La compagnia di Gesù

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Stemma dei Gesuiti. L’acronimo “IHS” è composto dalle prime tre lettere greche “IHΣOYΣ” di Gesù, in seguito venne anche letto come Iesus Hominum Salvator, “Gesù, Salvatore dell’umanità”, Habemus Iesum Socium, “Abbiamo Gesù come Compagno” o come Societas Iesu humilis, “Società umile di Gesù”.

La Compagnia di Gesù in latino Societas Iesu è un ordine religioso di chierici regolari [1] (i membri di questa congregazione pospongono al loro nome la sigla S.I.) e sono comunemente chiamati gesuiti.

Fu fondata nel 1540 da un gruppo di sei studenti dell’università di Parigi che erano guidati da sant’Ignazio di Loyola. Tra i cofondatori della Compagnia, si può certamente citare Diego Laínez, che sarà anche il successore di Ignazio.

La storia della Compagnia di Gesù si divide in due grandi periodi:

  • dalla fondazione al 1773, anno in cui c’è stata la soppressione della Compagnia ad opera di papa Clemente XIV;
  • fino al 1814 rimase solo un piccolo gruppo di gesuiti in Russia e Prussia;
  • dal 1814 ad oggi.

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Dalla fondazione al 1773

Il primo secolo è contrassegnato da una prodigiosa espansione. Sotto il generalato di sant’Ignazio (1541-56) l’attività apostolica si presenta inizialmente in forma itinerante. Pochi religiosi, richiesti specialmente dai vescovi, attivi nella predicazione, nella catechesi e nella riforma ecclesiastica e religiosa. Due sono mandati dal papa in Irlanda, altri in Polonia, Portogallo e alle diete e conferenze religiose in Germania. Con la fondazione dei primi collegi (dal 1548), l’azione si organizza in forma più stabile per sbarrare il passo al protestantesimo, in piena sintonia con la Riforma cattolica, nella stessa direzione si orientò l’attività pedagogica, inizialmente non contemplata da Ignazio. Un posto a parte ebbero dal principio il Collegio Romano (1551), seminario modello per gli altri, ed il Collegio Germanico di Roma (1552), per il rinnovamento del clero della Germania. Vigorosa fu anche l’azione missionaria. San Francesco Saverio fondava nell’India la sua prima missione che si spinse fino alle Molucche nel 1546 e al Giappone nel 1549, morì nel 1552 senza poter sbarcare in Cina. Nel 1549 l’India dava il primo martire: Antonio Criminali. Altri missionari erano inviati nel 1547 nel Congo e nel 1548 nel Marocco; nel 1549 nel Brasile. Morendo, nel 1546, il fondatore lasciava un pò più di mille religiosi, divisi in dodici province, con quasi cento case, in particolare in Italia, Spagna e Portogallo.

Sotto i due generali seguenti, Giacomo Laínez (1558-1565) e san Francesco Borgia (1565-72), la Compagnia si insedia fortemente in Germania e in Francia, molto attivi contro il protestantesimo con i loro teologi Canisio, Possevino, Auger ecc.). Borgia, l’antico viceré di Catalogna, favorì specialmente lo sviluppo organico delle missioni del Messico e Perù. A Roma intraprese la costruzione della Chiesa del Gesù e vide nascere le congregazioni mariane. Dopo il generalato del belga Everardo Mercuriano (1573-80), che chiude il periodo prevalentemente spagnolo nella vita dell’Ordine, il lungo governo dell’italiano Claudio Acquaviva (1581-1615) segna il momento culminante nella sua storia.

Eletto a 37 anni, il nuovo generale seppe fronteggiare con mirabile prudenza ed energia gravi difficoltà interne ed esterne. Riuscì a mantenere immutato l’istituto di sant’Ignazio, sia contro le alterazioni minacciate da papa Sisto V, sia contro gli intrighi interni. Due Congregazioni appositamente convocate (1595 e 1608) giustificarono l’Acquaviva. Intanto in Francia i gesuiti sono il bersaglio di ripetuti attacchi, l’Ordine venne arbitrariamente proscritto dopo l’attentato di Chátel nel 1594. In Italia, l’obbedienza all’interdetto pontificio la faceva bandire dalla Repubblica di Venezia tra il 1606 e il 1656. Nel campo teologico, gravi controversie con i Domenicani, a proposito della Concordia del p. L. Molina (1588), condussero alle famose dispute nelle Congregazioni de Auxilii divinae Gratiae (1598 1607).

