“Gli Adelphi della dissoluzione” di Maurizio Blondet – Recensione di Arcangelo Papi

Il prof. Umberto Bartocci – in uno slancio di generosità nei miei confronti, mi ha chiesto una “recensione” de “Gli ‘Adelphi’ della dissoluzione”, il bellissimo ed anche sconvolgente libro di Maurizio Blondet (per chiarire subito tutto il mio apprezzamento). Uscito alla fine del 1994, presso le Ed. Ares di Milano (e ripubblicato nel 1999, in veste accresciuta e con postfazione dell’autore), fu allora un’attenta lettrice, persona a me cara, a segnalarmi la prima edizione di questo saggio di Blondet, scrittore cattolico di grande spessore e non nuovo a libri di qualità. Possedendo soltanto la prima edizione del saggio, su questa mi baserò, anche per le citazioni ed i rinvii, del resto necessari in un testo di così rara complessità. Senza dubbio, la pubblicazione, nel 1999, del libro del prof. Bartocci dedicato al “caso De Pretto”, in cui si citano i lavori di Blondet, fu uno stimolo a riaccostarmi ad essi, per una rilettura più attenta, trascorsi ormai alcuni anni. E’ bene chiarire in anticipo agli avvertiti lettori di “Episteme” che si imbatteranno in queste pagine, che una recensione vera e propria (nel senso di “giudizio critico”) è compito da esperti, critici o letterati, appartenenti allo stesso genere dell’autore, la cui opera si intende presentare (anche se fortunatamente, per Blondet, non sussiste questa necessità). Paradossalmente, si tratta, invece, in questo caso, del più semplice apprezzamento di un comune lettore, che del resto non vanta prerogative e credenziali di sorta, per quanto tutt’altro che insensibile al fascino della “verità”e che (ben inteso come singola e limitata persona) si ritiene per di più “testimone” (secondo privata esperienza di vita, come verrà chiarendosi nel seguito), di alcuni aspetti “lato sensu” riconducibili a delimitati momenti dell’assai articolato intreccio di questo libro oltremodo suggestivo. Senza per questo voler togliere nulla alla straordinaria e sconvolgente ricchezza dell’ “arcano affresco” (mi si passi l’espressione) di Blondet, che su piani diversi e distinti si dispiega, capitolo per capitolo, in una serrata trama di esplosive relazioni e rivelazioni, tracciata da una eccellente e profetica penna, che a tratti appare quasi intinta nel sangue stesso delle cronache che oggi ci circondano (con uno sviluppo eccezionalmente ricco e complesso, che ripercorre una estrema varietà di personaggi, di temi e di contenuti, in stretta connessione tra loro e sull’impervio sfondo di una sotterranea “realtà” inquietante al massimo grado), mi auguro di non apparire inappropriato e fuor di luogo se sotto pelle farò qua e là cenno a qualcosa che appartiene a me soltanto, alla mia privata memoria e alla mia storia personale, che nulla avrebbe a che vedere con il libro di Blondet, se non fosse che si tratta di echi ed evocazioni, riaffioranti nel “lettore”, che pure qualcosa poté cogliere coi propri occhi in anni oggi lontani.

Il saggio prende le mosse da una sconvolgente ed assai significativa intervista al “filosofo nero-barbuto” Massimo Cacciari (capitolo I), in una Venezia (del resto metafisica) che fuori “si sfaceva nel suo mare fecale, sotto il cielo grigio”, mentre nella “tersa stanza” di Cacciari, costellata di libri, veniva evocato il “katéchon”, ciò che letteralmente trattiene l’Anticristo dal manifestarsi pienamente. Insieme a Roberto Calasso, eminenza della “Adelphi”, intesa da Blondet come “casa editrice” della “mano sinistra”, Cacciari è una delle figure principali del saggio stesso, quanto meno il traghettatore verso atmosfere molto più dense e misteriose. Ma, come avverte Blondet: “Attenzione, questo libro non parla di un complotto; parla di teologia” (pag. 19). E’ perciò in questa chiave, del resto suggerita dall’autore stesso, che si indirizza la mia personale “lettura”, che tuttavia, per forza di cose e malgrado tutto, non potrà risultare né completa, né soddisfacente, se mai soltanto una visione personale, stante l’estrema ricchezza ed arditezza del testo e derivandone, di necessità, più d’una rimarchevole omissione, pur nello sforzo di far affiorare una unità di fondo, raccolta, se possibile, in tanta vastità di materia, che sembra ribollire dalle più infuocate viscere del male assoluto, colto da Blondet in “flagranza di reato” nella sua vasta e radicata opera dissolutrice, che peraltro risalirebbe a più lontano che non il secolo che appena ci siamo lasciati alle spalle.

Si tratta certamente di un saggio vero e proprio (non di un “romanzo” – cfr. bene pag. 222, capitolo XXI, per la provocazione, in questo senso, da parte di un Innominato, autorevolissimo “personaggio”, “seduti al tavolino di un bar a Wiesbaden”). Quanto a me, oserei dire scritto con “spirito sacro”, se non proprio con ansia profetica; dove, in sostanza, si contrappongono e fronteggiano il Paraclito (o Paracleto) e l’Anticristo. O, se vogliamo, lo “Spirito Santo” (quello stesso del “Veni Spiritus” intonato in gregoriano), contrapposto al “numero” della “bestia”, che starebbe divorando il mondo. Afferma, testualmente, Blondet (pag. 17): “Questo libro è in qualche modo, il risultato della ricerca di quell’idea che mi sfuggiva (si riferisce ai contenuti evocativi dell’intervista-colloquio con Cacciari, che apre il saggio stesso). “Una ricerca – prosegue – che mi ha orientato dapprima verso la casa editrice Adelphi, presso cui Cacciari pubblica i suoi libri. Dell’Adelphi sapevo ciò che tutti vedono: che questa casa editrice tenacemente recupera per così dire “a sinistra” autori dell’irrazionalismo reazionario, del “sacro” e della “Tradizione”, che prima erano letti soltanto in ristretti ambienti della “destra”: da Guénon a Simone Weil a Bhome, da Coomaraswami a Gurdjieff”. Ma l’Adelphi ha una genealogia. Risalire questa genealogia, significa imbattersi in personalità, circoli, storie che si situano tutti – sia caso, deliberata volontà o inclinazione culturale – in una singolare faccia oscura, che si dovrebbe definire esoterica, della storia recente”. “Spiegare che cosa si muova in questa faccia oscura è difficile anche solo da enunciare”. Dunque, Blondet, colpito da certe parole di Cacciari, che possono anche nascondere ben altro di più arcano, remoto ed inquietante – alle quali è costretto a ripensare quasi a caldo (in treno, nel viaggio di ritorno a Milano) – scorge l’ombra cupa di una luna nera, il profilo di una Lilith stagliarsi all’improvviso, un’oscura divinità, (sono queste le Sue parole) “Kali o un dio-femmina”, che ridonda poi in Dioniso, nella Shakti o nell’Anticristo e adddirittura nei riti del sangue, da quello del culto azteco del “Dio scuoiato” – cuori strappati con coltelli di ossidiana – fino a “Il silenzio degli innocenti”: metafore e non solo tali, del pensiero della “dissoluzione “, che sembra aver infettato come un virus demoniaco le basi stesse di una “cultura” che si protesta tale (di “sinistra” e viene qui in mente il rito romano della “fiducia”, la “iunctio dexterarum”). In questa “ricerca” di sotterranee e celate “relazioni “, si spende tutto il ben riposto talento polemico di Blondet, che esplode nello scandalo portentoso della rivelazione del male assoluto. Si viene così componendo l’ “arcano affresco” di una invisibile dialettica dello “spirito” di tutte le “negazioni”, colto nella sua opera distruttrice. “Shiva, Kali, Dioniso esistono: sono numina, forze che dormono nella psiche, nel sesso, nel corpo. Il loro silenzio secolare – mai completo, del resto – non inganni: come sapeva Plutarco, “desinunt isti, non pereunt”. “Vanno risvegliati, e torneranno a compiere stragi” (pag. 19). E’ sul filo dell’Anticristo (identificato, al limite del paradosso, col Paraclito: cfr. Léon Bloy, pag. 211 – qui apprendiamo, infatti, che “I cristiani saranno prodighi verso il Paraclito di ciò che è al di là dell’odio. Egli è talmente il Nemico, talmente l’identico a quel Lucifero che fu chiamato Principe delle Tenebre, che è quasi impossibile separarli. “Chi può comprendere comprenda”), che risalta in effetti il motivo conduttore di questa coraggiosa ricerca, tutt’altro che visionaria, anzi rivelatrice delle oscure trame della dissoluzione che, come anticipato, arrivano persino a toccare, partendo dalle radici stesse della cultura occidentale (del resto “de-cidere” è come uccidere), accanto ai moderni riti “woodo” della psicanalisi (“eros” e “tanatos” a braccetto come Dioscuri) e ad una certa variegata cultura della “mano sinistra” della dissoluzione meglio articolatasi in quest’ultimo secolo, persino “sacrifici umani” e “cuori strappati” (con allusione diretta all’immagine al Sacro Cuore di Gesù), nel “mysterium” apocalittico della vita-morte, compreso il film “Il silenzio degli innocenti” e la stessa interprete femminile Jodie Foster. Evocazioni metaforiche, queste, di quanto già accade o potrebbe accadere nei tremendi guasti della nostra civiltà attuale, che è anche “storia” del “pensiero” e delle sue “perdizioni”. Quanti livelli di “realtà” coesistono? “Verità” così profonde, così “terribili”, non le trovereste mai e poi mai ad es. – lo affaccio paradossalmente – ne “Il provinciale” di Giorgio Bocca (settant’anni di vita italiana) o in “Atlante italiano” di Alberto Ronchey, tanto per citare due saggisti più che attenti e competenti e due loro opere tra le tante da essi scritte, di carattere completamente diverso dal saggio di Blondet (la prima un diario di vita politica e sociale ripercorso attraverso la propria memoria e la seconda un saggio illuminato sulle questioni che rendono particolare il caso Italia). Ma se scorrete “La sera andavamo a Via Veneto” di Eugenio Scalfari (grande personaggio mediatico, citato da Blondet a pag. 144) ritroverete soltanto Mattioli da vivo e non la sua tomba a Chiaravalle, nel sepolcro che ospitò un’eretica medievale, che predicava la fede in un Dio-femmina. Né avrete modo di stabilire occulte connessioni tra sesso, politica, finanza, poteri iniziatici, riti e società, che non sospettereste mai e poi mai, e di cui invece abbonda, in modo straordinario, il saggio di Blondet, che percorre piste interdette e fa affiorare trame sconvolgenti da un impasto di misteri e di manipolazioni. E quel poco che qui si riporta in un’impropria e riduttiva sintesi, è nulla al confronto di ciò che emerge dal libro, che per l’appunto non si può non leggere, se si vuole capire fino in fondo a qual punto ormai siamo giunti, se ci si vuole cioè addentrare nell’orribile “foresta” dantesca del mistero “teologico” di questa sotterranea lotta di potenze occulte, dove nomi e fatti sono anch’essi parte limitata di uno scontro totale, che addirittura attinge a vertici escatologici, quelli quantomeno della “parusia” concreta del male. Sicché, il nostro, è davvero un silenzio da innocenti, il silenzio di chi non sa e neppure può immaginare, quanto si elevi l’abisso nella sua orribile profondità (malgrado ciò cui assistiamo ogni giorno). 

