Il cuore antico della crisi ucraina

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“Il cuore antico della crisi ucraina” di Eugenio Di Rienzo

26 febbraio 2014

E’ certamente vero che la storia non si ripete mai né come tragedia né come farsa. E’ altrettanto vero, per riprendere Eraclito, che non è possibile bagnarsi due volte nell’acqua del fiume degli eventi trascorsi a meno di non volersi impegnare in una futile e sviante esercitazione analogica con la quale tentare d’interpretare il presente alla luce dell’esperienza di ciò che fu. Questa regola conosce tuttavia delle eccezioni. Anche la storia conosce delle “costanti”, delle “ripetizioni” e queste sono causate dalla memoria di un popolo e dalla posizione geopolitica di una Nazione che a volte condannano appunto Popoli e Nazioni a un tragico “eterno ritorno” al passato.

Le odierne vicende dell’Ucraina costituiscono un convincente case study di questa eretica legge storica che contraddice i dogmi dello storicismo assoluto. Con il trionfo della “seconda rivoluzione di Kiev” – nella quale sarebbe prudente astenersi per ora dal distinguere con facile manicheismo tra “buoni” e “cattivi” – l’Ucraina abbandona la sfera d’influenza della Federazione Russa ed entra a pieno titolo in quella occidentale, domani nell’Ue, dopodomani molto probabilmente nella Nato. A determinare questo spostamento di campo è stato certo un violento ritorno di fiamma del nazionalismo ucraino, un’antica, mai sopita e sicuramente giustificata russofobia e l’irresistibile attrazione verso il modello di vita politico, culturale, economico delle liberal-democrazie europee e statunitense. Questi sentimenti, che riguardano però solo le regioni occidentali del Paese e non quelle orientali tuttora fortemente orientate verso Mosca in virtù di fortissimi e legittimi legami storici, economici, linguistici, non riescono a spiegare del tutto quanto accaduto.

La “gloriosa notte” del 22-23 febbraio, che ha visto la deposizione e l’ignominiosa fuga del “satrapo” Viktor Yanukovič e il ritorno al potere della discussa “Giovanna d’Arco ucraina” Julija Tymošenko, è stata provocata infatti anche da forti pressioni provenienti dai gabinetti di Washington, Berlino, Varsavia.

La Polonia di Donald Tusk è stata il più strenuo difensore dell’opposizione ucraina e lo Stato che insieme alla Svezia e alle tre Repubbliche baltiche ha spinto di più per un accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Ue.

Nel backstage della diplomazia internazionale meno appariscente ma certo più incisiva è stata l’azione di Stati Uniti e Germania. L’amministrazione Obama si è fortemente spesa per favorire il pieno inserimento dell’Ucraina nel nuovo sistema egemonico politico-militare-economico statunitense che, inaugurando un clima di competizione con Mosca ormai definibile come «nuova Guerra fredda», mira ad estendersi dall’Africa settentrionale, all’Egitto, al Medio Oriente, al Caucaso, all’Afghanistan, all’ex-Asia centrale sovietica, in aperta contrapposizione alla vocazione di Grande Potenza euroasiatica rivendicata dalla Russia di Putin.

Da parte sua la Germania, in occasione della crisi ucraina, ha assunto in maniera unilaterale la leadership della politica estera dell’Unione europea, costituendo un’asse con Polonia, Lituania, Estonia, Lettonia, condannando aspramente il presidente eletto Yanukoviĉ per aver rifiutato di stringere relazioni con l’Unione europea e per aver represso la protesta di quei settori della società ucraina che si opponevano a quella decisione. Sostenendo con vigore la “rivoluzione ucraina”, la Germania della Merkel ha collocato l’ultima tessera del progetto di una grande area di penetrazione economica e politica estesa dall’Oder al Baltico al Danubio, dalla foce del Don al Mar Nero. Di questo nuovo «Grande gioco», l’Ucraina è forse la pedina più considerevole non solo per la ricchezza delle sue risorse minerarie (carbone, minerali di ferro, petrolio, gas naturale) e agricole (soprattutto cereali) e per il possesso di circa 40 mila chilometri di gasdotti che la collegano all’area del Mar Caspio (Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian e Uzbekistan) ma anche per la cruciale rilevanza della sua posizione geopolitica da cui dipende strettamente la sicurezza nazionale russa.

