Il metodo Kousmine – Seconda parte

I grassi

I grassi (lipidi) hanno funzioni essenziali nel nostro organismo:

come fornitura e stoccaggio di energia;
per la costruzione delle membrane cellulari, centro di comunicazione fondamentale con l’esterno della cellula (nutrimento, respirazione, difesa …) e del sistema nervoso;
per veicolare le vitamine liposolubili;
per rallentare la digestione, soprattutto dei carboidrati. Questo aspetto è stato presentato negativamente nella teoria della dieta dissociata: in realtà, se i grassi sono assunti in maniera ragionevole, il rallentamento (soprattutto dei carboidrati) è positivo, perché riduce i picchi glicemici;
da ultimo, ma non di scarsa importanza, per rendere gustosi i cibi.

L’alimentazione moderna occidentale è particolarmente disordinata nell’uso dei grassi:

quantità eccessive. I lipidi non dovrebbero superare il 20% delle calorie: ricordiamo che i grassi hanno il doppio delle calorie dei carboidrati e delle proteine;

troppi grassi saturi. I grassi saturi sono presenti prevalentemente nei prodotti animali e in alcuni oli vegetali (cocco e palma). Non tutti sono dannosi. Lo sono solo quelli a catena lunga, mentre quelli a catena media sono accettabili o addirittura salutari. L’olio vergine di cocco o di palma fanno parte di questi ultimi e possono quindi essere utilizzati nell’alimentazione;

cattiva qualità degli oli polinsaturi: gli oli industriali, prodotti ad alte temperature, vedono trasformato il loro acido linoleico (uno dei due acidi grassi essenziali) da cis-cis (la forma utilizzabile per il nostro organismo) a cis-trans (una forma non utilizzabile o utilizzabile con danni);

grassi fritti: gli oli riscaldati ad alta temperatura per tempi prolungati sono tutti dannosi: limitatene il consumo a eventi sporadici. Devono essere un’eccezione, non la regola. Riscaldare gli oli fino a poco più di 100° non provoca normalmente trasformazioni dannose nel grasso interessato;

la dicitura grassi  (o oli) vegetali non è garanzia automatica di buona salute.  Evitate assolutamente tutti gli oli idrogenati, anche se sono vegetali: sono gravemente dannosi.

Le conseguenze sono gravi: disturbi cardiocircolatori, obesità, danni alle cellule con rischio di tumore e malattie autoimmuni. Proprio per questo il metodo Kousmine è particolarmente attento all’equilibrio dei lipidi. Il problema non è consumare pochi grassi, ma aumentare i grassi buoni e diminuire quelli cattivi.

In pratica: quale grassi usare come condimento?

Il normale olio alimentare deve essere l’olio extra vergine di oliva, meglio spremuto a freddo. È un olio che interferisce poco con il nostro metabolismo, ha un alto punto di cottura, tiene pulite le arterie. Se ne può consumare anche un discreto quantitativo senza problemi. Ma l’olio di oliva è privo di omega-3 (acido alfa-linolenico) ed è scarso di acido linoleico, due acidi grassi essenziali, senza dei quali alcune funzioni dell’organismo non possono funzionare: devono essere implementati con piccoli quantitativi di altri oli. In aggiunta all’olio extravergine di oliva noi consigliamo:

un cucchiaio al giorno di olio di girasole oppure di soia o di sesamo o di mais o mezzo cucchiaio di olio di cartamo. Ovviamente spremuti a freddo e bio. Può essere sostituito (in meglio) da un pugnetto di semi oleosi (noci, mandorle, nocciole, semi di girasole o di zucca …) ovviamente non tostate, alternati tra di loro.

due cucchiaini al giorno di olio di lino o, meglio, un cucchiaio e mezzo di semi macinati al momento. 

L’olio di girasole e l’olio di lino non devono essere visti come normali oli alimentari, ma come integratori: non superate le giuste dosi.

E’ grande merito della dott. Budwig aver denunciato per prima che gli oli di semi di produzione industriale sono privi di acidi grassi essenziali del tipo utilizzabile dal nostro organismo (cis-cis); diventano perciò fonte di gravi malattie. Occorre perciò assumere oli spremuti a freddo.

Ovviamente tutti questi oli è meglio anche usarli a freddo, salvo rarissime eccezioni (poche gocce di olio extravergine di oliva ben stese con pazienza sul fondo di una padella, olio o burro in qualche dolce). L’olio va aggiunto preferibilmente a fine cottura sul piatto o nella zuppiera di servizio. È vero che l’esposizione ad una temperatura moderata non “rovina” un olio. Ma in una padella sul fuoco le temperature possono salire molto rapidamente, al di là di ogni tollerabilità.

Saltuariamente può essere usato burro di qualità crudo in piccoli quantitativi (15-20 gr. 2 o 3 volte alla settimana).

Una straordinaria possibilità: l’analisi lipidomica

L’analisi lipidomica degli acidi grassi presenti nei lipidi della membrana (FAT PROFILE) è stata messa a punto dai ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna per la LIPINUTRAGEN, spin-off del CNR. Questa analisi permette di entrare nel vivo delle funzioni cellulari, focalizzando l’interesse sulla membrana e controllandone la situazione esistente nel soggetto in esame, al fine di verificare se esiste un equilibrio ottimale tra struttura e funzionalità. 

La membrana cellulare è il “pacemaker metabolico” ovvero ricopre il ruolo di regolatore di scambi e di segnalazioni che sono cruciali al buon funzionamento metabolico. Un deficit oppure uno sbilanciamento dei componenti della membrana cellulare corrispondono alla perdita della condizione normale e quindi alla creazione di uno stato di disagio cellulare, che può essere la base di una scadente qualità della vita fino alla conseguenza di vere e proprie patologie. D’altra parte, la  Natura ha dato alla membrana cellulare un’intrinseca capacità di ricambio e rigenerazione del suo ottimale equilibrio, tramite l’alimentazione e al ricorso a principi nutrizionali adeguati e quindi è molto importante sfruttare questa naturale opportunità mettendo in atto le strategie opportune. L’analisi lipidomica della membrana è uno strumento di diagnostica a livello molecolare che evidenzia quindi la situazione di questo importante compartimento cellulare. Grazie alle numerose ricerche effettuate nel campo dei lipidi di membrana, sono noti i valori di normalità ed anche gli “indici di squilibrio lipidico” riferite alla membrana eritrocitaria. Un allontanamento dai valori normali può precocemente indicare una situazione di difficoltà cellulare, anche senza che si siano manifestati evidenti sintomi di deficienza enzimatica o dietetica riguardanti gli acidi grassi. A maggior ragione in caso di patologie o di terapie farmacologiche, l’analisi permette di individuare se la membrana cellulare ha subito alterazioni dovute allo stato del soggetto  e di intervenire sugli scompensi esistenti con una strategia personalizzata basata su nutrizione e principi nutrizionali sotto forma di supplementi nutraceutici. 

Alcuni nostri operatori sono autorizzati dalla LIPINUTRAGEN a predisporre per i nostri pazienti l’analisi lipidomica e a seguirli nelle terapie conseguenti. 

Fonte: http://www.kousmine.net/i-cibi/i-grassi.html

Le fibre

Per fibre si intende tutto il complesso dei carboidrati non digeribili dagli enzimi dell’intestino tenue.