Nella diffusa collana della “biblioteca” dei “maestri cattolici” innocentemente si allineavano una volta – negli anni ’60 – anche i libri di Leon Bloy, romanziere e giornalista francese (1846-1917), inizialmente pittore, indirizzato poi verso la letteratura e la fede da Barbey d’Aurevilly, col quale condivise intransigenza religiosa e odio feroce contro ogni forma di pensiero e di ideale del suo secolo. (Su Leon Bloy, capitolo XX, pag. 208 e ss., vedi in particolare il libello “Dagli ebrei la salvezza”, scritto nell’arroventarsi in Francia del famoso processo Dreyfus, ripubblicato di fresco nel 1993 dalla editrice “Adelphi”). La polemica di Blondet, nel suo scavo sulle “strategie del potere iniziatico”, sottotitolo specificativo del libro, è in buona sostanza condotta contro questa casa editrice, alla cui fraternità o fratria sodale tra “adepti”, potrebbe essere larvatamente ricondotto un preciso disegno, volto per l’appunto alla “dissoluzione”. Ma torniamo a Bloy. Blondet: “Palesemente, nessuno ha letto Leon Bloy fino in fondo, nessuno ha visto il vero suo aculeo di scorpione, il motivo autentico per cui Calasso (figura principale dell’Adelphi) l’ha ripubblicato“. “Come altri mistici (basti pensare a Giocchino da Fiore), Bloy scandiva la storia in tre fasi: riteneva Cristo – “il Figlio” – solo la penultima rivelazione, attendeva e propugnava l’avvento della terza figura, il Paracleto” (pag. 210). Anche l’apocalittico “clochard super-cattolico” Leon Bloy, monarchico e reazionario, credeva che Cristo “deve essere superato”. E annunciava l’albeggiare di una nuova era, votata a un nuovo dio oscuro. Un dio che Bloy chiama “il Liberatore vagabondo” (vedi direttamente il saggio per altri particolari interessanti). In questo contesto, per la cui chiarezza si deve necessariamente rimandare alle pagine del libro stesso, compare a margine anche lo scrittore Guido Ceronetti, che non disconosce l’interpretazione cattolica (pag. 220) della frase “la salvezza viene dagli Ebrei” che Gesù rivolge alla Samaritana (Gv. 4,22), volgendola tuttavia, Ceronetti, a ben altro significato (pag. 221), afferma Blondet, “con coerenza adelphiana”. Insomma, “il Paracleto che Bloy attende è Lucifero” (vedi pag. 211). E come a me sembra, già da questi pochi assaggi (nella pur estrema ricchezza di contenuti e di sviluppi che si dipanano di capitolo in capitolo, in una sorta di “ventaglio” che al termine si disvelerà in un “disegno” ancor più inquietante, al quale tutto sommato l’autore deve alludere soltanto), il tema fondamentale, che Blondet affronta sulla “dissoluzione” ed anche nei “mysteria” dei tempi presenti, è quello dell’Anticristo (questione, questa, essenziale per i cattolici, che conoscendo una creazione divina “ex nihilo”, procedente da Dio “insieme al tempo”, come chiarisce S. Agostino, sono pure vincolati ad una non importa se “vexata” escatologia dei tempi ultimi, se non altro con riguardo al momento del suo verificarsi, più o meno lontano nel tempo a venire, senza dover ricorrere alla visione religiosa e cosmica di un “tempo ciclico”, o agli “eoni” del “kali yuga” o “epoca oscura”: cfr. pag. 105, nota 9). “Nel Kali Yuga il ruolo dell’iniziato è di agire nel senso della determinazione divina. Noi non abbiamo da curarci degli uomini. L’ora è suonata di fare la loro disperazione in una rivolta universale, salasso cosmico” (vedi R. Guénon, cit. pag. 105). La densità di “cifra” di questa “cultura” della “dissoluzione”, i cui implicati personaggi Blondet snida uno a uno, annovera, riunisce e giustappone in un serrato sviluppo (del resto basta scorrere il folto indice dei nomi), è tale che sembra impossibile renderne un’idea, se non rifacendosi, brevemente, a qualcuno di essi a titolo di esempio. Tale scelta – tutta mia personale e con gli stessi limiti che, in queste pagine, vi si accompagnano – è nient’altro che poca cosa rispetto all’affollatissimo affresco di cui si diceva. Un affresco del male che sembra ripercorrere talvolta la vena polemica degli antichi scrittori latino-cristiani, ad es. un Tertulliano o un Lattanzio. 

