Cenni di storia dell’ortodossia dell’archimandrita Placide Deseille

La Chiesa indivisa del primo millennio

I primi tre secoli della Chiesa sono stati contrassegnati da fatti importanti: la notevole espansione del cristianesimo nell’Impero romano e la feroce persecuzione dei cristiani in determinati periodi, fino alla convenzione di Milano (313) con cui l’imperatore Costantino il Grande concedeva libertà di culto ai seguaci di Cristo.

Gli apostoli e i loro primi  successori fondarono molte chiese nelle città principali dell’Impero romano. In ogni città c’era una comunità cristiana di base, presieduta da un vescovo che, nominato originariamente dagli apostoli, era aiutato da presbiteri e diaconi. Questo tipo di organizzazione dal triplo ministero già verso la fine del I secolo era ben consolidato; è quanto appare con chiarezza già dagli Atti degli Apostoli e se ne fa menzione nelle lettere scritte tra 95 e 98 da san Clemente vescovo di Roma e verso il  107 da Sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, mentre si recava a Roma dove sarebbe stato martirizzato. Sant’Ignazio fu il primo ad esprimere chiaramente che la comunità cristiana locale è Chiesa, idea che rimane il cuore della concezione ortodossa.

La preoccupazione principale dei cristiani, durante questo primo periodo, era innanzitutto la celebrazione della fede e la testimonianza di questa fede in un ambiente sovente ostile.

I primi discorsi esplicativi della fede cristiana sono stati scritti a partire dal II secolo, sono  quelli di Ireneo di Lione, di Giustino, di Clemente di Alessandria, di Origene, di Tertulliano, scritti spesso per la necessità di spiegare la fede di fronte al paganesimo e ai filosofi ellenisti all’esterno della Chiesa e di precisarla di fronte agli insegnamenti erronei che la minacciavano dall’interno. Ma dopo la decisione rivoluzionaria nei confronti del cristianesimo da parte dell’Imperatore Costantino, nell’anno 313, le grandi controversie dottrinali hanno scosso per secoli la Chiesa. Come notato, accennando alle principali dottrine elaborate dai sette Concili ecumenici, la Chiesa ha conservato “la vera fede” ponendo e difendendo i dogmi necessari alla fede. Ciò però è avvenuto non senza problemi, perché certe parti della Chiesa non hanno accettato tutte le decisioni dei Concili.

La prima frattura importante della Chiesa è avvenuta tra il IV e il V secolo a seguito delle controversie cristologiche. La Chiesa di Persia divenne nestoriana e fu rotta la comunione tra le Chiese “calcedonesi” (Roma e Costantinopoli), che accettarono le decisioni del Concilio di Calcedonia nel 451 e le Chiese “anticalcedonesi”: le Chiese di Armenia, di Siria (la Chiesa giacobita), di Egitto (la Chiesa copta), di Etiopia e dell’India.

Nei primi secoli, il cristianesimo, universale nella sua missione, si espresse in tre culture  maggiori: semitica o “orientale”, greca e latina. La prima grande scissione della Chiesa spaccò quasi completamente i semiti e gli altri orientali, lasciando i greci e i latini. In questo periodo, greci e latini formavano una sola Chiesa, testimoniando nelle loro rispettive sfere il messaggio evangelico e lottando contro le eresie, la maggior parte delle quali sono sorte nel mondo greco, fortemente influenzato dai filosofi ellenisti. E’ notevole, ad esempio, che i papi di Roma, nella  lunga e talora sanguinosa disputa delle icone che non toccava affatto l’Occidente, abbiano sostenuto la dottrina ortodossa.

