“Massoneria e scenari europei” di Giuseppe Rausa

Un capitolo dell’ “Indagine intorno ad alcuni aspetti della biografia e della musica di Wolfgang Amadeus Mozart” di  Giuseppe Rausa

Così come sorvolano sull’amaro destino del piccolo Raimond, nello stesso modo i biografi saltano bellamente ogni considerazione critica intorno alla composizione del Lied  “patriottico” Ich möchte wohl der Kaiser Sein K 539, su testo di Johann Wilhelm Gleim (1719- 1803), inno bellicoso (circa 3 min.) di scarso valore musicale, eseguito nel marzo 1788. La linea vocale si snoda lungo risaputi stereotipi marziali mentre l’orchestrazione riprende gli effetti “turchi” già sperimentati in Die Entführung aus dem Serail, rievocando in modo improprio (dato il contesto politico assolutamente “serio”) sonorità farsesche tipiche dei Singspiele e delle opere buffe di argomento esotico. Il fanciullesco Mozart sembra scherzare anche quando oggettivamente contribuisce alla campagna militare di Giuseppe II.

Il testo, costituito da quattro strofe che iniziano e finiscono con la frase del titolo, è il solenne contributo del salisburghese alla guerra contro la Turchia appena dichiarata da Giuseppe II [1] (febbraio 1788), guerra che è sentita come estranea dalla popolazione viennese e ancor più dalla nobiltà austriaca, vessata da continue tasse finalizzate al sostentamente di un moderno, aggressivo e “operante” esercito (per non parlare dell’Ungheria e dei Paesi Bassi, sabotatori espliciti del disegno militare dell’imperatore e ormai ad un passo dalla ribellione aperta); essa porterà l’impero a un passo dal tracollo. L’imperialismo dilettantesco di Giuseppe II viene umiliato dai turchi i quali non solo sconfiggono i poco motivati eserciti asburgici, ma, anzi, sconfinano e invadono i territori dell’Impero centrale.

L’immediato, entusiastico impegno di Mozart, musicista per tanti aspetti indolente, ribadisce nei fatti (quindi in modo definitivo e non subordinato a testimonianze scritte e orali, sempre opinabili, fallaci e legate al contesto), mediante uno dei rari gesti apertamente politici del compositore, la reale collocazione dell’uomo e il suo temperamento. Mozart dunque appartiene a quella ristretta casta massonica viennese che sostiene acriticamente qualunque iniziativa del monarca, è insomma un uomo del regime. Il suo “pacifico” egualitarismo massonico vale solo all’interno dei confini dell’impero e anche lì con notevoli riserve (nella lettera al padre del 5 dicembre 1781 parlando di un ballo nella residenza imperiale di Schönbrunn scriveva che “era pieno di barbieri e cameriere”, era affollato di “sgarbata plebaglia” e che “il popolaccio è sempre il popolaccio”; si comprende dunque che l’egualitarismo tanto auspicato da Mozart consiste semplicemente nell’ascesa di una selezionata parte della borghesia produttiva nelle stanze del potere nobiliare); al di fuori dei confini imperiali ci sono invece solo dei musulmani che bisogna far tremare e rabbrividire e una Costantinopoli da conquistare come recita la prima strofa del Lied (“Ich möchte wohl der Kaiser Sein / Den Orient wollt ich Erschuttern; / Die Muselmänner mussten zittern, / Kostantinopel ware mein! / Ich möchte wohl der Kaiser Sein”). Nella terza, dopo il solito verso adulatorio (“vorrei tanto essere l’imperatore”), si racconta di come si vorrebbe assoldare i migliori poeti per celebrare i fatti eroici ormai alle porte (“Die besten Dichter wollt ich dingen, / der Helden Taten zu besingen”) e nella quarta si termina con un encomio alla grandezza di Giuseppe II che tutti i desideri riesce a esaudire e tutti gli uomini saggi rende lieti (“Weil aber Joseph meinen Willen / Bei seinem Leben will erfüllen, / Und  sich darauf die Weisen freun”).

La guerra di aggressione alla Serbia turca, fonte di carestie e ribellioni all’interno dell’impero asburgico e di instabilità e tensioni nell’intera Europa (vi si oppongono Prussia, Inghilterra e Francia), fortemente voluta da un Giuseppe II alleato di ferro di Caterina II, conferma il nazionalismo esasperato del monarca e la strumentalizzazione per fini interni delle logge massoniche, piegate a diventare strumento della violenta politica imperiale in cambio di concessioni anticlericali e libertarie sul fronte interno. Il pacifismo universale degli uguali si rivela un’ipocrita menzogna, la tolleranza e l’amore filantropico si fermano ai confini dell’impero fuori dai quali ci sono “sottouomini” (musulmani) da conquistare e i cantori di regime si allineano per soddisfare la vanità del fatuo monarca. Mozart è in prima linea, pronto a soddisfare le esigenze del suo datore di lavoro (come noto è stato ufficialmente assunto a corte nel 1787) e come sempre incapace di svolgere la minima considerazione critica sui gravissimi fatti in corso (la guerra unilaterale contro i turchi, la povertà indotta da ciò, lo scenario di morte, il diffuso malcontento, “le astronomiche spese di guerra”, come scrive Landon, annotate nel proprio diario dal conte Zinzendorf). 

In quel marzo 1788, e più avanti nell’estate 1789, due differenti commercianti annunciano sulla Wiener Zeitung che è a disposizione la partitura del canto patriottico composto “dal sig. Kapelmeister Mozart all’effettivo servizio di S. M. l’Imperatore”. In seguito il musicista insiste sull’argomento e compone il piccolo Lied per voce e pianoforte Beim Auszug in das Feld K 552 (La partenza per il fronte), edito nel supplemento di un giornale viennese per bambini nell’agosto 1788. Il testo, di autore ignoto, conta ben diciotto strofe improntate al più sfrontato militarismo. Tra le numerose sciocchezze ricordiamo l’immancabile “Dio è con loro” (con i soldati austriaci “bramosi di vittoria e di gloria”), l’encomio massonico all’infinita bontà e tolleranza del monarca nei confronti di tutte le religioni (turca e giudea), la sua aspirazione alla pace e  alla fratellanza universale alla quale però, guarda caso, si oppone proprio “un popolo solo” che non riconosce “altro compito che quello di uccidere” e che ha trasformato i suoi territori “in deserti e orrore”. Insomma, un lungo elenco di penosi luoghi comuni, volti a giustificare l’aggressione all’impero ottomano e la connessa guerra coloniale. 

La storia moderna si ripete sempre identica: dittatori ossessionati da propri astratti disegni di potenza, nonché dalla rovinosa utopia di essere in grado di modificare, di “rinnovare” la natura degli uomini, trascinano le popolazioni verso il disastro, senza tenere nel minimo conto le reali esigenze dei loro sudditi. L’aggressione disastrosa della Turchia (che, per altri aspetti, causerà la morte stessa di Giuseppe II, il quale torna dal fronte gravemente ammalato di malaria nell’autunno 1788 e rimane largamente debilitato per tutto il 1789, fino a morire nel febbraio 1790), assomiglia all’altrettanto delirante e assurda aggressione alla Grecia posta in essere dal fascismo nell’ottobre del 1940 (ma si potrebbe tracciare un ancor più angoscioso e pertinente parallelo con la guerra di Bush in Afghanistan e Iraq del nuovo millennio, ennesimo esempio di “razzismo” massonico che pretende di “esportare la democrazia” con le armi, nel completo disprezzo delle tradizioni e delle genti musulmane): nell’impero asburgico di fine Settecento, come nell’Italia fascista, come nell’Occidente degli anni duemila, le popolazioni non hanno condiviso questi gesti criminosi e irresponsabili, operando una sorta di prudente ostruzionismo fatto di silente non collaborazione laddove una classe dirigente servile ha invece cercato di motivare e rendere popolari le gesta del dittatore di turno. L’ “inconsapevole”, giulivo Mozart faceva indubbiamente parte dell’opportunistica nomenclatura di quel Giuseppe II, odiato dalla maggioranza della popolazione dell’impero.

