“Alla società secolarizzata sfuggono gli indizi della presenza diabolica” di Francesco Lamendola

28/12/2007

Arturo Graf, nel suo libro “Il diavolo”, scriveva nel 1889 – ossia in pieno positivismo – che il demonio era ormai morto e che presto sarebbe stato interamente dimenticato: “(…) si dissolverà nell’umana fantasia, nella stessa matrice ond’è uscito” (nuova edizione a cura di C. Petrone, Roma, 1980, p. 63).

Molte cose sono cambiate nei quasi centotrenta anni che ci separano da quella data e da quel giudizio, ma la cultura dominante, grazie agli spettacolari successi della tecnoscienza, è tuttora dominata dal paradigma positivista e l’atteggiamento di essa nei confronti nel signore del Male è rimasto identico: un misto di infastidita sufficienza e di compassione scientista verso le mitologie del popolo rozzo e ignorante. Il fatto che due papi della fine del Novecento, Giovanni XXIII Paolo VI, si siano esplicitamente ed energicamente pronunciati per mettere in guardia i fedeli dalle arti  del Maligno, inteso come essere personale e non come generica “assenza di bene”, non ha modificato l’atteggiamento della cultura dominante; al contrario, ha offerto alla cultura dominante – quella delle università, delle grandi testate giornalistiche, della televisione pubblica e privata – l’occasione per mettere in ridicolo il cattolicesimo e le sue arcaiche “superstizioni”.

Tipico esempio di una tale supponenza e di un tale pregiudizio laicista è l’ormai celebre monografia di Alfonso M. Di Nola “Il diavolo” (più volte ristampato; noi facciamo riferimenti all’edizione della Newton Compton del 1994), il quale con piglio arrogante non esita a ridicolizzare gli interventi del magistero ecclesiastico.

Paolo VI, nell’omelia rivolta ai fedeli il 16 giugno 1972,  in occasione della festività dei Ss. Pietro e Paolo e nel IX anniversario della sua incoronazione, ha proclamato esplicitamente la dottrina dell’invasamento diabolico del mondo: riferendosi alla situazione della chiesa di oggi, il Santo Padre ha poi affermato di avere la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. Come è avvenuto questo? Il papa ha affidato ai presenti un suo pensiero: che ci sia l’intervento di un potere avverso. Il suo nome è il Diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella lettera di S. Pietro. Tante volte, d’altra parte, nel Vangelo, sulle labbra stesse di Cristo, ritorna la menzione di questo nemico degli uomini. «Crediamo – ha osservato il Santo Padre – in qualcosa di preternaturale  venuto proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico». Il 5 novembre del 1972 il neosatanismo cattolico si esplicita in un’altra solenne dichiarazione di Paolo VI: «Il male che è nel mondo è occasione ed effetto di un intervento in noi  e nella nostra società di un agente oscuro e nemico, il Demonio. Il male non è soltanto una deficienza, ma un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore». Terribile realtà. Misteriosa e paurosa. Esce dal quadro biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanno … Il Demonio è il nemico numero uno, il tentatore per eccellenza. Sappiamo così che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero ed agisce ancora, è l’insidiatore sofisticato dell’equilibrio morale dell’uomo, il perfido incantatore che in noi sa insinuarsi per introdurvi deviazioni … sarebbe, questo sul Demonio e sull’influsso che può esercitare, un capitolo molto importante da ristudiare della dottrina cattolica, mentre oggi poco lo è». Riemerge quindi una sorta di nostalgia delirante per la lunga tradizione medioevale e riporta alla ribalta un diavolo che non è più ‘la privazione del bene’ di Sant’Agostino, ma il vero e proprio essere reale  che appare nell’immaginario dell’Apocalisse e nella pittura demoniaca. 

