“L’esicasmo, yoga cristiano” di Anthony Bloom

Nella misura in cui si può definire lo yoga come una “tecnica spiritualizzante” è legittimo parlare di uno “yoga cristiano”. Lo scopo del presente studio è di farne conoscere le tecniche somato-psichiche e di spiegare il significato ed il valore che ad esse attribuiscono gli ortodossi.Per facilitare l’esposizione del soggetto si possono distinguere tre gruppi principali di esercizi ascetici:I primi non mirano che al corpo e influenzano l’anima (psyche) e lo spirito (pneuma) solo indirettamente, nella misura in cui l’uomo “totale” se ne trova modificato; sono gli esercizi di mortificazione: il digiuno, la veglia, il lavoro massacrante, la castità, ecc. I secondi piegano il corpo a certe esigenze che hanno ripercussioni dirette sulla vita psichica e indirette sulla vita spirituale: essi sono appena conosciuti in Occidente, e formeranno una parte essenziale di questo articolo.Gli ultimi sono esercizi ascetici che mettono in opera le potenze psichiche dell’uomo e hanno ripercussioni corporee: sono essenzialmente la meditazione e certe forme di preghiera che escono dal quadro del nostro soggetto.

Ascesi e mortificazione

L’ uomo è stato creato dal nulla; ecco la prima verità dinnanzi alla quale ci pone la Rivelazione biblica: egli non ha alcun fondamento ontologico in se stesso: nulla ha preceduto l’ esistenza del Cosmo di cui l’uomo fa parte integrante; ed alcun legame genetico collega l’uomo al suo creatore. Il caos di cui parlava il pensiero greco non era che un nulla relativo, quello della nullità, per così dire, non proprio quello del “non essere”. Il libro della Genesi, nel suo secondo versetto, ci parla infatti di un essere informe e confuso: “La Terra era informe e vuota; vi erano tenebre alla superficie”, poiché, per l’antichità, soltanto l’essere ordinato aveva una esistenza. Il nulla vero, assoluto, quello che precede la creazione della prima creatura, oltrepassa la possibilità del pensiero naturale, in quanto non è una assenza o un vuoto, oppure un essere assottigliato fino all’ impercettibilità: è invece la Presenza per eccellenza dell’ Unico, del Solo Reale Trascendente e Sconosciuto fino al momento in cui voglia rivelarSi; il caos è una non pienezza del creato ciò che precede l’ apparizione della creatura e la pienezza del l’Increato, che Dio solo conosce e rivela. Non vi è alcuna comune misura, non vi e alcuna filiazione naturale fra Dio e l’ uomo il cui solo punto d’appoggio è la Volontà divina che, accettata, gli apre l’accesso alla vita che è partecipazione alla Vita di Dio. Ed è all’uomo intero che questa vita è offerta: corpo, anima e spirito, egli è chiamato a conoscere Dio, a comunicare con la vita divina. E’ infatti l’uomo totale che è ad Immagine di Dio. Per raggiungere il suo fine ultimo, l’essere creato deve dunque aprirsi a Dio, oltrepassare la sua propria limitazione ed espandersi nella misura dell’increato. ma oltre questo compito ontologico, un altro compito gli incombe dalla caduta: divenuto un sotto-uomo, deve ridiventare ciò che era all’origine, prima di poter compiere la sua vocazione e rispondere pienamente all’ appello del suo Dio.
L’armonia della natura umana comporta una gerarchia delle sue parti costitutive: il corpo deve essere sottomesso all’anima (psychè) e quest’ultima allo spirito (pneuma); quanto allo spirito dell’uomo (nephesh), esso comunica col Soffio, lo Spirito di Dio nell’uomo (rouah), potenza di vita e sorgente della sua immortalità. Finchè questa gerarchia non è distrutta, l’uomo resta “conforme” a Dio, suo “simile”ed è capace di ricevere Dio e di manifestarLo.
Ma l’ uomo è creato “sovrano”: può determinare il suo destino; la sua contingenza stessa assicura la sua indipendenza: nessuna necessità interna ha costretto Dio a chiamarlo all’ esistenza; inutile alla pienezza dell’ essere divino, l’uomo è posto di fronte al suo Creatore. Se vien meno a Lui, se da Lui si distoglie, l’ uomo impegna la integrità della sua natura e la mette in pericolo: può cessare d’ essere simile a Dio oppure unirsi a Lui. Nel primo caso, al compito ontologico di superamento del creato si aggiungerà, per chiunque voglia realizzare la propria vocazione, un compito nuovo: ritrovare l’armonia perduta.
Non è nè possibile nè desiderabile nei limiti di questo articolo, precisare tutti i termini della caduta; ma per il punto che ci occupa è interessante osservare che essa e’ stata nello stesso tempo improvvisa e progressiva: “E la morte si impiantò a poco a poco” dice il Libro della Genesi; d’altra parte, la caduta è stata improvvisa in questo senso che un cambiamento profondo e radicale si è prodotto fin da quel primo momento che si può definire col termine di “frammentazione”: Dio e l’uomo si sono trovati ad essere staccati l’uno dall’altro; lo Spirito di Dio nell’uomo (rouah) è divenuto non solamente differente, ma estraneo allo spirito dell’uomo, (nephesh); non è più la sorgente di vita, e l’uomo, restato solo, non ha potuto far altro che morire; la triplice armonia gerarchica del corpo, dell’anima e dello spirito si è trovata spezzata fin dal momento in cui non è stato più il canale per il quale la vita si diffondeva nell’anima e vivificava il corpo; e, separato dalla sorgente divina di Vita eterna, l’uomo ha dovuto cercare un appoggio per la sua esistenza nell’ordine naturale. Leggiamo nel secondo capitolo della Genesi (v. 16): “Mangia pur d’ogni albero del giardino”; ma dopo la caduta: “La terra sarà maledetta per cagion tua: tu mangerai del frutto di essa con affanno tutti i giorni della tua vita … e mangerai l’erba dei campi”.
