“Il metodo di preghiera del pellegrino russo” di Tomas Spidlik

Il metodo del pellegrino russo, che si può seguire tappa dopo tappa nei “Racconti”, sebbene faccia spesso riferimento alla “Filocalia” non è del tutto uguale a quello insegnato da essa. La narrazione comincia col porre la questione fondamentale che da secoli occupava i monaci: quella della preghiera perpetua.

“Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per opere grande peccatore, per vocazione pellegrino senza dimora, del ceto più basso, errante di luogo in luogo. Il mio patrimonio è: sulle spalle una bisaccia col pane secco, sotto la camicia una Bibbia. Tutto qui. Una volta, era la ventiquattresima domenica dopo la festa della Trinità, entrai in una chiesa a pregare durante la liturgia. Stavano facendo la lettura, tratta dalla lettera ai Tessalonicesi, al passo in cui è detto: pregate incessantemente. Queste parole mi si radicarono nella mente e cominciai a pensare: come è possibile pregare incessantemente, se ciascuno deve per forza preoccuparsi anche di tante altre cose per il proprio sostentamento? Cercai nella mia Bibbia e anche lì trovai scritto che occorre pregare incessantemente, pregare in ogni istante con lo spirito e levare le mani in preghiera in ogni luogo … Pensai a lungo, senza trovare una soluzione … Che fare, pensai, dove trovare una persona che possa spiegarmi queste cose? Andrò in giro per le chiese più famose per i loro predicatori: chissà che non senta una buona spiegazione”.

Ma la ricerca di spiegazioni si rivela più difficile del previsto. Più tardi il pellegrino lo confiderà al suo starec: 

“Iniziai quindi a girare per le chiese per ascoltare prediche sulla preghiera, ma per quante ne ascoltassi non trovavo indicazioni su come pregare incessantemente. Parlavano molto della preparazione alla preghiera attraverso opere di fede, imprese ascetiche o virtù, per la cui attuazione le forze di un povero peccatore non sono sufficienti. Tutto questo non faceva che destare in me timore e sconforto, senza insegnarmi cosa significhi pregare incessantemente e come ciò sia possibile. Leggevo spesso la Bibbia per confrontarla con quel che ascoltavo, ma senza raggiungere la sospirata conoscenza; compresi soltanto che quelle prediche non dicevano le stesse cose della Bibbia, anzi, a volte mi sembrava che affermassero proprio il contrario”. Il pellegrino giunge quindi a una conclusione: “Così dunque, dopo aver ascoltato tutte queste prediche senza ricevere alcuna spiegazione su come si possa pregare incessantemente, io smisi finalmente di ascoltare i sermoni pubblici e decisi di cercare, con l’aiuto di Dio, un interlocutore esperto e sapiente che fosse in grado di illuminarmi sulla preghiera incessante, poiché sentivo per questa un’attrazione irresistibile”.

Fatta, in questo modo, la critica degli insegnamenti ordinari che si danno sulla preghiera, il pellegrino incontra uno starec esperto nella preghiera di Gesù, secondo la Filocalia. Si rivolge, quindi, a lui:

“Reverendo padre, fatemi la grazia di spiegarmi che cosa sia l’incessante preghiera interiore e come si possa apprenderla. Vedo che voi ne avete una profonda conoscenza”. Lo starec accolse amorevolmente questa mia richiesta e mi invitò a seguirlo: “Vieni con me. Ti darò un libro dei santi Padri che ti farà comprendere ogni cosa con chiarezza e precisione, e con l’aiuto di Dio ti insegnerà a pregare”.

Leggono insieme i brani più caratteristici che si trovano nella Filocalia e che parlano della necessità di una preghiera continua. L’ideale è dunque tracciato, ma bisogna raggiungerlo pian piano. Il primo grado è, come in tutte le preghiere, l’abitudine a recitare la formula con la bocca, oralmente. Il pellegrino russo riceve dallo starec l’ordine di recitare tremila preghiere al giorno.

