Storia della Russia

Gli stanziamenti nei territori degli slavi fino al primo millennio d.C.

La vita nel territorio dell’attuale Russia è attestata almeno dal II millennio a.C.; si parla di popolazioni stanziate sulle rive dei fiumi Ladoga e Dnepr. Si sa che 2000 anni fa i protoslavi occupavano la zona tra il Mar Nero e il Mar Caspio e le zone dell’attuale Crimea, che era una zona grande due volte la Francia e costituita prevalentemente di steppe e paludi. Alla metà del primo millennio un ceppo indoeuropeo giunse in quei luoghi dal versante settentrionale dei Carpazi portandosi fino al medio Dnepr, nella zona a sud delle attuali Polonia e Bielorussia e spingendosi verso sud-ovest fino alla zone dell’attuale Ucraina.

Gli Slavi, poi dispersisi, occuparono un vasto territorio, erano accerchiati dalle popolazioni dei Balti e degli Ugrofinni a nord ed est, dei Germani a ovest e degli Iranici a sud.

Dal VII sec a.C. il popolo dei Finni (suddiviso in Čudi e Ugri) si spinse verso gli Urali, ma venne poi ricacciato verso Nord dalle invasioni delle popolazioni barbariche provenienti dall’Asia. A questo periodo risale la testimonianza di Erodoto su una popolazione chiamata Sciti, di origine indoeuropea, che conquistò la zona a nord del Mar Nero che si estendeva dal Don al Danubio.

Secondo la testimonianza di Erodoto, gli sciti erano divisi in tre rami:
gli Sciti agricoltori erano stanziati lungo il corso del Dnepr, nelle cosiddette terre di černozëm;
gli Sciti  nomadi occupavano le zone a oriente;
gli Sciti sovrani erano stanziati sulla costa del Mar d’Azov.

Al tempo di Erodoto ad Oriente del Don c’era la popolazione dei Sarmati, che verso il 200 a.C. si impadronì del territorio degli Sciti. Storicamente saranno confusi con gli Sciti e si parlerà di una popolazione unica.

Verso 150 d.C. i Goti attraversarono il Baltico e si stanziarono nelle regioni limitrofe, poi avanzarono verso il Mar Nero. In seguito si sarebbero frazionati in Visigoti e Ostrogoti. Ai Goti si deve la fondazione della città che sarebbe poi stata Kiev (circa 350 d.C.). Si sa che gli Ostrogoti si convertirono al cristianesimo ariano (una confessione eretica rispetto al cristianesimo romano) e assimilarono i costumi delle popolazioni che trovarono sul Mar Nero.

Intorno al IV sec. gli Unni, provenienti dall’Asia, cacciarono gli Ostrogoti, giungendo alle porte dell’impero Romano. Nel 378 nella battaglia di Adrianopoli sconfissero i Romani e si aprirono un varco verso i Balcani. Nel 450 il re unno Attila arrivò fino in Gallia, ma fu sconfitto. Gli Unni si ritirarono quindi nelle terre dell’odierna Russia (a Oriente del Dnepr).

Nel VI sec. agli Unni subentrarono gli Avari, poi gli Ungheri, che si stabilirono in maniera stanziale nella zona dell’attuale Ungheria. Intorno al 650 i Chazari (una popolazione di etnia turco-tatara) si stabilì nel territorio tra il Caucaso, il Mar Nero, il Mar Caspio, il Volga, l’Oka e il medio Dnepr. In questo periodo si ricordano anche le popolazioni dei Pečenegi, i Polotsy (che si stabilirono nelle zone della Slavia attorno al 1050) e i Tartari, che rappresentarono una minaccia per la Russia fino al tempo di Pietro il Grande.

Altre testimonianze sugli Slavi

Non si può definire con certezza il periodo in cui gli Slavi si stanziarono nel territorio della Slavia, ma nel 550 Procopio racconta di Salvi e Anti. I Salvi erano una popolazione stanziata a Occidente dei Carpazi, lungo il corso dell’Oder e dell’Elba e dopo la disfatta degli Unni sul Baltico si espansero anche nei territori delle odierne Bulgaria, Grecia ed ex-Jugoslavia. A Nord e Nord-Est entrarono in contatto con i Finni, che scacciarono.
Si sa che gli Slavi pagavano un tributo ai Chazari e che in cambio avevano la possibilità di commerciare (VII sec). Si parla di molte tribù protoslave, le più importanti delle quali erano i Dregoviči (che si stanziarono sul fiume Pripjat’, dove fondarono la città di Turov), i Drevljani, i Poljani (sul cui territorio c’era Kiev). Queste popolazioni dovevano comunque occupare territori contigui almeno fino al V o VI secolo, quando si dispersero, all’epoca delle grandi migrazioni. In questo periodo conquistarono i Balcani e le steppe russe. Fino a quest’epoca tutti parlavano la stessa lingua detta Slavo comune (di cui non si sono conservate tracce, poiché fino al IX secolo gli Slavi non ebbero scrittura).

Ci sono diverse teorie per spiegare l’etimologia della parola “slavo”:
la prima parte di molti nomi propri tipicamente Slavi (Jaroslav, Mstislav, Vjačeslav e altri) contiene questa parola. Si suppone che la prima parte di questi nomi si riferisca a divinità pagane. La parola “Slavo” significherebbe quindi devoto a un dio;
secondo un’altra teoria, questa parola deriverebbe dalla parola *skloak (*sklav) che significherebbe acquitrino, palude. La parola “Slavo” deriva quindi dal luogo degli stanziamenti originari;
una terza teoria ipotizza che questa parola deriverebbe da slava, gloria, ma questa teoria, in voga durante il romanticismo, oggigiorno non gode più di autorità presso gli studiosi.

Per tutto il primo millennio le cronache greche riportano di etnie stanziate nel territorio, che va dal mare del Nord al Mar Nero e dalla Germania, lungo tutto il corso del Danubio fino in Tracia e addirittura fino all’Altaj. A queste etnie attribuiscono il nome comune di Sciti.

Dal VI sec. disponiamo di qualche rara testimonianza più precisa: Jordane, storico dei Goti, riassume la storia dei Goti di Cassiodoro (scritta originariamente in latino) in De rebus Gethicis. In quest’opera si parla di tre etnie, divise in numerose società, che avrebbero occupato il territorio compreso tra il Mar Nero, il lago Balaton e la Vistola: queste popolazioni sono chiamate Venedi, Sclaveni (che si scissero in due tronconi, uno dei quali conquistò la zona dell’attuale Slovenia, l’altra i centri urbani di Ladoga e Novgorod) e gli Anti.

Il periodo dello slavo comune e le scissioni dell’unità originaria. La formazione delle lingue slave

La testimonianza di Jordane sui Venedi, gli Sclaveni e gli Anti ci permette di ipotizzare una precedente scissione dei protoslavi. La scissione in slavi orientali e occidentali risalirebbe al tempo dell’avanzata dei Goti (II sec.) che separarono la compagine slava unita lungo l’asse dell’avanzata.

Alla metà del IV sec., poi, gli Unni ne sospinsero una parte a Ponente. Nel V e VI sec. con le invasioni barbariche si assisté alla frantumazione del vecchio mondo, all’affermazione di Germani, Slavi e popoli asiatici. Il primo popolo di origine non indoeuropea che penetra in Europa sono gli Unni, che furono scacciati dai Germani dall’odierna Ucraina meridionale. Gli Unni avrebbero distrutto la rudimentale e nascente civiltà slava. La storia ricorda l’abitudine unna di uccidere o ridurre in schiavitù i popoli incontrati sul loro cammino. Molti Slavi si sarebbero poi uniti ai barbari provenienti dall’Asia, lasciando i territori di insediamento originari. Gli Slavi erano mossi non da brama di conquista, ma per trovare terre da colonizzare. Erano prevalentemente stanziali.

Alla frantumazione dell’impero Unno (dopo la morte di Attila, V sec.), gli Slavi, che nel frattempo avevano fatto in tempo ad organizzarsi, avanzarono. Nel VI sec. in Europa giungono gli Àvari, un’etnia protomongola. Si sa che Bisanzio si alleò con loro affinché sgominassero gli Slavi e li ricacciassero oltre il Danubio. Dopo varie ambascerie avare per convincere gli Slavi ad assoggettarsi e il rifiuto di questi ultimi, nel 602 gli Avari sconfissero gli Anti in Bessarabia. Gli Anti scomparvero per sempre dalla storia. Gli Avari avrebbero quindi conquistato gli Slavi. Nel 623, stremati dalle continue vessazioni ed umiliazioni, gli Slavi di Boemia, Moravia e Slovacchia, si coalizzarono e si rivoltarono agli Avari, guidati da un mercante, Samo. Dopo la vittoria si formò il primo stato slavo della storia, retto da Samo, che durò però soltanto 35 anni, fino alla morte del re. L’indebolimento degli Avari favorisce l’espansione slava verso sud, est e ovest, nei sec. VII e VIII, alla vigilia della formazione degli stati slavi.

La migrazione degli Slavi si quindi fece massiccia a partire dal secondo terzo del VI sec. e proseguì per circa un secolo, arrestandosi soltanto di fronte all’avanzata di Franchi e Turingi. Nell’805 venne istituito il “Lines sorabicus” che creò una frontiera economica e territoriale, tuttavia permeabile ai commerci, tra Slavi e Germani. Gli Slavi si assestarono nelle regioni della selva Boema e dell’odierna Ungheria (secondo le leggende del cronista ceco Cosma). Di fatto in quel periodo l’antica Slavia si estendeva fino alla Germania Orientale, alle città di Norimberga e Ratisbona. Molti toponimi tedeschi e austriaci hanno un’origine slava (per esempio, Berlino, da Berlo, palo, in slavo antico, Graz, che è una variante di Grad, città in slavo).

Tra gli Slavi occidentali c’erano anche i Serbi, stanziati a Nord (ancora oggi esistono i Sorabi, o Serbi di Lusazia, stanziati nella Germania nord-orientale e nella Polonia nord-occidentale). Si parla anche di etnie oggi scomparse o assimilate dalle popolazioni indigene (Obodriti, Ljutiči). Nel basso Medioevo alcune popolazioni slave risiedevano negli attuali stati baltici, come i Pomorani, eretici e pagani, che vennero sterminate dai Cavalieri teutonici nella crociata contro gli Slavi del Nord. C’erano popolazioni slave anche a sud, nella zona dell’attuale Ungheria. Nei sec. VI e VII gli Slavi si stanziarono in una zona ancora più meridionale, raggiungendo l’Egeo e alleandosi con i Bizantini nella lotta contro gli Avari. Da queste popolazioni si formò il primo nucleo degli Slavi meridionali. In questo periodo gli Slavi si mossero quindi verso i Balcani, partendo dal territorio della Vistola e dal medio Oder e si stanziarono stabilmente in quei luoghi, a differenza di quanto era avvenuto nelle ondate precedenti. Pare che gli Slavi giunsero fino all’Adriatico e all’Egeo, conquistando il territorio che andava da quei luoghi fino al Mar Nero, da cui erano stati separati per lungo tempo da popolazioni di ceppo iranico. L’occupazione di tutto il continente civilizzato da parte dei “barbari” fu recepita come un cataclisma, che temevano persino le popolazioni stanziate in Spagna.

Gli spostamenti dei Goti, degli Unni e degli Avari causarono a poco a poco lo sfaldamento dell’unità dei popoli slavi, un potente flusso di migrazioni e di conseguenza la disgregazione dell’unica lingua, lo slavo comune, in tre gruppi e in una dozzina di lingue, corrispondenti ai vari dialetti dello slavo comune. Questi dialetti erano le protolingue delle lingue slave, che conosciamo oggi.
Esse sono suddivise in:
lingue slave orientali: Russo, Ucraino e Bielorusso, che utilizzano l’alfabeto cirillico,
lingue slave occidentali: Polacco, Ceco, Slovacco e Sorabo di tradizione cattolica e con alfabeto latino,
lingue slave meridionali: Sloveno, Macedone, Serbo, Croato e Bulgaro, scritte con alfabeto latino o cirillico a seconda della vicinanza alla tradizione cattolica od ortodossa.

La migrazione degli Slavi del Sud verso Bisanzio fu recepita come una vera e propria invasione, che scombinò il sistema bizantino. Man mano che veniva instaurata una compagine statale in Serbia e in Bulgaria cresceva la capacità degli Slavi di opporsi alla bizantizzazione. Ciò nonostante proprio la vicinanza del centro della cristianità ortodossa influenzerà profondamente la cultura slava, a partire dai secoli VIII e IX. Questa cultura verrà però assimilata in maniera tale che gli Slavi prenderanno soltanto ciò che si confaceva alle loro esigenze.

L’espansione slava proseguì ininterrotta per circa 250 anni, dal 587 all’805. In questo periodo gli Slavi cacciarono le popolazioni locali greche nei territori limitrofi, ma anche e soprattutto modificarono in maniera sostanziale l’assetto della penisola balcanica, dove distrussero le città e la civiltà preesistenti per rendere il territorio maggiormente confacentesi a quelle che erano le loro abitudini. Gli Slavi erano dediti principalmente all’agricoltura.

Nel VII secolo arrivarono fino a Creta e in Italia, dove rimasero fino all’VIII secolo. Da questi territori sparirono le monete, non si conservarono le vestigia del passato e fu in generale un periodo di degrado e decadenza per l’intera area. Proprio la mancanza di testimonianze storiche per tutto questo periodo ci permette di supporre un’egemonia barbarica in questi territori; la presenza di Slavi è riscontrabile anche in una gran quantità di toponimi proprio dell’interno di quelle zone, questi elementi testimoniano una conquista che non si fermò sulle coste, ma che si spinse anche in profondità.

Con la battaglia di Patrasso Bisanzio riconquistò gli antichi territori e in brevissimo tempo piegò la resistenza degli Slavi, tranne che nei Balcani. La politica di Bisanzio prevedeva di trasferire intere popolazioni ribelli in luoghi lontani per sedarne lo spirito di ribellione. In questo modo molti Slavi furono impiegati anche come guerrieri in Asia Minore, la cui presenza massiccia è testimoniata ancora oggi da fattori di carattere sociale ed economico.

Dal VII sec. gli Slavi dell’Elba e delle regioni tedesche furono gradatamente conquistati e schiavizzati, sebbene nel VII e VIII sec. essi convivessero pacificamente con i vicini Germani e anzi sviluppassero con loro rapporti commerciali. L’espansione tedesca lasciò poco spazio agli Slavi. Lungo il corso dell’Elba essi rifiutarono il cattolicesimo e in segno di ribellione restarono fedeli al paganesimo dei padri. La pressione dei Germani nel X sec. consolida la frattura tra slavi occidentali e meridionali. Gli slavi orientali (per lo più di etnia russa) si espansero verso la Siberia. La grandezza dei territori rendeva necessario un potere accentrato e molto forte. L’espansione di questo periodo li porterà fino in Alaska, che apparterrà alla Russia fino al 1867.

La Russia

Le due direttive principali della migrazione slava furono quella che portarono alla conquista dei Balcani e quella in direzione del fiume Oka. Questa sarà quella che darà origine allo Stato Russo.

Nel territorio dell’alto Dnepr e della Dvina si trovava la popolazione dei Kriviči, che fondò le città di Polock e forse anche Pskov e Smolensk. A Nord-Est c’erano i Vjatčiki, che si spostarono nella zona della Russia, dove sarebbe poi sorta Mosca. A Sud-Est, nell’odierna Ucraina, i Severjane erano stanziati nelle vallate degli affluenti sinistri del Dnepr, nella zona di Kiev. I Poljani e i Drevljani si stanzieranno di fronte ai Dregoviči. Una parte dei Poljani si stanzierà in Polonia e darà inizio alla dinastia dei Pjast.

Ci sono due teorie sull’origine dell’etimologia “Rus’” / “russo”:
la teoria più accreditata fa derivare questa parola dal termine finnico “ruotsi”, navigatori, con il quale i Finni designavano gli Svedesi. Secondo Nestore, autore de “Il racconto degli anni passati” (Povest’ vremennych let), proprio agli Svedesi si rivolsero le tribù slave stanziate nella Rus’, affinché i primi mettessero ordine fra di loro e regnassero (Nestore parla della missione presso “i Variaghi , i Russi”). Il primo re fu quindi il variago Rjurik, al quale seguì Oleg (Hoelgi; la ricostruzione del nome Oleg avvalla quindi l’origine variaga dei primi re della Rus’);
gli Svedesi erano chiamati anche “rhos” (annali Bertiniani; 839). I popoli della Rus’ erano dediti ai commerci, a differenza degli altri Slavi, che erano coltivatori. Questa caratteristica li accomunerebbe ai Vichinghi-Variaghi. Il nome Hoelgi (variante russa: Oleg) significa consacrato, proprio come Svjatoslav, che fu figlio del re Igor’ e di Ol’ga/Hoelga,  figlia proprio di Hoelgi/Oleg. Quindi Ol’ga avrebbe voluto dare al figlio un nome apparentemente slavo, ma che contemporaneamente ricordasse il padre scandinavo;
il fiume Ros’, a sud della Russia potrebbe essere alla base del termine Rus’, facendo quindi cadere la teoria dell’origine svedese. Il popolo che era stanziato sulle rive del Ros’ ha preso questo nome, come spesso avviene. Parrebbe tuttavia una coincidenza, visto che memorialisti arabi parlano di Russi esclusivamente come di Slavi, ma descrivendo le loro abitudini e il tipo di mercanzie che trasportavano questi “Slavi”, risulta chiaro che si tratti di Vichinghi.

Nestore racconta degli Slavi prima della cristianizzazione, avvenuta a partire dal IX sec., descrivendo il loro modo di vita come animale. In realtà erano popolazioni dedite all’agricoltura, all’apicoltura, alla caccia, allo sfruttamento dei boschi, alla costruzione di zattere e barche. Le popolazioni slave erano organizzate in villaggi e clan (rody). Le città avevano delle fortificazioni (gorodišče). I Russi intrattenevano rapporti commerciali con la Germania del Nord e la Scandinavia (attraverso il Baltico), con le civiltà del Mediterraneo attraverso Bisanzio e con l’Oriente, attraverso il Mar Caspio. Essi commerciavano prevalentemente pellicce, miele, schiavi in cambio di sale, oro e argento. Le loro proprietà erano organizzate secondo un’unione comunistica. Nelle rody cominciarono a penetrare elementi estranei (forza lavoro). Sorsero numerosissime città (gli Scandinavi li chiamavano gaardariki, regno delle città). I due centri maggiori erano Novgorod e Kiev che commerciavano rispettivamente con il Nord e con l’Ovest. Le comunità erano governate da un principe (knjaz’) e da un’assemblea popolare (veče) e sebbene non ci fosse coscienza di appartenere a un’etnia unitaria, c’era una sorta di organizzazione statale. Dalla metà del IX sec. le tribù russe si riunirono in compagini statali, annettendo i latifondi circostanti (volosti).

I primi re della Rus’ e la cristianizzazione

Secondo la teoria normannistica, i primi principi russi sarebbero stati guerrieri normanni vichinghi. In un primo momento gli Scandinavi vennero scacciati dalle terre russe perché visti come predoni, ma poi furono richiamati per mettere ordine e stabilire un regno. Fu invitato Rjurik che prese possesso di quelle terre e le unificò. Lo strato superiore dei russi portava nomi varjagi (scandinavi). I Varjagi si adattarono però alla struttura esistente (veče).

Dopo Rjurik (morto nel 879) prese il potere Oleg, dal momento che Igor’, il figlio di Rjurik era troppo piccolo per governare. Oleg elesse Kiev a “madre di tutte le Russie” e vi pose la capitale dell’impero, creando la Rus’ di Kiev (Kievskaja Rus’). Oleg annetté i regni dei Drevljani, dei Severjani e dei Radimiči. Marciò su Costantinopoli, la prese, ma dopo un convenientissimo trattato commerciale a favore dei russi la rese.

Dopo Oleg e il breve regno di Igor’ salì al trono Ol’ga, madre di quest’ultimo e moglie del primo, che si convertì al cristianesimo, ma fu un caso isolato e la religione non fu imposta ai sudditi.

