“Le eretiche: Guglielma e Maifreda. Prima sante, poi streghe: storia di un’eresia femminista” di Michela Zucca

La storia di cui parleremo viene definita da Luisa Muraro, che ha svolto ricerche fondamentali su questo argomento e le ha pubblicate in un famoso libro una decina di anni fa, ‘un’eresia femminista’. Di che cosa si tratta? Si tratta di un’eresia che diventa tale solo a posteriori e viene condannata per stregoneria. La vicenda si svolge a Milano nel 1300.

Milano, covo di eretici

Prima di parlare di Guglielma e Maifreda, che sono le protagoniste di questa storia, bisogna capire un poco cosa era Milano e cosa era successo in quel periodo. Anche perché da sempre, Milano ha rapporti stretti con diverse forme di eresia.

La prima persecuzione contro gli eretici era già passata da quasi da mille anni. Chi lancia la persecuzione è il santo vescovo di Milano, Ambrogio, nel IV secolo d.C., che fa sterminare gli ariani. Li fa fuori per ragioni politiche, ma in realtà gli ariani non toccano Milano, stanno in Africa e muoiono sotto la giurisdizione di Agostino, prima santo e poi dottore della Chiesa. Quella degli ariani non è ancora una rivolta di idee, mentre gli eretici di cui trattiamo qui avevano elaborato un sistema di pensiero diverso.

Milano viene definita dagli storici medioevali ‘covo di eretici’. Pare che all’ombra del Duomo prosperassero liberi pensatori di ogni tipo, ma c’erano anche dei gruppi di persone più ‘ortodossi’, che erano soltanto a rischio di eresia e che sarebbero diventati dopo degli eretici. Tanto è vero che una delle protagoniste di questa storia, Maifreda, appartiene all’ordine monastico degli umiliati, a quell’epoca diffuso, ricco e potente. Poi subirà la stessa fine: ma devono passare ancora tre secoli.

Le testimonianze dell’eresia a Milano sono molteplici. Il nome di corso Monforte, viene da un infame generale, che nella Francia del dodicesimo secolo fece sterminare decine di centinaia di catari. Si chiamava Guy de Montfort e per una volta ebbe la fine che la gente della sua razza si merita: morì per mani gentili, lapidato dalle donne catare in difesa di Lione.

Un campo di concentramento in centro città

I catari erano eretici pacifisti, ma fino ad un certo punto; questo generale portò a Milano un migliaio di poveri catari e li mise praticamente in un campo di concentramento fuori le mura cittadine. Se avete presente corso Monforte, è la circonvallazione interna dove una volta passavano le mura medioevali. Ebbene, li fa sistemare appena fuori le mura in un recinto pattugliato dagli sgherri per farli morire di fame ma senza macchiarsi di omicidio diretto. Il periodo storico è il 1100, erano occitani della città di Alba. Li rinchiude per farli morire, ma i milanesi non capivano per quale motivo avessero portato lì quei poveretti, che avevano tutt’altro che l’aria di feroci guerrieri; li chiamavano ‘boni homines’, cioè ‘buoni uomini’. In fondo si potrebbero definire dei fondamentalisti evangelici, che predicavano la povertà. Capito che queste persone erano dei cristiani e che con la violenza avevano poco a che fare, [i milanesi] continuarono a nutrirli passando pane e viveri attraverso le recinzioni, malgrado gli sbirri, ragion per cui questi disgraziati si ostinavano a non morire di fame. Ad un certo punto la vicenda era divenuta così scandalosa che le autorità milanesi decisero di bruciarli.

Guy de Montfort durante l’assedio della città di Alba, su richiesta dei suoi luogotenenti, dei quali si fa portavoce al vescovo, chiedeva: “Ma come possiamo distinguere gli eretici dai cristiani, visto che abitano accanto e ci avete dato l’ordine di fare il macello di notte”. Il vescovo risponde di non preoccuparsi e di ammazzarli tutti, poi quando arriveranno al cospetto di Dio, il Signore sceglierà i suoi.

Le autorità di Milano non volevano da principio macchiarsi di un omicidio diretto e aspettavano che morissero di fame, ma i poveri catari si ostinavano a non crepare e alla fine furono bruciati in massa alla Vetra.

