“Sionismo: il grande progetto per tornare nella Terra Promessa” di Rossella De Pas

Il sionismo

Il termine sionismo fu coniato da Nathan Birnbaum che lo usò per la prima volta nel numero del 1° aprile 1890 del suo giornale “Selbstemanzipation” (Autoemancipazione) e che ne spiegò il significato in una lettera del 6 novembre 1891, come la “creazione di un’organizzazione del partito sionista nazionale-politico in aggiunta al partito orientato praticamente che è esistito finora”. La parola deriva da Sion, collina di Gerusalemme e simbolo della Terra Promessa nella quale secondo la tradizione è sepolto re Davide e dove ogni ebreo si augura di tornare. Sionismo è termine generico e ambiguo: non indica un solo progetto politico e un’unica ideologia, ma una pluralità di progetti e di ideologie spesso contrastanti e in lotta tra di loro, accomunate però da una generica aspirazione a ricostruire un centro nazionale ebraico in Palestina. Quali poi dovessero essere la natura e gli obiettivi di questo centro nazionale ebraico era un problema che ogni gruppo e ogni scuola sionista si riprometteva di risolvere con mezzi e con forze diversi.

E’ sotto l’ispirazione delle lotte di liberazione nazionale del popolo italiano e di quelli di altri paesi europei e della recrudescenza della persecuzione anti-ebraica nell’Europa orientale, che alcuni ebrei cominciano a vagheggiare la rinascita nazionale del loro popolo indicando la “Terra di Israele”, cioè la Palestina, come sede di questa rinascita.

Primo “sionista” è in genere considerato rabbi Yehuda Alkalai (1798-1878), un ebreo di Sarajevo che, dopo aver trascorso la gioventù a Gerusalemme, rientrò in patria nel 1825, per servire come rabbino a Semlin, all’epoca capitale della Serbia. Influenzato dal movimento di liberazione nazionale greco e delle altre nazionalità balcaniche, fin dal 1834 cominciò a interessarsi della redenzione degli ebrei, il cui presupposto pratico era per lui la creazione di colonie ebraiche in Terra Santa: scrisse una serie di libri e opuscoli per illustrare il suo programma di “auto-redenzione” degli ebrei che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno del popolo d’Israele nella “sua terra” e si rivolse a notabili ebrei dei paesi occidentali come Sir Moses Montefiore e Adolph Crémieux, per ottenere il loro appoggio politico e finanziario al suo progetto.

Da rilevare che, secondo Yehuda Alkalai, non si trattava di creare uno stato ebraico indipendente in Palestina, ma di creare una vasta comunità ebraica palestinese nel quadro dell’Impero Ottomano. Il progetto “sionista” di Yehuda Alkalai venne ripreso da rabbi Zvi Hirsch Kalischer (1795-1874), nativo della Poznania, che nel 1862 pubblicò il libro “Derishat Zion” (Alla ricerca di Sion) in cui sosteneva che la redenzione degli ebrei non sarebbe avvenuta miracolosamente all’improvviso ma nel corso di un lungo e lento processo di cui avrebbero dovuto essere protagonisti gli stessi ebrei. Molto più di Alkalai, Kalischer era influenzato dalla consapevolezza della grande miseria degli ebrei dell’Europa orientale e predicava il suo “sionismo” come soluzione dei loro problemi.
Lo stesso anno in cui rabbi Zvi Hirsch Kalischer pubblicava il suo Alla ricerca di Sion, a Lipsia veniva pubblicato in tedesco un libro di Moses Hess, “Rom und Jerusalem” (Roma e Gerusalemme), scritto sotto forma di dodici lettere indirizzate a un’immaginaria amica, che viene di solito considerato come il primo documento del sionismo politico. L’opera si propone l’obiettivo di risolvere “l’ultima questione nazionale”, quella ebraica: 

“Ai popoli creduti morti che, nella coscienza del loro compito storico, debbono far valere i loro diritti nazionali, appartiene incontestabilmente anche il popolo ebraico che non invano ha sfidato, da duemila anni a questa parte, le tempeste della storia universale e che, dovunque l’abbiano portato le onde degli eventi, ha rivolto e tuttora rivolge lo sguardo da tutte le estremità della terra verso Gerusalemme. Col sicuro istinto etnico della sua vocazione storico-culturale, di ricomporre cioè in unità mondo e uomini e di affratellarli nel nome del loro eterno Creatore, dell’Uno assoluto, questo popolo ha conservato la sua religione e la sua nazionalità e le ha ambedue indissolubilmente congiunte nella indimenticabile Terra dei padri. Nessun popolo moderno che aspiri a una patria, può negare il diritto del popolo ebraico alla sua antica terra, senza cadere in una contraddizione mortale, senza finire col dover dubitare di se stesso e commettere un suicidio morale”.

