quale condivide un confine di 880 chilometri: un peggioramento della crisi potrebbe condurre a un’ emergenza umanitaria e a una temutissima invasione di rifugiati. Anche per questo ieri il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha telefonato ad Assad pregandolo di fermare i massacri contro i civili. Un primo minimo risultato diplomatico a breve termine potrebbe consistere nell’ evitare, almeno, che la Siria entri a far parte del Comitato Onu per i diritti umani: le delegazioni occidentali stanno cercando in fretta un candidato alternativo per l’ area Medio Oriente. Altrimenti, a maggio, l’ elezione dei massacratori sarà automatica. 

Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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29 aprile 2011

Duemila siriani fuggiti in Libano: «Il fuoco dei tank ci inseguiva» 

WADI KHALED (confine Libano-Siria) – Casa di Ahmad non è grande: c’ è una stanza per lui e la moglie e poi solo un soggiorno dove una pila di cuscini diventano di notte il letto per i loro due bambini. Eppure Ahmad ieri mattina ha aperto le porte a dieci profughi siriani arrivati con solo un fagotto di vestiti sulla testa. Ora il suo salotto è affollato di bimbi urlanti e donne velate come l’ ingresso di un asilo. «Non c’ entra la politica, non mi interessa quello che succede o non succede in Siria – si giustifica subito per l’ antica paura delle proprie opinioni -. Diamo solo una mano a dei vicini in difficoltà». Wadi Khaled è uno dei valichi di confine tra Siria e Libano a tre ore di auto da Beirut e di più da Damasco. È un paesino sul fiume con un commercio tarato sui magri portafogli siriani: coperte con principesse Disney e teiere dorate «made in China». A guardar bene, però, si capisce che si tratta di un’ unica cittadina tagliata in due da un fiume promosso a confine dagli europei negli anni 20: sulla sponda di Wadi Khaled è Libano, sulla sponda di Tal Kalakh è Siria. Ma anche se cambia il passaporto qui sono tutti sunniti, più o meno parenti. Secondo il sindaco libanese saranno almeno 2.500 le donne e i bambini siriani scappati in un solo giorno. Daad, madre di tre bimbi, ospite di Ahmed, è teatrale nella sua disperazione. «Sono venuti con i carri armati, cosa potevamo fare? L’ esercito spara, cerca gli uomini. Abbiamo portato i bambini al sicuro». Perché? Daad non lo vuol dire. Paura, sempre paura di orecchie capaci di punire per un’ opinione di troppo. In Libano, radio e tv anti-siriane fanno intendere che potrebbe trattarsi dell’avanguardia di una fuga di massa dalla Siria in fiamme, che il Libano è in pericolo tanto che l’esercito al nord è in stato di allerta. Accusano il ministro degli Esteri, Ali Chami, di aver ordinato al rappresentante di Beirut all’Onu il voto contro la mozione di condanna alla Siria. «È anticostituzionale che un singolo ministro decida la politica estera nazionale». Le fazioni libanesi sono pronte a spaccarsi e la Siria a trascinare nel suo stesso caos il Libano vassallo accusando parlamentari di Beirut di fornire armi ai «terroristi salafiti». È una delle ragioni per cui la comunità internazionale fatica a prendere una posizione determinata sulla repressione siriana. L’effetto domino sarebbe incontrollabile. Almeno nel caso della fuga oltre frontiera, però, la tv del presidente Assad fornisce una spiegazione che pare plausibile. «A Tal Kalakh agiscono bande di contrabbandieri. Bucano l’ oleodotto e vendono il petrolio in Libano. Bisognava intervenire». Se servono i carri armati per una banale operazione anticontrabbando significa che ormai la Siria ha perso ogni freno nell’ uso della forza. Soprattutto se si tratta di sunniti, lontani come i curdi, dal cuore alawita del regime di presidenza ereditaria degli Assad.

Nella città di Deraa, dove il 15 marzo è cominciata la protesta, da una settimana il cordone militare ha tagliato acqua ed elettricità. Le notizie escono senza verifica. Il regime di Damasco parla del massiccio intervento come di una protezione chiesta dai civili contro i terroristi filo Al Qaeda. L’ opposizione dipinge invece un quadro da Sarajevo anni 90 con i cecchini sui tetti che sparano a chi cerca cibo per strada e cannonate sulle case. Parla però anche di soldati di leva fucilati per aver rifiutato di attaccare i civili. O di 200 membri del partito Baath che, sempre a Deraa, avrebbero stracciato la tessera. E non importa se gli iscritti superano, in tutta la Siria, il milione. Sono pur sempre crepe, segni di debolezza del regime, una speranza per chi ha osato alzare la testa e, in sette settimane, ha già contato 500 cadaveri. Internet da doppino telefonico potrebbe non bastare alla «primavera siriana». E neppure le parabole. Al Jazeera, la tv satellitare del Qatar (sunnita), ha annunciato la riduzione della copertura in Siria a causa delle continue minacce. Senza testimoni, cittadini o giornalisti, la Siria rimane un buco nero che ognuno riempie con le paure e i pregiudizi che più fanno gioco alla propria politica. 

Nicastro Andrea

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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30 aprile 2011

Un nuovo venerdì di sangue in Siria. Anche bambini tra le 50 vittime. Dagli Usa sanzioni al fratello di Assad. La Ue verso l’ embargo d’armi. Gli slogan. I manifestanti urlavano: «Meglio morire che vivere senza dignità». Il governo denuncia un agguato salafita a una pattuglia di soldati a Deraa

BEIRUT – La rivolta siriana non si ferma, ma allo stesso tempo non riesce a raggiungere la massa critica capace di abbattere la presidenza dinastica degli Assad. Il variegato fronte dell’ opposizione aveva chiesto un altro «venerdì di rabbia» e l’ha avuto. La risposta del regime l’ha trasformato in un ennesimo «venerdì di sangue». Da Nord a Sud, dal Mediterraneo all’ interno, le forze di sicurezza del presidente Bashar Assad hanno reagito come avevano promesso. Brutalmente. Il risultato sono decine di vittime, almeno una cinquantina, compresi alcuni bambini. In un Paese da sempre paralizzato dalla paura, la gente è tornata in piazza in almeno una dozzina di città. Non grandi numeri, 10 mila, al massimo 15 mila persone alla volta, ma è il segno più evidente che dopo tunisini, egiziani, libici e yemeniti, il contagio della protesta è ormai nelle vene anche dei siriani. Nella capitale Damasco, dove guardavano i pochi giornalisti ancora tollerati, sono bastati lacrimogeni e spari di avvertimento per disperdere i cortei illegali partiti dalle moschee o improvvisati in questa o quella piazza. «Meglio morire che vivere senza dignità», hanno fatto in tempo ad urlare i manifestanti. Oppure «Siria, onore e libertà. Solo questo vogliamo». Un vero schiaffo al nazionalismo del Baath, il partito unico al potere. Altrove i soldati, che hanno preso il posto della polizia nelle strade, hanno sparato sulla folla proiettili veri, a caso. I numeri e i nomi vengono solo dalle organizzazioni siriane per i diritti umani che, ovviamente legate all’ opposizione, mantengono i contatti in un Paese dove solo parlare di morti ammazzati può costare il carcere. Dal canto suo il governo nega tutto o quasi e veste i panni della vittima, denunciando un agguato a una pattuglia di soldati. Vicino a Deraa, 4 sarebbero stati uccisi e 2 rapiti dai terroristi salafiti, estremisti filo Al-Qāʿida. Ancora una volta il prezzo più alto lo paga Deraa, la città del sud sotto l’ assedio dei carri armati da 6 giorni. Qui un massiccio corteo di protesta aveva cercato di superare il cordone di corazzati portando acqua e pane verso la città dove, si dice, i civili stanno finendo le scorte di cibo. I soldati hanno mantenuto la posizione e gli ordini. Sparando. I morti civili sarebbero 14. Il «venerdì di rabbia» era stato chiesto anche dai Fratelli Musulmani, fuorilegge in Siria da anni, eppure di nuovo capaci di farsi sentire nelle moschee e via web. Al contrario di quanto ha fatto il ramo egiziano del partito islamista, il gruppo siriano sta tentando di mettere il proprio cappello sulla rivolta. Per l’ islamismo o la democrazia, migliaia di siriani chiedono un cambio di governo, «mentre milioni di altri – è la risposta di chi appoggia il regime – sono rimasti a casa». Vista con gli occhi della storia (occhi cinici e glaciali quanto si vuole, ma realistici), la repressione di oggi è una versione lillipuziana di quella degli anni 80. In sette settimane di disordini, gli attivisti hanno conteggiato mezzo migliaio di vittime civili. Trent’ anni fa, in una sola città, Hama, secondo le stesse fonti, vennero massacrati dalle 10 mila alle 30 mila persone legate ai Fratelli Musulmani. Per chi considera il potere una questione di muscoli e cannoni, Bashar Assad deve migliorare molto (del 95% almeno) se vuole uscire dalla grande ombra del padre, Hafez Assad. Allora l’esercito siriano non defezionò e la comunità internazionale non intervenne. Negli anni 80 però il mondo era ancora diviso in due blocchi, non c’ era Internet né questa strana «primavera araba» i cui frutti sono ancora tutti da verificare.

I siriani che protestano sperano nel cambiamento. Chi può aiutarli? Dopo la bocciatura, questa settimana, alle Nazioni Unite, di una risoluzione di critica al regime, ieri il poco più che simbolico «Consiglio Onu per i diritti umani» è riuscito a condannare con 26 voti contro 9 il «letale uso della violenza contro manifestanti pacifici». Nel testo si fa anche intendere che i dirigenti siriani potrebbero un giorno rispondere di «crimini contro l’ umanità» davanti al tribunale penale dell’ Aja per quel che sta accadendo a Deraa. Una «commissione Onu sarà formata per indagare sui fatti». Cina, Russia e Pakistan sono tra quelli che hanno votato contro, mentre diversi Paesi arabi si sono astenuti. Gli Stati Uniti hanno inasprito unilateralmente le proprie sanzioni economiche sul Paese ordinando il blocco di eventuali beni di Maher al-Assad, Atif Najib (fratello e cugino del presidente) e Ali Mamluk, capo del servizio segreto. Nessun cenno al presidente in persona. Siccome però la Siria è già sotto scacco come «Stato canaglia» nessuno di loro ha, presumibilmente, un conto a Wall Street. Troppo poco? In compenso l’ Europa è ancora ferma a un accordo preliminare sull’ embargo alla fornitura d’ armi. 

Nicastro Andrea

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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07 maggio 2011

L’ opposizione non si piega. Trenta morti negli scontri

BEIRUT – Da 7 settimane, ogni venerdì, al termine della preghiera in moschea, l’ autocrazia della famiglia al-Assad trema. Il potere è sfidato da migliaia di persone, cortei illegali a tutti gli angoli della Siria. Il potere reagisce, vince, ma il venerdì successivo tutto si ripete. Ieri, ribattezzato dagli oppositori «venerdì della sfida», dopo quello «della rabbia» e «della protesta», manifestazioni in una dozzina tra città e quartieri satellite di Damasco. Le forze di sicurezza hanno sparato in almeno due casi e i morti sarebbero 30 di cui 5 militari. Non è chiaro se uccisi dai rivoltosi, come sostiene il regime o dai loro stessi commilitoni perché riluttanti a partecipare alla repressione, come afferma l’ opposizione. Secondo la contabilità delle associazioni per i diritti umani vicine ai rivoltosi le vittime civili stanno raggiungendo quota 600, quelle in divisa il centinaio. Quasi 3mila gli arresti politici in retate notturne casa per casa. I divieti ignorati sistematicamente, rafforzati con il sangue e ancora ignorati diventano illegittimi. Gli slogan scanditi si fanno più radicali. Dalla richiesta di riforme al refrain di tutte le primavere arabe: «Il popolo vuole cambiare il regime». Così la dinastia presidenziale perde credibilità e il confronto potere/opposizione sembra entrare in una fase di stallo. La repressione non ha successo, ma mancano idee per un percorso alternativo che non sia la guerra civile. Difficile che la situazione si sblocchi con un intervento esterno. L’Onu ha ottenuto l’ok all’ invio di una commissione d’inchiesta sull’ assedio durato 11 giorni alla città di Deraa. L’Unione Europea è timida, da una settimana studia sanzioni. Bombardamenti in stile Libia sono fuori questione. È la Siria a dover trovare una via d’ uscita. Prima che tutto degeneri. Andrea Nicastro RIPRODUZIONE RISERVATA

Nicastro Andrea

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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09 maggio 2011

Bambino ucciso a calci dai soldati del regime

BEIRUT – Aveva 12 anni come riferisce un testimone. O forse 11, come affermano dall’ ospedale. Qassem Zouheir al Ahmad sarebbe comunque la più giovane vittima della repressione siriana. Pestato a sangue durante una manifestazione illegale dall’ esercito di Damasco. Calpestato, spinto o bastonato. Non è chiaro come sia stato ucciso. Lo hanno raccontato degli anonimi testimoni agli attivisti dell’ opposizione siriana che raccolgono e diffondono via Internet tutte le voci che riescono ad uscire dal Paese nonostante i controlli del regime. Sarebbe successo ieri a Homs, cittadina in gran parte sunnita, vicino al confine con il Libano. Se nessuno, come sembra, ha ripreso almeno con un telefonino gli ultimi minuti del piccolo Qassem, probabilmente fra qualche giorno pochi si ricorderanno di lui. Qassem non sarà il «Neda» siriano. Al tempo di YouTube le parole non bastano: Neda, l’ iraniana colpita al cuore durante un corteo a Teheran nel 2009, divenne il simbolo dell’ onda verde perché i suoi occhi annegarono nel sangue davanti a un obbiettivo. Qassem, invece, rischia di diventare solo un numero. In sette settimane di proteste, sono ormai quasi 600 le vittime civili, secondo le associazioni per i diritti umani anti regime. A questi vanno aggiunti almeno un centinaio tra poliziotti e militari. I funerali dei manifestanti devono essere condotti in privato, pena ulteriori violenze. Al contrario la sepoltura degli agenti di sicurezza diventa occasione per le tv di Stato di ripetere la versione preferita dal presidente Bashar Assad: la Siria è sotto l’ attacco di potenze straniere (Usa, Israele e Paesi arabi sunniti assieme) che pagano agitatori seguaci di un islamismo fanatico simile a quello di Al-Qāʿida. Le tv hanno mostrato ieri dei «testimoni» pentiti, presunti collaboratori dei gruppi attivi su Facebook e YouTube. Davanti alle telecamere dicevano di aver ricevuto denaro per «mentire» e armi dalle moschee sunnite. Un modo, secondo gli analisti, per spaventare le minoranze cristiane e alawite e arruolarle nelle fila del regime. Gli oppositori descrivono una realtà differente. Attacchi su quartieri e città che sono sì sunniti, ma anche disarmati e pacifici. Ad Homs, dove è morto il piccolo Qassem, ad esempio, lo stadio sarebbe stato trasformato in carcere e centro di tortura. Migliaia gli arresti in tutto il Paese. I prigionieri politici sarebbero ormai 8 mila. Tra loro un altro bimbo, di 10 anni, nella città di Banias, imprigionato «per ricattare la famiglia». Di lui non si sa neppure il nome. Nicastro Andrea

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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14 maggio 2011

Olivier Roy: «ovunque le piaze arabe chiedono democrazia e buon governo, non un capo». «Rivolte in bilico, ma i leader carismatici sono finiti». Anche Assad può schiacciare militarmente la piazza ma a medio termine è condannato

«Le rivolte nel mondo arabo conoscono una fase di difficoltà, ma un risultato, irreversibile, lo hanno già ottenuto: è finita e non tornerà più, l’ epoca dei leader carismatici, che siano Arafat, Nasser, Mubarak, Khomeini o Bin Laden. Il popolo non vuole nessun altro al loro posto, tanto è vero che non ci sono all’ orizzonte figure importanti di leader rivoluzionari: ovunque si chiede democrazia e buongoverno, non un capo. Questa è la forza e in parte una debolezza, delle rivoluzioni in corso». Olivier Roy, specialista del mondo arabo e professore all’ Istituto universitario europeo di Firenze, offre un bilancio di questa prima fase della «primavera dei popoli».

In Egitto e Tunisia c’è un rischio di «rivoluzione tradita»? «Si sta costituendo ovunque un partito dell’ordine, il prevedibile sussulto delle vecchie forze. Appartenenti al vecchio regime, assieme anche ad oppositori della precedente dittatura o persone che hanno accompagnato il movimento ma ora hanno paura che vada troppo lontano e vogliono quindi le elezioni ma anche ordine politico e morale».

Torna lo spauracchio dei Fratelli musulmani? «Soprattutto in Egitto gli islamisti sono una delle forze di questo “partito dell’ ordine”. Non credono più neanche loro all’ ideologia integralista. Ormai, da quel punto di vista, è finita. Ma fanno parte di una coalizione morale che potremmo paragonare, fatte le debite proporzioni, alla destra cristiana americana. Non si oppongono a un governatore cristiano, rifiutato dai salafiti».

E gli assalti contro i cristiani? «Non dipendono certo dai manifestanti di piazza Tahrir al Cairo. Qui tornano in gioco i salafiti: non sopportano l’ idea che i cristiani siano cittadini come gli altri, e non una minoranza protetta come prevede l’ Islam».

Lo stesso accade in Tunisia? «In parte sì. Qui la minaccia maggiore arriva però, più che dai salafiti, dagli esponenti del vecchio regime che non si rassegnano e giocano al tanto peggio tanto meglio».

In Siria l’ Occidente dovrebbe aiutare di più il movimento? «Sarebbe troppo pericoloso. Non si può fare il paragone con la Libia di Gheddafi, un piccolo Paese isolato a livello internazionale, importante dal punto di vista energetico ma non strategico. La Siria è il cuore del Medio Oriente e di tutti gli equilibri regionali: a Damasco sono legati in modi diversi i destini di Libano, Hezbollah, Hamas, Israele …».

Il regime di Bashar Assad può resistere a lungo? «Può anche riuscire, adesso, a schiacciare militarmente le rivolte, ma tra un anno o due saremo punto e a capo. A medio termine è condannato. In Siria giocano gli stessi elementi che altrove, cioè la battaglia delle idee è largamente vinta dal movimento democratico. Solo che il “partito dell’ordine” in azione in Egitto e in Tunisia qui è ancora al comando, e fa un discorso di puro mantenimento del potere: “Se scendete in strada ci sarà un bagno di sangue”».

Come valuta la pace tra i palestinesi di Hamas e Anp? «Hamas capisce di non avere il vento della storia a favore, e teme di subire una rivolta a Gaza. Allora allenta la morsa, e conclude un accordo accostandosi alle posizioni dell’ Anp: per questo le cancellerie europee, al di là degli appelli ad Hamas perché riconosca Israele, non hanno granché protestato. È Gerusalemme a essere invece in difficoltà». Israele non ha ancora preso le misure della nuova situazione? «Il suo discorso è sempre stato “non ci si può aspettare nulla dai Paesi arabi, non ci amano, sono antidemocratici, noi siamo la sola democrazia del Medio Oriente”. Oggi le cose cambiano, con i vecchi regimi finiranno gli accordi segreti con Israele; lo vediamo già oggi con i contratti sul gas, che saranno rinegoziati e sottoposti all’ approvazione del parlamento egiziano. I dittatori precedenti, almeno, capivano e rispettavano i rapporti di forza. Ora, in Medio Oriente, tutto è in movimento, e questo continua a impensierire Israele». Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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18 maggio 2011

Orrore in Siria, scoperte fosse comuni. La denuncia degli attivisti: 40 corpi a Deraa, città-simbolo delle rivolte. L’accusa: «Ci sono donne e bambini: tutti vittime degli scherani del fratello di Assad». La difesa «È solo una campagna orchestrata contro il nostro Paese da alcuni media»

L’ allarme è scattato subito, a poche ore dal ritrovamento dell’orrore: quaranta cadaveri in una fossa a Deraa, la città al sud della Siria dove due mesi fa sono partite le rivolte contro il regime di Assad. «Li hanno scoperti alcuni abitanti, me l’ hanno raccontato loro prima che le forze di sicurezza gli confiscassero i cellulari», ha riferito al telefono Radwan Ziadeh, direttore del centro di Damasco per i diritti umani. La macabra scoperta lunedì, nel giorno in cui l’ esercito avrebbe concesso ai residenti di poter uscire fuori dalle proprie case per un paio d’ ore, dopo tre settimane d’ assedio con i blindati che hanno isolato la città tagliando elettricità, copertura di cellulari e privato le case delle riserve d’ acqua. «Nella fossa c’ erano anche i resti di donne e bambini – continua Ziadeh -. Alcuni sono già stati identificati Abdulrazaq Abdulaziz Abazied (Abu Samer) e i suoi quattro figli: Samer, Samir, Suliman e Mohamed. Sono stati ritrovati anche tre membri della famiglia al-Mahmaed». Forse una donna e i suoi due bambini, come precisa l’ agenzia Reuters che cita la testimonianza degli attivisti di Ondus, l’ Organizzazione nazionale per i diritti umani in Siria. «Sono stati uccisi dalla quarta divisione dell’ esercito guidato da Maher Assad», il fratello del presidente, sostiene Ziadeh. La notizia è stata smentita dal governo siriano, che ha parlato ieri di una «campagna orchestrata da alcuni mezzi d’ informazione contro la Siria nel tentativo continuo di attentare alla sua stabilità e alla sicurezza dei suoi cittadini». Alla maggior parte dei media internazionali è stato vietato di entrare in Siria e molti giornalisti entrati con visti turistici sono stati costretti a lasciare il Paese, rendendo così difficile la verifica delle notizie. A supportare le accuse ci sono alcuni video postati su Youtube, sul canale ShamsNN gestito da attivisti anti-regime: in primo piano uomini in tute protettive e bombole che scavano nella terra per recuperare cadaveri. Immagini raccapriccianti, che mostrano corpi in decomposizione, mutilati e seminudi. Vicino alla fossa si vede un’ auto con la targa di Deraa. L’ autenticità del video, della durata di poco meno di un minuto e intitolato: «Fossa comune vicino al cimitero meridionale», non può essere verificata. In un’ immagine si possono distinguere i corpi di almeno due persone, di cui una pare un bambino. Dopo che la notizia della fossa comune ha iniziato a circolare in città, «le autorità ne hanno isolato il perimetro vietando agli abitanti di andare a cercare i cadaveri dei loro familiari e confiscando i loro telefonini per paura che ne divulgassero le immagini», aggiunge Ziadeh. Ma evidentemente hanno agito in ritardo. L’ attivista stima che siano oltre 700 le persone scomparse da Deraa da quando lo scorso 25 aprile tank e soldati sono entrati in città per reprimere le rivolte. «Le forze armate hanno fatto rastrellamenti casa per casa arrestando tutti gli uomini d’ età compresa tra i 18 e i 45 anni», racconta. Dicevano che li avrebbero portati allo stadio, ma ora il timore che siano finiti nelle fosse cresce. La scoperta della fossa comune segna un agghiacciante inasprimento della brutale repressione delle proteste: un migliaio di persone ha perso la vita e 10 mila sono state arrestate nelle prime 9 settimane di rivolta in Siria, stimano gli attivisti. La Casa Bianca lunedì ha accusato il regime siriano di incitare i palestinesi al confine contro Israele per distogliere l’ attenzione dalla carneficina in atto contro la sua gente. Alessandra Muglia

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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18 maggio 2011

La Libia e la Siria. Due pesi e due misure 

In un articolo apparso sull’ Economist viene citata la risposta di Jay Carney, portavoce della Casa Bianca, circa il diverso atteggiamento di Usa e Nato nei confronti della crisi libica rispetto a quella siriana. Carney sottolinea le peculiarità della crisi libica spiegando come lo scenario di un imminente massacro abbia portato la comunità internazionale, inclusa la Lega Araba, a favorire un intervento militare. La logica sottostante l’ intervento militare sembra dunque legittima, ma fa riflettere sulla sua mancanza di applicazione nel caso della Siria. Come spiega il fatto che i carri armati nelle piazze e le centinaia di manifestanti uccisi non abbiano ancora smosso la comunità internazionale ad andare oltre l’embargo sulla fornitura di armi o le blande misure restrittive contro alcune personalità del regime? Possiamo forse parlare di due pesi e due misure? Nella politica internazionale non esistono eguali pesi ed eguali misure per tutte le crisi che mettono in discussione gli equilibri di una regione. La coerenza a cui i governi devono ispirarsi non è quella degli argomenti, spesso adattati alle circostanze, ma quella degli interessi. Libia e Siria hanno posto agli Stati Uniti e all’Europa problemi alquanto diversi. Nel caso della Libia è stato chiaro sin dalle prime manifestazioni contro Gheddafi che l’intervento occidentale non si sarebbe scontrato con l’esplicita opposizione dei Paesi arabi. Nel corso del suo lungo regno Gheddafi era riuscito a irritare quasi tutti i capi di Stato e di governo del Mediterraneo meridionale e non poteva contare in quel momento su alcun autorevole avvocato difensore. Persino la Lega Araba si dichiarò favorevole all’instaurazione di una zona d’ interdizione al volo («no fly zone») nei cieli della Libia. Il caso della Siria è alquanto diverso. Il Paese della famiglia Assad ha uno Stato molto più complesso e raffinato della Libia tribale in cui Gheddafi ha instaurato il suo potere personale. In Siria esistono un partito politico (il Baath) che dispone di una ramificata rete nazionale; una minoranza religiosa (gli alauiti) che è da sempre una solida base del potere presidenziale e a cui appartengono quasi tutti gli ufficiali dell’esercito; una cerchia di imprenditori e finanzieri che devono la loro fortuna al regime. Certo la Siria non è una democrazia ed è tuttora governata con leggi d’emergenza che Bashar al-Assad ha più volte promesso di abrogare. Ma appartiene, con Algeria, Marocco e Tunisia, a quel gruppo di Paesi arabi in cui i cristiani godono di maggiori diritti. Non è tutto. Mentre la Libia era isolata, la Siria è circondata da amici su cui può contare o che non hanno alcun interesse al brusco collasso del suo regime: l’Iran, Hezbollah in Libano, Hamas nella striscia di Gaza, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan al di là di una frontiera che si estende per 800 chilometri. Persino Israele, probabilmente, preferisce la Siria com’è piuttosto che un Paese in cui gli islamisti avrebbero una maggiore influenza. Fra i due Stati vi è una frontiera contestata (le alture del Golan), ma è una delle poche frontiere medio-orientali in cui gli unici incidenti, da molti anni, siano quelli scoppiati negli scorsi giorni, vale a dire dopo l’inizio della crisi siriana. Queste sono alcune delle ragioni per cui l’Occidente non ha ritenuto opportuno fare alla Siria ciò che ha fatto alla Libia. La Nato sta già combattendo una guerra lunga e costosa che non sta dando i risultati desiderati. Perché dovrebbe farne un’ altra? Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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3 giugno 2011

Siria, il venerdì dei bambini «perduti». Gli attivisti oggi in piazza nel nome delle piccole vittime del regime: almeno 40. Dissenso. Oltre 300 oppositori si sono riuniti in Turchia: «Il Raìs si dimetta subito». Corte internazionale. Gli attivisti vogliono denunciare Bashar alla Corte Penale dell’ Aja

Era iniziato tutto con l’ arresto di un gruppo di ragazzini delle medie, colpevoli di aver scritto con lo spray rosso graffiti anti-regime sui muri delle scuole di Deraa, quasi tre mesi fa. E i bambini sono rimasti i tragici protagonisti della rivoluzione siriana. Hamza Al Khatib, 13 anni, torturato a morte a fine maggio dalle forze fedeli a Bashar al-Assad, è diventato un simbolo, il «martire» che tutti conoscono. Altri sono stati uccisi da proiettili, ritrovati in fosse comuni. Senza nome o meno «famosi», ma tantissimi: sono almeno 40 i piccoli morti della rivolta che non si ferma nonostante la repressione brutale. Gli ultimi, mercoledì notte, sono stati una bambina di 4 anni e un bimbo di 10, ammazzati a Rastan, l’ ennesima cittadina ribelle. E a tutti loro la rivoluzione oggi renderà omaggio, dedicando agli «atfàl al hurriya», ai bambini della libertà, il nuovo venerdì di protesta. Il messaggio è stato lanciato negli ultimi giorni su Internet, sui telefonini, con il passa parola. Insieme al conto dei morti aggiornato di ora in ora: oltre 1100 dice l’opposizione, solo a Rastan ancora ieri bombardata almeno 50. «Un regime che tortura e uccide i bambini dimostra di essere al collasso totale», aveva dichiarato pochi giorni fa Hillary Clinton. Ieri il segretario di Stato Usa ha aggiunto che «la legittimità di Assad è ormai quasi finita», come lo è la pazienza di chi attende da lui vere riforme. «Se non è in grado di attuarle – ha aggiunto – deve andarsene. Dove, decida lui». Non è ancora la richiesta di dimissioni immediate da parte di Washington, ma poco ci manca. E ieri la Clinton ha chiesto alla comunità internazionale di «essere più unita nel condannare Damasco»: un messaggio diretto a Russia, Cina e quei Paesi arabi che più o meno apertamente appoggiamo il regime. Far pressione sui governi del mondo è uno degli obiettivi immediati della dissidenza, in patria e in esilio, che non si accontenta certo del rilascio di qualche centinaio di prigionieri politici (sono 10mila quelli arrestati solo da marzo), o della promessa di un «dialogo nazionale» per studiare riforme. Ieri, 300 attivisti anti-Assad, la maggioranza siriani rifugiatisi all’ estero tra cui alcuni Fratelli Musulmani proibiti in Siria, si sono riuniti ad Antalya, in Turchia. «È la prima volta da 50 anni che un gruppo così numeroso si forma per agire insieme», ha commentato Orouba Barakat, che vive ad Abu Dhabi. Il gruppo, che ha eletto un comitato di 31 membri, chiede che Assad se ne vada subito, che entro fine anno si vada alle urne. Nel frattempo, coordina le proteste, raccoglie documenti per incriminare il raìs alla Corte penale dell’ Aja, studia azioni di lobbying mondiale per avere sostegno politico e finanziario. Ieri, davanti all’ hotel di Antalya dove si teneva la conferenza, una cinquantina di sostenitori del regime siriano ha manifestato gridando «noi amiamo Assad». Questa volta la polizia (turca) ha protetto i dissidenti, disperso chi voleva attaccarli.  

Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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4 giugno 2011

In 50 mila contro Assad e l’esercito fa 34 morti

È finito con un nuovo massacro il venerdì di protesta dedicato ieri dai siriani ai «bambini della libertà», le 40 e più piccole vittime della repressione brutale del regime di Bashar Al Assad contro la rivolta iniziata in marzo. Solo a Hama i morti tra i manifestanti sono stati 34: nella città che nel 1982 fu teatro di un massacro con almeno 10 mila morti per mano di padre di Bashar, lo spietato Hafiz al-Assad, ieri sono scese in piazza 50 mila persone. Dopo la preghiera comune, nelle stesse ore, altre decine di migliaia manifestavano intanto in tutto il Paese: dai villaggi della provincia curda di Idlib nell’estremo Nord Est, alla centrale Homs, a Madaya e Zabadani verso Occidente. E nelle periferie di Damasco, ancora una volta, mentre a Deraa, la città al confine giordano che aveva dato il via alla sollevazione, la gente sfilava per strada urlando «non c’ è dialogo con chi ammazza i bambini». Una risposta alla promessa di «dialogo nazionale» lanciata da Bashar qualche giorno fa. Gli attivisti dicono che quella di Hama ieri è stata una delle manifestazioni più massicce da quando la città al confine giordano di Deraa si era sollevata. La repressione ha sfoggiato l’ ormai noto apparato: forze speciali, cecchini, gas lacrimogeni e proiettili ad altezza uomo. La città di Rastan, nei pressi di Homs, restava isolata per il settimo giorno consecutivo sotto le bombe e i mortai dei lealisti, i morti sono stati almeno due. E in quasi tutta la Siria il governo intanto tagliava le connessioni Internet con il duplice scopo di impedire l’ organizzazione in patria dei dissidenti e di bloccare il flusso di immagini raccapriccianti verso il mondo esterno. Un tentativo tardivo di non far sapere cosa sta succedendo. 

Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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7 giugno 2011

La tv siriana: «Massacrati 120 poliziotti». Il regime rivela scontri nel nord e minaccia la ritorsione: «Risponderemo con fermezza». Dubbi. Sospetti sulla sanguinosa marcia palestinese: Damasco avrebbe pagato ogni manifestante 1000 dollari

I morti invisibili. La tv di regime ne parla, ma non li mostra. Nelle ultime 48 ore, in Siria ci sarebbero state centinaia di cadaveri. Non le vittime della repressione: morti fatti dai nemici. «I sionisti che domenica hanno sparato indiscriminatamente su una folla disarmata di palestinesi», al confine di Quneitra. E i nemici interni, «bande armate e mascherate» che ieri avrebbero compiuto uno dei peggiori massacri di questi mesi di guerra civile, 120 poliziotti uccisi in una doppia imboscata a un check-point del nordovest, frontiera turca, cittadina di Jisrash Shugur. Nessuno li ha visti, questi corpi e probabilmente nessuno li vedrà mai: né tutti i ventitrè che Damasco sostiene d’avere già sepolto dopo gli scontri con gli israeliani, mentre da Gerusalemme insistono a dire che il bilancio è «esagerato»; né questi agenti che, sostiene ora la voce della dittatura, sarebbero stati mutilati, bruciati, gettati nelle acque dell’Oronte da non meglio identificati «terroristi stranieri». Unica certezza, è che s’ è sparato. Chi su chi, e quanto, è da capire. La storia, dai tempi del mattatoio di Hama, ha abituato a leggere in controluce i bollettini della famiglia Assad. Anche a Jishrash Shugur, roccaforte dei Fratelli musulmani, si ricorda l’antica punizione collettiva d’una settantina di civili. Sabato scorso, proprio da là erano arrivate le notizie di 42 oppositori ammazzati, rastrellamenti di massa. Secondo la tv di Stato, la risposta dei «criminali pagati» sarebbe giunta ora, coi palazzi governativi incendiati e l’ agguato ai gendarmi. «Lo Stato non resterà con le braccia incrociate», promette il ministro dell’ Interno. «È solo propaganda, risponde dall’esilio cipriota Mohammed Osso, attivista per i diritti umani, i poliziotti erano disertori, fucilati perché si rifiutavano di sparare sulla folla. Una messinscena per giustificare, adesso, il pugno di ferro sulla popolazione». Jishrash Shugur è isolata, difficile anche telefonare: «Li vediamo dalle finestre – urla un testimone, raggiunto dalla tv Al Arabiya -, l’ esercito sta invadendo la città in forze massicce!». Le stragi, vere o finte che siano, appaiono la vera arma di distrazione di massa utilizzata da Bashar Assad. È il sospetto, se non qualcosa di più, che circonda la sanguinosa marcia dei palestinesi di domenica: portati coi pullman dai campi profughi, si sono fatti ammazzare mentre tentavano di tagliare la rete di frontiera ed entrare nel Golan israeliano. Secondo l’ opposizione siriana, il regime ha dato mille dollari a ogni manifestante. Diecimila dollari andrebbero invece alle famiglie dei «martiri» del Naksa Day. Ieri, un centinaio di profughi ancora bivaccava sulle colline del confine: aspettano di vedere se succederà qualcosa anche a Gerusalemme, oggi 7 giugno, anniversario dell’occupazione israeliana. Condannato da Washington e dalla comunità internazionale, il regime siriano solo ora mostra di voler fermare i cortei verso la frontiera. Tre settimane fa al Corriere, dopo la strage del Nakba Day, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak l’aveva pronosticato: Assad è alla fine. Ora, dopo la Naksa, lo ripete. E al collega inglese William Hague, ma anche all’ Onu, agli italiani e ai francesi che gli raccomandano comunque «un uso proporzionato della forza», risponde pure lui chiedendosi quanti siano davvero i morti di domenica. Ventitrè o dieci, come dicono gl’ israeliani? «Sono comunque saltati sulle mine siriane dopo avere lanciato molotov», è sicuro un colonnello di Barak: «I nostri tiratori scelti hanno usato meno proiettili».  Battistini Francesco

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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08 giugno 2011

Siria, Assad scatena la repressione. Carri armati verso la città ribelle. L’ ambasciatrice in Francia lascia il suo posto, la tv di regime nega

Tassista: «Lo vedi quel signore con i baffi? Lo conosci? Lo ami?». Bambina: «…» Tassista: «E’ il dottor Bashar, un medico degli occhi. Hai male agli occhi?». Bambina: «…» Madre: «Certo, che lo conosci. Che cosa ti insegnano a cantare le maestre?». Bambina: «Allah, Siria, Bashar». Tassista: «Dio onnipotente, anche chi sta imparando a parlare già pronuncia il suo nome in adorazione». Durante quella corsa in auto per le strade di Damasco – racconta la madre, anonima, al settimanale New Yorker – ho tremato. In queste settimane mia figlia va in giro per casa strillando gli slogan «Abbattiamo il regime», «Allah, Siria, libertà». Ho pensato: i tassisti sono quasi sempre spie. Ho pensato: niente paura, non possono toccare una bimba. Ho ricordato: e quelle foto dei ragazzini massacrati a Deraa? Quando ho visto che la piccola stava per riaprire bocca, le ho tirato una sberla. Stava seduta male, ho detto al tassista. Lei ha pianto per il resto del viaggio. Scesa dalla macchina, ho capito di averle insegnato quello che i siriani conoscono troppo bene: la paura. Ho deciso: non voglio che cresca come me. Abbattiamo il regime.

I «fantasmi» indossano le tute di nylon, sembrano i Sopranos in un giorno di pausa dal crimine. Dietro le lenti degli occhiali da sole, gli sguardi non sono curiosi, neppure inquisitori. Solo rappresi, come le mani che stringono i bastoni. Gli uomini dei servizi segreti devono spaventare, ridirigere la gente verso casa. Terrorizzare: come i cecchini sui tetti che – sostengono gli attivisti – hanno l’ordine di sparare a un massimo di venti persone. E che gli altri scappino senza uscire più. Adesso che le colonne di blindati e carri armati stanno muovendo verso Jisr al-Shughour, il regime potrebbe aver deciso di togliere quel limite di venti. La città al confine con la Turchia sarebbe ormai deserta, i 40 mila abitanti fuggiti verso la frontiera. Ricordano ancora la strage negli anni Ottanta, quando Hafez Assad massacrò seicento persone, per cancellare la rivolta guidata dai Fratelli Musulmani. Il figlio ha ordinato la rappresaglia per vendicare i centoventi tra soldati e poliziotti che sarebbero stati ammazzati da «bande armate» durante le proteste del fine settimana. La versione è quella fornita della televisione di Stato, il presidente e il suo clan hanno bisogno del pretesto per intervenire ancora più duramente nel nord del Paese. Degli oltre mille civili morti dall’ inizio della rivolta – secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani – 418 sarebbero stati uccisi nella provincia di Deraa, a sud, la città dove i cortei sono cominciati a metà marzo per contestare l’ arresto di un gruppo di ragazzini (avevano dipinto sui muri della scuola scritte anti Assad). La ribellione si sta allargando e sta cambiando tattiche. A Jisr al-Shughour la resistenza alle forze di sicurezza sembra più organizzata, i dimostranti contrattaccano, avrebbero rubato le armi da un deposito. Wissam Tarif, attivista e blogger dell’ associazione Insan, racconta che unità locali dell’esercito si sarebbero opposte agli ordini, non avrebbero accettato di sparare sui vicini di casa. La città è a maggioranza sunnita, come il resto del Paese e la famiglia Assad ha piazzato gli ufficiali alauiti (la setta presidenziale, 12 per cento della popolazione) al vertice dello Stato maggiore. Maher, il fratello minore, guida gli uomini della Guardia repubblicana e controlla la Quarta divisione corazzata. Le operazioni per calpestare le manifestazioni sono affidate a lui e alle sue truppe d’ élites. Come avrebbe voluto il padre, morto nel giugno del 2000, che ha sempre cercato di dirigerne gli impulsi feroci. Alain Juppé, ministro degli Esteri francese, invita Assad ad andarsene: «Ha perso la legittimità per governare». L’ emittente France 24 annuncia la defezione di Lamia Chakkour, ambasciatrice a Parigi, che avrebbe dato le dimissioni in disaccordo con la repressione. La diplomatica telefona ad Al Arabiya per smentire, la sua voce viene rilanciata dalla televisione siriana per tutta la sera. Il regime non vuole manifestare segni di cedimento. Gli annunciatori ripetono dagli schermi nazionalisti le concessioni del leader: l’ amnistia per i detenuti politici, la fine delle leggi di emergenza in vigore dal 1963, la promessa di permettere la nascita di partiti (il sistema è dominato dal Baath). Mostrano i cadaveri dei manifestanti, a fianco un kalashnikov o una pistola, per confermare la teoria del complotto straniero che muove le bande di fondamentalisti (e nella sfida della contro informazione gli oppositori diffondono su Internet i video dei soldati che piazzano le armi vicino ai corpi). Cercano di smantellare gli eroi-martiri, offerti ad una rivoluzione senza capi visibili dalla ferocia degli sgherri di regime. Hamza al-Khatib, il ragazzino riconsegnato alla famiglia cadavere mutilato dopo le torture, viene presentato dai notiziari come un pericoloso agitatore di vent’ anni. Ne aveva tredici e amava salire sul tetto di casa a lasciar volare i piccioni viaggiatori che allevava. Davide Frattini  

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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9 giugno 2011

Londra e Parigi all’Onu: «Condanniamo la Siria». Si degli Usa. Trattative per evitare un veto russo 

Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé tenta un nuovo miracolo diplomatico: una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condanni il regime siriano senza attirarsi il veto della Russia e della Cina, così come gli era riuscito a metà marzo con la Libia. Ieri notte Francia e Gran Bretagna hanno presentato al Palazzo di Vetro di New York una bozza che verrà votata nel fine settimana o lunedì. L’ obiettivo minimo è portare allo scoperto le posizioni dei singoli Stati, facendo ricadere su chi votasse «no» la responsabilità morale dell’inazione di fronte ai massacri. Ma Juppé non dispera di vincere le resistenze, soprattutto della Russia e di fare quindi approvare il testo che chiederà a Bashar Assad di fermare la sanguinosa repressione del suo popolo. Per riuscirci, i diplomatici francesi e britannici hanno messo a punto un documento che chiede agli Stati di non vendere armi a Damasco, ma evita di menzionare esplicitamente un embargo e la Siria viene sì condannata, ma al regime viene lasciata ampia possibilità di tornare sui suoi passi.

«Siamo già rimasti intrappolati nella situazione della Libia, aveva detto due giorni fa il ministro degli Esteri russo Sergej Viktorovič Lavrov. Un esame della crisi siriana al Consiglio di sicurezza deve porsi come obiettivo la soluzione dei problemi attraverso mezzi politici e non invece creare le condizioni per un altro conflitto armato». L’obiettivo quindi è convincere Mosca che la risoluzione non sarà il preludio a nuovi bombardamenti, stavolta contro un suo storico alleato strategico nella regione, ma una inevitabile presa di posizione della comunità internazionale contro le stragi. «Oggi a New York la Gran Bretagna e la Francia presenteranno un progetto di risoluzione che condanna la repressione, chiede conto delle responsabilità e invita Damasco a concedere l’accesso degli aiuti umanitari – ha detto ieri il premier britannico David Cameron davanti al Parlamento di Londra -. E se qualcuno voterà contro quella risoluzione o farà uso del suo veto, dovrà risponderne alla sua coscienza». Martedì il ministro francese Juppé aveva avuto a Washington un lungo colloquio con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton proprio sull’opportunità o meno di sfidare la Russia a svelare le sue carte. La dichiarazione di Cameron indica che si è deciso di andare avanti e di obbligare Mosca a patire il danno di immagine che le verrebbe da un sostegno sia pure indiretto ai massacri. La sensazione è che la crisi siriana sia arrivata a un punto di svolta: tre mesi di repressione hanno provocato 1.300 morti, Damasco ieri ha inviato l’ esercito verso il nord del Paese dove le forze dell’ ordine si sarebbero unite ai dimostranti e migliaia di profughi abbandonano la città di Jisr al-Shughour per cercare scampo attraverso il confine con la Turchia. Juppé è convinto di ottenere almeno 11 voti favorevoli su 15, ma solo 9 sono certi (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Portogallo, Bosnia, Gabon, Nigeria, Colombia); Sudafrica e Brasile voteranno probabilmente a favore nonostante qualche dubbio, ma restano gli scogli di Cina, India, Libano e Russia. Stefano Montefiori

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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9 giugno 2011

Se spara Israele, se spara la Siria.Il doppiopesismo sul Medio Oriente 

Fa più notizia l’israeliano che uccide un palestinese o il siriano che uccide un suo fratello? Salvo qualche lodevole eccezione, lo spazio che i media internazionali hanno dedicato al «tiro al bersaglio» sulle alture del Golan, con gli israeliani che sparavano, dopo aver intimato l’alt, a coloro che avevano oltrepassato le barriere spinate del confine, è molto maggiore di quello riservato agli oltre cento poliziotti siriani giustiziati dagli agenti del loro stesso Paese. Forse perché si erano rifiutati di reprimere violentemente una manifestazione di protesta. In pratica, non volevano sparare ad altezza uomo (o ad altezza bambino). Due pesi e due misure? Vero, anzi è molto peggio. Per tre ragioni. La prima è che dello sconfinamento dei palestinesi si sa quasi tutto. E cioè che è stata Damasco a chiedere a due leader dell’estremismo palestinese, Ahmed Jibril e Maher Taher, di violare il confine del Golan, nell’anniversario della sconfitta araba nella Guerra dei 6 giorni. La seconda è che in Siria, da mesi, è in corso una brutale repressione con oltre mille morti, migliaia di feriti e almeno ottomila arrestati. Il tutto lontano dallo sguardo dei mass media. Ai giornalisti è vietato l’ ingresso nel Paese e le informazioni filtrano solo grazie al coraggio di pochi volontari arabi ben mimetizzati e alle mille vie di fuga informatiche della rete. La terza ragione è che neppure gli amici della Siria sono disposti a credere alle menzogne diffuse dal regime, che continua a definirsi vittima di un complotto. Il premier turco Recep Tayyip Erdoğan, che aveva chiesto all’amico Bashar al-Assad di avviare subito radicali riforme, ora si definisce triste e sconsolato. Ogni giorno centinaia di siriani fuggono nei Paesi confinanti, rischiando la vita. Fuggono in Libano, in Iraq e ovviamente in Turchia, la cui frontiera è a pochi chilometri dalla città teatro dell’ultima strage tra fratelli. Ecco perché, in un black out coatto di informazioni, è necessario non tacere. Antonio Ferrari

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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10 giugno 2011

Migliaia di siriani in fuga dai tank del regime. La Turchia accoglie i profughi della città ribelle circondata dalle truppe speciali

«I soldati avevano la barba», dice lo studente ferito alla gamba. «Nell’esercito siriano è proibito. Non parlavano arabo ed impugnavano armi diverse. Erano iraniani». I rifugiati che riescono a passare il confine portano con loro disperazione ed informazioni. Jisr al-Shughur, la città che hanno lasciato, è ormai deserta. Sarebbero rimasti solo gli uomini tra i venti e i quarant’ anni per difendere le case dalle bande dei saccheggiatori. Oltre mille siriani hanno raggiunto la Turchia da mercoledì, più del doppio da aprile. Il governo di Ankara promette di lasciare aperta la frontiera. «Come potremmo non accoglierli?», dice Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro, che spiega di aver parlato con Bashar al-Assad tre giorni fa. Chi per adesso non arriva ai centri per gli sfollati, si accampa tra le rocce e le terre coltivate, il confine è lungo ottocento chilometri e poco controllato. L’ accesso alle tende è pattugliato dai poliziotti turchi. Non è permesso entrare a cercare amici e parenti. «Sono responsabile della sicurezza di queste persone – commenta un agente al New York Times -. Devo essere certo di non lasciar infiltrare agenti segreti di Damasco che vogliono vendicarsi». I carriarmati percorrono già le strade di Jisr al-Shughur, le case sono assediate e i soldati della Quarta Divisione sarebbero stati spostati dalla capitale verso il nord del Paese. Le truppe d’élite sono controllate da Maher al-Assad, fratello minore del presidente, quello che sui manifesti di regime appare sempre in uniforme mimetica e con le lenti scure da aviatore, lo stesso modello di occhiali che portava il padre Hafez. La Quarta Divisione è meglio equipaggiata e addestrata delle unità semplici dell’esercito. L’ intervento confermerebbe che i soldati locali si sono ribellati agli ordini di sparare sui vicini di casa. L’ opposizione parla di una «insurrezione nelle caserme», la televisione di Stato racconta invece che «bande di terroristi» avrebbero indossato le uniformi e bersagliato i civili «per rovinare la reputazione delle forze armate». Gli attivisti pro-democrazia presentano ancora un’ altra versione: le «bande» sarebbero uomini degli apparati di sicurezza e uccidono i militari che si rifiutano di aprire il fuoco sui manifestanti. I notiziari hanno mostrato ieri i soldati della Quarta Divisione accolti dagli abitanti con fiori e yogurt. «Siete venuti a liberarci da questi criminali», proclama un intervistato. I vertici dell’ esercito sono dominati da ufficiali alauiti, la setta della famiglia Assad che rappresenta il 12 per cento della popolazione. Una rivolta dei soldati sunniti, la maggioranza nel Paese, potrebbe portare a una guerra civile. L’ opposizione annuncia per oggi nuove manifestazioni, dopo le preghiere di mezzogiorno in moschea: l’ invito alla protesta è stato chiamato «venerdì delle tribù». La propaganda del governo ha alimentato la paura di uno scontro religioso e ha propagato la teoria del complotto straniero. Il nord è diventato il centro della rivolta. Dal sud, da Deraa, dove sono cominciate le manifestazioni a metà marzo, arrivano altre immagini della repressione nelle scorse settimane. L’ emittente araba Al Jazeera ha mostrato il corpo di Thamer al Sahri, un ragazzino di quindici anni arrestato, torturato e restituito cadavere alla famiglia dopo un mese e mezzo. Non ha i denti, ha perso un occhio, la pelle è coperta da bruciature di sigaretta e fori di proiettili. Era amico di Hamza al Khatib, anche lui fatto sparire, ucciso e mutilato dai servizi segreti: Hamza aveva due anni di meno, erano usciti insieme per partecipare a un corteo.  

Ieri all’Onu si è aperto un nuovo fronte: l’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’ energia atomica, ha rinviato Damasco al Consiglio di Sicurezza per il suo presunto programma nucleare segreto. La mozione, presentata dagli Usa e appoggiata soprattutto dai Paesi occidentali è stata votata ieri a Vienna. Il documento accusa Damasco di aver costruito un reattore segreto nel sito che fu bombardato dagli israeliani nel 2007: la Siria aveva sempre smentito, definendolo un’ «installazione militare convenzionale». Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 giugno 2011

Le stragi e i troppi silenzi

Quella che si vive in Siria è una tragedia a puntate. Si sa come è cominciata, non si sa con certezza come finirà. Però si può ormai prevederne l’epilogo, cioè la fine inesorabile del regime di Bashar al-Assad. Condannato dalle feroci logiche del suo clan alauita, che all’inizio pensava di poter riformare. La comunità internazionale – la Ue per prima – sembra un’altra volta impotente. Avvertimenti, embarghi, montagne di parole e nulla di decisivo, mentre Assad si permette di non rispondere alle telefonate del segretario generale dell’ Onu Ban Ki-moon. Allora va detto qui, chiaro e forte, che l’ unico ad aver risposto duramente a Damasco è un Paese che fino a ieri era amico della Siria: cioè la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che domani avrà le sue elezioni. Erdogan, dopo aver inutilmente spinto Assad a fare subito le riforme, ha aperto le sue frontiere ai profughi in fuga dalla Siria, che già sono migliaia. Non solo. Davanti alle immagini delle violenze compiute dai soldati di Assad, ha parlato di situazione «inumana» e di «intollerabili atrocità». Mentre l’Unione europea si avvita nei distinguo, il presidente della Repubblica Abdullah Gül dichiara che «la Turchia è pronta ai peggiori scenari, anche a quello militare», per mettere fine alla tragedia. Parole durissime e molto importanti. Tuttavia perfettamente comprensibili per affrontare la crisi di un Paese confinante che è ormai entrato nella guerra civile. Gli appuntamenti del venerdì sembrano scontati appelli alla carneficina. I manifestanti disarmati nelle piazze delle città e le squadracce del regime che sparano ad altezza uomo. Quello che è accaduto nelle ultime ore a Damasco, ad Aleppo, a Homs, a Hama, e che il web ha documentato nonostante la cappa della censura imposta dal regime, dimostra che si è vicini ad una sanguinosa e dolorosa resa dei conti. C’è una dura consapevolezza: il crollo del regime siriano, se avverrà, sarà più fragoroso e problematico di quello di Gheddafi. La Siria è infatti il crocevia di tutte le contraddizioni del Medio Oriente. Antonio Ferrari

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 giugno 2011

Siria, assalto alla città ribelle: decine di morti. “Ci siamo impegnati ad usare le armi contro il nemico, non sui cittadini indifesi” Hussein Armoush, colonnello dell’esercito siriano. Colonne blindate del regime bombardano i villaggi. La tv di Stato: «Terroristi armati». Le proteste. Il giorno numero 88 di rivolta popolare è stato battezzato il «venerdì delle tribù»

I soldati che avanzano sulla città danno fuoco al bestiame e ai raccolti. Gli abitanti di Jisr al-Shughur vanno puniti per quello che hanno fatto e per quello che hanno visto. Qui il regime siriano avrebbe subito le prime defezioni nell’ esercito, ufficiali che si sono rifiutati di sparare sui vicini di casa. Gli ammutinati hanno combattuto contro le truppe fedeli alla famiglia Assad. Che non può permettersi spaccature nelle forze armate e non può permettere che la notizia venga diffusa nel Paese. Le strade sono deserte, racconta chi ha trovato rifugio in Turchia ed è riuscito a parlare con i parenti rimasti indietro. Internet, l’ acqua e l’ elettricità sarebbero stati tagliati, i telefonini funzionano solo a momenti. Nella città di 41 mila abitanti, gli uomini più giovani difendono le case affiancati dai rivoltosi tra i soldati. «Non fuggono, vogliono restare e sono pronti a morire. È la mentalità militare», racconta al New York Times uno degli attivisti che sta coordinando le proteste. La gente non avrebbe nulla per difendersi, anche se la televisione di Stato parla «di terroristi armati». Per rallentare la marcia delle colonne blindate, che avrebbero bombardato i villaggi nei dintorni con l’ artiglieria, i dimostranti bruciano i copertoni delle auto. Gli oppositori hanno diffuso il video del colonnello Hussein Armoush, che annuncia di essere passato dalla parte «del popolo che chiede libertà e democrazia»: «Il giorno del giuramento ci siamo impegnati a usare le nostre armi contro il nemico, non contro i cittadini indifesi. Il nostro dovere è di proteggerli, non di ucciderli». Maher, fratello minore del presidente Bashar, controlla i soldati d’ élite della Guardia Repubblicana e della Quarta Divisione corazzata. Sono state spostate dalla capitale per calpestare la rivolta nel nord. I vertici dell’ esercito sono dominati dalla minoranza alauita, la stessa degli Assad: il regime teme la sollevazione dei militari sunniti. La frontiera turca a una quarantina di chilometri da Jisr al-Shughur è rimasta aperta per accogliere i rifugiati, in quasi quattromila hanno già passato il confine. I profughi stanno diventando una delle principali fonti per raccontare quello che sta accadendo dentro la Siria. Il Paese si è chiuso al mondo. Bashar Assad non risponde alle telefonate di Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite. «Ci stiamo provando da giorni, gli assistenti rispondono che non è disponibile, non ha tempo», rivela un portavoce dell’ Onu. Il giorno numero 88 di rivolta popolare è stato battezzato il «venerdì delle tribù». Dopo le preghiere di mezzogiorno in moschea, i cortei si sono formati nei villaggi attorno a Deraa, la città nel sud del Paese dov’ è iniziata la ribellione, a Homs, Latakia e anche a Damasco, dove ci sarebbe stato uno dei ventotto morti di ieri, secondo le stime degli attivisti (le vittime sono oltre 1.100 dal 18 marzo). Davide Frattini