Milano, città ricca e aperta

Nonostante le esecuzioni sommarie, che talvolta capitavano, Milano pullulava di eretici, anche perché rispetto ad altre città d’Europa era più libera, c’era più cultura, più passaggio di persone, l’autorità della Chiesa veniva meno riconosciuta, anche se chi guidò la lotta per l’indipendenza del comune di Milano contro l’impero era il suo vescovo: Ariberto D’Intimiano. Milano era l’unico luogo d’Europa dove la nobiltà per legge si acquisiva per censo, cioè quando uno guadagnava tanti soldi veniva nominato nobile d’ufficio. Rispetto a quello che succedeva altrove era un grande progresso, in quanto il lavoro non veniva disprezzato.

Gli umiliati, ricchi monaci imprenditori

Gli umiliati erano un ordine di monaci che lavorava per davvero, erano degli imprenditori. Potevano entrare in convento intere famiglie, anche a tempo determinato, cioè non per l’intero corso della vita. Sono loro che fondarono la ricchezza di Milano. Nelle loro abbazie, per esempio in quella di Monlue’, ci sono dei grandi cortili in cui tenevano greggi di pecore. Gli umiliati infatti avevano inventato l’arte di fare il feltro, la prima stoffa semi impermeabile dell’antichità, su cui si fondò la futura potenza economica di Milano perché il feltro non lo sapevano fare da nessun’altra parte. Gli umiliati governavano le abbazie un abate e una badessa, a turno. Si tratta degli stessi monaci che secoli dopo questa storia furono dichiarati eretici, gli stessi che tentarono di ammazzare il vescovo di Milano Carlo Borromeo, che la scampò perché vestito di feltro pesante (ironia della sorte! La stessa stoffa che avevano inventata loro!) che deviò la palla di piombo. Gli umiliati a Milano erano tenuti col massimo degli onori dalle autorità; l’accademia di Brera era la loro casa maggiore.

Anche i benedettini, praticavano la regola dell’ ‘ora et labora’, ma in realtà facevano un tipo di lavoro in cui le mani c’entrano poco: infatti i benedettini copiavano codici miniati, distillavano medicine dove lo sforzo principale era quello dell’intelletto. Gli umiliati invece fabbricavano stoffe, aprivano vie di comunicazione, avevano costruito una rete di collegamento fra i due versanti delle Alpi, controllavano i passi sulle montagne …

Un ordine ‘scomodo’ per la Chiesa

Insomma lavoravano in puro spirito lombardo ed è chiaro che erano sempre a cavallo dell’eresia, perché la Chiesa faceva finta di disprezzare le ricchezze materiali, ma si appropriava di quelle degli altri. Quest’ordine di monaci e monache imprenditori erano molto ben visti, anche perché praticarono la povertà molto prima dei francescani. Per certi versi erano simili agli stessi catari: in fondo anche loro venivano dai tessitori di Lione e quindi è sempre lo stesso ambiente culturale (quello di gente che lavora con le mani e maneggia soldi, orrore!) che provoca questi fermenti di rinnovamento. È ovvio che a quei tempi, quando la cultura era profondamente religiosa, ogni fermento innovatore doveva assumere un aspetto religioso, perché non avevano altro sistema né di pensarlo né di esprimersi. A Milano c’erano i catari e c’erano altri eretici chiamati ‘fratelli del libero spirito’, quelli a cui apparteneva Fra Dolcino, che predicavano perfino la libertà sessuale. Quindi c’era un poco di tutto ed è chiaro che i dissidenti erano clandestini, ma di una clandestinità non molto sotterranea, tanto è vero che nella storia di questa eresia troviamo addirittura Galeazzo Visconti; e Maifreda che predicava pubblicamente.