Invece di comunicare con la vita di Dio, Adamo deve partecipare alla vita del mondo materiale e per questo fatto integrarvisi fino al giorno in cui la terra riprenderà ciò che le appartiene: “ … fino al ritorno alla terra donde sei stato preso: poichè polvere sei ed alla polvere ritornerai”.
Ma ciò non è che la prima tappa di questa integrazione dell’ uomo al mondo materiale da cui avrebbe dovuto sganciarsi, meglio nel quale avrebbe dovuto integrare lo Spirito divino: “Lo Spirito mio non contenderà in perpetuo con gli uomini; perciocchè anche non sono altro che carne …” (Genesi, VI, 3). Una volta separato da Dio, l’uomo scivola sulla china dove, lo spinge lo spirito del male di cui si è fatto schiavo: “L’Eterno vide che la malvagità degli uomini era grande e che tutti i pensieri del loro cuore si volgevano ogni giorno unicamente verso il male” (Genesi, VI, 5), e il diluvio sopravvenne; e quando restarono soli sopravviventi coloro che il male non aveva corrotto, ma che tuttavia hanno ereditato la fragilità progressiva dei loro parenti, il Signore disse a Noè ed ai suoi figli: …. “voi sarete soggetto di timore e di spavento per ogni animale sulla terra e per tutti i pesci del mare: essi sono dati nelle vostre mani; tutto ciò che si muove e ha vita vi servirà di nutrimento; vi dò tutto ciò come l’erba verde”.
Questo diritto di mangiare tutto “ciò che si muove e ha vita” appare dunque come la crudele espiazione di una crescente decadenza, non come una dignità conferita all’uomo: incapace di vivere della Grazia di Dio, senza vita intrinseca, l’uomo dipende ormai completamente dal mondo creato, dalla materia nella quale egli si ingabbia sempre di più; ne ricava la vita e la morte, una vita precaria e momentanea il cui termine è il ritorno alla polvere.
Ritornare alla polvere vorrà dunque dire, fra le altre cose, rompere col dominio della materia, ritornare “autonomo”. “Ahimè! ho reso la mia carne vivace”, proclama un inno ortodosso; l’opposizione di due termini, la carne e il corpo è impressionante e chiara: la carne è il corpo sprovvisto di vita divina e che non mantiene la sua esistenza che nell’ordine della materia; il corpo è la materia umana penetrata dallo Spirito di Dio, ritornata all’armonia e liberata dalle servitù che sono familiari alla sua natura decaduta, quantunque ad essa estranee in ordine alla sua vocazione.
La lotta contro la carne è dunque la reviviscenza del corpo, e il termine di mortificazione vi acquista il suo vero valore: ciò che deve essere ucciso è la passione, la dipendenza; ciò che deve essere distrutto è la servitù ; ma questa lotta non è una uccisione e non e unica mente negativa: noi apparteniamo al mondo decaduto che ha sostituito il mondo antidiluviano, e non è sufficiente rinunciare a ciò che è per noi sorgente di vita per acquistare una nuova vita. L’ascesi di mortificazione non ha senso che nella misura stessa in cui si associ ad un’ascesi costruttiva che ci renda atti a ricevere la Vita divina ed a vivere della Parola di Dio, in altri termini che ci apra a Dio; cio non è possibile che se, mentre da una parte ci liberiamo dal mondo materiale, dall’altra prendiamo piede nel mondo divino; e il progresso in questo secondo senso deve precedere l’opera di rinunzia o almeno andare di pari passo con essa; mancando tale condizione la “carne” muore prima che il “corpo” sia ritornato alla vita.
I diversi elementi di questa ascesi – digiuni, veglia, continenza, lavoro – non richiedono alcun commento.
Ciascuno di essi ha un valore particolare e non può essere utilizzato promisque. Se la veglia, condotta fino ai limiti delle possibilità individuali, dà all’ intelligenza un’acutezza e una folgorazione sconosciute, il digiuno riporta l’uomo in se stesso, l’aiuta a far coincidere il suo essere psichico con i limiti del corpo; e l’ascesi della sete è una delle condizioni necessarie al progresso della preghiera interiore.
In tal modo è interessante osservare ed importante sapere che non ci si può dedicare con successo ad un esercizio ascetico senza dedicarsi simultaneamente agli altri: non si può pregare senza digiunare e senza vegliare, ma è anche possibile digiunare e vegliare se lo spirito di preghiera non ci penetra: è questa la ragione per cui le vite dei santi misurano il progresso spirituale in termini, che a noi sembrano così strani, di lunghe veglie, di digiuni appena credibili… Si tratta appunto di ” morire alla terra ,, e di rivivere in Dio, di elevarsi con uno sforzo costante concertato all’altezza della propria natura vera attraverso una lotta che raddrizzi e liberi, che uccida il germe di morte affinché la vita porti frutto e trionfi.