“Accolsi con gioia il suo precetto e tornai alla mia capanna. Mi misi ad eseguire fedelmente e scrupolosamente questa regola, così come mi era stata insegnata dallo starec. I primi due giorni mi sembrò piuttosto difficile, ma poi tutto divenne più agevole; quando non pronunciavo queste parole, sentivo dentro di me la necessità di ripetere ancora la Preghiera di Gesù, che sgorgava dalle mie labbra spontanea e lieve, senza la costrizione delle prime volte”.

Lo scopo di questa prima impresa fu, quindi, quello di acquistare un’abitudine, anche se ancora puramente esterna: il movimento delle labbra.

“Raccontai tutto ciò allo starec; egli mi ordinò allora di recitare seimila volte al giorno la preghiera, e aggiunse: “Stai tranquillo e cerca soltanto di recitare il numero esatto di preghiere che li ho prescritto. Dio non ti priverà della Sua grazia”. Nella mia capanna solitaria trascorsi un’intera settimana ripetendo seimila volte al giorno la preghiera di Gesù, senza preoccuparti di nulla e senza prestar attenzione ai miei pensieri, quasi non esistessero, sforzandomi solo di obbedire fedelmente al precetto dello starec. In questo modo mi abituai alla preghiera, al punto che se la interrompevo anche per poco tempo, subito sentivo che mi mancava qualcosa, come se avessi perduto qualcosa. Riprendevo allora a pregare ed ecco, nello stesso istante, tutto ritornava facile e gioioso. Quando incontravo qualcuno non provavo il desiderio di parlare, ma solo di ritornare alla solitudine e alla preghiera; così tanto mi ero abituato ad essa in una sola settimana!”

Poi il pellegrino riceve l’ordine di recitare dodicimila preghiere al giorno. All’inizio riuscì a malapena, sentì la fatica, l’indurimento della lingua e una rigidezza delle mascelle; tuttavia anche questa “non era affatto una sensazione sgradevole”. 

Poi si abituò così bene, che l’abitudine passò dallo stato di veglia al sonno.

“Una volta, erano le prime ore della mattina, fu come se la preghiera mi ridestasse. Svegliandomi ebbi l’impressione che le mie labbra e la lingua si muovessero da sole, incessantemente; avrei voluto trattenerle, ma non potevo. Quando cercai di dire le preghiere del mattino, mi accorsi che la lingua non riusciva a pronunciarle con scioltezza: tendevo con tutto il mio desiderio alla preghiera di Gesù, e non appena iniziai a recitarla ogni cosa divenne facile, gioiosa; la lingua e la bocca pronunciavano le parole spontaneamente, senza che io le sollecitassi”.

L’episodio ricorda ciò che si legge nella vita della beata Giuliana di Lazarevskoe (+1604) che apprese la preghiera di Gesù senza alcun metodo, spontaneamente, ma in tal modo che le sue labbra la mormoravano anche durante il sonno. Il pellegrino, da parte sua, recitando le sue preghiere vocali, si sentiva felice e cominciò a credere di essere arrivato già alla preghiera continua. Ma bisognava fare un nuovo passo: dalle labbra alla lingua, cioè un po’ più all’interno, anche se ancora nella bocca. È ciò che fece, costretto dalle circostanze, un sarto che casualmente si imbatté nella Filocalia. Lui stesso lo racconterà al pellegrino:

“Dopo aver letto queste parole, cominciai a pensare che si trattava di una regola proprio adatta a me. Iniziai allora a mormorare la preghiera mentre ero intento a cucire. Questo mi piacque molto, ma quelli che vivevano con me se ne accorsero e cominciarono a prendermi in giro: “Che cos’hai da bisbigliare sempre, sei forse uno stregone?”. Allora, per nascondere quel che facevo, smisi di muovere le labbra e cominciai a pregare con la sola lingua. Infine mi abituai alla preghiera al punto che la lingua stessa la recitava incessantemente, di giorno e di notte, e questo era molto piacevole”.