Nel primo millennio dell’era cristiana, la Chiesa intera era essenzialmente “ortodossa”: architettura delle chiese e arte iconografica (icone e non statue o quadri originali secondo il gusto e l’estro del singolo pittore), liturgia e sacramenti, spiritualità e disciplina ecclesiastica (non esisteva il celibato del clero, come ancora oggi nella Chiesa ortodossa) in Occidente come in Oriente erano molto simili, se non proprio identiche a ciò che si trova ancora oggi nell’ortodossia. Per lunghi secoli ci fu comunione di dogma, di liturgia, di usanze e leggi, di mentalità e sensibilità religiosa: comune ad esempio era la concezione (tipica ancor oggi nell’ortodossia) della struttura della Chiesa, fondata sulla pienezza (plèroma) della partecipazione attiva di clero, popolo e monachesimo; i vescovi venivano concepiti come rappresentanti delle chiese locali, molto autonome le une rispetto alle altre; tutto questo trovava segno di unione visibile e storico non in una persona particolare, ma in una collegialità espressa dalla comunione delle cinque Chiese principali: Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, la  “pentarchia”  il cui ordine di precedenza rifletteva l’importanza delle Chiese. Il popolo aveva (come ancora oggi nella Chiesa Ortodossa) la possibilità di annullare le decisioni di un concilio (Efeso 449, Firenze 1438-39) e di accettare o rifiutare l’ordinazione di un vescovo o di un sacerdote: come si sa, in effetti, finché Roma fu un patriarcato ortodosso, era il popolo romano a eleggere direttamente il papa; il sistema chiuso del Conclave fu imposto nel 1071 dal primo papa tedesco, Gregorio VII, uno dei maggiori responsabili della diversificazione tra Occidente ed Oriente. 

Lo scisma tra Oriente e Occidente

La Chiesa di Roma, per ragioni insieme politiche ed ecclesiali, finì col subire l’influenza del sistema feudale franco-germanico e avviò, non senza resistenze e contestazioni interne, quelle trasformazioni che la portarono, mano a mano che si feudalizzava, fuori dalla comunione con gli altri patriarcati. Insieme con le trasformazioni giuridiche, che portavano il sacerdozio ad assumere poteri monarchici non solo nella sfera spirituale, escludendo il popolo e il monachesimo dal tradizionale ruolo attivo, poco a poco venivano anche modificati dogmi, sacramenti, teologia, spiritualità, liturgia e arte liturgica.

Le ragioni profonde della separazione, le sole che ne spiegano la durata, sono propriamente religiose. Innanzitutto la questione della processione dello Spirito Santo, il Filioque. Tuttavia, la causa principale dello scisma fu di fatto la questione dell’autorità del papa. I papi dell’epoca (IX e X secolo) tentarono di trasformare un primato d’onore in un potere giuridico diretto su tutte le Chiese, nonostante i diritti tradizionali dei vescovi e dei patriarchi delle altre Chiese. Nel secolo XI, la riforma gregoriana volle sottomettere direttamente al papa non solamente i vescovi, ma anche i re e in quel contesto rivendicò l’infallibilità del sovrano pontefice, dottrina occidentale che sarà elevata a dogma dal Concilio Vaticano I  nel 1870.

Nel 1054, una delegazione del papa Leone IX, mandata a Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, per negoziare un’alleanza politica ed una unione delle Chiese, depose sull’altare di Santa Sofia, la Chiesa imperiale di Costantinopoli, una sentenza di scomunica del patriarca Michele Cerulario, il quale a sua volta scomunicò il papa. Le reciproche scomuniche saranno tolte soltanto nel 1965 dal papa Paolo VI e dal patriarca Atenagora I, durante uno storico incontro a Gerusalemme.

L’irreparabile era stato consumato nel 1204: la IV crociata, deviata dalla Terra Santa per ragioni commerciali e politiche dai veneziani, si diresse su Costantinopoli;  la città fu saccheggiata, le icone e le reliquie furono profanate o rubate, sul trono patriarcale fu piazzata una prostituta, un veneziano fu nominato patriarca di Costantinopoli e un crociato divenne imperatore di Costantinopoli. Nel 1261 gli imperatori crociati furono allontanati da Costantinopoli, che ridivenne capitale dell’Impero Romano Ortodosso, erede della civiltà greco-romana e guardiano della fede ortodossa. Quell’ingerenza franco-latina, però, diede un colpo mortale all’Impero ortodosso, che lentamente crollò di fronte al potere sempre più grande dei musulmani turchi venuti dall’Asia.

L’ortodossia dopo lo scisma

Già nel IX e X  secolo, Costantinopoli fu missionaria in Europa orientale, dal Caucaso ai Carpazi e sino al circolo polare. I santi Cirillo e Metodio tradussero la Bibbia e la liturgia in slavo per i moravi, dando ai popoli slavi una lingua scritta, che costituisce ancora oggi la lingua liturgica di parecchi popoli slavi. I bulgari e i serbi  furono battezzati nel IX secolo e i russi del principato di Kiev nell’anno 988. Costantinopoli organizzò le nuove Chiese in metropoli ampiamente decentralizzate, ma il loro vescovo principale o metropolita viene consacrato dal patriarca di Costantinopoli.