L’Ucraina è fondamentale per la difesa della Russia. Mosca si trova a soli circa 480 chilometri dal territorio ucraino e i due Paesi condividono un lunghissimo confine, pianeggiante, facilmente percorribile e quindi fatalmente esposto ai rischi di un’aggressione. Se una Potenza ostile, poi, dovesse impadronirsi del corridoio russo tra Ucraina e Kazakistan, al cui centro si colloca la città di Volograd (che fino al 1961 si chiamò Stalingrado) la Russia sarebbe tagliata fuori dal Caucaso e la sua frontiera meridionale non sarebbe più difendibile. Inoltre, l’Ucraina è padrona di due porti sul Mar Nero, Odessa e Sebastopoli, che sono ancora più importanti per Mosca di quello di Novorossiysk: principale ancoraggio russo su quella distesa acquatica. Privare il regime di Putin dell’utilizzazione commerciale e militare di queste basi  commerciali militari equivarrebbe a minare gravemente l’influenza della Russia nel Mar Nero e tagliarla fuori dall’accesso al Mediterraneo.

Tutto questo spiega perché, nel corso della Grande Guerra, con il trattato di pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918), gli Imperi Centrali pretesero e ottennero il controllo dell’intero territorio ucraino che intanto si era organizzato in Stato autonomo nel marzo del 1917. Rovesciato da un colpo di Stato diretto da Berlino, il governo nazionale ucraino fu sostituito nell’aprile 1918 da uno Stato fantoccio al servizio del Reich guglielmino di cui divenne alleato. Come hanno dimostrato i lavori di Wolfram Dornik con quell’acquisto Austria-Ungheria e Germania non mirarono soltanto ad impossessarsi del «granaio dell’Impero zarista», delle importanti industrie pesanti ucraine e di uno sbocco sul Mar Nero ma anche a soprattutto «a tenere un coltello perennemente puntato al cuore della Russia».

Recuperata la sua indipendenza di fatto nel novembre 1918, il fragile Stato ucraino, privo di consenso interno e di legittimazione internazionale, attraversato da fortissimi conflitti intestini di carattere etnico e politico, attanagliato da una grave crisi economica causata dalla disintegrazione dei suoi rapporti con l’apparato produttivo e commerciale russo, si dimostrò incapace di resistere alla guerra di riconquista sovietica. Il 18 marzo 1921 il trattato di Riga, sottoscritto da Varsavia e da Mosca sancì la spartizione dell’Ucraina. La Polonia incorporò la Galizia orientale e la Volinia occidentale già province dell’Impero asburgico e di quello zarista, altre minori regioni furono annesse dalla Cecoslovacchia e dalla Romania mentre il restante territorio ucraino divenne nel 1922 parte dell’Urss. Da questo momento in poi il popolo ucraino condivise la storia dell’Impero comunista e ne subì gli orrori, divenendo vittima della terribile carestia provocata dal regime sovietico tra 1932 e 1933, studiata nell’ottica della diplomazia italiana da Andrea Graziosi. Carestia che provocò milioni di vittime e che passò alla storia con il nome di Holodomor («sterminio per fame»).

Nel 1941, il Terzo Reich conquistò l’Ucraina, impadronendosi delle sue risorse agricole, facendone la base strategica dell’offensiva su Stalingrado e cercando di utilizzarne il territorio per interrompere le linee di approvvigionamento tra la Russia e i giacimenti petroliferi del Caucaso. Come ho dimostrato, insieme a Emilio Gin, nel nostro recente volume (Le Potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica, 1939-1945), dal 1942, quando, grazie ai buoni uffici di Italia e Giappone, iniziarono i contatti informali e segreti tra Mosca e Berlino per arrivare ad una pace separata, Hitler pose come condizione preliminare all’apertura delle trattative la cessione dell’Ucraina da parte dell’Urss e in alternativa la sua trasformazione in un protettorato congiunto russo-tedesco.

