“Il golpe” di Luigi Copertino

22 gennaio 2012

Da J. M. Keynes a Mario Draghi

Un’epoca cruciale è iniziata

Non si meravigli il lettore se, in questo nostro contributo, si imbatterà in tematiche specialistiche ed in personaggi inusuali della filosofia, della scienza economica e della storia contemporanea, dell’oggi e dello ieri più immediato, ossia del XX secolo. Abbiamo cercato di mantenere quanto più possibile un livello divulgativo, che è poi, in fondo, il nostro.

Questo non è più il tempo di darsi esclusivamente ad elaborate analisi teologiche, filosofiche e storiche se ciò significa non avere una prospettiva – come dire – aperta ai problemi del presente.

È giunto il tempo di guardare in faccia alla realtà che ci circonda. Certo senza tralasciare di indicare le cause profonde e magari ataviche di quanto sta accadendo, ma filosofando con aderenza alla realtà di oggi per tentare di capirne le dinamiche attuali e le loro cause multidimensionali. Il riduzionismo esegetico, infatti, ha sempre impedito di comprendere la complessità del reale.

Abbiamo assistito, in questi ultimi mesi, ad un golpe. Un golpe del tutto atipico rispetto a quelli classici con tanto di carri armati e plotoni di esecuzione. Un golpe organizzato dai mercati finanziari, queste anonime entità che tanto rassomigliano ad angeli decaduti trasformatisi in demoni annientatori. Un golpe, però, bisogna onestamente riconoscerlo, reso possibile dalla inettitudine di un ceto politico di nani e ballerine.

Sotto un profilo epocale, questo golpe è la conseguenza, ultima, del ritorno in causa del vecchio paradigma liberista nella sua forma neò, chiamata monetarismo, che trovò, a suo tempo, in Reagan e nella Thatcher i primi alfieri globali. Un ritorno che fu reso possibile dagli errori politici degli anni Settanta nell’uso dello strumento monetario.

Non parliamo di golpe in difesa di Berlusconi ma in difesa della sovranità popolare. Il popolo, infatti, aveva scelto da chi voleva fosse governato. Non sempre il popolo è saggio. Nel 2008 aveva scelto un nano politico più interessato alle sue escort che all’arte del governare una Comunità Politica. Inevitabile la sua sconfitta da parte del potere globale finanziario, cui nulla aveva, in termini di idee politiche, da opporre.

Certo la storia è strana, come direbbe Franco Cardini. Siamo qui – proprio noi che non ci siamo affatto formati alla scuola della liberaldemocrazia – a difendere il principio democratico contro i suoi, presunti, tutori storici. Forse la questione sta tutta in che cosa si intenda per democrazia: parola che può essere riempita di significati diversi.

Un golpe in due fasi

Non è comunque sul piano del diritto costituzionale che vogliamo condurre la nostra analisi, ma su quello filosofico-politico e filosofico-economico.

Il golpe, al quale abbiamo fatto cenno, è stato purtroppo iniziato da alcuni decenni e solo ora sta giungendo a conclusione. La sua dinamica consta quanto meno di due fasi.


Il primo atto del golpe fu messo in opera nel 1981. Approfittando dell’inflazione registratasi negli anni ‘70 – che fu fatta passare come causata esclusivamente dall’eccessiva massa monetaria in circolazione, laddove in realtà, dicono oggi storici ed economisti, essa all’epoca era stata principalmente provocata dalle difficoltà nell’approvvigionamento del greggio per effetto del conflitto arabo-israeliano il quale fece aumentare il prezzo del petrolio e quindi della produzione industriale – con uno scambio di lettere (si badi bene: non attraverso una deliberazione parlamentare!) tra Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro, e Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, furono separate le competenze tra il Tesoro stesso e la Banca d’Italia, sicché quest’ultima – che veniva contestualmente privatizzata aprendola al capitale delle banche ordinarie da essa controllate (conflitto di interessi che nessuno contestò!) e delle assicurazioni – da quel momento non ha più emesso denaro per lo Stato, come era accaduto fino ad allora. L’emissione di denaro per lo Stato dipendeva, ora, dall’autonoma politica del Governatore di turno, al quale in sostanza il governo doveva chiedere consenso finanziario alle politiche che intendeva mettere in atto.