Moses Hess (1812-1875) era stato una figura di rilievo della sinistra hegeliana: esponente negli anni 40 del “vero socialismo” fu poi lassalliano negli anni 60. Particolarmente significativo appare il fatto che Hess ponesse le sorti della rinascita del popolo ebraico tanto nelle mani degli stessi ebrei, quanto, soprattutto, nelle mani delle potenze occidentali, in particolare della Francia, che avrebbero dovuto promuovere e favorire l’insediamento degli ebrei in Palestina vincendo le resistenze dei sultano:

“Deve stare a cuore alla Francia che le vie verso l’India e la Cina siano tenute da un popolo che le sia fedele fino alla morte, affinché essa possa adempiere alla missione storica che le è toccata dopo la sua grande rivoluzione. E quale popolo è adatto a questa collaborazione più del popolo ebraico, che fu destinato alla medesima missione fin dall’alba della storia?”.

E’ questo un tipo di argomentazione che troveremo ricorrente in un certo discorso sionista fino ai giorni nostri. Il compito fondamentale, compito che Hess intendeva assolvere con la sua opera, era “innanzitutto di ridestare il sentimento patriottico nel cuore degli ebrei colti e di liberare le masse popolari ebraiche appunto mediante questo risuscitato patriottismo da un formalismo che uccide lo spirito. Se questo primo passo ci riesce, noi potremo, grazie alla stessa azione pratica, superare le difficoltà che sorgeranno in gran copia nel corso dell’esecuzione”. In realtà Hess non riuscì a provocare quell’effetto bomba che si era prefissato: quando, oltre trent’anni dopo, Herzl scrisse “Lo Stato degli ebrei” non ne aveva nemmeno sentito parlare; lo lesse solo successivamente restandone entusiasta al punto da notare: “Tutto ciò che abbiamo tentato di fare si trova già in questo libro”.

Un altro personaggio particolarmente importante, considerato da molti storici come il vero primo rappresentante del movimento sionista nato nella realtà concreta degli shetl dell’Europa Orientale, è Jehudah Leib Pinsker (1821-1891) che per primo ha saputo dar voce alle aspirazioni concrete degli ebrei russo-polacchi rivendicando la creazione di uno Stato ebraico indipendente. 

Dopo i porgrom antiebraici del 1881, egli abbandonò l’iniziale progetto di russificazione degli ebrei per sostenere la necessità di creare uno stato ebraico nel quale gli ebrei avrebbero potuto vivere al riparo delle persecuzioni, comunque e dovunque fosse possibile. Il suo progetto politico non era nutrito di astratte reminiscenze bibliche, ma di una concreta sollecitudine per le masse ebraiche oppresse e perseguitate: la sua principale preoccupazione non era la nostalgia nazionale e religiosa della Palestina, ma il problema politico immediato che si poneva agli ebrei dell’Impero Russo. Tuttavia, e questo era un gravissimo limite, Pinsker non si poneva il problema della popolazione vivente nel territorio che avrebbe dovuto divenire lo stato ebraico e si poneva nella prospettiva del colonialismo europeo quando parlava di “una collettività coloniale prettamente ebraica che divenga un giorno la nostra casa inalienabile, la nostra patria”. Nel 1882 egli pubblicò in tedesco a Berlino un opuscolo anonimo in cui esprimeva le proprie convinzioni:

“Se vogliamo avere una sede sicura per cessare l’eterna vita di vagabondaggio, per risollevare la nostra dignità nazionale agli occhi nostri e a quelli del mondo, non sogniamo la restaurazione dell’antica Giudea. Non torniamo ad attaccarci a quei luoghi da cui la nostra vita politica fu una volta violentemente interrotta e distrutta. Per arrivare entro un certo tempo alla soluzione del nostro problema, dobbiamo cercare di non abbracciar troppo. La cosa è già per sé abbastanza difficile. La meta delle nostre aspirazioni attuali non deve essere la “Terra Santa”, ma una terra nostra. Non abbiamo bisogno di altro che di una vasta estensione di terreno per i nostri poveri fratelli, una terra che sia sempre nostra e da cui nessun dominatore straniero possa cacciarci. Là porteremo con noi le nostre cose più sacre che abbiamo salvato dal naufragio della nostra patria antica, l’idea di Dio e la Bibbia. Perché son queste cose che fecero sacra la nostra patria antica, non Gerusalemme o il Giordano. Forse la Terra Santa potrà ridiventare anche la nostra terra. Se sarà così, tanto meglio! Ma prima di tutto dobbiamo decidere -e questo è il punto essenziale- quale è il paese che possiamo ottenere e che al tempo stesso sia capace d’offrire agli ebrei di tutti i paesi, che saran costretti ad abbandonare le loro case, un rifugio sicuro e incontrastato, un luogo in cui possano trovare un lavoro produttivo”.

L’opuscolo di Pinsker venne accolto con indignazione negli ambienti ebraici sia ortodossi che liberali che lo rimproverarono di aver abbandonato il sogno del ritorno a Sion, perché aveva indicato la Palestina solo come uno degli sbocchi possibili e non come lo sbocco esclusivo. Egli ebbe però un influsso incalcolabile sullo sviluppo del sionismo dato che, se è vero che la sua opera convertì solo un piccolo gruppo di ebrei russi, è altrettanto vero che i suoi seguaci formarono il nucleo dei movimenti sionisti dell’Europa orientale degli anni 90, senza l’apporto dei quali il progetto sionista avrebbe finito con l’inaridirsi, molto prima che altre cause esterne finissero col farlo trionfare.