Ho così brevemente profilato una prima possibilità di “lettura” del libro di Blondet, che io stesso lettore e non recensore, inframmezzerò, incautamente e forse indebitamente, di ricordi personali. Ceronetti, citato poco sopra, ha scritto tra l’altro, per i tipi della Einaudi, “Albergo Italia”, una raccolta di brevi articoli, in cui si parla anche delle “Pietre di Assisi” (una rapida visita turistica estiva tra gelati spiaccicati a terra, folle di pellegrini e bidoni pieni di spazzatura, dopo il terremoto del 1984 e molto prima di quello distruttivo del 1997, che tirò giù la volta dei “quattro dottori” della Chiesa, sfigurò i volti accostati di Chiara e Francesco e inflisse la perdita irrimediabile dell’allegorica rappresentazione cimabuesca della “chiesa del deserto”). Commentai rapidamente con Vittorio Sgarbi, subito accorso sul sagrato della Basilica, il sabato pomeriggio dopo le grandi scosse del 25 e del 26 settembre, i “simboli” per me evidenti di questa sorta di “dissoluzione”, entro la quale poteva essere colto un estremo significato “allegorico” del catastrofico evento naturale, trovandolo consenziente in questa lettura apocalittica, ben si intende a caldo, e nello strazio delle vittime restate sotto le macerie, due laici e due sacerdoti francescani. Francesco, non scordiamolo, è secondo la “lectio” agiografica bonaventuriana della “Legenda Major”, non solo l’ “Alter Christus”, ma anche l’Angelo del “sesto sigillo”, con veste di “diaspro e d’oro”, come appunto viene perfettamente rappresentato – quasi sicuramente per mano di Giotto – nell’allegoria delle vele dell’altar maggiore della Basilica inferiore, quell’umbratile e genuinamente romanica “chiesa della sofferenza”, rimasta indenne, a differenza di quella goticheggiante ed assai slanciata della “gloria”, che su di essa si eleva. Il “Paracleto” (letteralmente “colui che chiamo a me vicino” e per estensione colui che è chiamato per difendere, cioè il difensore o l’intercessore), nel Nuovo Testamento ha due significati: il primo indica lo Spirito Santo nella specifica funzione di sostenitore e di difensore dei cristiani nel mondo (Gv. 14, 16-17; 15,26; 16, 7-11; e 13-15) ; nel secondo significato, lo si ritrova nella prima epistola di San Giovanni (2, 1), per indicare Gesù Cristo, intercessore o avvocato (così traduce la Vulgata latina) tra Dio e gli uomini. All’ “Anticristo” accennano con vari appellativi S. Paolo (II Tess. 2,1-12) e S. Giovanni nelle Lettere (I,18-22) e nell’Apocalisse (11 e segg.), oltre che gli antichi profeti in vari luoghi. La tradizione giudaica ce lo presenta in genere come una potenza politica persecutrice dei fedeli: così il Gog e Magog di Ezechiele, le quattro bestie di Daniele, il tiranno del libro di Esdra, fino al Nerone redivivo degli oracoli sibillini. L’opinione dei Padri della Chiesa e in generale degli esegeti, se pure è concorde nella descrizione delle caratteristiche dell’Anticristo, ne dà interpretazioni diverse. Si tratterebbe, secondo alcuni, della raffigurazione simbolica in cui si nasconderebbero i tanti avversari della fede e della chiesa. Secondo altri si tratterebbe di un potentissimo e malvagio eresiarca, destinato a comparire verso la fine dei tempi per tentare di sedurre il genere umano, perseguitando chi gli resisterà. San Paolo predice che l’Anticristo sarà vinto da Gesù nel suo glorioso ritorno alla fine dell’epoca presente, nella “parusia”. La Chiesa non ha definito nulla su questa misteriosa figura, il cui numero è “666” e che continua ad incombere da “L’Anticristo” di Nietzsche (1888: vedi le moltissime citazioni di Blondet, tra le più numerose per i nomi richiamati nell’indice, dopo Cacciari e pochi altri). Di sicuro, quest’Anticristo non può essere Monsignor Milingo, genuino “stregone” africano di Lusaka, pecora smarrita di ormai 71 anni, fresco sposo di una sorta di “domina phitonys” nei panni di una grassoccia “dottoressa coreana” quarantunenne dal viso rotondo, i denti radi e belloccia a suo modo, probabile “ostaggio” della setta del reverendo Moon (“quantum potuit religio suadere malorum”, ovvero “religio mater superstitionum”, secondo Lucrezio). A parte l’inevitabile “scandalo” per la Chiesa (oportet ut scandala eveniant), che ovviamente si è cercato di tamponare con una dissuasione preventiva e un possibilissimo ed apertissimo perdono “ex post”, traspare dalla vicenda tutto sommato una più che ironica tragedia, dove però non si rinuncia affatto alla “spes prolis”, a differenza degli alti prelati pedofili (come anni fa il cardinale di Vienna) e per quanto il cardinal J. Daniélou (fratello di Alain, per il quale cfr. pag. 76-83 e passim), celebre teologo di Santa Romana Chiesa ed autore di testi fondamentali, fosse stato a suo tempo sorpreso a Parigi, in una casa d’appuntamenti d’alto bordo, già assai su cogli anni, come raccontarono allora i giornali. Molto più tragico e straziante, se fosse vero, l’episodio terribile, riportato nel libro “anonimo” “Via col vento in Vaticano “, ediz. Kaos, 1999, della morte di Don Orione, prima denigrato in tutti modi e poi, si sostiene, ucciso da un barbiere prezzolato, con l’infissione di un ago sul cranio. Ma torniamo ad Alain Daniélou, fratello del cardinale. Nato nel 1907 da una madre cattolicissima, musicista e pittore, praticante danza classica, è un omosessuale dichiarato. Non a caso si stabilì a un certo punto in India, dov’è più facile, nella grande povertà e senza rischi legali, trovare “Gitoni a pagamento ” (evidente in questo caso il riferimento di Blondet al Satyricon di Petronio). Dopo il 1956, torna in Europa, dove fonda l’ “Istituto Internazionale per lo Studio Comparato della Musica”, sedi Berlino e Venezia (pag. 81: in particolare la Venezia di Toeplitz e di Volpi di Misurata. Venezia, aperta ad ogni influsso orientale e dove oggi si colloca Cacciari). Sembra che tutto si rimescoli nella dissoluzione di Shiva. Ma il Dio del perdono assoluto di tutti i peccati, il vero ed unico Padre, è vero Amore: “Pater noster qui es in coelo”. Dopo “Gog e Magog”, forze bibliche scatenate, l’ultimo Papini, avvolto quasi nella cecità, concepì (1953) “Il Diavolo “, nella luce di una assoluzione paradossale, degna di un Dio supremo. Ma non terminò il “Giudizio universale”, cui lavorò per decenni, nel tentativo di realizzare un giudizio critico-religioso dell’umanità intera. Per noi, nati quasi alla fine della guerra, soppesando questo lungo volo del tempo, che ci ha visti crescere sotto il grande paracadute bianco del partito di De Gasperi, le vesti immacolate di Pio XII (che nel 1950 “incontrò “Gesù nei “giardini vaticani”) e l’intelligenza di un Einaudi (vedi pag. 85 – 86: io mi limito soltanto a ricordare “L’arte del buongoverno”, una splendida raccolta in due volumetti Laterza di saggi e di brevi articoli giornalistici, ancor oggi attualissimi), stranamente i versi di Pasolini – personaggio che Blondet non cita, forse anche perché P.P.P. si dissolse da solo, in particolare quelli de “La ricchezza del sapere”, o “Alla bandiera rossa”, o de “Il canto popolare” (Improvviso il mille novecento / cinquanta due passa sull’Italia: / solo il popolo ne ha un sentimento / vero: mai tolto al tempo, non l’abbaglia / la modernità, benché sempre il più / moderno sia esso, il popolo spanto / in borghi, in rioni, con gioventù / sempre nuove – nuove al canto), ci fanno venire la pelle d’oca. L’ultimo Pasolini, quello degli “Scritti corsari” (1975), articoli comparsi via via sul Corriere della Sera, egli, inizialmente “deceptus “, che apparve alla fine “redemptus”. Ma anche lui un “dissolutore”, suo fratello partigiano barbaramente assassinato da altri “partigiani”? Visse una sua fede P.P.P., la fede del suo tempo. Giancarlo Zizola, scrittore cattolico come Blondet, che iniziò da giornalista col Giorno di Mattei muovendo dalla Cittadella di Assisi, noto vaticanista ed autore di fortunati libri, nella biografia di Don Giovanni Rossi, il fondatore della Pro Civitate Cristiana, altro bellissimo libro cui mi sento legato da una sorta di memoria “testimoniale”, racconta di quando Pasolini, caduto nel bel tranello “da prete” di Don Giovanni, che gli lasciò sul comodino, ospite occasionale a Assisi per una notte, il Vangelo di Matteo, si infervorò talmente nella lettura, restando sveglio tutto il tempo, sì da concepire il famoso film in bianco e nero, che gli valse il premio O.C.I.C. nel 1963 (nella sala di proiezione, alla prima mondiale, ero presente, consapevole di questa sorta di miracolo avvenuto in terra di Francesco). Quel Cristo delle pietre e del deserto, arringatore aramaico dei “loghia”, appariva parimenti dotato del pienissimo carisma del sacro. La politica intesseva le sue trame di riconciliazione democratica tra le diverse componenti di un sol popolo. Era quella l’epoca del Cardinal Siri (pag. 112, 113 e 114) e del giovane Baget Bozzo (ibidem), suo diretto collaboratore in curia vescovile a Genova. Dopo la temperie “marxista”, che come un ciclone sconvolse la Cittadella a seguito della contestazione del ’68, e che alla fine fu spenta per forza di cose nel “dopo Moro”, venne il turno ecclesiastico di Baget Bozzo a correggere canonisticamente l’istituzione della Pro Civitate e qui l’incontrai piccolo e grassottello “katéchon”, dai capelli neri divisi e spalmati sul cranio. Negli anni “folli”, che pena Dom Franzoni, l’Abate di San Paolo, compostissimo “eretico” in perfetta buona fede, contornato da pii fedeli uomini e donne (mi facevano tenerezza), meno assai gli esagitati dell’Isolotto, nel desiderio di rivincite dopo i fatti del vescovo di Prato. E qual passione di straordinaria cultura e dono di parola, in Padre Ernesto Balducci, scolopio di Fiesole ed allievo di Papini, o la poesia autentica di un Padre David Maria Turoldo, anche lui di casa, qui ad Assisi, in quegli anni tutt’altro che formidabili. Erano quelli gli anni in cui una certa Italia si disfaceva e un’altra si stava facendo, all’inizio con un avvio lento e controllato. Col “Festival della Canzone Nuova” (che intendeva promuovere la canzonetta tra il “popolo cristiano” ad imitazione del festival laico e profano di Sanremo) si videro in “anfiteatro” – si chiama così uno dei giardini più ampli della Cittadella – cardinali paonazzi e cerimoniosi, ossequiati da cantanti di grido che si esibivano sul palcoscenico in nome di Dio in persona (gli stessi di Sanremo, dopo il successo di “Vola colomba bianca vola”, altrettanto ben pagati coi soldi del munifico dott. Furio Cicogna, allora presidente “cattolico” di Confindustria, con la tragedia alle spalle della perdita dell’unico figlio). E qui voglio ancora introdurre, brevemente, due piccole note. Su di un numero del settimanale Oggi, anno 1950 mese di agosto, allora diretto da Edilio Rusconi, comparve un pezzo di colore sul festival dell’Unità di Umbertide, di rara efficacia. Tutti mobilitati, si attendeva il comizio in piazza dell’onorevole Pajetta, vivacissimo personaggio di assoluto rilievo del Partito. Il segretario della locale sezione del Pci, un maestro elementare, inforca la sua moto rossa, con sidecar e moglie al seguito incinta, la quale sballonzolata per via delle buche stradali (la scena sembra quasi aver ispirato un episodio di un noto film di Tognazzi), finisce per partorire in mezzo a un campo. Intanto, Pajetta, fa sapere di non poter essere presente. A tenere il comizio viene infatti suo fratello. Nella ressa di bandiere e di canti nessuno si accorge di nulla. Più duro, quel servizio di costume a puntate, sempre su Oggi, in cui un sacerdote cattolico fa presente ai lettori che il satanismo gli sembra sempre più diffuso, anche tra persone insospettabili, considerando la drammatica ipotesi di una sempre maggiore diffusione in futuro. L’ordito terribile del saggio di Blondet ignora quisquilie del genere e va dritto al suo scopo. Il mosaico dei personaggi è quello delle realtà superiori, che trascendono ogni cronaca, anche se qua e là traspare lo scandalo dell’aneddoto (ad. es. il latinista e filologo Concetto Marchesi, comunista e massone, che avrebbe diramato l’ordine di esecuzione contro Giovanni Gentile: pag. 140, nota 2. Il che sempre attinge ad una “visio” del “sangue” che percorre il libro “profetico” di Blondet, considerati i fatti di cronaca che tutti i giorni grondano di orribilità macabra dai telegiornali e pervadono le nostre case. Il Prof. Marchesi, quello che nel 1969 diede da tradurre in latino agli studenti contestatori di Valle Giulia un brano dei pensieri di Mao, in cui si citavano banchi e arredi scolastici non da sfasciare). 