“Giovanni Paolo II, forse con un’ingenuità più grossolana ma anche più pericolosa, è tornato più volte sull’argomento. Ne “L’Osservatore Romano” del 14, 16, 17, 21 agosto 1986, viene riportata una delle sue omelie  sul Credo, nella quale riconosce la mitologia degli angeli e dei demoni. Secondo questo pontefice, il Diavolo è un angelo caduto e il peccato di Satana consiste nel rifiuto della verità di Dio. Come effetto del peccato dei progenitori questo angelo caduto ha conquistato in certa misura il dominio sull’uomo. Questa dottrina trova drammatiche espressioni nella liturgia del battesimo quando al catecumeno viene chiesto di rinunziare al demonio e alle sue seduzioni.  Egli, come persona e spirito maligno, esercita il suo influsso  non solo sulle cose materiali, ma anche sul corpo dell’uomo, per cui è legittimo parlare di possessione diabolica. Secondo il pontefice non è sempre facile discernere ciò che di preternaturale avviene in questi casi, né la chiesa condiscende o asseconda  la tendenza ad attribuire molti fatti a interventi diretti del demonio, ma in linea di principio non si può negare che nella sua volontà di nuocere  all’uomo e di condurre al male Satana possa giungere a questa estrema manifestazione della sua superiorità.  Il 13 agosto del 1986, proseguendo nella sua catechesi filosatanica, Woityla rinnova un’antica insinuazione dei demonologi: «L’abilità di Satana nel mondo è quella di indurre gli uomini a negare la sua esistenza in nome del razionalismo e di ogni altro sistema  di pensiero che cerca tutte le scappatoie pur di non ammetterne l’opera», nel che è implicita la demonizzazione  di ogni forma di pensiero laico che rifiuti il tomismo e la teologia cattolica. Nella catechesi del 20 agosto dello stesso anno fa risuscitare e gli dà rinnovata legittimazione, l’antico mito delle molteplici influenze di Satana nell’ordine della natura spirituale e della natura fisica, la quale proclamazione consente di dedurre la validità della teoria medievale dell’origine demoniaca delle tempeste e delle malattie. Nell’omelia di Ferragosto tenuta  nella chiesa parrocchiale di Castel Gandolfo, il drago dell’Apocalisse, che sarà schiacciato dalla Vergine Maria, tenta continuamente  la donna, «moltiplicando nella storia dell’umanità il peccato e soprattutto cercando di allontanare l’uomo da Dio», pronunziato che è un evidente  rigurgito neomedioevale dell’antifemminismo  dei trattati antistregonici” [1].

A dire il vero, benché Di Nola parli di una “ingenuità grossolana” da parte di Giovanni Paolo II, non si può dire che il taglio delle sue osservazioni vada al di là di un neopositivismo estremamente rozzo e semplicistico; con l’aggiunta della grossolanità di giudizi quali “un ritorno di nostalgia delirante” da parte di Paolo VI nei confronti della tradizione medioevale, evidentemente “buia” e “superstiziosa” come la dipingevano Voltaire e i suoi amici alla metà del 1700. Quando poi usa espressioni come “neosatanismo cattolico”, per definire l’insegnamento di Paolo VI sul Diavolo o come “catechesi filosatanica” quello di Giovanni Paolo II, bara grossolanamente sulla terminologia in maniera indegna di un serio antropologo, perché qualunque studioso del folklore, così come qualunque teologo, sa benissimo che espressioni come “neosatanismo” e “filo-satanismo” non designano affatto la dottrina di chi afferma l’esistenza reale e personale del demonio, bensì quella di coloro che lo adorano e gli tributano un culto.

Infine, le ultima stoccata contro una demonologia che attribuisce al demonio le catastrofi naturali e contro “l’antifemminismo” implicito nella lettura dell’Apocalisse come un grande duello fra Satana e la Madonna, sono veramente colpi bassi vibrati in mala fede. Infatti è chiaro che ammettere una componente preternaturale in alcuni fenomeni naturali, così come richiamare i credenti a una lettura non solo allegorica dei testi sacri, è un diritto della teologia cristiana che non configge né con le acquisizioni attuali della scienza, né con le conquiste sociali del genere femminile a meno che se ne voglia dare a tutti i costi una lettura tendenziosa, forzandone il senso e la portata a scopo strumentale.

Quanto al fatto che Paolo VI, nel documento ricordato da Di Nola, alluda ad indizi che il “fumo di Satana” sia penetrato da qualche fessura, non nella società in senso generico, ma proprio nel “tempio di Dio” – allo scopo di pervertire le acquisizioni del Concilio Vaticano II -, cioè nella chiesa stessa (affermazione stupefacente, che sembra essere sfuggita al pur zelante censore), dimostra che per quel pontefice il pericolo della possessione diabolica è molto più grave e immediato di quel che si possa immaginare e che la stessa chiesa cattolica ne è, in parte, inquinata.