  Guido Carli

Questo processo di privatizzazione e di sempre maggiore autonomia delle Banche Centrali era, all’epoca, in atto in tutto il mondo occidentale. In Italia avvenne con le modalità predette. Le Banche Centrali, fin dalla loro comparsa storica, avevano prestato denaro ai rispettivi Stati a fronte dell’emissione dei titoli del debito pubblico. In altri termini, le Banche Centrali operavano come prestatori di ultima istanza, monetizzando (questo il termine tecnico) il debito pubblico laddove gli Stati avessero avuto difficoltà nella raccolta di risorse sul mercato finanziario, una volta prevalentemente interno.

Con la comparsa delle Banche Centrali ebbe inizio il processo di progressiva spoliazione della sovranità monetaria degli Stati da parte del sistema bancario.

Per giustificare tale processo si fece ricorso ad una motivazione di tipo storico. I politici – si disse – non hanno le giuste competenze tecniche per un corretta gestione dello strumento monetario e finiscono, così, ad indurre inflazione.

Agiva, in questa motivazione, il ricordo di fatti antichi, come quello, nel XV secolo, che vide protagonista il re d’Inghilterra, Edoardo III. Questi si era indebitato, per le sue guerre, con le potenti famiglie bancarie dei Bardi e dei Peruzzi, rivali fiorentini dei Medici. Quando Edoardo comprese che ripagare il debito avrebbe significato prostrare l’economia del regno, lo ripudiò, facendo fallire sia i Bardi che i Peruzzi.

La seconda fase del processo di spoliazione della sovranità monetaria statuale è intervenuta con il Trattato di Maastricht, nel 1992, al quale hanno fatto seguito le varie Basilea 1, 2, 3, etc..

Questi trattati internazionali, assecondando l’ossessione tedesca per l’iperinflazione (retaggio nella memoria storica germanica degli eventi del 1923 e del 1945), hanno imposto, nell’acquiescenza delle classi politiche europee che per questo si sono assunte una responsabilità storica gravissima, un’Europa bancocratica ruotante intorno ad una BCE modello Bundesbank. La BCE, appunto, non è oggi prestatore di ultima istanza per i titoli di debito pubblico degli Stati dell’UE (o per eventuali eurobond).

La parola ad un economista

Dal momento che non abbiamo specifiche competenze di scienza economica, lasciamo la parola ad un economista. La citazione è particolarmente lunga, ed argomentata, ma è necessaria per apportare alla nostra ricostruzione quei dettagli scientifici indispensabili per comprendere come si è giunti alla crisi attuale dell’euro.

Dunque leggiamo:

«Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei ‘politici’ ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle Banche Centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte. Tra marzo 1974 e ottobre 1979 i tassi di interesse reali in Italia si sono mantenuti negativi, da un minimo di -1,5% (settembre ‘78) a un massimo di -16,5% (dicembre ‘74) e la dinamica del debito pubblico, in presenza di tassi di crescita strutturalmente in declino, ma ancora in linea con quelli dei principali partner europei, appare sostenibile. È nel marzo del 1981 che, per la prima volta, i tassi di interesse reali diventano positivi: appena lo 0,3%, che però dopo un triennio diventa 6,4% per poi raggiungere il 7% nel marzo dell’86, l’8% nel ‘92 fino a un massimo del 10,2% nella nera estate di quell’anno. Perché? Che cosa accade di particolare nel 1981? Succede che la Banca d’Italia, d’intesa con il ministro del Tesoro dell’epoca, abbandona ufficialmente la pratica di porsi come acquirente residuale dei titoli del debito pubblico rimasti eventualmente invenduti alle aste: si tratta del cosiddetto ‘divorzio’, evento considerato da molti come il possibile inizio di un percorso virtuoso dei conti pubblici e dell’intera economia italiana, costretta a ciò dall’avvio del processo di unificazione monetaria europea che impone un vincolo di cambio per restare dentro il meccanismo del sistema monetario europeo. Da quella decisione, almeno in Italia, la Banca Centrale accentua la sua caratteristica di istituzione indipendente, dal momento che i governi non potranno più contare sui suoi acquisti di titoli che saranno sottoposti all’unico giudizio del mercato.