Tecniche somato – psichiche

L’ascesi di mortificazione è comune all’Occidente e all’Oriente cristiani; quella che debbo esporre ora è propria alla Chiesa ortodossa. Essa è stata stabilita e meravigliosamente sviluppata dai maestri della tradizione esicasta. L’esicasmo, scuola o meglio tradizione spirituale, ha avuto il suo più grande sviluppo fra l’XI e il XIV secolo nei monasteri e le solitudini del monte Athos. L’esicasmo pone la pace interiore come una necessità primaria e come ultima realizzazione della vita spirituale: pace terrestre intelligibile, contemporaneamente corporea e mentale, che apre la via alla pace ineffabile della contemplazione luminosa di Dio. L’ascesi esicasta verte sull’essere intero: fa uso di ogni sua potenza e unisce ciascuna di esse allo Spirito di Dio. Il posto che la pace vi occupa è lungi dal farne un quietismo orientale,come spessissimo si è creduto: la pace non è assenza di lotta, ma assenza di incértezza e di turbamento.
La caduta, come abbiamo detto, ha immerso l’ uomo nella materia e lo ha sottomesso ai meccanismi delle sue leggi; non solo si è appesantito corporalmente ed è divenuto tributario del mondo che doveva dominare e guidare, ma, nel suo essere mentale stesso, l’uomo si è legato e incorporato al mondo creato e decaduto; egli non può più pensare nè sentire altrimenti che nella forma di questo mondo materiale, di questo mondo fuorviato, utilizzando le immagini che esso offre, ed incapace di sfuggire alla successione, poichè il pensiero è divenuto discorsivo. Quand’anche egli cerchi di liberarsene, grazie ai meccanismi dell’astrazione, è pur sempre nel circolo vizioso del creato e dei suoi meccanismi che egli si muove, secondo il modo, divenuto normativo, del discorso. Il ritorno alla norma vera consiste dunque nello stabilire l’attenzione perfetta fuori dagli attacchi della dissipazione, nella stabilità del semplice sguardo.
Notiamo dapprima che l’attenzione è, nell’esperienza spirituale, non solamente una concentrazione delle forze divergenti dell’intelletto, la sua somma in un punto, un perfetto raccoglimento che lo libera dallo svolgimento discorsivo e lo stabilisce nell’ “eterno ora di Dio” mediante il silenzio interiore, nell’amore-adorazione. Questo punto di somma perfetta è chiamato “cuore”; quest’ultimo non è la “sede delle emozioni”, come non lo è il cuore anatomico: è il “centro” della vita umana, il luogo da dove scaturisce la vita e in cui essa si ritira in ultimo. Trovare “il luogo del cuore” vuol quindi dire stabilire la propria vita interiore, e dunque la vita senz’altro epiteto, in una perfetta stabilità ed in una sovrana ed immutabile indipendenza, e raggiungere la pace ricercata.
Tutta l’ascesi corporea, che è legata alla sua ricerca ed alla sua utilizzazione, è fondata su di una constatazione psico-fisiologica che ci sembra molto semplice, ma la cui scoperta empirica appartiene al genio: vale a dire sapere che ogni attività psichica comporta una ripercussione somatica e che inversamente gli atteggiamenti e i movimenti del corpo possono favorire, ed anche provocare, stati mentali. Il corpo, in modo sensibile o impercettibile, partecipa ad ogni movimento dell’anima – che si tratti di sentimento, di pensiero astratto, di volizione od anche d’esperienza trascendente. Questa risposta del corpo è duplice: prende parte allo sforzo d’ attenzione del soggetto, e si adatta al suo tema; è universalmente noto che lo sforzo d’attenzione si accompagna con un accigliamento ed un irrigidimento della maschera; che la collera, la gioia ed ogni nostra emozione si esprime in gesti e in atteggiamenti; molti sono coloro che hanno notato che il nostro corpo intero partecipa ad attività mentali le gambe del Pensatore di Rodin “ pensano” con la stessa intensità della fronte. Quanto all’adattamento corporeo al tema del pensiero, non bisogna più farne la prova: la psico-fisiologia ci ha fatto sapere che ad ogni rappresentazione corrispondono sensazioni cenestetiche, attività glandolari, una messa in tensione motrice caratteristiche. Questo duplice processo non si svolge in modo qualunque: se è vero che l’organismo intero partecipa a ciascun avvenimento mentale, non è men vero che, nei diversi casi, sono regioni differenti dell’organismo ad essere interessate in modo dominante, al punto che, all’occasione, tale regione sembra essere la sola messa in azione, e che meccanismi d’esclusione mutua intervengono, legati agli antagonismi fisiologici ben noti. D’altra parte, uno stesso tema, secondo che sia pensato o sentito, che si orienti verso l’azione o resti quiescente, che provochi tale o tal’altro giudizio di valore (e quest’ultimo carattere è importante nella pratica ascetica), mette in opera centri differenti di sommazione dell’essere, di concentrazione dell’attenzione. Il “tema traccia la propria vita”.
Soltanto il pensiero errante, non sostenuto da uno stato timico definito, è sprovvisto di luogo fisico: esso ronza nella testa e sveglia reazioni somatiche passeggere che, all’occasione, possono diventare esse stesse centri d’attrazione per il pensiero che ha dato loro nascita, e fissarlo in modo spesso inatteso. Questo pensiero errante è determinato dal meccanismo complesso delle associazioni d’idee autogene, delle impressioni ricevute dall’ambiente esteriore e delle onde subcoscienti messe in moto a caso dalla meditazione ; questo pensiero ha un valore intellettuale mediocre, ma presenta nella vita ascetica pericoli reali, poiché troppo spesso si comporta come l’apprendista stregone di Goethe. Appena appare un pensiero dirigente o un sentimento centrale, ogni attività psichica vi si unifica intorno, acquista una più grande semplicità, una più grande coesione; il campo di coscienza si restringe e si illumina, e simultaneamente si definisce un luogo di concentrazione dell’ attenzione. L’esperienza degli asceti ortodossi ne ha definito un certo numero e li ha specificati con caratteri somato-psichici che permettono di riconoscerli. Indichiamoli brevemente.