Sono quasi esclusivamente contenute nelle pareti vegetali: cellulosa, emicellulosa, pectina, che sono glucidi complessi, ma anche zuccheri semplici come il sorbitolo; carboidrati particolari come l’inulina della cipolla o del topinambour o gomme.

Fino a poco tempo fa erano considerati indigeribili ed utili solo a facilitare il transito delle feci nell’intestino. In realtà non vengono digerite nel tenue ma nel crasso e non ad opera dei nostri enzimi, ma di quelli della flora batterica intestinale e rivestono un’importanza fondamentale nella protezione contro i tumori dell’intestino (ma non solo) e nell’equilibrio dell’assorbimento dei lipidi e quindi nella protezione cardiovascolare. L’aumento nel mondo occidentale delle malattie cardiocircolatorie e dei tumori intestinali va ascritto prevalentemente al progressivo impoverimento di fibre nei nostri alimenti: farine bianche, riso brillato, scarsità di cereali, abbandono o quasi del consumo di legumi hanno ridotto l’apporto di fibre ben al di sotto dei 20 gr. giornalieri, considerati ottimali.

Non ci fermiamo sui tipi diversi di fibre. E’ importante sapere che il nostro intestino ha bisogno di diverse forme: cellulosa (o meglio emicellulosa), gomme, mucillagini, pectine, ecc. sono tutte importanti per l’azione diversa che svolgono. Non è ottimale una alimentazione che utilizza un solo tipo di fibre: per esempio consumare verdure, ma non cereali integrali o cereali integrali, ma pochi legumi.

Per i nostri scopi divulgativi e pratici teniamo conto soprattutto della distinzione in base alla solubilità in acqua:

a) fibre solubili: sono quelle almeno parzialmente solubili in acqua: avena e crusca di avena, semi oleosi (noci, nocciole, mandorle, ecc.), semi, ortaggi,  fagioli, piselli secchi, lenticchie, ceci, mele, frutti di bosco, ecc.

b) fibre insolubili; sono quelle che non sono neppure parzialmente solubili in acqua, come cereali integrali (tranne l’avena), semi, semi oleosi, carote, cetrioli, zucchini, sedano, pomodori. 

Effetti positivi delle fibre

L’azione delle fibre è duplice:

fisico-chimico, mediante l’idratazione e la formazione di gelatine, con effetto emolliente e fluidificante del contenuto intestinale;

chimico-fermentativo, mediante la produzione da parte dei batteri intestinali di acidi grassi a catena corta (SCFA), che favoriscono la riproduzione cellulare delle pareti del colon e inibiscono processi cancerogeni o comunque degenerativi.

Malattie legate alla carenza di fibre

Malattie cardiovascolari

Cardiopatia; ipertensione; infarto; vene varicose; trombosi venosa profonda; embolia polmonare.

Malattie intestinali

Stipsi; appendicite; diverticolite; emorroidi; colon irritabile; colite ulcerosa; morbo di Crohn.

(Gli ultimi studi hanno smenito l’affermazione che le fibre diminuiscano il rischio di cancro al colon: Fuchs CS, Giovannucci EL, Colditz GA, et al. Dietary Fiber and the Risk of Colorectal Cancer and Adenoma in Women. N Engl J Med. 1999; 340:169–176.
Park Y, Hunter DJ, Spiegelman D, et al. Dietary Fiber Intake and Risk of Colorectal Cancer: A Pooled Analysis of Prospective Cohort Studies. JAMA. 2005; 294:2849–2857.)

Malattie metaboliche

Obesità; diabete; calcoli renali; calcoli biliari.

Altre malattie

Carie dentarie

Malattie autoimmuni

Anemia perniciosa; tirotossicosi; varie malattie della pelle.

Effetti generali

Rallentamento dello svuotamento gastrico = minor aumento della glicemia dopo i pasti;
aumento della sazietà;
consistenza positiva della massa fecale, con aumento di peso e di elasticità;
riduzione del tempo di transito intestinale;
maggior pulizia dell’intestino;
miglioramento della digestione;
aumento delle secrezioni pancreatiche;
maggiore solubilità della bile;
riduzione dei lipidi plasmatici;
stimolazione della microflora eubiotica intestinale;
migliore assimilazione;
più forte protezione contro le infezioni.

Effetti protettivi

Aumento della produzione di acidi grassi a catena corta  e di acido acetico e propionico = trasportati al fegato per la produzione di energia e di acido butirrico = fonte di energia per le cellule dell’intestino e anticancerogeno.

Aumentare le fibre (almeno 20 gr. al giorno) è un forte presidio per la nostra salute.

Per ottenere ciò:

aumentare il consumo di frutta e verdura;

non sostituite i centrifugati alla frutta e alla verdure intere, eventualmente aggiungerli nei casi in cui dovete aumentare molto l’apporto di bioflavonoidi (terapie antitumorali, ecc.);

consumare regolarmente legumi;

sostituite di tanto in tanto il piatto di cereali con abbondanti verdure;

sostituire i prodotti con farine raffinate con cereali integrali biologici;

se ancora scarseggiano le fibre, aggiungere preparati a base di fibre miste. Evitate la crusca di grano e preferite quella di avena.

Apporto quotidiano di fibre

Il fabbisogno quotidiano è legato all’apporto di calorie e al genere e all’età. La tabella a fianco dà indicazioni di massima. Ciascuno può adattarla al proprio personale apporto di calorie.

Cattura1

 

Fonte: Institute of Medicine. Dietary Reference Intakes for Energy, Carbohydrate, Fiber, Fat, Fatty Acids, Cholesterol, Protein, and Amino Acids. 2002. Washington, D.C.: The National Academies Press. Retrieved August 15, 2007 from http://books.nap.edu/openbook.php?isbn=03090853

Fonte: http://www.kousmine.net/i-cibi/le-fibre.html

 

Gli ortaggi

Gli ortaggi, siano essi foglie, fiori, gemme, germogli, radici, tuberi, frutti,  sono un componente insostituibile del pasto kousminiano. Essi, oltre a carboidrati e a tracce di proteine, apportano nutrienti indispensabili come:

 vitamine;
 flavonoidi e affini;
ottime fibre solubili e insolubili.

Proprio per questo, senza un consumo abbondante e variato di ortaggi, la dieta del metodo Kousmine non può funzionare correttamente. Uno dei cambiamenti dell’alimentazione che proponiamo è appunto aumentare gli ortaggi, soprattutto crudi e variarli continuamente sulla tavola, in modo da evitare intolleranze e apportare maggiore ricchezza di nutrienti diversi.

La stagionalità

Un altra importante avvertenza è quella di rispettare le stagionalità. Oggi è possibile trovare nei negozi le principali specie di ortaggi quasi in ogni stagione: Ciò è dovuto a diversi fattori:

la facilità delle importazioni da paesi caldi o agli antipodi;
le conservazioni oggi tecnicamente più facili: surgelazione, liofilizzazione, che si aggiungono alle tecniche già collaudate nel passato: sterilizzazione in vaso o in scatola, conservazione in ambienti freschi e ad atmosfera condizionata;
i trattamenti chimici antimuffa;
le mutazioni genetiche, che creano OGM resistenti alla marcescenza e quindi di lunga durata, anche se spesso si tratta di pericolose apparenze.