Sul piano pratico Pinsker si impegnerà nell’opera di promozione di una colonizzazione ebraica su piccola scala in Palestina e sarà il primo presidente della società Hovevei Zion (la federazione dei gruppi degli “amanti di Sion”). Questa attività ha fatto sostenere da alcuni studiosi che negli ultimi anni della sua vita Pinsker si sarebbe convertito dal “territorialismo” al “sionismo”. Tuttavia, la mancanza di una qualsiasi relazione tra il vasto disegno politico dell’autoemancipazione, in cui aveva caldeggiato la creazione di uno stato ebraico e i limitati sforzi della società da lui presieduta per promuovere la colonizzazione ebraica della Palestina, sta a confermare che egli ha considerato fino all’ultimo questa colonizzazione non come il nucleo dello stato ebraico, ma come il presupposto della creazione in Palestina di un “centro spirituale nazionale”.
Come aveva previsto e auspicato Pinsker, il maggior contributo al risveglio nazionale ebraico non venne dagli shtetl dell’Europa Orientale, ma proprio dagli ambienti di quell’ebraismo dell’Europa occidentale che con tanta ostilità avevano inizialmente accolto il suo appello. Il maggior artefice della rinascita ebraica e il maggior esponente del sionismo è stato un giornalista e scrittore nato a Budapest da una famiglia di ebrei assimilati: Theodor Herzl (1860-1904).

Trasferitosi a Vienna, fu inizialmente fautore dell’assimilazionismo ma modificò il suo atteggiamento in seguito alle crescenti manifestazioni di antisemitismo che si andavano diffondendo nel mondo tedesco e in Francia, dove fu inviato dal giornale viennese “Neue Freie Presse” per seguire il processo Dreyfus. Convertitosi agli ideali sionisti, il 14 febbraio 1896 Herzl faceva uscire a Vienna, in tedesco, 3000 copie di un libretto intitolato Der judenstaat. Versuch einer moderner Losung der judenfrage (Lo Stato degli Ebrei. Saggio di una soluzione moderna della questione degli ebrei) dove sostenne che, perdurando l’odio verso gli ebrei anche dopo un’eventuale assimilazione, l’unica soluzione della questione ebraica doveva essere cercata nella formazione di uno stato nazionale ebraico. Anche il libretto di Herzl è stato oggetto, come tante opere sioniste, di una sopravvalutazione postuma. Quando uscì ebbe una diffusione limitata e venne accolto con diffidenza e a volte addirittura con ostilità negli ambienti ebraici. La sua opera non invita alla lettura: la parte veramente sostanziale si riduce a poche pagine, il resto è una prolissa divagazione sugli aspetti tecnici del suo progetto. Con insopportabile pedanteria, Herzl scende nei più minuti e inutili dettagli, fino a dilungarsi su come avrebbero dovuto essere le case degli operai (tutte uniformi per motivi di economia) e dei borghesi (di un centinaio di tipi diversi per soddisfare le esigenze della classe media) e la bandiera (sette stelle d’oro su un drappo bianco). E’ estremamente indicativo il fatto che Herzl si rivolgerà alle masse dei diseredati ebrei dell’Europa orientale, per assicurare un seguito di massa al suo progetto, solo dopo che sarà fallito il tentativo di interessare al progetto sionista gli ebrei ricchi dell’Europa occidentale, con i quali egli si identificava profondamente.

Lo Stato degli ebrei avrebbe dovuto essere uno Stato borghese fondato sulla proprietà e sull’illimitata iniziativa privata in cui i lavoratori dipendenti sarebbero stati inquadrati militarmente. Sostenitore convinto delle istituzioni monarchiche, Herzl propendeva per una repubblica aristocratica e oligarchica del tipo di quella di Venezia. Ma questa scelta “repubblicana” era dovuta solo al fatto che gli appariva irreale restaurare dopo tanti secoli di vacanza una monarchia ebraica. Nemico del parlamentarismo e dei politici di professione, Herzl considerava assurdo l’istituto del referendum e disprezzava profondamente le masse che, come scriveva, “sono ancora peggiori dei Parlamenti, accessibili a tutte le credenze irrazionali e sempre ben disposte nei confronti di tutti quelli che sbraitano. Davanti a un popolo riunito, non è possibile fare politica estera né interna. La politica deve essere fatta dall’alto […]. Il nostro popolo, al quale la Società (la “Society of Jews”, che Herzl aveva ideato come governo degli ebrei prima della creazione dello Stato) avrà apportato il nuovo paese, accetterà anche con riconoscenza la Costituzione che essa gli darà. Ma li dove si produrranno resistenze, la Società le spezzerà. Essa non può lasciarsi distrarre dalla sua opera da individui limitati o mal intenzionati”.

