“Paolo VI era massone? Il «fumo di Satana» in Vaticano” di Francesco Lamendola

15/02/2008

È noto che la ragione fondamentale per cui un forte movimento tradizionalista cattolico ha visto con preoccupazione e sgomento l’indirizzo preso dalla Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II non è stata di tipo strettamente teologico o liturgico, bensì spirituale e ideologico, nel senso più ampio del termine. Da monsignor Lefebvre, giù giù fino a un certo numero di semplici parroci di campagna, la diffidenza e a volte l’ostilità mostrata nei confronti delle “aperture” di Giovanni XXIII e di Paolo VI verso le istanze del mondo moderno, era originata dal sospetto, che tali pontefici, a giudizio di alcuni, stessero conducendo, in maniera più o meno consapevole, un’opera di sottile distruzione del genuino nucleo della tradizione cristiana e che dietro tale manovra vi fosse la  massoneria.

Uno di questi umili parroci, sconosciuti al grande pubblico, è stato il friulano don Luigi Cozzi, autore di alcuni libri nei quali non solo sosteneva questa tesi, ma si spingeva assai oltre, disegnando uno scenario internazionale del tipo che oggi (ma non allora, cioè trenta o quaranta anni fa) si definirebbe complottista. Egli ipotizzava che esista una congiura mondiale di poteri occulti volta a favorire l’avvento del regno di Satana mediante la distruzione dell’autentica fede in Dio, in Gesù Cristo e nella Vergine Maria, nonché per mezzo dell’indebolimento programmatico dell’autorità e credibilità del magistero ecclesiastico e che il Concilio Vaticano II fosse stato un episodio significativo di una tale strategia.

In vastissimo affresco storico, che rivelava sia l’ampiezza straordinaria delle sue letture, sia la sua limitata capacità critica e una chiara tendenza ad ingigantire i fatti per dimostrare certe tesi precostituite, egli delineava l’intera storia della modernità, dal Rinascimento in poi, come frutto di una congiura di quello che definiva “il potere sinarchico”, un centro occulto di cospirazione globale formato da potentissime lobbies finanziarie ebraiche e dalle svariate logge della massoneria internazionale, tra le quali quella degli Illuminati; le prime solo apparentemente in lotta con le seconde, ma, in realtà, miranti entrambe a un obiettivo comune: la distruzione del cristianesimo e l’instaurazione di una dittatura mondiale israelita che vorrebbe asservire i popoli e le nazioni. Don Cozzi,  individuava nei banchieri ebrei del XVII secolo i principali finanziatori del colonialismo britannico e poi, via via lungo i secoli, del capitalismo finanziario americano e, da ultimo, anche del comunismo sovietico.

I burattinai di questo gigantesco complotto, finalizzato alla conquista del potere mondiale, sarebbero stati i ricchi ebrei askhenaziti, mossi dall’implacabile razzismo talmudico e capaci di gettare nel baratro della distruzione i loro correligionari cassidici dei ghetti dell’Europa orientale. Secondo don Cozzi, non solo i maggiori esponenti della finanza di Wall Street e del regime staliniano insediato al Cremlino, ma anche moltissimi capi del nazismo, i più implacabili nel loro odio antisemita, sarebbero stati ebrei, da Heydrich a Rosenberg in giù; ma lo stesso antisemitismo nazista non sarebbe stato che l’esasperazione paranoica dell’unico razzismo mondiale veramente indomabile: quello del Talmud, basato sul dato meramente biologico del sangue e della stirpe. Egli non negava la realtà storica dell’Olocausto (per quanto ne riducesse drasticamente le cifre), ma sosteneva che la lobby ebraica mondiale si era servita delle ceneri di Auschwitz sia per creare, con spietata violenza, lo Stato di Israele, sia per stringere i fili della propria congiura mondiale, volta a ridurre i goym, gli infedeli, allo stato di servi, dopo aver scatenato una serie di disastrose guerre mondiali, destinate a culminare in una finale battaglia di annientamento contro l’Islam.

Si dirà che non sono affatto tesi nuove; anche se, recentemente, hanno ricevuto un rinnovato impulso sia dalla storiografia revisionista relativa al nazismo (Faurisson, Irving e in parte Nolte), sia dal filone neo-complottista capeggiato da David Icke e da altri spregiudicati scrittori contemporanei, a metà strada fra ufologia, antimodernismo ed esoterismo paganeggiante, i quali, in fondo, altro non fanno che raffazzonare i più vieti e screditati motivi della propaganda antisemita di un Goebbels o di un Giovanni Preziosi se non, addirittura, dei falsi Protocolli dei savi anziani di Sion.