E siamo al punto. Blondet introduce meglio il ritratto di Cacciari (pag. 115-116), personaggio fondamentale nel libro per attualità ed importanza: “Lungo gli anni ’80, si tiene in Italia tutta una serie di convegni filosofici assai significativi. Destinati all’intelligenza del Pci che vi partecipa numerosa, questi convegni sono spesso diretti, o animati, da Massimo Cacciari. L’enfant prodige è ben accolto a sinistra: militante negli anni ’60 di Potere Operaio e amico di Toni Negri che allora insegna all’Università di Padova e lo presenta ad Alberto Asor Rosa, Cacciari è versato nello studio del pensiero negativo, ma al contempo operaista”. Qui in Assisi, in Cittadella, io stesso incontrai Cacciari, “filosofo nero-barbuto” come lo definisce Blondet, durante un convegno assai animato, in cui i partecipanti si divertirono un mondo a costruire, il primo giorno, un muro di mattoni, e poi a distruggerlo, l’ultimo. Si era ben lontani dall’idea del crollo del comunismo e l’evocazione era per l’appunto da intendersi tutto il contrario. Non ricordo l’anno esatto di quel convegno “cattolico”, sicuramente antecedente al delitto Moro. Qui in Cittadella, avevo incontrato, forse nel 1969, il contestatore Liguori, attuale direttore del TG di “Italia 1” e molti altri personaggi allora assai noti durante la contestazione. Nell’anno di Cacciari (non ricordo quando), mi tolsi subito di mezzo da un seminario mediatico (come al solito stavo curiosando), tenuto come in una sorta di circolo magico tra “maestro” (Cacciari) ed “allievi” (giovani silenziosissimi), nell’auditorium assai vasto della Cittadella, come tra cospiratori esordienti autorizzati ad apparire, alle cui attentissime orecchie il giovane filosofo “sussurrava” verità assolute. Di Toni Negri (pag. 115) sapevo dalle confidenze dell’ottimo prof. Sabino Acquaviva, personaggio impagabile, di grande umanità e modestia, autentica testa pensante e grande sociologo di Padova, suo stretto collega. Furono, quelli, gli anni “terribili”, derivazione e conseguenza del ’68. Il giorno stesso del rapimento Moro mi trovavo per caso proprio a Roma, appena poco lontano dal luogo. Avevo un appuntamento con la signora X, affascinante intellettuale, cara amica, che sapendo della mia passione per la poesia e il cinema volle presentarmi a Pasolini (una sera a Ostia Antica) e a Federico Fellini, suoi amici. Del resto aveva conosciuto molto bene Cesare Pavese durante il periodo romano (vedi Blondet pag. 236), fornendomi una versione disperata del suo suicidio, in parte metafisico e per il resto sentimentale. Mi narrò, quanto a se stessa, di un’aura di “magia sexualis” che pervadeva i salotti romani della cultura di allora (qualcosa che Fellini poi recupera e trasmuta in ben altro sfondo nella sua “Dolce Vita”), nel cui ambito potrebbero collocarsi anche il delitto Montesi o lo scandalo dei balletti rosa (con la danzatrice turca Aiché Nanà che si spoglia in un locale notturno di Roma), lei, la mia amica, insidiata allora, per lungo tempo, dallo sguardo torbido ed inquietante di un affascinante uomo di chiesa, un misterioso teologo spagnolo di cui non mi fece mai il nome, un’eminenza della Curia. Scampammo dal caos e dal coprifuoco a Preneste, visitando il Tempio della Fortuna, in una tersa giornata d’aprile. La mia bellissima accompagnatrice era stata, assai giovane, confidente anche di Cardarelli, il leggendario e tristissimo poeta intabarrato, che scriveva seduto sui tavolini di Via Veneto (a mio avviso il più grande poeta italiano del ‘900. Eugenio Montale – pag. 68, 84 e 130 – celebrò, invece, come “Clizia”, un’Irma Brandeis, della famiglia “frankista” del giudice della Corte Suprema U.S.A. e siamo negli anni ’30. Molto più “poeta”, Cardarelli, devoto in vecchiaia ad una pura bellezza, destinata ad apparire soltanto in trasfigurazioni tra le piaghe dei suoi ultimi anni). Su Jakob Frank, nato nel villaggio polacco di Korolowka nel 1726, fondatore della setta che si ispirava ai riti licenziosi della Grande Madre, vedi pag. 60 e ss. Per i collegamenti del “frankismo” con Giuseppe Toeplitz, banchiere della Banca Commerciale Italiana a partire dal 1915, fino a Mattioli, vedi in particolare pag. 41 e ss. Ma come giudica Blondet il ’68, visto che trascura ogni accenno agli anni del piombo? La rivolta del 1968 è invece ben presente (ad es. pag. 167 e pag. 171). Attraverso Blondet e con riferimento alla “Via della Mano Sinistra” (pag. 166), da (e con riguardo a) Georges Bataille, che ha recuperato Nietzsche al gauchisme, sappiamo finalmente come, dall’essere “di sinistra”, si giunge ad incontrare “la parte sinistra del sacro” (pag. 166). E’ l’irrazionalità distruttiva che deve essere scatenata. “Bataille vuole che la sinistra si armi delle stesse forze irrazionali, che rendono forte il fascismo”. E dunque, “il movimento del ’68 ci ha dato pur qualche esempio di questa liberazione”. E ancora oltre: “E’ fin troppo noto come il “movimento collettivo” del ’68 e la “società permissiva” che ne è nata, si siano iscritti in questa sfera batailliana: la perdita di intimità e di separatezza dei corpi nelle “comuni” o nelle bathrooms degli omosessuali di San Francisco e persino la messa in comune del sangue – nello scambio “rituale ” delle siringhe infette tra i tossicomani – tutto messo “in comune” nella festa crudele e necrofila della “rivoluzione culturale” tesa a sradicare furiosamente il fascismo che è dentro di noi, la superiorità gerarchica della volontà sugli impulsi primari”. “Sappiamo a cosa ciò ha portato: non ultimo il virus Hiv, che non attendeva altro che il contatto diretto di sangui”. “Nella sinistra, il lato nefasto, l’arma del sacrificio cruento; a destra, lato fasto, una torcia simile al sacro cuore: non il cuore di Cristo ma quello di Dioniso” (con riferimento all’immagine dell’Acefalo concepito da Bataille e disegnato da Masson). Quanto a me (genuino e sconosciuto inventore della contestazione “cristiana” pacifica e dialettica nell’ottobre del 1962 a Milano, l’anno in cui vidi morire in Galleria lo studente Ardizzone travolto da una jeep della polizia, poi l’anno dopo venne Capanna) non presi mai parte alla contestazione. Neppure ritornato agli studi dopo il servizio militare anticipato (da ufficiale di complemento, presso la caserma dove era radicata la “Rosa dei venti”, dove strinsi la mano – al circolo ufficiali – al Generale De Lorenzo e dove mi capitarono, in pochi mesi, alcuni incidenti sicuramente un pò strani. Poco dopo il “cadavere” eccellente del Generale Ciglieri, comandante di quel Corpo d’Armata, affabile e gentile come io lo conobbi). Il sangue delle trame politiche è ignorato da Blondet. Il suo è un argomento superiore, di potenze assolute, che sovrasta ogni aspetto minore e ogni dettaglio. La signora Z di cui dirò dopo, aveva conosciuto molto bene e frequentato Daniel Cohn Bendit a Parigi, il principe dei rivoluzionari del “maggio francese”. Anni dopo, in viaggio turistico nella Capitale, fui ospitato nella “péniche” ormeggiata sulla Senna (un’enorme chiatta di cemento risalente alla prima guerra mondiale) appartenente a un noto pittore di quei tempi folli, che ancora coniugava “angeli” e “sangue”, ed impastava colori e versi. Qui conobbi la più famosa attrice del teatro francese comunista del dopoguerra, con suo marito soggettista di Alain Resnais, cultore di “patafisica”. Il mio piccolo spaccato già rende l’idea di quale fosse il melograno. Nulla al confronto dell’immagine dell’Acefalo richiamata da Blondet (o una sorta di “dio-asino”, graffito su un antico muro a Roma). 