Per Herzl la questione degli ebrei non era né sociale né religiosa, ma era una questione nazionale, perché gli ebrei, nonostante tutti gli sforzi di assimilarsi non vi riuscivano sia perché avevano perso l’assimilabilità sia perché continuavano a essere considerati stranieri da tutti i popoli in mezzo ai quali vivevano. L’unica soluzione possibile della questione ebraica era dunque la creazione di uno stato degli ebrei. Per la realizzazione di questo progetto Herzl contava sull’appoggio delle potenze europee, in particolare di quelle dove più diffuso era l’antisemitismo, alle quali faceva intravedere i vantaggi economici e sociali che avrebbero tratto dall’esodo massiccio degli ebrei. Come territori dove creare lo stato degli ebrei, Herzl prendeva in considerazione l’Argentina e la Palestina: il primo era uno dei paesi naturalmente più ricchi della terra, molto esteso, scarsamente popolato e con un clima temperato. Quanto alla Palestina, scriveva Herzl, “è la nostra indimenticabile patria storica. Questo solo nome sarebbe un grido di raccolta potentemente avvincente per il nostro popolo. Se Sua Maestà il sultano ci desse la Palestina, noi potremmo incaricarci di mettere completamente a posto le finanze della Turchia. Per l’Europa noi costituiremmo laggiù un pezzo del bastione contro l’Asia, noi saremmo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie. Noi resteremmo, in quanto stato neutrale, in rapporti costanti con tutta l’Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per quanto concerne i Luoghi Santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità in armonia con il diritto internazionale”.

Il programma di Herzl aveva vari punti in comune con quello di Pinsker: identica l’analisi delle cause dell’antisemitismo e la concezione del sionismo come unica possibile risposta alla persecuzione degli ebrei; identica la scelta del territorio sul quale creare lo stato ebraico: un vasto territorio americano o la Palestina; identica la convinzione che il progetto di creare uno stato ebraico lontano dall’Europa avrebbe incontrato la comprensione e l’appoggio dei governi europei, felici di sbarazzarsi dei loro ebrei e dei circoli antisemiti; identica la prospettiva colonialista; identica la sottovalutazione del fatto che la Palestina non era un paese vuoto ma era già abitata da un altro popolo.
Herzl, infatti, non considerò minimamente che la realizzazione degli obiettivi sionisti era condannata a compiersi a danno dei diritti nazionali di un altro popolo, basandosi sul pregiudizio eurocentrico secondo cui al di fuori dell’Europa ogni territorio poteva essere occupato dagli europei senza tenere alcun conto dei diritti e delle aspirazioni degli abitanti locali.
Nonostante il poco successo ottenuto dal suo progetto presso gli ambienti ebraici, Herzl Herzl si dedicò totalmente alla causa sionista facendosi instancabile ambasciatore del progetto di creazione di uno stato degli ebrei presso il sultano, l’imperatore tedesco, il re d’Italia, il papa, i governanti britannici, e Plehve e Witte, i potentissimi ministri che nell’impero zarista guidavano il movimento antisemita. Egli diede anche vita alla “Jewish Society” che aveva progettato nel suo libro, creando l’organizzazione sionista mondiale che guidò con mano ferma fino alla morte, e fondò il giornale “Die Welt” (4 giugno 1897) che fino allo scoppio della prima guerra mondiale fu l’organo centrale del movimento sionista.

Nel 1897 poté organizzare a Basilea il primo congresso sionista che grazie alle doti carismatiche di Herzl assunse il carattere di un’assemblea costituente. Il cosiddetto programma di Basilea prevedeva la creazione di un organismo permanente (l’Organizzazione sionistica, Zionist organization, Zo), di una banca (il Jewish Colonial Trust), di organi di stampa in varie lingue. Il Programma di Basilea affermava che “il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina”. I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo erano: 1) l’incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina; 2) l’unificazione e l’organizzazione di tutte le comunità ebraiche; 3) il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale; 4) iniziative per assicurarsi l’appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. All’indomani del congresso Herzl scriveva nel suo diario: “Se dovessi riassumere il congresso in una parola – che mi guarderei bene dal rendere pubblica – sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se lo dicessi a voce alta sarei accolto da un universale scoppio di risa. Forse fra cinque, certamente tra cinquant’anni se ne accorgeranno tutti”. In realtà, il risultato del congresso di Basilea fu molto meno importante di quanto fantasticasse Herzl. Nel programma adottato dai 197 delegati presenti al congresso, il problema della creazione dello stato ebraico non era nemmeno adombrato. In sostanza ci si limitava a chiedere la concessione “di un focolare garantito dal diritto pubblico” ottomano in Palestina (“einer offentlich-rechtlich gesicherten Heimstatte”). L’aspetto più interessante e rilevante del congresso e del programma adottato non consisteva nell’ “atto di nascita” dello stato ebraico, quanto, piuttosto, nel passaggio dal sionismo pratico (cioè azione “selvaggia”, spontanea, non garantita legalmente) al sionismo politico (cioè a un sionismo basato sulle trattative e gli accordi nel “nuovo approccio, da allora elevato a principio dottrinario, secondo il quale la negoziazione di uno statuto politico in Palestina – l’obiettivo della sovranità – era la strada maestra per il trionfo del sionismo e quindi per la soluzione della questione ebraica”).