Un grido di allarme molto preciso ed estremamente grave, dunque; ma sulla base di quali elementi il papa si era spinto ad affermare un concetto così sconvolgente?

Da tempo correvano voci su una infiltrazione massonica negli ambienti del Vaticano, infiltrazione che – probabilmente – ha poi raggiunto i massimi livelli all’epoca del cardinale  Paul Marcinkus, di Michele Sindona, di Roberto Calvi e di Licio Gelli.

Un gruppo di prelati del Vaticano che nascondono la loro identità dietro la sigla “I Millenari” ha  scritto un documento sconvolgente, in cui fra l’altro si afferma: 

“Nel 1987 il giornalista massone Pier Carpi, confermando l’assunto del “fratello” Fulberto Lauro secondo il quale alla Loggia P2 aderiscono anche cardinali e vescovi in incognito, specificava che si chiama ‘Loggia Ecclesia’ ed è in contatto diretto con il gran maestro della Loggia Unita d’Inghilterra, il duca Michele di Kent. Tale loggia opera in Vaticano dal 1971. Vi appartengono più di cento fra cardinali, vescovi e monsignori di curia. Riescono a mantenere il più assoluto segreto, ma non al punto da sfuggire alle indagini degli uomini della potente “Opus Dei”.

“Infine, la rivista messicana “Proceso” (n. 832 del 12 ottobre 1992), informava che la massoneria ha diviso il territorio vaticano in otto quartieri, dove sono in funzione quattro  logge massoniche del rito scozzese i cui adepti, alti funzionari del piccolo Stato, standovi in forma  indipendente non si conoscerebbero fra loro, neanche battendo i tre colpi col polpastrello del pollice [il segnale convenzionale di riconoscimento tra massoni]. Esse all’occorrenza prendono contatti con altre logge massoniche delle singole nazioni; anzi, là dove la Chiesa  opera in clandestinità a causa del Corano, le relazioni con la Chiesa locale passano segretamente attraverso tale rete settaria, che così rende un servigio religioso in favore dei loro fratelli di stanza in Vaticano.

“Paolo VI si avvide della presenza massonica in Vaticano e lo disse al mondo: la chiamò fumo di Satana. Egli sapeva che attraverso la fessura massonica quel fumo era penetrato e annebbiava il tempio del Signore. La politica massonica del secolo scorso [cioè dell’Ottocento] era più per lo scontro frontale con la Chiesa cattolica, ma in questo modo creava solo steccati. Col tempo, ai primi di questo secolo [del Novecento], ha cambiato metodologia: ha compreso che era molto più proficuo infiltrarsi negli alti vertici della Chiesa. Inerpicarsi su attraverso i suoi intricati bastioni per scalare fino in vetta non è impresa da poco, occorre armarsi di tempo e pazienza al fine di selezionare gli elementi più adatti e utili a raggiungere lo scopo. Per fare questo l’organizzazione massonica destina immense riserve e sceglie il fior fiore tra il suo personale massonico più qualificato ,che sia all’altezza di fare, con circospezione e costanza, la cernita  di quei futuri ecclesiastici da destinare alla carriera  e ai posti più elevati” [2].

Ma c’è di più.

Dopo aver alluso alla possibilità che l’infiltrazione massonica nelle alte gerarchie cattoliche abbia svolto un ruolo ben preciso sia nella morte improvvisa di Giovanni Paolo I, sia nella rapida e sorprendente carriera di una serie di alti prelati negli anni Novanta del XX secolo, “I Millenari” spingono le loro accuse ancora oltre e affermano che in alcuni ambienti vaticani (già infiltrati dai servizi segreti sovietici) si pratica addirittura il satanismo, con tanto di messe nere.