Dal momento che, dopo trent’anni, i governi di alcuni Paesi europei sono costretti a ricorrere nuovamente alla Banca Centrale, Europea stavolta, perché acquisti titoli (ricevendo in cambio un commissariamento in piena regola della sovranità nazionale in materia di politica economica), vale la pena ricordare che il contesto storico in cui si consuma il ‘divorzio’ del 1981 è quello della svolta monetarista della politica monetaria statunitense, e dunque mondiale, che coincide con l’ascesa al vertice della FED di Paul Volcker (successivamente superconsulente del presidente Obama) il quale guida l’istituzione dall’agosto del 1979 al settembre del 1987 con il preciso obiettivo di combattere l’inflazione, relegando in una posizione subordinata l’altro obiettivo statutario della Banca Federale USA, ossia il sostegno all’occupazione. A partire dalla riunione dell’Open Market Committee del 6 ottobre 1979 i tassi di sconto negli USA cominciano a crescere, fino a raggiungere livelli stellari nei primi anni ‘80. La politica monetaria italiana segue fedelmente il nuovo orientamento dominante e tra l’ottobre del 1979 e il marzo del 1981 l’allora Governatore della Banca d’Italia aumenta il tasso di sconto portandolo dal 10,5% al 19% e lo mantiene a livelli elevatissimi fino alla crisi della lira scoppiata nell’estate-autunno 1992; dal momento che nello stesso periodo il tasso di inflazione crolla dal 16,9% al 4,8%, il risultato è che i tassi di interesse reali diventano positivi. Al centro della preoccupazione delle banche, allora come oggi, resta l’inflazione: i banchieri non sono generalmente entusiasti di vedersi restituire denaro che valga meno di quanto valesse al momento del prestito, ed è quello che succede con l’inflazione, ma non è possibile escludere una relazione positiva tra interesse  e inflazione. Nel 1980 il tasso medio di inflazione (riferita ai prezzi al consumo) per i Paesi del G7 fu del 12,7%, solo di poco inferiore al 13,8% toccato nel 1974; nel 1983, dopo lo shock delle politiche monetariste,  l’inflazione era scesa al 4,7%, ma contemporaneamente, per effetto di una crescita depressa dalle politiche di segno restrittivo, l’economia dei Paesi occidentali conobbe (1982) la prima recessione in assoluto del dopoguerra con la diminuzione, seppur lieve, del reddito e della produzione.

Proprio nel 1982 si manifestano i primi contraccolpi del ‘divorzio’ con ripetuti sconfinamenti dal limite legale di utilizzo della linea di credito in conto corrente di cui il Tesoro beneficia presso la Banca Centrale. Che cosa successe allora, e che cosa potrebbe succedere ancora? Che proprio poco dopo aver deciso di ‘legarsi le mani’ per quanto riguarda l’emissione di titoli del debito pubblico l’economia occidentale era entrata in recessione e il governo non aveva tutti gli strumenti con cui combattere le conseguenze della fase negativa del ciclo. Il governo dell’epoca investì del problema il Parlamento, che autorizzò con una legge Bankitalia a concedere al Tesoro un’anticipazione straordinaria temporanea. Ma il vero contraccolpo del ‘divorzio’ sull’economia italiana dei primi anni Ottanta fu – come anticipato sopra – il brusco innalzamento dei tassi di interesse reali. Finì di colpo una condizione economica che durava dal 1972; ancora nel 1980, in Italia, il tasso di interesse depurato dall’inflazione osservata ex post (oltre il 20%), era negativo per qualcosa come cinque punti percentuali; nei tre anni successivi l’interesse divenne positivo per valori compresi tra il 2% e il 3%,  fino a superare il 6% nel 1984: in quell’anno la spesa per interessi rappresentava il 12% del PIL italiano. Successivamente, anche se il rapporto tra deficit e PIL cominciava a calare…,  i tassi di interesse italiani continuavano ad essere più alti che altrove in termini reali, e questo per sostenere la parità del cambio all’interno dello SME. La ragione riguarda la competitività: in un contesto in cui l’inflazione domestica è più elevata, il cambio reale si apprezza e i conti con l’estero si deteriorano, e dunque i tassi di interesse elevati servono a finanziare il disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti. È dunque il vincolo estero il problema, non il vincolo di spesa, e la dinamica del debito pubblico italiano della seconda metà degli anni ‘80 mostra il punto; nonostante comportamenti ‘virtuosi’ (la stabilizzazione o il miglioramento del rapporto deficit/PIL) la componente rappresentata dal tasso di interesse gioca un ruolo fondamentale nel rendere sostenibile o esplosiva la dinamica complessiva del debito, e l’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo prima e nell’eurozona poi, non sembra avere conseguito risultati risolutivi, visti gli esiti attuali. Durante i ‘terribili’ anni Settanta, quelli dei tassi di interesse reale negativi e della politica monetaria accomodante, il tasso di risparmio privato delle famiglie italiane superava il 31% del reddito nazionale (media periodo 1976-79); gli investimenti contavano per il 25% del PIL e la differenza positiva serviva a coprire un disavanzo di bilancio che oscillava annualmente tra il 5% e il 6%.

