Il secondo cervello. Cibo, digestione, defecazione: il lavoro serissimo dell’intestino

Vorrei proporre una prospettiva scientifica estremamente “materiale” che si occupa dell’intestino, in particolare del cibo, del suo assorbimento e della sua espulsione. Alla luce di scoperte recenti si vedrà quanto questo processo di assorbimento ed eliminazione – che, così necessario alla sopravvivenza di ogni forma animale, dovrebbe essere massimamente incoraggiato dalla evoluzione – sia estremamente raffinato e delicato: il processo di appropriazione è così importante, faticoso, complicato, che pare sia governato da una specie di secondo cervello. Che ci fossero dei neuroni nell’intestino, infatti, si sapeva da un pò, ma che quella massa di neuroni potesse essere considerata un secondo cervello è tutta un’altra storia ed è storia piuttosto recente.

Michael D. Gershon in “Il secondo cervello” (UTET libreria, 2006) ci racconta come e perché ha trascorso molti anni della propria vita occupandosi del sistema nervoso enterico. Nel corso delle sue ricerche Gershon ha scoperto, infatti, che questo sistema è autonomo e indipendente dal sistema nervoso centrale e dal midollo spinale e che svolge la fondamentale funzione di far funzionare l’intestino. Il sistema nervoso enterico non potrà mai comporre sillogismi o scrivere poesie – dice l’autore – ma quando il sistema nervoso enterico fa funzionare bene l’intestino, il corpo è felice. Quando il sistema nervoso enterico non funziona e l’intestino funziona male, i sillogismi, le poesie sembrano tutti svanire nel nulla.

Pare che la natura, l’evoluzione, o chi per loro, si siano trovate a sistemare le cose in modo tale che il sistema nervoso enterico sfugga alla gerarchia funzionale, ovvero che nella nostra pancia l’autorità altrove indiscussa del sistema nervoso che risiede nel nostro cranio non abbia che una scarsa voce in capitolo. Così i neuroni che troviamo intrecciati ai nostri organi della digestione, dell’assorbimento dei nutrienti e della espulsione delle scorie, si sono organizzati in una rete complessa, con giunzioni neurali, strutture chimiche, neurotrasmettitori degni del più prestigioso degli organi umani. Tanto per dare un’idea: laddove il sistema motorio scheletrico, che ubbidisce al sistema nervoso centrale, è organizzato in modo che un solo neurone collega il sistema centrale ai relativi muscoli (consentendo così verosimilmente una comunicazione molto semplice ed elementare, del tipo tutto o nulla), la struttura del sistema nervoso enterico prevede, al contrario, giunzioni neurali molto articolate, sinapsi che comunicano attraverso specifici neurotrasmettitori (sicuramente più d’uno) e, quindi, configurano una rete in grado di gestire e controllare comunicazioni piuttosto raffinate, modulando gli impulsi, interpretando feedback e regolando di conseguenza i propri meccanismi. Da un punto di vista evolutivo, seguendo le argomentazioni di Gershon, le motivazioni sono convincenti.

Il processo che compie il corpo per elaborare e trasformare secondo le proprie necessità il cibo, l’intruso per antonomasia, viene descritto in tutte la sue fasi: dall’ingresso alla sua elaborazione chimica, all’assorbimento dei nutrienti e infine all’ espulsione di quanto considerato non necessario ed è proprio seguendo questo viaggio che si capisce molto benecome il processo digestivo sia in realtà uno dei più complicati, delicati e pericolosi nella vita di tutti noi. L’equilibrio su cui esso si regge è rischioso ed instabile. E’ come avere una vera e propria bomba ad orologeria nello stomaco. Gli stessi acidi che sono necessari alla trasformazione del cibo in nutrienti utilizzabili dal corpo sono dei veleni mortali e soltanto meccanismi di controllo raffinatissimi ci permettono di non autodigerirci: in fondo, siamo fatti delle stesse sostanze di cui ci nutriamo e se l’equilibrio gestito dal sistema  nervoso enterico si spezza, potremmo benissimo digerire i nostri stessi tessuti. «Per la nostra capacità di produrre acido cloridrico è come se fossimo continuamente seduti a cavalcioni di un vulcano» sostiene Gershon. Per non parlare dei germi, dei batteri, dei veleni che immettiamo nel nostro corpo attraverso il cibo-intruso e che costituiscono delle minacce mortali continuamente presenti. Il sistema nervoso enterico deve poter quindi, oltre alla ordinaria amministrazione, comunicare velocemente ed efficacemente, qualora sia il caso, con il sistema immunitario, delegato a riconoscere gli agenti patogeni e a volte aiutare con i mezzi a sua disposizione ad eliminarli (la diarrea, il vomito, processi riconosciuti come poco prestigiosi, ma, invece, assolutamente fondamentali). Una specie di film drammatico si svolge tutti i giorni dentro al nostro corpo. Una battaglia continua, perlopiù vinta da un essere superiore, in grado di controllare per il bene comune potenti strumenti di vita che da un momento all’altro, per un minimo errore, possono trasformarsi in micidiali strumenti di devastazione.