Ma il processo non finisce qui. L’insegnamento della Filocalia insiste molto per introdurre la preghiera dalla bocca alla mente e al cuore. Ecco come il pellegrino, più tardi, insegnò allo stesso sarto, ormai diventato cieco, a fare questo passaggio.

“Ecco, tu adesso non vedi nulla, ma con la mente puoi raffigurarti e immaginarti tutto quel che hai visto in precedenza: una persona o una cosa qualsiasi o un membro del tuo corpo, ad esempio una mano o un piede. Puoi raffigurare queste cose come se le vedessi e rivolgere su di loro i tuoi occhi, che pure sono ciechi?”, “Sì, posso, rispose il cieco. “Bene. Allora immagina nella stessa maniera il tuo cuore e rivolgi ad esso i tuoi occhi, come se lo guardassi. Ascolta attentamente con la mente i suoi battiti, l’uno dopo l’altro. I santi padri chiamano quest’operazione portare la mente dalla testa al cuore. Quando ti sarai abituato a questo, comincia allora, sempre guardando interiormente il cuore, a far coincidere a ogni suo battito una parola della preghiera. Al primo battito dirai o penserai: Signore; al secondo: Gesù; al terzo: Cristo; al quarto: abbi pietà; al quinto: di me. Ripeti molte volte questo esercizio; per te sarà facile, perché conosci già la preghiera del cuore e sei preparato ad essa. Poi, quando ti sarai abituato anche a questo, comincia ad inspirare ed espirare dal cuore tutta la preghiera di Gesù insieme con il respiro, così come insegnano i Padri. Inspirando devi dire o pensare: Signore Gesù Cristo; espirando: abbi pietà di me”.

Il metodo del pellegrino è, quindi, descritto in modo semplice: legare la preghiera di Gesù al battito del cuore, facendola così divenire inseparabile dalla vita. Almeno, così egli comprese e in questo trovò la sua felicità.

“Andai quindi a confidarmi dallo starec, racontandogli tutto con precisione. Egli mi ascoltò, poi disse:”Sia lodato Dio, che ha destato in te il desiderio e la facilità della preghiera. Si tratta, del resto, di una cosa naturale, che deriva da un esercizio costante e impegnativo. Avviene come a una macchina, che se la spingi o se fai forza sulla sua ruota motrice poi continua a lungo a muoversi da sé; dopo, però, se vuoi prolungarne il movimento, devi lubrificare la ruota e spingerla ancora. Ed ora hai il mio permesso di recitare la preghiera quanto vorrai, il più spesso possibile; sforzati di dedicarle ogni istante di veglia, invocando il Nome di Gesù Cristo più volte di quanto sia possibile contare, rimettendoti umilmente alla volontà di Dio e confidando nel Suo aiuto, sicuro che Egli non ti abbandonerà e guiderà il tuo cammino”.