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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11 giugno 2011

Erdogan: «Basta atrocità». Svolta alla vigilia del voto. Nessuno vuole instabilità in Siria, ma ormai siamo vicini ad una crisi umanitaria. Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri turco : “Assad può tentare di rallentare i cambiamenti nel suo Paese, ma non può impedirli”. Hillary Clinton, segretario di Stato Usa: “Anche la Turchia prende le distanze da Damasco. Presidenzialismo. Le urne diranno se Erdogan potrà trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale

ISTANBUL – Fino a un mese fa Bashar al-Assad era per il primo ministro turco prima di tutto «un caro amico» ma le ultime «gesta» del regime hanno convinto Recep Tayyip Erdogan che la misura era ormai colma: «Quello che sta succedendo in Siria è disumano – ha detto a sorpresa il premier giovedì sera in tv – e non può essere digerito». Una dichiarazione che segna la più ampia presa di distanze dal Paese confinante, con cui Ankara vantava ottimi rapporti e che considerava un partner strategico. Evidentemente a poche ore dalle elezioni politiche, dopo 1.100 morti e con migliaia di siriani che varcano il confine, la situazione era diventata insostenibile. «Ho parlato con Assad quattro o cinque giorni fa – ha aggiunto il leader dell’ Akp -, gli ho spiegato le cose chiaramente ma prendono la situazione alla leggera». Domani la Turchia è chiamata a rinnovare il Parlamento. Il voto è considerato cruciale, soprattutto per la posta in gioco. La tentazione di Erdogan, o meglio il suo sogno, è un numero: 367. Cioè i seggi che consentirebbero al primo ministro turco di cambiare la Costituzione senza ricorrere all’ aiuto di altri partiti. Per l’ Akp, il partito per la Giustizia e lo Sviluppo dato già per sicuro vincitore, sarebbe il coronamento di un cammino iniziato con il primo governo nel 2002. Negli ultimi giorni di campagna elettorale, mentre percorreva, instancabile, il Paese in lungo e in largo «Papa Tayyip», come lo chiamano affettuosamente i suoi elettori, non ha fatto mistero delle sue ambizioni: «Il nostro primo obiettivo è varare una nuova Costituzione più libera e democratica, ma questo dipende dalla composizione del Parlamento. Se la matematica ci darà ragione potremo fare la riforma senza nemmeno ricorrere al referendum di conferma». In verità anche un risultato più modesto (330 seggi) darebbe al governo la possibilità di cambiare la Carta sottoponendola poi al voto popolare, come è già stato fatto senza problemi lo scorso settembre. È proprio quello che teme l’ opposizione guidata dal Partito Repubblicano del Popolo (Chp), che nella scorsa tornata elettorale si è attestato sul 21% dei consensi e ora è dato in crescita tra il 25 e il 31%. La caccia ai voti è aperta soprattutto nelle città che danno sul Mediterraneo, dove il partito di Kemal Kiliçdaroglu e l’ Mhp di Devlet Bahçeli (Mhp) hanno di solito una buona performance. I nazionalisti, però, sono stati indeboliti da uno scandalo a sfondo sessuale che potrebbe ridimensionare l’ eccellente risultato del 2007 (14,2% di voti), mettendone a rischio l’ entrata in Parlamento (la soglia è del 10%). Buona parte del gruppo dirigente è stata costretta a dimettersi dopo la diffusione illegale di video che documentavano relazioni extraconiugali. E non è mancato chi ha puntato il dito contro l’ Akp, l’ unica formazione che potrebbe trarre vantaggio da una sonora sconfitta dell’ Mhp, perché in quel caso i 550 seggi in palio verrebbero spartiti soltanto tra tre forze (Akp, Chp e i curdi del Bdp). Soltanto domani sapremo con quale agio Erdogan potrà trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale di cui lui stesso potrebbe essere il prossimo capo dello Stato nel 2014. Dalla sua parte ci sono gli innegabili risultati economici, che hanno dato al Paese una crescita pari all’ 8,5% nel 2010, secondo solo a India e Cina e una grande popolarità grazie a una politica nazional-conservatrice attenta anche ai valori religiosi. Ma l’ opposizione (e anche qualcuno all’ estero) teme la svolta autoritaria: «Il premier non sopporta le critiche – dicono -. O si è con lui o si è tagliati fuori». Ieri in tribunale lo scrittore Ahmet Altan, direttore del giornale Taraf, si è dovuto difendere da una querela presentata proprio dal suo ex amico Erdogan. 

Ricci Sargentini Monica

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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13 giugno 2011

Siria, ormai è guerra civile. L’ imbarazzo occidentale. Non possiamo convincere le parti a deporre le armi, ma possiamo cercare di impedire che siano coinvolti Israele, Libano e Iran. Siria, una guerra civile che va «isolata»

Nella crisi siriana, a giudicare dall’ intervento delle forze armate nella città settentrionale di Jisr al-Shugour, il quadro è cambiato. Questa non è più la repressione poliziesca di un diffuso moto popolare, come nei giorni in cui Mubarak sperava ancora di sopraffare con la forza le manifestazioni di piazza Tahrir. In Siria i dimostranti sono decisi a resistere, hanno armi di cui intendono servirsi, possono contare sull’aiuto di alcuni transfughi passati dall’esercito alla rivolta e assomigliano sempre di più ai ribelli di Bengasi quando cominciarono a organizzarsi militarmente. Il rischio, oggi, è quello di una guerra civile che non verrebbe combattuta, come quella libica, fra due territori separati, ma avrebbe piuttosto, come quella spagnola del 1936, molti focolai diffusi in buona parte del territorio nazionale.

Sulle ragioni di questo brusco peggioramento della situazione possiamo fare soltanto alcune ipotesi. Le buone intenzioni del presidente Bashar al-Assad (sempre che esistessero) sono state ignorate e scartate da un blocco di potere che comprende la minoranza alauita (poco meno del 15% della popolazione), un numero consistente di ufficiali delle forze armate, i servizi di sicurezza, le milizie paramilitari, l’ pparato del partito unico e forse l’ interessata simpatia di minoranze religiose (fra cui i cristiani) che nel regime laico degli Assad hanno potuto contare sulla benevolenza del potere. Inasprito dalle repressioni delle scorse settimane, lo scontro, ormai, non è più di quelli che possono risolversi con un compromesso. È una guerra civile in cui chi vince prenderà tutto e chi perde sarà trattato alla stregua di un nemico da eliminare. Conflitti di questo genere si alimentano del sangue versato, diventano lungo la strada sempre più feroci, tendono a contagiare l’ intera regione e sono, per la diplomazia internazionale, inafferrabili. Se queste sono le prospettive è più facile comprendere il dilemma degli europei e degli americani. Sono preoccupati perché sanno che la Siria è un Paese cerniera, un pezzo cruciale dei precari equilibri medio-orientali. Non possono tacere perché il rispetto dei diritti umani è ormai parte integrante della loro filosofia ed è stato in molte occasioni la giustificazione della loro politica internazionale. Possono parlare e lo fanno invocando l’intervento dell’ Onu e l’apertura di corridoi umanitari. Ma non possono agire perché sono già impegnati in una guerra civile che ha dato sinora risultati diversi da quelli previsti e sperati. Dopo le esperienze degli ultimi decenni, dalla Somalia alla Libia passando per l’Iraq e l’ Afghanistan, la pacificazione con la forza è ormai una soluzione improponibile e le sanzioni, quando due nemici si combattono per il diritto di sopravvivere, non avrebbero alcuna efficacia. Temo che l’ unica politica possibile, in questo frangente, sia quella del «cordone sanitario». Se non possiamo convincere le parti a deporre le armi, possiamo almeno fare del nostro meglio per isolare la Siria e impedire che altri (Israele, Libano, Iran) vengano coinvolti nel conflitto. Ma abbiamo qualche possibilità di riuscirci soltanto se sapremo parlare a tutti con la necessaria fermezza e soprattutto se potremo contare sulla collaborazione dei turchi. Anche se la prospettiva non piacerà a coloro per cui la Turchia è un corpo estraneo all’ Europa, Recep Tayyip Erdogan è oggi il migliore dei nostri alleati.  Romano Sergio

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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13 giugno 2011

Siria, i carri armati occupano la città ribelle. Le truppe d’ élite bombardano Jisr al-Shugour. In migliaia fuggono verso la Turchia

I rifugiati che non riescono a passare il confine si ammassano tra le montagne verso la Turchia. Mehmet è tra quelli che hanno parenti dall’ altra parte, è venuto a chiedere cibo da portare alla moglie e agli undici figli. Sono rimasti indietro in Siria, nascosti nei campi. «Siamo scappati dalla città, quando l’ esercito ha cominciato a bombardare con l’ artiglieria», racconta all’ agenzia Reuters. Come loro, sono fuggiti quasi tutti i quarantamila abitanti di Jisr al-Shugour. Per difendere le case si sono trincerati poche centinaia di uomini e i soldati che si sarebbero rifiutati di obbedire agli ordini. La Quarta Divisione comandata da Maher, fratello minore del presidente Bashar Assad, ha invaso le strade deserte dopo aver bersagliato i palazzi con le mitragliatrici dagli elicotteri e l’artiglieria. La colonna di duecento blindati si è portata dietro anche qualche reporter locale invitato dallo Stato maggiore. La televisione del regime dà notizia di scontri con «bande armate». Annuncia la scoperta di una fossa comune davanti alla caserma della polizia: i militari avrebbero trovato dieci cadaveri in uniforme, qualcuno decapitato, altri con un colpo di ascia in fronte. Per il regime sono agenti delle forze di sicurezza uccisi dai «terroristi», i civili in fuga sostengono che sono i resti dei soldati ammutinati, ammazzati dagli ufficiali fedeli alla famiglia Assad. «Ma quali scontri?», dice Mustafa, fuggito ieri mattina verso la Turchia. «Ci hanno bombardato dai carri armati. I servizi segreti in Siria sanno tutto: come avremmo potuto nascondere le armi? Ci puniscono perché vogliamo la libertà». Da Washington, la Casa Bianca accusa Assad «di aver causato una crisi umanitaria». Il governo italiano condanna «il ricorso inaccettabile alla violenza» e chiede «un accesso immediato e illimitato» per la Croce Rossa. Catherine Ashton, alto rappresentante per gli Affari esteri dell’ Unione Europea, invoca la liberazione dei dimostranti arrestati dall’ inizio della rivolta tre mesi fa (sarebbero oltre diecimila) e di tutti i detenuti politici.

Jisr al-Shughur è al centro dell’ autostrada che unisce Aleppo al porto di Latakia e da quattro giorni al centro della ribellione contro il clan al potere. «Il regime ha distribuito armi a qualunque maschio alauita in grado di usarle», raccontano i profughi. «Hanno massacrato tutti i giovani del mio villaggio», dice un’ anziana. Le manifestazioni pro-democrazia si stanno trasformando in una contrapposizione tra la setta minoritaria (11 per cento della popolazione) che controlla lo Stato e la maggioranza sunnita. Nei suoi discorsi, Assad ha provato a spaventare i siriani con la minaccia dello scontro religioso. Una profezia che adesso sembra avverarsi alimentata dalla violenza dei suoi sgherri. Le operazioni delle truppe d’ élite comandate dal fratello Maher si sono concentrate nel nord-ovest del Paese, nella provincia di Idlib, che già alla fine degli anni Settanta si era ribellata al padre Hafez. Anche allora Jisr al-Shughour era stata bombardata e i morti sarebbero stati almeno duecento. Davide Frattini

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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19 giugno 2011

La Siria contagia il Libano e Hariri fugge in Francia. L’ex premier «nel mirino» di Damasco. La posta in gioco. Giorni cruciali per il nuovo governo di Beirut nato con l’ appoggio di Hezbollah

I due poveri sobborghi di Bab al Tabbaneh e Jabal Mohssen, a Tripoli, nell’arretrato nord del Libano, sono diventati venerdì il cuore dei conflitti epocali che stanno scuotendo tutto il mondo arabo-islamico. Otto morti, tra i quali un ragazzino di 14 anni e 10 feriti sono il risultato di sparatorie con mitra e razzi Rpg tra due fazioni – pro e contro il dittatore siriano Assad – che hanno portato nelle strade di Tripoli la battaglia di una guerra molto più grande. Un conflitto che sfiora anche Parigi, dove da giorni è rifugiato l’ ex premier libanese Saad Hariri minacciato – secondo i servizi segreti americani e sauditi – da agenti siriani e iraniani. Come era prevedibile, gli scontri che in Siria hanno provocato ormai oltre mille morti si sono estesi al Libano, il Paese che da tre decenni cerca – invano, nonostante il ritiro dell’ esercito siriano nel 2005 – di affrancarsi dalla tutela di Damasco. Gli abitanti del quartiere sunnita di Bab al Tabbaneh sono scesi in piazza venerdì a Tripoli per manifestare solidarietà ai fratelli sunniti della Siria, schiacciati dalla repressione del traballante dittatore Bashar Assad appartenente alla minoranza alauita (parte dell’ islam sciita). Dal quartiere rivale di Jabal Mohssen sono subito usciti uomini armati che hanno lanciato prima una bomba assordante poi una granata sul corteo. A quel punto è scoppiata la sparatoria. Ad affrontarsi due mondi: da una parte i sunniti a sostegno dei siriani in lotta per la «primavera dei popoli» e legati almeno idealmente alla grande potenza Arabia Saudita, «il Vaticano dei sunniti»; dall’altra, gli alauiti fedeli al grande protettore siriano Assad e sostenitori dell’asse con l’ altra potenza regionale, l’Iran, «il Vaticano degli sciiti». La battaglia si è conclusa con le vittime, l’ esercito libanese schierato nelle strade, e una tregua siglata a mezzanotte a casa di Najib Mikati, il neo-premier nativo di Tripoli che appena lunedì si è insediato con il suo governo a Beirut, dopo cinque mesi di trattative e la fuga all’ estero del suo predecessore, il filo-occidentale Saad Hariri. Le violenze di Tripoli ricordano che il Libano si appresta a vivere giorni cruciali, non solo per sè: il governo Mikati nasce con l’appoggio decisivo di Hezbollah, ed è quindi legato a doppio filo al regime siriano e all’Iran. Saad Hariri, costretto a dimettersi a gennaio, è figlio di Rafik Hariri, il premier libanese ucciso nel 2005 in un attentato sul quale il tribunale speciale dell’ Onu potrebbe nei prossimi giorni presentare le proprie conclusioni. Se, come è probabile, l’ Onu chiamerà in causa il clan Assad come mandante dell’ assassinio di Hariri, la situazione potrebbe precipitare. Ma le forze del dittatore Bashar Assad potrebbero fare la prima mossa, eliminando il giovane Hariri ed esportando il conflitto in Libano come altre volte è successo. Un incendio ancora più vasto in tutta la regione, con lo scoppio di una guerra civile in Libano tra l’ Hezbollah filo-iraniano e le forze democratiche, permetterebbe al regime di Damasco di distogliere l’ attenzione internazionale dalla repressione interna, e di fare temere un allargamento del conflitto a Israele, sotto la perenne minaccia dei missili di Hezbollah. A Parigi, Saad Hariri viene protetto con le cure riservate a uno dei pochi alleati dell’ Occidente nella regione. Al numero 3 di Quai Voltaire, i coniugi Chirac vivono ancora nell’ appartamento su due piani con vista sulla Senna messo a disposizione nel 2007 dalla famiglia Hariri, grande amica loro e della Francia. Il portavoce del Quai d’ Orsay Bernard Valero ha dichiarato che «la sicurezza dell’ ex primo ministro Saad Hariri, come quella di tutto il Libano, è una priorità per la Francia». Stefano Montefiori

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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21 giugno 2011

Assad: linea dura contro i sabotatori. Il leader di Damasco promette riforme. Ma gli oppositori: bugiardo 

Il terzo discorso in tre mesi di rivolta dura settanta minuti, con sei bandiere siriane alle spalle e davanti i notabili dell’università di Damasco, dove Bashar al-Assad ha studiato medicina. La lezione del chirurgo oculista diventato presidente recupera i termini medici: è tutta colpa dei «germi – proclama – che hanno infettato il Paese. «Germi» e «sabotatori» che starebbero sfruttando le «legittime aspirazioni» del popolo. A quelle richieste – dice – può rispondere solo lui, con le riforme che ancora una volta promette. «Siamo noi a dover risolvere il problema. Modificheremo la legge sui partiti politici e quella elettorale per poi dare inizio al dialogo nazionale. Ma non discuteremo nel caos con chi è armato ed uccide». Entro settembre – è l’ unica data a venire annunciata – il nuovo sistema dovrebbe essere pronto e permettere il voto aperto a formazioni diverse dal Baath, che domina da quarant’anni (la Costituzione lo definisce il «partito guida della società e dello Stato»). Se sarà necessario, le elezioni parlamentari di agosto verranno rinviate in attesa delle proposte di legge. Gli oppositori respingono le poche aperture del leader: «Non ha presentato le tappe che dovrebbero garantire la transizione dalla dittatura alla democrazia», commenta Hassan Abdul-Azim all’ agenzia Associated Press. Alla fine del discorso, cortei si sarebbero formati a Latakia e alla periferia di Damasco. I manifestanti avrebbero gridato «Bugiardo, bugiardo». «L’intervento di Assad è costruito sulle promesse e nessuno in strada si fida più del governo», replica Louay Hussein, tra i capi dei dissidenti, al New York Times. E’ dal 2005 che il governo discute della riforma del sistema elettorale. Troppo tardi e troppo poco anche per gli americani («a questo punto vogliamo fatti e non parole», commenta una portavoce del Dipartimento di Stato) e per gli europei che preparano nuove sanzioni contro il regime. «Assad ha pronunciato le stesse frasi usate da Muammar Gheddafi», dice Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano. «E’ stato il discorso di una persona incapace di imparare», accusa il tedesco Guido Westerwelle. Pure la Turchia, alleata e vicina delusa, critica il leader che con la repressione ha spinto dentro i suoi confini quasi undicimila profughi. «Non è abbastanza – dice il presidente Abullah Gul -. La Siria deve aprirsi a un sistema libero, con più partiti». Agli esuli dall’ altra parte della frontiera si è rivolto Assad: «Vi fanno credere che lo Stato si vendicherà di voi, non è vero. Tornate a casa». L’ esercito ha trasportato ieri un gruppo di giornalisti locali nelle campagne attorno a Jisr al-Shughur, la città da dove sono fuggiti la maggior parte dei siriani accolti nei campi allestiti da Ankara. Gli ufficiali hanno mostrato una fossa comune con ventinove corpi, poliziotti e soldati uccisi dagli insorti, secondo il regime. Opera dei «sabotatori» nelle parole del presidente: «Un piccolo gruppo di estremisti che vogliono la distruzione in nome delle riforme e diffondono il caos in nome della libertà. E’ un complotto, ma ne usciremo rafforzati. Daremo la caccia a questi fondamentalisti».

La ribellione ha colpito dentro al circolo che attornia la famiglia al potere. Rami Makhlouf, cugino di Bashar, sarebbe stato costretto a lasciare l’ impero imprenditoriale costruito attraverso la proprietà di Syriatel, il più grande operatore di telefonia mobile del Paese. Rami ha promesso di devolvere i miliardi di dollari accumulati in beneficenza e strutture che creino posti di lavoro. Soprannominato Mister Five, per quel cinque per cento in mazzette che esigerebbe ad ogni affare, durante le manifestazioni è stato il più bersagliato dagli slogan dei dimostranti. «Il regime combatterà fino alla fine. Se affondiamo, non lo faremo da soli», aveva detto al New York Times. Per ora, il regime avrebbe scelto di sacrificarlo per restare ancora un po’ a galla.  

Sono 13 mila i profughi siriani: 10 mila accolti in 5 campi turchi e 3 mila in Libano. 

Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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6 luglio 2011

Siria, ordine di sparare su chi filma. Ragazzo riprende un cecchino: la sua morte trasmessa su Youtube

«Ma che cos’aspettano gli americani per mollare Assad?», si chiede Eyal Zisser, analista israeliano esperto di Siria: «Quando il mondo vedrà che cosa davvero sta succedendo là dentro, non ci sarà choc sufficiente di fronte a quelle immagini». A poco a poco, immagini e choc filtrano. Ultima visione, le riprese tremanti d’un cellulare che nel weekend sono finite su Youtube e mostrano, con la fine di chi le ha girate, la nuova strategia repressiva del regime: sparare dritto su chi filma. Nessuno può dire che il video sia autentico, ma diversi indizi fanno pensare sia stato girato da un tetto di Homs. Si vedono case, balconi, antenne paraboliche. Di colpo, un soldato proprio nel palazzo di fronte. Il cameraman se ne accorge, scappa. Si sentono degli spari. Poi si rivede il soldato. Che mira sull’ obiettivo e lo centra. Il cellulare che cade per terra. Urla, pianti, richieste d’ aiuto. Una morte in diretta. Sono stati cento giorni di sangue, in Siria. La protesta non cala, Assad non cade, il mondo non vede. L’oceanica manifestazione di Hama, mezzo milione in piazza, ha mosso i carri armati all’assedio, con gli abitanti che resistono dietro i sacchi di sabbia alle finestre, una decina di morti solo ieri, con la Francia che esige una parola dall’Onu, con Washington che tramite una portavoce della Clinton invoca il ritiro dei tank dall’ultima città ribelle … . «C’è un caos che da Damasco s’è spostato a tutte le periferie, analizza Zisser, lo Stato è paralizzato, l’economia alla bancarotta. Anche la borghesia, quella medioalta, sta capendo che il dittatore non è più difendibile. Ma finché l’America tace e l’ esercito della minoranza alawita resta fedele, ogni nefandezza è possibile». La strategia della sopravvivenza è passata, finora, per i media. Tutti zittiti. Tutti tranne il web, sul quale arrivano le riprese del caos: il cadavere di Hamza al-Khatib, il tredicenne che gli sgherri hanno imprigionato, torturato per un mese, restituito alla famiglia orribilmente mutilato; il boicottaggio nei suk dei negozianti che sostengono Assad, coi cartelli «non paghiamo il prezzo delle vostre pallottole!»; le cariche della polizia sulla folla inerme; le notizie sul pugile Nasser al-Shari, bronzo alle Olimpiadi di Atene, una volta star del regime e ora ferito in una manifestazione contro Assad … Più che gli slogan, a spaventare il despota sono i videofonini: «Hanno ordinato di sparare su chiunque faccia riprese che possano finire su Internet – rivela Radwan Ziadeh, leader dell’ opposizione esiliato a Beirut -. Mandano agenti in borghese sui tetti a guardare chi filma dai balconi. A volte bastano le minacce o gli spari in aria. Altre volte, ci pensano i cecchini». C’ è chi dice no, ogni tanto. E diserta. «Perché qualcosa si muove anche fra i militari – spiega Abdel Halim Kaddam, ex vicepresidente in esilio -. L’ esercito vive sempre peggio questo ruolo di repressione indiscriminata. A un certo punto, si troverà in un vicolo cieco. E sceglierà di stare col popolo». 

La miccia siriana si accende il 6 marzo, con l’ arresto a Deraa di quindici ragazzini sorpresi a scrivere graffiti anti-regime sui muri della scuola. Cominciano le proteste. Dieci giorni dopo, il 16 marzo, si registrano i primi scontri a Damasco. La stima delle vittime. Da allora, secondo l’ Osservatorio siriano per i diritti umani, 1.365 civili avrebbero perso la vita, mentre gli arrestati sarebbero 10 mila.  Battistini Francesco

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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12 luglio 2011

Assalto alle ambasciate «nemiche». Colpite le sedi di Usa e Francia. La Clinton: Assad ha perso legittimità. L’ avvertimento. Il segretario di Stato: «Il leader di Damasco non è indispensabile e non resterà al potere». La condanna. Dura protesta di Parigi contro la «violazione flagrante in materia di diritto internazionale»

La rabbia di Bashar al-Assad e del suo regime non colpisce soltanto le migliaia di siriani che continuano a scendere in strada al grido di democrazia, nonostante la repressione brutale e i 1.400 morti dall’inizio della rivolta quattro mesi fa. Ieri uomini del raìs di Damasco hanno assaltato le sedi diplomatiche di Stati Uniti e Francia, dopo che i due Paesi erano stati accusati dal regime di «sobillare le proteste, interferire con gli affari interni della Siria, minarne la sicurezza». Gli ambasciatori di Washington e Parigi, Robert Ford e Eric Chevallier, pochi giorni prima avevano visitato separatamente la città di Hama, teatro di manifestazioni e massacri, già nel 1982 rasa al suolo dal padre di Assad con decine di migliaia di vittime. La visita «illegale» dei due diplomatici, unita a loro dichiarazioni critiche su Assad, è bastata perché ieri centinaia di sostenitori del raìs (chiamati in Siria «mnhebbak», ti amiamo, dove l’ oggetto d’ amore è ovviamente Bashar) assaltassero le due ambasciate nel corso di massicce marce pro-regime.

Nel quartiere chic di Abu Romaneh un gruppo ha tentato di entrare nel compound francese, urlando «il vostro presidente è un cane» e ferendo alcuni impiegati. Le guardie siriane  hanno usato lacrimogeni e mazze per respingerli, sparato in aria. La polizia di Stato e le forze di sicurezza si sono limitate a guardare senza intervenire, come non si erano mosse per fermare i dimostranti che già da due giorni circondavano le rappresentanze dei due Paesi. Poco lontano, all’ambasciata americana, una scena simile: in decine si sono scagliati sull’edificio, hanno rotto finestre, issato la bandiera siriana, tentato di entrare (respinti però dai marines), scritto insulti sui muri contro l’America e il suo diplomatico. Con la beffa aggiuntiva di parafrasare lo slogan di tutte le rivolte arabe («il popolo vuole la caduta del regime»), a favore Bashar: il popolo vuole la cacciata del cane. Ovvero dell’ ambasciatore Robert Ford. Anche la sua residenza è stata oggetto di un tentativo (fallito) d’ assalto.