Gli umiliati fecero un percorso simile ai templari, i quali prima vengono utilizzati per difendere i luoghi sacri della cristianità: basti pensare alla figura di Bernardo da Chiaravalle che fonda l’ordine, che costruisce la cattedrale di Chartres. Ad un certo punto arriva al potere Filippo il Bello, che dichiara guerra a mezza Europa ma non ha i soldi, quindi li chiede ai templari che gli rispondono ‘picche!’, allora lui li accusa delle peggiori nefandezze e poi li fa bruciare. La stessa cosa succede con gli umiliati. È chiaro che loro erano ricchi perché lavoravano in un mondo in cui nessuno lo faceva e il lavoro era considerato umiliante e indegno di un uomo libero e nobile, la ricchezza era parassitaria. Loro, nonostante operassero nell’ortodossia, erano consapevoli di essere appena tollerati, infatti sia dei templari che degli umiliati non si ritrovò mai né il tesoro, né gli archivi, malgrado gli inquisitori diventassero matti per cercarli.

I milanesi e l’inquisitore martire

A Milano all’epoca esiste un grosso fermento di idee; oltretutto i milanesi non erano gente che si faceva intimidire, neanche dai preti. In Sant’Eustorgio (che era la sede dell’Inquisizione) esiste la colonna che è il monumento all’inquisitore martire. Questo perché riuscirono ad ammazzarne uno, Pietro da Verona (che poi santificarono naturalmente), il quale pretendeva il celibato dei preti, e fu attaccato e eliminato dai milanesi in Santo Stefano nel 1254. C’è da dire che a Milano si anticipano delle tematiche di almeno tre secoli rispetto al Concilio di Trento: qui il clima culturale era effervescente, molto vivo rispetto ad altre città d’Europa.

Libere riunioni dai guglielmiti

Anche la condizione della donna era molto più libera: nel processo a Guglielma e Maifreda ci furono delle donne che si dichiararono apertamente guglielmite, mentre i loro mariti no. In carcere hanno i loro mariti, i quali denunciano le mogli e raccomandano loro di non andare più con i guglielmiti, invece loro continuano ad andarci. In altri posti e in altri secoli la donna mai si sarebbe potuta permettere di partecipare ad una setta eretica clandestina col marito che non lo era, e poi una volta beccata, invece di finire bruciata e ripudiata dal marito, continuava a frequentare le riunioni dei guglielmiti. Questa era la situazione culturale e quanto succedeva a Milano, in cui abbiamo una condizione della donna molto più libera rispetto ad altri luoghi.

Più soldi, più libertà dalla Chiesa

Milano in quel periodo era una delle città più ricche del mondo: nel 1200-1300 il reddito prodotto a Milano superava quello dell’intera Germania. Siamo di fronte ad una ambito in cui circolano molti soldi e questo porta anche ad una maggiore libertà. Un altro posto in cui c’è grande libertà perché circolano i capitali – che finanziano anche la Chiesa – è Venezia, quindi le autorità prima di reprimere i loro cittadini ci pensano su; sulla laguna l’Inquisizione entra quando la sua potenza economica inizia a declinare. 

Improbabili pergamene dal droghiere

La storia di Guglielma e Maifreda è misteriosa anche per quanto riguarda il ritrovamento degli atti e della documentazione relativa al processo. Ciò che noi conosciamo della storia di Guglielma e Maifreda è perché abbiamo potuto ricostruirla da delle pergamene che sono state nascoste per secoli. Le autorità di allora e l’Inquisizione redassero gli atti dei processi – che furono tenuti da due notai separatisu pergamena, il che per allora era una cosa davvero eccezionale perché era un materiale che costava caro. Qui abbiamo addirittura due notai perché la gente coinvolta apparteneva alle più ricche famiglie milanesi, tra cui gli stessi Visconti, in quanto Maifreda era cugina di Gian Galeazzo Visconti. Nei secoli successivi, di quei registri di quei notai si perde ogni traccia.