Con la distruzione della Rus-Kiev ad opera dei mongoli ed il ripiegamento delle popolazioni nelle foreste del nord-est, la Chiesa russa divenne la guardiana dell’anima nazionale. Nel XIV secolo, sotto l’impulso e la guida di san Sergio di Radonetz i monasteri si moltiplicarono, diventando centri di cultura cristiana e l’iconografia ortodossa conobbe uno dei suoi apogei, in particolare nel XVI secolo, con i grandi centri di Novgorod, Mosca e Pskov. La Chiesa russa a sua volta divenne missionaria, convertendo molti mongoli e le tribù finniche del Nord.  I missionari ortodossi raggiunsero Pechino nel 1714, poi, alla fine del XVIII secolo, le Isole Aleutine e l’Alaska – origine dell’Ortodossia nell’America del Nord.

Dal XIII secolo, al fine di ottenere dall’Occidente aiuto militare contro il potere turco che minacciava l’Impero,  gli imperatori ortodossi cercarono di riavvicinarsi a Roma. Fu in tale contesto che, nei Concili di Lione (1274) e di Ferrara-Firenze (1438-39), i rappresentanti ortodossi, spinti dall’imperatore, capitolarono di fronte alle pretese romane riguardo all’autorità del papa e al filioque. Ma le conclusioni di quei Concili furono respinte dal popolo e dal clero, che rimasero fedeli alla fede ortodossa.

Nel 1453 i turchi s’impadronirono di Costantinopoli, fu la fine dell’Impero romano ortodosso e la Russia divenne il baluardo dell’Ortodossia. Sotto l’Impero ottomano, la Chiesa fu ora perseguitata e ora tollerata; i quattro patriarcati tradizionali di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, ebbero per secoli un’esistenza precaria, che dura fino ad oggi in tutto il Medio Oriente. Nello stesso tempo però, i grandi centri di spiritualità ortodossa, in particolare i monasteri di Santa Caterina sul Sinai e quelli del “Santo Monte”, il Monte Athos in Grecia, continuarono a splendere anche sotto la dominazione musulmana.

La Grecia fu liberata dal giogo ottomano nel 1832, la Bulgaria e la Serbia nel 1878 e le loro Chiese divennero autocefale. Nel XX secolo, la Chiesa di Grecia conosce una vera rinascita spirituale, con movimenti religiosi ed eminenti teologi, quali Christos Yannaras, Panayotis Nellas e Giovanni Romanìdis ed un vigoroso risveglio monastico femminile e maschile guidato dalle grandi figure di asceti moderni che il Monte Athos continua a produrre.

Dal Santo Monte, come viene comunemente chiamato dagli ortodossi l’Athos, era partito quello che si chiama il“rinnovamento filocalico” della spiritualità ortodossa nel XIX e XX secolo. Nel 1782 un monaco del Monte Athos, san Nicodemo l’Aghiorita e il vescovo di Corinto Macario, pubblicano a Venezia una monumentale Filocalìa (“amore della bellezza”), un florilegio di testi spirituali nella grande tradizione esicasta risalente ai Padri del Deserto del IV e V secolo, passando attraverso i grandi spirituali della Chiesa d’Oriente fino al XIV secolo. Tradotta da un monaco ucraino stabilitosi in Moldavia, san Païssi Velitchkovsky, la Filocalìa slava, poi russa, diventa la fonte della rinascita spirituale della Chiesa russa nel XIX secolo. Questa rinascita attinge le sue radici nell’esicasmo, segnatamente la preghiera di Gesù e raggiunge il suo apogeo in personaggi come san Serafino di Sarov e i santi starets del monastero di Optino. Questo rinnovamento filocalico è l’ispirazione del famoso “Pellegrino russo” e continua ad influenzare non soltanto il mondo ortodosso, ma anche l’Occidente.