Le succedette Svjatoslav, che spostò i confini del regno verso Oriente, ma conquistò anche la Bulgaria. Durante questa campagna lasciò Kiev sguarnita e che cadde preda dei Pečenegi. Il re la riconquistò, ma rifiutò di viverci. Svjatoslav aveva tre figli: Oleg, Jaropolk e Vladimir. Alla morte del genitore essi diedero inizio ad una guerra fratricida dalla quale uscì vittorioso Vladimir che si convertì al cristianesimo, assumendo l’epiteto di “Santo”. La cronaca di Nestore racconta di un Vladimir libertino ed immorale prima della conversione e buono anche con i nemici, dopo. Sotto Vladimir il Santo si intensificarono i contatti con Bisanzio e ci fu una fioritura notevole. La leggenda della conversione narra di un aiuto militare di Vladimir all’imperatore di Bisanzio contro dei ribelli in cambio del quale all’imperatore russo venne promessa in sposa la sorella dell’imperatore di Bisanzio. Dopo l’esito positivo della lotta contro i ribelli, però, questi rifiuta di accordargliela, con la scusa che Vladimir era un pagano. L’imperatore russo muove su Bisanzio, si ferma a Cherson. L’imperatore bizantino accetta di concedere la sorella in sposa, Vladimir si fa battezzare e fece fondare in Rus’ molte scuole religiose. Il paganesimo resisté però molto a lungo in alcune zone del regno, soprattutto in periferia. Esempi di cristianesimo misto al paganesimo sono attestati fino al XII sec.: i venti sono chiamati “figli di Striborg” e principi “figli di Daschborg”, dal nome di due divinità del paganesimo slavo.

L’evangelizzazione della Slavia ebbe inizio in Boemia per opera del clero tedesco (IX sec.) ma i feudatari germanici erano visti come pericolosi intrusi che attentavano all’unità dei paesi limitrofi. Si preferì quindi rivolgersi a Bisanzio, culturalmente più vicino agli Slavi. Nell’863-864 due monaci di Salonicco, Costantino (Cirillo) e Michele (Metodio) furono mandati in Moravia. Salonicco faceva parte dell’area bizantina, ma di quella parte abitata da un’etnia slavo-bulgara. I due monaci lasciarono un alfabeto (Glagolica) e traduzioni di testi sacri. Nel 988 la cristianizzazione, per opera dei discepoli di Cirillo e Metodio giunge in Rus’; la lingua liturgica diventa lo slavo ecclesiastico (Staroslavjanskij jazyk), scritto in Glagolica. Contemporaneamente i discepoli dei monaci di Salonicco introducono il cirillico (Kirillica), escluso però dall’uso religioso.
L’introduzione dell’ortodossia crea uno spirito anti-occidentale (anti-latino). In questo senso il cirillico si contrappone all’alfabeto latino, proprio del mondo cattolico. Le principali differenze dell’ortodossia dal cattolicesimo sono che lo Spirito Santo procede dal Padre, ma non dal Figlio, non esiste un capo supremo della chiesa, le questioni di fede sono appannaggio di un Concilio, la chiesa ortodossa non riconosce né il purgatorio, né indulgenze, non esiste l’obbligo del celibato per il clero inferiore.

Durante il regno di Vladimir il Santo si avviò la creazione dei vescovati, divisi in parrocchie, su tutto il paese; questo fatto garantì il consolidamento della compagine statale. La chiesa ortodossa del tempo predicava la bontà, anche verso schiavi e sottoposti; questo comportò che la schiavitù in Rus’, almeno fino al XV sec., non fu così dura come in altri paesi. La Chiesa consolidò il potere statale, diffondendo l’idea che il potere temporale dovesse appartenere alla veče; la chiesa Ortodossa in questo periodo ammette la possibilità del popolo di sollevarsi contro il proprio signore (l’assolutismo in Russia si svilupperà soltanto a partire XIV sec).

Vladimir lascia un gran numero di figli, che svolgono compiti di luogotenenti del padre nelle varie province. Dopo diverse guerre fratricide e una guerra tra Jaroslav (governatore di Novgorod) e Svajtoslav (governatore di Kiev), il primo ha la meglio. In questo periodo si ebbe l’elezione del primo metropolita russo (Ilarion) non scelto da Costantinopoli. Si incominciò a tessere una fitta rete di rapporti di parentela con le maggiori dinastie europee. Le cronache riportano la straordinaria attività edilizia di Kiev, nella quale pare che fossero state erette circa 400 chiese (fra le altre quella di S. Sofia a Kiev) e addirittura otto mercati frequentati da mercanti di tutta Europa. Jaroslav concedeva asilo politico ai sovrani europei che dovevano fuggire dalle proprie terre. Sotto questo re fu promulgata una raccolta di leggi, la Russkaja pravda, compilata sulla base della legislazione bizantina e di quella svedese e che contemplava i casi da cui esulava il diritto canonico. Non prevedeva la pena di morte, ma una pena pecuniaria anche per l’omicidio di un uomo libero. Nella Kiev di questo periodo si assisté ad una notevole fioritura delle lettere, Jaroslav stesso era alfabeta e raccolse una grande biblioteca, che rese pubblica. In punto di morte (1054) consegna il regno nelle mani del figlio maggiore, destinando agli altri regni minori. Istituisce un sistema, che garantisse la successione al trono evitando guerre fratricide: quando il fratello maggiore sarebbe morto, il secondo avrebbe preso Kiev e cosi via. Nonostante l’idea di una ciclicità, anche questo metodo non servì a evitare guerre fratricide.

La decadenza, il giogo tartaro e l’ascesa di Mosca

Nel 1113 Vladimir Monomach fu eletto dal popolo Gran Principe ma alla sua morte il trono passò ai suoi figli che diedero inizio a guerre intestine che indebolirono lo stato e le sue difese. Nei secoli XI e XII ci furono frequenti attacchi dei Polotsy, ai quali nel 1204 si unì la quarta crociata, che danneggiò per decenni Costantinopoli e quei paesi che commerciavano con essa. Calò la forza della Russia del Dnepr, mentre Novgorod continuava a mantenere una certa indipendenza economica grazie al commercio verso il Baltico e con i Germani.

All’inizio del XIII sec. la Rus’ fu invasa dai Tartari, che disponevano di un enorme esercito e di un perfetto sistema di sottomissione e reclutamento dei soldati. Alla guida del loro re, Gengis-Khan, conquistarono un territorio che si estendeva dalla Cina alla Georgia, tra il 1206 e il 1227, anno della morte del sovrano. I tartari giunsero fino in Polonia e Ungheria. I Russi decisero di attaccarli, ma furono sconfitti e gli avversari conquistarono e distrussero tutte città della Rus’. Alla morte di Gengis-Khan salì al potere suo figlio Batyj. Nel 1240 la Rus’ era totalmente conquistata, ad eccezione di Novgorod, il cui territorio era rimasto esterno all’ondata tartara. Kiev restò distrutta per secoli e nella sola capitale si contarono milioni di morti. Diventò un villaggio senza importanza e ancora nel XV sec. la popolazione non superava le 200 unità. A partire dal XII sec. buona parte della popolazione di Kiev emigrò verso Ovest (verso la Galizia), un’altra parte verso Nord-Est, verso le città di Novgorod e Suzdal’, Tver’, Rostov, Jaroslavl’, sospinte anche dallo scemare dei commerci con Bisanzio. In particolare attorno a Suzdal’ sorsero migliaia di villaggi abitati per lo più da contadini. L’attività artigiana era ridotta al minimo, finalizzata alla soddisfazione dei bisogni immediati. Questo periodo di generale decadenza della Rus’ è noto con il nome di dominio delle città.

Dopo Jurij Dolgorukij (morto nel 1157) Andrej Bogoljubskij creò il principato di Suzdal’, senza veče e con reggenza assoluta. La capitale venne spostata a Vladimir. Bogoljubskij voleva in questo modo opporsi all’aristocrazia del denaro di Novgorod, che aveva interessi nella zona di Suzdal’. Dopo alcune guerre per la successione al trono, il fratello minore di Andrej, Vsevolod, prese il potere. Il principato si frammentò in una serie di piccoli feudi, gli udely, retti da principi che erano anche i signori delle terre. Fu questo un periodo di frammentazione e debolezza dello stato nella sua totalità.

Alla morte di Batyj, in Russia era stata creata un’amministrazione perfetta e uno stato tartaro indipendente (Orda d’Oro). I tartari raccoglievano imposte, prendevano schiavi e donne per gli harem, ma non si immischiavano né nella politica locale, né nei costumi. La capitale del regno tartaro era a Karakorum, in Mongolia e i principi russi continuavano a governare autonomamente, previa autorizzazione da parte dei Tartari; questi lasciarono sempre completa libertà religiosa, anche quando si convertirono all’Islam. Il clero era libero da imposte e viveva arricchendosi.

Nel 1242 Aleksandr Nevskij di Novgorod scacciò dal territorio russo i cavalieri dell’ordine teutonico e i lituani, pur sottomettendosi ai tartari. Fu l’eroe del periodo. Suo figlio Daniil ereditò Mosca e cominciò ad espanderne i territori. Mosca produceva il miele necessario a Novgorod e a Pskov per i loro commerci.

Nel 1327 a Tver’ ci fu la prima rivolta contro i Tartari. Ivan (Kalita), governatore di Mosca, si fece dare 50.000 uomini e marciò su Tver’. I tartari concessero a Ivan il diritto di riscossione delle imposte. Il suo rapido arricchimento fu una delle ragioni dell’ascesa di Mosca. Alla fine del Khanato subentrò il principato di Mosca, che mantenne lo stesso potere assoluto e la stessa pressione sui sudditi che pretendevano dai Russi i Tartari. Mosca viene ricordata nelle cronache fin dal 1147, ma fino al XIII sec. restò un villaggio senza importanza. Ivan diventò quindi sovrano di Mosca e annetté territori importanti. Affrancò schiavi tartari e li mise sul suo territorio, comprò altri principati (Uglič, Vologda), finanziò opere per la Chiesa (tra le altre cose fece erigere le cattedrali Uspenskij e Archangel’skij del Cremlino), fece si che il metropolita si trasferisse a Mosca. Ivan voleva diventare principe della Russia perché la regione di Mosca garantiva un ricco fisco, godeva dei pieni poteri ricevuti dal Khan, Mosca si andava affermando come centro della fede. Anche i successori di Ivan vollero riunire le terre russe sotto Mosca. Nel 1380 Dmitrij (Donskoj) sconfisse i tartari sul campo di Kulikovo. Il regno tartaro si stava nel frattempo indebolendo a causa di frammentazioni interne. La vittoria di Dmitrij Donskoj fu importante prima di tutto perché i dominatori della Russia non vennero più considerati invincibili. Nel XV secolo ci fu la fondazione in Russia dello stato tartaro di Kazan’.

La fine del giogo tartaro e la nascita della Rus’ moscovita

In questo periodo ci furono molti scontri per il trono di Mosca dai quali uscì vincitore Vasilij II. Era il padre di Ivan III (1462-1514), che fu eletto primo zar di tutte le Russie. Molti bojare, i nobili, abbandonavano le proprie terre per mettersi a servizio di Ivan. Si creò un’aristocrazia russa sotto uno zar e quindi anche i presupposti per stato unitario nazionale. Ivan III assoggettò la Grande Novgorod, in cui l’aristocrazia del denaro voleva andare a servire sotto i lituano-polacchi, mentre il popolo sotto Mosca, perché quest’ultima limitava il potere e l’arbitrio dei bojare. Ivan dichiarò la necessità di conservare l’ortodossia e quindi vietò ogni influsso in Russia di elementi cattolici. Si costituì la Rus’ di Mosca (Moskovskaja Rus’), ma gli abitanti di Novgorod tramarono con Casimiro di Polonia e con il Khan contro la formazione di uno stato unitario sotto Mosca. Ivan mise a fuoco la città, ci furono deportazioni e confische. Questo stato di cose portò alla fine di Novgorod e dei rapporti commerciali che questa città intratteneva con l’Europa. Ivan ampliò il regno annetté le città di Tver’ e Pskov, giungendo ad annettere Perm’. Lo zar rifiutò fermamente di pagare il tributo ai Tartari. Nell’inverno del 1480 si arrivò ad uno scontro sul fiume Ugra. In realtà i due schieramenti decisero di non intraprendere battaglia; dal punto di vista dei russi questo fatto testimoniò la debolezza dell’Orda d’Oro, che nel 1502 si scioglie definitivamente a cause di insanabili fratture interne. A Kazan’ fu istituito un khanato, come ad Astrachan, ma fu di fatto incapace di competere con Mosca, sebbene le scorrerie tartare in territorio russo continueranno fino al XVIII secolo.

Dopo il dominio tartaro l’assolutismo di Mosca divenne totale. Per i sudditi mutò ben poco dalla situazione precedente. A Ivan III succedette Vasilij III che annetté Pskov e ottenne Smolensk dalla Polonia. Fu notevolmente limitata la libertà di tutti i sudditi. Ogni opposizione interna era punita con il carcere. La Chiesa proclamò l’origine divina del potere zarista dando, di fatto, la giustificazione per l’instaurazione del potere assoluto. Ma per i russi, come notarono dei pubblicisti stranieri del XVI e XVII secolo (come per esempio Samuel Maskiewicz, all’inizio del XVII sec), era preferibile l’assolutismo zarista allo strapotere dei bojare, loro pari, ma più ricchi; lo zar era invece considerato un luogotenente di Dio in terra.

A Vasilij III succedette Ivan IV (Groznyj; 1530-1584), il cui padre morì, quando il figlio aveva 3 anni, la madre, quando ne aveva 8. Il futuro zar ebbe un’infanzia infelice, fu lasciato all’arbitrio dei bojare che fecero crescere lui e suo fratello in un clima di terrore e anarchia. Ivan IV preferì non intaccare i beni della Chiesa per non perdere appoggio spirituale, sebbene nel 1500 il clero possedesse un terzo delle terre russe. Espropriò invece le terre ai nobili e creò dei latifondi (pomest’ja) statali. Nel 1543 lo zar tredicenne compì il suo primo omicidio, nel 1547 ci fu una serie di incendi a Mosca, in cui perirono 1700 persone. Il popolo incolpa la zarina di origine polacca. Ivan fece uccidere pubblicamente i caporioni e la folla si placò. Il carattere dello zar era alquanto volubile, egli era incline a grandi pentimenti per il proprio operato, ma non smise mai di compiere atrocità efferate. Il regno di Ivan IV fu caratterizzato da un’altissima depravazione morale. Contro la corruzione dei nobili, Ivan IV introdusse il sistema del kormlenie, che permetteva di esigere le imposte solo a funzionari statali. In politica estera Ivan IV promosse una fortunata campagna contro i Tartari di Kazan’, che fu distrutta, rinforzata e annessa alla Russia. Nel 1556 venne conquistata anche Astrachan’. I Tartari di Crimea non furono invece conquistati perché nei piani dello zar avrebbero dovuto svolgere la funzione di cuscinetto in caso di attacco turco. Nel 1558 fu avviata una campagna contro la Livonia per ottenere l’accesso al Baltico. La guerra contro la Polonia-Lituania e la Svezia, che difendevano la Livonia si protrasse per trent’anni e si risolse con un nulla di fatto. Sfruttando il fatto che l’esercito era occupato su due fronti, i Tartari nel 1571 incendiarono Mosca. Nel 1572 Ivan li sconfigge e da questo momento terminarono quasi completamente le pretese tartare su Mosca. 

Lo zar di fatto eliminò la vecchia classe dei bojare, creò un altissimo numero di nuovi favoriti. Uno di loro, A. Kubrskij, fuggì in Lettonia e da lì scrisse una lettera in cui denunciava l’arbitrio del sovrano e lo accusava di atrocità. Questo fatto accrebbe la diffidenza di Ivan nei confronti della classe nobiliare nel suo complesso. Nel 1564 lo zar lasciò Mosca, scrivendo due lettere in cui veniva annunciato il ritiro dalla politica attiva, in cui si accusavano i nobili di aver reso la sua infanzia un inferno e in cui veniva comunicava al popolo che la decisione era maturata non per causa sua, ma per colpa dei bojare infidi e corrotti, in combutta con il clero. Il popolo implorò lo zar di ritornare, gli permise di fare ciò che avesse voluto, ma di non abbandonarlo. Ivan IV tornò al potere con una libertà di manovra illimitata e giustificata dalle richieste del suo popolo, in nome del quale aveva rinunciato al suo esilio volontario. Fu istituita la Zemščina, un sistema di territori governati da consigli di bojare su cui lo zar ha un controllo limitato, ma soprattutto l’Opričnina, una polizia segreta sotto il controllo diretto dello zar. L’esercito degli Opričniki era composto di circa 6000 uomini, che uccidevano e depredavano e che di fatto disponevano di un potere pressoché assoluto. Ivan teneva elenchi dei nomi delle sue vittime, per le quali pregava quando si pentiva. Da questi elenchi risulta che le vittime dell’Opričnina furono diverse decine di migliaia e appartenenti a tutti i ceti sociali. In questo periodo corsero voci che Novgorod volesse allearsi con i polacchi. La città fu distrutta dalle truppe dello zar e venne ucciso circa l’80% della popolazione. Dal 1571 cessò il terrore cieco. L’Opričnina viene trasformata in Dvor.

Il regno di Ivan IV distrusse non solo la classe nobiliare ma anche l’economia agricola, eliminò i traffici e i rapporti d’affari. In Europa si diffuse un atteggiamento antirusso, i sovrani temevano che la conquista delle terre sul Baltico potesse inficiare i loro commerci. La differenza di prezzi tra la Russia e l’Europa era enorme. I russi importavano pagando le merci occidentali a caro prezzo e vendevano i loro prodotti a poco. Per combattere gli umori antimoscoviti allo zar serviva un forte esercito, ma soprattutto un commercio solido, in particolare dopo la perdita d’importanza di Kiev e la distruzione di Novgorod. Gli scambi interni erano vivi ma scarsi. In Russia non esisteva ancora un sistema che garantisse il commercio e mancava quasi l’artigianato. Per permettere lo sviluppo del commercio sorsero delle città commerciali (prevalentemente indirizzate al commercio interno), chiamate posady, ma mancava una borghesia che potesse avviare un commercio sul modello di quello europeo. Nel 1553 sir R. Chancelor tentò di arrivare alle Indie attraverso il Mar Baltico e la Russia. Lo zar lo ricevette e concesse agli inglesi incredibili privilegi per commerciare con la Russia. In Inghilterra si formò una Russian Company, che si occupava dell’importazione dal paese degli zar. Si formò anche una borghesia imprenditoriale, composta da un numero esiguo di persone incredibilmente ricche. Alla fine degli anni Sessanta del XVI secolo, per es., quando la Siberia era già stata in gran parte conquistata (la conquista vera e propria si concluderà solo nel 1587 con la fondazione della città di Tobol’sk), la famiglia Stroganov ricevette immensi possedimenti e fu esentata dal pagamento del fisco per ordine dello zar.

Il periodo dei torbidi e la dinastia Romanov 

A Ivan il Terribile succedette il figlio Fedor, poco sensibile alla cosa pubblica e mentalmente disturbato. Prima della sua elezione al trono, l’ultima moglie di Ivan, con il piccolo Dmitrij, unico figlio ancora vivo insieme a Fedor, furono mandati in esilio a Uglič.

Nel 1584 Fedor fu incoronato zar ed ebbe come consiglieri dapprima Nikita Romànovič, morto nel 1586 e poi Boris Godunov. Quest’ultimo fece una rapidissima carriera sotto Ivan e ottenne persino il diritto di imporre balzelli a Mosca. Era uno degli uomini più ricchi di Russia. La casata degli Šujskij tentò di far scacciare Godunov dal Metropolita, ma Boris mise in atto una campagna diffamatoria dalla quale si salvò solo Vasilij Šujskij e che si concluse con la cacciata del Metropolita. Godunov era un fidatissimo dello zar, intratteneva rapporti con le potenze straniere, riceveva al posto del sovrano, si occupava di politica estera e interna. Gli fu permesso persino di statalizzare molte fonti dell’economia, di dare il beneplacito alla costruzione di città in Siberia, di vietare il commercio in cambio di denaro, in quanto voleva materiale per armi che le potenze straniere non vendevano alla Russia. Godunov creò turni di lavoro sfiancanti per fortificare il paese e per istituire ed istruire un esercito moderno, impose un fortissimo aggravio fiscale, soprattutto a danno dei contadini, molti dei quali andarono a rimpolpare le bande di predoni Cosacchi, con il risultato che le campagne si spopolarono.