L’articolatissimo saggio di Blondet, che svaria rapidamente da un richiamo all’altro, non può che essere letto e gustato direttamente (talvolta con raccapriccio), tanto è ricco di “materia”, di nessi e di relazioni. Sospesa tra Cristo e Dioniso, la nostra età potrebbe scivolare ancora nelle spire di Shiva, il dio della devastazione. Per capire questo sfondo, basta andarsi a leggere la sapida locandina di presentazione. “Inquietante” come non mai, questo saggio completamente al di fuori dai canoni, “descrive il lato d’ombra d’una battaglia” che come spiegava San Paolo agli Efesini, “non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro Principati e Potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. L’avvio, con l’intervista a Cacciari (e col tantissimo che sta in mezzo, disposto nei vari capitoli), è la chiave stessa che dovrebbe condurre a soluzione, che per quanto nascosta, traspare a mio sommesso avviso tutt’altro che criptica, proprio nell’ultimo capitolo, abbondantemente preparata ed argomentata per chi abbia orecchie per intendere. Siamo, come detto, alla fine del 1994, ben dopo tangentopoli e nessun Di Pietro (per altro da me conosciuto a Roma appena ai suoi esordi) è mai citato. Non c’è posto nel saggio di Blondet per questi aspetti che attengono alle vicende politiche e giudiziarie più o meno recenti del nostro Paese. La trama d’ombra, che prende avvio da questa intervista con Cacciari risalente al 1993, è però “politica” per eccellenza, in quanto essenzialmente e paradossalmente “teologica”, stagliandosi in un ambito metafisico superiore, dove campeggia, in definitiva, la soprastante, fondamentale e preordinata questione dell’ “etica”, il vero oggetto d'”afflizione” in questo turbine delle dissoluzioni, che andrebbe dunque meglio vista, nel suo più corretto significato di verità cristiana. Per me credente, giovane matricola un anno avanti negli studi, “borsista” alla Cattolica di Milano, ammesso a mensa accanto al direttore Umberto Pothosnig e in conversazione con Giacomo Vaciago, allora al terzo anno di Economia e Commercio, la Banca Commerciale Italiana era appena un nome, un luogo dove poter cambiare gli assegni allo sportello. Ma i fatti erano lì. C’era la trama invisibile che dal banchiere Toeplitz, che nel 1915 era divenuto il capo supremo della Banca Commerciale Italiana, porta dritto a Mattioli e al suo successore Enrico Cuccia (con tanto di tomba profanata). Nel 1986 l’affascinante signora Y, con superattico nel centro di Milano e di sovente Bettino Craxi ospite a cena, che appunto avevo conosciuto ad un convegno su Pasolini e che sapeva dalle mie confidenze di me studente (da allora non ero più tornato a Milano!), mi diede un appuntamento proprio a Piazza S. Ambrogio e di lì mi condusse subito con la sua auto all’abbazia benedettina di Chiaravalle, tenendo in particolare a mostrami il cimitero. Il suo piacevolissimo sorriso mi indagava curiosamente, io completamente ignaro e sprovveduto. Un’iniziazione inconsapevole? Soltanto leggendo il libro di Blondet ho collegato questo “ricordo” con il “fatto”, che allora mi colpì inesplicabilmente, per una sua certa atmosfera sfuggente, senza una ragione plausibile. Del resto, come ho sempre fatto, sono sempre vissuto isolato, via quell’infezione che purtroppo incontravo non appena fuori delle mie piccole abitudini, “in parvis quies”, come si legge sullo stipite di una porta d’ingresso sulla via appena sopra l’Istituto di Matematica del prof. Bartocci. Cacciari ama venire spesso a Assisi (l’ho incrociato l’ultima volta durante le scorse vacanze di Natale) e ci deve essere una ben forte attrazione tra i luoghi francescani e una certa parte politica e ideale, se la Cavani girò qui il suo primo Francesco, sulla scia del Francesco giullare di Dio di Rossellini, ambientato invece nel Lazio (direttore del Festival di Venezia fu per un certo periodo un assisano, il giornalista di “Epoca” Meccoli, che poi si preoccupò, molti anni dopo, del perfetto restauro della pellicola di Rossellini, ormai del tutto logora). Cacciari, qualche anno fa, fece un’altra comparsa in Cittadella, discutendo, in occasione di un convegno cattolico, con un approccio assai negativo ma spalleggiato da un teologo d’apertura a lui decisamente concorde, dell’assai complesso e difficile libro del fisico teorico americano Frank Tipler, “La fisica dell’immortalità” (Dio, la cosmologia e la resurrezione dei morti), in un contesto che si richiamava ai rapporti tra scienza, politica e società. Chi ricorda la trasmissione “Satyricon” su Rai due, appena qualche tempo fa, in costanza di elezioni (non dico il romanzo di Petronio scritto nell’età della dissoluzione neroniana, un misto di prosa e versi in forma di menippea e neppure il film di Fellini, che ben prima di “Prova d’orchestra” ed in anni meno sospetti, sembrava anch’esso alludere ad una sorta di larvata censura al regime), sa bene che nella seconda puntata di questa trasmissione, dopo l’artificiale e voluto scandalo, subito rientrato, seguito alla prima puntata, Daniele Luttazzi introdusse l’ospite Cacciari, che per un buona mezz’ora si mise a parlare del “katéchon”! Ed ecco che finalmente ci siamo. Nella fecale Venezia, segnata poi dal rogo della Fenice, che ancora non risorge dalle sue ceneri, Cacciari esclama davanti a Blondet, che l’intervista: “Il Papa deve smettere di fare il katéchon!“. Questo Papa polacco, devoto alla Vergine che schiaccia il serpente, sangue del sangue polacco, schiacciato dal nazismo e poi dal comunismo, il grande ostacolo, il “trattenitore” dell’Anticristo (vengono i brividi al pensiero della sequenza profetica dei “papi ” secondo Malachia). Il senso nascosto del libro di Blondet, si raccoglie nell’ultimo capitolo (cfr. pag. 249): “La demonologia dei giorni nostri può essere solo un genere letterario”. L’innominato interlocutore del bar di Wiesbaden, infatti, gli suggerisce direttamente: “Scriva un romanzo, un racconto fantastico, non un saggio”. Il misterioso personaggio di chiusura non è certamente Cacciari, che parla invece all’inizio – “Voglio dire che Lei, come cattolico, sa come finirà. Verrà l’Anticristo e trionferà, ma sarà sconfitto”. Ebbene, il motivo del “katéchon” è riaffiorato integro, ex verbis et tota substantia, a Satyricon, segno evidente della coerenza di Cacciari, ed anche delle verità di Blondet. Senza dover chiamare in causa Spengler (citato a pag. 143), siamo per davvero al “tramonto”. L’Anticristo sarebbe per Cacciari questo capitalismo onnipervasivo (alla Mac Luan, mediaticamente entrato nel vivo delle coscienze), con l’oltraggiosa moltiplicazione di pani e di pesci (ben inteso sintetici), a danno dei sazi e dei tantissimi affamati, coi suoi tanti logoteti territoriali. “Quindi esso deve sparire”. Singolare versione, che vorrebbe giustificare la “dissoluzione”, come pura antitesi – fertile e benefica – in un processo triadico, in vista della liberazione finale dell’uomo. Come dire: un altro Vangelo (il quinto per l’esattezza secondo Pomilio – neppure lui citato). Però a suo tempo ampiamente snidato, nella “sua” inaffidabilità, sia da Armando Plebe che da Augusto del Noce (quest’ultimo filosofo cattolico presente nel saggio di Blondet, pag. 11, 88 e 247). I tempi ultimi dell’escatologia cristiana (pur confusi nelle diverse versioni temporali, ma non quanto ai modi) non possono certo risultare schiacciati sull’asse delle ascisse, poiché possiedono la formidabile ordinata spirituale della resurrezione, unica promessa di un Dio vero, e cioè di un Dio di salvezza. Scordandosi che i cristiani non accolti scuotono la polvere dai calzari e riprendono il cammino, Cacciari, che pure riconosce una chiesa “pellegrina in terra”, ritiene che Cristo abbia casa dovunque. Ergo, se “per anni la minaccia comunista ha causato un’alleanza forzata tra la Chiesa e il sistema laico borghese” (pag. 11), “ora quest’alleanza, che era finta fin dal principio, non è più possibile”. “Nessuna composizione tra la Chiesa e lo spirito borghese, con la sua etica laica”. “Il cristiano deve mettere in discussione ogni sistemazione puramente terrena. Lui pellegrino su questa terra sa che ogni sistemazione della Città dell’uomo è transeunte, che deve essere superata”. “Il sistema borghese tollera di essere discusso solo al proprio interno”, sancì infine Massimo Cacciari. “Verso ciò che è esterno ai suoi valori, non ha pietà”. I passi assai più ricchi ed articolati dell’intervista a Cacciari, con la quale si apre il libro di Blondet, furono nuovamente ripercorsi a Satyricon, ovviamente secondo una “vulgata” televisiva, destinata a tutti gli ascoltatori. Una tale coerenza si spiega soltanto con un’altra coerenza sulla quale è bene tacere.