Centro cranico cerebro-frontale

É localizzato, grosso modo, alla regione sopracciliare; forse è preferibile non andare oltre; poiché le testimonianze degli autori non forniscono alcuna base per localizzazioni più esatte; ci sembra (ma ciò è soltanto una semplice supposizione personale) che esso si situi all’ intersezione degli assi orbitali quando lo sguardo si dirige verso la regione frontale. Questo luogo corrisponde ad un pensiero astratto di una intellettualità purissima; può essere molto intenso, molto lucido e penetrante, ma e’ complesso, è instabile in quanto è retto dalle leggi dell’associazione; la sua unificazione intorno ad un tema esige un grande sforzo di concentrazione volontario che ne sospenda il libero gioco anarchico; questo sforzo comporta la fatica, poi si spezza, stremato di forze, e il pensiero si dissipa. È il modo di pensiero comunemente usato quando cerchiamo la soluzione di un problema o quando ci applichiamo a risolvere una difficoltà richiedente tutta la forza viva e tutta l’abilità del nostro intelletto.

Centro bucco-laringeo

Senza abbandonare completamente la regione sopracciliare, il pensiero può legarsi ed in corporarsi alla parola che l’esprime; quest’ultima, invece di essere soltanto pensata, è evocata, sentita, assaporata; acquista una potenza evocatrice propria dell’ordine dei valori emozionali (timici), di cui si carica, e si ripercuote sui pensieri più che nel caso precedente. I termini del pensiero perdono la loro astrazione, si arricchiscono di una certa colorazione timica che mancava ad essi e acquistano un valore rappresentativo più grande; il loro dinamismo tanto più si accresce ; e, tuttavia, il pensiero, essenzialmente discorsivo, fissato debolmente dall’elemento emozionale legato alla parola, resta in gran parte in balia del gioco delle associazioni irrazionali; per mantenersi nei limiti che esso s’ impone, deve lottare; resta instabile, alla lunga si dissipa e muore É tuttavia la forma del pensiero più comune: quella dell’ intelligenza che si esprime nella conversazione, la corrispondenza, e nei primi stadi della preghiera. É alla base dell’orazione giaculatori. Il luogo fisico che gli corrisponde si situa nell’area bucco-laringea.

Centro pettorale

È situato nella parte superiore e mediana del petto; l’orante resta molto vicino ancora alla sua esperienza precedente: pensieri e sentimenti vi vibrano allora al tempo stesso che sono espressi e gustati dagli organi della voce (alta, sussurrata o muta); oppure egli è sulla via del progresso verso il centro d’unificazione e di concentrazione perfette, e allora la sua preghiera resta silenziosa: il silenzio dell’anima, ha detto Sant’ Isacco il Siriaco, è il mistero del secolo a venire. La stabilità del pensiero, già palesemente colorato d’un elemento timico, è molto più grande dei casi precedenti, ma è ancora il pensiero che defluisce la colorazione emozionale e che è modificato da essa; così è ricco e variato malgrado un accrescimento d’unità; non cede spontaneamente; se alla lunga vien meno, non è per effetto di un infiacchimento dello sforzo d’attenzione intellettuale che è minore, in quanto l’intelligenza è sostenuta dalla carica emozionale del pensiero, ma per un crollo della tensione timica.