Nel 1591 fu ucciso il piccolo Dmitrij novenne. Ufficialmente venne dichiarato che era morto giocando con dei coltelli. Molti pensarono che dietro a quest’omicidio ci fosse Boris Godunov. Nel 1598 morì Fedor e dopo lunghe trattative, Boris salì al trono. Fece immediatamente esiliare le famiglie dei Romànov e Šujskij. Nel periodo tra il 1601 e il 1604 ci fu una serie di raccolti scarsi e di incendi accompagnati da un ulteriore aumento della pressione fiscale. Le vittime per fame e epidemie, soprattutto dopo che i contadini furono cacciati da proprietari che non volevano nutrirli, si contavano a migliaia. Dilagò il malcontento. Il popolo russo era propenso a credere che sulla Russia fosse caduta una maledizione per l’omicidio del piccolo Dmitrij, ma anche per il fatto che Boris non appartenesse alla famiglia regnante. Dal 1601 si diffuse l’idea che Dmitrij fosse vivo. In Polonia si trovò un ragazzo che affermava di essere Dmitrij, figlio di Ivan IV e il legittimo erede al trono. Il voivoda di Sandomirz Jurij Mniszek insieme al re di Polonia nel 1604 finanziarono un piccolo esercito che lo scortasse in Russia. I Polacchi speravano con questa manovra di annettere le terre russe e di convertire i russi al cattolicesimo. La promessa sposa di questo ragazzo era Marina Mniszek, che mirava al trono di Russia. A Mosca si diffuse l’idea che il ragazzo che si proclamava il figlio di Ivan IV fosse Griška Otrep’ev, uno scomunicato, ma tra il popolo prendeva sempre più piede l’idea che Dmitrij fosse effettivamente lo zarevič. Giunse a Mosca combattendo poco, nel 1605, anno in cui morì Boris Godunov. Suo figlio e la vedova presero il potere, ma furono esiliati e il falso Dmitrij fu eletto zar. La zarina lo riconobbe e cominciò a regnare. Il nuovo zar attuò una redistruibuzione delle ricchezze ai contadini, approvò una serie di condoni e pose fine al terrore e agli assassini politici. La politica accondiscendente verso i contadini gli inimicarono i nobili, che smisero di sostenerlo. Si disse che il nuovo zar volesse dare la Russia ai polacchi e cacciare la fede ortodossa (Marina Mniszek aveva portato migliaia di polacchi con sé). Fu ordito un complotto di palazzo, alla cui testa c’era Vasilij Šujskij e nel 1605 il falso Dmitrij fu ucciso. La zarina lo definì un impostore e nessuno lo difese più.

Fu eletto zar Vasilij Šujskij, inviso a molti. Si presentò un altro falso Dmitrij, poi un altro, ma Šujskij represse questi movimenti. Un terzo falso Dmitrij, fu fatto fuggire dalle carceri polacche e gli fu dato un piccolo esercito. Si formarono bande che lo seguivano, sebbene nessuno credesse che fosse il vero pretendente al trono. Si stabilì a Tušino e fu celebre come il ladro di Tušino. Šujskij non era in grado di contrastarlo e quindi si alleò con gli svedesi. I polacchi cominciarono a sostenere il falso Dmitrij, visto che erano in guerra con la Svezia e temevano un’espansione di questa nel Baltico. Questo falso Dmitrij accettò le condizioni dei Polacchi per eleggere al trono Władysław, figlio di Sigismondo. I polacchi occuparono il centro di Mosca e Šujskij perse ogni credibilità. Si dimise e Mosca restò senza governo (1610). Il falso Dmitrij fu ucciso a caccia e le sue bande si dispersero.

Si radunarono molte milizie per difendere Mosca dallo straniero e si formò un esercito volontario di circa 100.000 uomini. Per far fronte alle differenze di formazione si scelse un comando provvisorio alla cui guida fu posto un triumvirato, composto da un esponente della media nobiltà (Ljapunov), un nobile rinnegato (il principe Trubeckoj) e un ataman cosacco (Zaruckij). Nelle città orientali, in particolare a Nižnyj Novgorod si formò un esercito di liberazione, spinto all’azione da esponenti del clero e che voleva far salire al trono l’erede legittimo. La leggenda narra che un cittadino di quella città, Kuz’ma Minin vide il beato Sergij in sogno che gli intimò di resistere allo straniero. Egli raccolse denaro tra la popolazione e organizzò un esercito, al cui comando pose Požarskij. Questi riuscì a liberare Mosca dal triumvirato che non voleva lasciare il potere. Zaruckij fuggì e Trubeckoj e Požarskij si allearono con i vincitori, rinunciando al proprio potere.

Si formò quindi un consiglio per decidere chi eleggere zar. Fu eletto [nel 1613] Michail Fedorovič Romànov, zar sedicenne che era la personificazione del compromesso, giovane e non immischiato negli avvenimenti degli anni precedenti. Le conseguenze dei danni economici, causati dalle vicende di questo periodo (che passò alla storia come il periodo dei torbidi) si trascinarono fino al XVIII secolo e dal punto di vista politico, la situazione regredì di quasi 50 anni.

Da Michail Fedorovič Romànov a Pietro il Grande

Il regno di Ivan il Terribile, l’arbitrio dell’Opričnina e il periodo della Smuta avevano causato una perdita massiccia di contadini e quindi della capacità produttiva del paese. Le riforme che Michail tentò di introdurre furono vanificate dai diritti accampati dall’aristocrazia. Si assistette, di fatto, alla restaurazione del modo di vita e delle forme di vita precedenti alla Smuta. Persino Minin non ricevette nulla per la liberazione di Mosca. Il Cremlino non possedeva quasi nulla e fu costretto a chiedere prestiti ai più ricchi. Allo zar fu affiancato il Zemskij Sobor, in formazione permanente, che aveva il potere di deliberare sugli affari di stato. Ai mercanti fu imposta una tassa del 20% sul patrimonio. Ci fu una grandissima pressione fiscale. Si concessero benefici fiscali ai territori devastati dalla guerra. Ci fu una grandissima evasione fiscale, tutti cercavano, anche a costo della propria libertà personale, di mettersi a servizio delle categorie esenti da tasse. Le carestie degli anni precedenti si ripercuotevano sul sistema anche come mancanza di braccianti agricoli e leve per l’esercito. Per rimediare al problema dei contadini fu istituita la servitù della gleba: i contadini vennero legati indissolubilmente alla terra che coltivavano, divenendo “anime”.

A Michail successe Aleksej (1645), detto il quietissimo, succube dei bojare e degli arrivisti che lo circondavano. Questo fu un periodo di altissima corruzione e povertà diffusissima. Nel 1648 si registrarono dei disordini tra la popolazione. Venne introdotto un nuovo codice legislativo (Uloženie), a favore dei mercanti e che non teneva alcun conto dei contadini. Fu limitata l’espansione della Chiesa (che possedeva i circa ⅔ dei territori). Nel 1650 scoppiarono disordini a Novgorod e Pskov, dal 1654 si registrarono disordini in Ucraina, divisa tra la Polonia e la Russia. Ad accrescere questa difficile situazione politica contribuì la crisi monetaria e l’inflazione galoppante.

Per tutta la storia della Russia, la Chiesa era stata a fianco dello stato, il patriarca risiedeva al Cremlino ed era inconcepibile una lotta fra il potere temporale e quello religioso, ma nel XVI secolo si diffuse l’idea che Dio stesse punendo il popolo russo per qualcosa di errato nella fede e nel modo di professarla. Nei libri c’erano molte discordanze e imprecisioni, soprattutto a causa della poca volontà dei copisti e degli studiosi: l’interpretazione delle sacre Scritture divergeva da parrocchia a parrocchia. Nel 1649 il Patriarca Nikon fece ritorno a Mosca da Gerusalemme e chiarì alcuni aspetti non chiari dell’ufficio liturgico. Introdusse delle innovazioni, prese dal culto bizantino. La chiesa ufficiale accolse le innovazioni (il segno della croce doveva essere fatto con tre dita invece che con due, com’era stato in uso fino ad allora), mentre una parte dei clerici restò fedele ai vecchi precetti, vedendo nelle innovazioni un segno di disprezzo per la fede dei padri e della tradizione tipicamente russa. Il principale promotore delle innovazioni fu il Patriarca Nikon, molto vicino allo zar. Nikon aveva ricevuto da Aleksej privilegi di carattere anche temporale in relazione all’amministrazione dei beni ecclesiastici. Il Patriarca, per incrementare ulteriormente il proprio potere, si dimise sperando che lo zar l’avrebbe pregato di tornare al suo ufficio, ma subì un processo e fu incarcerato. Questa era in realtà una mossa di Aleksej per limitare i troppi benefici che aveva avuto e quindi tornare sui suoi passi senza ammettere i propri errori. L’esponente più in vista tra i seguaci dell’antica fede, i cosiddetti raskol’niki, fu l’arciprete Avvakum. Nel 1656 i dissensi tra i raskol’niki e il patriarcato portarono a una scissione in seno alla chiesa ortodossa. Avvakum fu esiliato in Siberia, sottoposto a torture e incarcerato, ma non ritrattò mai le proprie convinzioni. Giunse al punto di autorizzare la celebrazione senza pope pur di non accettare preti “rinnovati”. Durante il suo esilio alle isole Soloveckie riuscì a convincere tutti i monaci a mettersi dalla sua parte. I monaci, confinati nel monastero si difesero per 5 anni da un assedio dell’esercito e pubblicamente smisero di pregare per lo zar. Avvakum fu arso come eretico dopo aver predetto allo zar che questi sarebbe andato all’inferno. Un allontanamento così netto tra lo zar e un rappresentante della religione sarebbe stato impensabile soltanto qualche decennio prima.

In Russia non c’era alcuna legislazione che regolasse il commercio e solo poche famiglie avevano la possibilità di arricchirsi (Stroganov, Nikitnikov). Anche lo zar, a dispetto della situazione di collasso economico, aveva guardaroba ricchissimi e oro in quantità enormi che erano però beni morti, che non potevano essere usati. Già a partire dal XVI secolo lo stato Russo aveva chiamato a sé esperti stranieri per costruire armi, per impiantare fabbriche nel paese e soprattutto per istruire i soldati al combattimento secondo una formazione europea. Anche l’industria navale era gestita da imprenditori e ingegneri stranieri. Già al tempo di Ivan Groznyj s’era formata la Nemeckaja sloboda, un villaggio isolato da Mosca nel quale vivevano gli stranieri e nella quale furono addirittura innalzate chiese a culti non ortodossi. Sotto Aleksej furono invitati musicisti e teatranti si aprì il primo teatro a corte dove spesso si inscenavano spettacoli, prima in tedesco, poi anche in russo. Si era diffusa la moda occidentale, molti nobili, tra cui i ricchissimi Golicyny e i Ordin-Naščokiny, avevano case arredate secondo il gusto europeo.

Già dalla seconda metà del XVII secolo si assisté alla formazione di bande di predoni cosacchi, il più celebre dei quali fu Sten’ka (Stepan) Razin. Le sue bande si spinsero dal bacino del Don fino ad Astrachan’. Razin si rivoltava non tanto contro lo zar, quanto contro i ricchi, mirando a una divisione più equa della ricchezza. In un secondo tempo la sua ribellione si rivolse anche contro il clero, che era al servizio dei potenti. Le bande di Razin uccidevano bojare e voevodi (governatori), ma non colpivano minimamente la popolazione. Molti contadini si arruolarono nelle sue bande, che raggiunsero un contingente di circa 20.000 uomini. Lo zar concesse a Razin il proprio perdono, chiedendogli di tornare sul Don. L’ataman per tutta risposta progettò l’assedio di Mosca, ma ci ripensò. Ma dal 1670 le bande ribelli cominciarono a subire le prime sconfitte e molti abbandonarono il proprio capo. Sten’ka Razin fu sconfitto, arrestato e squartato il 6/6/1671. Circa 100.000 simpatizzanti furono uccisi e torturati.

L’era di Pietro I il Grande

Lo zar Aleksej aveva avuto tre figli maschi da due mogli diverse. Il primogenito Fedor fu posto sul trono, ma morì quasi subito (1682). In seguito a questo avvenimento la famiglia della seconda moglie, Natal’ja,  fu cacciata a Preobrjaženskoe, un sobborgo di Mosca. Natal’ja era la madre del futuro zar Pietro il Grande (1672-1725). Questi ebbe un educazione molto libera, aveva a disposizione per i suoi giochi nani e buffoni e giocava spesso con i figli dei contadini. Aveva una predilezione per i giochi militari e addirittura venne istituito un corpo di soldati per i suoi giochi. Nel 1682 a Mosca ci fu la rivolta degli strel’cy, un corpo di guardia sottopagato e praticamente inutilizzato. La principessa Sof’ja scatenò un’insurrezione che uccise membri della famiglia Naryškin, cui apparteneva Natal’ja. Sof’ja, di fatto, prese il potere, nonostante che sul trono ci fossero Ivan, fratello demente di Fedor e Pietro, decenne. Gli strel’cy si allearono dapprima con i vecchi credenti scismatici (i raskol’niki), ma alla prima occasione li uccisero per dimostrare fedeltà al potere. Sof’ja governava con il suo amante, il principe Golicyn. Inaugurarono due spedizioni molto negative contro i Tartari di Crimea, in seguito alle quali si diffuse un grande malcontento nei confronti del potere. Nel 1689 Pietro diventò maggiorenne. Messo al corrente di una congiura ai suoi danni, fuggì a Trojckij. In realtà questa mossa si rivelò un trucco per allontanarlo da Mosca. Chiese quindi che la popolazione che gli era fedele andasse a Trojckij a rendergli onore. La popolazione accolse in massa l’invito dello zar, Sof’ja fu deposta e esiliata al monastero di Novodevič’ij, appena costruito. Pietro prese il potere con il nome di Pietro I.

Nel 1695 Pietro mosse guerra contro i Turchi sul Mar d’Azov che ebbe un esito rovinoso. Si convinse della necessità di una flotta moderna e per raggiungere questo obiettivo si fece aiutare da esperti occidentali. Nel 1698 ci fu una seconda guerra contro la Turchia, che risultò vittoriosa. Pietro imparò dagli errori precedenti e la sua flotta riuscì a bloccare le navi turche nel porto. Lo zar impose balzelli per finanziare la costruzione di una flotta, obbligò i sudditi a recarsi a spese proprie in paesi stranieri per imparare l’arte della costruzione navale ed altre discipline che in Russia non venivano insegnate. Queste decisioni vennero sentite dal popolo come tradimento della russità. Dal 1697 Pietro viaggia per l’Europa: fu a Riga, che allora faceva parte dell’impero svedese, poi fu in Germania, in Olanda e in Inghilterra), dove in incognito conseguì diversi diplomi come falegname, armaiolo e tecnico delle costruzioni. Era impensabile, addirittura sconveniente che uno zar di Russia viaggiasse all’estero. Pietro voleva uno stato moderno, che potesse competere con l’Europa. Cominciò con lo scardinare le consuetudini del proprio paese a partire dal comportamento del regnante. Avviò una campagna di europeizzazione dei costumi russi, imponendo il taglio della barba per tutte le classi sociali, ad eccezione dei contadini e del clero, la moda dei costumi occidentali, cosa che suscitò lo sdegno del clero e della parte più reazionaria della popolazione.

Una nuova rivolta degli strel’cy stanchi, lontani dalle famiglie per anni, fu causata dal fatto che un rinnovamento sociale minava l’esistenza stessa del loro corpo. Si rivoltarono, cercando l’appoggio di Sof’ja, alla quale promisero il trono. Le truppe zariste ne ebbero facilmente ragione e molti congiurati vennero uccisi in maniera tanto barbara che gli strel’cy scomparvero totalmente come corpo.

Pietro legalizzò il tabacco, spostò il computo degli anni a partire dalla nascita di Cristo (prima era in uso il conteggio bizantino) e rifiutò ogni esteriore segno di adesione alla pratica religiosa, allestendo addirittura fiere e spettacoli che irridevano il clero. Tra i russi si diffuse l’idea che lo zar volesse estirpare l’ortodossia e far prevalere l’ateismo. Ci furono episodi di fughe massicce dalle città per non sottostare alla pressione fiscale, ma anche suicidi di massa per non rinunciare alla propria “russità”. Tra il 1706 e il 1708 ci fu una sollevazione ad Astrachan’ per difendere la fede e la formazione di un consiglio popolare, nel 1707 una sollevazione dei Cosacchi del Don, che si richiamavano a Razin, soffocata nel sangue. Nel 1710 fu approvato l’alfabeto civile.

Ai reazionari non rimaneva che sperare nella morte di Pietro e nello zarevič Aleksej, che non amava il padre e le sue riforme. Il giovane era diviso tra l’educazione filo-tedesca imposta dal padre e quella schiettamente russa promossa dalla madre, fatta rinchiudere in monastero, quando lui aveva 8 anni. Era di indole tranquilla e incline alla religione. Attorno alla figura di Aleksej si formò un movimento, senza che lui ne fosse conscio. Pietro gli chiese di scegliere tra l’adesione ai suoi programmi e l’abdicazione al trono. Aleksej rinunciò al trono, ma Pietro non gli credette. Per fuggire da questa situazione lo zarevič finse di recarsi da Pietro, quando questi era in Europa, ma fuggì a Napoli. Pietro lo trovò e lo fece ritornare in Russia, promettendogli l’incolumità, ma lo rinchiuse nella fortezza di Pietro e Paolo, dove morì nel 1718.

In politica estera fu stipulata una pace con la Turchia che prevedeva poche concessioni da parte russa (1700). Pietro si concentrò quindi sul Baltico per contrastare Augusto di Polonia alleato della Danimarca e della Svezia [??? vedi: la “Grande guerra del Nord”: https://it.wikipedia.org/wiki/Grande_guerra_del_Nord]. L’esercito russo si mosse verso nord, ma fu sconfitto e annientato a Narva. Il prestigio di Pietro come capo militare vacillò. Carlo XII di Svezia chiese aiuto alla Polonia, Pietro inaugurò la “guerra senza sosta”, che ebbe esito positivo per la Russia con una vittoria alle foci della Neva (1702) e si concluse con l’annessione dei territori della Livonia.

Nel 1703 venne fondata Pietroburgo, inizialmente come porto, concepito da Pietro come “finestra sull’Europa”. Qui, nel 1713, si trasferì la capitale dell’impero.

Nel 1708 Carlo XII di Svezia intraprese nuovamente una campagna contro la Russia, attaccando da sud, dall’Ucraina. L’Ucraina si ribella ai conquistatori, schierandosi a fianco dei Russi. La battaglia di Poltava segnò la sconfitta degli svedesi. Il re di Svezia, fuggito in Turchia mise in moto una propaganda antirussa che portò a una guerra preventiva con la Turchia e poi ad una pace duratura con pochissime concessioni. Nel 1721 fu definitivamente stipulata la pace (pace di Nystad), con la quale fu ratificata l’annessione della Livonia alla Russia, che acquistò anche Estonia, Karelija, ma soprattutto fama internazionale come una delle potenze europee. I Russi riconobbero a Pietro di aver sofferto non invano e di essere stati assurti dal “non-essere all’essere”, di essere divenuto uno dei “popoli politici”. Già nel 1722 Pietro intraprese nuove campagne militari contro la Persia a sud e nelle coste occidentali del Mar Caspio. Per finanziare le guerre veniva preso tutto ciò che era possibile dalle casse dello Stato e venivano imposte tasse e monopoli praticamente su tutto (addirittura su barbe e berretti). Si diffuse un malcontento generale.

Pietro era odiato dagli slavofili per aver sacrificato il vero volto della Russia in nome della modernità, mentre era esaltato dai più progressisti che guardavano all’Occidente. In realtà le riforme di Pietro erano in corso da tempo, la modernizzazione del paese era stata avviata già dal tempo di Ivan e Michail, ma non in misura così massiccia. L’europeizzazione dei costumi era un riflesso necessario della volontà di entrare in contatto con l’Occidente. La politica petrina nascondeva l’idea che tutti i sudditi dell’impero, dai contadini ai nobili, dovessero essere costantemente al servizio dello Stato. La grande arretratezza della Russia e la costante povertà erano dovuti al fatto che nel paese non esistevano né direttori d’industria capaci, né manodopera specializzata. Un contadino che lavorava in fabbrica produceva la metà di un operaio in Occidente e costava di più. Non esisteva un ceto cittadino operaio, che in Occidente si venne formando fin dal Medioevo. Non esisteva neppure un commercio autoctono, poiché quasi ogni forma di scambio commerciale era in mano a mercanti stranieri. Pietro limitò drasticamente le proprietà del clero, giunse a definire i monaci parassiti che prendevano i voti solo per non pagare il fisco. Nel 1721 fu abolito il patriarcato. Si provò anche a favorire la formazione di assemblee cittadine libere per la riscossione del fisco, con deputati eletti da popolo, ma non c’era alcuna coscienza democratica e la corruzione, presente praticamente in ogni settore della vita economica, politica e sociale del paese, impediva che un’istituzione del genere funzionasse.