Una bella “teoria”, quella del filosofo Cacciari, che riduce l’etica a costume, confondendo la morale col prodotto storico della società e dei suoi rapporti di produzione, ignorando di sana pianta ad es. “il discorso della montagna”, in cui Gesù Cristo, “salvatore di tutti figli”, con un argomento, questo sì rivoluzionario, rovesciando ogni prospettiva della vana ragione, benedice letteralmente gli ultimi in tutti sensi. Il chicco di grano destinato a risorgere in spiga, deve macerare sotto terra. Tra il fatto della morte e la speranza della resurrezione, corre l’abissale distanza del “regno”. Nel Protovangelo di Tommaso, si legge: “Se qualcuno vi dirà, ecco il Regno è nell’aria, Io vi dico che gli uccelli vi precederanno. Se qualcuno vi dirà, ecco il Regno è nei mari, i pesci vi precederanno. In verità Io vi dico che il Regno è in voi e fuori di voi”. Come diceva Catone il Censore, con colorita espressione di sdegno: “Laudant arvolas (gli sparvieri che volteggiano sui campi arati), censent columbas”. La dissoluzione è il sovvertimento del vero. E’ la menzogna, il nemico. I veri “adelphi” della dissoluzione sono in questo senso alchimisti e teurgi della politica dell’uomo, che trascurando la pietra filosofale dell’etica cristiana, trasmutano l’oro della vita – santificato dall’esempio sublime di San Francesco – in piombo, con ciò ingrigendo la luce stessa del sole. Ad essi darebbero mano uno stuolo di allievi “sapienti”, costruiti in laboratorio, come forse fu negli anni della nostra giovinezza, quando all’improvviso dal “Christus vincit” che si elevava nelle ali sonore delle cattedrali, in quell’Italia “spanta” nei borghi, si passò ad altri cori di guerra, in città sempre più convulse, che inneggiavano tempestosi e scomposti a santi stellati ed a certissime “promesse” di autentica “liberazione”. Sicché la straordinaria definizione che Dante dà del ” diritto”: “Ius est hominis ad hominem proportio, qua servata societatem preservat, corrupta corrumpit” è posta in non cale. Ancora Blondet: “E’ già accaduto: ogni rivoluzione – la francese, la bolscevica, quella rivoluzione dei costumi che fu il ’68 – sono state a lungo preparate con libri, diffusione di idee, miti sentimenti collettivi; ciò che oggi si chiama “industria culturale” e nel linguaggio della magia, si chiamava evocare “le potenze dell’aria”” (pag. 20 – Adorno è anche lui citatissimo, ben 14 volte). Shiva, il distruttore, è dunque tra noi? “Le parole di Massimo Cacciari sembravano iscritte in un cattolicesimo estremo, in certo senso estremamente “puro”; in realtà, mi parevano alludere a un progetto radicalmente contrario alla fede” (pag. 14). “Rammentai la maledizione di Isaia (5,19): “Guai a coloro che dicono: “Si affretti, si acceleri l’opera sua/ affinché possiamo vederla; / si avvicini, si realizzi il progetto del Santo d’Israele / e lo riconosceremo”. / Guai a coloro che chiamano il male bene e bene il male/ che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre””. E’ questa la traccia che il supercattolico Blondet ripercorre. La traccia della dissoluzione. Del resto è scritto nei Vangeli che si sarà perseguitati nel Suo nome. 

Federico Caffè decide un bel giorno di sparire. Nessuno sa se possa essere ancora vivo oppure se è già morto da tempo. Forse fu a causa delle terribili amnesie che lo stavano distruggendo. O forse fu la delusione di non vedere realizzati i suoi nobili progetti di economista. Nel libro di Blondet compaiono anche degli economisti (non certo Caffè), ma ad es. Piero Sraffa, l’autore della “Produzione merci a mezzo merci”, figlio del Rettore della Bocconi, scappato dall’Università di Cagliari ed approdato alla corte di Lord J. Maynard Keynes (pag. 72,73,74 e 86). Perché proprio Sraffa? “E’ noto che Sraffa aprì al suo amico Mattioli un contatto privilegiato con il Pci”. “Sraffa fu il trafugatore dei Quaderni dal carcere di Gramsci per conto di Togliatti”. E ancora: “George L. Mosse ha affermato che Sraffa e Keynes erano omosessuali. La stanza di quest’ultimo era piena di quadri erotici con soggetti gay”. Uno strano ambiente l’Università di Cambridge. Nella sessione di febbraio del primo anno d’università, rientrato da Milano a Perugia, mi imbattei per l’esame di economia politica nell’allora giovanissimo prof. Luigi Spaventa al suo straordinariato, proveniente dalla scuola liberale di Giuseppe Ugo Papi, ma scopertamente di sinistra, che mi interrogò proprio su Sraffa e la sua teoria (un famoso saggio di meno di cento pagine) che gli è valsa la notorietà. Col centro sinistra erano caduti certi steccati. Il nuovo Papa contadino, dotato di immensa carità, aveva benedetto eccezionali folle di pellegrini. “Quando tornate a casa, date un bacio ai vostri figli!”. Fu Papa Giovanni XXIII a sostenere teologicamente che si deve perdonare agli erranti, non però all’errore. Erano quelli gli anni giusti. E perciò, non soltanto la fede salva, ma anche la buona fede. Negli inquietanti “personaggi d’affresco” di Blondet, ci può essere una larvata loro “buona fede”? O incarnano essi il male assoluto, totale, irrimediabile? Mi sembra questa una domanda non trascurabile. Per trovare una risposta all’interrogativo (che in buona sostanza può derivare dallo stesso punto di domanda col quale il libro di Blondet si chiude: – “Sbaglio?”), dobbiamo ripercorrere le vie dell’Anticristo. Io mi sono formato leggendo Carl Adam e Padre Giuseppe Ricciotti, il fondatore dell’Enciclopedia Cattolica. Si dirà: roba superata. Ma che c’è di più e di meglio dopo? “Dio esiste” di Hans Küng, o la teologia del “Dio è morto”? La Chiesa è una “societas” nel tempo, ma anche fuori dal tempo. Storicamente fallimentari furono tutti tentativi (come una volta in Paraguay) di una società politica in mano a religiosi cattolici. La Chiesa non ha questo bisogno e questa vocazione, così come nessuna metafisica ha a che fare (se non indirettamente) con la prassi. Dal Vangelo, ben inteso, si possono ricavare tutte le norme “agendi” della vita economica e sociale, nessuna esclusa. Ma è la centralità dell’individuo davanti alla propria coscienza, il mistero della vita e della morte, che impegnano, molto più direttamente, dinanzi al limite teologico del peccato. Il Regno non è di questa Terra. Giorgio Caproni (“seguita a pullulare vita-morte, tenera ed oscura, chiara e inconoscibile”) incita in un’altra sua poesia il “vetturale” ad andare oltre, ma la strada è terminata. I dubbi religiosi di Caproni, concisamente resi in versi straordinari, per chi conosce le sue poesie, sono i dubbi di ciascuno. Nessun uomo ha vera fede. Ma tutti la possono trovare, a un certo momento. Nessuno può quindi scagliare la prima pietra, né di questo si tratta. Gesù non predicò virtù straordinarie e impraticabili, si rivolse ai semplici, agli esseri comuni. La libertà di Francesco venne quindi da una prigione che lo teneva astretto come persona, ed evaso dal sé, senza però dimenticarsi come uomo, si ubriacò di beatitudini, ricercandole con quella tenacia assoluta di chi si condanna ad una disciplina di libertà e fede assolute, che impone ad ogni giorno tutta la sua pena. Il male si traveste. Il menzognero combatte per una unità o identità cui non potrà mai pervenire. Il suo dramma è l’impossibilità di essere se stesso, diversamente dalla dolce colomba, simbolo del paraclito (e di cui lo stesso nome di Jahweh sarebbe un acronimo). Chiedo agli “Atti degli apostoli” di Ricciotti, Lettere di San Paolo, (1958, vol. II), di venirmi incontro e di lasciarmi copiare liberamente il suo commento (ai Tessalonicesi 2, 6 e seguenti). Sulla “parusia” non c’è alcun accordo tra le fonti. Paolo respinge l’opinione che sia imminente il giorno del Signore, per la ragione che ancora non sono avvenuti i fatti che devono precederlo come segni precursori. Questi fatti sono l’apostasia, certamente religiosa e non politica e la comparsa dell’uomo del peccato. Quest’ultimo è il figlio della perdizione: è anche colui cui fa resistenza il “katéchon”, ma questi, secondo la “profezia”, sarà, negli ultimi tempi, “tolto di mezzo” (II Tess. 2,6). Egli si sta insediando nel santuario spacciandosi per vero Dio. L’uomo del peccato ancora non può rivelarsi perché esiste ciò che (al neutro) lo trattiene dal rivelarsi. Esiste colui che (al maschile) “trattiene adesso”. Verrà un giorno che questo ostacolo verrà tolto di mezzo. Al mistero dell’iniquità corrisponde il mistero opposto, ossia quello dell’equità e della giustizia (idem nei manoscritti del Qumran). Ma frattanto il mistero dell’iniquità, sebbene ostacolato, opera internamente per preparare la rivelazione dell’uomo del peccato. Quando sarà tolto di mezzo l’ostacolo, allora si rivelerà l’iniquo e avverrà la “parusia” di colui che rappresenta l’iniquità. Ma all’iniquo e alla sua parusia si contrapporrà Gesù con la manifestazione della sua parusia. Gesù ucciderà l’iniquo con un semplice soffio della sua bocca e distruggerà la parusia di lui mediante la propria. La parusia dell’iniquo è conforme all’operazione interna di Satana con ogni possanza, in quanto l’iniquo si manifesterà fra ogni sorta di prodigi menzogneri. La parusia dell’iniquo guadagnerà a costui tutti coloro che si perdono, ed essi otterranno tal sorte perché non possedevano l’unico mezzo per salvarsi, cioè l’amore per la verità. Ho svuotato le molto più belle e ricche parole del Ricciotti, senza però far torto ai significati. Blondet si accosta al tema della parusia del male, ci fa sentire il fiato velenoso e sanguinario dell’uomo di menzogna. 