Durante il secondo conflitto mondiale il popolo ucraino non rimase testimone passivo degli avvenimenti che lo coinvolsero drammaticamente. L’Esercito insurrezionale ucraino (Oun-Upa), espressione del movimento nazionalista, antisemita, xenofobo, organizzato da Stepan Bandera, condusse una duplice accanita guerriglia contro la Wehrmacht e l’Armata Rossa, macchiandosi allo stesso tempo di crimini contro l’umanità di cui furono vittime ebrei e polacchi. Nel settembre 1944, l’ Oun-Upa si schierò infine a fianco dell’esercito nazista per contrastare l’avanzata delle forze sovietiche.

Molto dell’ideologia del movimento di Bandera rivive, oggi, nei gruppi ucraini d’ispirazione nazional-socialista, come l’Unione Pan-Ucraina Svoboda, che hanno costituito il braccio armato delle manifestazioni di piazza Maidan alle quali si deve la defenestrazione di Yanukovich.

Privata della sua egemonia sull’Ucraina, la Federazione Russa alza la voce, digrigna i denti, mostra i muscoli e passa dalle parole ai fatti. Mosca ha posto in stato d’allerta il suo dispositivo militare sulla frontiera ucraina e ha inviato reparti scelti e colonne di blindati per rafforzare il contingente stanziato nella base di Sebastopoli. Il grande porto sul Mar Nero è divenuto il centro propulsivo della resistenza contro il nuovo corso di Kiev che sta agitando la minaccia di una secessione della Crimea se non addirittura il ricongiungimento di quella regione con la «Grande Madre Russia». Forse, ci auguriamo, non vedremo mai un conflitto russo-ucraino per il controllo della Crimea simile alla «guerra lampo» russo-georgiana del 2008 per il predominio sull’Ossezia del Sud e l’Abcasia. Più consistente è invece l’ipotesi che la “primavera ucraina” del 2014 si trasformi in una guerra civile, esattamente come è accaduto alle “primavere arabe” del 2010-2011. Si tratterebbe di un conflitto intestino, sicuramente aggravato da antichi odi etnici, che potrebbe portare a un coinvolgimento diretto o indiretto di altri Stati restati invischiati in quello che sta per divenire un nuovo “conflitto balcanico” destinato a cambiare il volto della Russia e dell’Europa.

La crisi ucraina ancora in pieno svolgimento contiene comunque, già da ora, un importante insegnamento troppo spesso ignorato. Se il buon andamento delle relazioni internazionali passa anche per il rispetto dell’onore e della dignità nazionale dei singoli Stati (come ha ricordato lo studioso russo-statunitense Andrei Tsygankov in un volume del 2012 dedicato proprio ai secolari rapporti tra Russia e Occidente), occorre dire che Washington e Berlino hanno dimostrato in questi ultimi mesi di non aver appreso questa lezione della storia.

Consigli di lettura:

A. Graziosi, Lettere da Kharkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei rapporti dei diplomatici italiani. 1932-33, Torino, Einaudi, 1991
A. P. Tsygankov, Russophobia: Anti-Russian Lobby and American Foreign Policy, New York, Palgrave Macmillan, 2009
R. Donaldson – J. L. Nogee, The Foreign Policy of Russia: Changing Systems, Enduring Interests, Armonk (New York), Sharpe, 2009
W. Dornik, Die Ukraine zwischen Selbstbestimmung und Fremdherrschaft 1917–1922, Graz Leykam, 2011
A. P. Tsygankov, Russia and the West from Alexander to Putin. Honor in International Relations, New York, Cambridge University Press, 2012
E. Di Rienzo-E. Gin, Le Potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica, 1939-1945, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2013
W. Dornik. Misconceived Realpolitik in a Failing State: The Political and Economical Fiasco of the Central Powers in the Ukraine, 1918 in «First World War Studies», 4, 2013, 1, pp. 111-124
G. Friedman- Marc Lanthemann, A More Assertive German Foreign Policy, 4 febbraio 2014 – © «Stratfor Global Intelligence» = http://www.nuovarivistastorica.it/?p=4970
G. Friedman, New Dimensions of U.S. Foreign Policy Toward Russia, 11 febbraio 2014 – © «Stratfor Global Intelligence» = http://www.nuovarivistastorica.it/?p=4993
G. Friedman, Ukraine Turns From Revolution to Recovery, 24 febbraio 2014 – © «Stratfor Global Intelligence» = http://www.nuovarivistastorica.it/?p=5038