Nello stesso tempo l’Acquaviva sapeva evitare una pericolosa crisi di crescenza. Infatti, in 34 anni, vide i suoi sudditi passare da 5.000 a 13.000, con undici nuove province e più di 200 nuovi collegi. La Compagnia penetrò in Cina con Matteo Ricci, nelle Filippine, nell’Indocina, a Costantinopoli, nel Canada, nel Paraguay, dove nel 1606 si fondò la prima della famose riduzioni [2]; nel Giappone sembravano legittime le più rosee speranze.

In Europa, l’Ordine si assicurava con i suoi collegi una posizione di prima importanza nell’insegnamento umanistico ed ecclesiastico, mentre spingeva le sue conquiste verso il Nord, dove si fiancheggiavano le nazioni protestanti con i cosiddetti “seminari apostolici”, ad opera, fra altri, del padre Antonio Possevino. Acquaviva assicurò l’osservanza religiosa mediante l’invio di visitatori e d’importanti lettere circolari; molto notevole la preoccupazione costante dell’Acquaviva per mantenere in piena vitalità lo spirito primitivo.

Molti furono i santi della compagnia di quel periodo (San Pietro Canisiosan Luigi Gonzagasan Roberto Bellarminosan Pietro Claversan Bernardino Realino ecc.) e specialmente la grazia del martirio le fu largamente concessa: nel Giappone i tre santi crocefissi di Nagasaki (1597) e parecchi beati.

Con il generalato di Muzio Vitelleschi (1615-45) comincia un periodo più tranquillo, che durerà in sostanza per tutto il secolo. La forte spinta di crescenza si è ora esaurita.

In Francia la Compagnia di Gesù partecipa dell’euforia del grand siècle ma anche gravi, controversie, specialmente con l’apparizione del giansenismo. Anche nel Belgio, i Gesuiti conservano la presenza che aveva raggiunto sotto gli arciduchi Alberto ed Isabella e se ne può trovare l’espressione nello sfarzo barocco dell’Imago primi saeculi (Anversa 1640). Ne è testimonio pure, in un piano assai più elevato, l’inizio, nel 1643, della pubblicazione degli Acta SS. dei Bollandisti.

Fecero seguito i generalati di Vincenso Carafa (1646-49), Francesco Piccolomini (1649-51), Aldo Gottifredi (1652), Goswino Nickel (1652-64). Continua l’alternarsi del lavoro tranquillo e fecondo dei collegi e dei successi apostolici con le prove: in Polonia da parte dei cosacchi (1648-54; nel 1657 martirizzano san Andrea Bobola) e degli svedesi (1655-60), in Irlanda sotto Cromwell (1650), in Inghilterra sotto Carlo Il (1666). Nel 1656 usciva in Spagna contro la Compagnia il “Theatrum iesuiticum” e lo stesso anno in Francia il molto più pericoloso “Lettres d’un Provincial” di Blaise Pascal; la lotta ormai non cesserà più contro il lassismo dei gesuiti.

Figura di forte rilievo, il genovese G. Paolo Coli generale tra il 1664 e il 1681, incontrò difficoltà per l’atteggiamento di alcuni padri verso la politica religiosa dei loro sovrani assoluti, specialmente nella Francia di Luigi XIV e per l’infiltrarsi fra i religiosi d’un nazionalismo eccessivo, che si estese pure alle missioni orientali. In Inghilterra, il complotto immaginario dell’apostata Titus Oates costò la vita ad un gruppo di gesuiti, con il provinciale Tommaso Whitebread (1679; otto di essi furono beatificati nel 1929).

In Italia, i gesuiti furono impegnati in varie controversie, quietismoprobabilismo, ecasistica, che condussero alla condanna di parecchie proposizioni sostenute da alcuni di loro da parte di papa Alessandro VII, 1665 e 1666 e di papa Innocenzo XI, 1679. In Francia vi fu un rigoglioso sviluppo dei ritiri spirituali ed in Italia quello delle missioni popolari sul tipo segneriano. In Francia comincia pure allora la devozione al Sacro Cuore di Gesù nella sua forma moderna, con il confidente di santa Margherita Maria Alacoque, il beato Claudio La Colombière, morto nel 1682.