Negli anni Ottanta dei tassi di interesse reale positivi la quota di investimenti sul PIL cade dal 25% al 21% per continuare la sua diminuzione (proxy dell’accumulazione) durante gli anni Novanta (17,5% nel 1996); nello stesso tempo diminuisce la quota di risparmi privati che perde sei punti in un decennio passando dal 32% al 26% (oggi è all’11%). La conclusione di questo breve ragionamento è che politiche fiscali recessive che arrivino al punto di scrivere in Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio non solo sono controproducenti sul piano della crescita – qualsiasi punto di vista si abbia a riguardo della sua desiderabilità – ma non costituiscono nemmeno un impedimento assoluto alla crescita del debito pubblico perché non tengono conto del ruolo del tasso di interesse. Un sacrificio inutile, in altre parole, se non si mette in discussione il dogma del mercato come istituzione capace di garantire in ogni circostanza il ‘prezzo giusto’ a merci o a obbligazioni finanziarie. Dal momento che in una economia di mercato non c’è alcuna garanzia che il sistema raggiunga spontaneamente la piena occupazione del lavoro non solo nelle fasi cicliche negative, ma in generale in media sul ciclo, la spesa pubblica anche in disavanzo è e resta uno strumento fondamentale per il raggiungimento del pieno impiego ed è quindi insensato e pericoloso legarsi le mani. L’unica disciplina di bilancio che veramente serve a un Paese riguarda la qualità e l’equità della politica fiscale, sul versante delle spese come su quello delle entrate; i mitici ‘mercati’ sono in grado di mandare – al più – segnali quantitativi: spendere meno o imporre più tasse, indipendentemente da chi paga e per che cosa si spende. Rivedere lo statuto della BCE istituendo una norma per cui i rendimenti dei titoli del debito pubblico non possono eccedere un limite massimo che corrisponde al tasso effettivo di crescita dei Paesi europei ribalterebbe il piano del discorso spostando sui banchieri centrali l’onere dell’adeguamento costituzionale»(1).

La spoliazione da parte della Banche Centrali della sovranità monetaria ha, dunque, costretto gli Stati a procacciarsi il proprio fabbisogno monetario sui mercati finanziari.

Ora, fino a quando questi ultimi non sono stati globalizzati, con l’irruzione dei fondi speculativi mondiali gestiti dai cosiddetti money manager (i cui antesignani, non ancora così potenti come oggi, furono bollati da Pio XI nella Quadragesimo Anno del 1931 come «coloro che detenendo il denaro la fanno da padroni») nessuno se n’è accorto perché il debito pubblico rimaneva sostanzialmente interno ossia nelle mani degli stessi popoli. Fino agli anni Novanta, i titoli di Stato erano acquistati prevalentemente dai cittadini, dalle imprese e dalle banche commerciali di ciascuno Stato, non ancora esistendo o non ancora essendo stato messo efficacemente a punto il mercato mondiale di quei titoli.

Tuttora, ad esempio, il Giappone che ha una altissima spesa pubblica ed un rapporto debito/PIL pari al 200% (il che significa che il debito pubblico è il doppio del prodotto interno lordo) non viene attaccato dalla speculazione globale (ossia dai predetti fondi globali di investimento gestiti dai money manager) perché i suoi titoli di Stato sono quasi tutti in mani interne, nelle mani dello stesso popolo giapponese, sicché lo Stato ripaga capitale ed interessi al proprio popolo e non ai fondi speculativi ossia agli strozzini globali. In Giappone tutta la questione dell’indebitamento pubblico non è nient’altro che una immensa partita di giro, a costo zero o quasi, tra lo Stato ed il suo popolo.

A seguito della globalizzazione del mercato dei titoli di Stato ed in assenza di una Banca Centrale prestatrice di ultima istanza, gli Stati europei sono oggi caduti nelle mani degli strozzini globali e per ripagare capitale ed interesse a tali figuri – sempre in cerca di massimi profitti da interesse perché chiamati a gestire e far rendere, quasi senza investimento nell’economia reale, ingenti capitali privati, compresi i fondi pensioni dei Paesi anglosassoni dove il sistema pensionistico è privato e non pubblico – gli Stati dell’UE devono o aumentare la pressione fiscale o tagliare la spesa pubblica: il che significa o spennare i contribuenti o privatizzare servizi e Welfare.