Il metodo fisico

Il “metodo fisico”, come è stato accennato da Niceforo e come è descritto da altri, si è diffuso più di quello del Pellegrino. Esso comprende l’uso di altri elementi, chiamati da Ignazio Brjancaninov “supporti esterni”. La preghiera deve essere recitata in una cella oscura ed evitare le immagini, sedendo su una sedia bassa, respirando dolcemente per “calmare” la circolazione del sangue, fissando l’attenzione della mente “sulla parte superiore del cuore” (e non sull’ombelico, come dice Niceforo). Perché così tanti e minuziosi consigli? Si cerca di giustificarli uno per uno. La cella scura, isolata, è il luogo adatto per evitare le impressioni e avere, quindi, la mente vuota, “nuda”, come voleva Evagrio. La regolarità del respiro coordinata con la preghiera (cf. il “terzo modo di pregare” di sant’Ignazio di Loyola) è un esercizio naturale per chi non desidera altro che gustare la presenza di Dio nel ritmo della propria vita. I praticanti dello yoga affermano che il rallentamento del respiro rallenta il ritmo biologico della vita e l’invecchiamento. Il cristiano, scrive P. Evdokimov, può, in questo esercizio, vivere la propria esperienza: il “tempo escatologico” deve dominare sopra il tempo “cronologico” e “biologico”. Il corso della vita non deve più essere valutato secondo l’orologio, ma secondo la vicinanza di Cristo. La respirazione comporta tre fasi: inspirare, trattenere, espirare. Quando l’uomo aspira, vive la sua dipendenza dalla vita del mondo. Unire questa fase con la preghiera di Gesù significa sentire la dipendenza da Lui che è la vita del mondo in senso spirituale. Espirare è un sollievo di chi si sente in pieno possesso della medesima vita per donare. Nello yoga si attribuisce ugualmente una notevole importanza alla localizzazione del pensiero, rapportandolo a un organo che gli dovrebbe corrispondere secondo la struttura psicofisica dell’uomo. Il pensiero, situato al centro del petto, dicono, partecipa alla respirazione, acquista, quindi, un ritmo più stabile. I monaci russi ritenevano che la maggiore stabilità si ottenesse quando la localizzazione fosse fissata proprio sul cuore, “sulla parte superiore del cuore”. La pratica di questi consigli, dopo un certo periodo, si fa sentire, produce certi “fenomeni”, in particolare un senso straordinario di calore interiore e “visioni” di una luce che dal cuore illumina la persona, così che essa si vede come fosse “trasparente”. Nei “Dialoghi sulla preghiera del cuore”, un monaco descrive questi fenomeni. Talvolta il calore viene sentito così fortemente che alcuni monaci usavano, per calmarlo, un lenzuolo bagnato. La pulsazione si rende più forte e può essere accompagnata dalle “luci”. Che cosa pensano di questa pratica gli autori spirituali noti in Oriente? In primo luogo, essi ammoniscono che si tratta di “fenomeni naturali” e che sarebbe una grave illusione considerarli come prodotti dalla grazia e identificare queste esperienze con la perfezione della preghiera stessa. Ma si pone un’altra domanda. Dato che il loro effetto sembra essere tranquillizzante per tutto l’organismo, non è forse utile approfittare di questi esercizi per creare una disposizione favorevole alla concentrazione e alla preghiera? Secondo le parole del vescovo e medico russo A. Bloom, “l’aspetto corporale della pratica ascetica dell’attenzione, sviluppato in modo ammirevole dai maestri ortodossi della tradizione esicasta, è troppo poco conosciuto in Occidente”. Queste parole, scritte nel 1949, forse non corrispondono più alla realtà, poiché oggi, in Occidente, sono molti coloro che si interessano alla tecnica della contemplazione. Dal punto di vista teologico la valutazione non è difficile. La preghiera cristiana, che