Blondet insegue, ripercorre, smaschera un possibile e ben radicato e ramificato filone della dissoluzione, quello che si cela nei fatti della cultura e del pensiero iniziatico, destinati ad influire enormemente e per risonanza in una società di massa, oggi pervasa dal consumismo sfrenato e da una notevole perdita di identità dopo le vicissitudini terribili di questo intero secolo alle spalle. Vi si aggiunge il peso stesso delle contraddizioni umane, legate ad una antropologia intrinsecamente limitata e alle condizioni di vita sociale in certe parti del mondo ancora drammatiche e disastrose. Su questo scenario, già di per sé catastrofico (e sub signo contradictionis), si innesta il duello metafisico di Blondet tra bene e male. Ciò che, da adulti informati, possiamo convenire di chiamare (credenti e non credenti), Paraclito ed Anticristo. I cattolici, che possiedono come detto una fondata prospettiva verticale, hanno ragione di cogliere, con preoccupazione, i segnali di Shiva e di Dioniso, entità disgregatrici, e metafora del male, che sono all’opera sulla ribalta del tempo e sul palcoscenico della storia. I marxisti, nello loro escatologia monodimensionale, ritengono o hanno ritenuto invece che i tutti segnali della dissoluzione fossero comunque l’avvisaglia di tempi migliori a venire, del realizzarsi ultimo della storia umana per sorti magnifiche e progressive, per poi finire a propria volta in un bagno di sangue nei lager del paradiso promesso. Una terza componente (distruttiva, satanica, nihilista, soltanto figlia di se stessa e del male, in quanto privato del bene), sarebbe del resto emersa in questi anni di apparente “pace augustea”, dalle condizioni stesse dei tempi moderni, che sono sotto gli occhi di tutti. C’è poi l’umanità gemente, la più parte di noi che si trascina come cosa, quasi nulla avendo da sperare. Ma il “là” dove si muore di fame, sembra sempre più corrispondere al “qui” dove si muore di vita. Troppe componenti diverse, e su piani distinti, interagiscono violentemente, passando dalla sfera del corpo alla sostanza dell’anima. Blondet potrebbe aver individuato, in questa terribile scissione rimescolante se stessa di una certa cultura iniziatica (ben oltre il “cui prodest”), una radice metafisica esplicativa, il che farebbe parte del “serpente” e non della “colomba”, senonché è l’essere infidi come serpenti la virtù stessa che permette di restare colombe. Il gap è di quelli tremendi. I tempi sembrano consumarsi senza l’aria di un rinnovamento. Anzi l’alito della morte stagna sulle nostre soglie. L’Anticristo (che opera da dentro tutti gli ” idola”, compresi quelli baconiani) è il veniente e lo si teme, se non fosse che fede, speranza e carità, indichino anche il “katéchon” o il “defensor pacis”. Il capitalismo ha, può avere, un volto umano? Una tale domanda, che è poi quella di Cacciari, emerge chiara dal libro di Blondet, il quale si abbandona, forse anche per una disperazione della ragione, a visioni di sangue, che indubbiamente quest’epoca evoca e quasi invoca, in un crescendo rossiniano. Sono quasi giunto al termine di questo scritto, che a questo punto non posso neppure ritenere passabile. Ciò nonostante cercherò di essere chiaro, almeno nelle mie intuizioni soggettive. Il satanismo affligge d’un male sotterraneo questa società occidentale, racchiusa nelle sue prigioni di cemento, non più a contatto con la magia naturale delle cose e gli antichi spiriti animistici, che pure un tempo agitavano altri terrori. Blondet cita (pag. 182) Massimo Introvigne, che in Italia è riconosciuto studioso del fenomeno satanista. Delitti inauditi. Il maligno sembra dunque scatenato. E c’è chi lo invoca in fedi e riti rovesciati. Fu una volta che mi trovai a Neûchatel, a casa di una ragazza che lavorava nella locale Università, Facoltà di Filosofia, con un fratello traduttore di testi assiro-babilonesi. Saltando una bassa finestra, si era subito dentro il giardino di Monsieur Du Peyru, l’amico di Montesquieu, uno dei luoghi magici della città, sulle rive dell’omonimo lago. Bene, non so perché, in quella casa silenziosa e come in ascolto, si trovava appesa ad una parete una grande e straordinaria effigie satanica in legno, molto più che a mezzo rilievo. Mi disse che era un lavoro artistico, per altro di assai bella fattura (pur nella sua indubitabile simbologia) del folklore del Jura. Ma anche per adorare Satana bisogna avere una fede. E può essere che simili fedi siano in effetti un bisogno, quale esso sia, di questa povera umanità smarrita, in passato più che altro avvilita nel corpo e forse oggi molto più percossa nell’anima. Blondet affronta, nell’intervista a Cacciari d’apertura, il problema – a mio avviso fondamentale in tutto il contesto del saggio – cioè quello dell'”etica”, che una volta raccolto con straordinaria efficacia nel primo capitolo, poi per così dire si interra, e diviene nel resto del libro un filo sotterraneo, sopra al quale seguiterà, invece, ad emergere, con pieno risalto, il tema scoperto dell’Anticristo. L’etica (o meglio il problema etico) ricompare alla fine, nel dialogo con l’innominato personaggio dissuasivo (una sorta di “alter ego” dialettico? – pag. 226), nei terribili accenni all’epoca moderna. Secondo quanto asserisce lo sconosciuto: “L’uomo e il danaro non hanno più bisogno l’uno dell’altro. Il danaro si produce da solo. E l’uomo verrà speso o sarà investito come lo è stato il danaro in passato. Il rischio allora era di perdere tutto il danaro. Adesso il rischio è di mettere in pericolo moltissima gente”. Siamo nello sprofondo, più assoluto e cupo, dell’abisso dell’Anticristo. L’uomo non è più lo sfruttato produttore di un “plus valore”, è divenuto cosa, materia informe, carne e spirito “cose”. Per Cacciari esiste soltanto l’etica dell'”ethos” greco, corrispondente al “mos” latino. Da buon marxista, che sembra aver scambiato Atene per Sparta, pur citando Erodoto, che aveva tutt’altre origini, Cacciari si rifà al mito più che altro linguistico (dal momento che è in effetti una concezione distorta e irreale la sua), che appunto negando ogni soggettività dell’etica, sia dunque la “dimora” – ethos in origine – a radicare l’uomo alle proprie radici, a una stirpe, a una polis, a un linguaggio. Pertanto si tratta di destini segnati, di condizioni oggettive fissate dalla realtà e dalla necessità. Equivocando in modo assoluto un passo di Erodoto (“la legge della polis è l’immagine di Dike”), di tutt’altro significato, e portando come esempio di rottura la figura di Socrate, Cacciari argomenta che soltanto con il cristianesimo furono sovversivamente spezzati in maniera definitiva i legami fra gli dèi e la società. Gli dèi di ferro della “polis” radicavano l’uomo, lo riparavano dalla “de-cisione” (dal taglio). Fu il cristianesimo a dare una “tragica libertà” all’uomo, di cui la Chiesa è pienamente consapevole. “Per questo – secondo Cacciari – tutta la cultura cristiana è un correre ai ripari contro la tragedia che ha provocato, una tensione disperata a riparare il pericolo che viene dalla frattura tra la Città di Dio e la città dell’uomo”. Blondet afferra (ripensando all’intervista – pag. 14) il reale significato di queste parole, celato nelle ambiguità e nella copertura ” verbale”. In realtà esse riflettono un “progetto radicalmente contrario alla fede”. Se esistesse una dimensione autenticamente individuale, di autentica responsabilità personale nella scelta, com’è nella religione cristiana, cadrebbe ogni collettivismo. In questo, senso l’etica individuale sarebbe dirompente, assolutizzerebbe la persona, com’è tuttavia in realtà, pur nei doveri verso gli altri sempre pari a se stessi. Cacciari aveva preteso di cancellare, di abrogare, i primi due comandamenti della tavola della Legge, per sostituirvi il vuoto. Ed eccolo qui, il primo zampino della “bestia” che relativizza l’assoluto, e assolutizza il nulla. Una stessa umanità-merce era nei plumbei sogni di prometei illusi, che avevano ucciso la ragione, pur partendo dalle cose. Domandiamocelo davvero visto che il distruttore del comunismo sovietico recava sul cranio l’enorme voglia rossa del colpo mortale di piccone che sfondò il cranio di Trotsky! E’ andata proprio così. Cosa ci ha mostrato veramente la “storia” con le sua antistorie, ed il mio riferimento è qui fatto al forse dimenticato Fabio Cusin e al più attuale Bruno Giordano Guerri? Forse che si aveva ragione? Cosa ci daranno poi le tanto deprecate ” democrazie” di massa, mediatiche ed orgiastiche? Ci potrà essere una vera coniugazione tra socialismo, capitalismo e democrazia, come argomentava l’economista Schumpeter? Ed ecco che il ” lettore” che sono e che ha molto apprezzato il libro di Blondet, per colmo pretende di avere una sua risposta, non dopo aver evocato un altro dei suoi modesti ricordi. Sotto un affresco di Giotto conobbi la Signora Z, un’esperta di linguistica che parlava correttamente più di una mezza dozzina di lingue straniere, compreso il greco moderno, che si definiva “prussiana”, con casa sui Pirenei non lontana da Lourdes e l’altra a Berlino. Scopersi per puro caso che una sua valigetta di considerevole mole, era ricolma di valuta pregiata, marchi, dollari, sterline. Mi chiarì, allora, di essere un “ambasciatore” della “massoneria internazionale” (sic!), non dopo avermi mostrato uno sguardo feroce, per me terrificante. Fatto è che ricevetti una sua lettera da Cipro durante la famosa crisi cui presto seguì il conflitto greco-turco. Nel libro Blondet parla di massoneria e di intrecci legati all’argomento. Lascio ad altri questa materia, rivisitata da Blondet. Poco sopra ho appena accennato al problema “politico” dell’etica. Chiarisco adesso il richiamo. S. Alberto Magno (1193-1280) scrisse, tra l’altro, un’opera di etica, intitolata “De Bono”. Contemporaneo di Innocenzo III, il Papa delle “decretali”, un Magister Rufinus (canonista benedettino all’Università di Bologna a metà di quel secolo, le cui decretali sono state raccolte in Germania in un corposo volume pubblicato negli anni ’50), che fu anche vescovo di Assisi, scrisse in quest’epoca, forse un po’ prima della nascita di San Francesco, uno straordinario trattatello, il “De Bono Pacis”, collocabile senza dubbio dopo la pace di Costanza tra i Comuni e il Barbarossa. Magister Rufinus è stato canonico dell’omonima Cattedrale romanica di Assisi (la cui facciata risalente a quest’epoca potrebbe essere ispirata ad un’opera profetica di Gioacchino da Fiore). Tenne il discorso d’apertura del Concilio Lateranense III, fu intimo dell’Abate Pietro di Montecassino (il famoso monastero benedettino distrutto nella seconda guerra mondiale, nella cui biblioteca si conservò il prezioso manoscritto numero 238 di questo straordinario trattatello), e molto probabilmente fu egli stesso abate del soprastante monastero del Monte Subasio, di antichissima e meravigliosa struttura architettonica, non lontano dall’Eremo francescano delle Carceri. In vecchiaia Rufino si ritirò presso il monastero di Fonte Avellana (si consideri l’etimologia del nome, che richiama direttamente la “colomba” del Paraclito). Si può azzardare, con buona probabilità, un rapporto diretto tra il giovane Francesco e Rufino, ancora in vita. Si salderebbe, così, un misterioso “circuito” dello Spirito, su pochi acri di terra assisana, che dal poeta latino-etrusco Aulo Sesto Properzio “fervente poeta d’amore” (è di Properzio il verso che “Amore è un Dio di pace”!), porta alla famosa benedizione francescana del “Pax et Bonum”. L’operetta è di quelle straordinarie. Si tratta di un meraviglioso testo letterario, politico, morale, giuridico, teologico e metafisico, il cui “incipit” si diparte dall’interpretazione simbolica della stessa parola PAX (“come dunque per pronunziare la lettera P le labbra si spalancano di più, affinché la voce stessa formata sia profferita, così tutte le cose, che erano nascoste nel segreto dei disegni divini, quasi suono della voce concepita nel cuore, hanno incominciato a formarsi e ad aprirsi per l’opera della creazione”) per arrivare alla pace perfettissima della “Gerusalemme celeste” (libro primo), e, attraverso la serrata analisi della “Pace tra gli uomini” (libro secondo), alla riconciliazione nel bene del consorzio storico. In un’epoca come la nostra, dove l’ONU ha emesso numerose risoluzioni sul c.d. capitalismo etico, il trattato di Rufino giunge attualissimo, attraverso la distinzione, assai coerentemente argomentata con una grande mole di richiami biblici nonché a fonti classiche greche e romane, tra la “pace d’Egitto”, quella di “Babilonia” e la “pace di Gerusalemme”. Inutile chiarire oltre che la pace d’Egitto è quella delle potenze del male, la pace di Babilonia è quella dei mercati, la pace di Gerusalemme è invece quella storicizzata dell’umanità in concordia, quella pace che sarà la stessa di San Francesco. Occorrerebbe leggere direttamente questo eccezionale trattatello, per rendersi conto della sua stupefacente ricchezza ed assoluta modernità, tali da non credersi. Il male che insidia l’uomo dall’interno stesso della storia è come il male dei non vedenti. “Frapponendosi tra eletti e reprobi immensi spazi, ed essendosi rafforzato in mezzo il grande caos, come ad opera degli eletti non potrà essere alleviata l’infelicità dei malvagi, così ad opera dei malvagi non potrà essere inquinata la felicità degli eletti”. Questa chiusa finale del “De Bono Pacis” riflette direttamente il “super vos non praevalebunt”, nell’intelligenza serpentina del male e nell’afflato d’aria della colomba che s’innalza.