Noi non vogliamo soffermarci, per adesso, sull’opera complessiva di questa singolare figura di vecchio prete tradizionalista, che pubblicava i suoi libri a proprie spese, fra una ricerca archeologica e l’altra, ignorato e anzi guardato con crescente disapprovazione dai suoi superiori. Ci proponiamo di farvi ritorno in una apposta ricerca, perché il defunto parroco di Solimbergo (scomparso nel 2001, all’età di ottantasette anni) è rappresentativo, a nostro avviso, del disagio che gli indirizzi conciliari e post-conciliari della Chiesa cattolica hanno provocato all’interno di un fondo conservatore in essa presente da sempre e che, per le mutate condizioni storiche, si è trovato improvvisamente nella scomoda posizione di essere riguardato come in odore di eresia, pur considerandosi l’ultimo baluardo del vero messaggio evangelico.

Sta di fatto che altri autori, molto più “politicamente corretti”, ma anche più agguerriti dal punto di vista storico-critico, in questi ultimissimi anni hanno ripreso, sia pure solo in via di ipotesi di lavoro, alcune delle tesi care  a questi settori della Chiesa che, per comodità, potremmo chiamare “tradizionalisti”.

A volte si tratta di sacerdoti, come quel don Luigi Villa, bresciano, che afferma di aver ricevuto un mandato personale da Padre Pio da Pietralcina per denunciare e combattere l’infiltrazione massonica in Vaticano e nella Chiesa e che ha pubblicato numerosi libri ed articoli per sostenere come tale infiltrazione abbia raggiunto, appunto col Concilio Vaticano II, un successo sorprendente, quale mai prima avrebbe osato sperare.

Secondo don Villa, sia Giovanni XXIII che Paolo VI erano affiliati alla massoneria e i cardinali e i vescovi che più si adoperarono per il Concilio e per indirizzarlo in senso “modernista” erano tutti massoni, di grado più o meno elevato.

Egli ha sostenuto queste tesi nei volumi “Paolo VI, beato?” e “Paolo VI, processo a un Papa?”, per contrastare le spinte alla canonizzazione di papa Montini. A suo giudizio, esistono prove che dimostrano l’affiliazione massonica di Paolo VI, tra le quali un bassorilievo sulla porta di bronzo della Basilica di San Pietro, a Roma (poi modificato),  in cui appaiono i simboli massonici sul dorso della sua mano (la stella a cinque punte); mentre altri simboli massonici (la squadra e il compasso, sovrastati da un triangolo) sono ben visibili nel sacello della madre di Montini a Verolavecchia, in provincia di Verona: opera disegnata dal suo stesso figlio. Inoltre, Paolo VI ricevette il capo della P2, Licio Gelli, in Vaticano, nel 1965 e sotto il suo pontificato venne concessa  al capo virtuale della massoneria italiana la nomina a commendatore Equitem Ordinis Sancti Silvestri Papae.

Quali sarebbero stati, secondo don Villa, gli obiettivi che la massoneria, saldamente insediata in Vaticano, si riproponeva di raggiungere mediante il Concilio Vaticano II?

Li possiamo così riassumere (seguendo l’ordine dei capitoli del libro “Paolo VI, processo a un papa?”: preparare l’instaurazione di una “Nuova Religione”, destinata a sostituire gradualmente il cristianesimo e tutte le altre religioni attualmente esistenti; “aprire” la Chiesa cattolica alla cultura e alla prassi del mondo moderno; aprire le porte della Chiesa al “modernismo” e alla stessa massoneria; favorire l’instaurazione di una Democrazia Universale (antico progetto della sinarchia occulta, ora ripreso da forze quali il gruppo Bildberg, la Commissione Trilaterale, ecc., in vista, appunto, di un “N.W.O.”, Nuovo Ordine Mondiale); favorire tolleranze e complicità con istituzioni e gruppi finanziari, politici, culturali, destinate a snaturare l’autentico patrimonio spirituale cristiano; aprire le porte al comunismo internazionale; adoperarsi in vista di una “Messa ecumenica” che svuoterebbe di senso la più importante cerimonia liturgica e il più importate sacramento della religione cristiana: l’euacarestia.