Lo scopo della grave crisi prodotta con lo sfruttamento fiscale di Pietro era stato quello di stimolare lo spirito russo nel senso di una trasformazione progressista dello stato. Ora c’era la necessità di indebolire la pressione, anche in vista delle avvenute conquiste territoriali.
La nobiltà aveva perso i suoi caratteri monolitici; Pietro elevò a nobili molta gente che non era di alto lignaggio, ma in base ai meriti e ai servizi che apportava al paese.

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Integro con questo scritto tratto da:  http://storiadellaciviltarussa.blogspot.it/ 

San Pietroburgo capitale e le riforme di Pietro il Grande

La Russia del XVII secolo era un paese arretrato, ma durante il regno di Pietro I (1682-1725) furono portate a termine innovazioni e riforme in vari campi della vita economico-sociale, che la trasformarono. Si possono così sintetizzare:

sviluppo del commercio e dell’industria;
formazione di un esercito regolare e stabile;
riforma e centralizzazione delle istituzioni governative;
trasformazione dell’istruzione;
occidentalizzazione dei costumi.

La Russia restava ancora uno Stato centralizzato e fondato sulla servitù della gleba: bisognava rendere efficiente l’amministrazione pubblica, sviluppare un’economia produttiva e una cultura laica, al passo con quella europea. Perciò Pietro I introdusse quattordici livelli amministrativi e militari, riformò l’esercito e la flotta.

Non esisteva ancora un esercito regolare: i nobili sceglievano o estraevano a sorte alcuni fra i propri contadini e partivano assieme ad essi per la guerra, ma senza ordinamento e armati in modo disomogeneo. Gli ufficiali ricevevano una formazione militare una volta all’anno, oppure in occasione di una guerra, ma poi ognuno tornava a casa. Pietro I stabilì che i soldati restassero in servizio pennanente e che fossero reclutati anche fra la popolazione cittadina, mediante arruolamenti appositi: una recluta ogni 20 uomini. Alla fine del regno di Pietro I l’esercito russo contava 200.000 uomini di cui 110.000 cosacchi nella fanteria e nella cavalleria. I nobili erano obbligati tutti indistintamente a prestare servizio militare. Venne introdotta anche un’uniforme. Fu avviata la costruzione della flotta, con capi-mastri stranieri. Sul fiume Vorònez furono costruite 23 grandi “galere” e una grande nave da 36 cannoni, “l’ Apostolo di Pietro “. Lo zar in persona si era recato in Olanda, ad imparare l’arte della costruzione navale, come semplice operaio. La prima flotta russa del Baltico venne varata nel 1703, con un equipaggio di 28.000 marinai.

Per quanto riguarda la riforma dello Stato, nel 1711 la tradizionale Duma dei Bojari (l’assemblea dei nobili che deliberava per ordine dello zar sulle questioni di Stato) fu sostituita dal Senato. Il Senato (di dieci membri) valutava le questioni più importanti e sostituiva lo zar assente. Pietro I creò anche dieci Collegi, sorta di ministeri, di cui tre dirigevano la Difesa e i rapporti con l’estero, tre dirigevano Industria e Commercio, altri tre le Finanze dello Stato. Il decimo Collegio gestiva la Giustizia e la sua applicazione. Successivamente il numero dei Collegi aumentò.

Per sviluppare le attività produttive, vennero trasferiti nelle officine migliaia di contadini, furono avviati alle manifatture vagabondi e disoccupati e aboliti gli schiavi; servivano però anche operai qualificati. Perciò lo zar fece venire dalla Germania esperti di vari settori produttivi, così la Russia formò le proprie maestranze. I nobili furono sollecitati o obbligati a trasferirsi e a costruire palazzi nella nuova capitale S. Pietroburgo, il che favorì lo sviluppo dell’edilizia, delle arti, di attività artigianali e commerciali.

Grazie all’esercito e alla flotta rinnovati Pietro I conquistò le coste del mar Baltico e solo in parte del mar Nero, che appartenevano, rispettivamente, agli Svedesi e ai Turchi. Lo Stato russo possedeva solo le coste del mar Bianco, lontane dalle principali vie marittime e quasi sempre ghiacciato. Perciò era necessario intraprendere la conquista del mar Baltico e del mar Nero!

La Russia si alleò con la Polonia e la Danimarca contro la Svezia. Questa guerra detta “Guerra del Nord”, durò dal 1700 al 1721. All’inizio gli Svedesi si dimostrarono più forti; Pietro I li chiamava “i suoi maestri”. Grazie a un lavoro indefesso (lo zar fece fondere le campane delle chiese per costruire cannoni) la prima vittoria russa ebbe luogo nell’autunno del 1702 presso la sorgente del fiume Nevà, nella fortezza che Locar’ aveva chiamata, in lingua tedesca, “Schliisselburg”, cioè “città-chiave”. Ma nel 1703 vi fu edificata la fortezza di Pietro e Paolo, primo nucleo della nuova capitale chiamata “Piterburch” con nome olandese, poi “Sankt-Peterburg” e familiarmente “Pìter”. La costruzione di questa città ebbe un’enorme importanza: la Russia aveva la sua “finestra sull’Europa”, essa rappresentò un ulteriore passo in avanti nella”Guerra del Nord” che proseguì fino alla vittoria russa nella battaglia di Poltàva (1709), in Ucraina. Il re di Svezia Carlo XIII in persona, alleato all’ hetman ucraìno Mazeppa, assediò l‘antica fortezza di Poltàva. Dopo due mesi i 42.000 uomini dell’esercito russo riuscirono ad entrare in Poltàva,
con Pietro I in testa; i Russi vittoriosi fecero prigionieri i comandanti svedesi. Dopo altre vittorie, la pace fu conclusa e la Guerra del Nord cessò. In base al trattato di pace, la Russia ottenne le terre della Lettonia e dell’Estonia, le coste del Golfo di Finlandia presso S. Pietroburgo e parte della Carelia. La Rus’, ormai Rossìjskaja lmpèrija,  aveva raggiunto il proprio scopo: diventare una potenza marittima del mar Baltico.

Nel campo dell’istruzione e della cultura, è da notare che per la prima volta in Russia vennero fondate 42 scuole di aritmetica, dette “scuole di calcolo”, in città di provincia. Quella di Mosca fu trasferita a Pietroburgo e trasformata in Accademia Marittima. L’istruzione divenne obbligatoria per i nobili; i metodi erano piuttosto brutali: “Non conosci l’aritmetica, non potrai sposarti!”. Le punizioni erano severe: un soldato stava seduto a fianco dell’insegnante, con uno scudiscio in mano, per chi dimostrava di non studiare. L’Accademia delle Scienze fu fondata dopo la morte di Pietro I, ma per suo decreto del 1724. 

Lo zar, autodefinitosi nel frattempo imperàtor, abbandonando l’antico titolo medievale “zar”, introdusse un nuovo alfabeto cittadino corsivo (alcune lettere furono eliminate dallo slavo-ecclesiastico. Anche i numeri vennero trasformati da quelli ecclesiastici in cifre arabe. A Pietroburgo nel 1703 uscì il primo giornale a stampa e l’imperàtor partecipò attivamente alla sua pubblicazione. Il titolo era: “Bollettino di avvenimenti bellici e di altra natura, degni di esser notificati e ricordati, avvenuti nello Stato di Mosca e in altri paesi cristiani”, ma tutti lo chiamavano “Vèdomosti”. Il primo teatro pubblico fu costruito a Mosca, nel 1702: un edificio in legno, aperto a tutti. Fino ad allora gli allestimenti teatrali  (permessi dal 1672) erano stati possibili solo nel palazzo imperiale, poiché per decreto del 1648 gli spettacoli in casa e per strada erano vietati oppure erano baracche improvvisate per saltimbanchi o teatrini di burattini . Anche il calendario si trasformò (prima partiva “dalla creazione del mondo”) nel 1700, partendo, come in Occidente, “dalla nascita di Cristo” e dal 1 gennaio (Nel 1699 un ukàz di Pietro I cambiò il calendario. Secondo quello risalente all’antica Kiev, per i Russi correva l’anno 7207 dalla creazione. Inoltre l’anno incominciava in settembre: nel libro della Genesi Adamo ed Eva colgono la mela dall’albero, ciò che può solo accadere in settembre). Dal 1 gennaio 1700 la Russia si adeguò all’Europa e adottò, fino al 1918, il calendario giuliano.

Più in generale Pietro I voleva modernizzare la Russia, ispirandosi soprattutto all’Olanda e alla Germania; ad esempio ordinò ai bojàri di tagliare la barba, concessa solo a contadini, religiosi, mercanti, fece tagliare le falde dei lunghi kaftàni russi. Introdusse l’uso di riunioni di aristocratici, dette “assamblèj” (dal francese assemblée) alle quali potevano accedere senza invito personalità in vista e benestanti, la sera, per conversare, ballare, fumare, giocare a dama, bere caffé. Infine si preoccupò che i giovani nobili imparassero le regole della vita in società e le lingue straniere, che rese obbligatorie. La legge vietò ai genitori di imporre matrimoni forzati alle figlie. Tutto ciò, però, aumentò il divario fra città e campagna e non migliorò la vita dei contadini.

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La Russia dopo Pietro il Grande

Alla morte di Pietro salì al trono Caterina, sua moglie. Ella non era in grado di regnare autonomamente ed ebbe come consigliere Menšikov, che fu il regnante effettivo. I nobili fecero eleggere, come successore di Caterina, Petr Alekseevič. Menšikov restò in sella. Dopo successioni molto rapide di regnanti incapaci, un consiglio di nobili propose di dare il potere ad Anna Ivanonva, nipote di Pietro il Grande. Golocyn le fece firmare un documento che dava alla monarchia un aspetto costituzionale. Lei accettò ma appena ottenuto il potere ritrattò, sfruttando il malcontento popolare. I protége della zarina erano tedeschi e francesi, che introdussero dispendiose mode occidentali e si diedero al lusso sfrenato. Di fatto i soldi del popolo russo finivano nelle tasche degli stranieri a corte. Furono approvate leggi che favorivano l’alta nobiltà, il servizio militare fu ridotto da 45 a 20 e 30 anni, secondo il grado di nobiltà. Fu alleggerita la pressione fiscale.

Dopo un altro breve periodo di torbidi salì al trono Elisabetta, figlia di Pietro il Grande. La storia riporta un ritratto di Elisabetta come della protettrice delle libertà russe. In realtà fu lussuriosa e sfrenata al pari dei suoi predecessori. Di fatto gli influssi stranieri continuarono identici a prima. Elisabetta concesse alla nobiltà nuovi favori (un figlio appena nato poteva essere iscritto nelle liste di leva, cosicché da essere ufficiale quando avrebbe servito: a 20 anni d’età un nobile aveva già maturato 20 anni di carriera), espropriò le terre che Pietro aveva concesso ai non nobili e promulgò una legge secondo la quale i contadini potevano essere venduti addirittura senza la terra che lavoravano. Diede enormi monopoli ai nobili. Elisabetta scelse come erede al trono Pietro (Pietro III), infantile e beone figlio di sua sorella, cresciuto in Prussia ed uso ad uno stile di vita germanico. Nel 1745 fu maritato a una tedesca: Sophie Augusta Friederike von Anhalt-Zerbst, su consiglio di Federico il Grande in persona. Sarebbe diventata Caterina II la Grande. Colta e interessata alla cultura, imparò il russo, si convertì alla confessione ortodossa. Ebbe un figlio dal suo primo amante, il conte Orlov, che sarebbe stato il futuro zar Paolo I.

Fu stipulata un’alleanza anglo-russo-austriaca che portò all’occupazione della Sassonia prussiana. Questo avvenimento diede inizio alla guerra dei 7 anni. Dopo alterne vicende la Russia entrò in Germania e giunse a minacciare Berlino. Elisabetta però morì. Salì al trono Pietro III che ritirò immediatamente le truppe dall’amata Prussia e mosse contro la Danimarca. In Russia molti approfittarono dell’idiozia di Pietro per fare i propri comodi, ottenendo tra l’altro di smantellare le riforme di Pietro il Grande. Furono ridotte le chiese e i poteri del clero. Fu ordita una congiura contro lo zar da parte di una coalizione della Guardia, che giurò fedeltà a Caterina. Fu fatto firmare a Pietro l’atto di abdicazione. Lo zar fu poi assassinato da nobili vicini a Caterina durante una rissa. La Russia si ritirò dalla guerra dei 7 anni.

Furono smascherati e sventati due complotti ai danni di Caterina; la sovrana non condannò nessuno. I primi anni del suo regno di distinsero per la mitezza; questo comportamento era anche dettato dal fatto che Caterina era una sovrana illegittima, in quanto non appartenente alla casata dei Romanov e quindi temeva rovesciamenti. Gli stranieri spariscono dai posti di comando, sebbene la zarina continui a servirsi di loro; la sovrana voleva presentarsi come la vera depositaria della russità. Essa fu amica di Voltaire e Diderot, ma le sue idee illuministe si scontravano con la tendenza assolutistica e accentratrice del potere tipica dello zarismo russo. Per lei era centrale presentarsi come sovrana illuminata agli occhi dell’Occidente. Fece molti viaggi per sincerarsi dello stato dell’Impero, fece compilare libri contabili e cercò di stimolare l’attenzione degli uffici alla cosa pubblica, secolarizzò molti beni del clero, togliendo terre alle Chiese, attirandosi molte critiche, ma che per lo più non sfociarono in aperte rivolte, tranne qualche caso. Ci furono soltanto delle agitazioni di tartari, baškiri e soprattutto di Cosacchi. Il capo cosacco Emel’jan Pugačev dello Jaik si proclamò Pietro III, e cominciò a raccogliere bande. Compì scorribande per tutto il corso del Volga tra il 1773 e il 1775, durante le quali metteva a morte i proprietari terrieri. Alle sue bande si unirono altri cosacchi, ma anche contadini oppressi e popolazioni di confine (Tartari, Baškiri, Calmucchi). La rivolta fu infine domata dall’esercito di ritorno dalla guerra russo-turca. Pugačev fu decapitato. Dopo questi episodi, Caterina intraprese una serie di riforme per evitare altre rivolte simili: ridusse ulteriormente la libertà ai contadini, e tutti i Cosacchi furono posti sotto la corona e privati delle libertà precedenti. Per evitare scosse all’equilibrio dello stato, furono compilate le “Istruzioni per un nuovo codice legislativo”, di impronta illuministica, che ricalcava le idee di Montesquieu (L’esprit des lois) e Beccaria. Le idee illuministe furono adattate alla realtà russa, eliminando molte formulazioni che potevano essere sgradite ai nobili, in quanto tese alla limitazione del servaggio della gleba. Caterina raggiunse il suo scopo: in Europa si cominciò a parlare di un’opera rivoluzionaria, si lodò la sovrana come chi, spontaneamente, limitava il proprio potere. Fu istituita una commissione legislativa che raccolse 1441 cahiérs per venire a conoscenze delle pecche del sistema in tutto l’impero in cui vennero raccolte le lagnanze dei vari ceti. I nobili volevano un controllo totale sui servi, i mercanti volevano servi, ma anche limitare l’ingerenza dei nobili nel commercio, e i contadini liberi volevano servi per sé. Si discusse per due anni, dopo i quali la commissione si sciolse senza approdare a nulla. In Russia mancava quel terzo stato, colto e liberale, che in Europa aveva favorito l’illuminismo. Di contro c’era una condizione di nobili ignoranti e servi. Si è dell’opinione che sotto Caterina il commercio sia fiorito, ma il fatto che si trovasse in mano a investitori stranieri e che ci fosse tanta corruzione e contrabbando falsava i rapporti. Di fatto la realtà economica del paese non era mutata in maniera significativa rispetto al passato.
Nel 1773 Diderot fece un viaggio a Pietroburgo e durante la visita del francese, Caterina comprò la sua biblioteca, senza prenderla per sé, ma al contrario garantendo allo scrittore una pensione come guardiano della stessa. La spinta a proteggere l’illuminista sembra paradossale in questo periodo, in cui fu promulgato un nuovo corpus di leggi sull’esempio del codice commentari delle leggi inglesi di W. Blackstone, che prevedeva un riordinamento amministrativo e la possibilità per le città di eleggere propri rappresentanti. Questo codice favoriva l’aristocrazia, per i rappresentanti della quale era prevista la possibilità di non servire lo Stato in alcun modo. I nobili furono inoltre liberati dalle imposizioni tributarie e fu introdotto l’obrok, un tributo che i servi versavano per lavorare le terre dei nobili. Furono introdotte anche leggi per le città, per il terzo stato, ma la borghesia era uno strato talmente esiguo che queste leggi furono di fatto inutili. Fu introdotto l’esilio per i contadini che osavano presentare lamentele nei confronti dei propri padroni e nuove leggi che consentivano di vendere i contadini, anche nel caso in cui si dovesse separare una famiglia. Ci fu un sensibile aumento della schiavitù.
Nel 1789, in seguito alla rivoluzione francese Caterina si allontanò definitivamente dalle idee liberali e anzi condannò la rivoluzione e i suoi fautori, ma si vede come i prodromi di questo atteggiamento gettassero le radici nelle decisioni prese negli anni precedenti.

Al periodo della rivoluzione francese risale la persecuzione di due intellettuali V. Novikov e A. Radiščev. Il primo era un massone che pubblicava giornali satirici contro l’assolutismo e le idee pseudo-liberali di Caterina. Fu il massimo editore dell’epoca, aprì stamperie in tutte le grosse città dell’Impero e cominciò a editare giornali per raccogliere fondi per i poveri, a promuovere scuole per il popolo e contemporaneamente a fornire un aiuto finanziario ai contadini. Fu arrestato, ma siccome non si riuscì a trovare nessuna imputazione a suo carico, fu accusato di attentare all’integrità dello Stato con le sue idee rivoluzionarie. Fu esiliato e poté tornare alla sua vita soltanto sotto Paolo I. Morì nel 1818. Radiščev invece studiò all’estero e vi tornò intriso di idee illuministiche. Scrisse libri di carattere storico in cui esaltava i liberatori americani e francesi, giungendo a lodare la decapitazione dei monarchi e ad affermare che il monarca, che non regni per il bene del proprio popolo, merita morte (Pensieri sulla sotria greca, 1773). Nel 1790 scrive la sua opera principale, “Viaggio da Pietroburgo a Mosca”, ispirato dal Viaggio sentimentale di Sterne: in 25 tappe descrisse la condizione del popolo in maniera assolutamente veritiera. Il libro muoveva una critica feroce al sistema, innanzitutto dal punto vista umano. Radiščev fu condannato a morte, ma la pena capitale fu tramutata in dieci anni di esilio in Siberia. Come Novikov, fu amnistiato da Paolo e nel 1796 tornò a Pietroburgo, entrando a far parte della commissione per l’abolizione di servitù e per i diritti al popolo. Propugnò la fine delle pene corporali. Quando gli si prospettò la possibilità di un nuovo esilio si suicidò, in quanto, come dichiarò prima di morire, non era per lui possibile vivere in un paese come la Russia. I vincoli censori sul Viaggio furono sciolti soltanto dopo il 1905.

La politica di Caterina fu mossa dal bisogno di mostrarsi un sovrano illuminato, ma ben poche furono le decisioni che prese in realtà. Per mantenere il tenore di vita lussuosissimo, di cui si stupivano anche gli aristocratici europei, i nobili avevano sempre più bisogno di servi e terre di cui non si curavano e la zarina cercava di andare incontro alle loro esigenze. In Russia la rendita della gleba era di 2,5 volte inferiore a quella europea, le importazioni erano care e elevatissime, mentre le esportazioni piuttosto modeste. Nello stesso periodo in Inghilterra si avviava la rivoluzione industriale, che in 50 anni decuplicò la produzione precedente. Il ruolo della Russia era quello di “granaio d’Europa”.

La Polonia, sconquassata dall’anarchia interna e dallo strapotere della szlachta, il ceto nobiliare polacco, faceva gola alla zarina. La Russia cominciò quindi a portare avanti una politica antipolacca e antiturca che portò a guerre commerciali. In Polonia il liberum veto impediva ogni votazione e la nobiltà polacca era ancora più oppressiva di quella russa. L’immobilismo e l’anarchia portarono alla conquista del paese e alla suddivisione dello stesso tra Russia, Prussia e Austria. Alla Russia toccarono i territori dell’odierna Bielorussia.