«La Francia condanna con la più grande energia la violazione flagrante della Siria in materia di diritto internazionale», ha comunicato a Parigi il Quai d’Orsay che già domenica aveva convocato l’ ambasciatrice siriana, per protestare contro le prime manifestazioni anti-francesi a Damasco e al consolato di Aleppo, dove erano state bruciate bandiere della République. A Washington, dove in giornata il Dipartimento di Stato aveva dichiarato che «è obbligo di ogni governo, in base alla Convenzione di Vienna, proteggere le sedi diplomatiche e in questo e nel rispetto dei diritti umani, la Siria ha fallito», il capo della diplomazia Usa, Hillary Clinton, in serata ha di fatto chiesto per la prima volta un cambio del regime: «Il presidente Assad non è indispensabile e non abbiamo investito assolutamente nulla perché rimanga al potere. Se qualcuno, lui compreso, crede che gli Stati Uniti sperino segretamente che il suo regime possa emergere dalla rivolta per continuare nella brutalità e nella repressione, ebbene si sbaglia». Parole che finalmente daranno un sostegno all’opposizione, finora di fatto sola anche se determinata ad insistere nelle proteste e nel rifiutare ogni offerta di «dialogo» che assurdamente Assad continua a lanciare. La conferenza iniziata domenica per discutere «possibili riforme politiche» è stata boicottata in massa dai dissidenti che ancora non sono stati arrestati. Uno dei leader storici, Michel Kilo, ha dichiarato di «non conoscere un solo membro dell’opposizione che l’ abbia presa sul serio». Le domande base dei dissidenti – e della piazza – sono la fine dello stato di polizia, delle detenzioni abusive, della censure e della corruzione, la possibilità di creare partiti politici ed organizzazioni della società civile, in sintesi giustizia e libertà. Ma su questo il «dialogo» con il regime è sempre più improbabile, per non dire impossibile. Zecchinelli Cecilia 

Fonte: archivio storico del “Corriere della sera”

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12 luglio 2011 

Assad e lo spettro dell’Iran dietro l’assalto alle ambasciate

Quando si violenta l’ extraterritorialità di un’ ambasciata è sempre un giorno tristissimo, perché vuol dire che le regole non esistono più. Ieri in Siria sono state attaccate due importanti sedi diplomatiche occidentali: quella degli Stati Uniti e quella della Francia. Le hanno attaccate centinaia di sostenitori del presidente Bashar al-Assad, eccitati dai bellicosi proclami della televisione statale. Sono stati affrontati con grande (e molto sospetto) ritardo dalle forze di sicurezza siriane che, come accade in ogni Paese civile, dovrebbero garantire la protezione di tutte le sedi diplomatiche. La colpa delle ambasciate, o meglio di due coraggiosi ambasciatori, l’ americano Robert Ford e il francese Eric Chevallier, è stata di aver abbandonato la felpata consuetudine dei telespressi e delle proteste ufficiali, per andare di persona ad Hama, la città-teatro di alcune tra le più sanguinose manifestazioni di protesta contro il regime. Manifestazioni represse brutalmente con un prezzo altissimo di vite umane. Secondo le associazioni per i diritti umani, dall’ inizio delle proteste i morti sono oltre 1.400. Ford e Chavallier, accolti dalla gente con lanci di fiori, hanno sfidato – ovviamente su istruzione dei loro governi – il potere, inviando un forte messaggio di sostegno a tutti coloro che lottano per la libertà e per un minimo di democrazia. Era scontato che il gesto dei due diplomatici provocasse la dura reazione del regime, che parla di interferenza negli affari interni del Paese, ed ha protestato in tutte le sedi. Tuttavia, pur sapendo quanto la Siria sia importante per l’ Occidente e in particolare per gli Stati Uniti, desiderosi di allontanare Damasco dall’ abbraccio con Teheran, l’ oltraggio di ieri è davvero vergognoso. Sostenere che i fedelissimi di Assad, che hanno devastato il giardino del compound dell’ ambasciata Usa, contigua a quella italiana, hanno agito senza un ordine preciso o senza complicità dall’ alto è assolutamente ridicolo. Antonio Ferrari

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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12 luglio 2011 

«Dietro il regime di Damasco le manovre degli ayatollah». Zinni: “Un altro intervento militare è escluso. Puntiamo su sanzioni sempre più dure” 

«In Paesi come la Siria, assalti come quelli alle ambasciate americana e francese avvengono solo con l’assenso del regime se non addirittura su sua iniziativa. Il messaggio di Assad a Obama e Sarkozy è chiaro: non interferite! Non escludo che il regime sia disposto alla rottura dei rapporti con noi. Ma ciò che mi preoccupa di più è che cosa farà l’Iran se la crisi si aggraverà. L’Iran non intende permettere che il regime siriano, suo alleato, cada e che perda la sua influenza sul Libano. Pur di impedirlo, destabilizzerebbe l’intera regione. Potrebbero andarci di mezzo l’ Iraq e Israele». Al telefono dalla sua abitazione in Virginia, Anthony Zinni si dice più allarmato dagli eventi in Siria che dalla guerra in Libia. L’ex capo del Centcom, il Comando del Pentagono per il Medio Oriente e l’Asia centrale ed ex mediatore tra Israele e la Palestina, considera la crisi libica «più facile da circoscrivere» che quella siriana. Secondo Zinni, che operò nel mondo dell’ Islam per vent’ anni, la guerra civile in Libia non si estenderà ai Paesi circostanti. «Ma se la guerra civile scoppiasse anche in Siria – ammonisce – nessuno sa che cosa accadrebbe oltre i suoi confini. Quell’ area è una polveriera».

Quale è lo sbocco più probabile della rivolta siriana? «Purtroppo, che sia soffocata dalla feroce repressione di cui siamo testimoni. Penso che se sarà necessario l’Iran aiuterà il regime a farlo. In ogni caso, creerà altri focolai di tensione per impegnare la comunità internazionale su altri fronti e alleggerirne la pressione sul fronte siriano. Ha già cominciato in Iraq, come ha denunciato il nostro ministro della difesa Leon Panetta, anche perché non può lasciare in mano occidentale un Paese alle proprie frontiere».

Lei sta dicendo che c’è un asse Damasco-Teheran. «C’è sempre stato perché i due regimi sono isolati uno in Medio Oriente l’ altro nel Golfo Persico e si sorreggono a vicenda. L’Iran è una potenza superiore alla Siria e ha maggiori ambizioni. Tra l’altro la Siria gli fa da tramite con l’Hezbollah in Libano, i Fratelli Musulmani in Egitto [???] ed è la porta d’ ingresso in Israele. Infine, sospetto che l’Iran tema che la rivolta giovanile e popolare in Medio Oriente si trasmetta al suo territorio».

Negoziare o mediare con Assad è quindi impossibile? «Al momento sì. A meno che l’ Iran lo abbandoni, o che sia vittima di un golpe o di un voltafaccia dell’ esercito, Assad non rinuncerà al potere. Ma questo non significa che l’ America e la Francia debbano intervenire militarmente in Siria come sono intervenuti in Libia. Noi americani stiamo combattendo troppe guerre simultaneamente da anni, non riusciremmo a farne un’ altra. Idem per i paesi membri della Nato. L’ unico strumento a nostra disposizione è la pressione della comunità internazionale, il mondo arabo in testa».

Come mobilitarla? «In Medio Oriente l’ Europa ha più credibilità dell’ America. Assuma iniziative nel suo ambito, in quello dell’ Onu e in quello del mondo dell’Islam. L’isolamento della Siria e dell’ Iran va aumentato. Occorrono dure sanzioni e appoggi concreti ai Paesi confinanti, Israele, Libano, Iraq ecc. Di più: sul Medio Oriente e sul Golfo persico soffia da mesi il vento dei grandi cambiamenti. L’Occidente deve alimentarlo. La gioventù islamica, quella araba in particolare, ha bisogno di speranze».

Crede che la rivolta giovanile araba avrà successo o fallirà? «Credo che avrà esiti diversi a seconda dei diversi Paesi. In Tunisia ad esempio potrebbe avere successo, forse anche in Egitto, sebbene là per ora il potere appartenga ai militari. Mi auguro che in queste e in altre nazioni emergano i moderati. Non illudiamoci, sarà un processo lungo e difficile. Ma se l’ Occidente si addosserà le sue responsabilità e lo favorirà, a poco a poco i regimi dittatoriali diminuiranno di numero. E alcuni di quelli autoritari, meno rispettosi dei diritti umani, si ammorbidiranno». Ennio Caretto 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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22 luglio 2011

«La primavera araba è irreversibile ma è in agguato il partito dell’ ordine». Olivier Roy: non è detto che le forze democratiche vincano le elezioni. Ritorno in piazza. In Tunisia ed Egitto tornano le proteste. Il siriano Assad conta sull’ Iran ma l’ esercito potrebbe passare con i dimostranti 

Dopo la primavera dei popoli, l’inverno dello scontento. Dai nuovi incidenti in Tunisia ed Egitto fino ai massacri in Siria la democratizzazione fatica ad avanzare.

È arrivato il momento della reazione? «Non credo, la rottura con la cultura politica dominante nel mondo arabo degli ultimi 60 anni è definitiva, dice lo studioso francese Olivier Roy, specialista del mondo arabo e professore all’Istituto universitario europeo di Firenze. Autoritarismo, ideologia, conflitto arabo-israeliano, anti-imperialismo sono stati accantonati in favore della richiesta di democrazia e buon governo e di un patriottismo che ha rimpiazzato il nazionalismo. Questo è irreversibile».

Perché la battuta d’ arresto? «La primavera araba è stata sostenuta solo da una parte della popolazione, essenzialmente i giovani. Poi, gli ambienti conservatori tentano non di tornare al mondo precedente, cosa impossibile, ma almeno di limitare la democratizzazione, ripristinando la stabilità e con essa i privilegi delle élite ».

Chi sono i conservatori? «Quel che resta dell’ancien régime (soprattutto in Tunisia ed Egitto), l’esercito, gli islamisti, gli ambienti religiosi tradizionali, che temono la secolarizzazione della società e gli uomini d’affari che hanno plaudito alla fine delle dittature ma adesso sono spaventati da rivendicazioni sindacali e scioperi. Poi i regimi ancora al potere: Libia, Siria, Yemen, Giordania, Marocco, Bahrein. In Marocco, la monarchia sta cercando di cambiare perché nulla cambi. Riforme di superficie per mantenere il potere nelle mani del re». Da cui il ritorno dei manifestanti nelle piazze. «L’ avanguardia del movimento democratico è esasperata e torna a protestare: in Tunisia, Egitto, Marocco, con il problema ormai urgente però di trovarsi una base popolare più larga. Siamo a una specie di stallo dove i conservatori possono riprendere in mano la cosa pubblica, a condizione di abbracciare in parte la democratizzazione. Da cui l’interesse delle elezioni: non è scontato che a vincerle saranno i protagonisti delle rivolte». Difficoltà più evidenti in Tunisia, che pure aprì la strada? «Succede quel che capitò all’Europa dopo il Quarantotto, nel XIX secolo. Avanza un partito dell’ ordine che accetta la fine del clan Ben Ali ma tenta di limitare i progressi sociali. I contestatari non riescono a formare un partito politico: questa è una grande sorpresa, il movimento resta senza leader, la contestazione spontanea non è rivoluzionaria».

In Egitto l’esercito potrebbe colmare il vuoto politico? «Se in Turchia gli ufficiali hanno a lungo ricoperto un ruolo di garanzia, in Egitto potrebbero giocare in prima persona formando un partito. Poi c’è il peso dei Fratelli musulmani. Ma alle elezioni gli islamisti potrebbero anche fermarsi al 20-25%».

La situazione nello Yemen assomiglia a quella libica? «Sì, il movimento democratico era pacifico, ma l’ appoggio che le grandi tribù del Nord hanno dato ai manifestanti ha provocato una guerra civile dove il leader Saleh cerca di battersi fino all’ ultimo, come fa Gheddafi. Qui però nessuno interverrà, cosa che limita i danni, se posso dire».

C’è il rischio di una guerra civile anche in Libano? «Per salvarsi, il dittatore siriano Assad cerca di infiammare tutta la regione, ma non credo che Hezbollah scatenerà una guerra per fedeltà all’alleato. Il regime siriano gode dell’aiuto dell’ Iran, ma il giorno in cui il popolo si rivoltasse in tutte le città, l’ esercito di leva passerebbe dalla parte dei dimostranti e per Assad sarebbe finita».

E le monarchie della regione? «La Giordania è, come Yemen e Libia, un Paese diviso, tra giordani di origine palestinese e beduini. L’ elemento federatore è la monarchia; rovesciarla potrebbe portare allo scontro tra le due comunità, da cui una certa prudenza.

L’Arabia Saudita verrà toccata? «La sua particolarità è il peso della manodopera straniera. A soffrire sono i lavoratori immigrati, non i cittadini sauditi. E la redistribuzione della rendita petrolifera è piuttosto avanzata, mentre per esempio in Algeria i proventi di gas e petrolio sono andati a lungo solo all’ élite ».

Dopo l’estate l’attenzione tornerà sui palestinesi? «La questione non è più al centro dei movimenti politici. Per questo i palestinesi rilanciano il tema dello Stato indipendente. Hanno ormai interesse a essere percepiti come un altro popolo in lotta per il progresso, e non più come l’ avanguardia della nazione araba in lotta contro Israele». Stefano Montefiori

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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1 agosto 2011 

«Un intervento armato come quello in Libia sarebbe una catastrofe». Cannistraro: L’ Iran non può fare molto per aiutare l’ alleato siriano

La Siria è intoccabile? Vincent Cannistraro ritiene di sì. Ma intoccabile non soltanto per l’America e l’Europa. «Intervenire significherebbe sconvolgere i delicati equilibri del Medio Oriente e del Golfo Persico e probabilmente anche scatenare una sanguinosa guerra regionale. Sarebbe una tragedia ancora più grave di quella in corso».

L’ex direttore dell’antiterrorismo della Cia, ex consigliere della Casa Bianca che negli anni 80 lavorò in Italia, non esclude che il presidente siriano possa cadere. L’America e l’Europa sono intervenute militarmente in Libia. Perché non in Siria? «Troppo pericoloso. La Siria confina con l’Iraq, il Libano ed Israele, che verrebbe coinvolto in un intervento occidentale. E la Libia insegna che interferire in una guerra civile può essere controproducente. L’Europa e l’America speravano di indurre Assad alla ragione con la politica, con la diplomazia e con le sanzioni. Si sono sbagliate. Ma non devono abbandonare questa strada, è l’unica che può dare frutti. Devono mobilitare la comunità internazionale contro questi bagni di sangue».

L’Iran non è presente in Siria? «Mi risulta che consiglieri politici e militari iraniani aiutano il regime nella repressione, perché l’ opposizione ad Assad si è trasformata in una rivolta armata. Ma non penso che, se la situazione a Damasco peggiorasse, l’Iran manderà le truppe regolari o i pasdaran. L’Occidente e i Paesi dell’area hanno di certo diffidato l’Iran, isolato in Medio Oriente come nel Golfo Persico, dal compiere mosse avventate».

Perché Assad è indebolito? «Non solo dalla graduale diffusione della rivolta. Ma anche dalla straordinaria cautela di Hezbollah in Libano nel discuterne pubblicamente. Quando scoppiarono le rivolte in Tunisia, Egitto e Libia, Hezbollah le definì un risveglio musulmano. Ora tace. Teme due cose: perdere la protezione di Damasco e diventare teatro di un’altra guerra tra siriani e israeliani. E sa che se fornisse aiuti ad Assad perderebbe l’ appoggio della maggioranza dei musulmani».

Che sbocco potrebbe avere la crisi? «È difficile da prevedere perché l’ opposizione non è organizzata e l’entità delle defezioni tra le forze armate non ci è nota. Se le pressioni e le sanzioni fallissero, l’amministrazione Obama preferirebbe che la rivolta divenisse un movimento di massa come in Tunisia e in Egitto, senza sfociare in guerra civile. Ma molto dipenderà dai militari. Qualcuno tenterà un golpe? Oppure imporrà l’ ordine con le armi come pretende Assad? Neppure i servizi segreti americani hanno ancora una risposta».

L’ Iran accetterebbe di perdere la Siria? «Se intervenisse militarmente in Siria le conseguenze sarebbero gravi. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu non starebbe a guardare, anche se io non credo che darebbe mandato all’ Europa e all’ America di bombardarlo. L’ Iran non è così stabile. Ed è nel mirino occidentale per il suo programma di riarmo atomico. Non può gettarsi in avventure all’ estero». Ennio Caretto

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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1 agosto 2011 

Carri armati sulla folla. Nuovo massacro in Siria. Attacco alla città ribelle di Hama, oltre cento i morti 

Gli spettri di Hama non hanno fermato i carri armati. Per due mesi i blindati hanno assediato la città, senza entrare, senza attraversare i ponti sul fiume Oronte, senza calpestare con i cingolati le macerie e i ricordi del massacro di ventinove anni fa. Bashar al-Assad sembrava non voler ripercorrere le strade dell’ orrore asfaltate dal padre Hafez per coprire le fosse comuni e le ventimila vittime della repressione contro la rivolta islamista. Fino a ieri. All’alba i tank hanno cominciato a cannoneggiare i cubi bianchi di cemento, i mezzi corazzati hanno attaccato il centro da quattro punti diversi, hanno tirato giù le barricate costruite con i pali della luce sradicati, i sacchi di sabbia, i resti di qualche cantiere, hanno abbattuto i dimostranti che – raccontano i testimoni – hanno provato a sbarrare l’ accesso impugnando bastoni e spranghe di ferro. I video su YouTube mostrano il fumo nero dei copertoni bruciati, le fiamme delle molotov tirate contro le camionette militari, le granate e i colpi di artiglieria rimbombano senza fermarsi. Il regime ha colpito alla vigilia di Ramadan, ha voluto calpestare il piano degli oppositori di intensificare le proteste nel mese più sacro per i musulmani. Gli attivisti hanno risposto proclamando lo sciopero generale per oggi. Le ferite – dicono i medici dagli ospedali – sono al petto e alla testa. Un filmato riprende l’ orrore in primo piano: il proiettile (probabilmente dalla mitragliatrice di un carrarmato) ha spalancato la faccia dell’ uomo, quel che resta è sangue. Un’altra immagine dà speranza ai ribelli: i soldati sorridono dal tetto di un tank, salutano i rivoltosi. Sarebbero le truppe che hanno deciso di disobbedire agli ordini. La maggior parte delle reclute è di origine sunnita, i comandanti sono stati invece scelti da Maher, il fratello minore incaricato dal presidente Bashar di dirigere la repressione, tra la minoranza alauita, la stessa della famiglia Assad. Nessuno toglie i cadaveri dalle strade, andarli a prendere – con i cecchini appostati sui tetti – è troppo pericoloso. Le vittime sarebbero un’ ottantina ad Hama e almeno una quarantina nelle altre città prese d’assalto. L’ Organizzazione nazionale per i diritti umani in Siria calcola 145 caduti, dei quali 113 ad Hama. A Deir Ezzor, le forze di sicurezza hanno arrestato lo sceicco Nawaf al-Bashir, leader di una tribù che conta oltre un milione di persone. Il clan ha minacciato il regime di una rappresaglia armata se al-Bashir non viene rilasciato. I manifestanti sono scesi in strada anche a Damasco, dove i soldati hanno colpito i cortei con le granate.

«Le notizie da Hama sono raccapriccianti, una brutalità che fa orrore – dichiara Barack Obama, il presidente americano -. Nei prossimi giorni cercheremo di isolare ancora di più il regime siriano». Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano, chiede «la cessazione immediata delle violenze» e condanna «questo ulteriore orribile atto contro i manifestanti che protestano da giorni in maniera pacifica». Frattini ha anche chiesto una riunione del Consiglio di sicurezza dell’ Onu.

La versione ufficiale del regime è ancora una volta staccata dalla realtà: l’ intervento sarebbe stato necessario per riportare Hama alla normalità, per ripulirla dalle bande armate che tiranneggiavano i quasi ottocentomila abitanti. Anthony Shadid, giornalista del New York Times, è riuscito a infiltrarsi nella città una decina di giorni fa (il governo ha bandito i reporter stranieri dal Paese). I suoi articoli raccontano quello che potrebbe diventare la Siria senza la famiglia Assad, senza il dominio della minoranza che uccide per restare aggrappata al potere. Il palazzo del partito unico Baath – scrive Shadid – non è stato toccato. Sulle gradinate, la gente si ritrova per discutere di politica, cantare inni di protesta e parlare per la prima volta senza paura di quello che successe nel 1982, quello che tutti chiamano solo «l’ incidente». Le pietre bianche affiorano ancora tra l’ erba. Sono i resti degli edifici abbattuti allora dai bulldozer. «Almeno cinquecento palazzi sono stati demoliti dai colpi di mortaio e di artiglieria – scrive in un rapporto il Syrian human rights Committee, basato a Londra -. Le scuole, i negozi, le cliniche, le officine sono stati tirati giù con l’ esplosivo». L’ unico memoriale – involontario – al massacro è la spianata dove prima si estendevano le case della città vecchia.

Da marzo oltre 1.600 civili sono stati uccisi, 12 mila arrestati e 3 mila sono scomparsi. I profughi sono circa 13 mila: 10 mila accolti in 5 campi turchi e 3 mila in Libano.   

Frattini Davide

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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2 agosto 2011

«Il popolo chiede al mondo di condannare il regime non di attaccarlo con le armi»

Nata a Damasco e residente nel Regno Unito, Rime Allaf è scrittrice e analista per le questioni mediorientali di Chatham House, uno dei think tank più influenti.

Qual è la situazione in Siria? «Sappiamo che le forze armate sono pronte ad aprire il fuoco in tutte le aree più problematiche, a cominciare dalla città di Daraa. Questa è la strategia del regime: reprimere in fretta la rivoluzione. Ma il popolo non si ferma. Anche la notte prima del Ramadan la gente ha pregato nelle moschee, poi si è riversata nelle piazze. Penso che alla fine la brutalità di Assad sia controproducente per il suo stesso governo: più lui usa la violenza, più i siriani si arrabbiano e accettano la sfida».

Perché la rivolta dopo anni di silenzio? «Ci sono due ragioni. La prima è l’esempio della Tunisia e dell’ Egitto: ciò che è accaduto in quei due Paesi dimostra che è possibile ribellarsi al terrore. La seconda ragione, ed è la più importante ma anche quella che molti dimenticano perché si tratta di un fatto accaduto 5 mesi fa, è che il regime ha preso e torturato 15 studenti a Daraa, bambini, ragazzini fra i 10 e i 14 anni. Arrestati in marzo dagli agenti della sicurezza e picchiati barbaramente. Una tragedia intollerabile. Di fronte all’ arroganza del regime la gente è insorta».

Gli Stati Uniti e l’ Europa hanno tollerato per tanto tempo. «Non vi è dubbio alcuno. Sono caduti nella trappola propagandistica che a guidare la rivolta fossero i gruppi musulmani integralisti. Una falsità. Poi, quando si sono accorti che la pressione spontanea del popolo cresceva, che le manifestazioni venivano soffocate nel sangue, hanno cominciato a preoccuparsi e a capire che appoggiare Assad non è utile agli equilibri nel Medio Oriente».

Londra e Parigi sono state le due capitali più risolute nel volere l’ intervento militare in Libia. Perché non in Siria? «Perché la Siria è al centro di una complessa ragnatela di interessi e di problematiche che coinvolgono l’intero mondo arabo e l’ intera area del Medio Oriente. La Libia è relativamente più isolata. La Siria ha svolto un ruolo, positivo se vogliamo, in questioni delicate come la guerra in Iraq, come i conflitti in Libano, così come coi palestinesi. È corretto dire che la Siria è stata parte importante nelle relazioni internazionali per affrontare le crisi in Medio Oriente. Ha acquistato crediti presentandosi con la veste di un governo stabile, nascondendo il suo vero volto. Adesso Washington, Londra e Parigi si stanno rendendo conto che la permanenza di Assad è pericolosa e stanno riconsiderando le loro posizioni».

Possibile un intervento armato? «Assolutamente no, sarebbe una catastrofe per la Siria. Le grandi potenze devono appoggiare l’ opposizione ricordando che è in atto una rivoluzione pacifica e che una soluzione di tipo libico non sarebbe accettata. Il popolo siriano vuole la condanna del regime, vuole che sia isolato nella comunità internazionale ma è contrario alla guerra».

E allora qual è la via d’ uscita? «Europa e Stati Uniti devono essere più risoluti. Condanna e isolamento sono le armi da usare». Soluzione per via diplomatica? «No, non è la comunità internazionale che fa cadere il regime. È compito del popolo siriano, con l’ appoggio delle potenze mondiali, che, ad esempio, possono richiamare in patria i loro ambasciatori. Non vi sono altre strade».

La posizione dei leader arabi? «Sono terrorizzati dall’ idea di vedere un’ altra rivoluzione che mette in pericolo le loro dittature. Ma tanto gli Usa quanto l’ Europa possono tranquillizzarli. È loro compito convincerli che la caduta di Assad è positiva per la stabilità di tutta l’ area». Fabio Cavalera

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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2 agosto 2011

Siria, secondo giorno di cannonate. “Mi rallegro con ogni soldato patriota dell’esercito siriano, che difende il Paese dai complotti di oggi e di domani” Bashar Assad. Hama ancora sotto il fuoco dei tank. Assad si congratula coi militari. Londra vuole più sanzioni, ma esclude azioni militari Si riunisce il Consiglio di sicurezza dell’Onu

Sessantasei anni dalla nascita delle forze armate siriane, ventinove dal massacro di Hama voluto dal padre Hafez, un giorno dal nuovo assalto. Il presidente Bashar al-Assad ha elogiato le truppe «patriottiche» in un messaggio pubblicato dalla rivista militare “L’ esercito del popolo” . Il discorso era già scritto, ma le parole arrivano dopo il bombardamento con l’ artiglieria, dopo i cecchini sui tetti che centrano i manifestanti, dopo i quasi novanta morti nella città sotto assedio. Gli ufficiali hanno dato l’ ordine di sparare anche ieri all’ alba, mentre la gente tornava dalle moschee per la prima preghiera del mattino, il mese sacro di Ramadan è iniziato domenica con il sorgere della luna. «I cospiratori vogliono generare disordini per frammentare il Paese – scrive il leader -. Il popolo è più forte di questi complotti e lo ha dimostrato. I nostri militari incarnano la dignità e l’ orgoglio della nazione». Il regime ripete che l’ intervento dell’esercito è necessario per colpire le bande armate e permettere agli 800 mila abitanti di tornare alla vita normale. «Nessuno può lasciare la città», racconta al telefono la gente di Hama. «I soldati e le milizie della famiglia Assad bersagliano con le mitragliatrici chi prova a muoversi». Ieri sarebbero state uccise altre tre persone e una a Deir ez Zor, sul fiume Eufrate, verso il confine con l’ Iraq. Nella notte, i carrarmati hanno bombardato di nuovo i quartieri residenziali. «Un colpo ogni dieci secondi», dice un testimone all’ agenzia Reuters . I Fratelli musulmani accusano il regime di «pulizia etnica contro i sunniti». Nel 1982 il capostipite Hafez Assad aveva demolito gran parte di Hama e le frenesie ribelli degli islamisti: sotto le macerie sarebbero morte tra le dieci e le ventimila persone. Il ricordo di quella strage ha terrorizzato la maggioranza dei siriani, che per decenni non hanno osato affrontare il potere degli alauiti, la setta a cui appartengono gli Assad. Fino alla metà di marzo, quando è cominciata la rivolta che non retrocede. Il massacro alla vigilia del Ramadan ha spinto Abdullah Gül, il presidente turco e tra i fondatori del partito islamico Akp, a intervenire. «Le immagini che abbiamo visto sono raccapriccianti. Non possiamo accettare questa atmosfera sanguinaria all’ inizio del periodo che dovrebbe essere pacifico e rasserenante per tutti». Ahmet Davutoglu, il ministro degli Esteri, avverte: «La crisi può diventare internazionale». Il potente vicino sunnita aveva già messo in discussione l’ alleanza strategica con Damasco, quando almeno diecimila profughi avevano attraversato la frontiera per trovare rifugio in Turchia.

