“San Serafino di Sarov” di Marco Rundo

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San Serafino di Sarov in un’icona russa del XIX secolo conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi

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San Serafino, monaco russo, è uno dei santi più popolari della Russia moderna. E’ molto conosciuto e venerato oltre che dalle Chiese ortodosse anche dalla Chiesa cattolica. San Serafino è rappresentato nel grande mosaico-icona della cappella “Redemptoris Mater” fatta realizzare in Vaticano da papa Giovanni Paolo II.

“Egli è una vera e propria “icona della spiritualità russa” (Pavel Evdokimov), una delle sue espressioni più mature e consapevoli. San Serafino è … uno dei volti più luminosi di tutta la tradizione ortodossa, ma vi è in lui anche un’eccedenza che trascende questa stessa tradizione che lo ha nutrito …  il suo messaggio ha una portata universale,  per tutte le Chiese e per tutti gli uomini” (Enzo Bianchi). 

E’ ricordato dalle Chiese ortodosse il 2 gennaio e il 19 luglio, date della sua nascita e della sua morte (date che corrispondono al 15 gennaio  e al 1° agosto del calendario occidentale).

La vita

Serafino di Sarov, al secolo Pròcoro Moshnin, nasce il 19 luglio 1759 a Kursk, nel governatorato di Tambov, da Isidoro e Agathia Moshnin.

I suoi genitori sono profondamente religiosi: il padre, mercante, finanzia la costruzione di una chiesa [1a] a Kursk, dedicata a san Sergio di Radonez, opera che non riesce a vedere ultimata poiché muore di li a poco. Serafino ha solo tre anni quando il padre muore.

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La cattedrale dedicata a san Sergio di Radonez e alla Madonna di Kazan, oggi

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Si racconta che Serafino, caduto a sette anni da un’impalcatura della chiesa, sia stato salvato grazie all’intercessione della Madre di Dio.

Nel 1769, all’età di dieci anni, si ammala. La Madre di Dio gli appare e gli promette la guarigione. Alcuni giorni dopo, la miracolosa icona della Madre di Dio di Kursk viene portata in processione per le strade della città e a causa del maltempo il percorso della processione viene abbreviato e deviato nei pressi della casa natale di Serafino. La mamma lo avvicina all’icona e Serafino guarisce in poco tempo. Si racconta che da allora Serafino abbia acquisito il dono di vedere gli angeli.

Nel 1774, all’età di quindici anni, va in pellegrinaggio, con altri quattro giovani, al monastero delle grotte di Kiev (Pečerska Lavra). Al monastero di Kitaev (che dista alcuni chilometri da Kiev) lo starec  Dositheus  lo esorta ad entrare nel monastero di Sarov [1].

Nel 1777 (o il 20 novembre del 1778 secondo la fonte Q), all’età di diciotto anni, entra nel monastero di Sarov come novizio. Sua madre lo benedice con un crocifisso di rame che Serafino indossa per tutta la vita. In questi anni conosce gli scritti dei padri sulla vita spirituale e inizia a praticare la preghiera di Gesù. Si distingue per il suo comportamento ascetico: con la benedizione del suo starec, Serafino si ritira di frequente nella foresta a pregare. E’ solito consumare solamente un unico pasto al giorno e digiunare del tutto il mercoledì e il venerdì.

Nei suoi primi anni di vita religiosa (nel 1780 secondo la fonte Q) una malattia misteriosa (idropisia secondo le fonti P e Q) lo colpisce e lo tiene per diciotto mesi fra la vita e la morte. Al superiore di Sarov, lo starec Pacomio, preoccupato per la vita del giovane, egli confida: “Mi sono messo nelle mani del Signore che è il vero medico del corpo e dell’anima e anche in quelle della sua santissima Madre. Se ne avete la benevolenza, somministrate ora a me, povero malato, la medicina celeste, nel nome del Signore”. Si confessa e riceve la santa Eucarestia. Molti anni dopo, poco prima della morte, Serafino racconta ad un monaco la visione concessagli al momento di quella Comunione. La santissima vergine Maria gli è apparsa in una luce soprannaturale, con al suo fianco gli apostoli Pietro e Giovanni. Riferendosi a lui dice a Giovanni: “Lui è della nostra razza”. Dicendo ciò pone  la mano sulla testa del moribondo e l’acqua che gonfia il suo corpo fuoriesce da una piaga sul fianco destro, piaga di cui conserva per sempre la cicatrice. La fonte Q sostiene che la vergine Maria toccana con il suo scettro la coscia di Serafino e  provoca la fuoriuscita dell’acqua.

Il 13 agosto del 1786, all’età di ventisette anni, indossa l’abito monastico e lo starec Pacomio gli assegna il nome di Serafino, che deriva dall’ebraico seraph, latinizzato in seraphinus, che significa “essere che arde”, “fiammeggia”, “splende”.

Il 27 ottobre 1786 Serafino riceve gli ordini sacri di ierodiacono. Nella sua qualità di ierodiacono celebra la liturgia quasi quotidianamente. Durante questi anni ha la grazia di una nuova visione. Si è nella Settimana Santa, un Giovedì santo, durante l’ufficio liturgico del mattino. Come d’abitudine, padre Pacomio celebra con Serafino. Nella sua qualità di ierodiacono, Serafino avanza davanti alla “porta regale” e pronuncia la formula: “Signore, salva i tuoi fedeli ed esaudiscici!” Secondo il rito, deve contemporaneamente presentare l’Orarion all’assemblea. Ma gli è impossibile sollevare la mano; il suo volto si irrigidisce e nessuna parola esce dalle sue labbra. Tutti capiscono che ha una visione. Due ierodiaconi lo prendono per le braccia e lo portano all’altare. Per tre ore Serafino non può pronunciare neppure una sillaba. Ritornatagli la parola, racconta umilmente all’abate quello che gli è successo: “Quando io, povero come sono, ho detto la preghiera: ‘Signore, salva i tuoi fedeli ed esaudiscici’ e stavo per sollevare l’Orarion, ho improvvisamente scorto davanti a me una luce splendente come il sole. In questa luce ho visto nostro Signore Gesù Cristo nel suo aspetto umano, in tutto lo splendore della sua gloria, circondato da angeli ed arcangeli, cherubini, serafini, come da uno scintillante sciame di api. Il Signore si spostava nell’aria dalla porta ovest della chiesa verso la tribuna e, con le mani alzate, ha benedetto i preti e i fedeli in preghiera. Poi è entrato nell’icona a destra della “porta regale” e lì l’ho visto come trasfigurato. Io, che sono cenere e polvere, ho potuto contemplare il Signore Gesù Cristo, egli mi ha ancora benedetto e il mio cuore ha gustato in pienezza la dolcezza del suo amore”.

Nel giugno del 1789, Serafino accompagna padre Pacomio, igumeneo di Sarov, al funerale di un ricco benefattore del monastero. Lungo il tragitto padre Pacomio si ferma a Diveevo per avere notizie di Agaf’a Mel’gunova, gravemente ammalata. Agaf’a Mel’gunova ha fondato una piccola comunità e sentendo avvicinarsi l’ora della morte chiede a padre Pacomio di non abbandonare le sue “orfane”. Padre Pacomio risponde: “Madre, non chiedo di meglio che fare la tua volontà ma io sono vecchio e solo Dio sa quanto tempo mi rimanga da vivere. Lo ierodiacono Serafino, invece, è giovane e vivrà abbastanza per vedere crescere e svilupparsi la tua comunità, è a lui che devi affidarla …”. Agaf’a Mel’gunova muore due giorni dopo, il 13 giugno del 1789.  Serafino diventa lo starec del convento.