Una restaurazione necessaria

Il giovane Francesco II sale al trono a soli 24 anni, dopo il breve regno del padre Leopoldo II (febbraio 1790-marzo 1792) e reagisce alla difficile situazione europea con una doverosa restaurazione della situazione politica precedente al 1780. Quasi tutte le riforme di Giuseppe II vengono abolite, corrette o rese inefficaci e si ritorna alle antiche e solide alleanze della corona con la nobiltà e il clero cattolico. Mentre la tempesta infuria in Francia (Luigi XVI viene ghigliottinato nel gennaio 1793, Maria Antonietta, zia di Francesco II, nell’ottobre seguente), i sentimenti antiborghesi e antimassonici si trasformano nella linea direttiva della politica asburgica. La massoneria, quinta colonna della Rivoluzione francese in Austria, viene vietata e nel 1801 tutti i funzionari dello stato devono firmare una dichiarazione di non appartenenza a tale società segreta. Vengono proibiti i circoli culturali e anche le società benefiche, tipico paravento massonico, devono sottostare a rigidi controlli. L’Impero è sotto attacco: per ventitré anni (1792-1815) l’Austria è sostanzialmente in guerra, questa volta però non per fini espansionistici, bensì semplicemente per sopravvivere all’uragano dapprima francese e poi napoleonico. L’opera di Giuseppe II viene considerata, alla luce dei nuovi eventi, un enorme, sconsiderato errore volto a minare (in modo certo inconsapevole) le basi stesse del potere monarchico. Si giunge a creare nel 1803 una commissione di “ricensura” con lo specifico compito di riesaminare tutte le pubblicazioni e i testi permessi nel periodo “illuminista” 1780-92. Nella lunga era di Francesco II (che morirà nel 1835) la censura controlla con severità le nuove creazioni letterarie e artistiche e vieta l’importazione di quasi tutti i testi stranieri, soprattutto francesi; si diffida innanzitutto di borghesia e intellettuali, ossia della classe sociale protagonista della svolta (lungamente preparata) del 1789. La polizia segreta tiene sotto controllo (con discrezione) le principali personalità della cultura, senza peraltro attuare alcuna forma di repressione evidente (i campi di rieducazione per dissidenti sono una triste invenzione del Novecento).

Un bizzarro girotondo frankista

Jacob Frank è un predicatore ebreo-polacco che organizza intorno alle proprie credenze mistico-nichilistiche un’importante setta dai modi spregiudicati, mal vista all’interno dell’universo ebraico (Scholem ne dà un giudizio preoccupato e sprezzante nel suo Major Trends in Jewish Mysticism, 1941). Nato nel 1726 a Korolowka (Polonia), Jacob Leibowitz (poi Frank) si dedica alle cose religiose a partire dagli anni cinquanta; seguendo tesi gnostiche dichiara che il peccato e la trasgressione di ogni legge umana sono vie verso la salvezza, si dichiara il nuovo Messia e in seguito predica un Dio femmina, incarnatosi in sua figlia Eva. Spacciandosi apertamente per il Messia, scrive: “Io non sono venuto per innalzare, sono venuto a distruggere e a degradare tutte le cose finché esse non siano scese così in basso che più in basso non potrebbero scendere … Io sono stato scelto perché sono le tenebre dalle quali scaturisce la luce”. I rabbini polacchi lo considerano un eretico e lo costringono all’esilio (1756). Frank reagisce: con il suo cospicuo gruppo di seguaci (migliaia di persone) si converte esteriormente al cattolicesimo (1759) e afferma che si possono accettare formalmente altre religioni purché si rimanga segretamente devoti alle sue tesi. Nasce il frankismo, ambigua setta (che giunge fino ai giorni nostri, a volte con figure in posizioni dominanti, soprattutto negli USA) appannaggio di ebrei convertiti spesso per opportunismo all’egemone cattolicesimo, nonché alleati con personaggi importanti della massoneria, quando non promotore di nuove, più oscure e selezionate sette vicine a quelle dei “muratori”. L’operazione è quella tipica degli infiltrati: arrivare all’interno delle strutture del potere religioso tradizionale per indebolirle, depotenziarle e distruggerle dall’interno; al riguardo il “Messia” dichiara che i suoi adepti sono “soldati che prendono d’assalto una città passando per le fogne” e che “dobbiamo apparire più cristiani dei cristiani esteriormente. Non dobbiamo mai sposarli però”. La filosofia politica di Frank è dunque astuta e perversa: seminare il caos, distruggere troni e altari e approfittare del caos per rafforzare la propria setta; ai suoi predica infatti: “Quando i cani si azzuffano e qualcuno tenta di separarli con un bastone, quelli non se ne curano e continuano a mordersi l’un l’altro. Così noi prenderemo ciò che è nostro, mentre il mondo annegherà nel sangue. Perché rende pescare nel torbido”.
Dopo un lungo periodo di confino nella fortezza di Czhestokova (1760-72), in corrispondenza della prima spartizione della Polonia (1772) Frank e seguaci si trasferiscono a Brunn (Brno) in Moravia e vengono in seguito accolti con benevolenza da Giuseppe II. Nel frattempo il predicatore ha formulato un nuovo culto intorno alla propria figlia, ribattezzata Eva Frank, quale madre del futuro Messia. La giovane viene ricevuta dall’imperatore in persona il 19 marzo 1775 e in seguito corrono voci che sia diventata sua amante.
Nel 1786-88 Frank abbandona Brunn e si trasferisce a Vienna (proprio negli anni della più intensa collaborazione tra Mozart e Da Ponte) e nel 1788 si sposta a Offenbach (nei pressi della libera città imperiale di Francoforte), nel vasto castello con tenuta di Isemburg il quale diviene una sorta di piccolo stato, dotato di una tollerata extraterritorialità. In esso Frank agisce come un monarca, dispone di guardie armate e prigioni e rende impossibile la fuga agli adepti (i quali ingenuamente si sono spogliati di tutto in favore della setta). Quivi Jacob Frank muore il 10 dicembre 1791; viene sepolto con solenni funerali.
Figura di spicco del movimento frankista a Vienna diviene Moses Dobrushka (nato a Brunn nel 1753), nipote di secondo grado del leader ebreo e suo braccio destro, anch’egli convertitosi al cattolicesimo (nel 1775) insieme a numerosi suoi fratelli e sorelle. Costui prende il nome di Franz Thomas von Schoenfeld, diviene un segreto consigliere dell’imperatore e probabilmente un suo confidente (avrebbe incentivato la dura politica anticattolica; compone inoltre servili sonetti in suo onore, per elogiare il valore del tedesco contro l’ottomano, negli stessi giorni in cui Mozart compone i suoi Kriegslieder), gli viene conferita la patente di nobiltà di barone e fonda a Vienna nei primi anni ottanta la setta dei Fratelli Asiatici, una loggia massonica (strettamente connessa con la loggia Zur gekronten Hoffnung) cui aderiscono decine di nomi importanti della corte asburgica. Tra questi spiccano le figure di influenti amici e protettori mozartiani quali Karl Hieronymus Pàlffy von Erdod, il principe Wenzel Paar, il barone Otto Heinrich von Gemmingen (1755-1836), già punto di riferimento del giovane salisburghese nella Mannheim del 1777-78, in seguito trasferitosi a Vienna nel 1782, e soprattutto Franz Joseph Thun-Hohenstein (1734-1800) il quale, insieme alla moglie Wilhelmine, il cui salotto era assiduamente frequentato da Mozart, è uno degli ispiratori e organizzatori del successo praghese del musicista. In particolare il legame di stretta amicizia che lega durante tutto il decennio viennese Mozart alla contessa Thun è uno degli aspetti centrali della biografia del musicista nella capitale asburgica (in una lettera al padre del 24 marzo 1781 scrive: “Sono stato già due volte a pranzo dalla contessa Thun e le faccio visita quasi tutti i giorni. E’ la dama più affascinante e più amabile che abbia conosciuto in vita mia e anche lei mi tiene in grandissimo conto. Suo marito è sempre il solito eccentrico cavaliere, però onesto e benpensante”). Non si dimentichi che il principe Karl Lichnowski, amico e compagno di viaggio di Mozart nelle misteriose peregrinazioni verso nord durante la primavera 1789 (Lipsia, Dresda e Berlino), nonché futuro protettore di Beethoven, è genero della contessa Thun come pure il conte Rasumovski, ambasciatore russo a Vienna, grande amico e mecenate di Beethoven (Lichnovski, che aveva fama di “cinico libertino” e Rasumovski avevano sposato due figlie di Wilhelmine).