Ad un certo punto della storia si dice che un certosino (i certosini sono i monaci dell’abbazia di Chiaravalle, dove Guglielma fu sepolta e dove Maifreda predicò, che consideravano Guglielma una santa e l’hanno sempre difesa) un giorno entrasse da un droghiere e vedesse delle carte appallottolate che il venditore usava per avvolgerci la roba. Incuriosito dal fatto che queste carte fossero scritte, le prese e riconobbe gli atti di un processo, le comprò e così ritornarono alla luce. Questo avviene nel 1500. Ovviamente questa storia puzza lontano un miglio, prima di tutto perché chiunque sano di mente riconosce a vista la differenza tra carta e pergamena; secondo, non c’è mai stato un droghiere tanto stupido da avvolgere la roba nella pergamena; terzo, la pergamena è un materiale preziosissimo: era abitudine che, quando ciò che c’era scritto non serviva più, venisse raschiata e ci si riscrivesse sopra, un poco come le tele dei quadri. Figuriamoci se un droghiere le usava per farci dei cartocci! Nel 1500 la carta stessa era un bene prezioso perché veniva fatta a mano e che in quel periodo nessun droghiere avvolgeva i suoi prodotti con la carta. Ancora negli anni ‘50 del 1900, nelle campagne italiane per accendere il fuoco si usavano legnetti piccoli anziché carta, perciò anche le cose che si acquistavano nei negozi, in genere venivano messe in cestini oppure nei grembiuli. Il dato importante è che in effetti questi atti sono spariti e che in realtà molti documenti furono ritrovati e studiati dopo il 1700. Il governo illuminista di Milano, molto illuminato, decide di dare fuoco all’archivio della città per “guadagnare spazio utile” (vecchia la storia …), però, chissà come mai, vengono bruciati solo determinati documenti, quelli più vergognosi. E’ probabile che gli atti di questi processi vengano salvati dai Visconti clandestinamente, ed in qualche modo siano riusciti ad arrivare fino a noi. 

La storia di Guglielma

Tra il 1260 e il 1270 arriva a Milano una donna di circa cinquant’anni, da sola, con un figlio: di per sé già una cosa molto strana che una dama viaggi da sola con un figlio. L’avvenimento viene registrata perché era una signora di una certa levatura sociale, si suppone che lei fosse la figlia del re di Boemia caduto in disgrazia.

La regina di Boemia ebbe due figlie, una fu protagonista di un caso clamoroso perché si impuntò per diventare suora mentre la famiglia non voleva e lei si appellò a Roma, fino a quando il papa costrinse la famiglia reale a lasciarla entrare in monastero dove divenne badessa. La seconda si sposò e poi se ne persero le tracce, anche perché il regno di Boemia era da principio molto forte e ricco, ma poi per varie vicissitudini si sfalda, viene a mancare un erede e il padre di Guglielma, Ottone, chiede di essere eletto imperatore nella Dieta di Germania ma gli viene preferito un Asburgo e quindi va tutto a catafascio. 

Una predicatrice ‘femminista’ appoggiata e protetta dai potenti

Guglielma, non si sa per quale ragione, arriva da sola senza marito a Milano, prende casa e inizia una vita di predicazione, predicando un sistema di pensiero che oggi si potrebbe definire ‘eresia femminista’. Afferma che lo Spirito Santo in realtà è femmina; non è una sua idea originale: nel Medioevo spesso lo Spirito Santo veniva rappresentato in forme femminili. Nella cultura precristiana esistevano delle divinità a principio maschile, delle divinità a principio femminile e delle divinità figlio; poi nella religione cristiana c’è la figura di Dio Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Lei invece dice che lo Spirito Santo è femminile e che se Dio si dovesse incarnare lo farà in una donna. Inoltre predica l’uguaglianza tra le persone e – attenzione – la salvezza per i non cristiani, che era un’affermazione davvero molto eretica. Comincia a ricevere persone e c’è un sacco di gente – uomini e donne di ogni condizione sociale – che vanno a visitarla, che fra i suoi seguaci si annovera una sarta, Ottavia, ma anche Galeazzo Visconti. Si lega contemporaneamente a due case religiose: quella dei cistercensi di Chiaravalle, che vedono in lei una santa e la casa degli umiliati di Brera, quella da dove viene Maifreda, la monaca che proseguì la predicazione delle sue idee alla sua morte. Poi, per sfuggire alle persecuzioni, si sposta nella casa di Biassono, dove trova protezione e viene trattata come una santa e come una donna di grande prestigio, sia dai cistercensi che dagli umiliati. 