Centro cardiaco

È situato nella “parte superiore del cuore”, un poco al di sotto della mammella sinistra, secondo i Padri greci; “un poco al di sopra”, secondo Teofano il Recluso, il vescovo Ignazio Briantchaninoff ed altri. Forse, tenendo conto di un insieme di indicazioni disseminate, si potrebbe rischiare di dire che il luogo del cuore sia legato al seno carotideo; ci sembra tuttavia più sicuro non cercare di stabilire corrispondenze anatomiche troppo rigorose e di accontentarci della terminologia approssimativa in uso, poichè una maggiore precisione non insegnerebbe niente a coloro che non conoscono per esperienza i luoghi di cui è questione, e l’approssimazione è più che sufficiente per coloro che sanno ciò di cui si tratta.
L’attenzione è fissata “al di sopra del cuore”, dice Teofano il Recluso, come su una torre d’osservazione da cui lo spirito sorveglia i pensieri e i sentimenti che cercano di introdursi nella cittadella sacra, nel santuario della preghiera.
Il pensiero concentrato nel cuore perviene ad una coesione completa: è sostenuto da un elemento timico indivisibile, di una tale intensità che nulla di estraneo può innestarsi su questo pensiero nè penetrarlo. La potenza della carica emozionale posseduta in sè dal tema che occupa il pensiero e’ sufficiente ad allontanare ogni interferenza estranea ; tutta la vita interiore è “istantaneizzata”, vale a dire stabilita in un Presente duraturo e così ridotta all’unità; ogni emozione potente può essere l’ origine di questo modo di concentrazione: nell’ordine della vita secolare può essere una gioia intensa o un grande dolore; nell’ordine della vita spirituale, è un incontro con il Dio vivente, la percezione della Presenza reale e della realtà della Presenza personale di Dio, esperienza primordiale di ogni vita cristiana.
L’ intelligenza non ha da compiere sforzo alcuno per evitare che l’attenzione si dissipi; essa adempie il suo vero compito; vede e discerne; tutte le sue attività sono aspirate dal di fuori al di dentro, fissate in questo luogo fisico da un attrazione onnipotente e colà mantenute da una forza ad esse estranea, e tuttavia più intima all’anima dell’ anima stessa (Nicola Cabasilas) che ravviva il cuore e fa l’unità nel pensiero. L’ intelligenza, liberata, in virtù di questa beata captività dallo sforzo necessario per concentrarsi su un tema che le sarebbe esteriore, persiste senza fatica nella preghiera o nella meditazione. Libera da ogni lotta, da ogni incertezza da ogni preoccupazione, essa acquista una lucidità una vigilanza, una potenza e uno splendore che le erano fino allora sconosciuti Questo stato cesserà quando la grazia vivificante dello Spirito Santo sospenderà la sua azione. Insieme con queste manifestazioni della sfera noetica, la concentrazione dell’attenzione nel centro cardiaco ha ripercussioni timiche: il sentimento è vivo, fervente, purissimo, spoglio da ogni emozione e da ogni passione: è una pace ardente, inintelligibile e ineffabile; è anche una potenza per le sue esigenze e la sua ripercussione sulla sfera pratica; ed una luce. Lungi dall’oscurare il pensiero, come fanno le emozioni, essa lo sgancia interamente. L’ intelligenza resta pienamente e intensamente cosciente e libera – poichè l’anima, liberata dal suo ripiegamento su se stessa e svicolata non è mai passiva, agita da una forza estranea (lo stato agito è lo stato passionale stesso). Libera, può realizzare la sua vera vocazione che è di attualizzare tutto ciò che Dio ha messo in lei; d’essere pienamente se stessa, vale a dire conforme a Dio, e di diventare il Tempio del Dio vivente: “ La Volontà di Dio”, scrive un teologo russo, “è la libertà per gli angeli, la legge per l’umanità decaduta; non è maledizione che per i demoni”. In questa sinergia di Dio che si dà e della creatura che, per riceverla ed unirsi a Lui, si abbandona attivamente, l’anima talvolta conserva la piena padronanza di sè e può a suo piacimento restare silenziosa orientare la sua preghiera, tal’altra vede sorgere dalle profondità del suo essere che comunica con la vita divina la forma della sua relazione con Dio, prende coscienza del suo essere vero in Dio e si lascia condurre dallo Spirito che la chiama e la guida. Avendo percepito la Presenza, essa dimentica il mondo intero e non vede più che Dio, ma in Lui scopre l’amore che Dio stesso porta alle sue creature e, come sulle onde del riflusso, si trova ricondotta, piena di compassione e di tenerezza ma questa volta con Dio, verso quel mondo che aveva abbandonato per essere soltanto con Lui. Di nuovo a faccia a faccia col suo Signore, prega per questo mondo creato e amato da Dio, comunica con la sua Carità e questa partecipazione la strappa ancora al creato per immergerla in Dio. In altri casi, infine, è un silenzio ineffabile che si fa nell’uomo liberato da sè, ed egli contempla, nel riposo completo di tutte le forze del suo essere, la luce divina increata i misteri del mondo, della sua propria anima e del suo corpo (Sant’Isacco il Siriaco).
Questa esperienza può aver luogo secondo un modo estatico o non. L’estasi, il rapimento, sono, infatti, il segno di una vita mistica elevata; ma lungi dal significarne l’apogeo, traducono l’ incapacità dell’uomo a vivere nella pienezza della vita divina senza perdere contatto con la sua vita individuale particolare: ” L’estasi, dice San Simeone il Nuovo Teologo, non è dei perfetti, ma dei ma dei novizi. L’ideale da raggiungere è una vita d’unione perfetta che sia permanente, inalterabile e nella quale sia integrato l’uomo intero; spirito, anima e corpo, senza urti nè rotture d’ equilibrio, all’immagine di Nostro Signore Gesù Cristo; stato raro e di cui Sant’ Isacco ha potuto dire che appena uno su diecimila può raggiungere,,. Ogni preghiera vera, vale a dire fatta in una perfetta umiltà, con lo spogliarsi di ogni preoccupazione di sè, da un orante che ha fatto la sua pace con Dio, la sua coscienza e il Cosmo abbandonandosi a Dio senza ritorno, come pure ogni meditazione condotta nelle stesse condizioni, è presto o tardi vivificata dalla Grazia dello Spirito Santo. È allora che acquista i caratteri precedentemente citati dell’ordine timico e noetico, è allora che