Dunque Mozart, la cui vicinanza alla setta più rivoluzionaria della massoneria, quella degli Illuminati di Baviera ( a cui appartiene il potente bibliotecario di corte van Swieten) è un fatto assodato, vive a Vienna circondato da amicizie “frankiste”. La questione si fa però assai più rilevante con la comparsa di Lorenzo Da Ponte, quasi certamente presentato a Mozart nella casa del banchiere barone Raimond Wetzlar intorno al 1783-84 (nelle Memorie il librettista scrive: “Mozart, cui in quel medesimo tempo ebbi occasione di conoscere in casa del barone Wetzlar, suo grande ammiratore e amico …”). Da Ponte e Wetzlar sono entrambi ebrei convertiti (Da Ponte si chiama in realtà Emmanuel Conegliano; ha fatto proprio il nome del vescovo che lo ha battezzato a Ceneda nel 1763) e si possono ragionevolmente ipotizzare loro simpatie e sincronie con il frankismo; il legame di Mozart con Wetzlar è poi così profondo nei primi anni ottanta che il compositore decide di dare al suo sfortunato primogenito, nato nel giugno 1783, il nome di Raimond seguito in seconda posizione dal nome del padre, Leopold. Wetzlar sarà anche il padrone di casa del musicista in un certo periodo nonché una fonte costante cui attingere denaro a prestito, a condizioni vantaggiose. La figura del banchiere non è stata mai approfondita; eppure nelle poche pagine che il reticente Da Ponte dedica al suo rapporto con il salisburghese, Wetzlar riveste un ruolo centrale; il letterato giunge ad attribuirgli l’iniziativa di pagare di tasca propria una traduzione del testo delle Nozze, da ricavarsi da quella misteriosa versione Singspiel che girava per la Germania nel 1785 e che Giuseppe II aveva vietato a Vienna; inoltre lo scrittore parla dell’intento di Wetzlar di diffondere un testo proibito e politicamente rivoluzionario, coerentemente quindi alle iniziative degli Asiatici, degli Illuminati e dei frankisti. In definitiva Da Ponte propone la centralità dell’operato di Wetzlar nei primi anni viennesi di Mozart allorché dichiara: “voi, gentilissimo signor barone … che amaste e stimaste tanto quell’uomo celeste e che pur una parte avete nelle sue glorie … ”. Quale sia stata questa “parte” la musicologia mozartiana non si è sentita curiosa di indagare.
Si è rilevato che la trilogia italiana di Mozart, voluta da Giuseppe II, cade a Vienna nel disinteresse e anzi viene boicottata da buona parte del pubblico conservatore che vi rileva un atteggiamento amorale e oltraggioso. Ancora nell’Ottocento “Don Giovanni” e “Così fan tutte” ricevevano in ogni sede (Beethoven compreso) giudizi irritati quanto al contenuto immorale. L’audacia del duo Da Ponte – Mozart (incentivata da nobili, banchieri e alte cariche della massoneria) può dunque essere ricollegata alle tesi frankiste: la necessità del peccato, il gusto della trasgressione, il dio femmina, l’adorazione della donna elevata a semidivinità sono in fondo le tematiche di quelle opere (si è detto del compiacimento presente nel Don Giovanni mozartiano, assai distante dal tono di severo distacco che anima invece la partitura di Gazzaniga).
Se per Da Ponte non abbiamo prove concrete di una affiliazione al gruppo degli “Asiatici”, tuttavia la perenne vicinanza con l’avventuriero Casanova (i due sono in contatto praticamente per due decenni, dai giorni veneziani del 1776 fino alla metà degli anni novanta; il letterato di Ceneda, cacciato da Vienna, passa per Dux nell’agosto 1792 per scambiare notizie e informazioni a conferma della loro “fratellanza”; le comunicazioni epistolari tra i due si infittiscono tra il 1791 e il 1795) è un ulteriore motivo di conferma di quanto ipotizzato. Lo stile di vita e i testi venati di erotismo dei due letterati erano istintivamente improntati a quel libertinismo nichilista, soggiogato dalla grazia femminile, aderente alle tesi del frankismo. In fondo lo stesso Don Giovanni (cui, lo ricordo, collabora anche l’avventuriero veneziano), partitura venata di un’ambigua simpatia nei confronti di un prepotente seduttore macchiatosi di omicidio, potrebbe essere inteso in larga parte come un manifesto della visione “anarcoide” di Jacob Frank (si consideri che il concertato finale, che vorrebbe esporre un bilancio morale, si traduce in una pagina musicale fredda e insincera, tra l’altro eliminata nella versione viennese del 1788). Se così fosse, se tali lavori fossero esplicitamente improntati a quella dottrina, il totale silenzio dell’epistolario mozartiano e delle memorie dapontiane troverebbe un’ulteriore ragion d’essere.
C’è tuttavia qualcosa di più concreto: Giacomo Casanova conosceva da anni Eva Frank e tra le carte di Dux si trova una lettera del settembre 1793 con la quale il bibliotecario invia ben trecento fiorini (presi a prestito da un usuraio praghese) alla “divina fanciulla” in difficoltà economiche dopo la morte del padre, appoggiandoli su una banca di Lipsia. Un Casanova stanco e tutt’altro che benestante, per una volta non chiede prestiti o favori; al contrario, ubbidiente, quasi “devoto”, invia quanto gli viene richiesto, faticando a far presente la necessità di riavere quella somma. In tale missiva, egli si rivolge alla donna come a una persona conosciuta molto tempo addietro e parla di “nostra conoscenza di vecchia data”, confermando il sospetto di una sua adesione al frankismo risalente almeno agli anni ottanta. A questo fatto si aggiunga la coincidenza che nell’estate 1785, allorché Casanova lascia Vienna (giugno) per recarsi a “prendere servizio” a Dux (settembre 1785), egli fa una lunga tappa proprio a Brunn durante la quale certamente ebbe contatti con una personalità di spicco come quella di Frank il quale, come si è detto, risiedeva con un ingente seguito armato nella città morava. Fino a che punto l’ultima parte della biografia di Casanova va dunque riletta alla luce del frankismo? L’incarico del conte Waldstein, massone ed esoterista, è in qualche modo connesso con la presenza dei Frank a Brunn, a non eccessiva distanza da Dux?
A partire dal 1789 Casanova si dedica alla stesura delle proprie fluviali memorie scritte in francese e lasciate allo stato di manoscritto nel castello dei Waldstein (Histoire de ma vie, 4546 pagine), un documento eccezionale intorno all’Europa del Settecento e al tempo stesso un grande inno in favore di una sensualità libera da ogni remora morale. Il letterato veneziano le redige soprattutto per combattere il “mortale nemico della noia”, cosciente dell’impossibilità di stamparle anche perché, come ebbe a dichiarare, “nessun paese in cui siano in onore i buoni costumi, pubblicherà queste mie memorie”. Dunque un giudizio di sapore frankista sigla il senso più intimo di questo immenso lavoro.
Si aggiunga che nel fondamentale saggio Il filosofo e il teologo (1789 circa) Casanova si dimostra veemente critico di tutte le religioni, a suo dire fondate su illusioni, fantasie e imposture mentre elogia solamente la fede nella religione naturale, nel teismo e nella ragione. Si tratta di un testo innervato da una straordinaria erudizione, ricco di riferimenti ai testi gnostici, dissacratorio e sprezzante sia nei riguardi del personaggio storico di Gesù (“predica l’uguaglianza, mezzo sicuro per piacere alla canaglia …”) e dei suoi apostoli (definiti “fanatici ignoranti”), sia nei confronti delle credenze cristiane. Tale scritto, probabilmente il più “sovversivo” dell’autore, viene quindi prudentemente lasciato tra i manoscritti (toni tanto aspri e irridenti si ritroveranno solo un secolo dopo, nei testi più accesi di Nietzsche); la sua pubblicazione avrebbe potuto valergli un processo nella aule della Santa Inquisizione. Di contro, da abile scettico, Casanova si professa, nella quotidianità di Dux, buon cristiano al fine di evitare ogni forma di persecuzione cattolica. Nel testo citato però egli afferma senza mezzi termini di essere “un uomo di lettere che non ha fede … ma che per ragioni di interesse, o di impiego, è costretto a mostrarsi cristiano pubblicamente”. Questa logica della maschera e della simulazione è in fondo la stessa dei frankisti: permette a Casanova, ai seguaci di Frank come agli “Illuminati”, di agire indisturbati entro i confini dell’universo cattolico per gradualmente demolirlo dall’interno (seguendo tale logica il massimo esito per la setta potrebbe ben dirsi il raggiungimento del soglio papale; e va allora detto che circolano voci che vorrebbero Giovanni Paolo II ebreo frankista, tesi alquanto romanzesca la quale tuttavia può incuriosire considerando la politica complessiva del Vaticano di Wojtyla, il suo legame di ferro con gli USA di cui fu sostanzialmente il candidato nei due Conclave tenutisi a breve distanza nel 1978, l’ossessiva autocritica nei confronti della storia della Chiesa con annesse richieste di perdono per i numerosi errori, la grande attenzione al mondo ebraico).