Agaf’a Mel’gunova, ex proprietaria terriera di Rjazan’, diviene suora col nome di Alessandra nel 1758 presso il monastero Florovskij di Kiev, nel 1760 inizia a vagare per la Russia, alla ricerca di un luogo in cui dare vita ad una nuova comunità monastica. Secondo la tradizione, la suora intraprende la fondazione del convento nel villaggio di Diveevo, a seguito di un’apparizione della Vergine Maria. Anche per questo, il luogo ha un immenso significato spirituale per molti fedeli ortodossi. Tra il 1773 ed il 1774 iniziano i lavori di costruzione del primo edificio del convento, la chiesa di Kazan, il cui rito di consacrazione ha luogo nel 1780. Al suo interno sono allestite due cappelle dedicate a San Nicola e a Santo Stefano. Su consiglio degli anziani di Sarov, Pacomio e Isaia, nonché con l’autorizzazione dell’eparchia di Vladimir e Suzdal, nel 1788 Alessandra ottiene da una famiglia di proprietari terrieri un lotto vicino alla chiesa di Kazan, in cui sorge la  piccola comunità delle suore di Kazan. 

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La chiesa di Kazan

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Il 2 settembre del  1793, all’età di trentaquattro anni, è ordinato ieromonaco dal vescovo Teofilo di Tambov.

Nel 1794, dopo la morte del suo superiore, Pacomio, chiede al suo successore, Isaia, di potersi ritirare a vita contemplativa in un’isba che chiama “il piccolo deserto lontano”. La sua isba si trova nel cuore di un bosco di pini, ai piedi di una collina, sul bordo della Sarovka, dista alcuni chilometri dal monastero di Sarov. E’ costruita con tronchi messi insieme e conta un solo locale rischiarato da due piccole lucerne, l’unico mobile è una stufa. Ci vogliono più di due ore per raggiungere il monastero, per uno stretto sentiero che ha dovuto aprirsi attraverso le macchie di conifere. Al monastero ritorna solo per partecipare agli uffici liturgici festivi. In inverno la  neve lo isola dal mondo esterno.

Serafino da al suo “deserto” i nomi della terra dell’incarnazione del Signore per averne una memoria incessante. Un angolo della foresta è chiamato Nazareth, un altro Betania, la cima di una collina è indicata come Monte delle Beatitudini, una grotta è chiamata Getsemani.

Si dedica alla lettura della Bibbia e degli scritti dei padri e alla preghiera del cuore.

Serafino rinuncia anche al pane che gli viene donato ogni domenica dai confratelli e coltiva un piccolo orto che gli permette di soddisfare, le sue esigenze alimentari.

Ha un rapporto particolare con gli animali che vivono nel bosco. Si racconta che un orso si sia affezionato a Serafino al punto da obbedire ad ogni suo ordine.

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San Serafino e l’orso
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Nei primi anni del suo ritiro diversi monaci vanno a trovarlo con l’intento di condividere la sua vita ed imparare da lui la regola ascetica che si è imposto, ma nessuno riesce a sopportare il suo stile di vita.

Anche molte persone, sia per curiosità che per bisogno di consigli, cominciano a disturbare la sua solitudine. Vengono anche numerose donne ad importunarlo sottoponendogli i più svariati problemi. Serafino, distratto dall’obiettivo che si è prefisso da questi indesiderati visitatori, prega Dio con tutta l’anima di benedire i suoi disegni e se questa è la Sua volontà di restituire il silenzio al suo romitaggio. Chiede un segno dal cielo: che i rami dei pini si pieghino e chiudano completamente il sentiero così da nascondere il suo rifugio. Per le feste di Natale ritorna al monastro e dopo aver ricevuto la santa Eucarestia riprende la strada del ritorno. Si accorge allora che i fitti rami dei pini si abbassano fino a terra e chiudono l’accesso al suo rifugio. Comprende che Dio ha benedetto la sua nuova vita e  Lo ringrazia per questa testimonianza della Sua grazia.

Comincia allora la sua vita di eremita. Rinuncia all’abito monastico nero per una cocolla bianca e dei sandali di corteccia. Sul petto ha la croce benedetta da sua madre e sulla spalla un tascapane contenente alcune pietre, il Vangelo e gli scritti dei padri della Chiesa. Sotto la camicia porta delle croci di ferro che pesano qualcosa come otto libbre, attorno alle reni una cintura di ferro. Durante questo periodo della sua vita per anni si ciba solo di una specie di cipolla selvatica che mangia cotta nell’acqua, fresca d’estate e seccata d’inverno.

Racconta agli altri startsi le tentazioni che il demonio gli fa subire: spesso, nel mezzo della sua preghiera notturna, vede crollare le pareti della sua capanna e le bestie selvagge precipitarsi urlando su di lui. Un monaco gli chiede un giorno a questo proposito: “Padre, è vero che hai visto gli spiriti cattivi?” “Sono spaventosi”, risponde semplicemente Serafino con un sorriso. 

Ho trovato una descrizione dell’aspetto fisico di Serafino a quarant’anni in “Santità e preghiera” di Igor Smolitsch: ” … era di statura alta e imponente. Sebbene avesse passato lunghi anni nell’ascesi più rigorosa, aveva conservato un volto fresco e gradevole. Gli occhi blu, dallo sguardo profondo, erano nascosti da fitte sopracciglia. Una lunga capigliatura bionda gli cadeva sulle spalle e una folta barba gli circondava la faccia. Tutto denotava in lui un grande vigore fisico e intellettuale”

La staritsa del monastero di Diveevo (Fonte B), Matrona Plescheeva, testimonia come il suo aspetto esteriore rispecchi la sua santità: “Il suo volto è gioioso e splendente, come quello di un angelo”.

Il 9 settembre del 1804, all’età di quarantacinque anni, mentre sta tagliando legna, viene aggredito da un gruppo di briganti che lo picchia senza pietà. Si racconta che Serafino, nonostante sia di costituzione robusta ed armato d’ascia, non tenta in alcun modo di difendersi. I briganti cercano denaro ma tutto quello che trovano è un’icona della Madre di Dio [1c], unico “tesoro” di Serafino, dinnanzi alla quale egli è solito pregare. Le ferite subite lo costringono ad una degenza di alcuni mesi in monastero. Le conseguenze dell’aggressione lasciano un segno indelebile sul suo corpo, da quel momento in poi può camminare solo appoggiandosi ad un bastone. I briganti vengono qualche tempo dopo arrestati, Serafino invoca per loro clemenza e chiede che vengano rilasciati.

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Nel 1807 muore il suo maestro spirituale, l’abate Isaia. I monaci chiedono a Serafino di prendere il suo posto nella gestione del monastero, ma ottengono un rifiuto.

Successivamente Serafino fa voto di silenzio e per tre anni trascorre i suoi giorni e le sue notti vegliando in preghiera in ginocchio su una roccia e con le braccia alzate verso il cielo. Non rivolge la parola ad alcuno, neppure ai monaci che gli portano il pane. Cerca addirittura di nascondersi il volto, coprendolo, quando si avvicinano a lui.  “Se manteniamo il silenzio” dice Serafino “Satana, il nostro nemico non ha presa su di noi. Il silenzio dev’essere nel cuore e nel pensiero. E il silenzio che assicura all’anima i vari doni dello Spirito. Dalla solitudine e dal silenzio ci vengono pietà e dolcezza; quest’ultima agisce nel cuore umano come l’acqua di Siloe che rappacificava e guariva”. “Restare nella propria cella praticando il silenzio, la preghiera e la meditazione della Sacra Scrittura notte e giorno: ecco cosa rende la nostra anima fedele a Dio. I santi Padri dicono che la cella del monaco assomiglia alla fornace di Babilonia in cui i tre fanciulli hanno visto il Figlio di Dio. Il silenzio avvicina l’uomo a Dio e lo rende sulla Terra simile agli angeli. Nella tua cella sii vigilante e perseverante nel silenzio, ricerca con tutte le tue forze l’unione con il Signore; allora il Signore farà di te, che sei un uomo, un angelo sulla Terra”.