Il primo tentativo di concretizzare il progetto sionista fallì: la richiesta di Herzl al sultano turco Abdulhamid di concedergli la Palestina in cambio del risanamento del debito pubblico venne respinta; nel 1902 il governo ottomano gli offrì una sede per gli ebrei non in Palestina ma in Anatolia, in Mesopotamia o in Siria ma egli rifiutò. Il 1 luglio 1898 ipotizzò nel suo diario di chiedere alla gran Bretagna l’isola di Cipro o di valutare, fino alla dissoluzione dell’Impero Ottomano, l’Africa del Sud o l’America. La Gran Bretagna, infatti, era diventata uno dei massimi sostenitori del progetto sionista tanto che nel 1900, in occasione delle elezioni, sessanta candidati al Parlamento di Londra si dichiararono pubblicamente a favore del sionismo e dei suoi fini. Due anni dopo (1902), Herzl propose al governo di Londra come focolare per gli ebrei la penisola del Sinai, la Palestina egiziana, o Cipro. Il governo britannico, decise di contribuire alla creazione della sede ebraica in un territorio del Mediterraneo orientale: scartata per ragioni strategiche l’isola di Cipro, la scelta cadde sulla zona di el-Arish, sulla costa mediterranea della penisola del Sinai. La proposta venne fatta a Herzl nell’ottobre del 1902 dal segretario al Colonial Office Joseph Chamberlain. Unica condizione l’accettazione da parte di lord Cromer, il potentissimo console generale inglese in Egitto, di fatto vero e proprio padrone di quel paese.
Dopo che una commissione di esperti ebbe studiato le possibilità pratiche di realizzazione del progetto di el-Arish, il 12 marzo 1903 questo progetto venne respinto perché, per approvvigionarlo dell’acqua necessaria per l’irrigazione, si sarebbe dovuto sottrarne in misura eccessiva da altre zone. Venne allora proposto l’insediamento ebraico nell’Africa orientale, in Uganda. La proposta, anche a causa dell’emozione provocata dal feroce pogrom di Kiscinev, venne accolta da Herzl che la presentò al sesto congresso sionista (Basilea, 23-28 agosto 1903)

In questa sede il “Progetto dell’Uganda” incontrò la decisa opposizione dei delegati dell’Europa orientale, soprattutto di quelli russi. Alla fine, con 295 voti a favore, 178 contrari e 132 astensioni venne deciso di nominare una commissione da inviare in Uganda per esaminare le possibilità di attuazione del progetto.

Herzl morì il 3 luglio 1904 all’età di 44 anni senza aver potuto vedere la realizzazione del grande ideale della sua vita. Nell’agosto del 1949 le sue ceneri saranno trasportate nello Stato di Israele alla cui creazione egli aveva dedicato tutto se stesso.

Il progetto dell’Uganda venne infine respinto definitivamente nel corso del settimo congresso sionista che si tenne a Basilea dal 27 luglio al 2 agosto 1905, un anno dopo la morte di Herzl. In attesa che si creassero le condizioni di un massiccio insediamento ebraico in Palestina, i successori di Herzl decisero di continuare la sua azione diplomatica e nello stesso tempo di promuovere e favorire nei limiti del possibile l’immigrazione ebraica in Palestina in modo da rafforzare le posizioni degli ebrei palestinesi sia nel campo dell’industria sia in quello dell’agricoltura. Privato della direzione carismatica di Herzl il movimento sionista vide crearsi le due correnti fondamentali dei suoi seguaci ortodossi, favorevoli all’iniziativa diplomaticae dei sionisti “pratici”, favorevoli maggiormente a iniziative concrete che consentissero il consolidamento delle posizioni ebraiche in Palestina e un rafforzamento del sionismo tra gli ebrei della diaspora. Dopo la morte di Herzl e fino alla prima guerra mondiale l’idea stessa di uno stato ebraico viene praticamente messa da parte mentre l’accento viene posto sul lavoro pratico e sull’immigrazione anche su piccola scalaChaim Weizmann affermò: “Gli anni dell’anteguerra, fra il 1906 ed il 1914, furono in un certo senso decisivi; l’impronta dell’opera allora compiuta è ancora oggi visibile in Palestina. Accumulammo infatti allora un complesso di esperienze che ci fu di grande utilità negli anni che seguirono la prima guerra mondiale. Noi prevedemmo molti dei problemi che dovemmo poi fronteggiare nei giorni delle maggiori imprese e ponemmo le fondamenta di istituzioni che formano parte del rinato focolare nazionale ebraico. E soprattutto acquistammo il senso delle cose, cosicché non iniziammo l’esecuzione del nostro compito dopo la Dichiarazione Balfour comportandoci come dei principianti”.

Durante la Prima Guerra Mondiale, una svolta fondamentale fu segnata dalla dichiarazione di Balfour del 1917 con la quale Lord Balfour, ministro degli esteri inglese, riconosce il legame storico del popolo ebraico con la Palestina e impegna l’Inghilterra ad appoggiare l’insediamento in Palestina di un national home (focolare nazionale).