Anche l’originale ripensamento della figura di Casanova operata da Fellini nel noto film del 1976 si orienta, con perfetta coerenza, verso la tesi frankista della necessità del peccato, dell’odio per il cattolicesimo e soprattutto dell’adorazione del Dio femmina; in fondo l’intera filmografia del regista emiliano, a partire dal fondamentale “La dolce vita” (1960), potrebbe essere riletta come un omaggio alle tesi gnostiche del predicatore ebreo-polacco (la sequenza dell’iniziazione di Marcello per opera della “dea” Ekberg nella fontana di Trevi è in tal senso esemplare).

Tornando al nostro compositore, c’è un piccolo evento (passato quasi inosservato) che può indicare un concreto rapporto con il frankismo (oltre alla sua vicinanza con il gruppo degli Asiatici di Schoenfeld): nel misterioso (quanto a finalità) viaggio effettuato nell’autunno 1790 a Francoforte, nei giorni in cui nella città tedesca avviene l’incoronazione di Leopoldo II (alla quale Mozart non è stato invitato, la qual cosa costituisce segno inequivoco del suo essere caduto in disgrazia; le celebrazioni musicali sono affidate a Salieri), il musicista visita proprio la cittadina di Offenbach dove, come si è detto, risiede Frank (il quale tra l’altro è presente a Francoforte tra i notabili, all’incoronazione di Leopoldo II). Sappiamo che il salisburghese vi incontra il compositore Johann André (Offenbach 1741, ivi 1799; autore di numerosi Singspiele tra cui il massonico Die Entführung aus dem Serail, rappresentato a Berlino nel 1781 sullo stesso libretto utilizzato da Mozart per Vienna nel 1782) e il suo giovane figlio, il compositore e violinista Johann Anton André (Offenbach 1775 – ivi 1842), entrambi appartenenti alla liberamuratoria, che possiedono una importante stamperia musicale che pubblica, tra l’altro, numerose raccolte di canti massonici. Sarà proprio il secondo ad acquistare da Constanze l’intera raccolta dei manoscritti mozartiani (nel 1800) rimasti in suo possesso (dopo numerose alienazioni) e a pubblicarla gradualmente a Offenbach. La visita mozartiana dell’ottobre 1790 è tanto più significativa in quanto il compositore pensa bene di non parlarne con alcuno (le lettere a Constanze tacciono il fatto); è per puro caso che l’evento si è tramandato: Mozart si intrattenne galantemente con una impiegata di André, la fece ballare e costei raccontò il fatto alla figlia, la quale lo affidò a un libro di memorie cittadine (Bilder und Geschichten aus Offenbachs Vergangenheit). A Offenbach Mozart fece visita a Jacob Frank? Aveva qualcosa da chiedere – ora che, dopo la morte di Giuseppe II, si trovava in una posizione oggettivamente difficile – a questo importante personaggio, in qualche modo connesso con la corte asburgica? Era questa la segreta finalità di un viaggio per intraprendere il quale Mozart si era indebitato per una forte cifra, peggiorando ulteriormente una situazione finanziaria disastrosa?
Intorno ai misteriosi debiti di Mozart, che divengono motivo di ossessive preoccupazioni per il compositore nel periodo 1788-91, si potrebbe anche avanzare la congettura di forti donazioni alla setta di Frank, la quale risiede a Offenbach, immersa in un lusso sfrenato e “protetta” da importanti milizie personali del leader carismatico. Il “Messia” impone a tutti gli adepti elargizioni continue e tasse fisse (necessarie per sostenere il suo piccolo esercito-comunità) fino a causare la rovina di molti di loro i quali divengono così suoi ospiti fissi al castello di Isemburg. In cambio promette potere e future, immense ricchezze. Afferma: “Io ho ogni potere e voi siete per me come la creta nelle mani del vasaio”. In tal caso bisognerebbe capire quale fosse l’attesa contropartita per il musicista in relazione a queste donazioni.

Nella tempesta che travolge l’Europa intorno al 1790 le nostre figure conoscono una sorte spesso amara ed enigmatica. La fredda lontananza di Leopoldo II dai nostri personaggi indica la loro caduta in disgrazia: il potere ora teme la creatura che ha “allevato” e la colpisce. Da Ponte viene esiliato; Mozart muore il 5 dicembre, probabilmente ucciso dalle bastonate di Hofdemel; Jacob Frank muore a Offenbach il 10 dicembre 1791; a Dux Casanova viene a sua volta bastonato dall’acerrimo nemico, il giovane Wiederholt, per ordine del sottotenente e maggiordomo Feltkirchner l’11 dicembre (una ben curiosa coincidenza di date); Von Schoenfeld, lasciata Vienna nei primi anni novanta, si trasferisce nel 1792 dapprima a Strasburgo, poi nel cuore della rivoluzione, a Parigi, prendendo il nuovo nome di Junius Frey (insieme al fratello Emmanuel e alla sorella Leopoldine, quest’ultima andata in moglie a Chabot, altro personaggio di spicco della rivoluzione). Nella capitale francese dove (come scrive lo storico Albert Mathiez in Danton e la pace, 1919) “riceveva spesso cambiali dall’estero e non aveva risorse dichiarate”, Dobrushka – Schoenfeld – Frey partecipa ai disordini delle Tuileries dell’agosto 1792, è il più fervente dei rivoluzionari (così come era stato un fervente cattolico, poi un fervente sostenitore di Giuseppe II ecc.) e si lega alla corrente di Danton. Fornisce ingenti denari ai giacobini, predica la guerra contro l’infame Austria (con formidabile faccia tosta giunge a parlare con spregio della casata degli Asburgo e perfino del suo ex protettore Giuseppe II, parlando del “sangue delle centinaia di migliaia che Giuseppe II sacrificò alla sua ambizione quando scatenò la guerra contro il popolo principesco degli ottomani …”), acquista case e fortezze andate all’asta in quanto abbandonate da aristocratici in fuga (dispone di enormi capitali che gli giungono dall’estero, ma nessuno capisce da chi precisamente). Insomma Dobrushka – Schoenfeld – Frey mette in pratica il precetto frankiano della zuffa dei cani, del seminare odio e disordine per potere “pescare nel torbido”, ma non è abbastanza abile; presto altri emigrati tedeschi a Parigi riconoscono in lui il barone Schoenfeld, stimato confidente dell’imperatore. Viene quindi travolto (col fratello) dapprima dalle denunce, poi dallo scandalo per le ruberie e per le turbative del mercato connesse allo scandalo della compagnia delle Indie, nonché dal grave sospetto che riguarda Danton, gli ebrei moravi e altri, di essere al soldo degli inglesi e degli austriaci; quest’ultima tesi (i fratelli Frey legati alla massoneria inglese) si aggiunge all’idea generale di un’infiltrazione dei club giacobini ad opera degli Illuminati tedeschi (Mirabeau, supposto finanziatore di Danton, era legato agli Illuminati di Baviera; a Londra intanto operano Da Ponte e il conte Joseph Waldstein). L’inflessibile Robespierre li fa arrestare (li definisce i “due furfanti più abili che l’Austria abbia mai vomitato tra noi”), processare in due giorni (3-4 aprile) e condannare per spionaggio. Il 5 aprile 1794 i fratelli Frey (alias Dobruska), Chabot, Danton e Desmoulins vengono tutti ghigliottinati.

Al confronto di questo avventuroso e incredibile percorso umano, le percosse subite da Casanova appaiono un evento marginale; esse però meritano lo stesso un approfondimento. Il sottotenente in congedo Feltkirchner viene assunto da Joseph Waldstein come maggiordomo di Dux nel 1787; vi rimarrà fino al 1793-94 quando, come riservista, verrà richiamato nell’esercito per fronteggiare le invasioni francesi. Feltkirchner diviene rapidamente un aperto nemico del bibliotecario il quale si sente “spiato” dall’ex militare che disprezza (e contro il quale scrive, nel 1791-92, le ventuno Lettere a un maggiordomo); è possibile che Feltkirchner fosse stato mandato a Dux (da quella zelante e minacciosa polizia segreta creata da Giuseppe II) proprio per controllare i movimenti e le attività di Casanova. Nel settembre 1791 lo scrittore veneziano partecipa (e si fa notare) ai festeggiamenti praghesi in onore di Leopoldo II (non sappiamo se incontra Mozart); in quell’occasione ha numerosi colloqui con la principessa Maria Theresa di Lichtenstein (1738-1814), madre di Joseph Waldstein. Certamente tali conversazioni ebbero cattivo esito poiché la donna, in precedenza legata a Casanova da un rispettoso rapporto epistolare (nel quale trattava anche questioni riservate della famiglia Waldstein), lo umilia con una lettera brusca e quasi scortese. E’ possibile che nel momento della liquidazione di Asiatici e Illuminati, Leopoldo II si ricordi anche dell’enigmatico Casanova e lo faccia intimidire per il tramite di Feltkirchner. Il conte Joseph Waldstein ha lasciato il castello boemo nel settembre 1790; dopo essere passato (come Mozart) da Francoforte per l’incoronazione di Leopoldo II, si è spostato nella Parigi rivoluzionaria dove di lui si perdono le tracce; tornerà a Dux solo nel 1793. Da Ponte, in costante rapporto epistolare con Casanova nei primi anni novanta (al quale peraltro chiede continuamente denaro, come pure al conte Joseph Waldstein), si dice informato sulle attività del conte e riferisce a Casanova che i giacobini hanno tentato di “squartarlo” perché il conte ha cercato di organizzare la fuga del re; ma si tratta (come sempre nel caso di da Ponte) di affermazioni senza riscontro. La mattina dell’11 dicembre 1791 Wiederholt, aiutante di Feltkirchner, bastona il bibliotecario il quale si precipita a informare del fatto il borgomastro, affermando che ora teme per la sua vita ed è obbligato a girare armato (nella denuncia scrive: “me cum pistolesis ambulare ut vitam meam defendam”). Se in qualche marginale modo l’avventuriero veneziano continua a tessere qualche tela massonica, ora è avvisato che i tempi stanno mutando e la tolleranza del potere è esaurita.