Qui, nel deserto della solitudine e della lotta contro le passioni e i pensieri ispirati dal demonio, Serafino conosce la sua “discesa agli inferi”. Ogni credente sa che prima o poi, nel suo cammino spirituale, interviene un’ora cattiva, di prova, di lotta indicibile e mai raccontabile agli altri. È l’ora in cui Dio sembra consegnare il suo servo alle potenze infernali, a quelle dominanti nascoste che si mostrano coabitanti nell’uomo, così che l’uomo di preghiera si trova gettato in un faccia a faccia spaventoso e disperato con il male. Anche Mosè, servo di Dio, conobbe quest’ora quando «il Signore gli andò incontro e cercò di farlo morire» (Es 4, 24). Ogni cristiano che ha ricevuto un grado di fede elevato e una missione particolare da Dio, prima o poi conosce questa notte oscura, che ci visita nella malattia fisica, o nella malattia psichica, o nell’esperienza del peccato più devastante. È sempre un’ora misteriosa di cui più tardi neanche il protagonista sa riconoscere l’inizio e la fine, come sia avvenuta la discesa e la risalita, la morte e la risurrezione. Battezzato nella morte di Cristo, colui che è impegnato in una reale sequela deve scendere con Lui negli inferi prima di essere nuova creatura. Sovente questa discesa è la garanzia di un’assunzione seria e decisiva della propria vocazione, di una chiara coscienza di sé quale peccatore perdonato, un salvato da Dio. Serafino aveva già sperimentato questo abitare nell’ombra della morte nella lunga malattia da novizio, ma negli anni del suo apprendistato della vita eremitica vive quella che sarà la sua esperienza ascetica, il suo podvig più radicale. Come gli antichi stiliti del deserto, Serafino trascorre tre anni, mille giorni e mille notti in preghiera, inginocchiato di giorno su una pietra nella sua cella, e di notte sopra una roccia della foresta, le mani levate al cielo, gridando incessantemente: «Signore, abbi pietà di me, peccatore!». Serafino conosce la discesa all’inferno attraverso le degradazioni dell’essere creato, dall’umano all’animale al vegetale fino a farsi cosa tra le cose, roccia e vento, ricapitolando così tutto il passato cosmico, assumendo nel suo corpo e nel suo modo di vivere la preghiera e il gemito di ogni creatura, divenendo così voce e invocazione di misericordia non solo per tutti gli uomini peccatori, ma per la creazione intera, che geme e soffre in attesa della propria redenzione. Serafino osserva il silenzio più assoluto. Dio lo ha reso muto, agnello afono come il Cristo nella passione. Che cosa accadde? Perché quest’ascesi estrema, questo totale estraniamento dalla comunità degli uomini? Non lo sapremo mai! Forse quest’assenza di parola è anch’essa, paradossalmente, una profezia: il silenzio è il linguaggio delle realtà inanimate, ma è anche il linguaggio del mondo futuro” (Enzo Bianchi).

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Nel  maggio del 1810, all’età di cinquantuno anni, ritorna a vivere in monastero. “Il comportamento di questo eremita doveva … apparire a molti bizzarro o incomprensibile. Il nuovo superiore [del monastero di Sarov] Nifonte richiama Serafino dal suo “piccolo deserto lontano” chiedendogli di ritornare a vivere in monastero. Serafino obbedisce, il Signore sembra chiamarlo ad una nuova tappa nel suo cammino di trasfigurazione ad immagine di Cristo” (Enzo Bianchi). Serafino si isola in una piccola cella dalla quale non esce neppure per i pasti e per la Comunione che gli viene somministrata, con il permesso dell’abate, attraverso una piccola finestrella aperta nella porta della sua cella. Un’icona della Madre di Dio, che egli chiama “gioia di tutte le gioie”, è la testimone silenziosa della sua preghiera incessante. Passa anni interi nella sua cella non riscaldata, debolmente rischiarata solo dalla lampada dell’icona della Madre di Dio. Nei primi tempi dorme seduto su un mucchio di legna e successivamente coricato su una bara ch’egli stesso ha fabbricato con le sue mani, in modo da aver sempre davanti a sé il pensiero della morte. Come nella sua capanna della foresta, s’infligge la pena di portare la cintura e la croce di ferro. Per imporsi una fatica ancor maggiore, sposta costantemente il suo mucchio di legna da una parte all’altra della cella. Prega in piedi e in ginocchio, con il massimo raccoglimento. Legge spesso a voce alta le Sacre Scritture, un Vangelo al giorno, e anche le Lettere e gli Atti degli Apostoli.  Si ritiene che durante questo periodo abbia la grazia di numerose visioni delle quali solo qualcuna ci è nota. Celebra solo gli uffici divini impostigli dalla regola del monastero. Non riceve mai visite. In una occasione, addirittura al vescovo della diocesi in visita all’eremo di Sarov, Serafino rifiuta il permesso di entrare nella sua cella.

Dal 1815, all’età di cinquantasei anni, permette ai fedeli di fargli visita e di farsi da lui confessare, ma non rompe il voto di silenzio.

Poco prima della fine della sua reclusione, nel 1822, arriva un giorno al monastero di Sarov un proprietario terriero di nome Michail Mansurov che soffre da molti anni di una dolorosa paralisi degli arti inferiori che non gli permette di camminare. I medici non gli hanno lasciato alcuna speranza e si rifiutano persino di curarlo.  Il suo servo lo accompagna alla cella di Serafino che gli chiede con sollecitudine: “Perché vuoi vedere il povero Serafino?” Mansurov si lascia cadere a terra in lacrime e prega lo starets di intercedere per la sua guarigione. “Credi in Dio?”, chiede lo starets. Il malato afferma di avere la fede. “O mia gioia, poiché tu credi così fermamente, allora credi anche che un vero credente può attendere tutto da Dio. Credi dunque che il Signore ti guarirà e io, povero Serafim, pregherò per te”. Detto questo Serafino si ritira nella stanza vicina e quando ritorna chiede a Mansurov di scoprire le gambe malate e le unge con l’olio santo della lampada che arde davanti alla icona della Vergine nella sua cella e dice: “Per la grazia che il Signore mi ha accordato, io ti guarisco e tu sei il primo a beneficiare di questo dono”. Copre poi i piedi unti con una fasciatura di tela grezza e comanda a Mansurov di alzarsi e camminare. Questi ci prova e pieno di stupore prima e di indicibile gioia poi, verifica che può stare saldamente in piedi e che è di nuovo in grado di camminare. Traboccante di riconoscenza si getta in ginocchio davanti allo starets e vuole baciargli i piedi. Ma Serafino lo rialza e gli dice severamente: “Credi forse che Serafino abbia il potere di dare la vita e la morte, di gettare qualcuno all’inferno e di liberarlo? A cosa pensi mai? Tutto questo è opera del Signore. Lui solo realizza i desideri di quanti lo temono ed esaudisce le loro preghiere. Rendi dunque grazie solo al Dio onnipotente e alla sua santissima Madre”. 