Questo è stato il vero Golpe globale!

E di questo sono responsabili le nostre classi politiche, inette ed ignoranti, che non hanno saputo difenderci da un tale criminale disegno, anzi lo hanno assecondato (Giacinto Auriti, che citava Ezra Pound: «i politici sono i camerieri dei banchieri»!).

Dalla crisi si può uscire solo in due modi.

Il primo di essi consiste nel ripensare tutta la costruzione europea, alla luce di una nuova politica di tipo keynesiano. È necessario – contro il diktat tedesco – che la BCE si trasformi in prestatrice di ultima istanza per l’UE e gli Stati aderenti. Naturalmente non basta che la BCE diventi prestatrice di ultima istanza ma, perché assolva questo ruolo senza agevolare interessi privati, è assolutamente necessario che essa sia pubblicizzata – attualmente, infatti, è una istituzione a capitale privato che esercita, ovvero si è arrogata, pubbliche funzioni – , in modo da compensare il debito pubblico da emissione monetaria. Se, infatti, la Banca Centrale fosse interamente pubblica, gli Stati si indebiterebbero verso di essa, all’atto dell’emissione monetaria bancaria, soltanto in forma fittizia, perché, pur nella distinzione delle rispettive personalità giuridiche pubbliche, sia la Banca Centrale sia gli Stati, o l’UE, graviterebbero comunque nell’ambito del Pubblico e quindi del Politico, sicché coincidendo, o quasi, il creditore ed il debitore il debito sarebbe estinto o, appunto, soltanto fittizio.

L’altro modo di uscire dall’attuale crisi è quello di aspettare che la situazione arrivi al punto di non ritorno con la depressione globale che si profila, la disoccupazione di massa, le tensioni sociali alle stelle. Uno scenario che preparerà il terreno ad esiti violentemente rivoluzionari, di che tipo solo Dio lo sa: non dimentichiamoci che quello al quale stiamo assistendo è una sorta di replay della situazione storica della Germania di Weimar agli inizi degli anni ‘30 e sappiamo come è andata a finire!

1) Confronta Maurizio Donato (Università di Teramo) Un vincolo di interessein www.economiaepolitica.it (Rivista on line di critica della politica economica) 15 dicembre 2011.

John Maynard Keynes: il martello del liberismo. Ambiguità filosofiche e genio scientifico di un maestro della scienza economica del XX secolo

Di fronte alla crisi in atto, molti stanno riscoprendo il pensiero filosofico ed economico di John Maynard Keynes, l’anti-Hayek. La rivalutazione di Keynes è cosa buona ed opportuna. Tenendo però, cattolicamente, presente alcune riserve, non tanto sui contenuti economici del suo pensiero quanto piuttosto su quelli filosofici. L’economista inglese partiva certamente da un anelito di eticità che egli, giustamente, vedeva assente nel capitalismo. Moralità che Keynes vuole introdurre nel sistema capitalista, correggendolo mediante l’intervento pubblico e senza sfociare in utopie comuniste. Il punto sta nel fatto che Keynes trae la sua esigenza di eticità da un vago e confuso spiritualismo tinto di autosufficienza umanitaria. Se avesse incontrato la fede cattolica ne avrebbe tratto giovamento il suo stesso pensiero scientifico. Ma Keynes non sembra essersi mai interessato alla fede cattolica. Egli si è limitato ad una visione platonica della vita. Il suo obiettivo, nient’affatto disprezzabile, era quello di rendere effettivo il diritto per ciascuno di godere del buon vivere, consistente nella ricerca del sapere filosofico e spirituale, per assicurare il quale, a tutti, è tuttavia indispensabile costruire le condizioni storiche idonee a soddisfare universalmente i bisogni economici primari. Il suo interesse per l’economia muoveva da questa utopia umanitaria, che tuttavia – non sappiamo quanto egli ne fosse cosciente – rivela, pur nello sviamento imitativo, un retroterra di cristianesimo secolarizzato. Questo è, a nostro giudizio, il punto debole del keynesismo classico, tuttora trascurato dagli economisti neo-keynesiani, che in passato ha portato, tra gli anni Trenta e gli anni Settanta del XX secolo, a caricare le politiche di intervento dello Stato e di deficit spending di eccessive attese millenaristiche, ponendo sui bilanci statali il dovere di soddisfare troppi presunti diritti, in uno sfogo di libertarismo relativista, e non più solo quelli primari ed essenziali all’istruzione, al lavoro, alla salute, alla vecchiaia serena che ogni comunità politica degna di tal nome ha l’effettivo dovere di assicurare. Per capirci con un esempio concreto: mentre è sacrosanta e doverosa l’assistenza sanitaria pubblica alla partoriente, non è accettabile economicamente, oltre che inaccettabile moralmente, porre a carico della sanità pubblica i costi finanziari degli aborti. Ancora: mentre è sacrosanta l’edilizia popolare per le famiglie meno abbienti non è affatto accettabile il costo pubblico per costruire alloggi a basso costo per single o gay o coppie fatto. La nostra preferenza per la prospettiva keynesiana rispetto a quella liberista alla Von Hayek ed alla Von Mises, cui arridono invece i catto-conservatori, viene dall’evidenza del fatto che l’impostazione, abbiamo detto, platonica di Keynes offre maggiori aperture alla Trascendenza cristiana che non l’immanentismo puro dei liberisti. I Padri della Chiesa si confrontarono con la cultura neo-platonica dei primi secoli e riuscirono a purificarla alla luce della Fede biblica. Questo perché nel pensiero classico ellenista sussistevano possibili varchi per l’irruzione della Trascendenza cristiana. Ora, il confuso e spurio neoplatonismo keynesiano offre perlomeno una opzione di tipo religiosa, benché vagamente spiritualista.