Una setta minacciosa

La setta degli Illuminati di Baviera, movimento trasversale a differenti logge della massoneria viennese, viene fondata a Ingolstadt nel maggio 1776 dal professore di diritto canonico Adam Weishaupt (anche in questo caso un ebreo convertito, entrato a far parte dei gesuiti e poi spretato). Si tratta di una società segreta progressista e rivoluzionaria che si ispira al più radicale materialismo ateo, ai principi dell’ugualitarismo, dell’odio per ogni privilegio nobiliare ed ecclesiastico, al principio rousseauiano della comunanza dei beni. Una totale segretezza avvolge la setta (i suoi adepti adottano un secondo nome; il fondatore si fa chiamare significativamente Spartacus) la quale si diffonde rapidamente a sud (Vienna e Italia “austriaca”) e a nord; ad essa aderisce perfino Goethe (Abaris). In particolare a Vienna, dove può contare sull’adesione di figure di primo piano quali il geologo Ignaz von Born (Furius Camillus), il bibliotecario di corte van Swieten, il conte Franz Joseph Thun (Eques ab horologio), Joseph von Sonnenfels (Fabius) e altri, gode della protezione interessata di Giuseppe II il quale, noto in tutta Europa per i suoi ideali “illuminati”, diviene un faro per i complottisti della Baviera che operano per giungere all’annessione di Monaco all’Impero guidato dall’imperatore asburgico (il cui principale obiettivo politico è, da sempre, la conquista della ricca regione confinante). L’ordine di Weishaupt viene logicamente proibito dall’elettore Karl Theodor nel 1784 in Baviera, ma continua a operare fuori di essa. Il catechismo rivoluzionario degli Illuminati prevede una totale “rieducazione” dell’individuo ai principi della pura ragione; scrive Weishaupt: “non possiamo adoperare le persone così come sono, ma le dobbiamo prima forgiare” (lettera del 10 marzo 1778); e altrove: “Vogliamo che gli adepti stessi arrivino a professare queste idee, senza che se ne accorgano”. A tal fine il capo carismatico della società segreta stabilisce una serie di opprimenti controlli individuali per cui ciascun superiore deve mensilmente relazionare intorno ai progressi ideologici dei suoi sottoposti, intorno ai loro pregiudizi e ai passi avanti compiuti dai medesimi per liberarsene. Come si vede agevolmente, le tragedie dei totalitarismi del Novecento, generate dall’ottusa credenza di potere creare l’ ”uomo nuovo” (fascista, nazista o comunista; cambia poco in tal senso) sono ben radicate in questi presuntuosi programmi dell’estremismo massonico. Inoltre si possono rilevare notevoli somiglianze con la setta frankista sia nella predicata visione gnostica del reale che approda all’idea del caos, della sospensione delle leggi come a un fatto di salutare rigenerazione, sia nella curiosa vicinanza che entrambe le formazioni ebbero con i capitali dei Rothschild (originari di Francoforte). E’ fondamentale in tal senso la testimonianza di Moses Porges, un giovane frankista (che operava anche come “soldato” al castello di Isemburg) il quale, resosi conto della truffa perpetrata nei confronti dei creduloni adoratori della “dea” Eva, riesce a fuggire rocambolescamente durante un suo turno di guardia (1800). Egli racconta che quando Eva Frank riceveva donazioni in titoli glieli affidava ed egli si recava dal vecchio Rothschild a Francoforte per farseli convertire in contanti.
Illuminati e Asiatici sono certamente alleati, si avvalgono di personaggi autorevoli (si notano nomi appartenenti a entrambe le formazioni) nell’ambiente dell’aristocrazia viennese e hanno in Mozart il principale referente nell’ambito musicale. Gli Illuminati posseggono varie diramazioni centro-europee; in questa sede interessa soprattutto la “cellula” di Bonn degli anni ottanta (la quale a un certo punto si trasformò in Lese Gesellschaft) cui aderiscono Christian Gottlob Neefe, Ferdinand von Waldstein (fratello di Joseph), il giovane Beethoven (in seguito accolto con tutti gli onori dalla stessa cerchia nobiliare, prima impegnata a sovvenzionare Mozart: Karl Lichnowski, amico di Mozart e destinatario di una famosa e ultra citata missiva del conte Ferdinand von Waldstein intorno al talento del musicista di Bonn, diverrà il suo principale mecenate) e il musicista e futuro editore Nikolaus Simrock (1751-1832; amico e referente nei decenni successivi di Beethoven), ossia un gruppo che opera all’interno della cappella musicale guidata da Andrea Luchesi (1741-1801) nella provincia retta dal 1784 al 1794 dall’elettore Max Franz (1756-1801), fratello di Giuseppe II e amico personale di Mozart (gli esordi viennesi del salisburghese avvengono soprattutto sotto la protezione dell’arciduca che riceve spesso il coetaneo e gli procura concerti e allievi al punto che il fiducioso compositore può scrivere al padre, il 23 gennaio 1782, che “se egli fosse già Principe Elettore di Colonia, a quest’ora io sarei già il suo Kapellmeister”). E’ attivo dunque il curioso triangolo che comprende Vienna, Bonn e Praga: in queste tre città si muovono e comunicano tra loro personaggi implicati in fratellanze rivoluzionarie coperte da svariate, fantasiose etichette: Ferdinand von Waldstein e Lichnowski, Da Ponte e Casanova, Mozart e Beethoven, la famiglia Thun e van Swieten.
Nell’ottobre 1791 a un Leopoldo II, preoccupato nuovo imperatore, un tempo vicino alle logge ma ora (dopo la Bastiglia e Varennes) assai sospettoso, giunge la fondata segnalazione che gli Illuminati e altri progettano disordini nella capitale e nell’impero, sul modello di quelli parigini. Il monarca reagisce: fa allontanare il principale imputato ovvero Johann Baptist Schloissnigg (esponente degli Illuminati), segretario di gabinetto, tutore dell’arciduca Francesco e amico di Swieten; a quel punto l’omicidio per bastonatura di Mozart (forse preterintenzionale), ad opera di Hofdemel, potrebbe essere stato caldeggiato nelle alte sfere quale evento esemplare (“colpiscine uno per educarne cento” si diceva durante gli sciagurati anni di piombo italiani), un monito per gli Illuminati e gli Asiatici frankisti che sarebbe poi apparso in tutto il suo sinistro bagliore attraverso la liquidazione del potente bibliotecario van Swieten (come noto uno dei principali capi degli Illuminati), licenziato appunto il 5 dicembre 1791. Non sappiamo se la celebre testimonianza di Constanze su un Mozart preoccupato di venire ucciso (avvelenato) sia attendibile; tuttavia essa risalirebbe proprio alla fine dell’ottobre 1791, in corrispondenza dell’epurazione condotta da Leopoldo II tra gli Illuminati, a seguito del complotto scoperto. Swieten dunque, il principale sostenitore del salisburghese, viene liquidato quel 5 dicembre quando deve, in tutta fretta, occuparsi delle enigmatiche e totalmente inusuali procedure di sepoltura di Mozart attraverso le quali l’ex uomo di stato cerca di far scomparire (con il corpo del compositore) ogni segno dell’infamante violenza subita. Per tali vie cerca anche di minimizzare il peso della minaccia che l’ordine degli Illuminati sta subendo in questo frangente. Passata la tempesta, morto Leopoldo II (il 1° marzo 1792, anche lui in circostanze poco chiare), Swieten riuscirà a risorgere nell’epoca di Francesco II (verrà reintegrato nella sua carica di presidente della Commissione Studi nel 1793).
Si tenga conto che la pratica dell’intimidazione era ampiamente praticata dal potere nel Settecento; infatti anche il noto evento dell’arresto di Giacomo Casanova a Venezia nel 1755, della sua condanna a cinque anni e della successiva celebre fuga dai Piombi (1756) si inscrive in questa logica: le autorità veneziane avvertono i massoni di terminare i loro oscuri maneggi mediante la punizione inflitta a un membro noto ma di origine plebea; la cosa deve servire di lezione agli aristocratici che si sono compromessi con la nascente setta, già due volte apertamente condannata da Roma (da Clemente XII nel 1738 e da Benedetto XIV nel 1751).

Un caso ancora più eclatante e a suo modo connesso con la morte di Mozart riguarda la fine ingloriosa di Giuseppe Balsamo, altrimenti noto come conte di Cagliostro. Questo personaggio, il cui percorso si intreccia più volte con quello di Casanova sempre all’interno dell’universo massonico europeo, viene arrestato a Roma nel dicembre 1789 in quanto agitatore massonico (ha perfino redatto un memoriale entusiasta dei fatti rivoluzionari di Parigi),  a cui si aggiungono le abituali accuse di eresia e di frode. Dopo i fatti del luglio francese il potere ecclesiastico, come quello asburgico, è deciso a fornire un esempio clamoroso: Cagliostro è celebre, nel bene e nel male, in tutta Europa; si allestisce per lui quindi uno spettacolare processo della durata di oltre un anno durante il quale viene accusato di essere un capo degli Illuminati (cosa assai dubbia), di avere attentato alla sicurezza dello stato e nell’aprile 1791 viene condannato a morte, pena commutata da Pio VI nel carcere a vita nella fortezza di San Leo, dove l’avventuriero muore nel 1795. L’operazione sortisce l’effetto desiderato: nel breve volgere di pochi mesi tutte le figure rilevanti della massoneria romana o espatriano o entrano in un “sonno profondo”. Ancora una volta il potere colpisce una figura minore, appartenente al ceto plebeo, per avvisare i numerosi aristocratici che la festa è finita. Pochi mesi dopo a Vienna Leopoldo II segue l’esempio di Roma. Un’ulteriore curiosa “assonanza”: il corpo di Cagliostro viene seppellito in terra sconsacrata, in luogo ignoto; le autorità negano a Cagliostro, come a Mozart, una dignitosa sepoltura.