Una morte in odore di santità

Ad un certo punto Guglielma viene citata dal tribunale dell’Inquisizione, che esiste dal 1231 in sant’Eustorgio e viene affidata ai domenicani (in seguito verrà affidata anche ai francescani, i due ordini che svolgono il compito di inquisitori su mandato papale). Guglielma si presenta all’Inquisizione ma non succede nulla, gli inquisitori la esaminano ma non trovano niente di particolare in quello che lei dice e anche nella sua grande fede nello Spirito Santo. Torna a casa e muore in odore di santità, chiedendo che il suo corpo venga portato all’abbazia di ChiaravalleMilano è in guerra con Pavia, quindi le strade da Milano a Pavia sono chiuse. Andrea Saramita, uno dei suoi seguaci più convinti, va a chiedere un permesso speciale per poter portare il corpo di Gugliema a Chiaravalle e il permesso gli viene accordato: un onore riservato ad una santa. Quindi viene portata a Chiaravalle: gli stessi frati le dedicano una cappella con un altare e viene sepolta nella parte del cimitero destinata alla clausura, come se fosse una monaca interna. 

Nascita e persecuzione dell’eresia guglielmita

Dalla morte di Guglielma si sviluppa l’eresia guglielmita che diventa sempre più eretica perché Andrea Saramita afferma che Guglielma è lo Spirito Santo incarnato, che è morta ma fra poco risorgerà. La sua sostituta in vita è Maifreda, suora umiliata la quale veste abiti sacerdotali, predica e ad un certo punto si mette anche a dire messa e a benedire ostie: a questo punto le azioni dei giglielmiti non possono passare inosservate.

Nel 1281-82 muore Guglielma e nello stesso anno Andrea Saramita e prete Mirano, un altro dei suoi seguaci, vanno a Praga con i soldi dei guglielmiti, probabilmente per comunicare alla famiglia reale la morte di Guglielma e per ricevere appoggio politico. In realtà quando arrivano a Praga si accorgono che la famiglia reale boema è decaduta dal potere e tornano indietro. 

Nel 1284 viene celebrato un primo processo contro i guglielmiti: vengono interrogati davanti al tribunale dell’Inquisizione e rilasciati. Chiedono loro di abiurare e loro abiurano (una cosa tipica degli eretici che diventerà prassi corrente per ogni gruppo clandestino di opposizione: il concetto della doppia verità per salvarsi la pelle). Così vengono perdonati e tornano a casa. Intanto Maifreda predica più che mai e se nel corso del primo processo vengono lasciati liberi, durante il secondo processo, nel 1296, i guglielmiti vengono condannati. 

L’enciclica di Bonifacio VIII

Nel 1294 viene eletto un pontefice particolare, Celestino V: questo povero cristiano fa una gran brutta fine perché sparisce quasi subito, in realtà era un eremita abruzzese eletto papa e portato a Roma. Questo frate credeva davvero nella sua missione, ma il conclave lo elegge per poterlo manovrare e fargli fare ciò che vogliono i cardinali. I vescovi romani pensano che essendo un eremita che sta tra le montagne non sia uno particolarmente sveglio … Al contrario, Celestino era estremamente intelligente e quando arriva a Roma una delle cose che fa è chiudere i bordelli, che rappresentavano la prima fonte di entrata del papato romano. Ovviamente quello che lo ha fatto eleggere, Bonifacio VIII, non gliela perdona, quindi il malcapitato è costretto ad abdicare e sparisce. A questo punto Bonifacio non può più nascondersi dietro l’eremita di turno e si fa eleggere papa e sarà uno dei peggiori: il papa guerriero. Bonifacio si affretta a far uscire un’enciclica in cui per strani motivi condanna un’eresia di un gruppo di eretici che fa le orge. In realtà questa setta, che lui manco nomina e che non è mai stata identificata, è una scusa politica per attribuire dei comportamenti sessuali amorali alle sette eretiche, anche se pare che i guglielmiti fossero assolutamente integerrimi dal questo punto di vista sessuale. In pochi anni, cambia il clima politico-religioso e il vento soffia dalla parte della repressione. 