Passa un pò di tempo e Mansurov si chiede come poter esprimere la propria gratitudine. Si reca di nuovo pieno di venerazione dallo starets. “O mia gioia”, disse Serafino “così hai promesso al Signore di ringraziarLo per aver ridato vita alle tue membra? Hai ragione”. Mansurov è sorpreso che lo starets indovini i suoi sentimenti. “Cosa mi consigliate di fare?” chiede. “Ecco, amico mio” dice Serafino “dà al Signore tutto quello che possiedi e scegli la povertà!” Il gentiluomo è sconcertato. Non si aspettava una proposta del genere. Gli viene in mente il giovane del Vangelo al quale il Signore ha detto: “Vendi i tuoi beni e dà tutto ai poveri”. Pensa alla sua giovane moglie e si chiede: “Come potrò sopravvivere se distribuirò tutti i miei beni?”. “Lascia tutto” dice lo starets “non tormentarti per quello che ora ti viene in mente. Il Signore non ti abbandonerà né in questo mondo né nell’altro; non sarai più ricco, ma il pane di ogni giorno non ti mancherà mai”. Dopo aver ricevuto la benedizione da Serafino, Mansurov vende tutti i suoi beni, lascia liberi i suoi contadini e acquista un pezzetto di terra nel villaggio di Sarov. Il denaro ricavato dalla vendita dei suoi  beni viene successivamente devoluto al monastero femminile fondato da Serafino così come la sua la piccola proprietà dopo la sua morte.

Nel 1823, Serafino si “ricorda” delle “orfane” di Agaf’a Mel’gunova. A Michail Mansurov consegna un piolo e dice: “Va a Diveevo. Quando arrivi là mettiti di fronte alla finestra dell’abside centrale della chiesa di Nostra signora di Kazan. Poi fai … passi (il numero è stato dimenticato), arrivato ad un sentiero di confine conta altri … passi e ti troverai in un campo coltivato, conta ancora … passi e sarai in una radura: lì in mezzo, proprio in mezzo, pianterai questo piolo”. Un anno dopo Serafino affida a Michail Mansurov altri quattro pioli e gli dice: “Torna a Diveevo e pianta questi quattro pioli attorno a quello dello scorso anno, tutti alla stessa distanza”. Nello spazio delimitato dai cinque pioli viene costruito un mulino. Nasce nel 1926 la nuova comunità: la “Comunità Mugnaia”. La Fonte H sostiene che questa comunità accoglie soprattutto ragazze orfane e che queste ragazze, pur non essendo monache, adottano uno stile di vita monastico. Alla guida della comunità Serafino prepone Elena Manturof [1b], giovane di origini aristocratiche, sorella di Michele Manturof, che Serafino  ha preparato sin da ragazza a questo compito. Con i fondi del fratello, vicino alla chiesa di Kazan, viene costruito un tempio a due piani consacrato al Natale ed alla Natività della Beata Vergine Maria.

“Egli desiderava predisporre tutto per una integrale formazione spirituale e umana per queste giovani in ricerca di un autentico cammino monastico: la sua sapiente e amorevole guida paterna seppe dare alla fragile comunità di sorelle quegli strumenti spirituali che permisero loro di continuare nella fedeltà alla vocazione ricevuta, nonostante le difficoltà e le divisioni, nonostante le prove e le sofferenze, soprattutto dopo la rivoluzione del 1917, quando la comunità fu dispersa e perseguitata” (Enzo Bianchi). 

 Il 24 settembre del 1824 la principessa Koloncakov rende visita a Serafino per riceverne la benedizione. Ha un fratello nel corpo di spedizione che sta combattendo all’estremo limite del Caucaso e non ha sue notizie da molto tempo. Decide di interrogare lo starets al riguardo. Non ha ancora manifestato il suo desiderio che Serafino le dice: “Non rattristarti, ogni famiglia ha la sua parte di lutto”. Tre mesi più tardi la principessa riceve dall’autorità militare la notizia che il fratello è morto in combattimento. 

Due sorelle si recano in pellegrinaggio a Sarov, mentre una ha portato dei doni l’altra arriva a mani vuote e chiede ed ottiene dalla sorella un boccettino d’olio (per il lumino dell’icona) da offrire a Serafino. Nel momento in cui porge il dono Serafino le si rivolge dicendo: “La prossima volta che mi porti qualcosa, sia qualcosa di tuo. Non hai sulla tua terra numerosi alveari? Devi solo far fabbricare un cero con un pò della loro cera e portarlo come dono per l’icona”.

 La moglie di un fattore di nome Vorotilov è gravemente malata. Già molte volte l’uomo è stato a trovare padre Serafino che lo conosce come un cristiano di grande fede. Una sera le condizioni della malata si aggravano. Folle d’angoscia il fattore si mette in viaggio e quando arriva alla cella dello starets è quasi mezzanotte. Con sua grande sorpresa scorge padre Serafino seduto sulla soglia, come se lo stesse aspettando. “O mia gioia” grida lo starets “ perché vieni a quest’ora dal povero Serafino?” Il fattore gli comunica che sua moglie sta morendo e gli chiede il suo aiuto. Serafino dice di non poter far niente per lei. Allora Vorotilov scoppia in lacrime e implora l’eremita di ottenere da Dio la guarigione di sua moglie. Davanti a questo dolore Serafino chiude gli occhi e si mette a pregare con grande fervore. Dopo qualche istante rialza la testa e si rivolge al  fattore: “Vedi, o mia gioia, il Signore ridarà la salute a tua moglie. Ritorna in pace a casa tua”. Al suo arrivo alla fattoria Vorotilov apprende che sua moglie verso mezzanotte ha avuto un improvviso miglioramento. Poco tempo dopo è completamente ristabilita.

Un giorno viene portato nella cella di padre Serafino un malato. Lo starets gli si rivolge dicendo: “O gioia mia, prega intensamente e anch’io pregherò per te, ma bada di restare li saggiamente coricato, senza voltarti”. Dopo un breve periodo di raccoglimento, la curiosità del malato lo costringe a voltarsi. Scorge allora Serafino sollevato da terra. Non potendosi trattenere a tal vista, getta un grido di sorpresa. Serafino termina la sua preghiera, poi ritorna verso il malato e gli dice: “E ora, te ne andrai a gridare sui tetti che Serafino è un santo, che prega sollevato a mezz’aria. Dio te ne guardi … Tu, rimani in silenzio e non parlare a nessuno di quello che hai visto. Non dir nulla fino alla mia morte, altrimenti il male che ti ha appena lasciato potrebbe ricolpirti!” Solo dopo la morte di Serafino il malato guarito dalle sue preghiere rivela ciò che ha visto con i suoi occhi.

Tre monache del monastero di Diveevo sono testimoni di un analogo prodigio. Mentre attraversano la foresta vedono padre Serafino venire avanti nell’aria sopra un prato in fiore. 

Nel novembre del 1825, all’età di sessantasei anni, dopo una nuova visione della Madre di Dio, rientra nel “mondo” ed offre i frutti della sua esperienza spirituale a monaci e laici. Ogni giorno riceve centinaia di pellegrini. Serafino accoglie tutti i visitatori con una bontà e una sollecitudine sempre uguali. Poveri o ricchi, nobili o contadini, uomini o donne: accoglie tutti con lo stesso riguardo. Per le visite lo starets porta la cocolla con l’Epitrachilion e le Epimanichies, come segno della sua dignità sacerdotale. Non è necessario raccontargli i propri problemi: egli ha il dono di vedere dentro l’animo di ciascuno. Consola, esorta e guarisce, mostrando l’icona della Madre di Dio.