Un altro aspetto sul quale è doveroso riflettere riguarda il nobile e ben noto discorso di commiato tenuto dal librettista Karl Friedrich Hensler alla loggia massonica Zur gekronten Hoffnung (di cui era secondo sorvegliante) in memoria di Mozart. Esso avviene nell’aprile 1792, dunque cinque mesi dopo la morte del compositore, decisamente troppo tardi. D’altro canto, se l’ipotesi della morte di Mozart come parte di un’epurazione voluta dall’irritato Leopoldo II è vera, nessuna celebrazione di questo tenore, dedicata a un presunto nemico della sicurezza dello stato, era possibile con Leopoldo II in vita.

E’ arcinoto che Mozart entra a far parte della massoneria viennese nel 1785. D’altro lato l’importanza di tali gesti ufficiali ha valore relativo quando si tratta di società segrete. Nei suoi monumentali Mémoires pour servire à l’histoire du jacobinisme editi in cinque volumi a Londra nel 1797, Augustin Barruel fornisce un quadro chiaro e documentato del modo di procedere della setta degli Illuminati, la più radicale e decisa a determinare fatti apertamente rivoluzionari. Lo studioso ci racconta che Weishaupt crea la figura del “reclutatore” (“l’Insinuante”) e gli dà indicazioni precise: tenere d’occhio i giovani tra i diciotto e i trent’anni, della borghesia produttiva e artistica, possibilmente tra coloro che mostrano un’indole frustrata e scontenta. Costoro devono essere irretiti nell’ambito della setta lentamente; solo dopo un noviziato di almeno due anni, durante il quale devono dimostrare di essere in grado di rispettare le regole del silenzio e del segreto, saranno realmente introdotti in cerchie più ampie. Fino a quel momento rimangono sotto la stretta e unica tutela del loro reclutatore il quale ha l’obbligo di controllarli costantemente.
Il personaggio di Mozart, al suo clamoroso esordio nella capitale, dopo lo sfrontato litigio con il conte Arco e la spavalda ribellione all’arcivescovo Colloredo (1781), rappresentava un caso esemplare di quello che Weishaupt andava cercando. E’ altamente probabile che il salisburghese, già venuto in contatto con gli Illuminati nei suoi soggiorni a Mannheim e a Monaco del 1777-79 (si pensi al barone Gemmingen) e poi durante la messa in scena dell’Idomeneo nella capitale bavarese (novembre 1780 – gennaio 1781), venga “arruolato” negli Illuminati da colui che sarà il suo costante “angelo custode” a Vienna, la sua nera ombra, il barone Gottfried van Swieten. Appartenente agli Illuminati, l’influente bibliotecario di corte, protetto da Giuseppe II, diviene fin dal 1781 uno zelante estimatore di Mozart: lo invita continuamente a casa propria per accademie e concerti (“tutte le domeniche alle 12” scrive il musicista, per una serie di piccoli concerti da camera, ma forse anche per dar modo al “reclutatore” di controllare il neoaffiliato), lo introduce nelle cerchie più esclusive, ne facilita l’ascesa sociale nella prima metà del decennio. Si potrebbe arrivare a pensare che la scelta definitiva di abbandonare l’odiata Salisburgo per tentare la carriera nella capitale sia stata determinata proprio dalle assicurazioni di van Swieten e dell’Ordine degli Illuminati. Se Mozart è un novizio nei primi anni ottanta, quando nel 1785 entra ufficialmente nella massoneria è già una figura di rilievo nell’universo delle società segrete. Nella seconda metà del decennio, quando le cose musicali per il compositore sembrano volgere al peggio a Vienna, chi continuerà a sostenerlo contro tutti sarà sempre van Swieten: fa impressione vedere che il lunghissimo elenco dei sottoscrittori delle sue accademie si è totalmente dileguato alla fine degli anni ottanta, con l’eccezione del bibliotecario, unico firmatario in occasione di uno degli ultimi tentativi del compositore in quella direzione. Non solo. Nel 1788-89 Swieten affida al salisburghese le revisioni e le esecuzioni concertistiche di una lunga serie di opere haendeliane (Acis e Galathea nel novembre 1788; il Messia nel marzo 1789; l’Alexander Feast nel giugno 1790 e l’Ode a S. Cecilia nel luglio 1790) presso la propria Società dei Cavalieri che da oltre un decennio si occupa del recupero di partiture del barocco tedesco. Ancora Swieten è l’unico protagonista nel funereo scenario del 5 dicembre 1791: egli organizza la frettolosa e indecente sepoltura, allontana Constanze dalla abitazione (la spedisce da un “fratello”) e secondo le regole dell’Ordine “ripulisce” la casa di Mozart da ogni possibile traccia della sua appartenenza alla liberamuratoria. Mozart appartenne all’Ordine degli Illuminati e Swieten fu quasi certamente il suo “superiore” il quale, in questa delicata fase conclusiva di depistaggio e occultamente della tragedia, obbedisce a uno dei tanti minuziosi precetti fissati da Weishaupt: “Tutti i cattivi successi dell’ordine devono essere occulti agl’inferiori”. Se la morte di Mozart è un monito e una forma di intimidazione nei confronti della setta, Swieten fa del suo meglio per rendere l’evento marginale (i funerali si tennero già il giorno dopo, in forma strettamente privata), accidentale, dovuto a cause naturali (una improvvisa, fatale malattia). La stragrande maggioranza della musicologia dei secoli a venire segue in modo disciplinato le sue indicazioni, approva la sua messa in scena non senza un certo imbarazzo.

Si è già ricordato che gli Illuminati ““rinominavano” gli adepti con un nome di “battaglia”; la setta inoltre possedeva numerosi cifrari e codici usando i quali gli affiliati potevano facilmente intendersi tra loro, senza farsi comprendere dalle comune genti. Così, una volta preso atto che Vienna “si scriveva” Roma e Austria figurava come Egitto, le scelte contenutistiche delle due ultime opere di Mozart (nate entro elitarie cerchie massoniche, praghesi quelle del Tito, viennesi quelle del Flauto) appaiono limpide e chiare: nella Clemenza, ambientata a Roma alias Vienna gli Illuminati chiedono a Leopoldo II la prosecuzione della politica tollerante e riformista di Giuseppe II, nonché di apertura nei confronti delle società segrete le quali d’altro canto sembrano voler recedere da ogni intento sovversivo (i cospiratori Sesto e Vitellia – tra l’altro responsabili, nel Finale primo, di un simbolico incendio alias rivoluzione di Roma-Vienna nel quale sembra morire l’imperatore – rivedono le loro posizioni e vengono alla fine perdonati); invece nel Flauto, ambientato in Egitto alias Austria, la setta esprime la presuntuosa disponibilità a prendere sotto la propria ala protettrice il principe Tamino ovvero Leopoldo II (vedi capitolo successivo). Quest’ultimo però non si lascia né convincere, né intimidire. D’altro canto tra l’estate 1791 e la primavera 1792 numerosi furono i gesti clamorosi (il complotto giacobino sventato; la liquidazione di van Swieten) e le morti “accidentali” (von Born, Mozart e infine lo stesso Leopoldo II). La definitiva verità su questo scottante snodo storico è quasi certamente irrecuperabile.