“2 novembre 1917 – Ufficio degli Esteri

Egregio Lord Rothschild,

ho il piacere di comunicarvi, a nome del Governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni sioniste ebraiche che è stata presentata ed approvata dal Governo.

Il Governo di Sua Maestà guarda con favore la costituzione in Palestina d’un focolare nazionale per il popolo ebraico e applicherà tutti i suoi sforzi per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo, essendo stato assodato chiaramente che non sarà fatto niente che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, o i diritti e lo statuto politico goduti dagli ebrei in qualunque altro paese”.

Vi sarei riconoscente se portaste questa dichiarazione alla conoscenza della Federazione Sionista. 
Sinceramente vostro,

Arthur James Balfour”

Questi punti vengono approvati dai vari governi alleati: nel giugno del 1922 vengono ribaditi da una risoluzione del Congresso degli Stati Uniti e nel luglio la Società delle Nazioni conferisce ufficialmente alla Gran Bretagna un mandato del quale la dichiarazione Balfour fa parte integrante. L’atteggiamento della Gran Bretagna, però, è piuttosto contraddittorio nel corso degli anni e dopo la Seconda Guerra Mondiale, sembra chiaro che non vi sia alcuna intenzione di far nascere lo stato ebraico come più volte promesso. A questo punto l’Haganah, organizzazione di autodifesa nata nel 1920, passa dalla collaborazione alla resistenza, trovando in Yitzchak Rabin uno dei suoi leaders: nel 1945 egli guida l’attacco al campo di detenzione di Atlit, sulle rive del Mediterraneo, dove circa duecento immigranti ebrei sopravvissuti all’Olocausto erano stati internati perché considerati “illegali” dall’Inghilterra. In questo il periodo Rabin inizia a essere circondato da una fama quasi leggendaria come comandante militare tanto che nel giugno del 1946 viene arrestato dagli inglesi insieme a centinaia di leader ebrei in quello che diventerà famoso come il “sabato nero” e viene rinchiuso sei mesi nel campo di detenzione britannico di Rafah. Rabin verrà rilasciato nell’ottobre del 1947.

Una tappa fondamentale nella lotta tra inglesi ed ebrei è segnata dalle quattro navi che, tra il 1945 e il 1948, tentarono di portare in Palestina circa 24.000 ebrei scampati alla Shoa, sfidando il divieto inglese di introdurre profughi in quella terra. La più famosa di queste è l’Exodus, una sgangherata nave americana la cui vicenda, romanzata, è stata narata nel film “Exodus” di Otto Preminger e tratta dal libro omonimo di Leon Uris. In realtà, l’Exodus, come le altre tre navi, fu attaccata dai soldati inglesi e costretta a far rotta verso Amburgo, dove i suoi passeggeri furono ammassati in campi di internamento. Solo con la fine del mandato britannico i profughi sarebbero potuti tornare in Palestina.

Lo storico israeliano Yoram Kaniuk nella biografia “Il comandante dell’Exodus” ha analizzato la figura di Yossi Harel: nato nella Palestina governata dalla Gran Bretagna, giovanissimo si allontana dalla famiglia per contrasti con la madre e partecipa alle vicende politiche e militari del movimento sionista: contrasti con i soldati inglesi, scontri militari con gli arabi per difendere gli insediamenti ebraici, terrorismo nei confronti sia dei soldati inglesi che dei civili arabi. Harel partecipò poi, inquadrato nell’esercito britannico, alle fasi della seconda guerra mondiale in Africa del Nord e alla fine del conflitto si occupò di favorire l’immigrazione ebraica dall’Europa in Palestina. Harel viene dipinto come un eroe mitico, in particolare per aver condotto in Palestina un notevole numero di ebrei, come si può capire già dalle prime pagine: «Lo Stato d’Israele non nacque nel 1948, quando fu ufficialmente proclamato nel museo di Tel Aviv, ma circa un anno prima, il 18 luglio 1947, nel momento in cui la sgangherata nave americana President Warfield, ribattezzata Exodus, entrò nel porto di Haifa»Oltre all’analisi della personalità di Harel, vi sono diversi dettagli interessanti, per esempio sulla formazione delle forze armate sioniste e sulla personalità di Yzthak Sadé, leggendario comandante ebraico, uno dei massimi artefici delle bande militari ebraiche da cui sarebbe poi nato l’esercito israeliano. E’ da Sadé, per esempio, che deriva la filosofia militare che è stata sempre predominante in Israele, secondo cui “un piccolo popolo, in un paese piccolo come il nostro, ha la sola possibilità di vincere”, cioè che non avendo un altro territorio in cui ritirarsi, agli israeliani non resta altra possibilità che vincere militarmente ogni guerra, perché la prima guerra persa avrebbe significato essere ributtati in mare. Nel complesso, non si può considerare quest’opera come un saggio storico ma più semplicemente come una biografia scritta con molta partecipazione e simpatia da parte dell’autore nei confronti della persona di cui narra le vicende. Kaniuk, infatti, non si limita ad analizzare uno dei periodi più drammatici della storia ebraica, ma ricostruisce la vita di Harel ripercorrendone le avventure. Il libro è stato scritto nel 1999, quando ormai da una quindicina d’anni una corrente di storici israeliani ha prodotto una serie di opere in cui sottopongono a revisione critica i miti fondatori dello stato di Israele; Kaniuk è chiaramente estraneo a questa corrente: in ogni pagina esprime giudizi del tipo “nessuna flotta [inglese] avrebbe potuto sconfiggere la volontà di un popolo di ritrovare una patria”, e simili affermazioni che poco hanno a che fare sia con la ricostruzione storica sia con giudizi storiografici, ma appunto con il processo di creazione di una identità nazionale.