Potrebbe Blondet aver esagerato nella sua “visio sanguinis”, estremamente cruda e diretta. Ma potrebbe anche aver visto giusto, al di là della folla dei personaggi chiamati in causa e delle trame d’ombra del male assoluto, che ritiene di aver snidate. Chiudo con le sue stesse parole (pag. 238) e con un invito a leggere questo saggio “portentoso” e “allucinato”:  

” – Ma quale mondo è? (l’Innominato del penultimo capitolo, “Sospira e guarda l’orologio”)

– Il mondo della Potenza. Il concretissimo mondo della Shakti. Ma il mio treno sta per partire. Lei pensi a dare al suo libro forma di romanzo [come appunto nel caso di Marc Saudade, lo pseudonimo dell’ignoto autore di “Bersagli mobili”: vedi pag. 223]. E’ il solo modo per diffondere notizie non deformabili, mi creda”.

 

Arcangelo Papi è nato nel gennaio del 1944 ad Assisi, città dalla quale non ha mai voluto distaccarsi, venerando San Francesco. Per parte materna ritiene di discendere (secondo tradizione familiare) dal Conte Alberto Boschetti, primo ministro a Ferrara del Duca Alfonso D’Este, che lo fece processare e condannare a morte nel 1512, a seguito di una congiura di palazzo dai risvolti assai intricati, sventata durante una festa di carnevale. I discendenti del Conte Boschetti si rifugiarono in Umbria , in terra pontificia, dove acquistarono il feudo di Casteldarno, nei dintorni di Assisi e al confine con il territorio di Perugia, appartenuto alla famiglia fino all’inizio del secolo scorso. Borsista all’Università Cattolica di Milano, si è laureato poi con lode in giurisprudenza, presso l’Università di Perugia. Vincitore di svariati concorsi pubblici, dopo una lunga carriera che lo ha portato a prestare servizio in varie amministrazioni (nel 1980 ha frequentato la Scuola Superiore di Polizia insieme ad Antonio Di Pietro ) è poi divenuto dirigente dell’Amministrazione Finanziaria dello Stato (allora il più giovane d’Italia). Da moltissimi anni a questa parte svolge, come avvocato, attività di consulenza giuridica e legale alle dipendenze della Regione Umbria. Astrofilo dilettante munito di osservatorio computerizzato, ama altresì occuparsi di “storia delle idee” ed ha in progetto anche un lavoro originale sul poeta latino Properzio.

 

Fonte: http://itis.volta.alessandria.it/episteme/ep5/ep5-papi.htm

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