Nel XX secolo, dopo la rivoluzione bolscevica, tutta la violenza dell’ateismo e del materialismo moderni si è rovesciata sulla Chiesa russa, poi a partire dal 1945 sulle Chiese ortodosse di parecchi paesi dell’Europa dell’Est. Dal 1918 al 1941, la Chiesa Russa ha subito una delle persecuzioni più terribili che il mondo cristiano abbia conosciuto, con centinaia di migliaia di martiri. La maggior parte delle chiese, i monasteri e i seminari furono chiusi, fu vietata ogni forma di catechesi, nel 1925 fu sospeso il Patriarcato e buona parte della gerarchia si sottomise allo stato comunista. Durante la Seconda guerra mondiale, Stalin “normalizzò” le relazioni con la Chiesa, diverse chiese furono riaperte e anche qualche monastero, alcuni seminari e accademie di teologia. Un nuovo periodo di persecuzione, non sanguinosa ma asfissiante, si abbatté sulla Chiesa tra il 1960 e il 1964 e poi ancora tra il 1979 e il 1985. Soltanto con la caduta del regime comunista, mentre era  al potere Gorbaciov, alla fine degli anni ottanta, la Chiesa ortodossa in Russia è uscita dall’ombra in cui era vissuta per 70 anni.

L’incontro dell’ortodossia con l’Occidente

Rimasta isolata per molto tempo dai movimenti religiosi dell’Occidente, lo scisma occidentale  della Riforma fu considerato a lungo come questione che non la riguardasse, solo a cominciare dagli anni cinquanta la Chiesa ortodossa si è aggiunta alla globalizzazione delle discussioni religiose. La presenza di numerose comunità ortodosse in Occidente, il formarsi del Consiglio ecumenico delle Chiese nel 1948, lo svolgimento del Concilio Vaticano II nel 1964-68, il ripristino della libertà religiosa nei paesi comunisti, per il mondo ortodosso sono state altrettante occasioni per prendere coscienza di sé e definirsi di fronte alle altre confessioni cristiane. I principali Patriarcati per esempio hanno partecipato al Consiglio ecumenico delle Chiese, pur avendo delle riserve riguardo alle tendenze spirituali e sociali – riserve che recentemente hanno obbligato alcuni Patriarcati ortodossi a rivedere la propria adesione al Consiglio ecumenico.

Uno dei grandi avvenimenti spirituali del XX secolo è stato l’incontro dell’Ortodossia con l’Occidente, grazie soprattutto alla presenza in Occidente della diaspora ortodossa, ucraina, russa e greca soprattutto, ma anche rumena, serba ed araba. Già alla fine del XIX secolo c’era in Europa occidentale e in America settentrionale un’importante presenza di immigrati ortodossi. La Prima guerra mondiale e soprattutto i massacri del 1922 scatenati da Kemal Ataturk provocarono l’arrivo massiccio di rifugiati greci cacciati dalla Turchia. A partire dal 1920 dilagarono ondate di emigrati russi, cacciati dalla patria a causa della rivoluzione bolscevica. Fra questi, una parte dell’élite culturale russa si stabilì principalmente in Francia. L’indomani della seconda guerra mondiale, ad una seconda ondata di emigrati russi si aggiunsero Rumeni, Bulgari e Serbi. Dopo la crisi libanese, molti arabi cristiani provenienti dal Libano e dalla Siria si sono stabiliti  in Europa ed in America del Nord. Ai nostri giorni, una terza ondata di immigrazione russa e balcanica, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica, sta aumentando nei paesi occidentali la presenza di popolazioni venute dalla tradizione ortodossa.

Alla fine degli anni venti appaiono alcune “Ortodossie occidentali”, parrocchie che utilizzano nella liturgia le lingue occidentali. Esse sono scaturite sia dall’insediamento progressivo degli immigrati e dei loro discendenti nei paesi di accoglienza, sia dalla conversione di occidentali dal protestantesimo e dal cattolicesimo. La prima liturgia celebrata in francese risale al 1927 e la prima parrocchia francofona fu fondata a Parigi nel 1928. Così si sono formate parrocchie e diocesi che utilizzano nella liturgia il francese, l’inglese, il tedesco e ultimamente anche l’italiano. 