Per la soluzione definitiva della “questione ebraica” o meglio, considerando la lunga serie di guerre che scoppieranno in quella Terra, per la realizzazione del sogno sionista è necessario attendere il 30 novembre 1947 quando a Flushing Meadows l’Onu approva la spartizione della Palestina con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astensioni. Tra i favorevoli ricordiamo Francia, Usa e Urss; fra i contrari Afghanistan, Cuba, Grecia, Egitto, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia; fra gli astenuti, Inghilterra, Jugoslavia, Messico, Honduras, Etiopia, Salvador, Colombia, Cina, Cile, ArgentinaI delegati arabi lasciarono la sala sostenendo che la risoluzione era senza valore.

ONU – Costituzione e governi futuri della Paestina
Oggetto: risoluzione 181 – Fine del mandato, spartizione e indipendenza

1. Il mandato per la Palestina avrà fine al più presto possibile e in ogni caso il 1° agosto 1948:
2. Le forze armate della potenza mandataria evacueranno progressivamente la Palestina; al più tardi il 1° agosto 1948.
La potenza mandataria farà tutto ciò che è in suo potere al fine di assicurare l’evacuazione di una zona situata sul territorio dello Stato ebraico e dotato di un porto marittimo e di un retroterra sufficienti per offrire le strutture necessarie in vista di un’importante immigrazione.
3. Gli Stati indipendenti arabo ed ebraico, così come il regime internazionale particolare previsto per la città di Gerusalemme, cominceranno ad esistere in Palestina due mesi dopo che l’evacuazione delle forze armate della potenza mandataria sarà portata a termine. Le frontiere saranno indicate qui sotto.

Capitolo primo: Luoghi santi, edifici e siti religiosi.

1. Non sarà recato attentato alcuno ai diritti esistenti che riguardano i luoghi santi, edifici e siti religiosi.
2. Per ciò che riguarda i luoghi santi, la libertà d’accesso, di visita e di transito, sarà garantita a tutti i residenti o cittadini dell’altro Stato e della città di Gerusalemme, con riserva di considerazioni di sicurezza nazionale dell’ordine pubblico e della decenza.

Capitolo secondo: Diritti religiosi e diritti delle minoranze

1. La libertà di coscienza e il libero esercizio di tutte le forme di culto compatibili con l’ordine pubblico e i buoni costumi saranno garantiti a tutti.
2. Non sarà fatta alcuna discriminazione in base a differenze di razza, di religione, di lingua o di sesso.
3. Tutte le persone che ricadono sotto la giurisdizione dello Stato avranno egualmente diritto alla protezione della legge.
4. Il diritto familiare tradizionale e lo statuto personale delle diverse minoranze, così come i loro interessi religiosi saranno rispettati.
6. Lo Stato assicurerà alla minoranza, araba o ebraica, l’insegnamento primario e secondario, nella sua lingua, e conformemente alle sue tradizioni culturali.
7. Non sarà appaortata alcuna restrizione all’uso, da parte di ogni cittadino dello Stato, di qualunque lingua, nelle sue relazioni personali, nel commercio, nella religione, nella stampa, nelle pubblicazioni d’ogni genere o nelle riunioni pubbliche.

Città di Gerusalemme

La città di Gerusalemme sarà costituita in corpus separatum sotto un regime internazionale speciale e sarà amministrata dalle Nazioni Unite.
1. meccanismo di governo: i suoi fini particolari. L’autorità incaricata dell’amministrazione, perseguirà i seguenti fini particolari.
a) Proteggere e preservare gli interessi spirituali e religiosi che trovano ricetto nella città; a tal fine, fare in modo che l’ordine e la pace regnino a Gerusalemme.
b) Stimolare lo spirito di cooperazione fra tutti gli abitanti della città, contribuire all’evoluzione pacifica delle relazioni tra i due popoli.
10. Le lingue ufficiali. L’arabo e l’ebraico saranno le lingue ufficiali della città
11. Cittadinanza. Tutti i residenti diventeranno ipso facto cittadini della città di Gerusalemme.