Fonte:  http://lanostrastoria.corriere.it/2014/02/26/il-cuore-antico-della-crisi-ucraina/

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Morire per Sebastopoli: diventammo nazione partecipando al grande gioco della Crimea

01 marzo 2014

Morire per Sebastopoli. Noi italiani sappiamo cosa significa perché siamo diventati nazione anche grazie alla partecipazione alla guerra di Crimea (1854-1856). Cavour volle a tutti i costi inviare un contingente sabaudo per sedersi al tavolo della pace e porre la questione italiana. Quindicimila uomini guidati dal generale Alfonso Lamarmora si unirono alle truppe francesi, britanniche e turche contro la Russia onde ottenere un ruolo nelle trattative del marzo 1856 a Parigi, Il piccolo regno dei Savoia riuscì incredibilmente indebitato dall’avventura ma quella partecipazione internazionale, ricordata in un bel dipinto di Induno sulla battaglia della Cernaia, pose le basi del patto segreto di Plombières con la Francia e della seconda guerra di indipendenza. La Crimea fa dunque parte della nostra storia nazionale, come si legge nella biografia di Napoleone III (Salerno editore 2010) scritta da Eugenio Di Rienzo, il quale spiega anche i motivi per cui Francia e Gran Bretagna decisero di affiancare la Turchia contro la Russia: il pretesto era la rivalità sul controllo dei luoghi cristiani nell’impero ottomano ma la vera ragione era di porre un limite alle mire zariste, attraverso il controllo dello stretto dei Dardanelli, sul Mediterraneo.

La guerra di Crimea fu una delle più sanguinose dell’Ottocento e anche quella che diede vita ad una letteratura e ad una mitologia che arrivano ai nostri giorni. Chi non ha mai visto una delle due versioni della “Carica dei seicento” (nel 1936 con Erroll Flynn e nel 1968 con David Hammings), film che raccontano in maniera romanzata il disastro della battaglia di Balaclava del 25 ottobre 1854, quando per un ordine male interpretato 673 cavalieri inglesi si scagliarono contro le linee russe forti di ventimila soldati: un massacro simbolo dell’ottusità e del valore militari cantato dal poeta Tennyson. Un altro simbolo del coraggio inglese, questa volta andato a buon fine, che si riferisce sempre alla giornata del 25 ottobre, è “la sottile linea rossa”, espressione proverbiale che fu coniata da un giornalista del “Times” per indicare le due file di fanti (solitamente erano quattro) messi ad attendere la carica dei cavalieri russi, sicuri di sfondare verso Balaclava. I pochi inglesi attesero che il nemico arrivasse a cinquanta metri prima di far fuoco. Un atto temerario che fu premiato.

Se per l’Italia la guerra di Crimea rappresentò un passo decisivo verso l’unità nazionale, per la Francia di Napoleone III una notevole affermazione internazionale, per la Gran Bretagna un successo parziale e la nascita di una nuova organizzazione tra cui l’introduzione degli ospedali da campo secondo i metodi voluti da Florence Nightingale, per la Russia la sconfitta fu la presa di coscienza dei propri limiti. Lev Tolstoj, ufficiale ventiseienne testimone del disastro, nei tre racconti di Sebastopoli avviò una critica radicale che suonò come uno schiaffo per una nazione che si credeva imbattibile. Allora, racconta Ettore Cinnella, storico dell’università di Pisa, autore tra l’altro del saggio “1917. La Russia verso l’abisso” (Della Porta editori), con una dolorosa presa di coscienza partì la riforma dell’esercito, la riforma sociale che diede la libertà ai contadini e si avviò la costruzione della rete ferroviaria.