Nei suoi colloqui raccomanda la preghiera, insistendo particolarmente sui benefici procurati dal pensiero costante di Dio e dalla pratica della preghiera spirituale. Dice: “Questo deve essere l’oggetto di ogni vostra sollecitudineSia che camminiate o che riposiate, sia che siate al lavoro o in chiesa … custodite questa preghiera nella vostra anima e nel vostro cuore. Invocate il nome di Dio e troverete riposo; lo Spirito santo, fonte della salvezza, riposerà su di voi e custodirà nel timore di Dio e nella purezza la vostra anima e il vostro corpo”.

Spesso, nel corso di questi colloqui, Serafino posa l’Epitrachilion sulla testa del penitente, pronuncia la preghiera dell’assoluzione, pratica l’unzione della fronte con l’olio della lampada. Fa bere un po’ d’acqua benedetta e come addio da il bacio di pace e pronuncia le parole del saluto pasquale: “O mia gioia, Cristo è risorto!”.

Molti amici e discepoli, in ogni parte del paese, che non hanno la possibilità di andare a rendergli visita, gli scrivono per  avere consigli. Impartisce loro i più utili insegnamenti senza aver neppure aperto le lettere: dopo la sua morte vengono infatti trovati nella sua cella un gran numero di plichi ancora chiusi e ai quali già da molto tempo ha  dato risposta.

Tu accogli davvero troppa gente”, osservano a volte dei vecchi monaci con risentimento “non fai abbastanza differenza tra di loro”. Serafino risponde: “Cosa dirò al Signore se mi chiede di alcuni che avevano sete di luce e che sono ripartiti senza che io li abbia dissetati?” “Ce ne sono però che se ne vanno scontenti!”, replicano i censori. “Ebbene, non mi sembra una cosa grave, visto che accanto a qualcuno scontento ce ne sono molti consolati” ribatte Serafino.

Serafino ripete a chi lo viene a trovare: “Cerca di avere uno spirito pacifico e migliaia intorno a te si salveranno!” e: “L’allegria non è un peccato, perché scaccia il tedio, questo genera depressione e non c’è nulla di peggio di questa [passione] (Fonte B).

Qualcuno sottolinea (Fonte G) che Serafino accoglie solo quelli che hanno veramente bisogno del suo aiuto spirituale e che fugge dagli altri visitatori.

L’incontro con Nicholas Aleksandrovic’ Motovilov

Nel settembre del 1831 viene a Sarov il giudice Nicholas Aleksandrovic’ Motovilov, uomo molto pio, che diventerà uno dei migliori amici dello starets. Per tre anni ha dovuto restare a letto, colpito da una paralisi generale del corpo che è ormai ridotto tutto ad una piaga. Nelle note che ci ha lasciato, si legge :

“Il 5 settembre del 1831 venni trasportato a Sarov. Il 7 e 8 settembre, festa della Natività della Madre di Dio, lo starets Serafino ebbe la bontà di parlare con me due volte, al mattino e nel pomeriggio, nella sua cella. Il 9 settembre cinque persone mi accompagnarono per portarmi nella capanna della foresta per un’altra visita. Lo starets era allora in conversazione con un gruppo di visitatori. Fui deposto a terra, sotto un pino molto alto … . Poiché lo pregavo di aver la bontà di aiutarmi, padre Serafino rispose: “Non sono un medico: quando si è malati è al medico che bisogna rivolgersi”. Gli raccontai allora tutto quello che avevo tentato: ero ricorso alle cure dei migliori medici di Kazan, dopo di che avevo consultato un discepolo del celebre omeopatista Hahnemann e tutto si era rivelato inutile. Aggiunsi che sentivo che Dio solo poteva venirmi in aiuto, peccatore com’ero. “Credi nel Signore Gesù Cristo? chiese lo starets. Credi che è Dio fatto uomo? Credi alla sua santissima Madre, la Vergine purissima?” Io risposi: “Sì, credo!” “E credi che il Signore durante la sua vita ha guarito in un istante ogni sorta di malattia, con una sola parola, con un semplice gesto e che anche oggi, altrettanto facilmente e velocemente, può ancora guarire uno che lo implora? … E credi che talora anche noi possiamo a nostra volta, per la sua parola e per l’aiuto della Madre di Dio, guarire un malato con una sola parola?” Risposi “Sì, lo credo veramente, con tutto il mio cuore e la mia anima. Se non lo credessi non avrei chiesto di essere portato fin qui da lei”. “Se hai la fede, sei già guarito!”, disse. “Com’è possibile? Guarito? Lei e i miei amici dovete ancora sorreggermi per le braccia”. “No. Sei guarito in tutto il corpo e ti è restituita la salute”. Detto ciò lo starets comandò alle persone che mi sorreggevano davanti a lui di spostarsi. Mi prese lui stesso sotto le spalle mi sollevò da terra, mi mise in piedi e disse:Resta in piedi ora! Appoggiati bene sui piedi … Ecco … Ecco, non aver paura, sei completamente ristabilito”. E aggiunse: “Andiamo, vediamo come sei capace di restare in piedi!” Risposi: “Si, ma è perché lei mi sorregge così bene” “No, disse. Ora puoi camminare senza di me e continuerai a farlo. La Madre di Dio stessa ti ha raccomandato al Signore e Lui ti ha completamente restituito le tue forze. Andiamo, cammina!” E fu come se un vigore completamente nuovo fosse penetrato nelle mie membra. Feci qualche passo, ma lo starets mi fermò: “Per oggi basta. I tuoi tre anni di sofferenza ti hanno molto indebolito: bisogna ricominciare lentamente a camminare risparmiando le forze; la tua salute è ormai un dono prezioso del Signore, abbine cura. Il Signore ti ha liberato e purificato da tutto ciò che era peccato. Vedi che miracolo ha compiuto in te. E ora, credi sempre, con una fede senza incrinatura, nel suo divino amore per te”. Dopo la benedizione dello starets, sono ritornato alla mia vettura, aiutato dal mio servitore e sotto gli occhi meravigliati di numerosi testimoni. In seguito, ho reso frequenti visite allo starets e abbiamo avuto lunghi e gravi colloqui. L’ultimo consiglio che mi diede risale al novembre 1831, quando ebbi il dono di andare a rivederlo, in perfetta salute, e ascoltare le sue parole nella radura. Mi ha predetto in quell’occasione molti eventi della storia della Russia”.

Qualche tempo prima di morire Serafino ha un’ultima visione della Madre di Dio. Gli appare accompagnata da Giovanni il Battista e dall’apostolo Giovanni: lo benedice e annuncia “Il nostro prediletto sarà presto con noi!”. Serafino indica ai confratelli il luogo in cui desidera essere sepolto e fa trasportare nella sua cella la bara che raccoglierà le sue spoglie mortali.

Il giorno di capodanno del 1833, all’età di settantaquattro anni, Serafino riceve la Comunione e si congeda da tutti i confratelli del monastero di Sarov. Nella serata lo si sente intonare inni pasquali. La mattina del giorno dopo, si forza la porta della sua cella dalla quale esce del fumo: hanno preso fuoco alcune pezze di tela e alcuni libri che appartengono al monaco. Serafino è in ginocchio davanti all’icona della Madre di Dio, la testa inclinata, le mani incrociate sul petto, gli occhi chiusi. Serafino è morto.

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Icona della Madre di Dio

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Dopo la sua morte la venerazione del popolo russo per Serafino andò sempre crescendo e contribuì a superare tutti gli ostacoli alla sua canonizzazione [2]. 

Nel 1902 una commissione istituita dal Sinodo confermò più di cento casi di guarigione attribuiti a Serafino.  

Serafino è stato canonizzato (glorificato) il 19 luglio del 1903 dalla Chiesa Ortodossa Russa. 