L’ortodossia in Italia

In Italia la presenza ortodossa è antichissima. Anche se già dall’XI secolo i normanni avevano strappato a Costantinopoli Calabria, Puglia e Sicilia, non riuscirono tuttavia ad imporre immediatamente il cattolicesimo. L’ortodossia nell’Italia meridionale sopravvisse a lungo e solo nel periodo della Controriforma (dal XVI secolo in avanti) essa venne faticosamente estirpata dall’Inquisizione. Tracce consistenti di questo recente passato rimangono in varie tradizioni e memorie popolari calabresi e pugliesi, nei toponimi e nella venerazione di numerose figure di santi locali del nostro meridione, che la Chiesa ortodossa commemora nel suo calendario.

Nei principali porti italiani da tempi immemorabili sono stabilmente insediate piccole comunità greche, la più importante delle quali è ancor oggi Venezia. Dopo la caduta di Costantinopoli la comunità greca veneziana divenne un centro della massima importanza grazie alla presenza di un vescovo ortodosso e alla prima tipografia moderna, che negli anni più duri della dominazione ottomana pubblicava liberamente i libri per la madre patria oppressa.

Il nuovo Concordato firmato tra il Vaticano e il Governo italiano nel 1984 offriva agli ortodossi presenti in Italia una migliore possibilità di esprimere il loro culto. Nel 1989 Sua Santità Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, fondava la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, consacrando dopo secoli, il primo Metropolita Ortodosso d’Italia.  La Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, riconosciuta come Persona Giuridica agli effetti civili dalla Repubblica Italiana già dal 1993, ha come scopo l’assistenza religiosa, spirituale, morale e sociale di tutti i cristiani ortodossi residenti in Italia senza distinzione di lingua, passaporto, provenienza, nazionalità. Il nucleo fondatore è costituito da chierici e fedeli greci appartenenti al Patriarcato di Costantinopoli, a cui l’Italia ha sempre fatto riferimento, come sopra ricordavamo. Ad essi si sono aggiunti chierici e fedeli russi, romeni, serbi, bulgari ucraini, moldavi, albanesi e recentemente anche italiani convertiti all’ortodossia.

Il 4 aprile 2007 ha segnato una svolta storica per l’ortodossia in Italia: il capo del Governo, Romano Prodi firmava l’intesa con Sua Eminenza Gennadio, arcivescovo ortodosso d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale. I nuovi accordi presi con lo Stato Italiano permetteranno alla Chiesa ortodossa non soltanto di godere di quella tolleranza che in Italia le è concessa da una ventina d’anni, ma anche di potersi sviluppare e meglio organizzare a favore di tutti i fedeli ortodossi che vivono attualmente nella nostra penisola (circa un milione) potendo beneficiare delle risorse derivanti dall’8 per 1000.

In Italia la massiccia ed improvvisa presenza di centinaia di migliaia di immigrati dall’Europa dell’Est ha richiesto la presenza di chierici appartenenti anche ad altri patriarcati, soprattutto a quello di Mosca e di Bucarest. La comunione sacramentale e dogmatica con i sacerdoti di questi patriarcati è piena, anche se giuridicamente prestano obbedienza ad altri metropoliti che non risiedono in Italia. E’ importante tener presente che l’idea secondo cui la nazionalità e la chiesa devono coincidere, anche se attualmente serpeggia fra alcuni ortodossi e non, che la incoraggiano, è stata condannata come eretica due secoli fa, quando fu espressa la prima volta. Il nazionalismo ecclesiastico è un’eresia: i patriarcati nazionali, le chiese autocefale di recente formazione, come gli stessi patriarcati antichi, sono solamente suddivisioni amministrative dell’unica Chiesa ortodossa, la quale ritiene di essere la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. La prima vera patria degli ortodossi dunque è la Chiesa ortodossa: non importa in quale lingua si celebri, non importa a quale patriarcato appartenga, non importa la provenienza etnica del sacerdote o dei fedeli.

La presenza delle popolazioni di immigrati di tradizione ortodossa in Italia e in genere in Occidente consente un contatto vero tra le due grandi tradizioni del cristianesimo. I cristiani occidentali possono scoprire nelle nostre parrocchie le tradizioni spirituali e liturgiche del cristianesimo antico, accuratamente trasmesse ed arricchite per secoli nella Chiesa ortodossa, rimasta fedele agli insegnamenti dei Padri e dei Concili ecumenici.

Fonte: https://italyofmyheart.wordpress.com/2015/09/09/cenni-di-storia-dellortodossia-dellarchimandrita-padre-placide-deseille-francia-italian/

 

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