Keynes affermava che «il capitalismo moderno è assolutamente non religioso». Un cattolico non di sinistra come Augusto Del Noce, e noi con lui, avrebbe sottoscritto senza indugi una tale affermazione. Infatti il grande filosofo cattolico individuava nella società occidentale il luogo storico nel quale si era messa a punto la reificazione completa, sotto forma di mercificazione, dell’uomo. Al contrario, un medesimo anelito ad una morale che non sia quella, che poi vera morale non è, utilitarista non sussiste nell’analisi di Von Hayek, per il quale il mercato è auto-normato da una legge regolatrice intrinseca che ne consente il funzionamento spontaneo, nel libero gioco degli egoismi. Nella visione liberista, il mercato autoregolamentato è lo strumento migliore che l’umanità è riuscita ad individuare, lungo il suo cammino storico, per assicurare, nella dura lotta della specie umana per la sopravvivenza, alla maggior parte dei suoi membri una possibilità di vita mediante la divisione del lavoro, richiesta dall’economia di mercato, che impone ai più di accontentarsi di più bassi redditi rispetto a quelli dei capitalisti, i quali ultimi sono i soli e veri protagonisti del gioco in grado di rendere effettiva la libertà economica individuale. Per Von Hayek, infatti, darwinista convinto, l’orizzonte umano è esclusivamente biologico. Il liberismo in Von Hayek svela apertamente il naturalismo filosofico che ne è la radice spuria. L’idea del mercato auto-regolato risponde in pieno ad una concezione di assoluto immanentismo dai risvolti panteistici. Non è dunque un caso se sia Von Hayek che Von Mises si consideravano a-religiosi, indifferenti ad ogni morale sovra-economica nella quale vedevano, alla pari dell’intervento statuale in economia, un ostacolo abusivo al funzionamento del libero mercato. Ora, se è vero che anche i presupposti filosofici di Keynes, come detto, sono ambigui, rimane il fatto che tra l’assoluto immanentismo immoralistico hayekiano ed il platonismo etico keynesiano, un cattolico, dovendo scegliere, non può che scegliere la seconda prospettiva e sforzarsi, sulla scorta di quanto fecero a suo tempo i Padri della Chiesa, di purificarla dalle sue aporie pseudo-teologiche per meglio fondarne le analisi economiche. San Paolo: «Esaminate tutto, prendete ciò che è buono» (1). Pertanto, al di là delle non trascurabili deficienze filosofiche (sulle quali ritorneremo magari in altre più appropriate occasioni) e di alcuni errori macroeconomici dei keynesiani “millenaristi”, quel che deve oggi interessarci sono le idee economiche di Keynes, le soluzioni da lui, a suo tempo, proposte per far fronte alle inefficienze evidenti del libero mercato nell’assicurare il tendenziale pieno impiego e la pace sociale.