Il duodecimo generale, il belga Carlo de Noyelles (1682-86) fu paralizzato dalle esigenze contraddittorie fra le quali lo stringeva la rivalità franco spagnola. Luigi XIV esigeva il trapasso all’assistenza francese delle case della Compagnia situate nei territori da lui conquistati. Sotto il generale seguente, lo spagnolo Tirso González (1687-1705), il conflitto s’inasprì a tal punto che il re richiamò da Roma tutti i gesuiti francesi con lo stesso assistente (1688) e proibì ogni corrispondenza con il generale. Eletto sotto la pressione di papa Innocenzo XI, padre Tirso González doveva gettare i gesuiti in situazioni penosissime. Ancora in Spagna, si era visto rifiutare, dai padri Oliva e de Noyelles, la facoltà di stampare un libro dove impugnava la dottrina, certo non ufficiale, ma comune nella Compagnia, del probabilismo; egli voleva sradicare dal suo Ordine una dottrina che egli considerava perniciosa. Ma quando volle far stampare in Germania un suo Tractatus succinctus sull’argomento, entrò in lungo ed aperto conflitto con i suoi assistenti e altri fra i padri più in vista, come Paolo Segneri. Dopo varie peripezie il padre González poté finalmente pubblicare nel 1684 il suo “Fundantentum theologiae moralis” e la XV Congregazione generale (1696-1697) rimise la pace negli spiriti.

Ristabilita l’unione interna, il modenese Michelangelo Tamburini (1706-30) si trovò davanti ad altre prove, come le rovine accumulate in parecchie province dalla guerra per la successione spagnola e dalle guerre nell’Europa del Nord, mentre in Francia i padri erano di nuovo al centro della mischia intorno al giansenismo ed alla bolla Unigenitus; ma le prove più dolorose vennero dalle missioni, con l’entrare della controversia già secolare sui riti cinesi e malabarici nella sua fase conclusiva: la legazione in Oriente del patriarca Maillard de Tournon, le condanne emanate da lui a Pondichéry (1704) e Nanchino (1705), confermate a Roma con la bolla “Ex illa die” di papa Clemente XI nel 1710 e con la condanna definitiva di papa Benedetto XIV con la bolla “Ex quo sinqulari” del 1742. Messi in posizione delicatissima dalla violenta reazione dell’imperatore Kanghi, i missionari gesuiti ne uscirono nell’insieme con onore, ed i generali poterono giustificarli dall’accusa di disubbidienza a Roma. Ma il dibattito fu snaturato e gettato in pasto al gran pubblico, con una massa impressionante di opuscoli polemici; questa campagna appassionata non fu senza conseguenze nella lotta per la soppressione dell’Ordine.

Con i generali seguenti, il boemo Francisco Retz (1730-50), il milanese Ignazio Visconti (1751-55) il genovese Luigi Centurione (1755-57) e il fiorentino Lorenzo Ricci (eletto 1758), si sente sempre più chiaramente che la lotta si stringe ora per l’esistenza stessa dell’Ordine; su di essa convergono ora gli attacchi dei gransenisti francesi ed italiani, dei gallicani, degli uomini di Stato della nuova generazione del dispotismo illuminato, delle correnti filosofiche volterriane ed enciclopediche, di tutte le tendenze che attraverso di essi vogliono distruggere l’influsso della Chiesa di Roma.

Gli studi degli ultimi anni hanno ben messo in luce con quale inesattezza si sono voluti rappresentare i gesuiti, nei venti o trenta anni prima della soppressione, come se fossero in decadenza spirituale e culturale. Se alcune province mantenevano con pena gli effettivi, altre abbondavano di soggetti e proprio nel 1756 si creò una nuova Assistenza per la Polonia. Le missioni d’Oriente risentono visibilmente delle controversie da poco cessate, ma quelle dell’America spagnola saranno colpite dal bando regio del 1767, mentre erano nel più rigoglioso sviluppo; non pochi meriti vi avevano, con apporti culturali caratteristici, molti missionari dell’Assistenza di Germania. La vita intellettuale dei gesuiti non sfugge certo alle condizioni generali dell’ambiente, in questa fine dell’antico regime, che non fu ricco di forte speculazione teologica.

La letteratura ascetico mistica si è fatta più timida dopo la crisi quietista, ma, accanto alla produzione tradizionale, soda e abbondante, destinata dai gesuiti all’insieme del popolo cristiano, scrittori rimessi oggi in auge (il Milley, il Caussade ecc.) stanno a provare che neppure la vena mistica si è mai disseccata. Infatti il fervore religioso, al quale porta nuovi incentivi lo sviluppo della devozione al Sacro Cuore (con i padri Croiset, de Hoyos, ecc.) sembra essersi mantenuto ad un livello molto soddisfacente, dove non manca, come in altri tempi, la santità eminente; ne sono prova, oltre a molti casi individuali, la persistenza delle domande per le missioni e i ministeri austeri e la vita della grande maggioranza dei padri dopo la soppressione.