Nel 1768 la Turchia attaccò la Russia, poiché temeva un possibile espansionismo sul Mar Nero. La guerra avrà un esito positivo per la Russia e nel 1774 fu stipulata la pace che dava alla Russia la Crimea e il tanto agognato sbocco sul Mar Nero. Una nuova guerra russo-turca scoppiò nel 1787 e si concluse nel 1792 con la disfatta ottomana. Da questa campagna militare la Russia ricevette il porto di Odessa.

La Russia dopo Caterina la Grande, la guerra contro Napoleone e la rivolta decabrista

Alla morte di Caterina nel 1796, salì al potere Paolo I. Il nuovo zar soffriva di disturbi psichici e nutriva un forte odio verso la madre. Appena preso il trono fece smantellare tutte le innovazioni approvate sotto Caterina, liberò gli avversari politici imprigionati, tra cui Novikov e Radiščev. Paolo I era di fatto incapace alla vita di stato. Diminuì notevolmente i privilegi dell’aristocrazia, limitando il servizio dei contadini verso i padroni a 3 giorni settimanali, introdusse il divieto di usare parole “giacobine”, quali “patria”, “cittadino”, “rappresentante” nelle opere a stampa e dal 1800 vietò la diffusione di libri stranieri. Nell’anno dell’attacco di Bonaparte a Malta si schierò dalla parte delle vittime dell’imperatore; la sua preferenza fu dettata dal fascino che nutriva nei confronti dell’Ordine di Malta. Attaccò quindi la Francia, arrivò in Italia e Svizzera, ma presto mutò alleanza e passò dalla parte di Napoleone, il quale si assicurò l’amicizia dello zar con una captatio benevolentiae. Gli anni successivi furono caratterizzati da un forte spirito antibritannico, al punto di inviare l’esercito russo alla conquista delle Indie inglesi. Nel 1801 fu ordita una congiura e lo zar fu ucciso. In Russia e all’estero (eccezion fatta per Napoleone) questo avvenimento venne salutato con sollievo. Le prime decisioni del figlio di Paolo, Alessandro I, furono il ritiro immediato delle truppe che stavano avanzando verso l’India e la riapertura dei rapporti commerciali con l’Inghilterra. Concesse completa libertà all’editoria, che comunque doveva passare il filtro della censura, rifiutò di accondiscendere alle richieste della nobiltà di accrescere il numero dei servi, ma non ebbe il polso per varare leggi radicali. Introdusse la possibilità per i contadini di dichiararsi liberi a fronte di un indennizzo al padrone. Come consigliere venne nominato M. Speranskij, fautore di idee liberali, che addirittura avanzò il progetto di una costituzione monarchica, che non intaccasse privilegi di ricchi, ma che limitasse il potere dello zar e istituisse ministeri eletti (Duma) in ogni città, i cui rappresentanti sarebbero poi stati i deputati del parlamento. Di fatto anche l’autocrazia non sarebbe stata toccata.
Rispetto a Napoleone, Alessandro optò per una politica estera imparziale, mirata a un’eventuale difesa del solo territorio russo. Napoleone voleva distruggere l’economia e la capacità produttiva inglese, che inficiava quella della Francia e voleva stipulare un’alleanza con la Russia contro l’Inghilterra, che però era il maggior importatore nel paese degli zar. Alessandro optò quindi per un’alleanza russo-inglese. Questo incrinò i rapporti con l’imperatore dei Francesi e nel 1806 si arrivò alla battaglia di Austerlitz, nella quale caddero 20.000 soldati soltanto tra le armate zariste. Lo stesso 1806 Napoleone entrò a Berlino, poi a Varsavia, e quindi in territorio russo. In Russia ci fu un’attiva propaganda contro Napoleone, che veniva presentato al popolo come l’Anticristo e l’incarnazione di Satana. Nel 1807 si arrivò alla pace di Tilsit tra Alessandro I e Napoleone. In Russia si impose il divieto del commercio inglese (Blocco Continentale). Nonostante l’alleanza, si diffuse un movimento antifrancese. Si infittivano gli incontri tra i due monarchi, ma cresceva la diffidenza del russo. Nel 1809 Alessandro si rifiutò di combattere in Polonia, ma si limitò a difendere i territori conquistati, in Russia il blocco continentale funzionava male. Alessandro si permise persino di disobbedire al suo alleato, allorché questi gli ordinò di bruciare le merci inglesi presenti. Nel 1811 si conclusero le guerre con la Turchia e la Svezia, dalle quali la Russia ricevette la Bessarabia e la Finlandia, sebbene con una costituzione che la rendeva una provincia autonoma. Le tensioni tra i due si risolsero nel maggio del 1812, quando Napoleone si mosse contro Russi. Questi si limitarono a ritirarsi, senza combattere. La strategia dei generali in carica Barclay de Tolly e Bagration era di attirare Napoleone e le sue armate verso l’interno e di costringerli a svernare. I Russi presero a bruciare le città da cui si ritiravano, di modo da impedire alle armate napoleoniche di rifornirsi di viveri e munizioni. Il popolo si distinse per un grande patriottismo, volontariamente bruciava tutti i propri averi e affrontava enormi sacrifici per sbaragliare il nemico. A Barclay de Tolly venne sostituito Kutuzov per volere del popolo, che non approvava la ritirata poco dignitosa dei russi. Kutuzov si fermò a Borodino dove ingaggiò una battaglia, nella quale caddero 50.000 russi e 28.000 francesi. Le armate russe presero a ritirarsi verso Mosca, per conservare i soldati rimanenti. Anche Mosca fu abbandonata e data alle fiamme e quando Napoleone arrivò nella capitale si mise invano in attesa dello zar. Gli incendi nella capitale continuarono per tutto settembre. Napoleone propose la pace, ma Kutuzov rifiutò. Il francese decise quindi di ritirarsi, ma si trovò ad affrontare uno degli inverni più rigidi del secolo e a fare fronte alla costante mancanza di viveri. Il suo piano era di andare a Smolensk, dove aveva lasciato viveri, ma fu accerchiato e costretto a procedere in direzione di Vilna. L’esercito russo non combatteva, ma si limitava a seguire la ritirata. In novembre ci furono temperature di -25° e -30° e l’armata napoleonica fu annientata dal freddo. Giunto a Vilna, l’esercito perse la disciplina e Napoleone fuggì con il generale capo sotto falsa identità a Parigi. Ci fu una lotta partigiana di contadini che assalivano, uccidevano e scappavano, molti francesi furono arsi vivi. Kutuzov decise di proseguire l’avanzata fino a Parigi; a Napoleone fu data la sovranità sull’Elba e si rinunciò a imporre sanzioni alla Francia. Napoleone però non rinunciò alle proprie mire sull’Europa e si batté ancora, fino alla sconfitta decisiva a Waterloo, dopo la quale fu esiliato a Sant’Elena (1815). La Russia stipulò con Austria e Prussia la Santa Alleanza, che prevedeva la difesa comune e per la non intromissione nella politica dei singoli stati sovrani. Alessandro I scelse come consigliere Arakčeev, un’arrivista di idee reazionarie. Parte della nobiltà accolse le sue idee, un’altra parte aderì invece a concezioni più liberali. La politica del consigliere zarista creò un grande malcontento nella popolazione. Il potere divenne oltranzista e oscurantista, soprattutto in risposta alle rivoluzioni di Napoli, in Piemonte e soprattutto in Grecia. Dalla metà degli anni Dieci Alessandro si attenne a un misticismo di fondo, con il quale “dimenticava” le sue deviazioni reazionarie.

Successivamente alla caduta di Napoleone i nobili cominciarono a viaggiare sempre più, specialmente a Parigi e ad entrare in contatto con  le idee dell’Europa. In Russia in questo periodo si assistrtte alla formazione di molte società segrete: in particolare la “Società settentrionale” (a Pietroburgo), che voleva una monarchia costituzionale e la “Società meridionale”, che chiedeva invece l’uccisione dello zar e della sua famiglia, oltre alla creazione di una repubblica. Intanto Magnitskij divenne responsabile delle scuole e della cultura. Questa figura segnò una svolta in senso oscurantista ancora maggiore: furono vietate tutte le idee illuministiche, le teorie di Galileo, Copernico, Newton, Schelling e altri, vennero licenziati i professori che si ritenevano non pii. In tutta risposta ci fu un rafforzamento società segrete.

Nel dicembre 1825 Alessandro morì. Il successore designato, Konstantin, rifiutò la reggenza a favore di fratello Nikolaj, che, però, non venne informato di quest’avvenimento per tre settimane. Proprio nelle tre settimane in cui la reggenza fu vacante, un gruppo di nobili a Pietroburgo insorse per chiedere una riforma costituzionale (rivolta dei Dekabristy). Furono Coinvolte truppe della Guardia, in realtà ignare dei reali scopi degli insorti. La rivolta fu domata in fretta, cinque persone (Bestužev-Rjumin, Kachovskij, Pestel’, Ryleev e Murav’ev-Apostol) condannate all’impiccagione, mentre gli altri partecipanti al complotto furono esiliati e poi graziati negli anni Cinquanta.

Da Nicola I all’abolizione della servitù della gleba

L’elezione di Nicola I segnò un regresso autarchico. Il nuovo sovrano era animato da un odio profondo per la libertà e la democrazia, essendo convinto che il potere assoluto dovesse difendere i privilegi concessi allo zar da Dio. Egli vedeva nella Russia l’unica fortezza in Europa ancora in grado di difendere questo “patto” con Dio. Chiuse scuole e università, attuò una riforma dell’istruzione, sostituì materie quali il diritto e la filosofia con lezioni di religione ed esercitazioni militari. Proibì o quantomeno ostacolò tutti gli scrittori che fossero sospettati di nutrire anche minime simpatie democratiche (Puškin, Lermontov, Ryleev, Čaadaev). Durante il suo regno si contarono 547 rivolte contadine; lo zar creò la “Terza sezione”, che aveva compiti di polizia segreta e censura, ma le cui attività andavano di gran lunga oltre: spie dello zar erano infiltrate tra i rappresentanti di ogni ceto e in ogni locale pubblico. In politica estera volle più volte intervenire con le armi per sedare rivolte, anche al di fuori dei confini patrii, come avvenne in Belgio. Nella parte di Polonia annessa alla Russia ci furono insurrezioni nel 1830 e nel 1833 che furono represse nel sangue. Furono limitati i diritti civili della popolazione polacca, anche se non in una forma così totalizzante come lo erano in Russia. Dopo la rivolta del 1833 la Polonia si trovò completamente sotto il giogo russo, nelle scuole e nelle università si insegnava in lingua russa, fu imposto l’uso del russo anche all’amministrazione. Nel 1848 la Russia intervenne in Austria a fianco del governo di Vienna per sedare i moti rivoluzionari. Da queste operazioni di “appoggio” ottenne la Valacchia e i principati danubiani. La Russia ebbe un ruolo di primo piano anche nella repressione della rivolta d’Ungheria, che fu restituita all’Austria e privata delle libertà civili. Nicola I inaugurò la colonizzazione del Caucaso: per prevenire l’imminente incursione persiana in territorio russo lo zar decise di attaccare la Persia, dalla quale ottenne la Georgia, il Daghestan, la Cecenia, nei confronti delle quale venne attuata una pesante politica russificatrice delle popolazioni montane. Dal 1821 la Russia appoggiava i rivoltosi greci insorti contro la Turchia che portò alla rottura dei rapporti diplomatici con l’impero ottomano. Nuove tensioni tra i due stati porteranno nel 1853 alla guerra russo-turca, scatenata dalla Russia con la scusa che la Turchia limitava le libertà dei cristiani turchi: lo zar si poneva come difensore della cristianità. I francesi e gli inglesi si allearono con gli ottomani per timore di un’eccessiva ingerenza russa nel Mar Nero. Incominciò la guerra di Crimea. Dopo 349 giorni di assedio, le forze avverse alla Russia presero Sebastopoli e sconfissero l’impero degli zar. La Russia era militarmente arretrata e impotente. La pace venne stipulata nel febbraio 1856, già sotto Alessandro II [zar dal 1855 al 1881]: la Russia restituì la Valacchia e i principati danubiani, le fu imposto il divieto di stanziare navi militari nel Mar Nero. Crolla la leggenda del “gigante russo”.
In Russia vigeva un sistema secondo il quale ad un contadino veniva concessa una relativa libertà per fare i lavori che voleva, in cambio di un pagamento annuo al padrone. Questo sistema, molto in voga nelle terre meno fertili, portò al formarsi di una forma di capitalismo tra i servi della gleba, che potevano quindi riscattarsi. Alcuni di loro, arricchiti potevano paradossalmente avere a propria disposizione delle anime. Questo sistema indebolì il principio della servitù della gleba, tanto più che di fronte alla necessità di smerciare grano e cereali all’estero ci si rese conto del valore dei lavoratori salariati, che lavoravano con più lena e più profitto. Inoltre un salariato poteva essere assunto solo per il periodo necessario, mentre i contadini andavano mantenuti per tutto l’anno, anche quando la terra non veniva lavorata. Questo momento segnò una crepa profonda nel sistema della Barščina (le prestazioni feudali).
Dopo la fine della guerra di Crimea su diffusero notizie secondo le quali lo zar avrebbe soppresso la servitù della gleba. Alessandro II rispose che non era ancora ora. Dal 1857 cominciarono i lavori di una commissione, che doveva abrogare il sistema della servitù. Il 28 gennaio 1861 essa venne effettivamente soppressa, ai contadini vennero date terre, ma in molti casi essi dovevano restare legati alla terra per sopravvivere, poiché si imponeva al contadino l’acquisto dai padroni della terra concessa loro, cosa che per la stragrande maggioranza dei casi era impossibile. La fine della servitù della gleba portò alla luce la necessità di riformare tutto il sistema: vennero istituiti giudici di pace, che diedero il via a processi diversi, più equi e non solo a favore dei nobili. Alessandro II varò anche riforme volte a concedere maggior autonomia locale, in particolare fu istituito il Zemstvo, un sistema di comunità locali che risolvevano i problemi attinenti al loro territorio. Questi lotti erano un luogo in cui si concentravano molti liberali e gli intellettuali andavano volentieri a lavorarvi e furono quindi luoghi di concentrazione di idee progressiste, talvolta anche rivoluzionarie.
Alessandro II riformò anche l’esercito, abbassando gradualmente il periodo di servizio da 40 a 6 anni, ma estendendolo a tutte le categorie. La nuova riforma prevedeva anche eccezioni, per esempio venivano esonerati dal servizio militare coloro che mantenevano la propria famiglia. Fu eliminato lo stato di polizia e riformato anche il sistema scolastico: i giovani erano spinti ad andare a studiare all’estero, cosa che sotto Nicola I era stata proibita e fu attuata una riforma dei programmi in senso progressista. Vennero create 18.000 scuole elementari di villaggio volontarie (lo stato non aveva i soldi per finanziarle) e la cultura si diffuse a strati sempre più ampi. Fu mitigata la censura: per i libri superiori alle 160 pagine e alle 320 se stranieri, non c’era l’obbligo dell’approvazione censorea, ma venivano fatti solo richiami all’editore nel caso in cui il contenuto fosse stato ritenuto sconveniente. Nonostante il carattere innovativo della politica di Alessandro, queste riforme non furono decise.

Dagli anni Sessanta alla rivoluzione del 1905

Dopo l’eliminazione della servitù della gleba le condizioni dei contadini peggiorarono sensibilmente, i canoni di affitto delle terre erano per loro elevatissimi e non potevano permettersi di affittare la terra necessaria a sfamare un intero nucleo familiare. L’imposta per ogni desjatina (Misura in uso in Russia, eliminata nel 1924 e corrispondente a 1,0925 ha.) era di 5-7 volte più alta che per i signori. Molti contadini andarono a rimpolpare il nascente proletariato urbano. Contemporaneamente molte industrie straniere investivano grossi capitali in Russia per lo sviluppo dell’industria, prevalentemente di quella pesante. Grazie agli investitori stranieri ci fu un grande sviluppo del sistema ferroviario. A differenza di quanto avveniva in Occidente, in Russia la grande industria capitalistica non era la conseguenza della trasformazione della piccola e media impresa, ma qualcosa di creato in maniera artificiale nel contesto di un’economia, tutto sommato, primitiva. La Russia non produceva per sé, poiché la stragrande maggioranza della popolazione non era in grado di comprare i prodotti, mentre i nobili preferivano la merce occidentale, più cara. L’aristocrazia accumulava capitale, ma li spendeva immediatamente per mantenere il proprio lusso sfrenato. Dagli anni Sessanta cominciarono a farsi strada i raznočincy, gli esponenti della classe media. Nel 1861 a Pietroburgo e Kazan’ ci furono dimostrazioni contro le disposizioni delle autorità scolastiche. Furono chiuse le università e creati corsi volontari, ai quali accanto agli uomini per la prima volta nella sfera dell’istruzione c’erano anche le donne. Nello stesso anno cominciarono a circolare fogli con proclami antizaristi. Tra il popolo si cominciava a parlare e sempre più frequentemente, della necessità di nominare un’assemblea nazionale. La dissidenza interna si faceva sempre più forte. Le figure principali del pensiero progressista russo erano Černyševskij, Herzen e Bakunin. Ci furono diversi attentati allo zar, il primo dei quali fu per opera di uno studente, Karakozov. Si intensificò la reazione zarista nei confronti dei dissidenti. Dagli anni Settanta comparve il movimento dell’“Andata al popolo” (Narodniki), il cui teorico era Kropotkin. Il programma prevedeva che studenti e accademici andassero in campagna e vivessero con i contadini per insegnare loro a pensare e a credere nella possibilità di partecipare alla vita politica. I risultati furono scarsi. Contemporaneamente nelle fabbriche scoppiarono ondate di scioperi. La coscienza del fallimento del movimento dei narodniki portò alla nascita di cellule terroriste. Ci furono tanti processi, tra cui quello dei cinquanta e quello dei centonovantatre, alla conclusione dei quali vennero condannate per decreto dello zar anche persone che i tribunali avevano riconosciuto innocenti. Questo momento segnò il passaggio del regime di Alessandro II alla fase dittatoriale. Nel 1877 i narodniki più estremisti fondarono il partito Zemlja e volja (terra e libertà). Si intensificarono gli attentati, non solo diretti verso lo zar, ma anche di quei rappresentanti dell’ordine costituito che diedero la caccia ai rivoluzionari. Nel 1879 da dissidi interni a Zemlja e volja si formò la cellula terroristica di Narodnaja volja (volontà popolare), i cui esponenti di spicco erano i terroristi Željabov, Vera Zasulič, Sof’ja Perovskaja. Ci fu un tentativo del governo di attuare riforme liberali, che, però, procedevano a rilento. Dopo quattro attentati consecutivi, nel 1881 i terroristi riuscirono a uccidere Alessandro II.
In politica estera in questo periodo si registra l’espansione in Asia, fino in medio Oriente. La Russia cercava lo sbocco sui Dardanelli e aveva mire sui Balcani. In Europa ci fu un’ondata di panslavismo e la formazione di una coalizione slava che andava dal mar del Giappone al Mediterraneo; per gli aderenti a questo movimento era imperativa la liberazione dei Balcani dal potere turco. Dapprima lo zar si astenne da ogni partecipazione attiva a questo movimento, ma nel 1878 scoppiò la guerra russo-turca che si concluse con la pace di S. Stefano, favorevole alla Russia, in cui si prevedeva l’annessione alla Russia del sud della Romania e soprattutto la liberazione dei Balcani dal potere turco. L’Austria, la Germania e l’Inghilterra, temevano un rafforzamento della Russia e indissero il congresso di Berlino, in cui si obbligava la Russia a rinunciare a una parte del bottino. La Russia si avvicinò alla Francia, ponendo le premesse per le alleanze del 1914.

Dopo la morte di Alessandro II sale al trono Alessandro III [zar dal 1881 al 1894], che ebbe come consigliere Podedonoscev, di estrema destra, reazionario, oscurantista. Dopo l’attentato del 1881, il movimento terrorista comprese l’impossibilità di arrivare alla rivoluzione con i metodi utilizzati fino ad allora, soprattutto a causa del fatto che i contadini rimanevano fedeli all’idea che il potere dello zar aveva origine divina. Inoltre, negli anni Ottanta furono arrestati molti dei capi del movimento e non c’era nessuno che potesse sostituirli.
Gli ideali panslavisti si trasformarono ben presto in teorie razziste e antisemite, portarono in breve alla persecuzione di minoranze etniche. Su quest’onda fu attuata una politica di russificazione della Polonia, dell’Ucraina e delle province baltiche. Seguì un’ondata di antisemitismo e l’attiva persecuzione degli Ebrei, di fronte alla quale il governo o non intervenne o addirittura, disarmando gli Ebrei che si difendevano, aiutò la popolazione che promuoveva i pogrom. Tra i rivoluzionari c’erano molti ebrei e il governo sfruttò questo fatto per giustificare le azioni di repressione. Alessandro era apertamente antisemita. Incominciarono anche pogrom governativi e furono introdotte leggi antiebraiche: gli ebrei dovevano vivere in zone apposite, vennero chiuse le scuole ebraiche. Ci fu un generale soffocamento della cultura e la sostituzione delle materie e delle dottrine “pericolose” con altre religiose. Furono soppresse le associazioni studentesche. Come anche le autonomie amministrative e lo zemstvo.
L’industria si sviluppava sensibilmente, soprattutto quella pesante (ferrovie), ma le condizioni dei lavoratori si facevano sempre peggiori. La produzione aveva molti freni: la mancanza di capitale, la mancanza di coordinazione degli investimenti, l’assenza di un mercato interno.