“Al santuario romano del Divin Amore, meta di ininterrotti pellegrinaggi, una sera tardi, confuso con altri, s’accosta al confessionale un penitente, molto sconvolto e grandemente imbarazzato. Il confessore lo incoraggia ad aprirsi. “Padre, non so da dove cominciare e neanche se mi potrà assolvere. Ho un grosso turbamento di coscienza, temo perfino d’arrecarle sconcerto e sorpresa”. “Figlio mio, non si preoccupi di questo, in fondo noi ci paragoniamo alle discariche, dove si butta di tutto … Del resto, uno dove deve riversare il proprio fardello di colpe se non nella confessione? Siamo qui per questo”. “Padre, faccio parte di una setta satanica, dove ho un ruolo importante. Ho trascinato parecchi a frequentarla …”. “Da quanti anni?” “Padre è da circa una decina d’anni …”. “E ora perché è venuto qui? Lei non sta confessandosi, mi racconta solo il suo turbamento ma questo non basta per l’assoluzione. C’è bisogno della materia per assolverlo, che sono i peccati commessi …”. “Ho convinto anche altri ad assistere alle messe nere e ad altri riti satanici. L’altro giorno, però, sono stato io ad essere invitato ad assistere ad una messa nera, in un luogo dove non avrei mai pensato  potesse celebrarsi un tale rito …”. “Dove?”, chiede il confessore da dietro la grata. “In Vaticano”. “Possibile? Quel che dice ha dell’incredibile … Ne è sicuro? Chi erano gli altri?”. “Mi creda Padre, non sono qui per dirle frottole … Sono sconvolto. Non ho più pace dentro di me. Non so cosa mi succede … Avevo sempre deriso l’isterismo  di un qualsiasi pentimento religioso. Derisione che cercavo di inculcare anche negli altri. Ora mi vergogno di dover fare marcia indietro ma così non posso andare avanti. Che magone dentro!” “Chi erano gli altri? Li conosce?”. “Non era possibile riconoscerli, eravamo tutti incappucciati dalla testa ai piedi. In ogni rito satanico si sta nudi di sotto, ma si è incappucciati dalla testa ai piedi. Le voci erano gravi, irriconoscibili al timbro. Mi ero sentito onorato dell’invito … Adesso invece maledico quando ho accettato d’andarvi … Padre,  che cosa si fa in casi del genere? Come devo regolarmi in appresso?”. Era molto tardi e la chiesa era zeppa di fedeli di un gruppo carismatico che s’attardava a pregare, cantare, … . Era circa mezzanotte quando il penitente si sottrasse dal confessionale senza farsi notare, perdendosi tra la gente” [3].

Certo, non si tratta di una prova e si può sospettare che dietro la sigla dei Millenari si celino persone ed interessi diversi da quelli dichiarati, sia pure in forma anonima: si può perfino ipotizzare che vi sia lo zampino proprio di quelle stesse forze che, a parole, vengono denunciate. Tuttavia elementi di dubbio sussistono e alcune delle circostanze e dei nomi che vengono fatti nel documento provengono da fonti sostanzialmente attendibili, sia pure per motivi diversi da quelli del puro e semplice rigore storico.

Ma ora passiamo dal piano empirico a quello teologico e ascoltiamo le parole pacate e ben ponderate di Hedwige Louis Chevrillon che, in un libro la cui prefazione fu redatta da un filosofo del livello di Jean Guitton, scriveva appunto pochi anni dopo il Concilio Vaticano II: 