I rischi della nobile Maifreda

Nel 1296 Maifreda fa qualche cosa di molto arrischiato: subito dopo la morte di Guglielma [??? Guglielma è morta nel 1281 o nel 1282], insieme ad Andrea Saramita riesuma il cadavere, lo lavano col vino e il liquido raccolto viene messo in ampolle consacrate. A noi sembra una cosa ridicola e strana, ma secondo la dottrina cristiana non lo è, perché l’olio con cui fu lavato Gesù Cristo è il Crisma e serve per tante cose, principalmente per due: per l’estrema unzione ai morenti e per l’unzione sacerdotale. Nella Pasqua del 10 aprile 1300, Maifreda celebra la messa pasquale con paramenti sacerdotali: è una cerimonia clandestina, ma vi partecipa parecchia gente, tra cui anche Galeazzo Visconti. Non siamo davanti ad un’eresia da poco conto, è qualcosa che inizia a dare fastidio. Il 20 luglio si apre il processo contro i guglielmiti che durerà fino al 6 settembre. Un processo lampo in cui viene interrogata la monaca umiliata Maifreda, che non è una donna qualunque, ma una nobile cugina dei Visconti. Altra cosa importante: i guglielmiti sanno tutti leggere e scrivere, compongono inni in onore dello Spirito Santo, quindi è gente di grossa levatura, perché a quei tempi non erano in tanti ad essere istruiti, per non parlare delle donne. Maifreda viene dunque interrogata, ma è una donna intelligente e furba, e mentre Andrea Saramita sarà subito sbattuto in galera e non potrà più avere rapporti con l’esterno, Maifreda, suora e nobile, viene sì interrogata, ma non nelle aule dell’Inquisizione in Sant’Eustorgio, bensì presso la casa del suo ordine. Lei da lì è in una condizione di domicilio coatto, ma può comunque ricevere visite e comunicare con gli altri e infatti dà delle disposizioni ai confratelli.

Guglielma dichiarata eretica

In questo processo si registra un andamento alterno: gli inquisitori non riescono a produrre prove contro di lei fino a quando Andrea Saramita, torturato, crolla. L’uomo ammette le sue colpe ma non accusa Maifreda, mentre l’intento degli inquisitori non è solo quello di condannare e bruciare i guglielmiti, ma è soprattutto quello di condannare l’eresia femminista di Guglielma. In realtà i giudici torchiano Maifreda perché lei ammetta e riveli il fatto che Guglielma abbia detto di sé: “Io sono lo Spirito Santo, io sono il Dio incarnato, io faccio miracoli”. Ma Guglielma queste cose non le ha mai dette e gli inquisitori riusciranno a condannare l’eresia solo nelle pratiche dei suoi seguaci, perché Guglielma non è un’eretica – a parte ciò che ha detto sulla salvezza dei non cristiani – tanto è vero che sia i monaci di Chiaravalle che gli umiliati la difenderanno sino all’ultimo. A furia di torture e di psicosi collettiva e anche per il fatto che Maifreda presumibilmente viene tenuta dentro molto più tempo, alla fine Guglielma viene dichiarata eretica. Il processo si chiude: i Visconti tenteranno fino all’ultimo di salvare Maifreda e con probabilità saranno loro a far sparire gli atti. Prima bruciano i guglielmiti, Andrea Saramita insieme ad alcuni altri e poco dopo Maifreda. Con loro brucia anche il corpo di Guglielma: gli inquisitori vanno a Chiaravalle, lo riesumano e poi viene bruciato in piazza Vetra. Ma i frati di Chiaravalle non cancellano l’affresco che rappresenta Guglielma perché loro non l’hanno mai rinnegata; l’affresco era visibile sino al 1800, poi è andato in rovina. 

Culto clandestino e leggende fasulle per proteggere i potenti e nascondere la verità

I guglielmiti, per poter organizzare il culto in modo clandestino (perché non potevano dire apertamente “Guglielma è una santa!”), avevano scelto le immagini di due sante: Santa Caterina e Santa Margherita e usavano una illuminazione particolare.