William Hague, ministro degli Esteri britannico, chiede agli occidentali di aumentare la pressione sul governo siriano, ma esclude l’ intervento militare. L’ ipotesi di un attacco viene respinta anche da Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. L’ Unione Europea ha inserito altri cinque esponenti del regime nella lista di persone colpite da sanzioni, in totale sono trentacinque, a partire da Bashar e dal fratello minore Maher, che coordina le operazioni contro i manifestanti. Il Consiglio di sicurezza dell’ Onu si è riunito nella notte, dopo la richiesta della Germania e di Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano. Berlino ha appena passato la presidenza di turno all’ India, che è tra i Paesi (assieme a Russia, Cina, Brasile e Sudafrica) contrari a votare una risoluzione di condanna della repressione. Davide Frattini

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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3 agosto 2011

Roma alza la voce con la Siria adesso l’ Europa segua la Farnesina

Bene ha fatto l’ Italia a richiamare l’ ambasciatore a Damasco, dando una scossa al sostanziale attendismo della comunità internazionale. Perché se è vero che la Siria non è la Libia e non è dunque ipotizzabile un intervento diretto senza rischiare di far saltare l’ intera polveriera mediorientale, è anche vero che non si può restare a guardare indifferenti un dittatore che massacra il suo popolo. E un segnale diplomatico forte è proprio quanto chiedevano in questi giorni gli attivisti siriani scesi in strada a sfidare le cannonate. Dunque richiamo degli ambasciatori, sanzioni, isolamento diplomatico, per far capire al regime di Assad che la strada della repressione non conduce da nessuna parte e sperare così che si possano aprire delle crepe nella cerchia interna del potere, come è già accaduto in Egitto e Tunisia con gli eventi che hanno condotto alla defenestrazione di Mubarak e Ben Ali. Ora c’ è da sperare che l’ iniziativa dell’ Italia non resti isolata e che non si trasformi in una fuga in avanti priva di conseguenze effettive. Per questo Roma dovrà lavorare a rinserrare le file dell’ Europa e a coagulare attorno a sé il consenso dei 27 per riuscire a esercitare una pressione davvero significativa sul governo di Damasco. Anche perché il fronte internazionale si presenta tutt’ altro che compatto. Alle Nazioni Unite la proposta di risoluzione di condanna della Siria, caldeggiata dagli occidentali, si scontra con l’ ostruzionismo dei Brics, ossia Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Non sono dunque soltanto regimi autoritari come quelli di Mosca e Pechino che puntano i piedi, ma anche le democrazie consolidate del mondo emergente. Un segnale eloquente dello smottamento degli equilibri globali, con gli occidentali, Stati Uniti in testa, che non sono più in grado di imporre la loro agenda al resto delle nazioni. A maggior ragione dunque l’ Europa dovrà presentarsi con un fronte compatto, in un mondo dove il peso degli «altri» non è più trascurabile. Luigi Ippolito

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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3 agosto 2011

Siria, la mossa dell’ Italia: richiamato l’ ambasciatore. Roma auspica che l’ Europa segua il suo esempio

Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri che la condivide, la definisce una «provocazione diplomatica». La Farnesina ieri ha fatto sapere che «di fronte all’ orribile repressione contro la popolazione civile in Siria il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dato istruzioni per il rientro in Italia del nostro ambasciatore a Damasco, Achille Amerio, per consultazioni». Il ministero ha aggiunto che l’ Italia ha proposto anche «il richiamo degli ambasciatori di tutti i Paesi dell’ Unione Europea». La misura da l’idea di quanto siano ristretti gli spazi di manovra per i governi occidentali davanti all’inasprirsi della repressione contro le proteste antiregime in Siria, una brutalità che ha prodotto da marzo – secondo quanto riepilogato dal sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi alla Camera – 1.600 civili uccisi, 12 mila arresti, tremila desaparecidos. Interventi militari internazionali in appoggio ai ribelli in un Paese che si trova tra Iran e Israele sono al momento esclusi, le parole di condanna non appagano le opinioni pubbliche dei Paesi democratici mentre la Nato bombarda forze di un dittatore in Libia, più Stati tentano di farsi vedere impegnati per le libertà dei siriani e la situazione peggiora. Dice Mantica: «Che facciamo? Assistiamo impotenti al massacro di Hama e senza far nulla? Certo, è importante che altri Paesi ci seguano». Almeno ieri, l’ Unione Europea non ha assecondato il passo italiano che era previsto portasse Amerio a Roma nella notte appena trascorsa. «Resterà a Damasco a sorvegliare la situazione», ha informato un portavoce dell’alto commissario per la politica estera Catherine Ashton parlando del rappresentante europeo in Siria, Vassilis Bontosoglou. «Per ora non c’ è decisione generalizzata di ritirare ambasciatori», ha aggiunto sui 27 Stati membri. L’ Italia nell’ Ue è per la Siria il primo Paese acquirente, il terzo fornitore. Sui richiami, la Farnesina spera di essere imitata. Di certo, il viaggio di Amerio accentua l’ inversione di rotta rispetto a quando, il 14 febbraio, Frattini fu ricevuto da Bashar el Assad nell’ imponente foresteria del presidente su un colle di Damasco. «Assad si è dimostrato incapace di gestire efficacemente l’ondata di protesta promettendo riforme senza darvi seguiti», ha riconosciuto Stefania Craxi, a nome del governo, alla Camera. Adesso, ha messo in evidenza, l’ incandescenza siriana «porta con sé un forte rischio di propagazione ai Paesi vicini» e ne ha segnalato «un indice» anche nell’ attacco a militari italiani della missione Unifil il 27 maggio in Libano. Alessandro Ruben, deputato che accompagnò Gianfranco Fini nella prima visita in Israele, chiede a Frattini di andare a Damasco per «accelerare l’ azione diplomatica». Difficile. Al momento è l’ ambasciatore a tornare a Roma. 

Per l’ Osservatorio siriano dei diritti umani, lunedì i morti sarebbero stati almeno 24, di cui 10 nei raduni seguiti al pasto rituale serale del Ramadan, appena cominciato.  Salgono a quasi 1.700 i civili uccisi dall’ inizio della repressione nel marzo scorso

Caprara Maurizio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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8 agosto 2011

I tank contro un’altra città, massacro in Siria. Blindati e cecchini all’attacco della popolazione di  Deir el-Zor. «Oltre 50 vittime» Assalti fotocopia La strategia è la stessa applicata nell’ offensiva contro Hama

All’ alba, fumo nero si solleva dalla città di Deir el-Zor, nell’est della Siria, tra il rimbombo delle esplosioni e degli spari, mentre le moschee chiamano i fedeli alla preghiera. I video diffusi su Internet dagli attivisti siriani documentano un nuovo attacco contro una roccaforte dell’ opposizione al presidente Bashar Assad. Dai resoconti si ricostruisce una dinamica simile a quella dell’ assalto alla città di Hama, a ovest, iniziato una settimana fa: i carri armati entrano da varie direzioni, travolgono le barricate, i cecchini si piazzano sui tetti. Almeno 50 i morti, secondo gli attivisti, tra cui una famiglia che cercava di lasciare la città. Giungono notizie di feriti soccorsi nelle moschee, perché temono d’ essere arrestati in ospedale, di carenza di medicine, cibo e acqua, perché la città era assediata da giorni. I giornalisti stranieri sono stati banditi dal Paese, ed è difficile confermare gli eventi. Poche ore prima dell’ attacco, il segretario generale dell’ Onu Ban Ki-moon aveva chiamato Assad chiedendogli di non fare più ricorso ai militari contro i civili. Alle sanzioni di Usa e Ue, si sono unite le proteste di «amici» come Russia e Turchia. E gli Stati arabi, dopo mesi di silenzio, esprimono preoccupazione. Il Consiglio della Cooperazione del Golfo, che rappresenta le monarchie della Penisola araba, ha condannato la violenza. Così pure la Lega Araba. Ieri il re saudita Abdullah ha richiamato il suo ambasciatore a Damasco chiedendo al regime di Assad di porre fine allo «spargimento di sangue»: «Quanto avviene in Siria è inaccettabile e non ha alcuna giustificazione». La Turchia ha annunciato una visita, dopodomani, del ministro degli Esteri, con un «messaggio duro» per Damasco. La portavoce di Assad ha replicato che verrà rimandato ad Ankara con un messaggio ancora più duro. Il governo sostiene di agire contro terroristi armati: «Combattere i fuorilegge e i criminali che terrorizzano la popolazione è un dovere». E annuncia che «la Siria è sul cammino delle riforme». Il ministro degli Esteri ha annunciato sabato che elezioni «libere e trasparenti» si terranno entro fine anno (erano previste ad agosto), per «dar vita a un parlamento che rappresenti le aspirazioni del popolo». Poche ore dopo, sono stati arrestati il noto attivista ed ex prigioniero politico Walid Al Bunni, con i due figli, e i quattro fratelli Khattab, tutti attivisti. Deir Al-Zor, città sunnita come Hama, si trova al confine con l’Iraq e i clan hanno legami forti oltre frontiera. E’ stato permesso loro di armarsi, in passato, per controbilanciare i curdi, a nord-est. Nella zona ricca di petrolio e gas naturale, che però non ha goduto dei profitti di queste risorse, migliaia di persone hanno manifestato contro la famiglia Assad, alauita, nelle ultime settimane. Un attacco era atteso. Un video sul web documenta un incontro tra leader locali, che valutano una possibile resistenza armata.

Altre 13 persone almeno sarebbero state uccise ieri a Hula, nel centro del Paese, mentre da Hama arrivavano notizie di 8 bambini in incubatrici morti per un blackout. Il bilancio totale degli attivisti, dopo cinque mesi di rivolte, è di oltre 2.000 vittime della repressione e decine di migliaia di arresti, mentre il governo parla di oltre 500 militari morti. Mazza Viviana

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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19 agosto 2011

«Assad deve andarsene». Ma Damasco sfida la condanna del mondo. Ultimatum di Obama e dei leader europei

Vattene Assad. Lo dice forte e chiaro Barack Obama prima di partire per dieci giorni di sospirata vacanza sull’isola di Marthàs Vineyard con la moglie e le figlie: «Per il presidente siriano è arrivato il momento di andarsene». Lo dicono i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania in un documento congiunto: «Assad lasci il potere nell’ interesse del suo popolo». Il leoncino di Damasco diventato iena non è mai stato così sotto pressione. Anche alle Nazioni Unite qualcosa si muove ai piani alti: il “Consiglio per i Diritti umani” ieri ha ottenuto una riunione del Consiglio di sicurezza per discutere un rapporto sui crimini in Siria presentato dall’Alto commissario Navi Pillay. Un atto d’ accusa di ventidue pagine in cui gli investigatori documentano le azioni delle forze di sicurezza contro la popolazione civile: oltre duemila morti in cinque mesi di proteste, episodi come l’ esecuzione di 26 persone tra cui un ragazzino di 13 anni nello stadio di Deraa, il primo maggio. E ipotizzano per Assad un’ incriminazione per crimini contro l’ umanità e il deferimento alla Corte penale internazionale. L’ Onu intende inviare, nel fine settimana, una missione in Siria per valutare la crisi umanitaria. Certo al Palazzo di Vetro il regime siriano conserva i suoi potenti amici, a cominciare da Russia e Cina (seguite da Brasile, India e Sudafrica) che hanno sempre stoppato anche solo una blanda risoluzioncina di critica da parte del Consiglio di sicurezza. La novità è che dopo le violenze degli ultimi giorni il cerchio degli avversari esterni si stringe intorno a Bashar al-Assad.  E alza la voce. Condanna senza appello e sanzioni economiche. «Il futuro della Siria deve essere deciso dal suo popolo – precisa Barack Obama -. Avevamo già chiesto al presidente Assad di guidare una transizione democratica nel Paese oppure di farsi da parte. Non c’ è stata nessuna transizione. A questo punto deve togliersi di mezzo». Vattene Assad. Out of the way, fuori dalle scatole. Le cautele dell’ Occidente, accusato in questi mesi di bombardare il libico Gheddafi risparmiando al tempo stesso il collega siriano Assad, vengono meno. Un intervento armato resta fuori dall’ agenda delle opzioni. Ma i toni sono ultimativi come mai prima d’ ora. Alle parole forti di Washington fa da sponda il comunicato altrettanto duro messo a punto dalla triade europea Cameron-Sarkozy-Merkel: «Assad ha perso legittimità, non può più pensare di guidare il Paese». Anche il fronte arabo, guidato da Turchia e Arabia Saudita, si fa più compatto (pure all’ interno del non sempre «umano» Consiglio per i Diritti umani dell’ Onu dove Giordania, Kuwait e Qatar hanno chiesto con gli altri 21 Paesi membri una riunione straordinaria per lunedì prossimo). Sono le bordate che arrivano dagli Stati Uniti le più dolorose per Damasco. Le nuove sanzioni economiche di cui ha parlato il Segretario di Stato Hillary Clinton si annunciano pesanti: congelamento dei beni di Stato negli Stati Uniti, divieto per le aziende Usa di nuovi investimenti e messa al bando di ogni transizione legata al petrolio siriano (che peraltro va al 90% nei Paesi Ue). «Queste misure colpiranno il regime al cuore», ha detto la Clinton. Ora gli Usa si aspettano che nuovi Paesi si aggiungano alla carovana delle sanzioni, già nella riunione prevista per oggi a livello di Unione Europea. Tema sempre delicato, le sanzioni – soprattutto in Medio Oriente (l’ embargo all’ Iraq di Saddam Hussein) – tanto da indurre Hillary a mettere le mani avanti, precisando che «saranno presi tutti gli accorgimenti necessari per mitigare gli effetti non voluti sulla popolazione civile». Basterà la voce compatta dell’ Occidente (e dei Paesi arabi) a indurre Assad a un’ apertura in extremis? Le prime reazioni da Damasco sembrano dimostrare il contrario. Ieri il presidente siriano aveva anticipato la condanna di Obama, dichiarando «terminate» le operazioni militari. In serata la voce femminile del regime, Reem Haddad, responsabile delle relazioni esterne del ministero dell’ Informazione, ha rimandato le condanne ai mittenti: «È strano che anziché dare il loro aiuto per applicare il nostro programma di riforme, Obama e il mondo occidentale cerchino di fomentare la violenza in Siria». Michele Farina 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 agosto 2011 

L’ Iran alla Siria: «Assad riconosca le richieste del popolo»

L’ Iran, alleato strategico della Siria, ha invitato ieri il governo di Damasco a riconoscere le «legittime rivendicazioni del suo popolo». L’ appello, rivolto dal ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, segna una svolta rispetto alla posizione tenuta finora dal regime dei mullah, che ha sempre condannato le rivolte anti-Assad come complotto dell’ Occidente. Le parole di Salehi sono il primo segnale pubblico del crescente disagio di Teheran per le possibili ripercussioni della crisi siriana nella regione.

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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1 ottobre 2011

Carri armati all’assalto della città dei disertori

Più di 250 carri armati e blindati ieri hanno preso d’ assalto Rastan, una cittadina di 40 mila abitanti tra Homs e Hama nel Nord della Siria, teatro da quattro giorni di una vera guerra tra le forze fedeli al regime di Bashar al-Assad e i disertori confluiti da tutto il Paese per unirsi ai manifestanti. Alcuni leader dei disertori in serata hanno comunicato alla France Presse di aver deciso il ritiro da Rastan dopo l’arrivo dei rinforzi lealisti: «Un ripiegamento per continuare al meglio la nostra lotta per la libertà». Ma come avviene ogni venerdì, ormai da sei mesi, al termine della preghiera nelle moschee ieri migliaia di persone hanno invaso le strade di molte altre città e villaggi siriani, 10 mila solo nell’ antica città di Palmira. Gli scontri sono stati durissimi e il conto dei morti pesante. Almeno 22, sostiene l’ Osservatorio siriano per i diritti umani (Osdh), citato dall’ emittente panaraba Al Arabiya . L’ agenzia ufficiale Sana continua nella disinformazione, attribuendo morti e violenze a «gruppi terroristi armati, pagati dall’ estero», mentre l’Onu ha intanto aggiornato il conto delle vittime del regime, ormai oltre quota 2.700  e i Paesi occidentali che siedono nel Consiglio di Sicurezza (Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo) hanno ritirato la parola «sanzioni» da un progetto di risoluzione contro il regime siriano, nella speranza di superare così l’ opposizione di Russia e Cina. La parola è stata sostituita da «misure mirate».

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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4 ottobre 2011

L’ opposizione siriana prende le armi, rischio guerra civile

Il regime siriano, sin dall’inizio, non ha mostrato pietà. Le forze di sicurezza, appoggiate dalla milizia «Shabiyha», hanno ucciso oltre 2700 persone. Repressione selvaggia accompagnata da operazioni contro i dissidenti fuggiti all’estero. Molti di loro sono svaniti nel nulla con la complicità degli «amici» di Damasco, iraniani e Hezbollah libanesi. Davanti al terribile colpo di maglio, l’ opposizione ha cercato di creare uno scudo ma è anche passata al contrattacco. In diverse località gli avversari del regime hanno impugnato le armi e hanno organizzato sabotaggi, dai treni ai bus. Come segnalano fonti di intelligence americane sono diverse le realtà «armate»: civili che proteggono i quartieri dalle incursioni delle truppe lealiste; reparti dell’ esercito passati con la ribellione;  formazioni islamiste, come l’Hizb Al Tharir e nuclei non troppo lontani da Al-Qāʿida. La volontà c’è, alle armi pensano i contrabbandieri. Una volta pronti i gruppi sono passati all’ offensiva. Con agguati ai convogli militari o omicidi mirati. Dozzine di professori, personalità locali e quadri sono stati uccisi a Homs, Aleppo e nella stessa capitale. Tra loro almeno quattro scienziati piuttosto famosi. Poi è toccato al figlio del gran muftì Hamad Hassoun, guida religiosa che non si è vergognata di appoggiare la repressione. Alcuni delitti sono chiaramente una ritorsione dell’opposizione, altri invece sembrano essere delle vendette trasversali della polizia segreta. Il susseguirsi degli attentati sono seguiti con inquietudine a Washington: gli osservatori non escludono che la crisi possa trasformarsi in un conflitto civile. Un episodio è indicativo della situazione. Il colonnello Harmoush, ufficiale dell’esercito, è fuggito in settembre in Turchia, poi ha denunciato il potere con un video su Youtube . Una settimana dopo è riapparso alla tv statale ritrattando tutto. Come è stato possibile? Gli esuli sostengono che sia stato venduto dagli 007 turchi a quelli siriani in cambio di alcuni guerriglieri curdi del Pkk. Un favore che tuttavia cela altre manovre. Ankara sospetta che Damasco abbia ripreso ad aiutare i secessionisti del Kurdistan. La Turchia non è comunque neutrale. In questi mesi ha alzato la voce contro i massacri. L’ ultima misura ieri con il congelamento di 500 milioni di dollari depositati dal clan Assad in banche turche. Poi, pochi giorni fa, ha ospitato un evento importante. Oppositori siriani in esilio hanno creato il Consiglio Nazionale, che raccoglie tutte le anime della resistenza, compresi i Fratelli musulmani. In una dichiarazione letta dal professor Bourhan Ghalioun, esule in Francia, gli avversari del regime dicono no ad «un intervento straniero» in Siria ma invitano la comunità internazionale ad agire per «garantire protezione ai civili». Con questo passo simbolico, gli oppositori sembrano indicare un’alternativa alla tirannia. Prima, però, bisogna sconfiggerla. Assad avrà pure «i giorni contati», come ipotizza il segretario alla Difesa americano Panetta, ma la sua ferocia dimostra che non se andrà soltanto perché glielo chiedono. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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5 ottobre 2011

Siria, il veto di Russia e Cina 

La Cina e la Russia hanno posto il veto sulla risoluzione di condanna alla Siria proposta al Consiglio di Sicurezza. Mosca e Pechino, in qualità di membri permanenti, hanno bocciato la bozza promossa da Francia, Germania, Gran Bretagna e Portogallo in cui si chiedeva alle autorità di Damasco di porre fine a ogni tipo di violenza contro i civili o altrimenti subire sanzioni. Duro il commento dei rappresentanti americano e francese, che hanno parlato di «veto politico» dettato da interessi particolari.

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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6 ottobre 2011

Siria, l’ira dell’Occidente per il veto di Russia e Cina. Usa ed Europa: «Così si rafforza un regime brutale». Asse degli emergenti. Al no di Pechino e Mosca si è aggiunta l’astensione di Brasile, India e Sudafrica

Gli amici si vedono nel momento del bisogno. E della Siria, che da mesi resiste con la repressione a una rivolta popolare costata 2.700 morti, la Cina e la Russia sono amici. Lo hanno dimostrato a New York, quando il doppio veto di Pechino e di Mosca ha affossato una risoluzione di condanna a Damasco. Stilato dall’ Europa, il documento prefigurava possibili sanzioni Onu contro il regime di Bashar al-Assad. Inutili i nove voti a favore, irrilevanti le quattro astensioni. Decisiva l’ accoppiata Mosca-Pechino, il cui veto congiunto si era rimaterializzato dopo 35 anni nel gennaio 2007, quando bloccò una risoluzione destinata a colpire la Birmania. Mentre la Turchia annuncia le sue sanzioni, l’ Occidente reagisce indignato. Gli Usa additano «il facile trucchetto di chi preferisce vendere armi al regime siriano piuttosto che parteggiare per il popolo». Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé parla di «un giorno triste per i siriani», parole simili impiega Franco Frattini, l’ omologo britannico William Hague sferza chi sta «con un regime brutale» e «avrà il veto sulla coscienza».

Provando a spiegare, l’ ambasciatore russo all’Onu ha esplicitato i timori di uno scenario libico prodotto da una «filosofia della contrapposizione», anche se poi il suo ministero ha precisato che «non siamo gli avvocati di Assad».

Pechino si appella alla «non interferenza», aggiungendo: «Mettere pressione ciecamente» alla Siria «non serve ad alleviare la situazione». Tra le primavere arabe, la crisi siriana appare a Pechino forse come la più inquietante perché – tra l’ altro – la natura del regime di Assad, con un partito unico di matrice socialisteggiante, non è così distante dalla struttura del potere della Repubblica Popolare, fatte le debite proporzioni e considerate le differenze. Quella manifestatasi a New York fra Cina e Russia non è però un’ alleanza strategica ma una sorta di alleanza tattica. Interessi comuni a breve termine, ora: in prospettiva, invece, tutt’altro che coincidenti. I motivi di competizione fra Pechino e Mosca abbondano. Esempio: ad una settimana dalla visita del premier Vladimir Putin a Pechino, ieri i media russi hanno rivelato l’ arresto nel 2010 di un cinese, ufficialmente interprete, che avrebbe tentato di acquisire informazioni sul sistema missilistico S-300. La rivalità fra i due Paesi si dispiega ben oltre le sabbie siriane, dove entrambi hanno ottenuto concessioni petrolifere. La crescita cinese, con un’ economia non senza problemi ma variegata e aggressiva, sottolinea le fragilità strutturali della Russia. I Paesi dell’Asia centrale, già pezzi di Urss, guardano a Pechino. La Cina è interessata a tecnologia avanzata che Mosca invece teme di veder copiata. Gli accordi chiave per l’ export di gas russo rimangono in sospeso, mentre la Repubblica Popolare diversifica i suoi fornitori. Infine – come ha rilevato lunedì scorso un dossier dello “Stockholm international peace research institute” «Cina e Russia non condividono una sostanziale visione del mondo»: è vero, «non amano l’ idea di un mondo unipolare» e prendono decisioni simili in contrapposizione agli Usa, ma entrambi puntano sull’America come su un partner esclusivo e fondamentale. E i corteggiamenti contrapposti fanno sì che «ciascuno veda l’altro, nel lungo termine, come una minaccia strategica». A Damasco, però, non importa. Ieri festeggiava: «Una giornata storica». Marco Del Corona

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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22 ottobre 2011

Siria, la protesta non si ferma. 24 vittime negli scontri

Non si ferma la repressione in Siria. Ieri 24 civili, tra cui un bambino di 8 anni, sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. Sedici le vittime a Homs, nel centro del Paese, dove i manifestanti, come ogni venerdì, sono scesi in piazza contro il regime del presidente siriano Bashar al-Assad esultando anche per la morte del raìs libico: «Ben Ali è scappato, Mubarak è in carcere, Gheddafi è morto, e Assad …?» si poteva leggere sugli striscioni. Ad Hama sono morti altri due civili mentre un altro uomo è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante un funerale a Jassem, nella regione di Deraa, nel sud. Pesanti combattimenti si sono registrati a Saqba tra l’esercito e uomini armati, probabilmente soldati disertori passati all’ opposizione. Le proteste, comunque, non accennano a fermarsi. «La morte di Muammar Gheddafi tirerà su il morale dei siriani e li spingerà a continuare finché non faranno cadere il regime», ha detto all’ Associated Press l‘attivista siriano Mustafa Osso

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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25 ottobre 2011

Ambasciatore a Damasco richiamato negli Usa

Gli Stati Uniti hanno richiamato il proprio ambasciatore in Siria «per preoccupazioni sulla sua sicurezza». Un portavoce del governo Usa ha detto che Robert Ford ha lasciato Damasco nel weekend dopo «minacce credibili» alla sua vita. Nei mesi scorsi l’ ambasciatore aveva incontrato esponenti dell’ opposizione ed espresso solidarietà per i siriani che da mesi manifestano contro il regime di Bashar Assad. In un recente episodio gruppi filogovernativi avevano attaccato il convoglio in cui viaggiava Ford lanciando uova marce e pomodori per poi assediare l’ ambasciata per un breve periodo. Non si tratta di un ritiro ufficiale. Il dipartimento di Stato fa sapere che un eventuale ritorno di Ford dipenderà dall’ atteggiamento del regime siriano e dalle condizioni di sicurezza sul terreno.