Le celebrazioni cominciarono il 3 luglio del 1903 alla presenza del metropolita di San Pietroburgo Anthony: lo zar Nicola II e la zarina Aleksandra Fëdorovna offrirono il sarcofago per la custodia dei resti del santo. Il trasporto, secondo quanto riferito dalle cronache del tempo, ebbe inizio con una solenne cerimonia il 16 luglio; il giorno successivo le campane di Sarov, iniziarono a suonare a festa prima dell’arrivo dei Romanov e dell’inizio di una Divina liturgia di ringraziamento nella cattedrale della Dormizione. Il 18 luglio vennero elevate al Cielo le ultime preghiere a Serafino come Servo di Dio tornato alla casa del Padre; dal giorno successivo, infatti, la Chiesa stabilì di onorarlo come santo. Alle 6 del mattino le reliquie vennero esposte alla pubblica venerazione mentre, durante i vespri, vennero traslate dalla chiesa dei santi Zosima e Savatij, dove sino ad allora erano state conservate, alla cattedrale della Dormizione. Stando a molti testimoni, parecchie persone si ritrovavano guarite da malattie e infermità. Il 19 luglio, giorno della nascita di Serafino, oltre 200.000 persone confluirono nella piccola cittadina: il sarcofago venne aperto, omaggiato e quindi richiuso. Quindi lo stesso metropolita Anthony inaugurò due nuove chiese: la prima era stata nel frattempo costruita sulla cella in cui Serafino aveva trascorso l’ultima parte della vita; la seconda venne aperta il successivo 22 luglio presso il monastero femminile della vicina Diveevo. 

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La cella, a Sarov,  in cui le reliquie di  Serafino sono state conservate sino al 1903

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La famiglia reale russa in processione

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Le reliquie di san Serafino nella cattedrale della Dormizione a Sarov

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Dopo la rivoluzione sovietica il monastero di Sarov fu chiuso [3] e le reliquie di Serafino scomparvero. Furono ritrovate, nel 1990, nei sotterranei del museo dell’ateismo di Leningrado (oggi San Pietroburgo), nella cattedrale neoclassica dell’Icona della Madre di Dio di Kazan. La consegna delle reliquie alla Chiesa ha avuto luogo l’11 gennaio del 1991 a San Pietroburgo. Il 7 febbraio sono state portate a Mosca e il 23 luglio dello stesso anno alla chiesa della Santa Trinità presso il monastero di Diveevo. Un’incredibile folla seguì la traslazione a Diveevo.

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Il patriarca Alessio II durante la cerimonia di riconsegna delle reliquie di san Serafino di Sarov alla Chiesa ortodossa russa, San Pietroburgo, l’11 gennaio 1991

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La cattedrale della Santa Trinità, presso il monastero di Diveevo nella regione di Nizhny Novgorod, dove sono conservate le spoglie di san Serafino

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Le reliquie del santo durante una processione religiosa a Sarov, il 31 luglio 2003, in occasione del centenario della canonizzazione
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Serafino non lasciò nulla di scritto (Fonte B) [4], possiamo desumere il suo pensiero da una conversazione tra lui e Nicholas Aleksandrovic’ Motovilov , conversazione che Motovilov mette per iscritto in “Colloquio con Motovilov” nel 1831. “Colloquio con Motovilov” è considerato uno dei testi più importanti della spiritualità russa.

Questo testo è rimasto nascosto per oltre settanta anni negli archivi del monastero di Diveevo, dove ha vissuto la moglie di Motovilov che dopo la morte del marito si è fatta monaca. Il “Colloquio” viene ritrovato nel 1902 e pubblicato l’anno successivo a cura di Sergej Aleksandrovič Nilus. Grazie a questa pubblicazione, tradotta in tutte le lingue, nel XX secolo il messaggio di san Serafino ebbe una grandissima diffusione anche in Occidente.

 

Fonti:  

a)  http://it.wikipedia.org/wiki/Serafino_di_Sarov

b)  http://www.santiebeati.it/dettaglio/57900

c) 

d) http://www.dom.it/lo-staretz-serafim-la-grandezza-della-mistica-non-della-cultura/

e) http://utenti.multimania.it/archeosofia/articoli/seraf.htm

f) http://www.30giorni.it/articoli_id_21169_l1.htm

g) http://www.profeti.net/Carismatici/San%20Serafino%20di%20Sarov/biografia.htm

h) http://www.orthodoxworld.ru/it/sviatye/2/index.htm

i) http://books.google.it/books?id=cVBRls_X5w4C&pg=PA156&dq=san+serafino+di+sarov&hl=it&sa=X&ei=HybxUcGoJvL24QSJsIHwCQ&ved=0CDwQ6AEwADgU#v=onepage&q=san%20serafino%20di%20sarov&f=false 

l) http://books.google.it/books?id=fYrJ3K16SlIC&pg=PA57&dq=serafino+di+sarov+fatica&hl=it&sa=X&ei=ciH5UZP3B8-N4gTDx4CIDg&ved=0CD0Q6AEwAA#v=onepage&q=serafino%20di%20sarov%20fatica&f=false

m) http://books.google.it/books?id=jIAqFoVzZdIC&pg=PA130&dq=serafino+di+sarov&hl=it&sa=X&ei=viT5Uf63KYnS4QSXooCgDg&ved=0CGYQ6AEwCTge#v=onepage&q=serafino%20di%20sarov&f=true

n) http://www.testimonicona.it/19-luglio-1903-solenne-traslazione-delle-reliquie-di-san-serafino-di-sarov/

o) http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSez.php?cat_id=29

p) http://larpadidavide.blogspot.it/2013/12/san-serafino-di-sarov-una-vita-di.html#more

q) http://www.symeon-anthony.info/StSeraphimSarov/StSeraphimSarov.htm

Note

[1] Il monastero della Dormizione della Madre di Dio è stato fondato nel 1706. Nel monastero nel 1733 vivevano circa 36 monaci. Nel 1903 il monastero aveva nove chiese, tra cui una sotterranea e ci vivevano circa 320 monaci. Nel 1923  il monastero fu chiuso e molti dei monaci sono stati imprigionati e uccisi. Durante la seconda guerra mondiale gli edifici del monastero sono stati utilizzati come fabbriche d’armi. Dal 2006  è in atto la ricostruzione degli edifici del monastero. (Fonte: http://www.sarov-monastery.org/english/).

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La Cattedrale della Dormizione  consacrata nel 1777

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 La chiesa dei santi Zosima e Savvatiy costruita nel 1784.

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Nel 1789 ha inizio la costruzione del campanile del monastero che sarà terminato nel 1799 

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Nel 1897 ha inizio la costruzione della chiesa dedicata a Serafino di Sarov che verrà consacrata nel 1903 durante la  sua glorificazione  

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 Il monastero di Sarov agli inizi del ‘900. Vista dal campanile

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[1a] Il padre di Serafino commissionò la costruzione di una chiesa che risultò di così armoniosa bellezza che nemmeno i bolscevici ebbero il coraggio di distruggerla. Nel 1934 si limitarono a chiuderla al culto per trasformarla in Galleria d’arte, in Scuola d’arte drammatica e poi in Museo dell’ateismo. Oggi la cattedrale di san Sergio e della Madonna di Kazan è tornata al suo antico splendore. A Kursk c’era una piccola chiesa lignea dedicata a san Sergio di  Radonez, ma il fuoco la distrusse nel 1751. La tradizione vuole che frugando fra le macerie i fedeli trovassero intatta una icona, quella della Madonna di Kazan. Il padre di Serafino decise che al posto della chiesetta sarebbe sorta una chiesa degna del santo protettore della Russia e dell’icona più celebrata dalla Chiesa ortodossa.