Non raccomanderemo mai abbastanza il rispetto delle stagionalità. Consumare le verdure e la frutta solo secondo le stagioni significa:

sintonizzare il nostro nutrimento con i cambiamenti che le caratteristiche stagionali, caldo e freddo, luminosità, durata del giorno, inducono nei cibi e nel nostro stesso organismo;
consumare i vari alimenti nel momento della massima presenza di nutrienti (vitamine, zuccheri, flavonoidi, ecc.), che raggiunge la quota ottimale nella maturazione naturale;
rispettare tempi di astinenza, che coincidono con quelli di non produzione stagionale, che assicurano il non insorgere di intolleranze alimentari;
non ultimo, risparmiare.

Consumiamo molte verdure crude

Non tutte le verdure si possono consumare crude. Alcune sono pericolose o indigeste se non passano attraverso la distruzione di componenti termolabili attraverso la temperatura o la scomposizione di molecole difficilmente digeribili attraverso l’azione del calore. Anche il gusto stesso di alcuni ortaggi (come i broccoli) consumabili crudi, migliora con la cottura. Ma la cottura danneggia anche alcuni nutrienti come certe vitamine, acidi grassi polinsaturi e alcuni bioflavonoidi, diminuendone la presenza o alterandone la composizione. Aumentare la quantità di ortaggi crudi negli alimenti quotidiani migliora certamente la qualità del nostro cibo. Usciamo dalle abitudini antiche: alcuni ortaggi (penso al cavolfiore, alle rape, ai piselli immaturi, ai cavoli …) sono buonissimi anche crudi e costituiscono una nota diversa e gustosa, oltre che salutare, nei nostri piatti. Senza trascurare naturalmente le verdure cotte. 

La parte che segue non è indispensabile per praticare il metodo Kousmine, è sufficiente variare gli ortaggi e utilizzarne molti. Ma la descrizione delle singole specie può essere utile per chi desidera approfondire le qualità dei vari ortaggi. 

Le descrizioni di cetriolo, finocchio, lattuga, peperone, peperoncino sono state curate da Barbara Magno. Le descrizioni di melanzane, bieta da taglio, cicoria, indivia, spinaci, tarassaco, zucchina, zucca da Giuliana Lomazzi, giornalista in campo alimentare e culinario.

Aglio (Allium sativum) famiglia delle gigliacee. 

Si usano i bulbi, suddivisi in bulbilli (gli “spicchi” in linguaggio culinario). Possono essere usate anche le giovani foglie, ricche di vitamine. Si trova facilmente anche liofizzato in granuli o in polvere, come condimento (ma in questo caso ha minori qualità curative). E’ un’erba straordinaria sul piano curativo. Al da là delle qualità nutrizionali, trascurabili visto la ridotta quantità che se ne adopera, ha notevoli proprietà medicinali: è antibiotico, adiuvante la “buona” flora intestinale, antimicotico, antitumorale, antitrombotico, diuretico, espettorante, ipotensivo. Perché sia efficace occorre però un consumo di parecchi spicchi al giorno. Cotto perde molte delle sue proprietà (mantiene gran parte di quelle antibiotiche, espettoranti e contro il colesterolo). Contrariamente all’opinione corrente è facilmente digeribile: non va confusa la sensazione di “gusto in bocca” dell’agio,  che ritorna per ore, con una pretesa difficoltà digestiva.

Bieta da taglio e Bieta da coste (Beta vulgaris). Famiglia delle chenopodiacee.

Si tratta rispettivamente di erbette e coste, secondo il nome con cui vengono chiamate al Nord. Le erbette hanno foglie verdi e gambo sottile; le coste gambo largo e piatto e foglie verdi che possono raggiungere grandi dimensioni. Certo, sono da preferirsi bietole piccole, più tenere e saporite. Comunque i gambi delle bietole sono buoni, basta cuocerli più a lungo delle foglie. Quanto alla cottura, vapore e umido sono i metodi migliori. Poi, le verdure possono essere condite all’agro o usate come farcia al pari degli spinaci. Ricchissima d’acqua, la bieta è rinfrescante, diuretica, lassativa ed eupeptica. Fornisce vitamina A, zuccheri e fibre, ma anche un alto tasso di acido ossalico. Per questo motivo è controindicata a chi soffre di carenze di calcio e di calcoli da ossalati. 

Un’altra varietà della B. vulgaris è la barbabietola, ortaggio ben digeribile, nutritivo e rimineralizzante, ottimo in particolare per gli anemici ma controindicato ai diabetici. Di solito si consuma cotto, ma una grattugiatina di barbabietola cruda ogni tanto non guasta.

Carciofo (Cynara scolymus). Famiglia delle composite.

Si consumano i capolini (germogli dei fiori) dopo averli privati delle brattee più dure. Si può consumare crudo (più digeribile), in insalata o pinzimonio o cotto in umido o in torte di verdure. Possiede in forma molto ridotta le stesse qualità terapeutiche delle foglie: stimola la produzione della bile, ne facilita la secrezione nell’intestino; ha attività blandamente diuretica. La quantità di fibre idrosolubili (tra le maggiori negli ortaggi) fa sì che favorisca la flora intestinale e diminuisca il tasso di colesterolo LDL. È sconsigliato nell’allattamento, perché può diminuire la produzione di latte materno.

Cetriolo (Cucumis sativus). Famiglia delle cucurbitacee.

Pianta originaria del sud-est asiatico. Si consumano i frutti costituiti da polpa bianca ricoperta da buccia di colore verde (da medio a scuro). Ottimi consumati freschi nelle insalate, sulle tartine o semplicemente sgranocchiati come si fa con le carote. Risultano più facili da digerire se privati della buccia, ma in questo modo si perdono importanti minerali. Attenzione: controllare che non siano stati lucidati con cere superficiali, come talvolta avviene. Consumato fresco è rinfrescante e ricco d’acqua. La buccia è ricca di importanti minerali, tra cui la silice, utile per rafforzare il tessuto connettivo del nostro corpo, cioè i tessuti che servono a collegare gli organi tra loro (per es. la cartilagine, i tendini). Il succo è una buona fonte di silicio e viene consigliato per migliorare la bellezza e la salute della pelle. La maggior parte dei frutti purtroppo non viene consumata fresca, ma conservata sott’aceto. È bene ricordare che i sottaceti non vanno consumati in grandi quantità poiché molto salati e un eccesso di aceto aumenta l’acidificazione dell’organismo.

Cicoria o radicchio (Cichorium intybus).

A grandi linee, le cicorie si distinguono in verdi da taglio e rosse. Hanno tutte un gusto amarognolo se non addirittura amaro, dato da un glucoside (la cicorina) impiegato nella preparazione di liquori e aperitivi per le sue proprietà toniche e digestive. Il radicchio verde o rosso viene consumato prevalentemente crudo, in insalata, ma i gustosi tipi rossi (a palla o allungati) vengono gustati anche alla griglia, nel risotto o in salse. Dal punto di vista nutrizionale, è il radicchio verde a rivelarsi più valido. È infatti una pianta depurativa e lievemente lassativa, il cui grosso pregio è la ricchezza di ferro (7,8 mg). Fornisce poi calcio (115 mg), vitamina A (542 mg) e C (46 mg). La radice della cicoria contiene inulina, un tipo di zucchero usato nella preparazione di alimenti per i diabetici; torrefatta, dà un surrogato del caffè.

Indivia (Cichorium endivia var. crispum e var. latifolium). Famiglia delle composite.