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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29 ottobre 2011

Uniti contro Assad. la sponda turca dei disertori siriani. Ankara ha dato asilo a un gruppo di ufficiali che organizzano attacchi oltreconfine

È solo l’ inizio. Un piccolo nucleo di disertori siriani che un giorno, se aiutato, potrebbe diventare qualcosa di più importante. Guidati dal colonnello Riyad al-As’ad i soldati sono ospitati in un centro d’accoglienza ad Antakya, in Turchia. Ed è qui che i profughi scappati alla repressione hanno creato l’Esercito Libero Siriano, un’organizzazione che conduce la lotta armata contro il regime di Assad. Due giorni fa hanno rivendicato un attacco contro un convoglio militare: 9 le vittime tra i governativi. La presenza degli oppositori e l’evidente sostegno delle autorità locali è la prova che la Turchia non vuole fare solo da spettatrice al massacro della popolazione. «Consideriamo quanto avviene in Siria – ha rimarcato il premier Erdogan – un fatto interno turco». Per Ankara esistono legami religiosi – con la maggioranza sunnita -, storici e territoriali che non possono essere dimenticati. Specie se Damasco uccide in modo indiscriminato – quasi 3 mila le vittime – e perseguita senza pietà i dissidenti. Ad Antakya, l’ Esercito libero ha creato una sua struttura di comando. C’ è l’ addetto ai media, un assistente del colonnello e qualche collaboratore. Non superano la mezza dozzina e sono loro a guidare circa 70 militari arrivati dalla Siria. Ma Al Asaad sostiene che sono molti più: «Quasi 10 mila uomini all’ interno della Siria, divisi in 18 battaglioni», ha dichiarato al New York Times . Cifre che paiono esagerate ma che non negano l’ evidenza di quanto sta accadendo nel Paese. Dopo aver subito, l’ opposizione ha iniziato a difendersi. E l’ obiettivo – come ripetono gli esuli – è il rovesciamento della dittatura. Una ribellione che però ha bisogno di aiuto. Ed è quello che chiede il colonnello sperando di ottenere più armi ed equipaggiamenti dalla «comunità internazionale». La Turchia, ufficialmente, non fornisce materiale bellico agli insorti e limita il suo sostegno agli aspetti umanitari. Ma molti osservatori ritengono che invece l’ impegno del Mit – il servizio segreto turco – sia molto più esteso. Gli 007, insieme a funzionari del ministero degli Esteri, garantiscono protezione a Riad Al Asaad e ai suoi uomini. C’ è infatti il pericolo di ritorsioni: un altro ufficiale è stato sequestrato dai siriani e riportato in patria. Se il patto tra turchi ed Esercito libero si amplierà per Damasco potrebbe nascere problemi seri. Per ora la resistenza non è apparsa molto strutturata. Deve contare sui fucili rubati ai militari e su quelli fatti arrivare dai contrabbandieri libanesi. Ma con un contributo continuo e stabile ha le possibilità di diventare una minaccia seria. È evidente che per la Turchia la crisi è l’occasione per confermare il suo ruolo politico regionale e manifestare la solidarietà ai musulmani trucidati dai mercenari di Bashar al-Assad. Inoltre Ankara risponde alle manovre messe in atto dai siriani. I servizi di Damasco hanno ripreso a collaborare con i curdi del PKK, responsabili di una serie di attacchi che hanno portato ad una rappresaglia turca. Il governo di Erdogan – e l’ intelligence – ritengono che all’ interno del movimento separatista sia prevalente la corrente filosiriana, contraria a qualsiasi compromesso sulla questione curda. Un motivo in più per Ankara per non girarsi dall’ altra parte.  Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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31 ottobre 2011

Assad minaccia l’ Occidente «Se intervenite, sarà l’ inferno». «La Siria si trasformerà in un altro Afghanistan»

Il presidente siriano Bashar al-Assad conosce le paure dell’ Occidente. Suo padre, lo scaltro Hafez, le ha sfruttate per una vita. E dunque il «giovane» le evoca per tenere la comunità internazionale lontana dalla crisi in Siria. Questa la sintesi del suo messaggio affidato con un’ intervista al Sunday Telegraph : «Noi rappresentiamo una cerniera. Un intervento esterno causerà un terremoto. Volete avere un altro Afghanistan o decine di Afghanistan? Brucerà l’intera regione. Se volete dividere la Siria dividerete l’intero scacchiere».

Lo scenario che prospetta il dittatore è quello del caos. O peggio di un contagio che infiammi i paesi vicini. Dunque se gli occidentali volessero ripetere l’operazione Libia, come chiedono molti negli Usa, rischierebbero di trovarsi in mano una situazione esplosiva. Assad sembra attaccarsi al famoso detto arabo: «Meglio il Diavolo che conosco che l’ Angelo che non conosco». E, in effetti, in alcune capitali, c’è il timore di favorire spinte radicali. Inoltre le intelligence occidentali sanno bene che Damasco, per quanto debole, può affidarsi ad iniziative clandestine. Da decenni finanzia gruppi terroristici o appoggia movimenti disposti a manovre diversive. È il caso dei separatisti curdi del PKK sostenuti nella lotta contro la Turchia, paese che fa da sponda al dissenso siriano. Agli inizi della rivolta, poi, i servizi segreti di Assad hanno mandato centinaia di attivisti palestinesi contro le posizioni israeliane sul Golan. Dimostrazione finita nel sangue. Nell’intervista, il presidente ha riconosciuto di aver commesso «molti errori» nell’ affrontare la piazza. Esilarante la spiegazione: «Abbiamo forze di polizia ridotte e siamo stati costretti ad impiegare l’ esercito che è addestrato a combattere al Qaeda. Succederebbe la stessa cosa anche da voi». Peccato che la Siria disponga di una mezza dozzina di apparati di sicurezza e che la repressione letale – oltre 3 mila vittime – sia stata condotta con l’aiuto di una milizia fedele al clan alawita. Assad, comunque, non appare disposto a cedere di un millimetro. Sostenendo la «differenza» del suo regime rispetto ad altri paesi, il presidente si è preso il merito di aver varato, immediatamente, delle «riforme» ma serve tempo per applicarle «in una società complicata». Discorsi che stridono con quanto avviene nelle città siriane dove ormai sono quotidiani gli scontri tra gruppi armati e le unità governative. L’ inizio di quella che si avvia ad essere una vera guerra civile. Guido Olimpio

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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13 novembre 2011

La «capitale dei ribelli» aspetta l’assalto finale. Schierate le truppe speciali a Homs, città simbolo come fu Misurata per i libici. Turchia. Si muove Ankara, preoccupata che la guerriglia del PKK riprenda vigore. Per aiutare i turchi, gli Usa hanno inviato 4 velivoli vicino al confine

Gli oppositori siriani difendono in modo strenuo Homs, la terza città del paese assediata dal regime. Un luogo che potrebbe diventare il simbolo di un martirio e indurre la comunità internazionale ad una reazione più vigorosa. Homs come la libica Misurata, capace di tenere testa ai gheddafiani (con l’ombrello Nato) e poi diventata una delle protagoniste della «rivoluzione». Infatti, l’opposizione siriana non si stanca di denunciare i massacri quotidiani compiuti dai governativi. Un cappio soffocante che rischia di stringersi in modo inesorabile. Fonti arabe e un rapporto segnalato dal centro studi americano «Stratfor» avvertono che Bashar al-Assad prepara l’ assalto finale a Homs. Gli ufficiali che hanno le loro famiglie in città sono stati invitati a farle partire mentre nuovi reparti della Guardia Repubblicana, appoggiati dalla milizia civile, sono in posizione. I quartieri più turbolenti sono già stati circondati da quasi 50 sbarramenti fissi e unità speciali hanno condotto diversi raid. Il presidente siriano – affermano gli osservatori – è impegnato in una scommessa. Schiantare Homs senza che questo provochi una risposta internazionale vera. Una strategia sul filo dell’ equilibrio con molte incognite. Il regime, pur essendo ancora in controllo, è rimasto sorpreso dalla tenacia di Homs. Più volte ha cercato di battere gli oppositori ma ogni volta è stato bloccato. Merito della coesione degli abitanti,  in gran parte sunniti, dell’organizzazione di gruppi armati che rispondono agli attacchi e dello spirito di questa città di 2 milioni di abitanti. Oltre a fare da bastione, è diventata anche un santuario per dozzine di soldati che hanno disertato. E con il passare delle settimane la città è diventata anche teatro di una lunga serie di omicidi. Sono caduti personaggi rimasti fedeli al potere così come dei dissidenti. Delitti a volte oscuri e che hanno fatto pensare anche a delle provocazioni. Uno stato di cose – spiegano gli analisti – che Bashar Assad non può più tollerare. Ed ecco la possibile offensiva. Il presidente si è convinto che la diplomazia sbraiterà, forse adotterà altre sanzioni ma non ha stomaco e voglia per un intervento. Il dittatore, che continua a godere dello scudo diplomatico russo e dell’ aiuto iraniano, è però molto attento alle mosse della Turchia, il Paese che più di tutti si è esposto in favore dell’ opposizione. Ankara ha aperto le porte all’ Esercito Libero Siriano – formazione di disertori – ed ha minacciato la creazione di una fascia-cuscinetto di trenta chilometri in terra siriana. Dichiarazioni forti accompagnate da gesti prudenti. Anche per Ankara gestire l’ emergenza è una scommessa insidiosa. I turchi sono convinti che se la guerriglia curda del PKK ha ripreso vigore è grazie anche all’ assistenza dei servizi siriani. Preoccupano gli attacchi in grande stile, il ritorno delle azioni suicide e gesti dimostrativi come quello del traghetto dirottato. Segnali di un piano ben concertato. Alzare l’ impegno in Siria può voler dire un inasprimento del conflitto con i separatisti curdi, abili nello sfruttare le rivalità regionali. Inoltre, poiché siamo una delle cerniere geografiche del mondo, le implicazioni sono più ampie. A metà ottobre sono arrivati nella base di Incirlik (Turchia) 4 velivoli senza pilota americani che spieranno i movimenti del PKK e forniranno – anche se con una complessa catena di comunicazione – dati cruciali ai turchi. Una presenza che combina l’ assistenza di Washington ad Ankara con la possibilità di avere mezzi da ricognizione adeguati in un’ area critica. La Siria, in fondo, non è troppo lontana.  Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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13 novembre 2011

Svolta alla Lega araba. La Siria in quarantena. Sospensione, sanzioni e ritiro degli ambasciatori . Quasi unanimità. Solo Yemen e Libano hanno votato contro. Per Damasco è una «mossa illegale». Il saccheggio. I fedelissimi di Assad hanno saccheggiato l’ambasciata saudita nella capitale siriana

Un annuncio che ha sorpreso molti. Una rara presa di posizione della Lega Araba criticata da sempre per essere sede di burocrazia inutile e  di profonde rivalità, «club di dittatori» anziché forum del coordinamento politico e economico per cui fu fondata nel 1945. Con 18 voti su 22, la Jami’ a Al Arabiya ha approvato ieri al Cairo la sospensione della Siria da mercoledì prossimo, a causa del protrarsi della durissima repressione della rivolta che dura da marzo. Una decisione «sofferta», ha ammesso Sheikh Hamad Al Thani, ministro degli Esteri del Qatar a cui spetta la presidenza di turno e che molto ha premuto per arrivare a quel voto. «Ci hanno criticato per aver atteso a lungo, ma dovevamo avere la maggioranza per muoverci». E la maggioranza c’è stata. A favore Paesi tradizionalmente rivali di Damasco e dell’alleato iraniano, a partire dall’Arabia Saudita, ma pure Stati finora cauti nello schierarsi contro chi reprime rivolte che loro stessi stanno affrontando come l’Algeria, su cui avrebbe pesato la pressione di Parigi. Astenuto l’ Iraq, contrari lo Yemen (in piena guerra civile) e il Libano (dove l’ influenza di Damasco resta potente). Non ha votato la Siria, il cui rappresentante ha definito la mossa «illegale e pilotata da Usa e Europa». A Damasco la «piazza» filo-Assad ha reagito in serata saccheggiando l’ ambasciata saudita e assaltando quella del Qatar, a Latakia attaccati i consolati di Francia e Turchia. Il voto di ieri, nei dettagli, vieta al regime di Bashar al-Assad di partecipare a ogni iniziativa della Lega finché non sarà rispettato il patto del 2 novembre con la stessa organizzazione: fine delle violenze, ritiro delle forze di sicurezza dalle città, rilascio dei prigionieri, libertà d’ espressione, presenza di osservatori stranieri, apertura di un dialogo nazionale. Promesse mai mantenute e finché non lo saranno gli ambasciatori dei Paesi della Lega lasceranno Damasco (ogni capitale deciderà in merito), saranno varate sanzioni «economiche e politiche» da precisare. Importante: la Lega continuerà i contatti con tutta l’opposizione siriana, invitata a un summit al Cairo già martedì e se la violenza non si fermerà l’ organismo, parola del segretario generale Nabil Al Araby, «contatterà le organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite». Un impegno cruciale, dopo che in ottobre le sanzioni dell’ Onu erano state bloccate da Pechino e Mosca, che ora potrebbero rivedere la loro posizione. Gli ultimi mesi offrono un precedente: la risoluzione Onu che diede il via all’ intervento Nato in Libia fu anticipata in febbraio proprio dalla sospensione della Jamahiriya dalla Lega Araba. Da mesi gli analisti e i politici sottolineano come i casi dei due Paesi siano diversi, in Siria un intervento militare internazionale è di fatto da escludere. Ma è indubbio che lo schierarsi della Lega Araba contro Assad, nonostante il suo presentarsi come «campione del nazionalismo arabo», sia una svolta cruciale: compiuta in sintonia con l’ Occidente è la necessaria premessa a un vero coinvolgimento della comunità internazionale. Da Washington a Bruxelles, passando per le maggiori capitali europee, ieri le reazioni sono state di totale adesione alla decisione presa al Cairo. «Applaudo questa tappa importante», ha dichiarato Barak Obama, mentre Catherine Ashton, capo della diplomazia europea, esprimeva il «pieno sostegno della Ue», che domani a Bruxelles riunirà il Consiglio Esteri per approvare nuove sanzioni anti-Damasco. Dalla Farnesina, e dalle diplomazie di Parigi, Berlino sono inoltre arrivati espliciti appelli all’ Onu perché il suo Consiglio di Sicurezza segua l’ esempio della Lega Araba, che almeno questa volta non ha deluso. 

3.500 vittime civili: è la stima dell’ Onu dall’ inizio della rivolta in marzo 

Cecilia Zecchinelli

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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14 novembre 2011

Siria, ambasciate sotto assedio. Assad scatena la piazza ma è sempre più isolato nel mondo arabo. Erdogan: “La comunità internazionale ora reagisca con una sola voce”

L’ultimatum a Damasco lanciato sabato dalla Lega Araba non è caduto nel nulla, a differenza dei mille richiami e minacce internazionali, nonché degli impegni firmati con l’ organismo del Cairo da Bashar al-Assad, il 2 novembre, per mettere fine alla repressione. La decisione di sospendere la Siria dalla Lega da mercoledì prossimo, se quegli impegni resteranno ignorati, ha suscitato forti reazioni nel Paese, di segno opposto. La «piazza» pro-regime ha risposto con rabbia: sabato notte in migliaia hanno assalito le ambasciate di Arabia Saudita, Qatar e Turchia a Damasco, i consolati di Parigi e Ankara a Latakia e Aleppo. Ieri, mentre le sedi diplomatiche venivano finalmente protette dalle forze dell’ ordine, in decine di migliaia hanno continuato a protestare contro l’ «illegale verdetto» della Lega in molte città, mentre esercito e guardie presidenziali sparavano sulle manifestazioni pro democrazia, uccidendo una decina di civili. Ma l’ incidente è tutt’ altro che chiuso: Riad, Doha, Parigi e Ankara ieri hanno protestato formalmente per gli attacchi, convocando i rappresentanti siriani nei Paesi. La Turchia, ex alleata di Damasco, ha evacuato una sessantina di diplomatici «non essenziali» e i famigliari, appellandosi alla comunità internazionale perché reagisca con «una sola voce» alle brutalità di Assad. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu in serata ha incontrato il Consiglio Nazionale Siriano (Cns), l’organismo unitario dell’opposizione nato a Istanbul in settembre, che mira ad assumere lo stesso ruolo del Cnt libico. Un obiettivo lontano: anche se il Cns ha già in corso contatti ufficiali con vari governi e la Lega araba, nessuno Stato l’ha riconosciuto come rappresentante legale della Siria. Ma la crescente attenzione internazionale al Consiglio è un ulteriore colpo al regime di Assad, anche se certo più efficace è stato il voto della Lega di cui la Siria fu fondatrice nel 1945. Ieri Damasco ha reagito alla «quarantena» con una parziale apertura: il primo invito a esponenti della Lega a recarsi in Siria per «trovare una soluzione». E fin dal mattino chiedendo con insistenza la convocazione di un summit straordinario dell’ organismo. Richiesta che per ore non ha avuto risposte: il segretario generale Nabil Al Araby ha solo dichiarato che la Lega stava preparando «meccanismi per proteggere i civili in Siria», lasciando Assad in attesa. Poi dal governo di Algeri, il meno convinto tra i 18 che sabato avevano votato contro Damasco, è arrivata notizia che i ministri degli Esteri si convocheranno sul caso siriano a Rabat il 16 novembre. Proprio il giorno in cui dovrebbe scattare la sospensione con sanzioni e altre misure. Difficile che in tre giorni tutto cambi in Siria, sicuro che le diplomazie della regione sono ora in fermento per studiare strategie e definire i limiti per un eventuale compromesso. Ma Assad ha sempre meno alleati mentre i suoi nemici, soprattutto nel Golfo, non sono disposti a nuove concessioni. 

Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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15 novembre 2011

Re Abdullah: «Bashar lasci». E la folla assalta l’ambasciata di Giordania 

È re Abdullah di Giordania il primo leader arabo a chiedere apertamente a Bashar Al Assad di dimettersi da raìs della Siria: «Se ha interesse per il suo Paese lasci il potere, creando le basi per avviare una nuova fase nella vita politica – ha detto ieri alla Bbc -. E se chi lo sostituirà non cambierà il sistema non servirà a niente». In risposta, i fedelissimi di Bashar hanno assaltato in serata l’ ambasciata giordana a Damasco. Un attacco che è un déjà-vu. Tre giorni fa, la Lega Araba aveva votato quasi all’ unanimità la sospensione della Siria dall’ organismo dal 16 novembre: poche ore dopo l’ ambasciata saudita nella capitale siriana era stata saccheggiata, quelle della Turchia e del Qatar assaltate. Il ministro degli Esteri di Assad ieri s’ era scusato. E domani la Lega Araba a Rabat terrà un vertice d’ emergenza per confermare o eventualmente cancellare la sospensione, come vorrebbe Damasco che ha insistito per la nuova riunione. Ma dopo otto mesi di repressione e quasi 4 mila morti, il fronte anti-Assad è ormai molto vasto. In Occidente, dove ieri l’ Unione Europea ha varato nuove sanzioni economiche, mentre cresce la richiesta all’ Onu perché addotti simili misure. Ma anche nel mondo arabo: il re di Giordania non sarà l’ ultimo a chiedere a Bashar di andarsene.  Zecchinelli Cecilia

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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17 novembre 2011

Blitz dei «disertori». Attaccata una base degli 007 siriani. Il regime prende di mira le ambasciate. La Lega Araba. L’organismo ha concesso a Damasco altri tre giorni per mettere fine alle violenze

Disertori armati di razzi, granate e mitragliatrici che assaltano la base fuori Damasco dell’Intelligence dell’ Aviazione, solo di nome legata alle Forze aeree, in realtà la più potente e temuta agenzia di 007, in prima fila nella repressione di ogni minaccia contro l’ assoluto potere di Bashar al-Assad. È il primo attacco ad un importante obiettivo strategico dall’inizio della rivolta in marzo: oltre al valore simbolico, svela come l’ opposizione siriana si stia organizzando anche militarmente e osi operazioni che vanno al di là delle imboscate a soldati lealisti. Indica inoltre come il piano mai dichiarato ma evidente di Turchia, Arabia Saudita e Qatar per rovesciare il regime sia entrato in una nuova fase. Non solo sul campo: ieri a Rabat due vertici chiave della Lega Araba e del Forum arabo-turco hanno confermato che le diplomazie della regione sono determinate ad agire. È guidato dal colonnello disertore Riyad al-As’ad, esule in Turchia da luglio, l’Esercito Libero Siriano che ha rivendicato l’ azione di ieri: insieme alle forze del primo ufficiale che defezionò in giugno, colonnello Hussein Harmouche, conterebbe già 17 mila uomini, certo in contatto con i turchi e armati secondo fonti anche dai sauditi. I dettagli dell’ attacco e il numero delle vittime restano oscuri. Si sa solo che l’ intervento degli elicotteri d’ assalto del raìs ha interrotto l’ azione, che la liberazione dei prigionieri politici nella base è fallita. Ma l’ operazione segna comunque un colpo terribile per Assad, sempre più isolato. E disperato: ieri i suoi fedelissimi hanno assalito le ambasciate a Damasco di Marocco ed Emirati, dopo i recenti attacchi alle sedi di Turchia, Arabia, Qatar, Giordania e Francia. Parigi ha richiamato ieri il suo ambasciatore, seguendo l’esempio di Washington, Riad e altre capitali arabe. «Vista l’ inerzia dell’ Occidente, l’ opposizione punta tutto sui Paesi arabi e la Turchia; qualcuno inizia a parlare di un loro intervento militare anche in chiave anti-Iran, uno dei pochi alleati rimasti a Bashar, nemico invece dei governi sunniti che non tollerano più la sua interferenza in Iraq, Libano, Gaza e Bahrain», dice un diplomatico a Damasco. E ieri i due vertici di Rabat hanno forse deluso per non aver sancito azioni immediate, ma confermato che il cerchio intorno ad Assad si stringe.

L’incontro del Forum arabo-turco ha infatti escluso «l’intervento straniero» ma ha preannunciato «misure urgenti per difendere i civili». Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha previsto ulteriori sanzioni, poche ore dopo i nuovi avvertimenti del premier Recep Tayyip Erdoğan a «Bashar» (chiamato irrispettosamente per nome), la cancellazione di un contratto petrolifero e la minaccia di tagliare la vendita di elettricità a Damasco.

La Lega Araba, che sabato aveva deciso con 18 voti su 22 la sospensione della Siria dall’ organismo e altre misure a partire da ieri, ha concesso altri tre giorni a Damasco per mettere in atto il piano di pace siglato il 2 novembre e mai rispettato. Nell’ ipotesi (più che probabile) che Assad ignori anche la nuova scadenza scatteranno allora «sanzioni economiche», ha detto Sheikh Hamad Al Thani, ministro degli Esteri del Qatar cui spetta la presidenza di turno, senza però precisare se a quel punto la sospensione sarà operativa. Se le violenze invece finiranno, l’ organismo invierà subito in Siria una delegazione di osservatori. «Non è un ultimatum – ha detto Sheikh Hamad nella conferenza stampa, facendo un chiaro tentativo di diplomazia – ma va detto che per quanto riguarda i nostri tentativi siamo quasi arrivati alla fine della strada». Cecilia Zecchinelli

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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19 novembre 2011

Ipotesi no-fly zone sulla Siria. La Turchia alza la pressione. Gli Usa: «Rischio guerra civile»

Bashar al-Assad se ne deve andare. È su questo scenario che la Turchia sta puntando tutte le sue carte. I dissidenti siriani sono ormai di casa ad Ankara e hanno già incontrato due volte il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu. Allo studio ci sarebbe anche un piano per creare una no-fly zone all’ interno della Siria, una sorta di zona cuscinetto di qualche chilometro a nord di Aleppo in cui dare rifugio a chi fugge dalla repressione e da cui dirigere la rivolta contro il dittatore. Una sorta di Bengasi siriana che consentirebbe a Erdogan di frenare il flusso dei profughi nel suo territorio. Lo hanno rivelato nei giorni scorsi alcuni membri del neonato Consiglio Nazionale Siriano. E il leader dei Fratelli musulmani in esilio Mohammad Riad Shakfa ha voluto dare il suo placet all’ operazione affermando da Istanbul che «il popolo siriano accetterà un intervento militare proveniente dalla Turchia». Il governo turco si è limitato a non smentire il progetto: «Potrebbe essere necessario applicare alcune misure se la Siria continuerà ad attuare la repressione sui civili – ha detto il capo della diplomazia Davutoglu -. Dapprima queste azioni dovrebbero essere economiche ma poi saranno valutate altre opzioni». Di certo negli ultimi giorni Ankara ha alzato i toni dello scontro in modo drammatico. Il ministro degli Esteri ha ipotizzato che Damasco sia sull’ orlo di «una guerra civile». Opinione condivisa anche dal segretario di Stato americano. «Penso che potrebbe esserci una guerra civile con un’ opposizione molto determinata, ben armata e alla fine ben finanziata», ha detto Hillary Clinton alla tv Nbc . Mentre il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan ha accusato la comunità internazionale di non «seguire con sufficiente interesse quanto accade in Siria perché non possiede abbastanza petrolio». Al momento, comunque, un’azione militare sembra remota. «I Paesi coinvolti agiranno con molta prudenza quando si tratterà di discutere della possibilità di usare la forza ha detto al Corriere Ross Wilson, ex ambasciatore americano in Turchia e oggi direttore del Dinu Patriciu Eurasia Center all’ Atlantic Council -. Le circostanze a Damasco sono molto diverse da quelle della Libia. E anche se Erdogan mi è sembrato invocare disperatamente un’ azione più decisa da parte della comunità internazionale, penso che difficilmente questa possa essere militare». Non esclude, invece, l’ uso della forza l’ ex senatore americano Chuck Hagel che è tra i consiglieri di Barack Obama: «Se le cose continuano ad andare così – ha detto a margine del Forum dell’ Atlantic Council a Istanbul – e Assad rimane al potere si potrebbe profilare un intervento internazionale». Di certo Davutoglu ha messo in chiaro che la Turchia non ha alcuna intenzione di agire unilateralmente. «Abbiamo un perfetto coordinamento con la Lega Araba – ha spiegato – e anche con gli Stati Uniti. Questa è una cosa che dobbiamo fare tutti insieme». L’ obiettivo di Ankara è quello di far pressione sul Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché vari una risoluzione contro Damasco. «Ma sormontare la contrarietà di Russia e Cina al momento sembra impossibile – spiega al Corriere Ardu Batu, vicepresidente dell’ ong Ari Movement -. Penso che per ora la Turchia si limiterà ad aiutare l’ opposizione per fiaccare il regime siriano dall’ interno».

La Turchia, ex alleata della Siria, ospita circa 19 mila rifugiati siriani 

Ricci Sargentini Monica

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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21 novembre 2011 

Siria sull’ orlo della guerra civile: razzi contro la sede del partito di Assad

Gli americani avvertono che la Siria sta scivolando verso la guerra civile mentre il regime lo nega. Ma le notizie fanno pensare che il Paese abbia ormai raggiunto il punto di non ritorno. L’opposizione ha aumentato le incursioni nelle città. Con agguati alle forze dell’ ordine e attacchi contro luoghi simbolo. Dopo aver colpito la sede dei servizi segreti dell’ aviazione, è toccato agli uffici del Partito Baath in uno dei quartieri più protetti di Damasco. Un commando, forse arrivato in moto, ha lanciato una granata assordante e tirato dei razzi anticarro. Pochi i danni ma grande l’ effetto propagandistico. Tanto è vero che il ministro degli Esteri siriano Walid Muallem ha dapprima smentito l’ attentato ma poi lo ha confermato indirettamente. Lo stesso esponente governativo, sottolineando la gravità del momento, ha affermato: «Se ci vogliono costringere a combattere, combatteremo». Discorsi bellicosi comparsi anche in un’ intervista del presidente Bashar al-Assad. Dopo aver versato lacrime di coccodrillo – «Sono addolorato per lo spargimento di sangue» -, ha ribadito la sua intenzione di «resistere». La parole del regime si rispecchiano nei comportamenti sul terreno. Damasco ha finto di accettare il piano per l’ invio di osservatori, poi ha opposto una serie di emendamenti respinti dalla Lega araba. E sabato è scaduto l’ ultimatum lanciato dalla stessa Lega sulla fine della repressione. Il governo oppone il suo muro anche se sostiene che vi sarebbero ancora margini di trattativa. Alla pressione diplomatica segue quella degli insorti che agiscono su più fronti. A nord ci sono gli elementi dell’Esercito Libero Siriano, composto da disertori, che beneficiano dell’ appoggio turco. A sudovest operano altri nuclei che hanno le loro basi nelle zone di confine libanesi. Sono ancora realtà minori che tuttavia guadagnano punti con il trascorrere dei giorni. In queste condizioni i pericoli di una lotta di  tutti contro tutti sono concreti. Quanto avviene ad Homs ne è la dimostrazione. Uno scontro militari-ribelli accompagnato da molte faide, anche etniche. Non si contano più le sparizioni, i rapimenti, gli omicidi compiuti da diverse fazioni. Nelle strade sono comparsi diversi cadaveri decapitati. Il timore di molti osservatori è che Damasco non abbia più la capacità di imporre il suo ordine ma che neppure i ribelli (da soli) possano sperare di prevalere. Uno scenario che inquieta molti perché significa instabilità perenne e soddisfa, invece, chi spera che la Siria resti imbrigliata nei suoi problemi e non sia più in grado di fare da sponda all’ Iran. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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24 novembre 2011 

Parigi: «Corridoi umanitari in Siria». La Francia riconosce il Consiglio d’opposizione e apre uno scenario libico

Di fronte a 4.000 morti in otto mesi, la diplomazia internazionale cambia passo nei confronti della Siria e anche stavolta, come fu per la Libia, è la Francia a condurre il gioco. Ieri il ministro degli Esteri, Alain Juppé, ha incontrato Burhan Ghalioun, sociologo della Sorbona catapultato alla guida dell’opposizione siriana all’estero. Al termine del colloquio, Juppé ha dichiarato che «il Consiglio Nazionale Siriano è l’interlocutore legittimo della Francia, con il quale continueremo a lavorare». Non è ancora un riconoscimento formale, come quello che investì il Consiglio di transizione libico il 17 marzo scorso, ma poco ci manca. Non solo. Pur escludendo esplicitamente un intervento militare diretto, il ministro Juppé ha evocato la possibilità di creare dei «corridoi umanitari» per alleviare le sofferenze della popolazione siriana: «Chiederò alla prossima riunione del Consiglio dei ministri europei di mettere questo tema all’ ordine del giorno». Il portavoce dell’ Alto rappresentante della politica estera europea, Catherine Ashton, ha subito risposto da Bruxelles che «l’ Ue è pronta a impegnarsi con il Consiglio nazionale siriano», aggiungendo che «la protezione dei civili è sempre più urgente». Nei giorni scorsi la Turchia, che condivide con la Siria 900 chilometri di confine, ha ipotizzato la creazione di una «zona cuscinetto» nel Nord del Paese vicino per evitare l’ afflusso incontrollato di profughi e ieri l’ ambasciata americana a Damasco ha esortato i connazionali a lasciare «immediatamente» il Paese. Il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi ribadisce comunque che «un intervento armato in Siria o in Iran non è all’ orizzonte».

Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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24 novembre 2011

«Sale la tensione ma una guerra è da escludere». C’è consenso su una «zona cuscinetto» tra Turchia e Siria. «La spallata finale al regime verrà dal Medio Oriente»

La Francia si prepara a riprodurre uno scenario libico in Siria?

«Non credo, non ci sono le condizioni per ripetere l’ esperienza anche in Siria, almeno in forma diretta».

Il politologo Dominique Moïsi, fondatore dell’ Ifri (Istituto francese di relazioni internazionali), sottolinea che la situazione geografica, economica ed etnica della Siria è diversa e porta a escludere una nuova guerra. Ma, a suo avviso, siamo comunque a una svolta. Ieri il ministro Juppé ha riconosciuto il Consiglio Nazionale Siriano come interlocutore legittimo. L’ intervento contro Gheddafi cominciò così.

«È vero. Stavolta però si tratta di una forma di pressione sul regime e non il preludio a un’ alleanza militare».

Che significa l’ apertura di «corridoi umanitari»?

«Juppé nei giorni scorsi è andato in Turchia e credo sia stato raggiunto un consenso sulla creazione di un “santuario” al confine tra Turchia e Siria. Ma, anche qui, si tratta più che altro di una minaccia politica, non di un piano operativo».

Un anno e mezzo fa il premier francese François Fillon è volato a Damasco per stringere la mano a Bashar Assad e proporre la collaborazione della Francia nella costruzione di una metropolitana nella capitale. Come per Gheddafi, questi episodi non sono ora imbarazzanti?

«Non troppo. Gli Stati agiscono sulla base delle condizioni oggettive, rebus sic stantibus . Allora la Francia incoraggiava la Siria a uscire dall’ isolamento, poi il regime di Assad è stato protagonista di un’ involuzione e Parigi ne prende atto».

Perché la Francia, dopo gli errori in Tunisia ed Egitto, gioca da protagonista nelle primavere arabe?

«C’ è un attivismo del presidente Sarkozy, senza dubbio. Ma al di là di questo, è la Storia a imporre la sua agenda. L’ intervento in Libia è nato anche per non ripetere i passi falsi precedenti e il protagonismo in Siria nasce dall’ indubbio successo diplomatico, non solo militare, a Tripoli».

La Turchia è stata a lungo alleata della Siria, oggi Erdogan paragona Assad a Hitler. Quale può ruolo giocare Ankara?

«Fondamentale. La Turchia è la chiave. E la Francia distende le relazioni con Ankara: non vi vogliamo in Europa, ma vi riconosciamo come potenza regionale».

E la Lega Araba?

«Importante anche lei. Il rigetto di Assad avverrà su base regionale. È il Medio Oriente che lo sta cacciando».

La comunità internazionale è concentrata sulla crisi finanziaria. Resta spazio per occuparsi del Medio Oriente?

«Non molto. Ma, a torto o a ragione, c’ è la convinzione che Damasco stia per cadere. La Francia pensa che ormai manchi poco, solo la spallata finale. Così si spiegano gli annunci di ieri». 

Montefiori Stefano

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 novembre 2011

Sanzioni alla Siria. La Lega araba punisce Assad. Blocco dei beni e bando ai viaggi. Reazioni. Damasco accusa: «È un tradimento della solidarietà»

Bashar al-Assad e suo padre Hafez avevano promosso la Siria come «madre della nazione araba». Ora la «nazione araba» gli si rivolta contro. Dopo la sospensione di Damasco votata l’ altra settimana e una serie di avvertimenti rimasti inascoltati, ieri i ministri degli Esteri della Lega Araba riuniti al Cairo hanno adottato l’ annunciato pacchetto di sanzioni contro la Siria. La prima «punizione» nei confronti di un Paese «fratello» è stata votata con 19 sì, il solo no del Libano (dove resta forte l’ influenza siriana) e l’ astensione dell’ Iraq (suo maggior partner commerciale dopo l’ Europa). La nuova tappa delle pressioni esercitate dall’ organismo panarabo su Damasco nel tentativo di porre fine agli oltre otto mesi di brutali violenze contro la popolazione arriva dopo che la Siria ha fatto scadere, venerdì, l’ ultimatum sulla firma del protocollo per la missione degli osservatori che avrebbero dovuto monitorare la risposta del regime di Assad alla crisi. Le sanzioni economiche saranno operative «da subito», ha precisato ieri il premier e ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Hamad ben Jassem al-Thani. Tra i provvedimenti adottati, il congelamento dei conti bancari del governo, il divieto di visto di ingresso agli esponenti del regime, la sospensione dei voli commerciali tra le capitali arabe e Damasco, lo stop delle relazioni con la Banca centrale siriana, delle transazioni commerciali e degli investimenti nel Paese. Non saranno bloccate le rimesse dei siriani all’ estero, per non penalizzare troppo la popolazione. Le misure stringono la morsa a un’ economia già provata dalle sanzioni americane ed europee. E accrescono l’ isolamento politico di Damasco, già abbandonata da un altro ex vicino amico, la Turchia. La Siria, uno dei sei paesi fondatori della Lega Araba, ha parlato di «tradimento della solidarietà araba». Il ministro degli Esteri Walid al-Moallem ha accusato il gruppo di voler «internazionalizzare» il conflitto chiedendo sostegno all’ Onu. «Tutti i passi che stiamo portando avanti – ha detto lo sceicco qatariota Al Thani – servono a scongiurare un intervento straniero in Siria. Ci riusciremo? Non lo so. Speriamo di farcela». Il segretario generale della Lega, Nabil Elaraby, ha ricordato che il blocco riconsidererà le sanzioni, se la Siria applicherà il piano di pace che prevede l’ ingresso nel Paese di osservatori e il ritiro dei mezzi armati dalle strade.  Muglia Alessandra

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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2  dicembre 2011

Consiglieri inglesi e francesi per i ribelli siriani

L’ Onu certifica la realtà: in Siria è in corso una «guerra civile» che ha già provocato 4 mila morti. Una cifra, avverte l’ Alto Commissariato sui diritti umani, che potrebbe però essere più alta. E il futuro prevede altra tempesta. Il regime non cede mentre gli oppositori si stanno organizzando. Al fianco degli insorti – secondo fonti arabe – sono ormai schierati molti consiglieri stranieri. Turchi, membri delle forze speciali inglesi e francesi, militari dei paesi del Golfo che avrebbero favorito il flusso di armi leggere. A loro si sono aggiunti – stando a voci incontrollabili – anche 600 combattenti arrivati da Tripoli. Una «missione» coordinata dall’ ex qaedista Belhadj e oggi figura di spicco nella nuova Libia. L’ ufficiale ha anche partecipato a un summit segreto ad Ankara per studiare come ampliare la collaborazione. La task force eterogenea avrebbe un centro di comando nella località turca di Iskenderun. Uno snodo chiave nel caso in cui la Turchia, con il sostegno occidentale e della Lega Araba, possa creare una fascia di sicurezza per proteggere la popolazione siriana. La Siria rischia dunque di diventare l’ obiettivo di tre azioni concertate. 1) Una «guerra segreta» condotta da 007 stranieri in appoggio all’ Esercito libero composto dai disertori. 2) Una guerriglia strisciante portata avanti dagli oppositori. 3) Una pressione diplomatica continua che fa perno sulle sanzioni economiche. Nel corso di una riunione ad Hatay (Turchia) gli oppositori «politici» e quelli «militari», nel timore che la rivolta sfugga di mano, hanno deciso di coordinare le loro azioni. In conseguenza di ciò l’ Esercito libero dovrebbe agire solo come forza di autodifesa evitando di attaccare le unità governative. Gli avversari di Assad tentano così di respingere le accuse di essere dei «terroristi» sunniti che danno la caccia agli alawiti (al potere) e alle altre minoranze. Buoni propositi che si scontrano però con una realtà complessa sul terreno. Sull’ altro fronte non stanno a guardare. La stampa araba ha segnalato la presenza a Damasco di esperti nord coreani e iraniani mentre Mosca ha deciso l’ invio di due unità della Marina verso la Siria. Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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11 dicembre 2011

Terzi incontra l’ opposizione anti Assad: ipotesi corridoi umanitari

Per porre fine alla repressione in Siria la strada maestra rimane quella delle sanzioni economiche appoggiate da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ Onu. Ne è convinto il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi che ieri ha incontrato alla Farnesina una delegazione del Consiglio Nazionale Siriano (Cns) che raggruppa le principali forze dell’ opposizione a Bashar Assad. «L’ Italia ha una sua sensibilità politica nella regione – ha detto Terzi – per i suoi rapporti forti con il popolo siriano. Il nostro primo obiettivo è arrivare a un processo di stabilizzazione del Paese e ad una via d’ uscita da questo terribile frangente di violenze e morte». Il bilancio della repressione da parte del regime, dopo nove mesi, è pesantissimo. Stime ufficiali parlano di 4.500 morti ma Burhan Ghalioun, il sociologo della Sorbona che dallo scorso agosto è presidente del Consiglio Nazionale Siriano, ha riferito che le persone in patria riferiscono «di diecimila morti che si aggiungono ai ventimila scomparsi e ai settantamila arrestati». c ha chiesto a Terzi e al resto della comunità internazionale di far pressione sulla Russia perché accetti di varare una risoluzione Onu contro Damasco. «È responsabilità dell’ Onu proteggere la popolazione siriana – ha aggiunto il presidente del Cns -. Nel mio Paese non c’ è una guerra civile ma un regime dittatoriale che cerca di reprimere il suo popolo e di mettere le varie comunità una contro l’ altra». Terzi ha assicurato che il governo italiano proseguirà a lavorare per una risoluzione al Consiglio di sicurezza dell’ Onu che «chiarisca erga omnes l’ impostazione di pressione economica sul regime». Tra i problemi affrontati ieri a Roma c’ è stato anche quello, importantissimo, dell’ assistenza ai civili. «Abbiamo discusso delle modalità per far pervenire gli aiuti umanitari nei Paesi limitrofi – ha spiegato il ministro -. Alcuni interventi sono già in corso per esempio nei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia. Stiamo operando in questa direzione, soprattutto in campo medico». L’ Italia, poi, non scarta a priori l’ ipotesi della creazione di corridoi umanitari: «Su questo – dice Terzi – non ci sono piani specifici ma quando ci saranno siamo disposti a valutare le proposte». Anche se il problema, avverte la Farnesina «è complesso per via dello spiegamento di forze del regime e perché è prevedibile che la Siria non darebbe il suo consenso» a un’ operazione del genere. Una soluzione potrebbe essere rappresentata dall’ arrivo a Damasco degli osservatori della Lega Araba per stabilizzare alcune zone e favorire l’ accesso degli aiuti. Ma anche su questo il sì di Damasco tarda ad arrivare. Monica Ricci Sargentini 

Ricci Sargentini Monica

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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11 dicembre 2011

Sul confine con i ribelli siriani: «Le campagne già in mano nostra». Lo Stato maggiore: «Una no fly zone per aiutarci a vincere». La Nato e le armi. I dissidenti non chiedono l’ intervento militare della Nato ma armi per liberarsi da soli. Oleodotto. La guerriglia giovedì scorso ha fatto saltare un importante oleodotto che porta greggio a Homs

Sono i giganteschi teli in plastica blu scuro che aiutano ad individuare la tendopoli dei profughi siriani alla periferia occidentale del villaggio turrito di affusolati minareti ottomani. Macchie colorate, che sbocciano dal grigiore delle nebbie invernali fradice di pioggia e risaltano festose sul sottofondo delle colline coperte a pinete. Potrebbero sembrare tanti messaggi di benvenuto dal governo di Ankara ai poveracci che fuggono la violenza della repressione militare voluta da Damasco. Ma la realtà è meno rosea. «Li hanno imposti i militari turchi per evitare che giornalisti e fotografi stranieri o locali riprendano la vita nel campo. La verità è che noi qui siamo ben accolti se riusciamo a dimostrare di essere profughi politici. Però assolutamente dobbiamo mantenere un basso profilo. Nessun reporter può entrare nel campo senza il beneplacito delle autorità turche», sostiene il 36enne incontrato alle porte della tendopoli, proprio dove inizia una delle palizzate che sostengono i teli, sino ad agosto residente a Latakia, ma poi sfollato, «perché altrimenti sarei stato impiccato dai sicari di Bashar Assad». Pochi giorni fa due fuggiaschi, che sembra arrivassero braccati dalla città-martire di Homs, hanno creato gravi tensioni quando, forse impauriti dai doganieri turchi, hanno dichiarato di «voler cercare lavoro» e sono stati bloccati provocando cortei e proteste. La sua storia è molto simile a quelle dei circa 2.000 abitanti del campo. «Ho partecipato alle manifestazioni contro la dittatura sin dal loro inizio in marzo. Ma a metà agosto le truppe governative sono diventate più aggressive. Assad ha armato e aizzato i fedelissimi tra la minoranza alawita. A Latakia sono circa 200.000 su 800.000 abitanti. I loro informatori si sono infiltrati dovunque. Ho deciso di fuggire quando il mio quartiere è stato bombardato dalla marina militare e dai carri armati. Da allora attendo l’ aiuto della comunità internazionale che ci permetta di tornare alle nostre case. Qui l’ esistenza è sicura, però noiosissima. Ci garantiscono tutto: dalle tende calde al cibo. Ma non riesco a trovare lavoro», spiega ancora stando ben attento a tenere segreta la sua identità. «I miei parenti rimasti in Siria sarebbero immediatamente arrestati e forse uccisi», aggiunge.

Sono sei i campi profughi costruiti negli ultimi mesi dalla Turchia lungo il confine con la Siria. In tutto tra le 7.000 e 10.000 persone (impossibile dire invece quanti si sono dispersi nel Paese una volta passata la frontiera). Un settimo, a Karbeyaz, lungo la fascia di colline che si allungano verso Aleppo, ospita poche centinaia di disertori che ora costituiscono i quadri dirigenti del Nuovo Esercito Siriano Libero, fondato in luglio dal colonnello Rifa’at al-Assad. In questo periodo con lui è difficile parlare, occorre tra l’ altro il beneplacito del ministero degli Esteri di Ankara. Ma abbiamo contattato il suo stato maggiore nel campo guidato dal colonnello Abdel Sattar Taissim Yunso. «Ci sono ormai decine e decine di migliaia di soldati dell’esercito regolare siriano pronti a passare dalla nostra parte. Ma attendiamo. Ci mancano le armi pesanti contro l’ aviazione, le navi da guerra e i carri armati ancora a disposizione della dittatura. Risultato è che la nostra guerriglia controlla ormai larga parte delle campagne. Ma le città maggiori – a partire da Damasco, Aleppo e Latakia – restano nelle mani del governo. Si combatte invece nei centri di Hama, Homs, Idleb e sulle principali vie di comunicazione», sostengono. Le vostre prossime mosse? «Elaborare una strategia comune con i dirigenti politici del Consiglio Nazionale Siriano, che raccoglie le voci più note dell’ opposizione. Siamo appena usciti con un documento-appello congiunto alla comunità internazionale per la creazione di no fly zone su tutto il Paese e una regione cuscinetto a ridosso del confine turco. Questo ci garantirebbe lo spazio necessario per organizzarci. C’è dibattito per un eventuale intervento Nato come in Libia. Ma sembra proprio che la maggioranza di noi non lo voglia, tenuto conto tra l’ altro che la stessa Nato è assolutamente restia. Se ci vengono dati gli strumenti minimi, saremo in grado di liberarci da soli». Visti però dai vicoli sconnessi di Yayladagi i progetti della rivoluzione appaiono perlomeno ottimisti. Qui la popolazione turca sembra sostenere in massa il regime di Assad. «Vogliono la democrazia e sarà il caos come in Iraq e Libia», dicono in tanti, che non apprezzano affatto l’apertura nei confronti del movimento di protesta siriano fortemente voluta in marzo dallo stesso premier Recep Tayyip Erdoğan. A conferma di questa politica, la Turchia dovrebbe sospendere a breve l’ accordo di libero commercio con la Siria dopo che Damasco ha fatto lo stesso in risposta alle minacce di Ankara. E nelle ultime settimane l’ esercito siriano è tornato in forza nelle zone confinarie, dove quest’ estate era molto facile transitare. Le truppe scelte di Assad stanno contrattaccando a suon di assassinii mirati, rapimenti, torture e varie forme di punizioni collettive un po’ dovunque. Tra le cancellerie occidentali cresce il timore di un imminente attacco dei lealisti contro Homs nello stile di quelli condotti contro Hama di recente. Elettricità, acqua benzina e connessioni telefoniche vedono privilegiare le zone lealiste. La guerriglia replica come può. Giovedì è stato fatto saltare l’ importantissimo oleodotto che porta greggio alla raffineria di Homs. E a iniziare da oggi è indetto uno «sciopero nazionale della dignità»: la disobbedienza civile generalizzata contro la repressione. I morti tra i manifestanti da marzo secondo l’ Onu sfiorano ormai quota 4.500, ma qui nel campo sostengono che potrebbero essere oltre 10.000. Tanti chiedono informazioni su parenti e amici arrestati di cui non hanno più notizie da lungo tempo. A nove mesi dal suo inizio, la primavera siriana è ormai drammaticamente sprofondata nella morsa dell’ inverno. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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12 dicembre 2011

Battaglia tra l’ esercito e i disertori, decine di morti in Siria

Si tinge di rosso sangue lo sciopero generale indetto contro il regime di Damasco. Ieri, primo giorno di protesta «in nome della dignità» voluto dai movimenti che si ribellano al pugno di ferro della dittatura, ha visto la ripresa degli scontri violenti tra militari e manifestanti in diverse aree del Paese. I bilanci provvisori delle violenze resi noti dalle organizzazioni che guidano le rivolte parlano di «almeno 26 morti» e decine di feriti. Centro degli scontri sono i villaggi del sud-ovest, non lontano dal confine con la Giordania. In quello di Busra al-Harir, una quarantina di chilometri dalla frontiera, almeno tre mezzi corazzati sarebbero stati dati alle fiamme. La «Syrian Observatory for Human Rights», l’ organizzazione umanitaria basata a Londra che cerca di monitorare gli sviluppi della crisi siriana, segnala decine di arrestati e il ritrovamento di diversi cadaveri di attivisti rapiti nelle ultime settimane e quindi torturati a morte. In molti casi i soldati hanno fatto irruzione nei negozi costringendo i proprietari a riaprire le saracinesche. Oggi, giorno in cui si vota per il rinnovo delle municipalità, la situazione potrebbe essere ancora più tesa: i rivoltosi fanno appello all’ astensione di massa. Al cuore delle violenze ci sarebbe la presenza tra i manifestanti di un numero sempre più alto di disertori delle forze militari regolari passati tra le file del movimento rivoluzionario, portando con sé le armi personali e poi diventati la spina dorsale del nuovo esercito di liberazione. Un salto di qualità fondamentale nella dinamica del braccio di ferro con la dittatura. Nelle prime fasi delle rivolte lo scorso marzo, infatti, i manifestanti erano per lo più disarmati e mobilitati in marce e cortei nel tentativo di modificare il regime con le sole proteste pacifiche. È stata però la repressione violenta voluta dai duri della dittatura (la vecchia nomenclatura legata all’ ex padre-padrone del Paese Hafez al Assad, morto nel Duemila), nonostante le promesse di facciata del figlio, l’ attuale presidente Bashar Assad, per riforme e dialogo, a spingere sempre più numerosi i soldati a rifiutare di sparare sulla propria gente. Ieri scontri tra esercito regolare e disertori sono stati registrati a Hama, Homs, Idlib, nella provincia di Daraa. A Homs in particolare è attesa una pesante offensiva lealista entro due giorni. Le violenze sono tracimate anche nei Paesi vicini. Ad Amman una dozzina di manifestanti ha attaccato e dato fuoco all’ ambasciata siriana (4 funzionari feriti). Nel Libano meridionale c’ è invece allarme tra gli uomini del contingente internazionale Unifil (di cui fanno parte anche i soldati italiani) dopo che giovedì cinque militari francesi sono rimasti feriti in un attentato. Ieri il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ha puntato il dito contro la Siria e la milizia sciita dell’ Hezbollah. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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22 dicembre 2011

«Da Damasco fino a Bagdad resa dei conti fra sunniti e sciiti». Contagio. Bashar è in difficoltà: larghe regioni sono in rivolta, ma le minoranze alawita e cristiana restano con lui. I laici che erano alla testa delle primavere arabe si sentono traditi dalla popolazione che ha votato in massa per gli islamici 

La Siria? «La maggioranza che mira a rovesciare la dittatura cerca di convincere le minoranze ad abbandonare Bashar al-Assad. Se non ce la farà, il bagno di sangue sarà ancora più grave».

L’ Egitto? «Il movimento di contestazione politica deve ora confrontarsi con la crisi economica che mette in dubbio l’ intera rivoluzione». E la primavera araba? «E’ stato un importantissimo movimento di contestazione politica contro le dittature. Il suo valore è incontestabile per l’ intero Medio Oriente. E non è ancora terminato. Vincono i Fratelli Musulmani, che però sono divisi, più realisti e molto diversi da quelli degli anni Novanta».

Gilles Kepel, uno dei massimi esperti europei del Medio Oriente contemporaneo sta effettuando un viaggio di studio nella regione in occasione del primo anniversario dello scoppio delle rivolte tunisine. Dal Cairo ha risposto per telefono alle nostre domande. In Siria la situazione appare sempre più grave. Secondo le opposizioni, ci sarebbero oltre 200 morti nelle ultime 48 ore. La sua valutazione? «Il regime è in enormi difficoltà. Non riesce più a mantenere l’ ordine. Larghe regioni sono in rivolta, specie tra Homs, Hama e Idlib. La maggioranza sunnita è determinata a rovesciare Bashar al-Assad. Però restano larghe minoranze, specie gli sciiti alawiti, i cristiani e una buona parte della borghesia sunnita di Damasco e Aleppo, che non si fanno convincere. Temono ciò che avverrà dopo». Come uscirne? «Penso che alla fine la rivoluzione vincerà. Ma occorre che dia garanzie chiare alle minoranze. La Siria è un Paese estremamente frazionato, diviso tra etnie e religioni. Manca un vero esercito nazionale come quello che ha fatto cadere Ben Ali a Tunisi o Mubarak al Cairo. Qui i militari sono quasi tutti alawiti, fedeli per patto di sangue agli Assad e per giunta super-armati, ben addestrati. Se i rivoluzionari non riusciranno a penetrare almeno in parte i ranghi dei fedelissimi si rischia una guerra civile sanguinosa, simile a quella in Libano negli anni Ottanta o al recente conflitto tra sciiti e sunniti in Iraq». La sua lettura dei cinque iraniani rapiti in Siria nelle ultime ore? «L’ennesimo segnale dello scontro crescente tra sciiti e arabi sunniti in tutto il Medio Oriente. La mobilitazione anti-iraniano-sciita in Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo sta di diventando militante. Anche l’ attuale crisi in Iraq tra il premier sciita Maliki e le componenti sunnite del governo va letta in questo contesto molto più ampio».

Come vede la nuova mediazione della Lega Araba e l’ invio dei suoi osservatori in Siria? «La Lega Araba è l’ organizzazione più vacua e inefficiente del mondo. La sua debolezza, le sue divisioni interne riassumono le profonde lacerazioni dell’ universo arabo. Non mi sembra possa fare molto in Siria. Anche perché due tra i Paesi confinanti, Libano (con Hezbollah in testa) e Iraq, proprio grazie alle loro componenti sciite sostengono il regime di Assad. Conseguenza: gli sforzi di mediazione della Lega si concluderanno con un nulla di fatto. Le regioni della Siria stanno diventando i Balcani del Medio Oriente: il campo di battaglia principale della guerra sciito-sunnita con il coinvolgimento diretto di Iraq, Iran, Turchia, Israele, Libano, Arabia Saudita, Qatar, Giordania».

In Egitto lei ha incontrato diversi leader salafiti e dei Fratelli Musulmani. Valutazioni? «C’ è una situazione paradossale. Alle recenti elezioni parlamentari le componenti laiche della rivoluzione, che erano state alla testa della mobilitazione contro il regime di Hosni Mubarak nel gennaio-febbraio scorso, sono state clamorosamente battute alla prima tornata. Fratelli Musulmani e salafiti assieme sfiorano il 70 per cento. Votati soprattutto perché nei decenni sono stati le vittime principali del regime. E penso che il risultato elettorale sarà più o meno confermato alle prossime tornate di gennaio. Da qui la rabbia dei laici. Sono pochi, ma combattivi, i giovani che negli ultimi giorni si scontrano con gli agenti a piazza Tahrir. Si sentono traditi, la loro non è tanto una protesta contro i militari, piuttosto contro gli egiziani». La rivoluzione consegnata agli islamici? «Che però sono a loro volta divisi, confusi. La questione è capire cosa faranno i Fratelli Musulmani: hanno il 40 per cento del voto, possono unirsi ai radicali salafiti, che hanno preso il 25. Oppure cercare di allearsi ai liberali. Noi occidentali dobbiamo però smetterla di leggere i Fratelli Musulmani con le lenti del 11 settembre 2001 e del terrorismo anni Novanta. C’ è una nuova classe di Fratelli Musulmani moderati, pragmatici, consapevoli del baratro economico in cui sta precipitando l’ Egitto e della necessità di fare i conti con la crisi finanziaria internazionale, insomma con il principio di realtà. Sanno che il turismo è una voce centrale dell’ economia nazionale, temono che i divieti per le donne, il blocco delle bevande alcoliche voluti dai salafiti costituiscano un problema centrale per l’ arrivo di visitatori alle Piramidi, il Mar Rosso e Abu Simbel. Con loro occorre dialogare. Non sono interessati alla legge islamica, piuttosto guardano ai meccanismi del mercato internazionale. A marzo lo Stato egiziano non avrà più soldi per pagare i propri dipendenti. Sarà il crollo. Gli americani non saranno più pronti a sborsare i miliardi di dollari che davano a Mubarak. Questi sono i loro assilli principali». Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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23 dicembre 2011

La Lega Araba arriva in Siria. Ancora sangue

Una prima delegazione di una trentina di alti esponenti della Lega Araba è arrivata ieri a Damasco per monitorare quanto la Siria stia rispettando l’ impegno firmato lo scorso mese per ritirare le truppe dalle strade, liberare i prigionieri politici e aprire un dialogo con l’ opposizione. Altri 150 osservatori seguiranno entro fine anno. Ma l’ apertura concessa dal regime di Al Assad non cambia la situazione drammatica del Paese, dove ieri oltre 30 civili sono stati uccisi aggiungendosi ai 250 morti degli ultimi due giorni e ai 5.000 stimati dall’ Onu da marzo. Damasco ieri è andata al contrattacco, denunciando proprio all’Onu l’ uccisione di «2 mila martiri nell’ esercito e nella polizia, prova dell’ esistenza di terroristi nel Paese».