Nel 2007 le tesi di don Luigi Villa sono state riprese all’interno della vasta ricerca di Ferruccio Pinotti, “Fratelli d’Italia”, dedicata a uno studio complessivo sul “peso” attualmente esercitato dalla massoneria nella società italiana, nella politica, nell’economia e nella Chiesa stessa (Milano, Rizzoli). Di questo libro ci siamo già occupati in un nostro recente articolo, intitolato “Licio Gelli proconsole americano e le trame atlantiche della P2”, sempre sul sito di Arianna Editrice. Adesso  desideriamo tornare a parlarne, concentrando l’attenzione sulle pagine dedicate alla presenza massonica all’interno delle alte gerarchie ecclesiastiche.

È doveroso precisare che Pinotti, da buon giornalista, non sposa nessuna causa precostituita e non si pronuncia in maniera definitiva sull’argomento, lasciando al lettore il compito di trarre da sé le proprie conclusioni dalla vasta mole di dati e di indizi da lui raccolti, ivi compresi i documenti presentati da don Villa e i contenuti di una intervista a lui rilasciata dal solitario e battagliero sacerdote bresciano.

Per inciso, forse i nostri lettori ricorderanno che ci eravamo già occupati di un argomento analogo e ancora più scottante, ossia la possibile presenza di satanisti nelle alte sfere del Vaticano (nell’articolo “Alla società secolarizzata sfuggono gli indizi della presenza diabolica”, sito di Arianna). Inoltre, avevamo già sfiorato il tema della presenza massonica ai vertici della Chiesa cattolica, riportando un brano di un ampio documento anonimo, redatto da un gruppo di prelati del Vaticano che nascondono la loro identità dietro la sigla “I Millenari”, intitolato “Via col vento in Vaticano” (Kaos Edizioni, 1999, pp. 226):

Nel 1987 il giornalista massone Pier Carpi, confermando l’assunto del ‘fratello’ Fulberto Lauro secondo il quale alla Loggia P2 aderiscono anche cardinali e vescovi in incognito, specificava che si chiama  “Loggia Ecclesia” ed è in contatto diretto con il gran maestro della Loggia Unita d’Inghilterra, il duca Michele di Kent. Tale loggia opera in Vaticano dal 1971. Vi appartengono più di cento fra cardinali, vescovi e monsignori di curia. Riescono a mantenere il più assoluto segreto, ma non al punto da sfuggire alle indagini degli uomini della potente ‘Opus Dei’.

Infine, la rivista messicana “Processo” (n. 832 del 12 ottobre 1992), informava che la massoneria ha diviso il territorio vaticano in otto quartieri, dove sono in funzione quattro  logge massoniche del rito scozzese i cui adepti, alti funzionari del piccolo Stato, standovi in forma  indipendente non si conoscerebbero fra loro, neanche battendo i tre colpi col polpastrello del pollice [il segnale convenzionale di riconoscimento tra massoni].  Esse all’occorrenza prendono contatti con altre logge massoniche delle singole nazioni; anzi, là dove la Chiesa  opera in clandestinità a causa del Corano, le relazioni con la Chiesa locale passano segretamente attraverso tale rete settaria, che così rende un servigio religioso in favore dei loro fratelli di stanza in Vaticano.

Paolo VI si accorse della presenza massonica in Vaticano e lo disse al mondo: la chiamò fumo di Satana. Egli sapeva che attraverso la fessura massonica quel fumo era penetrato e annebbiava il tempio del Signore. La politica massonica del secolo scorso [cioè dell’Ottocento] era più per lo scontro frontale con la Chiesa cattolica, ma in questo modo creava solo steccati. Col tempo, ai primi di questo secolo [del Novecento], ha cambiato metodologia: ha compreso che era molto più proficuo infiltrarsi negli alti vertici della Chiesa. Inerpicarsi su attraverso i suoi intricati bastioni per scalare fino in vetta non è impresa da poco, occorre armarsi di tempo e pazienza al fine di selezionare gli elementi più adatti e utili a raggiungere lo scopo. Per fare questo l’organizzazione massonica destina immense riserve e sceglie il fior fiore tra il suo personale massonico più qualificato, che sia all’altezza di fare, con circospezione e costanza, la cernita  di quei futuri ecclesiastici da destinare alla carriera e ai posti più elevati.