cerca di mettere l’uomo intero in relazione con Dio, non deve rinunciare a priori ad alcun elemento che l’esperienza offre come aiuto per questo scopo. Per il resto, i teologi lasciano agli studiosi di psicologia e di medicina il compito di giudicare quanto spetta loro in questo campo. Non si devono comunque trascurare le serie riserve che i monaci cristiani formulavano riguardo a questo argomento. Anzitutto, essi erano tutti d’accordo sul fatto che non si debba in alcun modo praticare il “metodo fisico” della preghiera senza il controllo costante di un esperto padre spirituale. Venivano infatti considerati i gravissimi pericoli dell’illusione: essi hanno luogo quando lo “stato psichico” provocato dagli esercizi esterni si identifica con lo “stato di preghiera”. Si tratta qui di un ritorno all’antica eresia dei messaliani, falsi carismatici noti nell’ambiente siriano del IV secolo e poi diffusi in tutto il mondo cristiano. Inoltre, una speciale riserva riguarda gli occidentali che accedono a questi metodi con un atteggiamento tipicamente proprio. E’ stato giustamente osservato che l’atteggiamento di fondo nei confronti della realtà è sostanzialmente diverso tra gli orientali e gli occidentali. L’occidentale, qualsiasi evento avvenga, concentra la sua attenzione a stabilire la relazione tra causa ed effetto: ciò che è accaduto, da cosa è causato e quale effetto produce? L’atteggiamento degli orientali è diverso. Ci si interessa della “causa esemplare”: ciò che osserviamo, che cosa significa? di quale realtà nascosta può essere simbolo? Alla luce di questa considerazione, non risulta più sorprendente il modo di impostare la questione di molti recenti scritti di autori occidentali sul “metodo fisico”. In essi i lettori vengono istruiti nel modo seguente: quale effetto psichico produce la respirazione controllata, come l’umile posizione del corpo aiuta a suscitare i sentimenti umili nell’anima, ecc. Di conseguenza, il “metodo fisico” diviene, agli occhi dell’uomo occidentale, una specie di cultura ginnica. Esso, invece, in Oriente, venne considerato come un aiuto alla contemplazione. Tale era anche l’atteggiamento dei Padri che difendevano il culto delle sacre immagini e la contemplazione della natura. Tale deve essere, nella preghiera, la funzione del corpo di modo che l’orante, come scrive Origene, “porti nell’immagine dei sentimenti dell’anima”. Si deve, insomma, essere capaci di comprendere anche i diversi stati e sentimenti corporali come “immagini” dello stato spirituale che è nell’anima. È facile? Anche questo atteggiamento cela in sé un pericolo. Nella disputa sul culto delle icone, il punto centrale delle discussioni era il problema su come passare dall’immagine alla persona raffigurata, e infine a Dio Padre a cui, in fondo, si rivolge ogni preghiera. Soffermarsi su questo passaggio spirituale ridurrebbe l’immagine sacra a un idolo. E se, come nel caso nostro, si tratta dell’immagine del corpo, ciò è ancora più pericoloso, essendo l’idolatria carnale una delle più gravi. Già nella preghiera vocale incontriamo un analogo pericolo: può avvenire che a chi prega possa piacere così tanto il testo stesso dell’orazione, che egli dimentica la persona alla quale è diretta la preghiera e gode solo del proprio modo di recitarla o di cantarla. Durante le cerimonie liturgiche, una simile compiacenza può concentrarsi sui movimenti del corpo. Praticando il “metodo fisico”, che comporta un piacevole stato con sensazioni corporali più fini, parecchi, “ritornando a se stessi”, come dicono gli esicasti, dimenticano di trovarsi davanti al Padre che è nei cieli. La loro perfetta “concentrazione” non aiuta, ma tronca il dialogo che costituisce l’essenza della preghiera.