essa diviene il fermento di ogni azione a cui serve da criterio, che si trova ad essere il tutto della vita, che cessa di essere un’attività per diventare l’essere stesso ; allora la preghiera fissa la sua dimora nel luogo cardiaco, permettendo all’orante di adorare Dio dal fondo del cuore e di unirsi a Lui; altresì, il che è fondamentale, tutte le tecniche che permettono di scoprire e di localizzare questo luogo artificialmente, non hanno lo scopo di far scaturire la preghiera, e ancor meno di far nascere complessi d’emozioni somato-psichiche che sarebbero l’oggetto illusorio dell’esperienza mistica. Esse debbono indicare al novizio, cui sono destinate, dove è situato questo centro d’attenzione optima, affinché egli possa, quando sarà venuto il momento, riconoscere che è proprio da quel luogo che nasce la sua preghiera, e fissarvisi; lo stabilirsi dell’attenzione in questo luogo, crea, d’altra parte, le più favorevoli condizioni perchè la preghiera possa essere profonda e stabile ; ma, se è vero che la vera preghiera mette in opera questo luogo fisico dell’attenzione, occorre dire che l’attenzione può trovarvisi fissata al di fuori di ogni preghiera : come ogni artificio, quest’ultimo non può condurre l’uomo che fino a se stesso e non gli assicura alcun superamento ; la preghiera nasce in un atto di fede che ci mette a confronto con l’ Increato, il Dio personale e vivente: essa non dipende da alcun artificio e non può essere conquistata nè con l’astuzia nè con la violenza ; è libero dono di sè, da una parte e l’altra. il corpo non è dunque un organo produttore, ma un criterio oggettivo; ciò che si esige da esso, come pure dal pensiero discorsivo, è il silenzio ed il ritorno all’unità; è attivo, ma non creatore: è, come tutto nell’uomo, una terra fertile in attesa del seme; parte integrante dell’uomo totale, anche esso porterà i suoi frutti di santità, poichè è chiamato alla trasfigurazione, alla resurrezione e alla vita eterna.
Per il maestro il corpo, con tutti i suoi movimenti, è un prezioso strumento di prospezione, in quanto gli permette di discriminare fin dal primo momento certi stati, pur se il loro contesto psicologico è ancora impreciso, o meglio quando il discepolo è ancora incapace di percepire le sfumature della sua vita interiore. La scienza dei Padri in questa materia non è dunque un insegnamento della preghiera e nemmeno della vita interiore, ma una ascesi e una criteriologia dell’attenzione. Ciò equivale a dire l’ importanza di un maestro che guidi il debuttante al tempo stesso nella vita interiore e negli esercizi corporei, che li controlli ed impedisca al novizio di lusingarsi prendendo per effetti della grazia i risultati naturali della sua ascesi. Ogni errore di tecnica e d’interpretazione può, infatti, avere le più nefaste conseguenze, come l’ha provato l’esperienza dei monaci athoniti del XIV secolo e quella dl tutti gli imprudenti e di tutti gli orgogliosi che hanno creduto poter utilizzare senza guida le tecniche somatiche.
Immediatamente al di sotto del cuore, luogo fisico dell’attenzione in una vita spirituale sana, si trova la regione “dei reni e delle interiora” da dove nascono tutte le sensazioni cenestesiche che, ricevute e riprese da uno psichismo peccaminoso, conducono agli stati passionali che turbano il cuore e l’intelligenza. Al loro pieno sviluppo, questi stati si traducono in manifestazioni corporee e mentali che non possono affatto ingannare: sono i desideri sfrenati della carne e dello spirito. Ma all’inizio, queste sensazioni sono abbastanza simili a quelle che descrivono certi mistici e quindi possono sviare il novizio. L’area che le libera e permette ad esse di salire fino alla coscienza chiara o crepuscolare è molto vasta: comprende tutta la regione che è immediatamente al di sotto della mammella. Monaci ignoranti, senza guide, senza esperienza nè discernimento, hanno fatto la crudele esperienza di ciò che introduce nella vita interiore la concentrazione dell’ attenzione su queste zone. Sono i loro errori e le loro disgrazie che hanno, da secoli, alimentato gli argomenti di critica antiesicasta di Barlaam di Seminaria, di Gregorio Acyndinos, di Niceforo Gregoras e dei loro moderni successori più istruiti ma non più illuminati, che hanno trasmesso all’Occidente le loro vedute erronee sull’esicasmo e la teologia palamita, accusando i monaci dell’Athos di cercare, con la contemplazione del loro ombelico ed esercizi di soffocazione, la creazione di stati d’estasi che sarebbero lo scopo ultimo cui pervenire.
Se si mettono da parte i dettagli che specificano i diversi “ luoghi secondari” di questa vasta regione, si può dire che la fissazione dell’attenzione su uno qualsiasi dei centri di questa zona comporti l’oscuramento progressivo del pensiero lucido e della coscienza, che può andare fino alla loro estinzione completa, provocando stati crepuscolari più o meno stabili e più o meno duraturi; l’esacerbazione delle percezioni cenestetiche e, infine, l’ apparizione di manifestazioni passionali, incontrollate, corporee e mentali. Il sentimento libero e lucido,è sostituito dall’emozione somato-psichica passiva; la pace e il riposo attivo delle forze dell’anima dal turbamento e la violenza dei desideri e degli appetiti irrazionali; il silenzio del corpo dal disordine delle passioni e degli impulsi anarchici; la padronanza di sé da uno smarrimento più o meno completo del pensiero e del sentimento che diventano incapaci di comandare i nervi e di reggere il corpo. Ed il tutto porta spesso all’ alienazione mentale e ai disordini fisiologici.
L’uso degli esercizi corporei esige in modo più assoluto un maestro sperimentato e vigilante, e, da parte del discepolo, una grande semplicità e un abbandono attivo e fiducioso; le sue difficoltà aumentano, come pure i pericoli, con la complessità psichica del novizio e con l’ attitudine che dà la nostra educazione moderna a “guardarsi vivere”, invece di vivere. Questa ascesi, come abbiamo detto parecchie volte, modella una forma e non ha senso che per il contenuto che vi si trova inserito; si collega in maniera necessaria ad un ascesi mentale. Dobbiamo dare ora una descrizione delle tecniche stesse.