Dicevamo che Pinotti ha incontrato personalmente don Villa, lo ha ascoltato, ha letto i suoi libri ed articoli. Il risultato di questo lavoro di ricerca è contenuto nella quinta parte del suo grosso volume, intitolata “Chiesa e Massoneria” e precisamente nel capitolo “La massoneria alla conquista della Chiesa”, da cui riportiamo uno stralcio che ci è parso particolarmente significativo, alla luce di quanto detto più sopra. Precisiamo da subito che non siamo in grado di esprimere una valutazione sicura e definitiva  circa l’attendibilità delle tesi di don Villa, anche se alcuni degli elementi da lui addotti inducono a riflettere seriamente. Riportiamo questo brano, pertanto, con tutte le dovute cautele, consapevoli della estrema delicatezza che riveste l’argomento. Né lo facciamo per amore di facile scandalismo o per insinuare dubbi su circostanze delle quali non è possibile stabilire, al momento, l’incontrovertibile certezza, quanto piuttosto  per sollecitare quanti fossero interessati al problema, ad approfondirlo per proprio conto (da F. Pinotti, Fratelli d’Italia, cit., pp. 647-653):

 Il 12 settembre 1978 il settimanale OP diretto da Mino Pecorelli, giornalista iscritto alla P2 e poi assassinato, pubblicò in un articolo dal titolo “La grande loggia vaticana” un elenco di ben 121 nominativi di esponenti vaticani e di alti prelati indicati quali affiliati alla massoneria. Ha scritto Alfio Caruso (la Stampa, 22 agosto 2006): «Una mano anonima aveva inserito l’articolo nella rassegna stampa sfogliata ogni mattina da papa Luciani. Questi aveva subito chiesto al cardinale Felici se la lista potesse essere veritiera. Verosimile, era stata la risposta. L’elenco faceva impressione: comprendeva Jean Villot, monsignor Agostino Casaroli, ministro degli Esteri della Santa Sede, il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma, il cardinale Sebastiano Baggio, Marcinkus, monsignor Donato De Bonis, dello Ior, don Virginio Levi, vicedirettore dell’Osservatore Romano, padre Roberto Tucci, direttore della Radio Vaticana, monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI.  Con il disincanto tipico del vecchio habitué di Curia, Felici osservò che liste simili circolavano da sempre e che la prassi era di non prenderle in considerazione. D’altronde, aggiunse con un pizzico di malizia, Paolo VI aveva varato un comitato per cancellare la scomunica che da secoli veniva comminata ai massoni e il cardinale Villot ne era apparso entusiasta. Sentimento non condiviso da Luciani: per lui la massoneria incarnava il nemico di Roma. Pur intuendo che il suo amato Montini avesse aperto le porte delle mura leonine a una schiera di piduisti – Gelli, Ortolani, Sindona, Calvi – era contrarissimo a quell’insana commistione rivolta soltanto al profitto».

“Don Villa, nel libro “Paolo VI beato?”, afferma che l’elenco era veritiero.

Potenti massoni, secondo il sacerdote, sarebbero stati influenti collaboratori di papa Montini. Don Villa ne cita alcuni: monsignor Pasquale Macchi, segretario personale del pontefice, il cardinale Jean Villot, segretario di Stato di Paolo VI, di Giovanni Paolo I e di Giovanni Paolo II, fino alla morte avvenuta nel 1979; il cardinale Agostino Casaroli, della cui appartenenza alla massoneria sarebbe stato a conoscenza anche papa Wojtyla, stando alla testimonianza resa a don Villa da un arcivescovo, stretto collaboratore del pontefice polacco.

“Ma sarebbero stati massoni anche il vescovo Annibale Bugnini, cui Paolo Vi affidò la ‘rivoluzione liturgica’ del concilio, nonostante il precedente allontanamento del Bugnini da parte di Giovanni XXIII. E ovviamente il vescovo Paul Marcinkus.

Don Villa è anche convinto che papa Luciani, il papa dei 233 giorni (il 33 è il numero simbolico per tutti i massoni), volesse fare ‘pulizia’ all’interno del Vaticano, avendo individuato la forte presenza massonica. E questa sarebbe stata la causa della sua improvvisa morte.