Nel 1894 morì Alessandro III. Gli successe Nicola II [zar dal 1894 al 1917], nel quale all’inizio erano riposte le speranze di molti di un rinnovamento, ma in realtà restò fedele agli ideali del padre. Si circondò di consiglieri reazionari (Pobedonoscev e altri). È vero che in un primo momento ammorbidì lo stato di polizia e tolse molti divieti alla cultura, accettò la costituzione finlandese (la Finlandia apparteneva alla Russia), ma poi riaffermò gradatamente l’autocrazia. Le tensioni interne, tanto nelle fabbriche quanto anche nelle campagne e nei circoli intellettuali aumentavano sempre più, fomentando, di fatto, le spinte rivoluzionarie. Si formarono tanti partiti, che andavano dall’estrema destra a quello dei bolscevichi. Nel 1903 in Svizzera c’era stato il congresso dei partiti comunisti d’Europa, in occasione del quale era maturato uno scontro tra bolscevichi e menscevichi: i secondi si accontentavano di una rivoluzione borghese che cacciasse lo zarismo, mentre i bolscevichi di Lenin volevano la rivoluzione per instaurare la dittatura del proletariato. Le persecuzioni degli ebrei non si fermavano. La borghesia liberale voleva riforme costituzionali, ma senza porre fine allo zarismo. Alcuni tra i consiglieri dello zar gli consigliarono di accettare, ma prevalse l’ala più intransigente.

Nei primi anni del nuovo secolo si registrarono interferenze giapponesi in Cina e in Corea, allora cinese. La Russia mirava al controllo delle coste pacifiche libere dai ghiacci e con la scusa di ritirare a scaglioni le truppe stanziate in Manciuria, dove erano intervenute nella questione coreana, il governo zarista dilatò i tempi e creò tensioni con il Giappone che attaccò senza preavviso (1904). I generali russi e la corte prevedevano una guerra lampo che distogliesse l’attenzione dalle tensioni sociali interne. Dopo un anno e mezzo di campagne militari disastrose e ingenti vittime la Russia fu costretta a firmare una pace da perdente.

Il 9 gennaio 1905 (la domenica di sangue) un corteo con donne e bambini portò una petizione firmata da 135.000 persone allo zar, con la quale voleva mettere al corrente il sovrano del malgoverno dei suoi consiglieri. Il popolo vedeva in lui il batjuška, il piccolo padre, un messo di Dio e quindi la colpa delle pessime condizioni di vita del popolo non potevano venire imputate a lui. I gendarmi schierati attorno al palazzo d’inverno aprirono il fuoco sulla folla inerme. Questo momento segnò la fine delle speranze del popolo nello zar. Cominciò una serie di scioperi a catena che bloccarono la Russia per mesi e portarono alla rivoluzione del 1905, con agitazioni di contadini e operai. D’estate ci fu l’ammutinamento della corazzata Potemkin, cominciato con le lamentele dei marinai, a cui avevano dato carne avariata e con l’uccisione di un marinaio da parte di un ufficiale. I marinai gettarono quindi a mare gli ufficiali, arrivarono a Odessa issando la bandiera rossa. A loro si unirono altri marinai e tennero il porto di Odessa per parecchio tempo. Infine furono sconfitti dalle forze governative. Dopo altri due mesi di scioperi lo zar emendò il proclama di ottobre, un manifesto che concedeva la Duma costitutiva e introduceva il suffragio (non universale). Con questa mossa spezzò lo slancio dello sciopero generale, frammentò l’opposizione, ma de facto non mutò nulla. I moti rivoluzionari si affievolirono e riprese la reazione. Nacquero le centurie nere che compirono pogrom, appoggiati e in molti casi addirittura organizzati dalla polizia e dallo stato. Ci furono sollevazioni di contadini, che bruciavano le proprietà dei padroni e requisivano cibarie e bestiame per sé. 6.000 marinai insorsero a Sebastopoli per chiedere la Costituente. La repressione zarista fu spietata. Ci furono molte esecuzioni di partecipanti ai moti del 1905.

Dalla rivoluzione del 1905 alla Rivoluzione d’Ottobre

Dopo la rivoluzione del 1905, lo spirito rivoluzionario si attenuò e si assistette ad un riflusso reazionario. Il beneplacito per la formazione di una Duma costituente aveva un carattere formale, in quanto la rappresentanza del proletariato e dei contadini era praticamente nulla e il sovrano si riservò il potere di sciogliere l’assemblea in qualunque momento. Nonostante la predominanza della borghesia, la tendenza democratica era forte e molti volevano la Costituzione. La Duma chiedeva il ritiro del governo, l’espropriazione dei latifondi privati, la concessione del diritto allo sciopero, creando, di fatto, un conflitto molto acceso con il governo. La questione agraria si faceva sempre più urgente, fu deciso che lo stato dovesse acquistare lotti di terra da ridistribuire ai contadini. La forte opposizione della destra portò a un nuovo aumento del fervore rivoluzionario e del contrasto col governo. Lo zar sciolse la Duma. Il consigliere zarista Stolypin creò un sistema di terrore che applicava esecuzioni sommarie che portò in 4 anni al patibolo circa 3500 persone. Contemporaneamente però varò una riforma agraria che a lungo termine avrebbe potuto sistemare l’annosa questione contadina; si prevedeva l’obbligo per una parte dei contadini a passare nelle file del proletariato urbano, venivano distribuiti lotti ai contadini per legarli stabilmente alla terra e fu vietato il ritorno alle campagne dei contadini trasferiti in fabbrica, che spesso lavoravano come salariati stagionali. Essi diffondevano nelle campagne ideali bolscevichi. Lo scopo di Stolypin era di creare una forte borghesia di campagna. Fu inaugurata una seconda Duma; ancora più a sinistra della prima, ma più cauta. Fu immediatamente sciolta anch’essa. Dopo poco si formò una terza Duma, molto spostata a destra, che accettava il terrorismo poliziesco, la limitazione delle libertà e appoggiava il terrore delle centurie nere. I bolscevichi intanto continuavano l’attività di proselitismo e la propaganda rivoluzionaria, anche tra gli emigranti russi all’estero. Lenin stesso si trovava in Svizzera. La svolta a destra, la politica stolypiniana portò a una recrudescenza del terrorismo. Stolypin fu ucciso (al settimo tentativo) in un attentato, nel 1911. Si formò una quarta Duma, a destra come la precedente, ma con Kèrenskij, rappresentante dei menscevichi.
L’Inghilterra temeva che la sfera d’interessi russa si potesse espandere anche verso l’India. La Russia mirava a ottenere Costantinopoli per i propri commerci, cosa che contrastava con la politica mediterranea dell’Inghilterra. Si arrivò ad un accordo diplomatico ed entrambe le parti spostarono i propri interessi nei Balcani. Nel 1912 si giunse a una guerra balcanica, contro la Turchia. La Serbia, la Romania, e la Grecia si avvicinarono all’asse Russia-Francia, mentre Bulgaria e Turchia all’altro blocco, del quale facevano parte Inghilterra, Germania e Austria.
Nel 1914 l’attentato di Sarajevo diede avvio alla prima Guerra Mondiale, alla quale la Russia giunse grandemente impreparata. La parte reazionaria dei politici russi vedevano di buon occhio la guerra, come mezzo per contrastare e placare lo spirito rivoluzionario, una volta ottenuta la vittoria, ma anche per impossessarsi degli stretti. Ma la disorganizzazione, soprattutto nei trasporti, accanto alla necessità di  mobilitare masse ingenti di uomini portò a una crisi alimentare nel 1915 e alla forte svalutazione del rublo nei mercati internazionali. I liberali chiedevano un governo di fiducia. Alla corte signoreggiava Rasputin, un pope reazionario, che controllava la zarina Aleksandra Fedorovna, la quale a sua volta aveva una forte influenza sul sovrano. Rasputin venne ucciso e si rafforzarono le tendenze ultrareazionarie. Dal 1915 ci furono scioperi e addirittura i prodromi di una rivoluzione, in seguito a massicci movimenti di popolo per il pane. Dopo giorni di scontri parte dell’esercito si unì ai dimostranti. La Duma chiese l’abdicazione dello zar in favore del fratello. Si formò il primo Soviet degli operai e dei soldati.

Nel febbraio 1917 si ebbe la formazione di un governo provvisorio, capeggiato da Miljukov, costituito esclusivamente da esponenti dell’estrema destra, ad eccezione di Kerenskij. Lo zar abdicò e venne rinchiuso con la sua famiglia a Carskoe Selo. Il governo provvisorio non volle parlare di repubblica, ma rimandare la decisione della forma di governo da adottare. Parallelamente al governo provvisorio il Soviet di Pietrogrado acquistava un potere sempre maggiore. Dal governo provvisorio ci si aspettava che risolvesse due problemi scottanti: la pace e la questione agraria. Il governo temporeggiava e la simpatia del popolo per i Soviet aumenta. Nonostante l’abolizione della pena di morte, l’arresto dello zar, il governo provvisorio non fece nessuna riforma urgente. Parti significative dell’esercito si ammutinarono. Lenin tornò in Russia, ma non volle accelerare i tempi: il sostegno al bolscevismo non era abbastanza alto per dare il via alla rivoluzione. Il governo provvisorio fu deposto e nacque un nuovo governo, al cui capo si trovava Kerenskij che, però, non si allontanò dalle posizioni precedenti. Ci furono massicce manifestazioni contro la guerra e nuove rivolte, che portarono all’esproprio delle terre da parte dei contadini. Ci fu un’insurrezione in Luglio, che fallì per l’intervento della polizia. Seguì un momentaneo calo di consensi per i bolscevichi. Lenin fuggì in Finlandia con Zinov’ev.
In Russia la debolezza della posizione di Kerenskij creava costante apprensione, venne eletto a ministro della guerra Kornilov, un reazionario che voleva instaurare una dittatura miliare. Kerenskij si trova tra i due fuochi di Kornilov e del bolscevismo. Tutti i partiti erano per la prosecuzione della guerra, ad eccezione del partito di Lenin. Ci fu un tentativo di colpo di stato da parte di Kornilov, vanificato dall’opposizione di tutte le altre parti. Il prestigio del partito bolscevico cresceva sempre più: in tre mesi nella sola Pietrogrado vi aderirono 400.000 persone.
Il 25 ottobre (7 novembre) i bolscevichi si impadronirono dei punti nevralgici del sistema, compreso il Palazzo d’Inverno, simbolo del potere zarista. Alle cinque del mattino venne annunciato il governo dei Soviet, al cui capo c’era V. I. Ul’janov (Lenin). Kerenskij, Denikin e Kornilov fuggirono. A Mosca e in diverse altre città i bolscevichi presero il potere.

L’Unione sovietica: la rivoluzione, il comunismo di guerra e il leninismo

Nel novembre del 1917 i bolscevichi non avevano la necessaria legittimazione democratica: le elezioni del dicembre di quell’anno assegnarono al partito di Lenin soltanto il 24% dei voti.

Il 2 (15) novembre fu instaurato il potere a Mosca, il 12 (25) dicembre in Ucraina. Furono introdotte l’istruzione e l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione per operai e contadini, liquidati i ceti e a tutti fu conferito il titolo di “cittadino”,  fu dichiarata la libertà di coscienza, la Chiesa fu divisa dallo Stato e le donne ottennero gli stessi diritti degli uomini.

Il 2 (15) dicembre 1917 fu firmata la pace e iniziarono trattative che portarono la Germania, la Turchia, la Bulgaria e l’impero Austro-Ungarico ad imporre al neonato stato sanzioni molto pesanti e a marzo una pace separata con la Germania che concesse a quest’ultima, alla Turchia, Bulgaria e all’impero Austro-Ungarico parte dei territori dell’ex impero russo. Lo stato dei bolscevichi perse circa 1 milione di abitanti (circa il 25% della popolazione che apparteneva all’impero zarista) e territori della Polonia, dell’Ucraina, della Bielorussia, della Finlandia e degli stati baltici, che passarono sotto le potenze con le quali Lenin aveva stipulato la pace.

Nel gennaio 1918 i Soviet furono dichiarati il nerbo del nuovo stato, chiamato RSFSR (Rossijskaja Socialističeskaja Federativnaja Sovetskaja Respublika).
Le prime decisioni del governo furono il decreto sulla terra, che venne distribuita alle comunità di villaggio e da qui ai contadini, con lotti di grandezza variabile, a seconda del numero dei componenti di ogni singola famiglia. Furono statalizzate le banche, espropriate le terre del clero, imposto il monopolio statale sul commercio. Il 21 gennaio (3 febbraio) 1918 furono annullati i debiti zaristi nei confronti dei paesi creditori e anche dei creditori interni.

Le potenze del patto russo-francese-inglese (Antanta) penetrarono in Russia per combattere contro i bolscevichi. Scoppiò la guerra civile (questo periodo è noto anche con la denominazione di comunismo di guerra). Dalla parte del nuovo governo si schierarono gli operai di Pietrogrado, Mosca e altri centri, i contadini della Russia centrale e delle Černozem’. Il fattore che portò i bolscevichi alla vittoria fu il passaggio dalla loro parte di parecchi ufficiali zaristi, ma anche la mancanza dalla parte dei bianchi di un comando unitario. Durante il comunismo di guerra venne abolita la proprietà privata, i mezzi di produzione furono statalizzati e posti sotto il controllo dell’“alto consiglio dell’economia popolare”. Furono vietati gli scambi. Durante il comunismo di guerra fu creata la ČK, al cui capo fu messo Dzeržinskij, che aveva come scopo prevenire sommosse controrivoluzionarie e il sabotaggio,  fu inoltre creato un nuovo tribunale e l’esercito rosso degli operai e dei contadini e
poi la flotta rossa degli operai e dei contadini. Alla ČK vennero dati amplissimi poteri, tra cui quello di arrestare tutti i sospetti e di confinarli nei lager. Lo stato di guerra fu esteso a tutte le fabbriche. Mancava il denaro, anche per pagare il grano necessario al sostentamento del paese. Il governo procedette quindi a espropriare il grano dei contadini. La statalizzazione e le requisizioni portarono nel 1921 a rivolte nelle campagne, che furono però sedate in fretta. 

Durante la guerra civile la Romania annettè la Moldavia russa, la Turchia l’Armenia, la Polonia Vilnius, parte della Bielorussia e dell’Ucraina, la Finlandia annettè la Karelija, la Lettonia, la Lituania e l’Estonia, mentre alcuni territori orientali russi furono inglobati dal Giappone e dalla Cina. Alla fine della guerra civile la Russia riacquista l’Ucraina orientale, la Bielorussia, ottiene il Caucaso e l’Asia centrale.

Nel 1922 venne inaugurata la NEP (Novaja Economičeskaja Politika, Nuova Politica Economica). L’idea di Lenin era di pagare gli enormi costi della produzione e dell’ammodernamento dello stato comprando il grano a poco e vendendolo a prezzi maggiorati. Vennero anche aumentati i prezzi delle macchine di produzione statali per i contadini; la differenza tra le uscite e le entrate avrebbe pagato i costi dell’industrializzazione. In questo periodo cominciarono gli arresti dei non-bolscevichi. Durante la NEP lo stato denazionalizzò le piccole e medie imprese, mantenendo però il controllo sulle grosse imprese e sulle banche. Di fatto l’aumento dei prezzi dei macchinari inficiò la produzione contadina. La NEP non portò a nulla di concreto.

Nel 1922 fu dichiarata la nascita dell’Unione Sovietica (Sojuz Socialističeskich Sovetskich Respublik; SSSR) sulla maggior parte del territorio dell’impero russo. In questo periodo si delinearono le caratteristiche del sistema sovietico, che restarono sostanzialmente immutate per tutta la storia dell’URSS: il monopartitsmo, l’eliminazione del mercato, la militarizzazione dello stato e la pianificazione dall’alto, la cosiddetta “dittatura sui bisogni”, con la quale lo stato produceva ciò che, secondo lo stato stesso, sarebbe stato necessario al popolo, senza tenere conto dei bisogni reali.

L’Unione sovietica: da Stalin al crollo del sistema sovietico

Lenin morì nel 1924. In quel momento all’interno del partito c’erano tre correnti: quella sinistra, capeggiata da L. Trockij e che spingeva per esportare la rivoluzione in tutta Europa, appoggiandosi al proletariato di ogni paese, quella destra di Bucharin, Tomskij e Rylov, il cui programma era di circoscrivere e consolidare la rivoluzione in URSS e di cercare una pacificazione con i contadini. Infine il programma della corrente centrista di I. Džugašvili (Stalin) e V. Molotov prevedeva di esportare la rivoluzione ai paesi confinanti per evitare l’accerchiamento capitalista, di puntare all’industria bellica e di agire contro i contadini che si sarebbero opposti al programma. Quest’ultima frazione ebbe la meglio perché tutti desideravano la pace e perché i contadini erano tenuti in poco conto. Stalin attuò il sistema delle forbici col quale voleva, come Lenin, comprare dai contadini il grano a basso prezzo e affittare loro i mezzi di produzione statali a caro prezzo. Negli anni 1927-1928 i contadini si rifiutarono di dare il proprio grano e le città furono ridotte alla fame. Il potere si rese conto dell’impossibilità di requisire grano a decine di milioni di contadini. Fu istituito il sistema del kolchoz (acronimo di kollektivnoe chozjajstvo, azienda collettiva). Era questo il primo passo di quella che sarebbe stata chiamata la rivoluzione dall’alto; nei kolchozy soltanto il 10% dei contadini era costituito dai cosiddetti kulaki, contadini ricchi, e tutti dovevano pagare tasse allo stato e l’affitto dei mezzi di produzione. Le campagne non poterono fare fronte a questa situazione e si ebbero carestie e fame che in pochi anni causarono un numero di vittime stimato tra i 6 e i 14 milioni. Parallelamente fu avviata la collettivizzazione delle campagne, che di fatto aveva come obiettivo i Kulaki; questo provvedimento distrusse il ceto agricolo più produttivo e capace. Dalle campagne ci fu una fuga in massa nelle città, che fu arginata imponendo il passaporto obbligatorio per ogni cittadino sovietico come condizione indispensabile per trovare alloggio e lavoro; i kolchoziani non potevano avere il passaporto. Le conseguenze della politica agricola inaugurata da Stalin furono una perdita significativa tra la popolazione, ma anche la distruzione del sistema agricolo che portò a una diminuzione netta della produttività che solo nel 1954 raggiunse i livelli del 1913. La dipendenza di un contadino dallo stato era totale: basti pensare che il lavoro di 290 giorno all’anno veniva compiuto per soddisfare gli ordini statali.

Nel 1928 fu varato il primo piano quinquennale, che definiva in anticipo la produzione dell’industria per i cinque anni a venire. La mancata osservanza delle quote di produzione previste dallo stato portava a pesanti conseguenze, anche all’arresto e alla deportazione dei responsabili di ogni fabbrica. L’industria pesante fu favorita, a scapito di quella leggera. La totale subordinazione di ogni cittadino allo stato venne sancita con la costituzione del 1936. Il sistema di controllo fu il terrore. Chi non osservava i diktat del partito o era anche solo sospettato di attività sovversiva veniva deportato in zone inabitabili e fungeva da manodopera gratuita. Si calcola che nel periodo staliniano il terrore riguardò circa 20 milioni di persone, la maggior parte delle quali perirono. Tra il 1934 e il 1939 molti compagni di lotta di Lenin e dello stesso Stalin furono uccisi nelle purghe che eliminarono la classe dirigente del paese e le leve dell’esercito più capaci.