Una carriera sorprendente 

Dopo esser stato licenziato da Leopoldo II e avere dovuto assistere all’ascesa dei suoi nemici nella capitale (Bertati vi trionfa con Il matrimonio segreto musicato da Cimarosa nel febbraio 1792; Casti vi rientra con tutti gli onori), il sacerdote Da Ponte sposa in segreto la quasi certamente ebrea Nancy Grahl e si trasferisce con lei a Londra. Nel viaggio, come si è detto, fa visita a Dux (agosto 1792) e chiede a Casanova informazioni su Parigi; afferma di avere una lettera di raccomandazioni di Giuseppe II per Maria Antonietta ma l’avventuriero in pensione lo sconsiglia di andare nella troppo caotica capitale francese e caldeggia Londra dove, tra l’altro, troverà Joseph Waldstein. A Londra, nella prima parte del 1793, il poeta cerca invano di diventare il librettista ufficiale del King’s Theatre; troppa è la concorrenza. Nel luglio 1793 invece parte per una enigmatica missione in Belgio e Olanda. Ufficialmente, su consiglio del solito Casanova, vi si reca per riattivare la vita operistica di Bruxelles e Amsterdam; ma si tratta, con tutta evidenza, di una banale copertura poiché Da Ponte non ha capitali e non è minimamente in grado di organizzare stagioni operistiche in zone, tra l’altro, in cui imperversa la guerra tra i francesi e le truppe del fronte coalizzato (Gran Bretagna, Russia, Prussia, Austria ecc.).
Di cosa si sta allora occupando, in realtà, il nostro scrittore nei cinque mesi di permanenza sul continente? Possiamo a questo punto fare delle mere congetture sulla base del quadro sopraesposto. Da Ponte è in missione per conto degli Illuminati e degli Asiatici; tra i suoi finanziatori ci deve essere Joseph Waldstein al quale incessantemente chiede denari. Intanto a Parigi la situazione sta precipitando verso il Terrore. Danton (nella cui cerchia si muovono i fratelli Frey e Chabot; Frey-Schoenfeld-Dobrushka era per forza conosciuto da Da Ponte, essendo stato un consigliere di Giuseppe II; ovviamente il suo nome non compare mai nei carteggi di Da Ponte e Casanova) è stato scalzato da Robespierre proprio nel luglio 1793 e cerca di risalire la china; vuole organizzare la pace con la Gran Bretagna e gli stranieri in generale; vuole evitare il Terrore e l’esecuzione di Maria Antonietta e soprattutto vuole diventare il reggente di una restaurata monarchia costituzionale; insomma vuole arrivare al potere assoluto, appoggiandosi, oltre che sulle sue forze interne e sulla sua enorme popolarità, sui capitali esteri e l’amicizia degli stranieri. Danton è da anni in ottimi rapporti con l’Inghilterra, dove molti lo considerano addirittura un loro agente; attraverso Chabot e i fratelli Frey si è legato a settori importanti della finanza mitteleuropea, agli Illuminati e agli Asiatici (da Dux Casanova, all’unisono con questi ultimi, inveisce contro “la canaglia che si è impossessata della Rivoluzione”, contro Robespierre, lasciando intendere che è giunto il tempo di restaurare una forma di monarchia illuminata, concorde con Gran Bretagna e Austria); Danton è insomma un uomo “corruttibile” e aperto al negoziato, un politico del compromesso, manovrabile ma anche ambizioso. Si può quindi ipotizzare che Da Ponte stia facendo da tramite, collegando Londra e Parigi, i realisti e Danton, gli Illuminati e i frankisti (interni ed esterni alla capitale francese) all’interno di una sanguinosa lotta finalizzata a determinare i nuovi assetti di potere in Francia. Forse fornisce nuovi finanziamenti. In ogni caso il 25 settembre 1793 la corrente di Danton tenta alla Convenzione l’ultima spallata contro Robespierre (uomo animato da un irriducibile odio per la Gran Bretagna) e il Comitato di Salute Pubblica, facendo insorgere tutti i suoi deputati. La partita però è presto perduta, l’opposizione resta tale e il Comitato anzi inasprisce la propria politica. A metà ottobre viene giustiziata Maria Antonietta, nonostante i maneggi di Danton volti a salvarla e a farla espatriare. Sei mesi dopo salirano sul patibolo anche Danton, Chabot, i fratelli Frey e numerosi altri: per Robespierre si tratta di eliminare un gruppo di pericolosi cospiratori, esponenti interni legati a potenze europee. La missione di Da Ponte è conclusa.
Avviene allora un secondo “miracolo”: lo scrittore, in presunte disperate condizioni economiche, viene raggiunto nel novembre 1793 ad Amsterdam da una missiva in cui il nuovo proprietario del King’s Theatre, William Taylor, lo nomina poeta unico del teatro. Come nelle favole un uomo buono giunge in extremis a salvare l’eroe dal baratro (così nelle Memorie). Nella realtà si può invece supporre che, quale premio per i rischi corsi nella sua missione in un territorio tutt’altro che pacifico, Da Ponte venga premiato con il sospirato incarico (certamente pattuito fin dall’inizio quale compenso del viaggio nei Paesi Bassi).

Un Flauto presuntuoso

Pare certa, al termine di questa ricognizione biografica, l’appartenenza di Mozart ai settori più radicali e politici della massoneria europea. La sua vicinanza agli Illuminati di Baviera e agli Asiatici, a figure carismatiche quali quelle di Ignaz von Born, Van Swieten e il barone Otto Heinrich von Gemmingen, lo pone in una situazione difficile nella Vienna della reazione (per ora moderata e cauta) dell’ex “illuminista” e riformatore Leopoldo II. Il salisburghese non sembra avere rapporti diretti con il Kaiser, dal quale anzi viene snobbato una seconda volta (ricordiamo che a Milano nei primi mesi del 1772 Leopold e Wolfgang Mozart attesero invano una risposta positiva, da parte dell’arciduca Leopoldo, per un impiego alla corte di Firenze). Il compositore è evidentemente stizzito dal fatto di non essere stato invitato ai festeggiamenti per l’incoronazione avvenuti nell’autunno 1790 a Francoforte, ai quali si reca comunque privatamente. Nel 1791 mentre l’Europa nobiliare è sconvolta dal tentativo di fuga a Varennes di Luigi XVI e di Maria Antonietta e dal conseguente arresto della famiglia reale, mentre Leopoldo II prende i primi accordi con i regnanti di Prussia, Russia, Gran Bretagna e Spagna per arginare la Rivoluzione francese, il nostro “eroe” non trova di meglio che comporre (a parte la conservatrice Clemenza di Tito per le cerimonie di Praga, testo nel quale non a caso si invoca il perdono dell’imperatore da parte di chi voleva ucciderlo), una favola massonica, Die Zauberflöte, che va in scena in un teatro periferico della capitale il 30 settembre 1791. Per la prima volta i simboli delle logge divengono oggetto di una favola iniziatica destinata al grande pubblico borghese e perfino popolare e ciò avviene proprio mentre le polizie di mezza Europa puntano il dito contro i club massonici quali causa prima dei disordini francesi (il ministro di polizia von Pergen, in una ben nota relazione a Leopoldo II del gennaio 1791, gli ricorda che “il rovesciamento della monarchia francese sia da attribuirsi a tale società segreta …”). L’iniziativa di Mozart e del librettista ufficiale, il massone Shikaneder (ma sui veri autori o coautori del testo il dibattito è ancora aperto), sembra dunque alquanto azzardata; ciononostante la maggior parte degli storici liquida la questione affermando che questo semplice spettacolo, adatto perfino a un pubblico di giovanissimi, non poteva in alcun modo impensierire la corte e il potere e che quindi qualunque tentativo di mettere in relazione Il flauto magico e gli eventi della grande politica europea è una forzatura.
Noi pensiamo l’opposto e cercheremo ora di sviluppare un semplice ragionamento, avvalendoci di intuizioni presenti nei testi di numerosi autori che hanno invece azzardato una lettura politica dell’evento, senza però giungere a una spiegazione complessiva soddisfacente. Si tratta innanzitutto di capire di cosa parla l’ultima opera di Mozart.

La decifrazione dei simboli principali è presto fatta: una lotta sorda oppone la massoneria illuminata e radicale di Sarastro (alias Von Born, deceduto nell’agosto 1791; una morte questa che arriva “puntuale” all’appuntamento con la Storia) e le forze conservatrici della Regina della Notte, figura nella quale vengono riassunti sia gli esponenti del “reazionario” potere cattolico, sia quei settori della massoneria “alchemica” e “magica” la quale, spaventata dalla piega degli eventi in Francia e dalle guerre europee che si profilano, ha deciso di ripiegare (in attesa di occasioni migliori) su posizioni filo assolutiste, buttando a mare le frange politico-rivoluzionario-giacobine del movimento massonico (Illuminati, Asiatici ecc). Sono quegli esponenti dell’alta borghesia e dell’aristocrazia che ambiscono a contare di più nel governo del paese, senza tuttavia (per ora) attentare alla corona, rispettando l’obiettivo di una monarchia illuminata. E’ in fondo la posizione storica della massoneria inglese ovvero della Loggia Madre londinese, certo una posizione di primo piano in Europa. La Regina della Notte, non va dimenticato, è colei che fornisce il Flauto e i Campanelli magici a Tamino e Papageno; essa dunque allude a un sapere magico estraneo alla tradizione semplicemente cattolica e sarà proprio grazie a quel flauto che Tamino potrà superare le prove e divenire un “sapiente”. Il mondo ideale della gelida Regina non è dunque così lontano da quello del luminoso Sarastro.
Se questi sono i duellanti, l’oggetto del contendere è nientemeno che la tutela del principe Tamino alias Leopoldo II: entrambi vogliono “iniziarlo” ai loro segreti e farne un proprio adepto. Come è noto il giovane accetta la tutela del sapiente Sarastro ossia della massoneria “scientifica” e rivoluzionaria, si sottopone alle prove e diventa un maestro massonico pienamente accettato dalla comunità dei Sapienti. Solo allora potrà accedere al governo degli uomini e potrà guidarli verso il “paradiso” della felicità in terra.