Riccia (o indivia tout-court) e liscia (è detta allora scarola), questa insalata si caratterizza in entrambi i casi per il gusto amarognolo. Consumata per lo più cruda, se è dura può anche essere stufata o cotta al forno. Le foglie della scarola si prestano alla preparazione di saporiti involtini. Entrambe queste insalate tendono al bianco ma è meglio preferire cespi più verdi, in quanto più gustosi e ricchi di vitamine. L’indivia vanta un elevato contenuto di calcio (93 mg/100 g) e di potassio (290 mg); si difende bene anche in campo vitaminico, con 213 mg di vitamina A e 25mg di vitamina C. La così detta indivia belga è in realtà una cicoria (cicoria di Bruxelles).

Cipolla (Allium cepa) Erba cipollina (Allium schoenoprasum) e Scalogno (Allium ascalonicum). Famiglia delle gigliacee.

La cipolla è una delle regine della cucina, gloriosa protagonista di tante ricette. Appartiene alla famiglia delle gigliacee, come l’aglio e il porro. Viene usato il bulbo, cotto o crudo, ma anche le giovani foglie tubolari e la pianta intera nello stadio primaverile (cipollotto). 

L’erba cipollina è una cipolla microscopica, che forma densi tappeti. Tipica del Nord Europa, si sta diffondendo anche in Italia. Si taglia alla base con una forbice (anzi, bisogna tagliarla regolarmente, per evitare la fioritura che porterebbe a morte la pianta): ricresce con rapidità. L’ideale è coltivarla in un vaso sul balcone o sulla finestra, a mezza luce.

Lo scalogno è una piccola deliziosa cipolla, che si consuma cruda o cotta, con un suo gusto particolare, che lo rende imperdibile nelle insalate e negli stufati: ha le stesse proprietà della cipolla.

Le tre specie sono trattate insieme perché hanno proprietà analoghe.

È un potente diuretico, è lassativa (se cotta), regolatrice della flora batterica intestinale, antireumatica, antibiotica (anche se meno dell’aglio), espettorante, antitumorale (soprattutto per i tumori al colon). Le cipolle rosse sono antiossidanti, ottime per abbassare il tasso di radicali liberi. Ha una buona efficacia ipotensiva e antisclerotica. Aumenta il colesterolo “buono”, HDL, e abbassa quello LDL (soprattutto le cipolle “forti” come quelle bionde). È anche un buon protettore nello stess: previene gli ictus e l’infarto: neutralizza il tromboxano attraverso l’adenosina di cui è ricca, con efficacia maggiore dell’aspirina.

La dose terapeutica della cipolla per tutte queste prevenzioni è di circa mezzo chilo alla settimana. Contrariamente alle dicerie è facilmente digeribile, sia cruda che cotta.

Finocchio (Foeniculum vulgare). Famiglia delle ombrellifere.

Nelle zone del Mediterraneo ha una lunga tradizione come pianta medicinale. Si consuma prevalentemente il bulbo, ma anche le foglie e parte dei gambi sono ottimi in insalata. Si può mangiare cotto o crudo: per consumarlo cotto è preferibile utilizzare il “finocchio femmina”, di forma affusolata, mentre da consumare crudo è più gradevole il “finocchio maschio”, più panciuto.

Contiene fitoestrogeni, utili nella terapia di molti disturbi femminili, soprattutto in menopausa e cumarine, utili per tonificare il sistema vascolare, per abbassare la pressione sanguigna e in caso di emicranie. È inoltre antispasmodico intestinale, carminativo, stomachino, anodino, cioè dà sollievo a crampi intestinali, aiuta a espellere i gas, tonifica e rinforza lo stomaco, guarisce o allevia il dolore. I principi attivi sono presenti soprattutto nei semi (utile masticarne un cucchiaino a fine pasto per evitare flatulenze), ma sono presenti anche nell’ortaggio.

Lattuga (Lactuca sativa). Famiglia delle asteracee (Composite).

Originaria della zona mediterranea, era conosciuta già dagli antichi greci e romani per le sue proprietà medicinali. Presente in numerose varietà (romana, iceberg, …). Le sue foglie verdi vengono consumate crude (in insalata, nei tramezzini) o cotte (nelle minestre, a vapore).

Ricca di vitamina K, fondamentale per la salute delle ossa e clorofilla, il pigmento verde delle piante che stimola la produzione di emoglobina e di globuli rossi, dà sollievo ai flussi mestruali troppo abbondanti, ha effetti antiossidanti e anticancro. In generale si può affermare che più il verde è intenso più aumenta il contenuto di nutrienti (la romana è quindi più ricca di nutrienti della iceberg).

Malva e Malva piccola (Malva sylvestris e M. parvifolia) e Altea (Althaea officinalis). Famiglia delle malvacee.

Una pianta che ama i terreni concimati, frequente negli orti. Vi è una varietà più piccola, altrettanto valida. Ha i fiori rosa, con venature violette. Si utilizzano le foglie cotte in minestre, umidi, torte di verdure e quelle giovani crude in insalata. I fiori possono decorare piatti freddi e insalate. Le stesse considerazioni si possono fare per l’altea, che è meno indicata per l’uso alimentare e più per la fitoterapia.

Dovrebbe essere più usata delle biete e degli spinaci, perché non contiene acido ossalico. È molto ricca di calcio, di betacarotene (forse la maggior quantità nel mondo vegetale, ma più ancora nella malva piccola) e di vitamina C. Le antocianine dei fiori sono antiossidanti. È uno dei vegetali più ricchi di proteine, ancor più delle ortiche. Inspessice le minestre con le sue mucillagini, che hanno un benefico effetto rinfrescante sull’intestino, con anche una dolce azione lassativa. Ha attività espettorante ed emolliente, disinfiammatoria dei reni e stimolante la diuresi. Abbassa il colesterolo LDL.

Melanzana (Solanum melongena). Famiglia delle solanacee.

Ecco una solanacea che non è arrivata dall’America ma dall’Oriente, con gli arabi. Come le patate, venne accolta con diffidenza e battezzata «mela insana». Eppure questo ortaggio, spesso ancora osteggiato, si rivela interessante sia per il gusto, lievemente amarognolo ma pieno e cremoso, sia per le proprietà terapeutiche. Scegliete esemplari sodi e privi di ammaccature, del tipo lungo e stretto o tondeggiante, viola chiaro o scuro (esistono anche mini melanzane orientali, di difficile reperibilità) e procedete alla cottura senza la spurgatura sotto sale. Il metodo più pratico è forse la cottura in forno: si mettono le melanzane intere su carta da forno e si cuociono finché non sono morbide, si pelano e si passano al mixer con aglio ed olio. Se invece le cuocete affettate o le stufate tagliate a dadini, non sbucciatele: la pelle contiene sostanze amare ottime per il fegato e il colesterolo. La polpa stimola anch’essa il fegato, combatte la stipsi e l’anemia. Alcuni fitoterapeuti, tra cui l’autorevole dottor Valnet, consigliano le melanzane a crudo, mescolate con altre verdure.

Nasturzio (Tropeolum maius).

È il bel fiore coltivato, giallo, arancione o rosso, detto anche Cappuccino. Si usa quasi tutta la pianta a crudo: germogli, foglie giovani, fusti teneri, boccioli floreali e fiori. Data la facilità con cui lo si coltiva, anche in vaso, vale la pena di introdurlo più spesso nell’alimentazione.