La soppressione dell’Ordine

L’assalto contro l’ordine cominciò nel Portogallo. Dopo una campagna di libelli diffamatori e l’esecuzione del vecchio padre Gabriele Malagrida, il ministro Pombal fece arrestare e deportare nello Stato pontificio tutti i Gesuiti del Portogallo, del Brasile e dell’India tra il 1759 e il 1761.

In Francia, cogliendo l’occasione dell’infelice bancarotta del padre Lavalette in Martinica, il parlamento condannò le costituzioni e le dottrine dei gesuiti e fece chiudere i collegi (1761-1763), costringendo Luigi XV a sciogliere l’Ordine in tutta la Francia (1764). L’intervento deciso di papa Clemente XIII e di molti vescovi in favore dei perseguitati non approdò a nulla.

Seguirono gli altri governi borbonici: in Spagna, dove Carlo III, per motivi celati nel suo regio petto, fece arrestare nella notte tra il 2 e il 3 aprile del 1767 e deportare in Italia tutti i Gesuiti del regno, e poi in Sicilia (1768) e Parma (1768 ).

Nelle colonie dipendenti dalle corone spagnola e portoghese l’espulsione dei missionari della Compagnia di Gesù avvenne negli anni 17601769, con gravi conseguenze per mezzo secolo. Si sa come le corti borboniche si legarono poi per ottenere da Clemente XIII la dissoluzione dell’Ordine, ma il papa resistette a tutte le pressioni. Poi, con papa Clemente XIV, vi fu la dissoluzione totale dell’Ordine con il breve “Dominus ac Redemptor” del 21 luglio 1773. Il pontefice sacrificò un corpo troppo bersagliato, per renere la pace alla Chiesa, ma la preparazione e l’esecuzione della misura furono spesso d’una meschinità e d’una brutalità ben superflue.

Mentre gli ex-gesuiti secolarizzati si davano ai ministeri, dove fu loro concesso, o ad una vita di studio (è nota l’attività letteraria imponente degli ex-gesuiti spagnoli esuli in Italia) e parecchi davano il sangue per la Chiesa durante la grande Rivoluzione, alcune circostanze politiche, che i Gesuiti hanno sempre stimate provvidenziali, salvavano dalla distruzione una piccola porzione della Compagnia di Gesù nella Russia bianca, dove Caterina II impedì l’esecuzione canonica del breve di soppressione e in Prussia. In questi paesi l’Ordine vi si ricostituì lentamente, riassumendo antichi membri e ricevendo novizi, specialmente dopo che papa Pio VII ne ebbe ufficialmente riconosciuto l’esistenza con il breve “Catholicae fidei” del 1801.

Il desiderio di vedere i padri riprendere il posto, rimasto in grande parte vuoto, specialmente nel campo dell’educazione, si faceva sempre più sentire e dopo parecchie altre concessioni parziali, Pio VII ristabilì finalmente la Congregazione nel mondo intero il 7 agosto del 1814 con la bolla “Sollicitudo omnium Ecclesiarum”. Alcuni vecchi padri di grandi virtù, in primo luogo Giuseppe Pignatelli in Italia e padre de Clorivière in Francia furono i preziosi anelli di collegamento fra le due fasi dell’Ordine.

Fonte: http://it.cathopedia.org/wiki/Compagnia_di_Gesù

[1]  Quelle dei chierici regolari sono comunità religiose cattoliche composte prevalentemente da sacerdoti.

[2] Le riduzioni furono esperienze missionarie messe in atto soprattutto tra gli indios dell’America latina tra il XVII e il XVIII secolo. Si trattò, concretamente, di villaggi nei quali gli indios cristiani, separati dagli immigrati spagnoli, vivevano sotto la tutela dei missionari europei: “Riduzione proviene dal verbo spagnolo reducir, usato nel senso di “convincere”: gli indios, infatti, furono convinti a lasciare una condizione di vita solitaria e nomade per un tipo di vita stanziale e comunitaria, ma pur sempre libera” (Emanuele Colombo, “Missione guaraní”, in “Popoli” 93, 2008, 50). Le riduzioni ebbero nelle missioni dei gesuiti nella zona del Paraguay la loro manifestazione storicamente più rilevante sebbene le riduzioni non siano state peculiari solo di questo paese nè solo delle strategie missionarie della Compagnia di Gesù.

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