Mentre in Francia il legittimo re viene imprigionato come un malfattore, viene cioè detronizzato e umiliato, in un piccolo teatro periferico di Vienna un “secondario” compositore di corte, probabilmente in disgrazia (il suo librettista di fiducia Da Ponte è stato cacciato in malo modo da Vienna da alcuni mese) e qualche suo vecchio amico, gente una volta protetta da Giuseppe II, si permettono di affermare che l’imperatore può esercitare il suo potere solo dopo essere stato esaminato (il cammino iniziatico delle tre prove) e infine accettato dalla comunità massonica, depositaria di ogni vero sapere. Il Flauto magico è tutto tranne che un’operina innocente e innocua, se correttamente calata nel proprio contesto storico; essa si configura come un monito presuntuoso, quasi una minaccia nei confronti di un potere già abbastanza allarmato da quanto stava succedendo al di là del Reno. Di fronte a questa opera apertamente provocatoria, Leopoldo II e la cerchia del potere, ormai decisa a serrare i ranghi e a nulla concedere alla vecchia massoneria “umanista”, può avere deciso di dare disco verde al furibondo (per i noti motivi privati) Hofdemel (anch’egli massone e impiegato dello stato) affinché desse una lezione esemplare a quel provocatore, una lezione (non per forza mortale) che servisse da esempio soprattutto agli Illuminati, subdoli fiancheggiatori dei giacobini, i quali tramano per far scoppiare disordini anche nella capitale asburgica. La liquidazione di Mozart (come quella di van Swieten, costretto alle dimissioni) e di altri personaggi del radicalismo massonico, coincide con la decisione dell’imperatore di liquidare i simpatizzanti viennesi della setta degli Illuminati di Baviera.
Si è molto scritto a sproposito intorno al Requiem quale possibile segno premonitore di morte; al contrario, se un’opera è stata fatale a Mozart, questa è certamente Die Zauberflöte. Con quello spavaldo manifesto intorno alla presunta superiorità dei settori più coerenti e combattivi della comunità massonica, forse il salisburghese firma la propria condanna a morte. Né va dimenticato che Constanze, nelle già citate lettere a Breitkopf del 1799 e 1800, affermava che il marito stava progettando nel 1791 la creazione di una loggia segreta denominata La Grotta. Questa intenzione, probabilmente nota negli ambienti viennesi (anche in quelli reazionari), può avere contribuito alla decisione presa nelle alte sfere di dare una solenne lezione all’imprudente musicista di Salisburgo.

Nel novero dei motivi che possono avere indisposto la nomenclatura conservatrice che circonda Loepoldo II non va poi dimenticata la stravagante iniziativa di Mozart di autocandidarsi a Kapellmeister della cattedrale di Santo Stefano. Nella primavera 1791 lo sfrontato musicista invia una lettera alle autorità municipali nella quale, dopo aver rilevato, “con grande tatto”, che il Kapellmeister Leopold Hofmann è malato e prossimo alla morte (morirà nel 1793) si offre disponibile per ricoprire la carica di aiutante (senza stipendio) quale premessa a una sua futura successione in quella prestigiosa carica. Questo meschino episodio della biografia mozartiana viene (come al solito) minimizzato dai numerosi “agiografi” del salisburghese. Proviamo invece ad analizzarlo in maniera puntigliosa.
Mozart non è noto a Vienna come autore di musiche sacre e cattoliche. Il suo unico lavoro significativo degli anni ottanta, la Messa in do min. K 427 (1782-83), viene lasciato incompiuto ed è pressoché ignoro al pubblico viennese. Altri autori, specialisti del settore quali ad esempi Johann Georg Albrechtsberger, invece ambivano a quella carica. Inoltre Mozart è l’autore “scandaloso” del Don Giovanni e del Così fan tutte, è un massone “militante” e gode fama di condotta morale assai ambigua (ovvero di una tendenza al libertinaggio senza scrupoli, praticato con cantanti e allieve) nella seconda metà del decennio. Su quest’ultimo aspetto la prima succinta biografia mozartiana, il necrologio steso da Adolf Schlichtegroll nel 1793, parla chiaro al punto che l’efficiente e irritata Costanze compra l’intera tiratura di quel testo e la fa distruggere, dopo di che commissiona all’amico praghese Franz Niemeteschek una seconda biografia (1797) dai toni assai più concilianti e celebrativi. Dunque Mozart, in caduta libera di consensi nella Vienna aristocratica di Leopoldo II, insiste nel mettersi in mostra e non contento dell’incarico a corte, esige anche quello di massimo compositore cattolico dell’Impero. La pretesa è, come si vede, fuori luogo e infatti viene dapprima respinta dalle autorità. In un secondo momento invece il borgomastro accetta la richiesta mozartiana (probabilmente sono intervenute le massoniche conoscenze del compositore) e la carica gli viene assegnata nel maggio 1791 con alcune, precise restrizioni di tipo economico (si dice che al momento della successione il compositore dovrà accontentarsi del medesimo compenso ora elargito a Hofmann). E’ probabile che anche questa imprudente e spudorata iniziativa mozartiana sia entrata nel conto da saldare “a tempo debito”, poiché nell’atmosfera repressiva che andava affermandosi nelle terre asburgiche un massone; membro degli Illuminati di Baviera, certo era fuori posto come Kapellmeister della principale cattedrale cattolica dell’Impero.

Un proverbio arabo

Nel Flauto magico Mozart veste i panni del pensoso predicatore. I temi dell’Illuminazione e della Pace, della Verità e dell’Armonia, dell’Amore e della Razionalità incorrotta innervano il lavoro e lo trasformano in una favola morale. Dietro questi concetti generici si cela però il disegno di un nuovo assetto politico che toglie il potere alle famiglie reali e lo affida alle “sapienti” comunità massoniche ovvero (sul modello francese) a schiere di nuovi governanti usciti dalle logge, operazione che esige (come ogni radicale mutamento della geografia politica) un bagno di sangue.
D’altro canto un sospetto di insincerità, quasi si trattasse di un artificioso, stereotipato sermone, aleggia sull’intera operazione: Mozart, certamente un genio dell’arte musicale che ha lasciato un enorme patrimonio artistico al mondo, conduce però un’esistenza disordinata e fanfaronesca, tra figli dimenticati (il povero Raimond abbandonato e morto nell’agosto 1783) e figli trascurati (Carl Thomas pronto per essere “affidato” a Leopold nel 1786 e per essere spedito in un collegio nell’estate 1791), una moglie “abbandonata” e relazioni extraconiugali con allieve, dalle conseguenze tragiche (la vicenda Hofdemel), una gestione delirante dei propri beni finanziari (tale da obbligarlo in certe occasioni a ricorrere a veri e propri usurai) volta a mettere in serio pericolo la possibilità di mantenere in modo dignitoso la propria famiglia. E’ lecito supporre che quest’uomo, tanto assorbito dalle problematiche generate dal proprio disordine esistenziale, si preoccupi a vanvera dei destini dell’Umanità. Chi non sa gestire le proprie piccole incombenze quotidiane come può pretendere di ergersi a predicatore credibile? Se un modello è già presente in questo compositore del Settecento, più che quello tanto strombazzato del “libero professionista” borghese, emancipato dal potere e dalle corti (una vera sciocchezza, considerando la stretta dipendenza di Mozart da Giuseppe II e dalle cerchie massoniche), è proprio quello deprecabile dell’artista immerso in astratte questioni universali, spesso risolte entro formulette dogmatiche estranee alla ricchezza del molteplice e disattento alla propria esistenza privata, l’unica vera e concreta che gli è stato concesso di vivere. L’Ottocento e il Novecento forniranno purtroppo una sequela interminabile di simili “umanisti”, preoccupati delle sorti di interi popoli e dediti a esistenze private sconclusionate, nelle quali i doveri primari verso genitori e figli, nonché verso la comunità sociale concreta in cui si trovano a vivere, vengono disattesi.
A un livello più globale la medesima incorenza tra affermazioni di principio e prassi concreta si rileva nella condotta di intere classi politiche come quando, nei recenti anni duemila, nella repubblica massonica per eccellenza, l’ “illuministica” dirigenza neocon di Bush decide di “esportare” (a suon di bombe) benessere, progresso e democrazia verso alcune popolazioni colpevoli di vivere in un’ “oscurità medievale” (Iraq, Afghanistan) e nel frattempo lascia morire a casa propria centinaia di persone nella tragedia di New Orleans (l’uragano Kathrina del 2005), privandole dei necessari, urgenti soccorsi. La diffusione della “Luce” è in definitiva, da sempre, una maschera; dietro di essa nomenclature poco attraenti gestiscono il potere in modo totalmente amorale e anarchico, avendo, come unica bussola, il proprio avido e perpetuo rafforzamento.
Non resta che ricordare un saggio proverbio arabo, decisamente ignoto ai protagonisti del missionarismo massonico: “spazza davanti a casa e la città sarà pulita”.

Fonte: http://www.giusepperausa.it/massoneria_e_scenari_europei.html

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  1. #1 di francesca il 28 maggio 2013 - 5:57 PM

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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