La serotonina

Date simili responsabilità, è chiaro che serve un sistema complesso ed elaborato. Le giunzioni neurali attraverso le sinapsi consentono una comunicazione evoluta. Le sinapsi permettono il passaggio dello stimolo elettrico da un neurone all’altro attraverso il rilascio di sostanze chimiche, i neurotrasmettitori. Nel sistema nervoso enterico si sono rilevate sicuramente due di queste sostanze, molto importanti per il funzionamento del sistema oltre che per tutto il resto del corpo. La più diffusa di tutti è la serotonina. Pare che più del 90% della serotonina disponibile in un corpo umano sia prodotto proprio dal sistema nervoso enterico. Si ritiene attualmente che la serotonina svolga nel corpo funzioni inibitorie; è importante per la regolazione del ritmo sonno/veglia, nei meccanismi di attivazione attenzionale, nella percezione del dolore, nella termoregolazione. Recettori serotoninergici sono presenti nella ghiandola pineale (di cartesiana memoria), nel sistema reticolare (regolazione dell’attivazione), nel midollo spinale (motricità), nell’ippocampo (memoria, tra le altre cose), nell’ipotalamo (regolazione sonno-veglia e termoregolazione), nella corteccia cerebrale (molte delle cosiddette “funzioni superiori”: il linguaggio, il controllo delle emozioni, le mappe sensoriali e molto altro) e nei nuclei della base (cui vengono attribuite varie funzioni, soprattutto la regolazione motoria: il loro danneggiamento provoca malattie quali il morbo di Parkinson o la corea di Huntington). Inoltre, fin dagli anni ’50 del secolo scorso viene posta una relazione molto stretta tra serotonina e disturbi psichiatrici molto gravi quali la schizofrenia e la depressione. Nel 1958, infatti, si scopre che un farmaco, l’ipronazide, usato contro la tubercolosi, in realtà ha effetti positivi come antidepressivo, proprio perché bloccherebbe la degenerazione della serotonina. Da qui la teoria tuttora in voga che la depressione sia provocata da un malfunzionamento della serotonina. Il che ci porta immediatamente e fin troppo facilmente alle considerazioni più semplicistiche ma a questo punto assolutamente logiche: sembra assai importante per la nostra salute mentale (e anche più semplicemente per il nostro buonumore) un corretto funzionamento delle funzioni intestinali. La serotonina, che ci permette di contrastare la depressione, è la stessa sostanza che consente al nostro intestino di effettuare il movimento peristaltico, ovvero quelle contrazioni che portano all’espulsione delle feci.

Il movimento peristaltico

L’autore ci racconta di un interessante esperimento nel quale un pezzo di intestino, immerso in una preparazione che ne consente la sopravvivenza pur separato da un vero organismo (una specie di brodo vitale, calduccio e ricco di sostanze nutritive), viene sottoposto a scariche di serotonina applicate alla mucosa intestinale: in questo caso, senza bisogno di altri elementi, si verifica il movimento peristaltico (ovvero l’intestino si contrae ed espelle una pallina precedentemente posta al suo interno). In assenza di serotonina, oppure se la serotonina viene applicata ad altre parti dell’intestino, il movimento di espulsione non si verifica. Il prozac, ad esempio, un forte antidepressivo, nella maggior parte dei casi, dopo un certo periodo da assunzione continua deve essere sospeso in quanto provoca notevolissimi problemi intestinali. Pare, infatti, che inibisca la ricaptazione della serotonina, provocando una desensibilizzazione delle cellule.

La mucosa, infatti, non solo riceve attraverso i suoi recettori la serotonina, avviando il riflesso peristaltico, ma la “ricapta”, ovvero la rielabora e la rimette in circolo; se questo meccanismo viene inibito (per consentire una minore disponibilità di serotonina, il cui eccesso è ritenuto la causa della depressione), la serotonina disponibile risulta sempre minore, ma, in tal modo, i meccanismi di feedback, notandone la scarsa presenza, ne producono di più di quanto serva, desensibilizzando le cellule che diminuiscono, quindi, anche in modo consistente, la possibilità di effettuare il movimento peristaltico. Insomma: un disastro per l’umore e per la defecazione.

I due cervelli separati

I due cervelli, benché autonomi, non sono totalmente separati: c’è il nervo vago che collega il cervello encefalico a quello enterico. Attraverso questo nervo, il secondo cervello comunica al primo, ad esempio, il senso di nausea, che consente al primo di effettuare eventualmente l’ordine di non introdurre cibo finché la situazione non si sia stabilizzata. Peraltro, una delle prime cure dell’ulcera è stata la resezione del nervo vago, dovuta alla convinzione che la causa dell’ulcera fosse da ricercare nelle turbe del cervello encefalico (ansia, stress). Attualmente si pensa che così non sia: la maggior parte delle ulcere è provocata da un batterio. Peraltro si è scoperto, grazie a questa cura piuttosto invasiva, che il secondo cervello se la cava benissimo anche senza la comunicazione con il primo (anzi, comunque, pare stare meglio, lui e il corpo che lo contiene, in generale).

Un nuovo modello di intelligenza

Potrebbe stimolare una interessante “rivoluzione culturale” questa messa in discussione della regalità assoluta del primo cervello. Laddove finora abbiamo pensato al cervello encefalico come ad un incontrastato sovrano del corpo e della mente, ci troviamo ora a poter delineare un modello di intelligenza differente: una intelligenza distribuita, diffusa, più vicina ai nostri bisogni materiali, magari più “basica”, con meno fronzoli: una risorsa vicina alla materia, alla natura, a ciò che ci sostiene: una intelligenza che potrebbe valere la pena non sottovalutare. Considerare con attenzione la possibile integrazione dei due cervelli potrebbe riservare qualche buona novità. Ad esempio, all’aumentare delle complessità della situazione nutrizionale, quando il problema non è più procurarsi qualcosa da mangiare, ma piuttosto scegliere tra le innumerevoli cose che si rendono disponibili, forse ci farebbero più comodo due cervelli meglio integrati. La cultura potrebbe provare a fare questo passo in attesa che la lenta evoluzione biologica si inventi una opportuna mutazione.

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