Esiste uno strascico di questa vicenda perché subito dopo la morte di Guglielma nacquero due leggende che in realtà non sono storie elaborate dalla credulità popolare, ma vennero costruite ad arte e poi diffuse. Una è scritta da un certo Corio, cronista milanese, che descrive Guglielma come una che arriva dalla Boemia e si mette a fare orge e per questo viene presa e condannata. La seconda invece deriva da una visione molto più depurata della questione ed è stata scritta da un monaco inglese che passa da Milano, il quale parla di questa eretica che poi viene bruciata. In effetti in queste cronache viene nascosta una figura principale, quella di Maifreda, attribuendo la colpa di eresia di natura sessuale alla straniera, non parlando assolutamente del coinvolgimento delle grandi famiglie di Milano. Si tratta di storie costruite per uno scopo preciso: togliere dai guai gente di alto livello che poteva restarci implicato, vedi i Visconti, ma anche per eliminare l’ideologia femminista in senso stretto dell’eresia, che ne costituiva la parte centrale e più scomoda. Quello di Guglielma non è un movimento di protesta sociale, come saranno invece i movimenti dei valdesi o dei catari, per non parlare dei dolciniani, ma faceva una gran paura lo stesso … .

Nuove ricerche per conoscere la realtà dei fatti

Le storie che sono circolate su Guglielma e Maifreda sono arrivate a noi sino ai nostri giorni e parlano di Guglielma ‘eretica del libero spirito’ che propugnava la libertà sessuale, cosa che invece in realtà non fece minimamente. Poi c’è stato il libro di Luisa Muraro, ma in realtà un grosso lavoro di ricerca deve essere ancora svolto, anche per la parte che ebbero i monaci di Chiaravalle in questa vicenda, i quali per secoli si rifiutarono di considerare Guglielma un’eretica. Un loro priore ribadì: “Se Guglielma è in cielo, dell’accusa di eresia importa poco” e la stessa idea affermò anche uno degli indiziati, un nobile. Gli inquisitori lo convocano e gli chiedono: “Come mai si siede a tavola con persone di ceto sociale inferiore?” – a quei tempi non era una cosa tanto normale – e lui spiega che voleva ascoltare le predicazioni di Guglielma; non crolla, non viene torturato perché nobile, e quando gli dicono che Guglielma è stata condannata come eretica, risponde: “Se Guglielma è in cielo, la vostra condanna non può toccarla”. Le pergamene degli atti si trovano ora alla Biblioteca Ambrosiana.

 Maifreda e Ildegarda, modi diversi di essere eretiche

Siamo a due secoli dopo Ildegarda, quindi la condizione della donna è già peggiorata, anche se parlo di donne nobili. Nei tempi più antichi, soprattutto negli stati germanici, la nobiltà veniva trasmessa dal sangue, quindi lo status di una nobile tedesca era alto. Inoltre Ildegarda era un’eretica ma attribuiva tutte le visioni a Dio e malgrado esercitasse il potere più di un uomo, non si è mai sognata di celebrare messa o di ungere sacerdoti. Maifreda invece consacrava le ostie, entrando totalmente in contrapposizione con la Chiesa.

L’eresia colta di Guglielma la Boema

Praga diventerà nel 1500-1600 la città degli alchimisti, che spesso hanno considerato la divinità di matrice femminile e pensavano la Conoscenza, Sophia, come una donna. Guglielma viene da Praga; è una donna colta che provenendo dalla casa reale ha sicuramente potuto avere accesso a tutti i libri che voleva, però non possiamo stabilire un collegamento diretto fra Guglielma e quello che avverrà dopo a Praga, anche se le idee su un Dio madre circolavano già da secoli. La concezione di Sophia e della conoscenza in forma femminile, che poi è lo Spirito Santo, è un’antica idea cristiana. Gli alchimisti non vivevano fuori dal mondo e se pure in maniera clandestina, avevano accesso alla cultura libraria. 