Ha le stesse qualità del crescione di cui ha lo stesso principio solforato (il senevolo benzilico), che lo rende delizioso nelle insalate. Lo stesso principio è espettorante, utile nell’enfisema polmonare. Favorisce le mestruazioni. Contiene molta vitamina C (quasi 300 mg). È anche un battericida intestinale. Stimola l’appetito.

Ortica (Urtica urens e U. dioica).

L’umile ortica è un alimento straordinario. Si utilizzano le cime non fiorite (4-5 foglie) con il fusto. Conviene coglierla con i guanti oppure tagliandola abilmente con un paio di forbici e facendola cadere in una bacinella (anche se le brucianti urticazioni sono utili contro le artrosi e i reumatismi). Tagliandola spessa al piede si hanno per quasi tutto l’anno teneri germogli. La facilità di reperimento suggerisce un uso più frequente sulle nostre tavole.

È una delle verdure più ricche di proteine (più del 5%, con un buon equilibrio di aminoacidi essenziali), quasi pari a quelle contenute nei fagioli freschi, ma più equilibrate. Ricca anche di vitamine C, A, B2, PP e K. Ha un buon equilibrio di sali minerali ed oligoelementi, con in più preziosi acidi organici che facilitano e stimolano la digestione. Ideale per le cure ricostituenti, per la convalescenza, per i bambini. Valida anche contro le anemie. Esercita un’azione efficace nella cura delle enteriti e diarree. Il forte sapore consiglia di mescolarla ad altri ortaggi (malva, spinaci, biete, ecc.) nella proporzione di metà e metà o di usarla in quantità minori in risotti e squisiti ripieni con ricotta magra.

Porro (Allium porrum). Famiglia delle gigliacee

Si presenta come una cipolla allungata, con un fusto compatto e bianco e le foglie piatte e allungate verde-glauco. Una cattiva abitudine è consumare solo la parte bianca: le foglie verdi sono più ricche di vitamine e possono essere utilizzate in minestre e umidi. Si consuma sia crudo (in insalate o pinzimonio) che cotto.

Ha più o meno le stesse proprietà della cipolla. Più indicato per chi soffre di carenze di calcio, perché ha più calcio e meno acido ossalico. Ricco di minerali e persino di proteine (più del 2%, tante per un ortaggio). Come la cipolla e l’aglio è più efficace se consumato crudo.

Portulaca (Portulaca oleracea).

Peperone (Capsicum annuum). Famiglia delle solanacee.

Originario dell’America, non si hanno testimonianze della sua diffusione in Europa e in Asia prima di Cristoforo Colombo. Si consumano i frutti che si possono trovare rossi, verdi, gialli, viola, neri e marroni. Ottimi crudi (pinzimonio) o cotti (arrostiti o in peperonata) si abbinano bene con aglio e acciuga ( per es. la famosa “bagna cauda” piemontese). Curiosità: se consumati crudi, si dice che siano più digeribili se spezzati con le mani e non tagliati con il coltello. Non esiste alcun riscontro scientifico a questa tradizione, ma qualcuno la pratica e la trova utile.

Ricchissimo di nutrienti, è una buona fonte di vitamina C. Anche se non contiene la capsaicina (presente nel peperoncino piccante) è indicato per ridurre il colesterolo. Utile inoltre per prevenire la formazione di trombi e ridurre il rischio di infarto.

Peperoncino (Capsicum frutescens). Famiglia delle solanacee.

Il genere è Capsicum, parola che deriva da capsa, scatola (a causa della forma del frutto) o dal greco kapto, mordo (a causa del sapore del frutto). Si usano i frutti, cioè le bacche di varie forme e colori, anche se i più diffusi sono di colore rosso e forma conica, allungata e sottile. Possono essere consumati freschi o secchi. Se essiccati (all’aria aperta), per utilizzarli è consigliabile ridurli in polvere (semi compresi) in un mortaio o più semplicemente, in un macinacaffè. Attenzione: dopo aver maneggiato del peperoncino evitate di stropicciarvi gli occhi!

Da un punto di vista nutrizionale contiene numerose vitamine, in particolare vitamina C e carotenoidi e altre sostanze tra le quali la capsaicina, che conferisce il caratteristico sapore piccante e da cui dipendono numerose proprietà attribuite al peperoncino. Ha effetti benefici per via esterna (se applicato sulla pelle in soluzione alcolica) e per via interna (se ingerito). È quindi utile in caso di reumatismi, artrosi, lombaggini, psoriasi, artrite reumatoide, neuralgia post-erpetica, stimola e migliora la digestione, ha effetti benefici sul sistema cardiovascolare (in particolare abbassa colesterolo e trigliceridi). Una proprietà curiosa è quella di abbassare la temperatura corporea: consumare peperoncino in paesi caldi è un buon metodo per sopportare le alte temperature.

Prezzemolo (Petroselinum officinale e P. crispum). Famiglia delle ombrellifere.

Cresce quasi solo in coltivazione (allo stato selvatico è quasi scomparso). Si usano le foglie private dei gambi e i giovani germogli. Preferite la varietà a foglie liscie. Usato crudo o cotto come insaporente e aromatizzante.

È straordinariamente ricco di vitamine (soprattutto A e C), bioflavonoidi e sali minerali. Contrariamente agli altri ortaggi è ricco in proteine. Costituisce un efficace apporto di nutrienti preziosi. Va usato frequentemente. Non abusatene in stato di gravidanza. Emergenza: in caso di mal di denti da carie, introdurre polpa di foglie masticata nella cavità dentaria: calma rapidamente i dolori.

Sedano e sedano rapa (Apium graveolens var. dulce e var. rapacaeum). Famiglia delle ombrellifere.

Sono commestibili le coste, le foglie e i semi. È una cattiva abitudine consumare solo le coste: le foglie sono molto più ricche in nutrienti. Cresce meglio in terreni medi e a buona umidità. È raro allo stato selvatico. Preferite assolutamente il tipo verde, non quello bianco, più scarso di nutrienti (soprattutto di vitamina A). Nel Nord Europa è preferito il sedano rapa, con un aroma leggermente diverso e meno forte. E’ usato crudo (in insalate, in pinzimonio o coste farcite) e cotto (in umidi, salse, misti di verdure stufate). È ricco di potassio. Le foglie sono anche ricche di vitamina C, A, ferro, calcio (molto le foglie, un pò meno il gambo)Il sedano rapa ha il doppio di proteine (1,6) e fibre (4,2) del sedano a coste. I semi di sedano (piccolissimi) sono molto ricchi di proteine, grassi insaturi, fibre, calcio, magnesio, fosforo, potassio ferro e zinco. Sono usati immaturi come insaporenti in preparati per brodo. Il sedano è considerato un buon diuretico, ma è soprattutto un eccellente rimedio per la pressione alta (cinque gambi al giorno per dieci giorni, sospensione di venti giorni e poi riprendere. E’ anche un buon agente antitumorale.

Spinaci (Spinacia oleracaea). Famiglia delle chenopodiacee.