Tecnica diretta, fondamentale

Due maestri ce la fanno conoscere nei loro scritti: San Gregorio Il Sinaita, che, nel XV secolo, introdusse la Preghiera di Gesù sul monte Athos e ne fu l’instancabile propagatore; e San Simeone il Nuovo Teologo che fu il maestro eminente dell’ XI secolo.

San Gregorio il Sinaita:

“Siedi su di un seggio basso, fa discendere la intelligenza dalla testa nel cuore e mantienila in questo luogo; poi, penosamente inclinato fino a risentire un vivo dolore nel petto, nelle spalle e nel collo per la tensione dei muscoli, grida di cuore e di spirito: Signor Gesù Cristo, abbi pietà di me! Ciò facendo, trattieni il respiro, non respirare con troppo ardire, in quanto ciò può dissipare il pensiero. Se pensieri sopravvengono, non prestarvi attenzione quand’anche fossero semplici e buoni, e non solo vani ed impuri. Trattenendo la respirazione per quanto puoi, imprigionando la tua intelligenza nel cuore e moltiplicando pazienemente i tuoi appelli al Signore Gesù, tu spezzerai e annienterai rapidamente questi pensieri con i colpi invisibili che infligge loro il Nome Divino. San Giovanni Climaco dice: “Colpisci i tuoi avversari col Nome di Gesù; non esiste arma più; potente sulla terra o nei cieli”. Quando il tuo pensiero verrà meno, quando il tuo corpo e il tuo cuore saranno divenuti doloranti a forza di piantare in essi con frequenza il nome di Gesù, sicchè ogni occupazione avrà cessato di apportar loro il calore e la gioia necessari per sostenere lo zelo e la pazienza di colui che vi si dedica, allora (soltanto) alzati e solo o col tuo discepolo, salmodia o esercita il pensiero su tale passaggio delle Scritture o rifletti alla morte oppure leggi o dedicati al lavoro manuale o a qualche altra occupazione che faccia penare il tuo corpo”.

San Simeone il Nuovo Teologo:

“Devi in primo luogo vegliare a tre cose : prima, a non avere alcuna preoccupazione, buona o cattiva; in secondo luogo, devi avere una coscienza pura in tutto che nulla ti rimproveri; e per terzo, ad avere un distacco perfetto in modo tale che il tuo pensiero non inclini verso alcuna attrazione di questo mondo. Avendo fortemente stabilito tutte queste disposizioni nel tuo cuore, stai in un luogo ritirato, solo, in un angolo; chiudi la porta, concentra la tua intelligenza, allontana da essa ogni oggetto temporale o vano, appoggia fortemente la barba contro il petto; trattieni un pò la respirazione, fa discendere la tua intelligenza nel cuore mentre dirigi al tempo stesso su di esso gli occhi del corpo tuo, e presta attenzione a ciò che avviene ; costringi l’ intelligenza a restarvi legata e cerca col pensiero di trovare il luogo dove si trova il cuore affinchè la tua intelligenza vi si fissi completamente. Dapprima vi incontrerai le tenebre e la pena; ma poi, se perseveri in questo esercizio d’attenzione notte e giorno, tu ne ricaverai una gioia incessante. L’intelligenza, a forza di sforzarvisi, troverà il luogo del cuore, ed allora vedrà presto cose che mai ha visto e di cui non ha nozione: si vedrà luminosa, piena di saggezza e di discernimento. Ed allora, da qualsiasi parte possa venire un pensiero illegittimo, prima ancora che penetri nel cuore e vi introduca una qualsiasi immagine, l’ intelligenza lo scaccerà e l’ annienterà dicendo: Signore Gesu’ Cristo, abbi pietà’ di me! È a partire da questo momento che essa comincia ad avere risentimento ed odio per i demoni, li insegue, li colpisce e li annienta. In merito alle altre cose che avvengono nello stesso tempo, tu apprenderai a conoscerle più tardi con l’aiuto di Dio, da te stesso, con la tua propria esperienza, nella misura stessa in cui custodirai nel tuo cuore Gesù, vale a dire la preghiera indicata: “ Signor Gesù, abbi pietà di me!”.

Tecnica mediata accessoria

San Niceforo l’ Astinente ci dice: “Prima di tutto, che la tua vita sia libera da ogni agitazione, da ogni preoccupazione, sii in pace con tutti. Poi, ritirati nella tua cella, chiudi la porta dietro di te; siedi in qualche angolo e fai quanto ti dirò. Concentra il tuo spirito e fai seguire, per raggiungere il cuore, il cammino che segue l’aria, e costringilo a discendere nel cuore con l’aria che inspiri. Abitualo a non abbandonare questo luogo troppo presto, in quanto al principio esso soffre molto di restare così rinchiuso ed allo stretto, ma quando vi si abitua non vuol più errare al di fuori”.

Tecnica mista

Consiste nella sincronizzazione di un certo numero di battiti del cuore con ognuna delle fasi della respirazione, e nell’adattamento, ad ogni battito del cuore, di uno dei termini della Preghiera di Gesù.