Esclusione della donna dalla vita sacra

La figura della sacerdotessa è molto antica, specie in Europa, nelle terre celtiche e anche a Milano, zone in cui da sempre le donne hanno amministrato il rapporto col sacro. I padri della Chiesa (Paolo di Tarso, Agostino e Tommaso d’Aquino) si pronunciano specificamente contro il sacerdozio femminile, che ritengono una cosa aberrante. Questo accanimento con ogni probabilità si spiega col fatto che c’erano delle donne che predicavano, e anche Ildegarda dovette ottenere il permesso per poterlo fare. C’erano per esempio le donne eremite, che però non avevano funzioni sacerdotali: il sacerdozio è una delle caratteristiche costitutive della nostra religione, ed è prerogativa maschile. Nel mondo pagano però le ammettevano: ciò che era positivo in ambiente pagano diventa negativo con la religione cristiana. La donna viene considerata impura in quanto figura di transizione tra la vita e la morte; la vita perché rappresenta la nascita, la morte perché si curava dei morti. Ancora oggi tutti i riti di passaggio alla morte, come il lavaggio dei cadaveri, sono svolti da donne; mentre il potere sulla nascita è stato usurpato dalla figura medica. Se poi torniamo ancora più indietro nel tempo, vediamo che chi si occupava di gestire il sacro erano le donne, ruolo che veniva esercitato con grande prestigio. A Malta in un tempio in cui si facevano le cremazioni è stata ritrovata la statuetta di una sacerdotessa risalente al Neolitico, quando veniva praticata l’incubazione (pratica che consisteva nel sognare e nel profetizzare) e l’intero complesso dei riti sacri era nelle mani delle donne. In seguito, per le donne le cose cambieranno e col sacerdozio maschile sarà usurpata la relazione della donna col sacro. Per Agostino l’uomo deve essere casto e la donna, che suscita in lui il desiderio, è uno strumento del diavolo. Agostino dice anche che il bambino nella culla commette più di cento peccati …

Un interesse attuale: la storia si ripete

Questo accadimento di 800 anni fa è attuale più che mai: ognuno di noi può vedere il lavoro svolto negli ultimi trent’anni da gruppi di donne che hanno fatto ricerca e pratica politica, facendo riemergere la soggettività femminile. È riemerso l’interesse perché la storia è strettamente legata al mondo attuale, nel senso che quando ciclicamente si rinnova l’interesse per certi argomenti bisogna considerarlo frutto di un bisogno contemporaneo. Ciò può portare all’elaborazione di nuovi modelli sociali e di interpretazione del reale. Non si può fare rinnovamento se non recuperando le radici storiche: il progresso non lo si può costruire sul niente, altrimenti cade. Il Medioevo, i Secoli Bui, alla gente istintivamente piacciono molto, perché derivano da un nostro bisogno di fuga dal mondo attuale, freddo e tecnologico razionale, mentre invece il Medioevo rappresenta il mondo-favola dell’oscurità. 

Donne e involuzione storica 

Esiste anche l’ideologia progressista positivista, per cui prima si era indietro, mentre ora si è avanti, e allora si pensa che siccome nell’Età Moderna la donna sarà sottomessa, nel Medioevo chissà com’era! Invece in realtà l’ultima donna che ha studiato medicina all’Università di Salerno è stata nel 1400: prima di questa data poteva non solo studiare, ma anche insegnare e scrivere libri.

Bibliografia consigliata

 Ci sono alcuni libri utili da prendere in considerazione, in particolare quelli di Luisa Muraro, tra cui “Il Dio delle donne”, ed. Mondadori; il libro “Guglielma e Maifreda, storia di un’eresia femminista”, ed. La Tartaruga. Sempre della Muraro, consiglio il libro “La signora del gioco: episodi di caccia alle streghe”, ed. Feltrinelli.

Inoltre: il libro di Vanna De Angelis “Le streghe: roghi, processi, pozioni”, ed. Piemme. Il libro di Claudia e Luigi Manciocco: “Una casa senza porte, viaggio intorno alla figura della befana”, ed. Melusine. Infine il libro di Luisella Veroli “Prima di Eva, viaggio alle origini dell’eros”, Melusine, e poi “Donne delinquenti”, Esse libri/Gruppo Simone, di Michela Zucca, oltre alla rivista “Matriarcato e montagna”, del Centro di ecologia alpina di Trento, a cura di Michela Zucca.

Fonte: http://www.vivereconcura.it/documenti/vivere%20con%20cura%202.pdf

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