(Fonte: http://italian.ruvr.ru/radio_broadcast/6455535/90417458.html)

[1b] È un’immagine iconografica decisamente insolita, per tipologia, nella Chiesa d’Oriente. Si tratta della Madre di Dio “Diveevskaja”, ispirata alla tipologia della Vergine “Umilenie”, anche detta “Seraphima” perché prediletta da san Serafino. L’icona è rara nell’Ortodossia in quanto la Vergine vi è raffigurata senza il Bambino in braccio. Questo perché ella è colta nel momento dell’Annunciazione (Luca 1, 24-38) con le braccia incrociate al petto in segno di orante sottomissione a Dio. Gli occhi sono abbassati e la Madre di Dio è sul punto di pronunciare la sua risposta all’Arcangelo Gabriele: “Sia fatto di me secondo la tua parola”. Solitamente il “titulus” in slavonico dell’icona reca la frase “Gioisci, o Vergine Sposa”  che è il tema dell’Inno Akatisto alla Santa Vergine. Di fronte all’icona era mantenuta sempre accesa una lampada ad olio …  molti malati riferirono successivamente di avere ricevuto guarigioni da quell’olio santo. Verso la fine della sua vita Serafino incaricò le monache del convento di Diveevo di preparare un “buon posto” per la “Signora Benedetta”, come la chiamò indicando l’icona. Dopo la morte del Santo, l’archimandrita del monastero di Sarov affidò alle sorelle l’icona che venne anche arricchita con una riza d’argento. Nel 1903, in occasione della canonizzazione del venerato monaco, lo zar Nicola II fece dono di pietre preziose per arricchire ulteriormente la sacra immagine. Nel 1991, dopo la fine dell’Unione Sovietica, l’icona fu trasferita dal monastero di Diveevo nella residenza del patriarca di Mosca. Nel convento fu lasciata una copia mentre l’originale viene esposto ai fedeli in occasione di particolari solennità. (Fonte: http://www.testimonicona.it/la-madre-di-dio-diveevskaja-amata-da-s-serafino-di-sarov/).

Secondo un altra fonte, quando il monastero di Diveevo fu chiuso e distrutto, le suore portarono segretamente l’icona nella città di Murom, nel monastero dell’Annunciazione, in cui si stabilirono. L’icona della pace fu tenuta in una delle celle monastiche. Poi, quando la suora che custodiva la santa immagine intuì che stava avvicinandosi l’ora della morte, la consegnò ad un arciprete della città di Rjazan che la tenne in gran segreto. Solo quando cessò ogni pericolo, l’icona fu affidata al Patriarca Alessio II e da allora è custodita nel cuore della Chiesa ortodossa russa, dove lavora, prega e vive il Patriarca. ( Fonte: http://www.eleousa.net/archivio.php?id=97).

[1c] Dopo Elena Manturof, la guida della comunità passò a donne di origine contadina. Nel 1839 il gruppo arrivò a contare 115 suore. Nel 1842 la comunità fondata nel 1780 e quella fondata nel 1826 si fusero, acquisendo la denominazione “Serafimo-Diveevskij”. Nel 1861 la struttura ottenne lo status di monastero. La prima egumena, dopo l’ottenimento dello status monasteriale, fu Elisaveta Ušakova.

Il 9 agosto 1875 fu consacrata la grande cattedrale della Trinità, la cui posa della prima pietra era avvenuta nel giugno 1848, alla presenza dell’arcivescovo di Nižnij Novgorod Iakov Večerkov. I lavori di costruzione dell’imponente edificio furono diretti dall’architetto Aleksandr Rezanov. In quell’epoca uno degli amministratori del monastero era Nicholas Aleksandrovic’ Motovilov. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo furono costruite l’alta torre campanaria, l’ufficio dell’egumena insieme ad una chiesa dedicata a santa Maria Maddalena e la chiesa refettorio consacrata a san Aleksandr Nevskij. Nella chiesa di santa Maria Maddalena, nel 1903, su richiesta dello zar Nicola II, fu celebrata la divina liturgia, durante la visita del sovrano stesso al monastero. La presenza della famiglia imperiale in quell’occasione fu dovuta al fatto che presso il monastero stava avendo luogo il processo di glorificaione di Serafino. Il monastero, oltre a custodirne le reliquie, ospita anche l’unico ritratto di Serafino dipinto da un suo contemporaneo. Tra il 1907 ed il 1916 furono portati avanti i lavori di costruzione della cattedrale neobizantina consacrata alla Trasfigurazione di Gesù.

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La torre campanaria

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La chiesa refettorio consacrata a san Aleksandr Nevskij

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La cattedrale della Trasfigurazione di Gesù

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Le case conventuali

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Dopo la rivoluzione sovietica, alla comunità di suore fu concesso di continuare a vivere nel monastero, tuttavia, nel 1927, le autorità sovietiche ne decretarono la chiusura. Numerose suore trovarono ospitalità vicino il monastero dell’Annunciazione di Murom. Le proposte di riapertura, avanzate nel 1947 e nel 1951, non furono prese in considerazione. Nel 1950 furono distrutti il campanile e le cupole della chiesa di Kazan.

La vita del complesso riprese parzialmente solo nel 1988. Il 31 marzo 1990 fu riconsacrata la cattedrale della Trinità, alla presenza dell’arcivescovo Nikolaj Kutepov. Il 21 luglio 1991 il sinodo della Chiesa ortodossa russa decise la totale riapertura del monastero. Il 23 luglio le reliquie di san Serafino furono ritrasferite nella struttura. Nel 1995, un decreto presidenziale sancì l’ingresso della chiesa di Kazan (la più antica dell’intero complesso) nell’elenco degli edifici del patrimonio architettonico d’importanza federale. Nel 2000 arrivò la canonizzazione locale della fondatrice del monastero, Alessandra, di Marfa Meljukova e di Elena Manturof. Nel 2003, anno del centenario della glorificazione di Serafino, il monastero di Diveevo ricevette la visita del patriarca di Mosca Alessio II e del suo futuro successore, Cirillo. In totale, il monastero ospita oltre 400 suore. Dal 1989 sono state restaurate e riconsacrate sette chiese site al suo interno. Il 26 aprile 2012 il metropolita Georgij Danilov ha inaugurato il cantiere per la costruzione della nuova cattedrale consacrata all’Annunciazione. Il suo progetto è stato affidato al famoso architetto Andrej Anisimov, già impegnato nella costruzione di molte chiese

Il monastero ospita al proprio interno numerosi luoghi oggetto di devozione. Tra questi, il più noto è il cosiddetto “Santo Canale”, un corridoio contornato da solchi su cui sono costruite delle croci. Secondo la tradizione, il 25 novembre del 1825 la Madonna apparve a Serafino, chiedendogli di creare dei solchi che sarebbero sempre stati protetti contro Satana. Danneggiati durante il periodo sovietico, furono risistemati a partire dal 1997 in poi. 

All’interno della cattedrale della Trinità si trova un’icona della Madonna Eleusa, conosciuta anche come “Madonna della Tenerezza”, particolarmente venerata poiché è la stessa su cui pregò san Serafino. Dal 2009 il monastero ospita anche le reliquie di vari santi provenienti dal monastero Glinskij. Di particolare interesse storico è anche la campana di Serafino, acquistata nel 1829 presso la Fiera di Nižnij Novgorod. Nel 2009 è stato riconsegnato al monastero il ritratto della fondatrice Alessandra. Dipinto da una suora in data imprecisata, a seguito della chiusura della struttura nel 1927, fu immagazzinato nella città di Joškar-Ola. Ritrovato in un negozio di antiquariato, nei pressi della chiesa del Salvatore Misericordioso di Nižnij Novgorod, è stato ricollocato in una cappella del monastero. (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_Serafimo-Diveevskij).