Uno spauracchio funzionale al dogma monetarista

Pertanto rileggere Keynes è importante in questi nostri tempi nei quali, come si accennava, in nome di un concetto dogmatico di rigore finanziario deflazionista l’Europa si è consegnata ad una BCE modello Bundesbank, non più prestatrice di ultima istanza. Il ruolo della BCE, infatti, non è più, come si diceva, quello di emettere moneta acquistando sul cosiddetto mercato primario titoli pubblici (su quello secondario, ossia come una qualsiasi banca ordinaria, essa in limitati quantitativi all’occorrenza lo fa), per finanziare l’erario degli Stati dell’UE, ma soltanto quello di stabilizzare il valore dell’euro onde assicurare, ai prodotti europei (quelli tedeschi, in particolare), una moneta competitiva nel mercato globale evitando il rischio dell’iperinflazione. Un rischio che, però, oggi più che mai non esiste. L’inflazione, laddove si registra un aumento dei prezzi, è attualmente determinata da altre cause: ad esempio il recente aumento del prezzo della benzina è stato determinato dall’aumento delle accise a seguito dell’ultima manovra finanziaria e non da eccesso del quantitativo di moneta in circolazione. Anzi, il fatto stesso che la BCE abbia di recente abbassato il tasso di sconto e fornito di liquidità le asfittiche banche europee, nella mal riposta speranza che queste finanziassero le imprese, è la dimostrazione che siamo in una situazione di deflazione e non di inflazione. L’economia europea sta morendo di deflazione, sotto i colpi di maglio della speculazione finanziaria. Le Pubbliche Amministrazioni non riescono più a pagare in tempi ragionevoli le imprese appaltatrici perché soffrono di liquidità di cassa. Le banche non fanno più anticipazioni alle imprese, sui crediti da esse vantate nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni, perché mancano di capitali ed anche quando ne sono fornite, come di recente da parte della BCE, diffidano nel prestarlo e lo depositano, in garanzia, presso la stessa Banca Centrale Europea. Contro i dogmi monetaristi, siamo tra quelli che ritengono che un certo tasso, tenuto sotto controllo, di inflazione è fisiologico in qualsiasi sistema economico: infatti, per il fatto stesso che viviamo e produciamo creiamo inflazione. Iperinflazione e deflazione sono due mali come l’inondazione e la siccità. Da evitare entrambi. Ma se un po’ di inflazione è perfino benefica all’economia, la deflazione è la morte stessa per glaciazione della vitalità economica di qualsiasi mercato. La critica monetarista per la quale l’inflazione, provocata dagli Stati o dalle Banche Centrali non indipendenti, sarebbe una tassa ingiusta a danno degli operatori del mercato, non è condivisibile nei confronti del normale saggio di inflazione ma solo eventualmente in caso di iperinflazione (2).

Questo perché, in termini morali, se è vero che nel potere dicreazione ex nihilo del denaro è insita una tentazione prometeica di dominio alla quale sono soggetti sia gli uomini di Stato sia i banchieri privati, è pur vero che, essendo l’uomo imago Dei nell’immanenza, laddove tale potere sia esercitato nell’Alleanza con Dio, ossia nell’osservanza dell’etica rivelata, che impone l’uso sociale della creazione monetaria e del denaro in circolazione, esso deve essere ritenuto un dono del Creatore alla creatura umana per consentire un sano dinamismo dello Stato e del mercato. Cattolicamente, le teorie di social credit sono in linea con la morale rivelata e con la bimillenaria tradizione ecclesiale di condanna dell’usura e di favore verso una finanza popolare non autoreferenziale ma al servizio del bene comune. Se il potere statuale di creare moneta è usato, con prudenza ed accortezza, senza fanatismi millenaristici e senza ritenere di aver trovato la panacea universale o la gallina dalle uova d’oro (3), per realizzare programmi di politica sociale, tali da correggere le inevitabili, e storicamente sperimentate, disfunzioni ed iniquità del libero mercato, non è possibile ritenere il monopolio pubblico della produzione di moneta in contraddizione con il Magistero Sociale Cattolico, come pretendono i cattolici liberali o conservatori. Anzi…

Nell’ottica liberista, il rimedio alla crisi finanziaria attuale è indicato nel pareggio di bilancio. Ma questa terapia finirà per ammazzare il malato perché pretende di curarlo iniettandogli maggiori dosi del bacillo che lo sta uccidendo. Gli economisti dell’establishment liberista, e globalizzatore, sono come i medici del ‘600 che praticavano salassi a tutta forza, accelerando la dipartita del povero e sventurato malato. Il liberismo è solo una presunta e rozza scienza economica alla stregua della barbarica medicina seicentesca. Chi – ad esempio Tremonti – ricorda con orgoglio che il pareggio di bilancio fu ottenuto una sola volta in Italia, con il governo liberale della destra storica di Quintino Sella, dovrebbe anche ricordare che quel pareggio fu ottenuto imponendo la tassa sul macinato, ossia sul pane della povera gente, e quindi scatenando una distruttiva carestia ed un tremendo conflitto sociale.