Ulteriori consigli

A coloro che non ottenessero accesso al luogo del cuore con i mezzi precedenti, San Niceforo l’Astinente dà questo consiglio: “La facoltà d’elocuzione risiede nella laringe. Utilizzala dunque a ripetere incessantemente la preghiera di Gesù. Al principio, l’attenzione vi resterà estranea: a poco a poco tuttavia l’ intelligenza presterà ascolto alle parole, l’attenzione si fisserà su di esse; poi il cuore ne sarà commosso e la preghiera ti introdurrà da se stessa, senza sforzo da parte tua, nel suo santuario”.
Questa tecnica è essenzialmente differente dalle precedenti; scandalizza spesso coloro che ne sentono parlare, per ciò che vi è in essa di deliberatamente meccanico; come ammettere, come accettare, anche all’ inizio, l’assenza cosciente e consentita di attenzione; come questa preghiera fatta senza prestarvi attenzione può essere o divenire un atto pio? Noi ci troviamo qui di fronte al realismo senza reticenze dei Padri e alla loro straordinaria penetrazione: agli incapaci essi offrono una via che li condurrà alle più autentiche realizzazioni dello spirito ed essi sanno lottare contro ogni nostro nemico spirituale con le sue proprie armi: agli automatismi del pensiero, oppongono un automatismo che potrà vincere i suoi avversari, in quanto è ancora più semplice di loro; al concatenamento anarchico voluto dalle circostanze della vita di relazione, essi oppongono un ritmo autonomo poiché libera dall’ambiente colui che lo mette in moto, ma anche personale, poiché ognuno si sceglie il proprio e lo installa sui ritmi profondi del suo essere fisiologico e psicologico. La nostra esperienza, pur così povera, malgrado la sua apparente complessità, non ci insegna forse che l’attenzione analitica del nostro intelletto, molto spesso, dissipa la concentrazione, ne spezza l’unità profonda, disperdendone ‘lo sforzo su una moltitudine di oggetti? Invece la ripetizione monotona, ritmica, senza fretta e senza splendore, di una formula unica, breve ma possente in virtù delle rappresentazioni mentali che vi si legano e della Presenza reale di Dio, fa il silenzio nell’ intelletto, unifica l’attenzione sul piano timico e realizza in fin dei conti la piena concentrazione. È da questa esperienza che è nata l’orazione giaculatoria

Consigli di Teofano il Recluso

Teofano il Recluso dice “Sii come una corda di violino regolata su di una nota giusta. Senza illanguidimento nè tensione: il corpo eretto, le spalle in giù, il portamento della testa comodo, la tensione di tutti i muscoli orientata verso il cuore”.
È particolarmente interessante notare il giudizio che dà questo grande maestro di vita interiore sui metodi classici dell’esicasmo. Essi sono, egli dice, in sostanza, il frutto e la prova di una esperienza spirituale autentica. Hanno portato ad una conoscenza preziosa delle regole e delle vie della vita interiore, e hanno mostrato in particolare con evidenza l’importanza della dignità del corpo fin da questa vita nel nell’opera della salvezza e nella via di unione. Tuttavia costituiscono un pericolo per i novizi senza maestro poichè potrebbero soppiantare in essi l’opera spirituale stessa e indurli a prendere per carismatici stati naturali divenuti inabituali per noi.
Le tecniche classiche possono tuttavia, secondo lui, essere consigliate a coloro il cui cuore si è disseccato e chiuso nel formalismo dei riti e delle regole, e che non conoscono più che la forma senza vita della religione. La concentrazione dell’attenzione al cuore, per tutto ciò che comporta come ripercussioni somato-psichiche può far loro ritrovare l’emozione naturale e la vita, e condurli, sotto una direzione molto sicura, ai sentimenti apassionali della vera vita interiore.
É necessario dire una volta di più che tutte queste tecniche non costituiscono la vita in Dio, come non lo sono nemmeno la preghiera e la meditazione: esse fanno parte di una ricca ascesi liberatrice che abbraccia tutto l’essere e che è per natura negativa. Quando l’attenzione è stata unificata nel luogo di perfetta concentrazione e pronta a ricevere e ad elevare la sua preghiera, allora soltanto comincia l’opera spirituale.
Per la loro forma e per il loro tenore, la preghiera e la meditazione debbono essere fattori di coesione e di unità. Abbiamo consacrato al loro studio la introduzione e l’ultimo capitolo di un saggio pubblicato nel 1948 in Etudes Carmélitaines; vi rinviamo il lettore curioso di maggiori dettagli, poichè le tecniche mentali dell’esicasmo sono da loro sole un vastissimo soggetto. Tuttavia, prima di terminare questa esposizione, vogliamo dire una parola a proposito delle analogie che sono state segnalate fra il metodo esicasta e il Training Autogeno. In un articolo disgraziatamente troppo breve, il dottor Paul Zacharias cerca di stabilire un parallelismo fra i metodi psicoterapici di Autogenes Training e quelli che noi abbiamo descritti in questo articolo: egli trova che si è di fronte a due tecniche, non soltanto analoghe, ma quasi identiche; una sola cosa sembra mancare all’esicasmo: gli esercizi di risoluzione muscolare e nervosa. Noi non siamo certi che una intera giustizia sia stata fatta a qualcuna delle condizioni preliminari, sia di postura e sia mentali; forse una analisi più larga e più spinta dei due termini in presenza permetterebbe di precisare le analogie e di discernere qualche differenza passata sotto silenzio. Sembra tuttavia interessante osservare che uno psicologo di mestiere riabiliti nel suo dettaglio un’ascesi che è in uso denigrare in nome della scienza.

A questo indirizzo il testo: “L’esicasmo yoga cristiano” di Anthony Bloom: L’esicasmo yoga cristiano

Fonte: http://dimensionesperanza.it/aree/ecumene/chiese-cristiane/item/3882-l-esicasmo-yoga-cristiano-anthony-bloom-.html

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