Il 14 maggio 1948, alle quattro del pomeriggio, a Tel Aviv David Ben-Gurion, circondato da un religioso silenzio, legge la proclamazione d’indipendenza con cui nasce a tutti gli effetti lo stato di Israele:

“Eretz Israel fu la culla del popolo ebraico. Fu qui che si plasmò la sua identità spirituale, religiosa e politica. Fu qui che gli ebrei formarono il loro Stato, crearono valori d’importanza nazionale e universale e diedero al mondo il Libro dei Libri. Dopo esser stato esiliato con la forza dalla sua terra, il popolo ebraico mantenne la propria fede per tutta la diaspora e non cessò mai di pregare e sperare di poter, un giorno, far ritorno nella sua patria e riottenervi la sua libertà politica … Legati da questi vincoli storici e tradizionali, gli ebrei, una generazione dopo l’altra, lottarono per stabilirsi nell’antica patria. Negli ultimi decenni sono tornati in massa. Pionieri, maapilim e difensori hanno fatto fiorire il deserto, hanno riportato a nuova vita la lingua ebraica, costruito villaggi e città e creato una prospera comunità che controlla la propria economia e la propria cultura, che ama la pace ma è in grado di difendersi, che reca i benefici del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspira all’indipendenza … Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che sanciva la costituzione di uno Stato ebraico in Eretz Israel; l’Assemblea generale chiese agli abitanti di Eretz Israel di compiere tutti i passi che da parte loro fossero necessari per l’applicazione di tale risoluzione … Il riconoscimento da parte dell’ONU del diritto del popolo ebraico alla fondazione del proprio Stato è irrevocabile … Questo è un diritto naturale del popolo ebraico: il diritto di poter disporre del proprio destino, come tutti gli altri popoli, nel proprio Stato sovrano … Pertanto noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità ebraica di Eretz Israel e del Movimento sionista, siamo riuniti qui nel giorno della cessazione del mandato britannico su Eretz Israel e in virtù del nostro diritto naturale e storico e in conformità con la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la costituzione di uno Stato ebraico in Eretz Israel che si chiamerà Stato di Israele … Chiediamo – mentre infieriscono le ostilità dirette contro di noi da mesi – agli abitanti arabi dello Stato di Israele di mantenersi in pace e di partecipare alla costruzione dello Stato sulla base della piena eguaglianza dei diritti di cittadinanza e con adeguata partecipazione a tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti … Porgiamo la mano a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli in un’offerta di pace e di buon vicinato e chiediamo loro di stabilire rapporti di cooperazione e di reciproca assistenza con il popolo ebraico sovrano che vive nel nostro territorio. Lo Stato di Israele è pronto a dare il proprio contributo a uno sforzo comune per il progresso dell’intero Medio Oriente …”

Le speranze di pace che emergono da questo discorso rimangono tuttora un sogno che non si è mai realizzato completamente fino ad oggi. Lo stesso giorno della nascita dello Stato di Israele, infatti, l’Egitto dichiara guerra allo stato ebraico, dando inizio alla guerra d’indipendenza, prima delle guerre arabo-israeliane. Ma questa è un’altra storia.

BIBLIOGRAFIA

  • Diaspora. An Inquiry into the Contemporary Jewish World, di H.M. Sachar – Harper, Londra 1985
  • Dizionario di storiografia, a cura di A. De Bernardi, S. Guarracino, Bruno Mondatori, 1996.
  • El camino hacia Israel. Vida y obra del Dr. Theodor Herzl, el primer estadista judío de la diáspora, di M. Goldstein – Buenos Aires 1950
  • Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella terra promessa, di R. Balbi – Laterza, Roma-Bari 1983
  • Il comandante dell’Exodus, di Y. Kaniuk – Einaudi, Torino 2001
  • Il marxismo e la questione ebraica, di A. Leon – Samonà e Savelli, Roma 1969
  • Israele e il rifiuto arabo. Settantacinque anni di storia, di M. Rodinson – Einaudi, Torino 1968
  • Israele e il sionismo, di R. Segre – Nuova Milano.
  • Israele senza confini, a cura di A. Moscato – Sapere 2000, Roma 1984
  • La terra troppo promessa. Sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, di Massimo Massara – Teti, Milano 1979
  • Lo Stato di Israele, di N. Garribba – Editori Riuniti, Roma 1983
  • Lo stato ebraico, di T. Herzl – in La rassegna mensile d’Israel, Roma 1955
  • Lunga strada per Gerusalemme, di B. Litvinoff – Saggiatore
  • Nel centenario della nascita di Teodoro Herzl, di N. Goldman, D. Lattes, U. Nahon, G. Romano – in La rassegna mensile d’Israel, Roma 1961
  • Lettera agli amici non ebrei, di Elena Loewenthal – Bompiani, Milano 2003
  • Sionismo: un secolo di grandi ideali – Bollettino della Comunità Ebraica di Milano, maggio 1997
  • Storia del sionismo, di N. Weinstock – Samonà e Savelli, Roma 1970
  • The Life of Theodor Herzl, di J. De Haas – New York 1927
  • Theodor Herzl. Man of Vision and Reality, di Y. Haezrahi – Jewish National Fund, Gerusalemme 1954

    Vita di Teodoro Herzl, di B. Hagani – Roma 1919

Fonte: http://www.storiain.net/arret/num103/artic1.asp

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