Rappresentano un contorno classico per molti piatti e un valido apporto nutrizionale se il condimento non è costituito da burro e formaggio. Conta molto anche il metodo di cottura: gli spinaci si possono cuocere al vapore, per pochi minuti, stufare brevemente o aggiungere all’ultimo momento alle minestre. Sono ottimi anche crudi, in insalata: bisogna allora dare la preferenza a esemplari piccoli e freschi, da pulire bene e da servire semplicemente con olio e limone. Il consumo a crudo e la cottura limitata sono i modi migliori per consumare ortaggi rimineralizzanti come gli spinaci, ricchi di sodio, potassio, fosforo, magnesio, ferro e calcio (anche se quest’ultimo non viene assorbito bene a causa della forte presenza di acido ossalico). Accanto ai sali minerali, anche buone quantità di vitamine: in particolare acido folico, protovitamina A, vitamina C. Non possono giovarsi degli spinaci i sofferenti di reumatismi, artrite, calcoli, infiammazioni dell’apparato gastrointestinale, osteoporosi, i malati di fegato, gli ipertesi (per la ricchezza di sodio e la presenza di acido ossalico).

Tarassaco o Dente di leone (Taraxacum officinale). Famiglia delle asteracee (composite).

In primavera, quando abbiamo maggiormente bisogno di depurarci, ecco che i prati si coprono con le belle foglie dentellate del tarassaco, pianta amica del fegato e del sistema circolatorio. Di questa insalatina dal piacevole gusto amarognolo, ben lontana dal sapore spento delle insalate da supermercato, se ne giovano anche obesi e cellulitici. Non dimentichiamo che il tarassaco è detto anche «piscialletto». Altri motivi per consumarlo? 440 mg di potassio, 160 di calcio, 36 di vitamina C.

Per gustarlo al meglio, scegliete foglie giovani e tenere per le insalate, riservando alla cottura quelle più dure (al vapore, condite con olio e limone; sono buone anche come farcia per focacce o panzerotti). Se le raccogliete voi, scegliete luoghi non inquinati. I fiori ancora in boccio e messi sottaceto si possono utilizzare come i capperi. La radice, impiegata per liquori e aperitivi, può essere torrefatta per dare un surrogato del caffè.

Zucca (Cucurbita maxima, C. moschata). Famiglia delle cucurbitacee.

Sono due i principali tipi di zucca: tonda a polpa gialla (zucca dolce) e ovale od oblunga a polpa giallo-arancio (zucca pepona). In entrambi i casi, si tratta di un ortaggio versatile, adatto per preparare piatti dall’antipasto al dolce. Oltre che nel classico risotto, si può gustare la zucca anche al vapore, al forno, stufata (ed eventualmente trasformata in purè), nella minestra, o cruda nelle insalate. Molti scartano la zucca per il gusto dolce, ma questa sfumatura di sapore varia da un frutto all’altro e vale la pena ritentare, perché il profilo nutrizionale di questo ortaggio è interessante. Lo confermano la presenza di protovitamina A – antiossidante – di fibre, potassio e vitamina C. Lassativa, diuretica e calmante (ideale quindi per la cena), la zucca è anche ipocalorica e ben digeribile; per uso esterno si rivela poi un valido rimedio contro scottature e infiammazioni (basta applicare la polpa). I semi, da consumarsi crudi piuttosto che tostati, possono prevenire i tumori alla prostata e al seno e combattere i disturbi della prostata. Ricchi di ferro e potassio, danno un olio gustoso, contenente l’81,3% di grassi polinsaturi.

Zucchina (Cucurbita pepo). Famiglia delle cucurbitacee.

È buona cruda (se giovane), al forno, al vapore (intera), in umido; va d’accordo con uova, pomodori, patate, peperoni, si sposa con erbe dal sapore forte come timo e rosmarino ma anche delicate come finocchietto e aneto. Non vi basta? È lassativa e diuretica, poco calorica, fornisce potassio (280 mg), un pò di fosforo e di vitamina C. Normalmente le zucchine sono lunghe e verde scuro (quelle chiare deperiscono più in fretta), ma ne esistono anche di tonde, ottime ripiene (già, perché questi ortaggi sono buoni anche farciti: da provare con il miglio!) e gialle lunghe, più rare da trovare. Alcuni fruttivendoli vendono poi zucchine lunghe dalla buccia pelosetta, di gusto un po’ diverso rispetto al solito, oltre a foglie, germogli terminali: questi ultimi si possono consumare cotti al vapore, con olio e limone: sono il classico “tenerume” siciliano. Della zucchina si consumano anche i profumati fiori, ricchi di vitamina A. Dimenticate la versione «pastellata»: sono buonissimi spezzettati (con tanto di pistillo) e aggiunti verso fine cottura a cereali, legumi, ortaggi.

 Fonte: http://www.kousmine.net/i-cibi/gli-ortaggi.html

 

 

Vitamine 

Le vitamine, i sali minerali, i microelementi della nutrizione sono assunti in modo sufficiente attraverso l’alimentazione. Solo in caso di malattia o di carenze accertate conviene ricorrere ad integratori. 

Assumere vitamine in modo artificiale e disequilibrato si è spesso rivelato controproducente od addirittura dannoso. Il nostro organismo, attraverso il processo evolutivo è ottimizzato per utilizzare tutti questi complessi elementi nel mix con cui si presentano in natura, con il delicato equilibrio di interconnessioni e sinergie che hanno tra di loro. Il modo migliore per avere tutte le vitamine che servono è quello di avere un’alimentazione:

varia, anche per evitare intolleranze;

con prodotti di qualità, il più freschi possibile;

cotti, se devono esserlo, in modo dolce.

Tutti i cibi che consumiamo contengono vitamine. Ma differenti per quantità e qualità: non sono uguali le vitamine dei cereali, quelle della verdura e frutta, quelle delle carni, quelle dei grassi … Ma anche all’interno delle singole categorie qualità e quantità sono diverse: la zucca ha vitamine e sali minerali diversi dal finocchio, la ciliegia dalla mela …

Consumiamo rigorosamente frutta e verdura di stagione. La possibilità di trovare nei supermarket prodotti fuori dalla loro stagionalità, ha indotto cattive abitudini alimentari. I pomodori, le melanzane, i vari frutti si trovano ormai tutto l’anno: non è un caso che siano aumentate vertiginosamente le intolleranze alle solanacee e ad alcuni frutti.

Le principali fonti di vitamine (soprattutto delle idrosolubili ma non solo) e di altri antiossidanti (bioflavonoidi, indoli, licopene, ecc.) sono certamente la frutta la verdura. Alcune osservazioni:

La frutta

E’ importante consumare frutta tutti i giorni, a partire dalla colazione (uno dei momenti migliori per assumerla). La frutta è importante, ma meno essenziale degli ortaggi: evitiamo di consumarne troppa: 150-250 gr. di frutta al giorno potrebbero essere un consumo ragionevole. Meglio mangiarla a colazione e tra i pasti, evitate di consumarla dopo i pasti: potrebbe aumentare fermentazioni intestinali dannose, soprattutto con frutta zuccherina come i fichi e l’uva. Ideali sono naturalmente i frutti di bosco: mirtilli, lamponi, fragole, ribes, more, ecc.

Le verdure

Intendo per verdure tutti gli ortaggi non farinacei (come le patate). Sono la fonte più importante delle vitamine idrosolubili e di essenziali sali minerali. Vanno consumate in notevole quantità. Noi consigliamo con fermezza di introdurre ogni pasto con una ciotola abbondante di verdure crude in insalata, alternandole tra quelle di stagione (radicchi, cicoria, lattuga, finocchi, carote, pomodori, peperoni, sedano, cavoli, ecc.). Più abbondanti verdure cotte come contorno ai piatti successivi. L’abitudine di consumare verdure solo come contorno del secondo piatto non permette di raggiungere la quantità di verdure consigliata dalle linee guida dell’OMS. 