“Nelle grandi epoche della storia cristiana si capiva meglio che la creazione era stata possibile solo in virtù dell’atto di un amore primo. Tra il Tutto e la sua proiezione nell’esistenza di una “immagine”,  solo l’amore fonda la distinzione permanente. “Tu non sei me” – dice il Creatore alla creatura – “perché io ti amo”. “Io sono io, perché Tu mi ami e perché io ti amo” – risponde l’angelo o l’uomo. “Ecco perché Satana, separato da Dio, ponendosi al di fuori di lui, si svuota per sempre di ogni realtà propria, mentre il fuoco divino, eternamente creatore, l’amore originale legato alla sua esistenza personale, aderisce al suo nulla come una tunica infiammata. Il venerato padre Lamy, parroco della Courneuve, lo vedeva seduto all’angolo dell’altare, ove celebrava la messa, vestito di una ganga di fuoco. Taluni tra i più santi amici di Dio hanno conosciuto e oggi ancora conoscono, l’intrusione diretta di una presenza terrificante. Ne riparleremo. Questa presenza viene negata da molti contemporanei con una ironia che sa di sufficienza, ma solo perché le sue manifestazioni esplicite sembra siano riservate ai santi e i santi sono poco numerosi. La spaventosa inversione di marcia che ha sconvolto il mondo risulta stupefacente, tanto è assurda. E sarebbe del tutto inintelligibile se non scoprissimo in noi qualche traccia di tale sconvolgimento. Rifiuto di amare, strettamente amalgamato all’egoismo, all’orgoglio, alle passioni confuse, alla paura. Male distinguiamo il perverso ripiegamento su di sé che pone in scacco i disegni di Dio, dagli atteggiamenti e dalle reazioni che consideriamo come naturali. E quindi, per quanto persuasi della continuità della catena animale, la quale – pensiamo – sbocca nello zampillo umano, sentiamo tanto il distacco tra il più evoluto degli animali e noi stessi, che non verrebbe in mente a nessuno di far pesare su di un animale un giudizio morale. Per quanto questa prerogativa umana sia legata al nome del freudismo, dell’evoluzione o della biologia, tutte le malformazioni e le ambiguità della coscienza non alterano l’essenza della sua funzione, la quale consiste nell’emettere un giudizio di responsabilità. Qualunque ne siano le condizioni, sia pure erronee, essa è irriducibile ad altra norma. Quando l’uomo e la donna si sprofondano nell’ignominia, toccano con mano di cadere più in basso dei loro limiti, in un abisso che non è più umano: si “perdono”. È a questo punto che si fa sentire l’odore del demonio: chi ne ha fatto esperienza ne ha parlato. E si è reso conto di aver perso il potere di risalire, di alzarsi da solo. E chi c’è riuscito, l’ha fatto solo in grazia di una invocazione di soccorso, di un grido verso Dio: “Ricordati di me”. Non è necessario rifarsi alle pretese della magia per sapere e riconoscere ciò che è un sortilegio. Male difese da una condotta morale incerta, talune persone si trovano, in un dato momento della vita, sotto il dominio di una strana influenza. Sarà la brusca avversione nei confronti di un essere amato fino a quel momento, la follia di un sospetto, la rabbia di una negazione o il cuore invaso dall’amarezza, dalla diffidenza, dalla crudeltà, dalla malinconia. In questi cambiamenti, in tali crisi c’è talvolta un’alienazione che non è mentale e che, tuttavia, si mostra refrattaria alla ragione, alla generosità, al pentimento e che ha qualcosa dell’ossessione. Ombra da cui si emergerà come da un sogno, tornando dolcemente in sé, senza parole. Un turbamento psichico è stato in grado di fare scattare un atteggiamento irrazionale di questo genere, ma la colorazione psichica, l’incitamento funesto si inseriscono sull’elemento materiale e gli conferiscono un orientamento che fa piegare l’anima e la volontà. Si profila l’abbozzo di un possesso, tanto più dannoso in quanto non è identificato. Le nostre società “evolute” conoscono soltanto queste specie di possesso camuffato. Assai meglio attacchi più franchi che le troverebbero più pronte. Se il senso del Male è al pari del senso del Bene, fortemente smorzato, è perché l’astrazione  li fa evaporare, abbandonandoli alle sottigliezze. Non hanno più vita, né sguardo. Non sono più, in realtà. Il Cristo, il quale ha voluto che gli amici lo riconoscessero nel volto del povero, del bambino, dell’infelice ha tuttavia voluto restare chiaramente colui che noi riconosciamo. Diluito negli innumerevoli “prossimi” del pianeta, ridotto ad essere niente più che il dubbio tradizionale  dell’altro, ma astratto a forza di generalizzazione, egli si ridurrebbe ben presto a non avere né vita personale identificata, né potere di animare i cuori. Se è infatti possibile amare gli altri per amore di Dio non è possibile amare Dio per amore degli altri. L’amore di Qualcuno si manifesta alla sorgente di questa potenza di accoglimento nell’amore, che non conosce limiti. La sete dell’esperienza diretta, concreta, irrecusabile di Dio e dell’universo divino, guida sulle vie dei pellegrinaggi le folle avide di un contatto che comporta l’assenso. L’attrattiva per il “meraviglioso” vi gioca ben poco, checché se ne dica. La stessa cosa si può dire per ciò che il Vangelo chiama, non il male, ma il Maligno. Non c’è astrazione nel Vangelo. Il Male lo si afferra, lo si lascia, lo si riprende. E talvolta lo si maschera allo scopo di trovarlo più allettante. Il Maligno, invece, fa paura. Quando si fissa su di lui l’attenzione si comincia a tremare come il cagnolino che si avvicina alla gabbia delle belve. A questo punto la tentazione assume l’aspetto di una trappola e il peccatore constata di essere una preda inquieta. La convinzione che l’ingiustizia, l’odio, la crudeltà, la menzogna interessino nel mondo qualcuno, che ha legato la propria causa ai peggiori misfatti, forse è più efficace della conoscenza di un imperativo del tutto inerte nel suo giuridismo incolore. S. Paolo odiava il male che commetteva, perché amava il Bene vivente disceso dal Cielo. Noi – proprio noi, per i quali il bene rimane troppo spesso senza forma – non sappiano scoprire nel male il difforme negativo di un volto sacro. Vi vediamo il riflesso delle nostre concupiscenze e i suoi lineamenti ci affascinano, nella misura in cui ritroviamo in essi le attrattive che ci seducono. Fa piacere ritrovarsi, rimanere a casa propria, qualunque cosa si faccia o si pensi, senza rivelare, sotto le apparenze familiari, la tetra presenza che vi si nasconde. Qualunque siano gli eccessi colpevoli che hanno sfigurato, nelle rozze società di una  cristianità ancora barbara, la “caccia alle streghe”, ossia al demonio, noi saremmo tristemente vittime di noi stessi se pensassimo di poter sfuggire il male ignorandolo. Nei secoli bui si pensava di annientare il nemico, schiacciandolo nelle sue prede: quasi fosse possibile raggiungere uno spirito per vie diverse da quelle dello Spirito. Ecco l’illusione di tutti i violenti. Comportandosi in questo modo si regalava a Satana l’unica vittoria di cui possa fregiarsi: compromettere il cammino della Chiesa, insozzandolo con la sua usurpazione. Oggi si adopera quasi solo più la camera a gas, ma il negatore stesso provvede a infornare coloro che lo minacciano troppo direttamente, quanti osano dire che Dio non è “morto”, che l’anima umana esiste, e che in essa Egli dimora, che la sua parola non è “superata”, né lo sarà mai e che rimane sempre intelligibile a quei cuori che si astengono dal triturarla nel senso delle loro passioni. La camera a gas viene detta, abusivamente, “mondo moderno”. La fede vi muore asfissiata perché l’atmosfera è fatta di dubbio e di negazione. L’influenza di Satana si riduce sempre ad una disintegrazione del pensiero, analisi spinta fino all’atomizzazione del reale, spezzettamento infinito dell’oggetto da conoscere, sotto una spinta distruttiva, che alla fine conosce solo il vuoto, ove la sua vertigine la fa volteggiare: il reale sfugge a questa impresa dissolvitrice così come il movimento sfuggiva alla dissezione di Zenone. Non dobbiamo permettere al mondo moderno di accreditare l’impostura con la quale Satana, plagiario furibondo, intende giocare il suo “aggiornamento” ingannevole “[4].