Nel 1939 fu stipulato un patto di non belligeranza con la Germania hitleriana (patto Ribbentropp-Molotov) che stabilì un’alleanza tra i due paesi e di riflesso con gli alleati di Hitler (Italia e Giappone). Nello stesso anno Stalin ottenne la parte occidentale dell’Ucraina, una parte della Finlandia, la Polonia orientale, la Bessarabia e la Bucovina. Il dittatore sovietico non desiderava entrare in guerra, ma puntava a che i paesi del blocco capitalista si indebolissero a vicenda per poi imporre loro un sistema filosovietico. Un’altra ragione per cui Stalin voleva rimandare l’entrata in guerra era che l’URSS non aveva ancora la potenza militare per opporsi all’Occidente. Le speranze del dittatore vennero infrante nel momento in cui, il 22 giugno 1941, Hitler invase l’URSS che fu costretta a entrare in guerra a fianco dell’Inghilterra e degli USA.

La Seconda Guerra Mondiale

La sera del 21 giugno 1941 il comandante dello stato maggiore Žukov propose a Stalin di dare ordine alle truppe di prepararsi ad un eventuale conflitto bellico, ma il dittatore rispose che sarebbe stato immaturo. La mattina successiva incominciò l’operazione Barbarossa, che aveva come scopo ultimo la conquista dell’Unione Sovietica. Lo stesso giorno l’Italia (che entrò in URSS il 20 luglio) e la Romania dichiararono guerra all’URSS, il 23 giugno la Slovacchia, il 27 giugno l’Ungheria.

Nei primi due mesi di guerra i tedeschi ottennero la supremazia nei cieli. Tra la popolazione sovietica del confine bielorusso, ucraino e baltico si contavano 850.000 tra morti e feriti e circa 1 milione di prigionieri di guerra. Il 12 luglio 1941 l’URSS firmò un accordo con la Gran Bretagna per combattere unitamente contro la Germania. Il 18 luglio un documento analogo fu ratificato tra l’URSS e i governi in esilio della Cecoslovacchia e della Polonia. Il 24 settembre l’URSS si alleò con il patto Atlantico e tra il 29 settembre e il 1° ottobre si tenne a Mosca una riunione tra i governi sovietico, inglese e americano, tesa a sancire l’aiuto reciproco, anche nel senso di rifornimenti. Nel dicembre del 1941 i prigionieri di guerra sovietici erano saliti a 3,5 milioni. Le armate tedesche avevano conquistato Lettonia, Lituania, Bielorussia, buona parte dell’Estonia, dell’Ucraina e della Moldavia, penetrando in territorio sovietico per 850-1200 km. L’URSS aveva perso importantissimi centri industriali e città fondamentali in quanto ricche di materie prime. L’8 settembre 1941 incomincia il blocco di Leningrado; armate tedesche, finlandesi e spagnole mantennero la città senza collegamenti e quindi anche senza possibilità di rifornirsi di cibo e combustibile per scaldarsi per 871 giorni, fino al 18 gennaio 1944. L’unica via per il rifornimento della città era il lago Ladoga, esterno al cordone nazista. In città ci fu fame e freddo per tre anni. Durante questo periodo perirono centinaia di migliaia di abitanti, la fame portò ad atti di cannibalismo e atrocità senza precedenti, ma la città si rifiutò per tutto quel periodo di arrendersi all’occupante. Milioni di persone vennero deportate in Germania, in particolare zingari ed ebrei, ma anche tanti russi ed esponenti della popolazione locale. Nell’inverno tra il 1941 e il 1942 fu dato il via al contrattacco. I tedeschi stavano avanzando su Mosca, ma in breve la minaccia fu allontanata e la capitale non fu presa. Le forze sovietiche riuscirono ad allontanare il nemico tra gli 80 e i 250 km. Da Mosca, liberando le regioni di Mosca e Tula. Nell’estate del 1942 i nazisti si spinsero all’interno della Russia, secondo una corrente meridionale, penetrando nel territorio sovietico di 500-650 km.; nonostante le vittorie militari i tedeschi non riuscivano a cambiare i soldati uccisi e le macchine distrutte in maniera così rapida come i loro avversari e proprio in questo periodo gli alleati dei tedeschi (italiani, romeni, ungheresi) subentrarono nell’interno dell’Unione Sovietica ai tedeschi. Intanto l’economia del paese era completamente rivolta alla produzione bellica, già dall’estate del 1941 la popolazione era stata mobilitata per trasformare la produzione dei settori industriali in produzione bellica. Dal 1942 incomincia l’evacuazione della popolazione dalle zone della Russia europea verso l’Asia e le regioni meridionali del paese. I tedeschi avevano modificato le strutture dei territori sovietici occupati, piegandole alle proprie esigenze, addirittura avevano istituito corsi scolastici tesi alla propaganda nazista e antisovietica; tutta la popolazione in grado di lavorare (tra i 18 e i 45 anni, 18-60 per gli ebrei) era stata impiegata nella costruzione di strade e ponti, e nella produzione di generi di prima necessità per l’esercito nazista. Buona parte della popolazione civile di questi territori fu deportata nei lager o uccisa in loco per la minima mancanza di coloro che i tedeschi consideravano semi-uomini, razze inferiori, come quella slava. In Bielorussia, per esempio, una persona su quattro cadde vittima del terrore nazista. Il 19 e il 22 novembre 1942 incominciò l’attacco sovietico, in particolare nei territori di Stalingrado e del fronte sud-orientale, anche grazie all’aiuto della popolazione. Durante i combattimenti caddero centinaia di migliaia di persone, ma Stlingrado alla fine fu riconquistata. Nel 1943 le armate tedesche incominciarono a subire le prime pesanti perdite, in particolare sul fronte occidentale. L’operazione Rževsko-Vjazemskaja fu la prima che sancì vittorie significative sugli occupanti. I russi riuscirono a respingere i tedeschi a circa 130-160 km. da Mosca. Tra il 28 novembre e il 1° dicembre 1943 ci fu l’incontro di Teheran tra Stalin, Churchill e Roosevelt, in cui si decise di aprire un secondo fronte contro i tedeschi, decisione che si rivelò fatale per le sorti della guerra e per le SS. Già all’inizio del 1944 l’armata rossa giunse a conquistare il territorio dell’Ucraina, liberò la Crimea e giunse fino in Romania. All’inizio dell’estate del 1944 si giunse alla liberazione della Bielorussia, dell’Ucraina e dei paesi baltici e poi alla liberazione della Polonia, dove le armate sovietiche si incontrarono con le armate di liberazione nazionale, l’Armija Krajowa, che però alla fine ebbe poco aiuto dai sovietici e fu lasciata in balia delle forze naziste per più di due mesi prima che i sovietici intervenissero a liberare Varsavia. Questo per eliminare le forze che avrebbero potuto costituire, a guerra finita, l’opposizione all’egemonia sovietica sul territorio. Tra il 4 e l’11 febbraio 1945 Stalin, Churchill e Roosevelt si riunirono a Jalta, nel corso della conferenza che portò alla divisione dell’Europa in due zone di influenza, quella orientale toccò all’Unione Sovietica. Stalin procedette quindi alla sovetizzazione dell’Europa Orientale, instaurando regimi monopartititici locali, sul tipo di quello esistente in URSS. Il 2 maggio del 1945 la Germania nazista capitolò e alla mezzanotte tra l’8 e il 9 maggio si ebbe la capitolazione delle forze armate. L’URSS non firmò la pace con la Germania e formalmente restò in guerra con il paese fino al 25 gennaio 1955, quando il presidio del Soviet Supremo dell’URSS firmò l’editto “Sulla fine dello stato di guerra tra l’Unione Sovietica e la Germania”. La guerra causò una perdita in termini di vite umane di 20-30 milioni tra i civili e di 15 milioni tra i soldati.

Il periodo post bellico 

Dopo la guerra la popolazione sovietica, stremata, sperava in un allentamento della pressione dello stato su di essa, ma Stalin preparava una purga che avrebbe dovuto avere una portata ancora maggiore a quella degli anni Trenta. Addirittura coloro che tornavano in URSS dai lager nazisti venivano mandati nei gulag, con l’accusa di essere al soldo dell’Occidente. Nel 1952 fu “smascherata” la cosiddetta congiura dei medici, che in realtà era un pretesto per avviare un pogrom contro gli specialisti e gli intellettuali di origine ebraica. Ma la morte di Stalin, nel marzo del 1953 impedì il compiersi di quest’ulteriore atrocità. Fu quindi impiantato un governo provvisorio, che nel 1954 elesse primo segretario N. Chruščev.

Nel 1956 N. Chruščev inaugura il XX congresso del partito comunista sovietico in cui denuncia alcuni dei crimini staliniani, rinuncia al terrore, chiude i gulagag, concede l’amnistia ai  prigionieri politici e stanzia più fondi alle campagne che da questo momento possono vivere senza i rischi delle continue carestie. In realtà la politica apparentemente liberale di Chruščev fu duplice: se il primo segretario del partito in URSS si mostrava innovatore, in politica estera fu spietato come i suoi predecessori, come nel caso della rivolta di Ungheria (1956), sedata nel sangue. Anche i suoi successori attuarono una politica simile, in particolare L. Brežnev in occasione della Primavera di Praga (1968) e di un’altra rivolta in Polonia (nel 1970, la prima si ebbe nel 1953) e sempre in questo paese, in occasione della formazione di Solidarność (1980). Chruščev riallacciò i contatti con Tito, interrotti da Stalin. La ČK venne sostituta con il KGB (Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti; comitato di sicurezza statale) e riammesso il diritto ad autolicenziarsi, tolto negli anni Quaranta. Creò le città chiuse, obiettivi strategici, in cui erano dislocate fabbriche di industria pesante e di armamenti. Era vietata l’uscita e l’ingresso in quelle città, non venivano segnalate sulle carte. La limitazione della libertà dei lavoratori delle città chiuse era compensata da un salario molto alto e comunque il fatto di lavorare nelle città chiuse era una scelta libera. Negli anni Sessanta ci fu un sensibile miglioramento dello stile di vita in Unione Sovietica, i prezzi erano bloccati dal 1928, mentre i salari aumentavano. In questo periodo si allargò l’accesso all’istruzioneCaratteristico dell’epoca poststaliniana fu il secondo mercato o mercato nero, in cui i kolchoz vendevano i prodotti che legalmente producevano. Questo sistema creava una microeconomia di stampo capitalista, tollerata perché da un lato serviva come sfogo delle tensioni contadine che creava il fatto di vivere in un sistema totalitario e dall’altro poteva essere sfruttato in caso di penuria alimentare.

Nel 1964 Chruščev fu destituito e sostituito alla guida del partito da L. Brežnev. La sostituzione avvenne per volere dell’ala stalinista del partito che non vedeva di buon occhio la politica “liberale” di Chruščev. L’era brežneviana è conosciuta come “Periodo della stagnazione” , un quindicennio lungo il quale non mutò nulla, in nessun senso.

La metà degli anni Settanta segnano il culmine del potere sovietico, molti paesi si aggregano volontariamente al patto di Varsavia, come la Cina o Cuba. 

L’invasione della Cecoslovacchia

Fin dalla metà degli anni sessanta in Cecoslovacchia si erano percepiti i segni di un crescente malcontento nei confronti del regime. Le istanze dei riformisti, il cui leader era A. Dubček, avevano trovato voce in alcuni elementi all’interno dello stesso Partito Comunista Cecoslovacco. Le riforme politiche di Dubček, che egli stesso chiamò “Socialismo dal volto umano”, in realtà non si proponevano di rovesciare completamente il vecchio regime e allontanarsi dall’Unione Sovietica: il progetto era di mantenere il sistema economico collettivista affiancandovi una maggiore libertà politica (con la possibilità di creare partiti non alleati al partito comunista), di stampa e di espressione. Tutte queste riforme furono sostenute dalla grande maggioranza del paese, compresi gli operai. Ciò nonostante esse furono viste dalla dirigenza sovietica come una grave minaccia all’egemonia dell’URSS sui paesi del blocco orientale e in ultima analisi, come una minaccia alla sicurezza stessa dell’Unione Sovietica. Per comprendere i motivi di questo allarme bisogna tener presente la collocazione geografica della Cecoslovacchia, esattamente al centro dello schieramento difensivo del Patto di Varsavia: una sua eventuale defezione non poteva essere tollerata in periodo di Guerra Fredda. La stagione delle riforme ebbe bruscamente termine nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, quando una forza stimata fra i 200.000 e i 600.000 soldati e fra 5.000 e 7.000 veicoli corazzati invase il paese. Il grosso dell’esercito cecoslovacco, forte di 11 o 12 divisioni, obbedendo ad ordini segreti del Patto di Varsavia, era stato schierato alla frontiera con l’allora Germania Ovest, per agevolare l’invasione e impedire l’arrivo di aiuti dall’Occidente. L’invasione coincise con la celebrazione del congresso del Partito Comunista Cecoslovacco, che avrebbe dovuto sancire definitivamente le riforme e sconfiggere l’ala stalinista. I comunisti cecoslovacchi, guidati da Dubček, furono costretti dal precipitare degli eventi a riunirsi clandestinamente in una fabbrica, ed effettivamente approvarono tutto il programma riformatore, ma quanto stava accadendo nel paese rese le loro deliberazioni completamente inutili. Successivamente questo congresso del partito comunista cecoslovacco venne sconfessato e formalmente cancellato dalla nuova dirigenza imposta da Mosca a governare del paese. Dopo la primavera di Praga si formò una forte opposizione al sistema sovietico, soprattutto nei paesi del patto di Varsavia, come Solidarność in Polonia.

Alla morte di Brežnev (1982) fu eletto dapprima Ju. Andropov, che morì dopo un anno di governo e poi K. Černenko, che morì sei mesi dopo la sua elezione a capo dello stato. Queste due morti nell’arco di un anno e mezzo testimoniarono l’arretratezza della classe dirigente a scegliere un segretario che potesse cambiare la situazione di crisi che si manifestava nel paese.

Nel 1985 fu eletto M. Gorbačev, che avviò la perestrojka, una serie di riforme tese a svecchiare il sistema sovietico, ma anche i quadri dirigenti del partito. Dal 1988 rese disponibili gli archivi del KGB, eliminò la censura sui mezzi di comunicazione di massa, permettendo una rivalutazione in senso negativo della storia sovietica, come anche lo smascheramento della menzogna che giustificò per un sessantennio azioni efferate del sistema stesso.

Nell’agosto del 1991 Michail Gorbačëv fu cacciato dal potere da un golpe militare, al potere salì Boris Nikolaevič El’cin che nel dicembre di quell’anno dichiarò illegale il PCUS e decretò la fine dell’Unione Sovietica.

La crisi del sistema sovietico fu causata da una serie di fattori concomitanti tra i quali la non conoscenza del reale stato dell’economia da parte del sistema: la pianificazione della produzione implicavano falsificazioni dei dati da parte di chi doveva rispondere del mancato rispetto delle quote imposte.

La modernizzazione degli anni Settanta portò a conoscenza del popolo sovietico la vera vita dell’Occidente e che portò alla fine dell’illusione dei cittadini sovietici di vivere in un sistema perfetto. La produzione bellica, che nel 1986 assorbiva ancora il 75% delle risorse del paese, impediva l’investimento di capitali in altri settori. I quadri dell’industria pesante erano d’altronde troppo potenti per permettere un cambiamento che potesse sfavorirli.

Fonte: http://www.dipartimentolingue.unito.it/maurizio/documents/oss-materiali-linguarussatriennale/dispense_sto_rus.pdf

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Le tre morti dell’Unione Sovietica. Parte prima: l’economia

Ventiquattro anni fa la nostra patria si risvegliò con la musica del Lago dei Cigni. Il 19 agosto 1991 la Televisione di Stato annunciò che il Presidente Michail Gorbačëv, per ragioni di salute, non era in grado di espletare le sue funzioni e il potere passava nelle mani del “Comitato Statale per lo Stato di Emergenza”. Iniziò un tentativo di colpo di Stato durato tre giorni, seguito da una breve agonia di un grande impero. Nel dicembre dello stesso anno, l’Unione Sovietica, senza speranza e senza eventi di rilievo, cessava di esistere.

Come è potuto accadere che una delle due superpotenze mondiali, la nazione con l’esercito più forte, con un sistema educativo di prima categoria e una solida industria, si sia sfasciata di colpo lasciando al suo posto piccole repubbliche, frammentate e devastate dalla guerra? Chi bisognava incolpare, Michail Gorbačëv e Boris Nikolaevič El’cin, la CIA, la Voce dell’America? Perché era collassata l’Unione Sovietica?

La risposta è semplice e complicata allo stesso tempo: l’URSS collassò perché perse la Guerra Fredda, che non era solo una lotta per il dominio mondiale ma anche una competizione fra due sistemi socio-economici. Il sistema sovietico non riuscì a sopravvivere alla sfida con l’Occidente e si dimostrò incapace di auto-riformarsi dall’interno. Alla fine, semplicemente collassò, insieme a tutta la nazione.

I classici ci insegnano che l’economia è la base per definire e mettere a fuoco l’immagine di uno Stato. I successi e i fallimenti di una nazione dipendono dalla qualità e dal grado di sviluppo dell’economia. Un Paese apparentemente forte ma con un sistema economico difettoso è un colosso con i piedi d’argilla, basta un piccolo colpo e crolla sotto il suo stesso peso. Questo è quello che è successo all’Unione Sovietica.

All’inizio del periodo staliniano, il capitalismo passava dei brutti momenti. Un’oligarchia finanziaria senza regole, una corruzione totale e l’immenso sfruttamento dei lavoratori avevano portato alla “Grande Depressione” e al collasso quasi completo delle istituzioni governative delle nazioni occidentali. Nello stesso tempo l’URSS sotto Stalin era di fatto diventata uno stato corporativo in cui la pianificazione centrale aveva completamente sostituito il libero mercato.

Negli anni ’30 tutto questo presentava dei vantaggi immediati: un enorme passo verso la modernizzazione e la costruzione di centinaia, migliaia di nuove fabbriche, strade e città. Una rigida integrazione verticale aveva consentito la sconfitta dell’esercito più forte della storia e dopo la guerra, la ricostruzione della nazione e lo sviluppo di nuovi e impegnativi progetti: programmi nucleari, spaziali, radar, aviogetti, computers e così via. E’ abbastanza corretto dire che Stalin prese una nazione con gli aratri e la lasciò con la bomba atomica. Alla fine degli anni ’50 l’URSS era la nazione più avanzata per quello che riguardava scienza e tecnologia. In un quarto di secolo il livello di vita era aumentato enormemente.

Alla fine degli anni ’50 il rigido sistema di comando incominciò a perdere colpi. Per diversi motivi le direttive della “Commissione per la Pianificazione Statale” venivano disattese e i responsabili (manager e direttori a livello locale) se la cavavano con dichiarazioni false, frodi e volontarismo. Ladrocinio e corruzione tornarono a rifiorire. Il sistema staliniano di gestione dello Stato si era rivelato di grande efficacia nei momenti di crisi e mobilitazione, ma non era adatto ad un contesto pacifico.

La risposta a tutto questo, a metà degli anni ’60 fu una nuova politica economica, le riforme di Kosygin, che aumentarono l’autonomia finanziaria delle imprese. Questo fu un allontanamento significativo dalla centralizzazione stalinista. I manager delle varie imprese (i cosiddetti “Direttori Rossi”) divennero di fatto dei quasi-capitalisti. Avevano la disponibilità di reali risorse finanziarie che potevano essere utilizzate in incentivi per i lavoratori, nella costruzione di alloggi per i dipendenti, in ambito sociale (rette scolastiche, campi estivi, vacanze ecc.) e anche se in misura limitata, nello sviluppo della produzione. La riforma di Kosygin è considerata un esperimento fallito, ma non è così. Gli incarichi tecnici e le pianificazioni programmate indicano che la riforma ebbe anche troppo successo. La causa del fallimento delle riforme di Kosygin è stata proprio il suo successo troppo rapido, che ha minato la stabilità del sistema socio-politico.

In ogni caso, la logica continuazione delle riforme, la transizione all’economia di mercato, non ebbe luogo. La nazione entrò in un periodo di stagnazione con una strana economia di tipo dualistico: un’impresa aveva disponibilità finanziarie, ma non poteva spendere a propria discrezione. Un’impresa aveva i mezzi di produzione ma non poteva decidere che cosa produrre.

L’Occidente (intanto) non aveva perso tempo. Prendendo spunto, anche prima della guerra, dalle migliori politiche socialiste, le nazioni capitaliste si erano mosse verso il controllo statale dell’economia, la pianificazione strategica e lo sviluppo dei servizi sociali. Queste misure, in concomitanza con un mercato libero e un aumento della produttività, avevano contribuito ad un enorme miglioramento del tenore di vita. Negli anni’60 in Occidente si era formata una vasta classe media e la base della crescita economica era data dal consumismo privato che rendeva più complesse le strutture economiche ed aumentava ancora il tenore di vita.