La cottura distrugge o riduce alcune vitamine, peggio ancora la cottura in acqua. Ma migliora l’assimilazione di altre: per es. il betacarotene è più assimilabile nelle carote cotto che in quelle crude (fino a quattro volte di più). Il licopene è assimilabile solo nel pomodoro ben cotto e non nel pomodoro crudo. Quindi è bene abbinare verdure crude e cotte.

Privilegiate cotture dolci come la cottura a vapore, al cartoccio (con carta da forno), al sugo. Ogni volta che potete consumate le verdure crude. Anche i cavoli, i cavolfiori, ecc. possono essere consumati crudi, tagliati finemente. Le verdure della famiglia dei cavoli perdono molte proprietà nutritive se troppo cotte o non ben masticate.

Tritate le verdure o preparatele julienne all’ultimo momento, appena prima di servirle, altrimenti ci sarebbero dannosi processi di ossidazione.

Le altre fonti di vitamine

Ovviamente ci sono altre fonti di vitamine, altrettanto importanti. Le vitamine liposolubili sono prevalentemente contenute nei prodotti animali. In questo senso una dieta strettamente vegetariana (senza neppure uova o pesce) può essere pericolosa. Difficilmente potrebbe fornire per es. il quantitativo sufficiente di vitamina B12.

Tenete conto che anche i legumi sono fonti importanti di vitamine, soprattutto dopo un ammollo prolungato che, iniziando la germinazione, aumenta notevolmente la percentuale di alcune vitamine.

Fonte: http://www.kousmine.net/i-cibi/vitamine-ecc.html

 

L’acqua

Siamo animali acquatici. Sia per la nostra origine evolutiva, provenendo remotamente da animali che si sono sviluppati in un ambiente acquatico. Sia per i componenti del nostro organismo. Sono composti di acqua:

il 60% nel bambino;
il 45% nell’adulto.

L’acqua è essenziale:

per i processi biochimici del nostro organismo;

per il trasporto delle sostanze nutritive;

per lo smaltimento dei rifiuti.

Il fabbisogno idrico del nostro corpo varia da 2,5 litri a 4,4 litri, di diversa origine:

endogena, dai fenomeni di ossidazione (circa 400 ml);

esogena, introdotta dall’esterno: da liquidi ingeriti: (deve essere almeno 1 litro e mezzo) e da cibo (circa 1 litro e mezzo).

Il meccanismo fisiologico della sete

Disidratazione cellulare

Disidratazione extracellulare (osmorecettori).

I meccanismi della sete vengono disturbati da:

consumo eccessivo di caffè e di alcol;

consumo eccessivo di zucchero;

consumo eccessivo di carne;

vecchiaia.

Squilibri nel consumo dell’acqua

Per eccesso: diluizione eccessiva dei sali minerali nell’organismo con squilibrio della pompa sodio potassio. Se assunti durante i pasti eccessi di acqua possono dare difficoltà digestive.

Per difetto: calcoli renali; iperuricemia; scarso smaltimento degli azotati; stitichezza; squilibrio della pompa sodio potassio. 

Quale acqua?

L’acqua deve essere:

priva di inquinanti (fertilizzanti, pesticidi, solventi clorurati …);

non troppo “dura” (mineralizzata). I sali delle acque non sono quasi mai utilizzabili dal nostro organismo;

non troppo clorata;

non troppo fredda;

non gasata.

L’acqua degli acquedotti italiani è tra le migliori del mondo, migliore spesso dell’acqua minerale in bottiglia. Salvo particolari situazioni, preferite l’acqua del rubinetto.

Fonte: http://www.kousmine.net/i-cibi/lacqua.html 

Le intolleranze

I meccanismi della tolleranza

Il nostro sistema immunitario ha, tra gli altri compiti, quello fondamentale di distruggere ogni aggressore.

Il suo problema fondamentale è distinguere il sé dall’altro da sé, ciò comporta la costruzione di un sistema di neutralizzazione delle aggressioni verso il sé, il cui apprendimento inizia già prima della nascita, ma che si sviluppa soprattutto già nei primi mesi di vita del bambino. La tolleranza immunitaria è appunto lo stato in cui il sistema immunitario non reagisce distruttivamente contro le strutture dell’organismo o contro antigeni che vengono prodotti dall’organismo stesso [1]. Un sistema immunitario che funziona bene ha la capacità di distinguere gli antigeni self e gli antigeni non self, in modo da rispondere distruttivamente solo agli antigeni provenienti dall’esterno.

Dobbiamo capire la differenza fondamentale che distingue le allergie e le intolleranze, ma anche le loro reciproche relazioni.

I meccanismi dell’intolleranza

Interferenze tra allergie e intolleranze. L’immunoflogosi a distanza per intolleranza alimentare 

E’ ormai noto come i processi infiammatori in corso di allergopatie siano mediati da modificazioni tissutali conosciute con il termine di immunoflogosi allergica [2]

Le cellule immunitarie presenti sulla parete intestinale si attivano e producono sostanze attivanti l’infiammazione (tipo istamina, ecc.). Le sostanze infiammatorie e le interleuchine regolatorie rilasciate dalle cellule non rimangono “in sede” ma si diffondono a tutto l’organismo. Alla fine compare in loco (naso o gola o bronchi o epidermide …) un fenomeno flogistico su base immunitaria [2]. Perché questo avvenga si richiedono normalmente due presupposti:

una predisposizione dell’organismo, legata spesso alla familiarità, che caratterizza persone atopiche, predisposte alle allergie, ma anche alle intolleranze. Queste persone presentano in genere un alta presenza di IgE;

uno stato di infiammazione minima persistente.

Questo sottolinea ancora una volta l’importanza dell’alimentazione e la centralità dell’intestino nell’equilibrio immunitario. Il loro disordine è una delle principali cause dell’infiammazione minima persistente.

L’infiammazione minima persistente

È meno di dieci anni che è stato scoperto e definito il concetto di infiammazione minima persistente [3]. È legata a molti fattori di disturbo, ma soprattutto all’alimentazione non corretta e/o al fumo e/o allo stress. L’infiammazione minima persistente sostiene e amplifica la reattività dell’organismo  anche in presenza di modeste quantità di IgE. Di qui il verificarsi di fenomeni patologici anche in distretti lontani dell’organismo. Per esempio: un mal di testa refrattario a qualsiasi cura; un’infezione resistente;  la distruzione di parti del sistema nervoso (mielina), ecc.;  disturbi cutanei: acne, dermatosi atopiche, ecc.; disturbi cardiaci non correlati a problemi vascolari.

Intolleranze e psiche

Molti disturbi del comportamento possono essere legati alle intolleranze.

Legami diretti: il sistema immunitario  è in stretta correlazione con la rete nervosa [4], 

Legami indiretti: produce neurormoni e altre sostanze in grado di influenzare il sistema nervoso [5], per es. l’istamina, la serotonina, numerose interleuchine.

La psiche e il corpo hanno una relazione bidirezionale: la psiche influenza il corpo ma il corpo influenza la psiche. In particolare uno stato infiammatorio dell’apparato gastrointestinale (soprattutto del tenue e del colon) può creare depressione, nervosismo, apatia, ecc.