La penisola di Crimea, strappata definitivamente dai russi all’impero ottomano nel 1783, per la sua felice posizione geografica e anche per la complessa composizione demografica, in cui una parte rilevante ha svolto la popolazione di origine tatara, ha sempre avuto un ruolo cruciale nella storia della Russia zarista e dell’Unione sovietica. È sempre Ettore Cinnella a raccontare chea Sebastopoli nel novembre 1905 nacque il primo soviet congiunto di marinai e operai (“1905. La vera rivoluzione russa”, Della Porta editori, 2008). E fu in Crimea che nel 1920 il generale Petr Nikolaevic Vrangel, comandante delle armate bianche, oppose l’ultima resistenza all’esercito bolscevico.

La Crimea venne donata dalla federazione russa all’Ucraina nel 1954, in occasione del tricentenario dell’annessione dell’Ucraina alla Russia. Fu un fatto formale perché l’Unione sovietica pur essendo una federazione era uno Stato fortemente centralizzato, ma anche un omaggio fatto alla propria terra dall’ucraino Nikita Kruscev.

La popolazione della ridente penisola portava in dote non solo le ferite della seconda guerra mondiale: la battaglia di Crimea tra le forze naziste e sovietiche si svolse tra l’autunno del 1941 e l’estate del ’42. La tragedia che ancora oggi lacera quella regione fu la deportazione verso l’Asia centrale, a conflitto finito, di duecentomila tatari accusati di aver collaborato con i nazisti. I tatari di Crimea, autorizzati a rientrare in patria da Kruscev, paragonano quell’episodio al genocidio armeno, poiché morì quasi la metà dei deportati.

In Italia si è parlato poco di questo dramma, mentre i riflettori non si sono mai spenti sulla conferenza di Yalta, tra i vincitori della guerra: Roosevelt, Churchill e Stalin. Il dittatore georgiano amava le coste della penisola, meta della nomenklatura comunista internazionale. Non è un caso che Palmiro Togliatti morì a Yalta il 21 agosto 1964.

Alla Crimea è legata anche una figura nel nostro socialismo riformista, la compagna di Filippo Turati, Anna Kuliscioff, nata nel 1855 a Simferopoli, il capoluogo amministrativo della Crimea dove pure sono arrivati i paracadutisti russi.

 Fonte: http://lanostrastoria.corriere.it/2014/03/01/morire-per-sebastopoli-diventammo-nazione-partecipando-al-grande-gioco-della-crimea/

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I tatari dell’Orda d’oro, da sempre vittime di Mosca

di Ettore Cinnella 03 marzo 2014

All’inizio dell’ottobre 1552 un esercito russo comandato dallo zar Ivan IV il Terribile espugnava la città di Kazan, sul medio corso della Volga, capitale dell’omonimo canato tataro, uno dei regni nati dalla disgregazione dell’Orda d’Oro. Quattro anni dopo, con la conquista del canato di Astrachan, l’intera regione della Volga passava sotto il dominio di Mosca. Lo storico Andreas Kappeler ha osservato a ragione che l’annessione dei canati di Kazan e di Astrachan dev’essere annoverata tra gli «avvenimenti epocali nella storia della Russia e di tutta l’Eurasia». Infatti, se fino allora i sovrani moscoviti avevano lottato per riprendersi i territori russi, conquistati da Gengis Khan e dai suoi successori nella prima metà del XIII secolo, l’espansione verso la Volga mutava radicalmente i tratti fondamentali della politica estera degli zar. Occupando quella regione, lo Stato russo veniva ad incorporare terre abitate da popoli di tradizioni e culture assai distanti dal mondo degli slavi. Inoltre, l’eredità del gigantesco impero mongolo, il quale si stava ora frantumando, imprimeva il suo inconfondibile marchio sull’espansionismo moscovita, attratto per forza di cose dal crescente vuoto di potere creatosi negl’immensi territori uralo-siberiani.