Fermiamoci qui, per ora, ma riprenderemo il discorso quanto prima. Speriamo che la potente similitudine di un mondo moderno paragonato ad una gigantesca camera a gas, ove la fede muore avvelenata per l’azione corrosiva del dubbio sistematico, abbia insinuato almeno una piccola pulce nell’orecchio degli scettici presuntuosi i quali, a furia di specializzazioni, finiscono per riconoscere solo le foglioline e non più la foresta nella quale noi tutti ci troviamo. In questa foresta ci siamo ormai smarriti e l’unica via di salvezza consiste nella capacità di reimparare a guardare la realtà con uno sguardo d’amore, che sappia coglierla nella sua interezza e bellezza, a trecentosessanta gradi. Allora ci renderemo conto, forse, che se vi è l’amore che porta le cose dal non-essere all’essere, vi è anche il contrario dell’amore, che vorrebbe ricacciarle indietro, lontano da quella fonte che è per loro vita, speranza e appagamento.

Note 

[1]  Alfonso M. Di Nola, “Il diavolo”,  Newton Compton, 1994, pp. 354-358.

[2]  I Millenari, “Via col vento in Vaticano”,  Kaos Edizioni, 1999, pp. 226-232.

[3] Ibidem, pp. 220-221.

[4] Hedwige Louis Chevrillon, “Satana nella Bibbia e nel mondo”,  Edizioni Paoline, 1971, pp. 19-25.

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=15928

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