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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24 dicembre 2011

Quelle cellule venute da fuori e i sospetti sulla tempistica

Gruppi qaedisti sono presenti in Siria. E possono infiltrarsi dai Paesi vicini. Il regime lo sa bene, poiché durante la campagna Usa in Iraq li ha tollerati a patto che andassero a mettere le bombe contro i marines. Ad Aleppo e in altre città i militanti hanno messo radici e oggi sono nelle strade a battersi contro l’ esercito. Sono tra i più tosti negli scontri. Questo per dire che non sarebbe una sorpresa se avessero voluto vendicarsi della repressione colpendo la sede dei servizi segreti. L’ attacco, però, sembra fatto apposta per mettere in difficoltà l’opposizione in una fase nella quale sta raccogliendo consensi internazionali. Significativa – e per alcuni sospetta – la coincidenza di eventi. Due giorni fa, fonti ufficiali siriane denunciano movimenti di terroristi. A Damasco, intanto, arrivano i primi osservatori della Lega araba. Ed ecco l’ esplosione davanti a un obiettivo che dovrebbe essere ben protetto. La rete di sicurezza composta da una dozzina di apparati è stata perforata. Il regime, sempre parco di informazioni, mostra la scena del massacro, accusa i seguaci di Osama, porta gli osservatori sul posto in modo che si rendano conto delle conseguenze. È un film dalla trama nota. Lo hanno già «girato» altri raìs in difficoltà, dal tunisino Ben Ali al libico Muammar Gheddafi. Gli avversari sono dipinti come «ratti» o «terroristi». Tecnica che a volte funziona. Perché imbarazza l’ opposizione che nega il coinvolgimento ma, nel contempo, non può escludere l’ iniziativa di qualche cellula più estrema. Il fronte anti Assad – malgrado sigle e annunci – non è così unito. All’ opposto la strage può dare una mano allo schieramento pro Assad raccogliendo gli indecisi o i neutrali. È evidente che la Siria sta scivolando verso una deriva irachena. Le persone scompaiono, altre sono freddate dai sicari, altre ancora sono rapite e fatte ritrovare senza vita. I servizi combattono la loro guerra segreta. E poi arrivano le autobomba guidate dai votati «al martirio». Magari sono davvero qaedisti, ma non sappiamo chi li abbia innescati. Si crea una realtà violenta e ambigua dove ognuno può accusare il proprio avversario (o il nemico del mio amico), tanto è difficile dire «chi è stato». L’ unica cosa certa sono le vittime.  Olimpio Guido

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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24 dicembre 2011

Kamikaze a Damasco: 40 morti. Il regime accusa Al-Qāʿida, l’ opposizione accusa il regime

Chi sono i veri mandanti dei due kamikaze che ieri si sono fatti saltare in aria a Damasco nell’ area super pattugliata dove stanno i comandi dei servizi segreti civili e militari causando oltre 40 morti? È questa la domanda che accompagna ora le accuse e contro accuse tra governo e rivoluzionari sul massacro più grave nel cuore della capitale a nove mesi dall’ inizio delle rivolte in Siria. Centrale perché rivelatrice di quanto le due parti siano ormai lontanissime da qualsiasi possibilità di compromesso e soprattutto prova della deriva sempre più violenta in cui sta cadendo il Paese ormai lacerato da una gravissima e sanguinosa guerra civile. Partiamo dai fatti. Ieri mattina verso le dieci e un quarto ora locale, a meno di 24 ore dall’ arrivo nel Paese della prima decina di osservatori della Lega araba mirati a cercare una soluzione pacifica alla crisi (dovrebbero arrivare a quota 150 entro poche settimane), due attentatori suicidi fanno brillare le loro auto cariche di dinamite a pochi secondi l’ una dall’ altra. La televisione nazionale siriana Al-Ikhbariya al-Suriya dopo meno di mezz’ ora interrompe i programmi e manda in onda le immagini raccapriccianti di morti e feriti, decine di veicoli in fiamme e civili nel panico. Secondo le ricostruzioni dei giornalisti legati al regime, la prima deflagrazione avviene di fronte al quartier generale dell’ intelligence militare, nel quartiere blindato di Kafar Sousah, non lontano dalla palizzata che circonda gli uffici della «Sicurezza Generale» (i temibili servizi di informazione legati al ministero degli Interni). Quando le guardie di quest’ ultimo si avvicinano per verificare i danni della prima esplosione, la seconda autobomba penetra la loro zona rimasta sguarnita e quindi esplode. Il fatto più curioso è che i massimi portavoce dello Stato siano rapidissimi a concludere che «i mandanti dell’ attentato vanno cercati tra le file di Al-Qāʿida». L’ evento è preoccupante. Nonostante la sua prossimità geografica con Libano e Iraq, la Siria non ha quasi mai visto attentati suicidi sul suo territorio. L’ opinione pubblica ancora fedele al regime chiede spiegazioni. E la risposta va a pennello con le tesi rilanciate con forza nelle ultime settimane dallo stesso presidente Bashar al-Assad: «La ribellione è in mano ai terroristi. Se vincessero sarebbe la vittoria di Al-Qāʿida». Una spiegazione che, guarda caso, arriva con un tempismo perfetto per cercare di convincere gli osservatori della Lega Araba che i ribelli vanno battuti in ogni modo. Ma è proprio la curiosa coincidenza tra attentati e presenza degli osservatori della Lega a dare argomenti ai gruppi della ribellione. «È tutta una macchinazione della dittatura. Usa il terrorismo per delegittimarci e criminalizzarci. Gli autori delle stragi non siamo noi, che oltretutto non avremmo neppure i mezzi per compiere attentati tanto complessi, ma piuttosto loro», replicano all’ unisono gli esponenti dell’ Esercito siriano libero, l’ organizzazione che cerca di coordinare i disertori dell’ esercito regolare in una nuova forza combattente rivoluzionaria e i politici del Consiglio nazionale siriano fuggiti in esilio. A loro dire inoltre la repressione militare continua sempre più crudele. Dopo le centinaia di morti tra lunedì e giovedì, ieri le vittime sarebbero state in un numero compreso tra 20 e 35, specie nelle zone di Idlib, Homs e Deraa. La ferrea censura imposta dalla dittatura contro i giornalisti e gli osservatori stranieri rende quasi impossibile qualsiasi verifica indipendente. Lorenzo Cremonesi

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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24 dicembre 2011

«Ma dietro questa azione terrorista potrebbero esserci gli 007 di Assad». Non mi risulta che Al-Qāʿida abbia avuto un ruolo negli scontri degli ultimi nove mesi in Siria. Bisogna chiedersi a chi giovino le stragi di ieri. La tesi del terrorismo serve a giustificare la repressione del regime

Secondo Marvin Cetron, l’autore del «Rapporto 2000» sul terrorismo internazionale per la Cia e l’ Fbi, gli attentati a Damasco «hanno una matrice interna che non è quella di Al-Qāʿida». Cetron, che sta preparando un rapporto sugli armamenti in Medio Oriente per il Pentagono, avanza due ipotesi: che gli attentati siano opera del regime di Assad o che siano opera dell’opposizione, «cosa più difficile», osserva. Il consulente sull’ antiterrorismo teme che senza un’ inchiesta internazionale non si farà piena luce sulle stragi di ieri. «Esse aggravano la crisi in Siria e rendono problematica la mediazione della Lega Araba» conclude.

Esclude che sia stata Al-Qāʿida? «Mi sembra improbabile. Gli attentati alle sedi dell’ intelligence siriana si inquadrano nella rivolta popolare scoppiata in Siria a marzo, un portato della primavera araba. Da allora, il regime di Assad ha esercitato una feroce repressione e ci sono stati scontri armati con la resistenza. Non mi risulta che Al-Qāʿida abbia avuto un ruolo negli scontri degli ultimi nove mesi. Le bombe potrebbero averle messe o la stessa intelligence o la resistenza siriana». Propende per la prima ipotesi? «È troppo presto per dire che è quella giusta. Ma bisogna chiedersi a chi giovino le stragi di ieri e perché abbiano avuto luogo il giorno dopo l’arrivo degli osservatori della Lega Araba. Ritengo sospetta l’ immediata asserzione del regime di Assad che esse dimostrano che è terrorismo. È la tesi che gli serve a giustificare la repressione e a strappare il riluttante assenso del mondo islamico». Regge l’ipotesi di un attacco della resistenza? «È meno plausibile: le sedi dell’ intelligence siriana sono ultra protette e non è semplice arrivarci con un’ auto carica di esplosivi. L’opposizione in Siria non è bene organizzata e i due attentati sono stati programmati e coordinati con cura».

Di recente ci sono stati attentati anche in Iran, protettore della Siria. Non potrebbe esserci la mano di servizi segreti stranieri? «Mi chiede se ci sia la mano del Mossad, il servizio segreto israeliano? La destabilizzazione di Iran e Siria sono il sogno di Israele. Trent’ anni fa, quando l’Iran e l’Iraq si fecero guerra, Israele fornì armi all’uno e all’altro, in modo che restassero instabili e che nessuno vincesse. Ma non credo che Israele abbia molto a che vedere con gli attacchi di Damasco. Potrebbe invece avere qualcosa a che vedere con gli attentati agli impianti missilistici iraniani degli ultimi mesi. E comunque Israele non è il solo nemico di Siria e Iran». Che cosa vuol dire? «Che ci sono Paesi islamici come l’ Arabia Saudita che sperano che i regimi siriano e iraniano crollino. Nella regione anzi è in corso una guerra occulta dei loro servizi segreti, talora in alleanza con quelli occidentali, contro i servizi segreti di Damasco e Teheran. Si appoggia l’ opposizione, la si consiglia, non di rado la si arma. Naturalmente, è una questione così delicata politicamente che tutti gli interessati lo negano».

In un contesto del genere e con la Siria sull’orlo della sollevazione, quanto può durare il regime siriano? «Ancora un paio di anni, ma non si può mai dire. Dipenderà altresì da eventi esterni, ad esempio da quanto accadrà in Iraq, di nuovo in preda alla violenza settaria di sunniti e sciiti e soprattutto in Iran. In Siria si sono verificate delle diserzioni tra le truppe e la resistenza si rafforza. Ma non basta, ci vorrebbe un intervento militare esterno come in Libia, per ora improbabile, ne andrebbero di mezzo il Libano e Israele. E le pressioni di Lega araba e Onu, se e quando avranno luogo, non daranno grandi risultati». Sbaglio, o lei pensa che alla fine sarà la sorte dell’ Iran a decidere di quella della Siria? «È così. Tra un anno o due l’ Iran dovrebbe essere in grado di produrre l’ atomica e dei missili con cui minacciare Medio Oriente e Europa. A quel punto, a meno che Teheran non faccia marcia indietro, una coalizione più o meno pubblica o Israele da solo attaccherà le basi e gli impianti iraniani sotterranei, mi pare 26 in tutto, dove si trovano queste armi. Sarebbe un’ operazione gigantesca, una pioggia di missili capaci di penetrare a grande profondità. Con il regime iraniano, crollerebbe anche quello siriano. Ma auguriamoci che non si attui mai questo scenario, e che i due regimi cadano sotto le spinte interne». Ennio Caretto 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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27 dicembre 2011

E Bashar prepara l’ esilio in Russia 

Un esilio russo per Bashar al-Assad. È quanto ipotizza il giornale israeliano Maariv nell’ edizione del 25 dicembre. Secondo il quotidiano, il vicepresidente siriano Farouk al-Sharah si sarebbe recato il 16 dicembre in missione segreta a Mosca: qui avrebbe discusso con il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, di una possibile sistemazione in Russia del presidente siriano. Citando sempre «fonti israeliane», il quotidiano spiega che al-Sharah si sarebbe anche offerto di rimpiazzare Assad dopo la sua partenza, prendendo temporaneamente la guida della Siria fino a nuove elezioni. Fonti del Cremlino hanno confermato a Maariv la visita di al-Sharah, senza però fornire dettagli sul contenuto del colloqui. «Abbiamo visto quel che è accaduto in Libia, dove la situazione è molto lontana dall’ essere stabile e non vogliamo che si ripeta in Siria», ha detto Sergej Viktorovič Lavrov. 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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27 dicembre 2011

Finito il riformismo in tacchi a spillo. La «regina Asma» ormai è nuda. La moglie 36enne di Assad resta al suo fianco nonostante le stragi

Asma la dolce, chic e moderna, caritatevole e riformista, che adora le scarpe décolleté di Louboutin e i tailleur di Chanel ma gira in incognito per i quartieri poveri e parla con la gente: la principessa Diana del Medio Oriente. O invece Asma l’ ipocrita, avida di potere e denaro, complice del marito e come lui spietata. Lontana anni luce da Lady Di, piuttosto una Lady Macbeth. Tra i due volti della Prima signora di Damasco è difficile dire per certo quale sia veritiero. Asma Fawaz Al Akhras sposata Al Assad, 36 anni e tre figli, nata a Londra e doppia cittadinanza britannica e siriana, studi in informatica e un breve lavoro per la J.P. Morgan, dall’ inizio dell’ intifada costata 5 mila morti è rimasta in disparte e in silenzio. Ma pur nell’ opacità del regime e nell’ impossibilità di sapere cosa succede ai suoi vertici, i segnali che la giovane First Lady sia a fianco del consorte Bashar sono inequivocabili. Le voci che la volevano esule con i figli in Inghilterra si sono rivelate infondate, lo stesso vale per le speranze di chi cercava in lei «la luce in un Paese pieno di zone d’ ombra», come la definì Paris Match. Spezzata anche l’ illusione che nell’ orrore delle stragi Asma si confermasse almeno la «rosa del deserto», come la battezzò in marzo Vogue America in un ritratto-intervista che suscitò nel mondo valanghe di critiche. «Quella donna è tutt’ altro che un fiore gentile, il suo potere non è mai stato visibile come lo era per Suzanne Mubarak o altre mogli di dittatori, ma era e resta immenso – dice un oppositore siriano esule in Europa, oggi con il Consiglio Nazionale dell’ opposizione, che preferisce l’ anonimato -. Tutti nella sua famiglia di origine, siriani emigrati a Londra, sono diventati miliardari, lei stessa ha affari immensi come una catena di hotel di lusso insieme alla moglie dell’emiro del Qatar e chissà quanti che non conosciamo. E a Damasco tutti sapevano che per ottenere un favore, una carica importante o il rilascio di un parente dal carcere, bastava andare da lei e pagare, in soldi o in chili d’ oro. Come tutti sanno che oggi è lei che gestisce gli enormi capitali della famiglia, spostando e nascondendo il denaro insieme a suo padre, rimasto a Londra. Entrambi sono infatti cittadini britannici e non soggetti alle sanzioni internazionali come gli Assad. Europa e Usa ne sono al corrente ma per ora non intervengono. Asma Al Akhras è potentissima e in piena sintonia con il marito». Se ne sono accorti a fine settembre alcuni operatori umanitari siriani invitati dalla First Lady a Palazzo per discutere dei rischi del loro lavoro. «Le abbiamo parlato dei manifestanti uccisi, delle violenze delle forze dell’ ordine di cui siamo stati testimoni. Lei non ha avuto la minima reazione, come se le avessimo raccontato una banalità qualsiasi», ha dichiarato all’ Independent un partecipante all’ incontro, sconvolto da quell’ indifferenza assoluta. «Eppure è impossibile che non sappia cosa sta succedendo, lei vede tutto, sa tutto». L’ enigma Asma, anche se certo non è tra le questioni prioritarie oggi in Siria, appassiona e in parte divide gli esperti del Paese. «Qualsiasi sia la sua opinione, Asma Al Assad è totalmente paralizzata. Il regime non le permetterà mai di esprimere nemmeno il più lieve dissenso, né di lasciare il Paese», sostiene Chris Doyl, direttore del Consiglio d’ intesa arabo-britannico. Andrew Tabler, politologo e scrittore Usa che dal 2001 al 2008 visse a Damasco e lavorò anche a stretto contatto con la First Lady, è invece convinto che questa «neghi a se stessa l’ evidenza». E aggiunge: «Asma Al Assad ha due aspetti: da un lato è una donna moderna, ben diversa dalle altre mogli di leader arabi, che dirige organizzazioni per i poveri e i giovani. Dall’ altra ama la bella vita, ha sempre voluto essere una principessa». Che sia costretta a tacere o appoggi volenterosa la crudele follia del marito non conta ormai molto però. Anche i pochi che in passato credevano alla buona fede delle sue campagne per «coinvolgere i giovani nella cittadinanza attiva» e «diffondere Internet» hanno visto come ha reagito il regime alle richieste di partecipazione politica e libertà d’ informazione. Sarà pure bella, elegante e mamma, nata e cresciuta a Londra, attiva nelle opere di carità, ma l’ illusione che Asma sia la Lady Di del deserto ormai è svanita per sempre. Cecilia Zecchinelli 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 dicembre 2011

Il grido della città martire: aiutate la Siria. Oggi è stata una giornata molto buona. Entrambi i campi hanno collaborato con zelo. Mustafa Dabi, capo missione della Lega Araba a Homs. Gli osservatori della Lega Araba entrano a Homs. E i tank «spariscono» per un giorno

Cosa potranno fare nella Siria martoriata dalla guerra civile e dalla durissima repressione militare gli osservatori della Lega Araba? Riusciranno davvero a vedere i feriti negli ospedali? Le fosse comuni? Le vittime delle torture? I bombardamenti dei lealisti armati di aviazione, forze corazzate e artiglierie? Potranno contare i prigionieri, cercare desaparecidos? I dirigenti e gli attivisti della rivoluzione che da metà marzo insanguina il Paese non ci credono, o comunque restano profondamente scettici. Difficile dar loro torto: come fidarsi di una dittatura che da anni vieta le libertà civili, reprime la dissidenza, controlla a bacchetta i media? Il solo fatto che da marzo blocchi o censuri tutte le organizzazioni umanitarie internazionali e impedisca alla stampa estera di visitare il Paese in modo indipendente dovrebbe far riflettere sui limiti imposti alla prima missione di osservatori stranieri giunta sul posto. Si spiega anche così la scelta ieri di larga parte dei manifestanti residenti nella città martire di Homs di scendere in piazza per accogliere i primi sette inviati della Lega Araba. Da metà mattinata si è messo in moto massiccio, incalzante, aggressivo il tam tam dell’ informazione alternativa sul quel grande motore primo della «primavera araba» che è la Rete. Le fonti legate alla rivolta ci parlano di «oltre 70.000» manifestanti decisi a raggiungere la centralissima piazza dell’ Orologio. Ma non ci sono conferme indipendenti. La stupidità intrinseca della censura ha in sé il germe dell’ autodistruzione: se il regime non ci lascia andare a vedere e raccontare in prima persona, noi diamo automaticamente più credito ai suoi nemici. I filmati mandati in onda su YouTube ci mostrano alcuni attivisti che cercano di convincere gli inviati stranieri a recarsi in alcuni quartieri particolarmente violenti (per esempio quello di Bab Amro) e loro che udendo gli spari cambiano strada. Piazza dell’ Orologio è un simbolo per questa Sarajevo della rivoluzione siriana. Sempre secondo i giovani delle rivolte, il 18 aprile vi furono massacrate in poche ore oltre 300 persone. Ieri sembra siano stati fermati a suon di lacrimogeni, ma anche di proiettili veri. Dopo gli oltre trenta morti segnalati lunedì, il bilancio di ieri sfiora ancora la trentina (forse 34). Non solo a Homs, ma anche e Idlib e Deraa, due altre città particolarmente colpite dalle violenze, senza parlare delle decine di villaggetti sperduti sulle colline boscose a ridosso del confine con la Turchia che sono sotto assedio da settimane. La verità è che si sa molto poco di ciò che sta avvenendo in Siria. I capi della rivolta sperano nelle defezioni tra i quadri dell’ esercito. Che pare siano davvero numerose, ma i quadri scelti tra gli alawiti (la setta sciita legata agli Assad), oltre alle minoranze drusa e cristiana, restano fedeli al regime contro il crescere del malcontento sunnita. «Oggi è stata una giornata molto buona. Entrambi i campi hanno collaborato con zelo», ha dichiarato il capo della missione della Lega a Homs, generale sudanese Mustafa Dabi. Ma le opposizioni sostengono che si tratta solo di un trucco per prendere tempo. E accusano i lealisti di aver rimosso i carri armati (almeno 11) dal centro di Homs e di averli nascosti nelle vicinanze pronti a colpire ancora, di aver prelevato i feriti dagli ospedali, di aver spostato i prigionieri in campi militari vietati agli osservatori. Lorenzo Cremonesi 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 dicembre 2011

L’ obiettivo dei mediatori in Siria, impedire una guerra di religione

Il tentativo di questi giorni della Lega Araba è probabilmente l’ ultima possibilità politica prima di una guerra civile in Siria. Ma l’ ingresso a Homs degli osservatori arabi, dopo l’ ennesimo massacro e la consueta sanguinosa repressione governativa, è stato salutato da decine di migliaia di irriducibili manifestanti e da disordini e sparatorie in alcuni quartieri. Nessuno pare intenzionato a recedere dalle proprie posizioni. Tale situazione rafforza i timori di un dissolvimento confessionale e di un confronto sanguinoso lungo i confini settari delle numerose comunità religiose che vivono in Siria. L’ opposizione antigovernativa si fa forza del sostegno sunnita dei tanti disertori ai confini con la Turchia, dei manifestanti di piazza e forse, dai giorni scorsi, dell’ intervento qaedista che ha rivendicato gli attentati di Damasco affermandone la loro funzione anti-sciita e anti-Iran. La politica della famiglia Al Assad, all’ insegna della difesa e cooptazione delle tante minoranze religiose interne, rischia di esporle tutte quante ai desideri di rivincita della maggioranza sunnita e agli appetiti della militanza islamica internazionale. La comunità sciita alauita, a cui appartiene la famiglia Al Assad, sarà la prima a pagare la violenta repressione di questi mesi. La minoranza cristiana vive con pari apprensione il precipitare della situazione e sa che una rivincita sunnita, magari con aiuti di stampo salafita, potrebbe costare molto cara e determinarne il dissolvimento. Con l’ Iraq ai confini sul punto di esplodere in un simile conflitto con coloriture settarie e confessionali, e dove la maggioranza sciita attende la sua rivincita, la Siria può aprire un ulteriore spazio di instabilità e di sanguinosi regolamenti dei conti. E con risultati, al di là degli effetti politici inevitabili, non meno gravidi di conseguenze per gli assetti religiosi della regione: un solco sempre più profondo tra sunniti e sciiti e la fine tragica di comunità cristiane dalle tradizioni millenarie. Roberto Tottoli

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

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28 dicembre 2011

La mia gente di Siria resisterà al martirio 

Entrata nel suo decimo mese e in seguito a decine di migliaia di martiri (6.000 secondo alcune organizzazioni di diritti umani) e decine di migliaia di feriti e arrestati, la rivoluzione siriana è giunta alla certezza di essere orfana. La rivoluzione siriana deve abituarsi a contare soltanto sul coraggio di questo popolo, che ha intravisto nella rivoluzione l’ occasione vera per scoprire se stesso, la propria identità e le sue energie nascoste. Questa rivoluzione è stata anche un’ occasione per riproporre domande a lungo ignorate sulla società siriana, dalla questione delle minoranze alle diversità culturali, religiose ed etniche che l’ hanno caratterizzata da millenni. Questi interrogativi non avrebbero mai rappresentato un nodo problematico da affrontare, come non lo sono mai stati in passato, se non ci fosse stato il ruolo nefasto del regime che ha sfruttato questi temi, mettendo in pericolo una convivenza pacifica millenaria. Questo deludente atteggiamento del regime ha connotato la scena siriana di uno strano surrealismo. L’ osservatore esterno ha la sensazione di rileggere un lungo e ripetitivo romanzo nel quale si ripropongono le stesse meccaniche e stolte scene e azioni del regime. Dall’ altra parte, invece, troviamo i thuwar (i rivoluzionari, ndr ) comporre le parti più luminose, con canzoni e balli presi a prestito dalla ricca tradizione siriana. Il popolo siriano ha alimentato questa rivoluzione con un fiume di sangue versato da stormi quotidiani di caduti, tra i migliori figli della Siria e continua a pagare questo altissimo prezzo, dopo aver atteso inutilmente un soccorso internazionale. Questa rivoluzione è iniziata a metà marzo, dopo l’ arresto e la tortura di 15 ragazzi, e non passa un giorno che non vi siano altri ragazzi e bambini vittime degli agenti dei servizi di sicurezza e dei soldati, che hanno usato pallottole militari e non hanno lesinato nulla del loro armamentario repressivo. Ma la rivoluzione non è stata fermata; è giunta nel cuore delle grandi città come la capitale Damasco e Aleppo e ha toccato l’ 80% dei villaggi e cittadine siriane. Si è estesa orizzontalmente (geograficamente, ndt ) e verticalmente (negli strati sociali, ndt ), malgrado gli spaventosi assedi di città come Deraa, Idlib e Homs che hanno subito repressioni, uccisioni e distruzioni. Paradossalmente la città di Homs, il cuore vibrante della rivoluzione siriana, è anche – da secoli – la capitale dell’ ironia e della facile battuta sarcastica e pungente. Questa è una delle armi che hanno alimentato la capacità di resistenza, mobilitando nuove energie; siamo coscienti che non abbiamo altra scelta se non quella della vittoria, perché conosciamo bene il carattere vendicativo di questo regime. I siriani proseguono, nel mondo virtuale di Internet, questo loro atteggiamento spontaneo e leggero proprio della vita quotidiana. Sorridono a crepapelle nei siti ironici come «Lavaggio internazionale di Homs per carri armati» e altri. Oggi, i siriani condividono le file per acquistare carburanti e gas, il blocco dell’ elettricità e devono far fronte a dure condizioni di vita e una repressione brutale, ma non mancano di inventiva per creare nuove forme di proteste come quelle notturne e per comunicarle al mondo tramite video ripresi dai cellulari e trasferiti alle reti tv internazionali, dribblando la censura del regime. Un aspetto nascosto della rivoluzione siriana è la dimensione della solidarietà sociale, con la cura dei feriti nelle case e in ospedali da campo, per sottrarli all’ arresto. Solidarietà sociale che ha dovuto inventarsi linguaggi cifrati comprensibili soltanto agli uomini della rivolta e dei loro sostenitori, per impedire che il maglio del potere distrugga la tela della solidarietà faticosamente tessuta. La verità lampante che viviamo oggi è che i siriani non torneranno indietro nelle loro case, fino al momento della vittoria e non aspetteranno l’ aiuto di nessuno; sanno di pagare un alto prezzo per il ruolo storico e geopolitico, passato e presente, ma si batteranno per il loro futuro, nel quadro di uno Stato moderno dove troviamo alla base della convivenza civile il diritto di cittadinanza e i diritti umani. Ecco perché quando giorni fa, alla notizia, battuta dalle agenzie d’ informazione, sul massacro di oltre un centinaio di persone in uno dei villaggi del Nord, molti siriani hanno risposto con fare innocente: «Un’ altra carneficina? E dov’ è la notizia?». Khaled Khalifa (traduzione a cura di Anbamed) 

Fonte: archivio storico del “Corriere della Sera”

 

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