Alcuni esempi di influenza delle intolleranze sulla psiche:

Il bambino

• che non sta mai fermo

• che tocca tutto nervosamente

• che stenta a mantenere la concentrazione

• con sonno agitato

• con scrittura improvvisamente disordinata.

L’adulto con

• insonnia

• irritabilità

• depressione.

Cure mediche e allergie

L’allergia non è (come si pensava) un eccesso di difesa dell’organismo, ma un segnale di debolezza e di disordine. Curare i sintomi con terapie che rimuovono il segnale, diminuendo le difese immunitarie, è aggravare lo stato di salute del paziente. Ovviamente di fronte a situazioni di urgenza occorre intervenire immediatamente sui sintomi non sopportabili. Ma occorre grande cautela. In particolare con l’uso di: antibiotici, antipiretici, cortisonici, analgesici.Attenzione anche alla presenza di metalli pesanti (per es. il mercurio delle amalgame dentarie). 

Gli alimenti che più frequentemente scatenano allergie e intolleranze

Le allergie

Praticamente tutti gli alimenti possono creare intolleranze. Due sono i principali fattori che possono scatenarle, all’interno della situazione di fondo della infiammazione minima persistente:

una predisposizione generica legata al genotipo (cioè al patrimonio ereditario di quella persona), che vede la sensibilità dei leucociti alle lectine di quel tipo particolare di nutriente;

l’assunzione frequente, senza intervalli, di quel cibo. Basti pensare a chi consuma pasta e pane tutti i giorni, in abbondanza o a chi mangia pomodori tutto l’anno o a chi assume notevoli quantità di latte, a chi consuma,  derivati dalla soia tutti i giorni …

Molto probabilmente le allergie sono sempre precedute e “preparate” da una o più intolleranze, che creano lo stato infiammatorio. È impossibile diminuire o addirittura eliminare le allergie senza identificare quali sono le intolleranze alimentari che sono a monte del fenomeno allergico.

Le allergie alimentari sono abbastanza rare, a differenza delle intolleranze. Diamo l’elenco delle più diffuse:

latte e latticini (lattosio e diverse proteine del  latte);

uova;

arachidi;

pesci e molluschi conchigliati (tipo vongole, cozze, ecc);

soia

frumento (l’allergia al frumento è diversa dal morbo ciliaco, più grave e che si estende a tutti i cereali con glutine);

noci e semi oleosi vari.

Sono tutte identificabili nell’abito ospedaliero.

Il cammino di guarigione

Identificare le sostanze che destano intolleranza;

eliminarle dalla dieta per un tempo sufficiente;

“riallenare” l’organismo a tollerare le sostanze senza reazioni devastanti.

Identificare le sostanze

Il modo più semplice:  astinenza (meglio con un digiuno). Seguita da  provocazione controllata e ripetuta a distanza;

gli esami ospedalieri convenzionali (ma sono pochi, solo su alcuni alimenti);

gli esami non convenzionali;

energetici (Vega e derivati, electroagopuntura secondo Voll e DRIA TEST);

citotossici.

Eliminazione della reazione

Meglio un digiuno di almeno cinque giorni, a sola acqua. È  il modo più efficace e rapido e  ha poche controindicazioni. 

Oppure una dieta a bassi allergeni:

riso o quinoa e verdure tollerate (biete, zucchini, zucca, tacchino, carne magra di manzo, ecc.);

abolizione completa di:

tutto ciò che contiene frumento;

tutti i latticini  (spesso anche uova);

i lieviti (il pane!!);

i prodotti di frumento;

il pesce;

le uova;

i frutti oleosi;

gli additivi alimentari (p.e. Tartrazina) –> sostituire ai cibi pronti cibi naturali;

per un tempo adeguato.

“Riallenare” l’organismo

Non è sempre possibile far accettare all’organismo, dopo un periodo di astinenza, sostanze che avevano scatenato risposte immunitarie violente. Ma in molti casi è possibile, ricordando però che i cibi che avevano provocato intolleranze rimarranno sostanze “sospette”: da reintrodurre gradualmente e da consumare (per sempre!) in modo saltuario e limitato. Come procedere?

Dopo un periodo sufficiente di riposo, più breve per le intolleranze, molto più lungo per le allergie (talvolta per sempre: i ciliaci veri) si può provare a reintrodurre, una volta alla settimana, piccole quantità (per es. 60 gr. di pasta o mezza pizza, per chi ha avuto intolleranza al grano) dei cibi a cui si è risultati intolleranti;

reintrodurne uno per gruppo di alimenti. Per gruppo si intendono alimenti affini. Per es. nel gruppo del frumento vi è anche il grano Kamut, il farro e la spelta e altri cereali affini. Nel gruppo dei fagioli vi sono anche gli altri legumi a cui si è eventualmente intolleranti;

reintrodurre non più di due alimenti (ovviamente di gruppi diversi) alla settimana, a due-tre giorni di intervallo, per es. se sono intollerante a frumento, orzo, fagioli e soia non posso: assumere il mercoledì una piccola porzione di pasta e la domenica un piccolo piatto di orzo oppure: assumere al mercoledì una porzione di fagioli e bere la domenica del latte di soia;

invece potrei: assumere al mercoledì un piatto piccolo di spaghetti  e alla domenica una porzione di fagioli o di soia.

È probabile che ci sia qualche piccola reazione al cibo: non importa, l’organismo deve riabituarsi. Ma se le reazioni fossero più forti, quando torneremo a consumarlo dobbiamo prenderne in quantità inferiori ed eventualmente più dilazionate nel tempo.

È più opportuno concordare con il terapeuta un piano dettagliato di reintroduzione. Non sottovalutiamo questa fase della terapia, che è ancora più importante del periodo di astinenza dai nutrienti che hanno indotto intolleranza. Accelerare troppo questa fase o sottovalutarla ha portato molti al fallimento di tutta la terapia di uscita dalle intolleranze. 

Per i malati gravi

Tutti i malati di malattie autoimmuni con malattie con frequenti fasi attive dovranno attenersi ad una dieta più rigorosa. Probabilmente:

no per sempre alle sostanze “dannose” (quelle che inducono processi infiammatori: per es. oli fritti, oli industriali, cis-trans, grassi idrogenati) che sono comunque proibite nel metodo Kousmine;

molta cautela con le altre;

attenta osservazione dopo aver reimparato ad ascoltare il proprio corpo;

astinenza e dieta depurativa o digiuno ad ogni crisi della malattia.

Note

1. Strutture potenzialmente antigeniche sono presenti anche nelle cellule, a livello dei nuclei, del citoplasma e delle membrane cellulari. 

2. Kaplan A.P., Non allergic allergies, cytokine networks, & Welcome to San Francisco, ACI News, 1991;3;1-3

3, Congr. Europeo di Allergologia, Birmingham 1998/6

4, Bulloch e D.Felten, Noradrenergic and peptidergic innervation of lymphoid tissue, J. Immunol. 1985; 135;755-765

5, Pert C. et al. Neuropeptides and their receptors: a psychosomatic network, J. Jmmunol. 1985; 2: 135. Blalock J. E., Neuroendocrinoimmunology,      III ed., Karger, Basel, 1997

Fonte: http://www.kousmine.net/i-cibi/le-intolleranze.html

 

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