“I documenti proposti da don Villa sono stati spesso censurati dai giornali, come lamenta lo stesso prete bresciano. Denunce ai suoi danni? Nessuna. Però sembra che sia stato oggetto di diversi attentati e aggressioni, una delle quali a Parigi, dove si trovava a indagare proprio su alcuni cardinali in odore di massoneria. Ma don Villa tira dritto per la sua strada, continuando a combattere la massoneria come indicato da Padre Pio. Ha ultimato un terzo volume su Paolo VI e ha avviato una battaglia contro lo ‘scandalo’ della nomina di don Francesco Marchisano ad arciprete della basilica vaticana e vicario generale del Pontefice. Marchisano era arcivescovo  titolare della Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa e della Pontificia commissione di archeologia sacra, quando il papa lo nominò successore del cardinale Virgilio Noé. Ma il neonominato, stando alle tesi di don Villa, sarebbe l’autore di tre lettere inviate da un certo ‘Frama’ al venerabile Gran maestro del Grande Oriente di palazzo Giusiniani.

“Si potrebbe pensare che don Villa sia un prete su posizioni conservatrici, funzionale alle forze più tradizionaliste. Ha invece parole severe anche nei confronti dell’Opus Dei, una forza per la quale simpatizzavano anche i suoi protettori Ottaviani e Palazzini. Dell’Opus Dei Don Villa dice senza esitazione: «È una massoneria bianca». Il prete bresciano contesta anche le modalità di beatificazione di Escrivà de Balaguer, canonizzato nel 2002. Al tema ha dedicato anche un numero di Chiesa viva intitolato “Una beatificazione sbagliata?”

“Il sacerdote commenta: «Il professor Vittadini dell’Università laterarense e presidente della camera di beatificazione aveva fatto un rapporto terribile contro Escrivà. Allora il cardinale della Congregazione dei santi disse che sarebbe stato necessario parlarne al Papa. E lo fece. Ma Wojtyla lo ricevette, lo guardò e gli disse: Il papa sono io, lo voglio santo!»

“Villa non fa sconti neanche ai politici. «Che Berlusconi facesse parte della P2 è cosa nota. Oggi lui può anche dire che è ‘in sonno’, che è un massone ‘dormiente’, ma obbedisce a quegli interessi: quando uno è dentro non scappa più. Anche Prodi è massone, solo che appartiene al circolo degli Illuminati».

“Pochi si salvano dalla ‘caccia’ del sacerdote bresciano. La sua conclusione è amara, ma battagliera: «La massoneria ha in mano la Chiesa e lo Stato. Ma il loro punto debole è la superbia. Prima o poi i loro giochi di potere verranno alla luce».

Su un fronte opposto a quello di don Villa – confermandone però le supposizioni – si pone un altro sacerdote paolino Rosario Esposito, che da molti anni è uno strenuo sostenitore delle grandi ‘concordanze’ tra Chiesa e massoneria. Una simpatia decennale, quella di padre Esposito per i liberi murtatori, che viene ricambiata con calore. 

“Tanta è la simpatia per la ‘fratellanza’ del sacerdote napoletano che il 2 dicembre 2006 padre Esposito è stato proclamato Gran maestro onorario della Loggia nazionale d’Italia. Non so è trattato di un’iniziazione in senso ‘tecnico’, ma di un’ammissione bilaterale  del rapporto di grande simpatia e ‘fratellanza’ esistente fra alcuni qualificati esponenti della Chiesa e la libera muratoria. Il sacerdote ha accettato volentieri e ha ringraziato in un discorso ufficiale.” 

Sono, lo ripetiamo, elementi seri, che danno molto da pensare; anche se, al momento, non esistono certezze definitive in proposito.Forse non esisteranno mai, come – ad esempio – sulle reali circostanze della morte di papa Giovanni Paolo I.

Si tratta di pagine di storia che tutto fa pensare rimarranno sigillate per sempre, continuando a sfidare la legittima curiosità di quanti credono poco alle coincidenze, specialmente considerando il contesto politico e finanziario italiano degli ultimi tre o quattro decenni.

Del resto, se lo storico incontra tali e tante difficoltà nel cercare di stabilire fino a che punto l’influenza di Gelli, Ortolani, Calvi e Sindona si spingeva, a quell’epoca, nel tessuto della Chiesa cattolica e dello Stato italiano, si può solo immaginare a quali muraglie invalicabili si trovi davanti il ricercatore che tenti di spingere lo sguardo nelle pieghe del tempo a noi più vicino, e addirittura ai nostri giorni.

Fonte:  http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=17082

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