Avvisi pratici

Tornando dai complicati problemi posti dalla pratica del “metodo fisico” all’insegnamento semplice del pellegrino, dobbiamo rispondere ad una domanda che spontaneamente si pongono i lettori dei “Racconti”: come può un semplice cristiano utilizzare il metodo descritto per la sua vita spirituale, evitando ciò che lo potrebbe condurre a eccessi e stranezze? Cerchiamo, quindi, di proporre alcuni consigli utili. Come abbiamo notato, in primo luogo la Preghiera di Gesù venne usata per “contraddire” i pensieri malvagi. In questo, essa si dimostra un mezzo efficacissimo. Ci vengono in mente delle preoccupazioni che appesantiscono il cuore? “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Siamo tentati di vendicarci per il male che ci hanno fatto? “Signore … ecc. “. I pensieri che disturbano il cuore sono numerosi e variano; la preghiera di Gesù è unica e costante. Secondo le leggi della psicologia, ciò che è costante supera ciò che è passeggero. Dopo un certo periodo di tempo ci accorgeremo che la preghiera di Gesù ci è diventata cara e ci viene spontanea: essa comincia ad esprimere il nostro atteggiamento stabile. Perciò la reciteremo “a scopo preventivo”, prima di incontrare una persona, prima di aprire una lettera, nell’attesa di un evento incerto. E’ come se volessimo fortificare il nostro interiore contro tutto ciò che potrebbe, in seguito, turbarci. Ma perché l’invocazione di Gesù dovrebbe servire solo a prevenire e rigettare i pensieri malvagi? Ci abitueremo, in seguito, a dire questa preghiera anche quando incontriamo ciò che ci piace e ciò che stimiamo utile: ad esempio, guardando un bel fiore, osservando un panorama meraviglioso, ecc. La visione gradita non ne viene disturbata, ma, al contrario, acquista la profondità del sentimento della presenza universale di Gesù e del sentimento di gratitudine verso di lui. Questi sentimenti cominciano talvolta a predominare talmente che non abbiamo più voglia di recitare altre preghiere e desideriamo dire solo la “nostra”. E’ un male? Dobbiamo distinguere fra la preghiera che facciamo per libera scelta e quella in qualche modo “dovuta”: l’Ufficio divino, la Messa, le preghiere che facciamo con gli altri. Semplificare le preghiere libere, così che diventino un puro sospiro dell’anima, non è un male; al contrario, viene considerato un progresso nella vita di preghiera. In Oriente si ammette di sostituire con un certo numero di preghiere di Gesù anche l’Ufficio divino obbligatorio. Ma Teofane il Recluso non è d’accordo con questa pratica: da un’eccessiva semplificazione potrebbe nascere la monotonia nello spirito. Già Cassiano aveva paragonato la mente umana a un mulino: se non vi si mette il grano, i sassi che girano logorano se stessi. Usando questa metafora, egli pensava soprattutto a coloro che omettono la lettura della Sacra Scrittura; ma l’immagine può essere applicata anche al nostro caso: a una preghiera che non cerchi di arricchirsi approfittando della ricchezza dei testi che sono in uso nelle orazioni della Chiesa. Le preghiere tradizionali non devono, quindi, essere abbandonate del tutto. Ma ciò che i Racconti insegnano sul “metodo fisico”, è raccomandabile al cristiano comune? E’ infatti proprio questo ciò che attira gli “yogisti” moderni. Abbiamo tuttavia notato che gli asceti orientali lo permettevano soltanto se praticato sotto la sorveglianza di un padre spirituale. Perché tante precauzioni? Il metodo è del tutto semplice, scriveva un tale a Ignazio Brjancaninov. Egli, però, rispose: “Ma non sei semplice tu!”. Comunque, non si deve esagerare neppure con le precauzioni. Qualche cosa di semplice si può tentare anche da soli. Siamo, ad esempio, in un ambiente tranquillo. La mano destra prende la sinistra per sentire il ritmo del polso. Cerchiamo di muoverci camminando allo stesso ritmo. Quando ci siamo riusciti, regoliamo la respirazione sempre in armonia con lo stesso ritmo. Infine, invece di contare l’inspirazione e l’espirazione con i numeri, uniamo le parole della Preghiera di Gesù, adattandole a modo nostro e passeggiando così un quarto d’ora. La stessa esperienza ci insegnerà come approfittare di questo stato pacifico per la vera preghiera che, se da una parte si semplifica al massimo, dall’altra coinvolge tutto il nostro essere, l’anima e il corpo: l’uomo si sente unito in se stesso. Ed è proprio questo ciò che la cultura europea, diventata estremamente “analitica”, ha perduto. È proprio il sentimento doloroso della frammentarietà del tutto che costituisce il motivo per cui la gente desidera risvegliare, almeno in alcuni momenti, il senso della propria integrità, per arrivare, come abbiamo notato nel testo di Cassiano, “a uno stato nel quale si possiede, nel corpo mortale, un’immagine della felicità eterna”.

(Tratto dalla introduzione a “Racconti del pellegrino russo” – Ed. Città Nuova, a cui si rimanda per l’approfondimento).

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