Tra i canati eredi dell’impero tataro dell’Orda d’Ora, quello di Crimea sfuggì a lungo al dominio della Russia. Anche il nome della penisola, che i greci avevano chiamato Chersoneso Taurico (Chersónesos Tauriké, cioè Penisola dei Tauri), veniva dai conquistatori tatari e sarebbe rimasto in russo e in ucraino (Krym). Controllando le coste settentrionali del mar Nero, i padroni della piccola penisola erano in grado di condurre escursioni e razzie verso i territori dello Stato russo e dell’Ucraina (la quale, nel 1654, si unì al regno moscovita). Un ingegnere francese del Seicento, Guillaume Le Vasseur de Beauplan, autore di una vivida descrizione e di una dettagliatissima mappa dell’Ucraina, rievocò nella sua Description d’Ukranie anche le spedizioni militari approntate dai cosacchi contro i tatari.
Fu Caterina II ad annettere la Crimea, nel 1783, dopo aver sconfitto militarmente l’impero ottomano, del quale il piccolo canato era vassallo. Per i tatari si trattò di un’esperienza drammatica, perché cominciò allora quella diaspora verso le province della Turchia che avrebbe assottigliato sempre più la popolazione locale turcofona e musulmana. L’importanza strategica della penisola accelerò e inasprì il processo di russificazione. Le peripezie dei tatari di Crimea sotto il dominio russo furono, forse, ancor più amare di quelle subite da altri popoli non russi del vasto impero multietnico.

I tatari rimasti in quella che, un tempo, era stata la loro terra furono anch’essi vittime e protagonisti delle vicende e dei travagli dell’impero russo fino alla Prima guerra mondiale.

La pagina più interessante della loro storia fu la partecipazione al Movimento di rinascita musulmana, che si ebbe tra Otto e Novecento. Era originario della Crimea l’intellettuale tataro Ismail bey Gaspirali (1851-1914), il quale si batté per l’unità dei musulmani turcofoni ed enunciò un programma liberale, mirante anche all’emancipazione della donna. Se il sogno panturco di Gaspirali può apparirci ingenuo e magari torbido, ammirevole e fecondo fu senza dubbio il suo impegno pedagogico per la creazione di scuole moderne e basate su metodi innovativi.

Uno spiraglio di autonomia parve aprirsi, per la gente tatara in Crimea, con l’avvio della politica sovietica di apertura verso le nazionalità non russe negli anni 20. Ma si trattò d’un breve sogno, al quale seguirono le atrocità della collettivizzazione forzata e le feroci repressioni politiche. Alla fine della Seconda guerra mondiale, poi, la deportazione verso l’Asia centrale della popolazione tatara, accusata di collaborazionismo con i tedeschi, fu vissuta come un genocidio, anche per l’altissimo numero di deceduti. La destalinizzazione portò ai tatari di Crimea meno benefici di quelli concessi alle altre nazionalità straziate da Stalin. Essi, infatti, ebbero difficoltà a tornare nelle loro terre e non ottennero il ripristino della regione autonoma, che li avrebbe meglio tutelati. La cose parvero migliorare per loro con la fine dell’Urss e la nascita dell’Ucraina indipendente. Essendo stata donata all’Ucraina da Krusciov nel 1954, la Crimea restava a far parte del nuovo Stato. Ma gli interessi militari del Cremlino e la volontà sopraffattrice della popolazione russofona hanno complicato le cose, come tutti sappiamo. Avendo patito molto nella Russia comunista, i tatari di Crimea non si aspettano nulla di buono dalla Russia di Putin. Possono solo sperare in un’Ucraina libera, democratica e legata all’Occidente.

 Fonte:  http://lanostrastoria.corriere.it/2014/03/03/i-tatari-dellorda-doro-da-sempre-vittime-di-mosca/

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La guerra di Crimea – Il tempo e la storia

 

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