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La pianta del monastero

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[2] Nelle Chiese ortodosse orientali, la canonizzazione o più propriamente, nella prospettiva ortodossa, la “glorificazione” dei santi differisce dalla tradizione cattolica sia per quel che concerne il punto di vista teologico che nella pratica. La glorificazione di un santo è infatti ritenuta un atto di Dio piuttosto che dei membri della Chiesa, a cui è delegato solo il riconoscimento formale di quanto già avvenuto in sostanza.

Secondo quest’ottica, quando un uomo che ha trascorso la propria vita seguendo i dettami della Chiesa muore, Dio può scegliere se glorificarlo attraverso la manifestazione di miracoli o meno. In caso positivo la devozione al santo inizia a crescere partendo dal livello più basso, chiamato “radici d’erba”. La devozione si sviluppa da tale punto, nel quale non c’è ancora alcun riconoscimento formale ma in cui i devoti possono decidere di celebrare messe in suffragio (greco: Parastas, russo: Panikhida) pregando per lui come si può pregare per un normale defunto che non è stato glorificato. La Chiesa permette di commissionare in suo onore delle icone, che possono essere tenute in casa ma mai nei luoghi di culto.

Qualora le prove della santità del defunto continuino a manifestarsi, viene iniziata la procedura vera e propria di canonizzazione. La Glorificazione può essere posta in essere da qualsiasi vescovo all’interno della propria diocesi, anche se usualmente questa viene dichiarata da un Sinodo di vescovi. Prima di arrivare alla dichiarazione di santità vera e propria, solitamente vengono compiute accurate indagini sulla fede del defunto, sui suoi comportamenti e sulle sue opere, cercando inoltre di verificare la veridicità dei miracoli attribuiti alla sua intercessione. La Glorificazione finale non rende un individuo santo ma accerta ciò che in ottica ortodossa era stato già reso manifesto da Dio.

Talvolta uno dei segni determinanti per la successiva santificazione è la condizione delle reliquie: alcuni santi infatti manterrebbero il proprio corpo incorrotto per lungo tempo dopo la loro morte, senza che questo fosse stato precedentemente trattato con particolari artifici. Alle volte, quando vi sono segni di normale putrefazione, possono manifestarsi altri elementi che dimostrano la santità del defunto, quali il colore mieloso delle ossa o l’aroma di mirra che si spande dai resti del corpo. L’assenza di tali manifestazioni non è comunque una prova sufficiente per dichiarare la non santità di un soggetto.

In alcune tradizioni, un individuo già considerato santo dai devoti locali ma per il quale non è ancora iniziato il formale accertamento di Glorificazione, è chiamato “Beato”. Tale termine tuttavia è spesso utilizzato anche per coloro i quali è già stata accertata la santità, come per gli Stolti in Cristo (ad esempio, “Beata Xenia“) o per coloro per cui questo appellativo è entrato nell’uso comune (come, “Beato Agostino“, “Beato Girolamo“, e altri). In questi casi il titolo “Beato” non implica il mancato riconoscimento della loro santità da parte della Chiesa.

I particolari del Servizio di Glorificazione differiscono da Diocesi a Diocesi ma normalmente prevedono la formale iscrizione finale nel Calendario dei Santi (assegnando al defunto un giorno particolare all’interno dell’anno nel quale sarà celebrata la sua memoria), la composizione di Canti liturgici in onore del Santo (normalmente utilizzando particolari inni precedentemente commissionati che vengono cantati per la prima volta durante la cerimonia di Glorificazione) e la presentazione della sua Icona. Prima della Glorificazione stessa solitamente viene celebrata un'”ultima Panikhida,” unRequiem solenne durante il quale la Chiesa non prega per il riposo della anima del defunto (come in precedenza) bensì innalza una Paraklesis o un Moleben per implorare la sua intercessione davanti a Dio.

I martiri non necessitano di una Glorificazione formale, poiché, qualora il martirio sia stato conseguenza della loro fede e non ci siano prove di un comportamento non cristiano nel periodo antecedente alla loro morte, è sufficiente la testimonianza del loro sacrificio. Poiché secondo la concezione ortodossa la maggior parte dei Santi non sono palesati da Dio, essi rimangono nascosti agli occhi dei viventi: di loro viene tuttavia celebrato il ricordo durante la domenica diOgnissanti. In alcune Diocesi, la domenica seguente a questa festa, è dedicata alla commemorazione di tutti i Santi (conosciuti e non) della Chiesa locale. Così vi saranno le feste di “Ognissanti delle Montagne Sacre”, di “Ognissanti Russi” di “Ognissanti Americani”, ecc.  [Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Canonizzazione] 

[3] La città di Sarov, circondata da un fitta foresta, è uno dei luoghi più reconditi dell’ex Unione Sovietica. Luogo di nascita della bomba atomica russa e ancora oggi centro dell’industria nucleare nazionale, la città ospita anche uno dei più venerati monasteri del Paese, accessibile ai pellegrini e tenuto in attività grazie all’impegno di soli quattro monaci

Sarov sparì dalle mappe sovietiche nel 1946, quando da piccola città di provincia fu trasformata per legge in un luogo di importanza cruciale per la ricerca e lo sviluppo delle armi nucleari. Alcuni dei suoi edifici un tempo appartenevano al sesto più grande monastero della Russa pre-rivoluzionaria. Ancora oggi la sua torre campanaria, privata delle campane, domina il profilo della città: se è sopravvissuto è perché sino al 2012 fungeva da sostegno ai trasmettitori della televisione. Tutte le chiese principali di Sarov furono fatte esplodere dalle autorità sovietiche negli anni Cinquanta.

Oggi Sarov, meglio conosciuta come Arzamas-16, il nome in codice che le fu assegnato in era sovietica, ha l’onore di ospitare il più grande computer della Russia, la più grande stazione europea per la fusione termonucleare da laser e il più grande acceleratore lineare di particelle d’Europa. Il cuore pulsante della città è rappresentato dal Centro nucleare federale, noto anch’esso con un acronimo di era sovietica: Vniief, che dà lavoro a circa un quinto della popolazione locale, che conta 92.000 abitanti.

Sarov, che all’apparenza è una normale città russa caratterizzata dal sovrapporsi di stili architettonici – dagli ordinati edifici in mattoni, alle imponenti facciate di epoca staliniana, ai negozi banali risalenti alla fine dell’era sovietica, con lustre pareti di plastica – è a tutt’oggi una delle quaranta “città blindate” (“zato”) del Paese, un luogo al quale non è facile accedere. Ai dipendenti del Vniief, ai quali è stata rilasciata un’autorizzazione di sicurezza, viene fatto divieto di recarsi all’estero, a meno che non siano diretti in Bielorussia, Kazakhstan e Ucraina, o si uniscano a dei viaggi precedentemente approvati dalle autorità. I loro spostamenti all’estero devono avvenire esclusivamente tramite gruppi organizzati in patria e scortati da un funzionario del Servizio federale di sicurezza (Fsb). A causa di questa condizione di semi chiusura, la Chiesa ortodossa russa ha difficoltà a restaurare il famoso chiostro del monastero della Dormizione, per riportarlo al suo splendore pre-sovietico.

(Fonte:http://russiaoggi.repubblica.it/turismo/2013/03/04/chiesa_o_nucleare_il_dilemma_di_una_citta_segreta_22253.html)

[4] Al contrario la fonte C sostiene che gli scritti di padre Serafino che Filarete di Mosca aveva raccolti per esaminarli in vista della canonizzazione, sono andati perduti 

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Icone  raffiguranti san Serafino 

Icona raffigurante Serafino

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 Per vedere il filmato cliccare qui

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