Nel frattempo la nostra economia segnava il passo. La produzione di beni di consumo calava di anno in anno. D’altro canto un’azienda non poteva investire in prodotti per cui ci fosse la domanda (e ricavare profitto da questo)Inoltre, per una serie di motivi, tutti gli investimenti statali andavano all’industria pesante e al complesso industriale militare. Certo, tutte le industrie della difesa dovevano fabbricare anche prodotti per i civili ma elenchi e prezzi erano stabiliti dall’alto e i fondi allocati a queste produzioni avevano una bassa priorità. In confronto alle nazioni occidentali, il mercato era estremamente sottosviluppato. Non che ci sia molto da dire. Basta ricordare i negozi, i caffè, i taxi o i saloni di parrucchiera del periodo sovietico. Non ce n’erano abbastanza ed erano disgustosamente scadenti. Dopo tutto i servizi sono il settore più grosso, importante e flessibile di un’economia moderna.

La guerra dello Yom Kippur e la conseguente crisi petrolifera del 1973 fece aumentare moltissimo la richiesta per le risorse energetiche sovietiche e fu letteralmente possibile “lubrificare” i problemi dell’economia sovietica con il ricavato della vendita di gas e petrolio all’Occidente. Anche se più avanzata e diversificata che negli anni ’50, l’economia sovietica, negli anni di stagnazione, continuò a perdere terreno nei confronti dell’Occidente. All’Ovest si comperavano sempre più beni di consumo, dai tessuti alle scarpe fino a complesse linee di produzione.

Anche se a prima vista poteva sembrare poderosa, la nostra industria sorprendentemente produceva pochi prodotti di qualità internazionale: armi, missili, alcuni generi di macchinario pesante (turbine) e metalli di vario tipo e questo probabilmente è tutto. Gli apparecchi televisivi e i macinini da caffè sovietici venivano acquistati solo perché non ce n’erano altri ed erano l’oggetto delle battute di spirito di quell’epoca. L’industria russa dei nostri giorni è di fatto molto più vicina agli standard mondiali di quella stagnante dell’era sovietica.

Un’altra maledizione dell’economia sovietica era la sua terribile inefficienza. Per prima cosa, il principio del posto di lavoro per tutti, garantito dallo stato sociale, significava che i lavoratori negligenti non potevano essere licenziati e le aziende non erano incentivate a migliorare le tecnologie e ad aumentare la produttività. Molte industrie sovietiche, specialmente nel settore civile, usavano macchinari dell’epoca pre-bellica per la produzione di massa e le direttive della “Commissione per la Pianificazione Statale” venivano eseguite in modo approssimativo. Alla fine degli anni ’80 la produzione industriale era circa la metà di quella delle nazioni più avanzate (e questo malgrado la costruzione di grossi stabilimenti estremamente efficienti), mentre l’agricoltura era 4-5 volte meno produttiva. Ma la produttività non è tutto. Nonostante la centralizzazione, gli investimenti e l’allocazione delle risorse rimanevano insufficienti. Per esempio, un villaggio veniva fornito di costose trebbiatrici a cui non veniva fatta manutenzione e che alla fine si rompevano e venivano lasciate ad arrugginirsi nei campi. Nell’aviazione civile continuavano a volare aerei degli anni ’60, che, sebbene eccellenti in quegli anni, erano già da molto tempo diventati obsoleti.

Nessuno si occupava di risparmio energetico. Gli impianti termoelettrici, sebbene teoricamente efficienti, arrivavano nelle case con tubature a scarso isolamento termico. I raccolti di frumento, ammassati nei campi, erano spesso contaminati a causa delle cattive condizioni di conservazione. Ci sono centinaia e migliaia di simili esempi: l’economia della fine dell’epoca sovietica assomigliava ad una barca che faceva acqua e che rimaneva a galla solo perché si continuava a far funzionare le pompe.

Negli anni ’80 il prezzo del petrolio era calato drasticamente. La leggenda vuole che sia stata un’operazione speciale della CIA destinata a far cadere l’Unione Sovietica e se è vero, essa ha certamente avuto successo. Naturalmente una simile cospirazione non è mai esistita, si trattava semplicemente di sovrapproduzione. Dopo un brusco aumento dei prezzi negli anni ’70 molti si erano affrettati a fare investimenti nel settore petrolifero. D’altro canto i prezzi alti del carburante avevano costretto al risparmio. Auto compatte, aerei migliorati dal punto di vista del consumo energetico e la transizione dal petrolio al gas erano all’ordine del giorno.

E così nel 1981, la bolla petrolifera era scoppiata in modo naturale e in pochi anni i prezzi erano crollati tre volte [questo non è necessariamente vero, dal momento che, come oggi, l’accordo sul prezzo del greggio fra USA e OPEC era un modo per sabotare l’economia sovietica -commento del traduttore russo]. Se l’economia sovietica fossa stata bilanciata, se alla fine degli anni ’70 non fossimo diventati solamente fornitori di materie prime per l’Occidente, se non fossimo diventati completamente dipendenti dal frumento e dai beni di consumo che acquistavamo in Occidente con i petrodollari, se le imprese fossero state in grado di lavorare anche con la crisi e se l’elite al potere avesse reagito in tempo, allora avremmo potuto superare i tempi difficili.

In ogni caso accadde qualcos’altro. L’era post-bellica è stata caratterizzata dalla rivalità militare delle due superpotenze. L’Unione Sovietica è stata costretta a spendere preziose risorse per difendere la sua sfera di influenza, per questo motivo la dirigenza sovietica è stata incapace di attuare le riforme fondamentali.

Negli anni ’60 abbiamo avuto una seria possibilità di seguire la via cinese (o piuttosto il contrario: Deng Xiaoping ha replicato, alla grande e a modo suo, le esperienze delle riforme di Kosygin), per costruire un’economia valida e sostenibile e consolidare uno Stato forte e difendibile. I goffi e tardivi tentativi riformistici di Michail Gorbačëv non potevano essere di nessun aiuto e l’impero era ormai un malato terminale. La storia ha deciso altrimenti e le ragioni di ciò stanno negli eventi che sono occorsi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di questo: il confronto militare con l’Occidente e il suo ruolo nella caduta dell’URSS, che vedremo nella parte successiva.

Articolo di Sergei Poletaev pubblicato da FortRuss il 4 settembre 2015. Traduzione in italiano a cura di Mario per Sakeritalia.it

 Fonte: http://sakeritalia.it/sfera-di-civilta-russa/le-tre-morti-dellunione-sovietica-parte-1-leconomia/

Le tre morti dell’Unione Sovietica. Parteseconda: la Guerra Fredda

Il primo articolo sui motivi del crollo dell’URSS è diventato di colpo uno dei più commentati sul sito [quello russo, NdT]. Sono lieto che questo argomento abbia attratto così tanta attenzione. Sfortunatamente la percezione dell’URSS è troppo idealizzata da entrambe le parti: alcuni la considerano il diavolo incarnato, altri il Paradiso in Terra. Naturalmente l’Unione sovietica non era nessuna delle due cose. E’ tempo di studiare la nostra storia recente, riflettere, essere in disaccordo gli uni con gli altri, dibattere, pensare e cercare di arrivare alla verità.

Nella prima parte abbiamo visto come modelli economici di scarso successo e dipendenza eccessiva dalle esportazioni di energia avessero condotto l’URSS ad una grave crisi nella seconda metà degli anni ’80. Queste non sono novità e molti ricercatori hanno giustamente puntualizzato che la situazione in cui si era venuta a trovare l’Unione Sovietica a causa della caduta del prezzo del petrolio non era poi così drammatica. Infatti, nonostante il fatto che, a metà degli anni ’80, il 50% di tutte le esportazioni fosse costituito da petrolio e gas, il contributo totale di questo settore al PIL era solo del 7-8%. Nella storia moderna della Russia l’export energetico ha un peso significativamente maggiore e fluttuazioni simili del prezzo del greggio si sono verificate già due volte e nonostante tutto, siamo ancora in vita.

La spiegazione è abbastanza semplice. L’Unione Sovietica aveva dovuto sopportare l’enorme peso di essere il principale esponente del confronto mondiale con l’Occidente. Negli anni ’80 l’URSS era ormai logorata da questo lungo confronto e non c’erano più margini di sicurezza. Alla fine, difficoltà economiche serie, ma non di per sé fatali, furono la pagliuzza che ruppe la schiena di una grande nazione. 

Il confronto conosciuto con il nome di “Guerra Fredda” cominciò prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944 gli Alleati erano praticamente in disaccordo sul destino della Polonia. All’epoca la nostra nazione disponeva del più potente esercito terrestre e da vincitori della Germania potevamo dettare legge a tutta l’Europa e nessuno osava obiettare. Tutto cambiò nell’agosto del 1945 quando gli Stati Uniti fecero uso dell’arma atomica. Come il revolver nel selvaggio West la bomba atomica divenne la livella nelle contese fra le nazioni. Il tono dell’Occidente cambiò immediatamente: la proposta sovietica sul Giappone, che avrebbe dovuto seguire l’esempio della Germania [ed essere diviso in zone di influenza, NdT], fu accolta con un categorico rifiuto che pose fine ad ogni discussione.

Quelli che hanno familiarità con l’arte della guerra sanno che una campagna militare corta e rapida si può vincere usando vantaggi tattici: buona posizione, sorpresa, preparazione attenta, comandanti di talento ecc. Ma in una lunga guerra di logoramento conta solo una cosa: le risorse; quanto uno Stato può spendere per combattere e per soddisfare le necessità della società e del suo sviluppo. Per combattere occorrono un sacco di risorse, ma tutte si possono ricondurre a due indicatori fondamentali: popolazione e dimensioni dell’economia.

Anche se la popolazione dell’Unione Sovietica è approssimativamente uguale a quella degli Stati Uniti, il suo sviluppo economico era sempre stato inferiore a quello dell’America: la produzione industriale di 1,5 volte (la percentuale sulla produzione mondiale nel 1990 era il 12,9% per l’URSS e il 19,4% per gli USA) e in termini di PIL il divario era esattamente il doppio (2,6 trilioni contro 5,5 trilioni per gli USA nel 1990). Nonostante un esercito poderoso, dalla Seconda Guerra Mondiale noi uscimmo sconfitti. I morti effettivi fra militari e popolazione civile sono stati 16 milioni, con 1700 città e villaggi distrutti, insieme a 200.000 aziende agricole e 30.000 attività industriali. Sopratutto si stima che le perdite materiali dell’URSS dovute alla guerra siano state un buon terzo di tutta la ricchezza nazionale. Nello stesso periodo gli Stati Uniti parteciparono alla guerra senza molto sforzo. Ci furono 418.000 caduti nell’esercito e 8 fra i civili. Non ci furono virtualmente perdite materiali dal momento che sul territorio degli Stati Uniti non avvenne nessun combattimento. Si può discutere su chi abbia dato inizio alla Guerra Fredda: l’URSS o l’Occidente? Quello che è importante è che con un tale rapporto fra forze e perdite l’Unione Sovietica, a differenza dell’Occidente non poteva permettersi un confronto lungo e globale. Inoltre, a differenza della Grande Guerra Patriottica, che era stata per noi una questione di vita o di morte, la nazione avrebbe potuto benissimo fare a meno di un simile confronto che avrebbe portato unicamente ad un conflitto a somma zero, dove si vince solo se l’altro perde. La dottrina sovietica durante la Guerra Fredda era basata sul principio di parità: ogni mossa dell’Occidente (principalmente degli Stati Uniti) doveva essere seguita da una adeguata risposta. Ogni elemento delle forze armate USA e NATO doveva essere bilanciato da un elemento simmetrico. Dal momento che l’iniziativa strategica era per la maggior parte del tempo tenuta dall’Occidente, ci ritrovavamo sempre a dover rincorrere. Lo slogan propagandistico di quegli anni era “la corsa agli armamenti scatenata dai circoli imperialistici aggressivi”. Naturalmente ci furono risposte asimmetriche da parte nostra (per esempio lo sviluppo della difesa antiaerea) e in certi campi eravamo avanti (i progetti missilistici degli anni ’50) e ci furono guerre vittoriose condotte da altri (Corea e Vietnam). Ma il più delle volte, la dirigenza sovietica andava avanti senza valutare le reali necessità, lottava per controbilanciare gli Stati Uniti a livello mondiale e così ci fu la fallita spedizione lunare e il progetto Energia-Buran, anch’esso nato morto.

Per tutto il periodo post bellico le forze armate sovietiche avevano continuato a prepararsi ad una guerra terrestre sul teatro europeo ed avevano creato sistemi offensivi, blindati, fabbriche di carri armati, basi missilistiche avanzate, Buran e così via. Durante gli anni della Guerra Fredda le nostre industrie avevano costruito decine di migliaia di carri armati, migliaia di aerei e molte migliaia di tonnellate di munizioni, comprese quelle d’artiglieria. Questi armamenti non videro mai il combattimento e molte unità non parteciparono neanche alle manovre, ma anno dopo anno l’Unione Sovietica lavorava alla loro produzione, manutenzione, immagazzinamento e smaltimento. E tutto questo nonostante il fatto che dalla fine degli anni ’40 era evidente che una guerra in Europa era impossibile. Furono impiantate basi sovietiche in tutte le parti del mondo, Australia esclusa. E comunque, di queste non c’era nessuna necessità strategica. L’URSS non era mai dipesa per i rifornimenti dalle nazioni del Terzo Mondo, per cui non c’era la necessità di proteggere le vie di comunicazione. Le stazioni radar importanti negli anni ’60  erano diventate presto inutili con lo sviluppo della sorveglianza satellitare. Per assicurarsi una presenza mondiale l’Unione Sovietica aveva sostenuto attivamente alcuni regimi in nazioni del Terzo Mondo. A differenza del cinico Occidente, noi non avemmo mai una politica coloniale e non riducemmo mai sul lastrico le nazioni satelliti. Al contrario, la nostra nazione ha dato sempre più di quanto ha ricevuto. Tutte le repubbliche sovietiche (eccetto Russia e Bielorussia), secondo le statistiche dell’epoca, furono sovvenzionate in varia misura, abbiamo dato alle nazioni del Patto di Varsavia (non solo le abbiamo aiutate nella ricostruzione postbellica, ma le abbiamo rifornite di energia a prezzo di costo per tutta la seconda metà del secolo scorso) e abbiamo aiutato i regimi del Terzo Mondo con prestiti con garanzia su merci e supporto logistico diretto. Al tempo del crollo dell’Unione Sovietica le nazioni del Terzo Mondo ci dovevano 176 miliardi di $ (300-350 miliardi al cambio attuale). Secondo diverse stime questa cifra copre da un quarto a un terzo l’assistenza diretta ed indiretta fornita dall’Unione Sovietica a governi stranieri. Questo approccio potrà essere utile per il karma, ma in economia fa solo danni. Dove l’Occidente guadagnava, noi spendevamo. Dove gli Stati Uniti avevano una rete finanziaria globale invisibile ma forte, noi pagavamo per avere delle alleanze e come si dice, nulla è meno economico del comprarsi la lealtà. 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il complesso industriale militare diventò il motore del progresso nell’Unione Sovietica e negli Stati Uniti: i maggiori sviluppi nella scienza e nella tecnologia venivano dal settore difesa. In ogni caso, fu il sistema occidentale pubblico/privato che riuscì a convertire meglio e a rendere disponibili sul mercato le applicazioni militari. Abbiamo molti esempi, centrali nucleari come sottoprodotto delle armi atomiche, aerei a reazione ecc. In generale, la nostra tecnologia militare rimaneva classificata come “segreta”, con il risultato che non veniva fornita alla gente che avrebbe pagato per averla e non c’era produzione di massa ad uso civile. In Occidente e sopratutto negli Stati Uniti ogni scoperta militare, in un modo o nell’altro, era entrata nel mercato. Teflon, penne gel, Internet e telefonia mobile, forni a microonde, microprocessori, ci sono centinaia di esempi. Ognuna di queste invenzioni ha una controparte sovietica.

L’esercito sovietico era il più grosso al mondo, con quasi 4 milioni di uomini (nel 1988), contro i 2,3 milioni di quello americano. La spesa militare, tenendo conto delle differenze del potere d’acquisto fra URSS e USA, era all’incirca la stessa. Per noi erano 300 miliardi di $ nel 1988 ma, a causa del ridotto volume dell’economia e al fatto che il nostro PIL era circa la metà di quello americano, noi spendevamo il 13% del PIL, contro il loro 6,5%. Questo rapporto è rimasto inalterato per tutto il periodo post-bellico ed ha permesso all’America di partecipare alla corsa agli armamenti e sviluppare allo stesso tempo il settore civile. In conseguenza di ciò il reddito pro-capite e la qualità della vita negli Stati Uniti sono cresciute significativamente più in fretta che da noi.

I risultati delle spese della difesa erano spesso insoddisfacenti. La dottrina militare sovietica (e in seguito russa) era basata sulla mobilitazione di massa e sulla coscrizione obbligatoria. Questo approccio è giustificato in presenza di un alto tasso di fertilità e di crescita della popolazione, ma con la demografia degli anni ’70 e ’80, quando il tasso di natalità era sceso sotto i 10 punti, ciò significava sottrarre all’economia un grosso numero di lavoratori giovani. Bisogna aggiungere che l’equipaggiamento militare sovietico era complesso e non si poteva apprenderne l’uso solo con la chiamata alle armi. Negli Stati Uniti la coscrizione era stata abolita nel 1970 e da allora l’esercito è costituito esclusivamente da soldati di professione.

Il minor livello tecnologico dell’Unione Sovietica aveva come conseguenza anche una spesa inefficiente. Per esempio, i satelliti-spia americani erano già equipaggiati con apparati da ripresa, potevano scendere su un’orbita bassa e riprendere. Lo stesso satellite poteva rimanere in orbita per mesi. Noi abbiamo avuto un sistema simile solo alla fine degli anni ’80. Una volta in orbita, il satellite compiva alcune rivoluzioni, portava a termine il programma e scendeva a terra. Un lancio continuo di satelliti cartografici per le mappe militari “Zenith” veniva fatto regolarmente una volta alla settimana. Questi esempi sono numerosi. Sebbene un esercito più avanzato tecnologicamente non combatta necessariamente meglio, sicuramente consuma meno energia a meno risorse.

La filosofia della mobilitazione permeava la vita sovietica in tutti i campi: in ogni università c’era un Dipartimento Militare, ogni garage sotterraneo poteva essere sigillato e trasformato in rifugio antiaereo, ogni vagone ferroviario per passeggeri era così robusto che poteva trainare anche pesanti carri merci. Ogni aereo di linea era progettato per essere rapidamente convertito in trasporto truppe. Tutto questo richiedeva risorse preziose e tutto quanto si rivelò alla fine inutile. Il presidio globale costava all’Unione Sovietica spese esorbitanti, sussidi e politiche generose con i Paesi satelliti che non venivano compensate neanche indirettamente. La spesa pro-capite per la difesa era il doppio di quella degli Stati Uniti e 5-6 volte maggiore di quella dell’Europa Occidentale. In più, le cose mancavano e le caratteristiche della struttura economica dell’URSS non consentiva l’introduzione e lo sviluppo della tecnologia militare nel comparto civile bloccando così ogni possibile introito da questo processo. Tutto questo, unito ad un potenziale economico più debole di quello dei suoi rivali portò al sovraccarico le capacità dell’Unione Sovietica. Le riforme sistemiche urgenti venivano continuamente rimandate. Per portare a termine le riforme occorrevano risorse, ma queste venivano impiegate tutte per il confronto con l’Occidente. Il governo non aveva fatto neanche per un momento marcia indietro per confrontarsi con i problemi arretrati. Invece di perseguire una strategia di lungo respiro, anno dopo anno, la preferenza fu data alle soluzioni tampone, cercando di turare le falle alla meglio. Alla metà degli anni ’80 la nazione era sfinita dalla Guerra Fredda e da decenni di malgoverno. Anche se a prima vista sembrava superficiale, la crisi economica causò una reazione a catena e portò a conflitti interni, alla rivoluzione e alla disintegrazione della nazione.

La prossima volta parleremo della “terza morte” dell’URSS: l’ambito della politica interna e della società.

Articolo di Sergei Poletaev pubblicato su FortRuss il 6 settembre 2015. Traduzione in italiano a cura di Mario per Sakeritalia. it

Fonte: http://sakeritalia.it/sfera-di-civilta-russa/le-tre-morti-dellunione-sovietica-parte-2-la-guerra-fredda/

 

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