L’equivoca ricezione catto-conservatrice del monetarismo

Abbiamo detto che da quando, a causa degli abusi clientelari che sviarono il keynesismo del dopoguerra, provocandone la crisi, ha ripreso quota il liberismo, si è innescato un processo che ci ha riportato in una situazione simile a quella degli anni Trenta. È necessario, però, per onestà intellettuale, precisare la questione. Milton Friedmann, padre del monetarismo, è un contestatore del central-banchismo. È, in questo, l’erede della Scuola viennese di Von Hayek e Von Mises. Questa scuola, sulla presunzione (della quale i suoi estimatori della destra catto-conservatrice non colgono la radice filosofica) marxiana, della assoluta capacità auto-regolatrice del mercato, ha messo in evidenza certi abusi perpetuati dalle Banche Centrali, quando erano monopoliste, non ancora del tutto indipendenti, del potere di creazione monetaria. Tuttavia la scolastica liberista viennese sconta l’evidentissimo limite, teologico e filosofico, di un atteggiamento anti-politico. In altri termini, i viennesi, e succedanei, non accettano il principio della priorità teoretica e storica del Politico, della Comunità Politica, sulla società civile e sul mercato. Nonostante questa mancanza di prospettiva teologico-politica, il catto-conservatorismo ha fatto propria la visione economica della scuola di Vienna in nome dell’antistatualismo e della sussidiarietà (confondendo però quella verticale, raccomandata dal Magistero, con quella orizzontale, contrattualista e reticolare, propugnata dal liberalismo). Questo esito catto-conservatore è il triste prodotto del grande incidente storico che oppose le monarchie assolutiste, protestanti ed hegeliano-liberali, alla Chiesa tra XVIII e XIX secolo. Un incidente storico che ha fatto dimenticare le magnifiche pagine dell’Aquinate sulla comunità politica di natura, più tardi riprese dai maestri della seconda scolastica (prima che i succedanei seicenteschi di questi ultimi, influenzati dai protestanti Grozio e Pufendorff, rileggessero il naturalismo politico tomista, ordinato al soprannaturalismo della Grazia, in chiave contrattualista e razionalista). Il tomismo, sulla scorta della scoperta aristotelica della ontologica politicità dell’uomo (anèr zoòn politikòn), non ha mai avuto un atteggiamento anti-politico o anti-statuale. Anti-totalitario, intendendo per totalitarismo la degenerazione giacobina della legittima Autorità politica, sì: ma questo è un altro discorso che non può aprire varchi, anche se purtroppo per insipienza di parte cattolica è avvenuto, ad ammiccamenti catto-liberali.

Statizzazione delle Banche Centrali e deficit spending

Chiariti gli equivoci dottrinari del catto-conservatorismo liberista, la questione che deve ora interessarci è l’incidenza del monetarismo nel contesto attuale. Quel che del monetarismo, di eredità viennese, ha fatto scuola, a seguito della accennato crisi anni ‘70 del keynesismo, è stata la lezione sul rigore finanziario e la contrazione, al minimo possibile, della odiata spesa pubblica.

Le Banche Centrali non sono state eliminate come auspicavano iviennesi ma sono diventate gli agenti del monetarismo. Infatti, mentre diventavano sempre più indipendenti dal Politico, i loro governatori hanno fatto propria la lezione rigorista della scolastica viennese. Anzi, si può certamente affermare che lo stesso processo di graduale autonomizzazione delle Banche Centrali dalla Comunità Politica è il prodotto della vittoria ideologica del monetarismo neoliberista. Con il risultato, come detto, di ritrovarci allo stesso punto nel quale si innescò la crisi degli anni Trenta. In mancanza di una Banca Centrale che monetizza i bisogni finanziari degli Stati (in termini tecnici si dice finanziamento gratuito del debito pubblico), questi ultimi, che non possono più essi stessi stampare moneta, sono caduti nelle mani dei money manager e dei fondi speculativi di investimento i quali, per acquistare titoli di Stato, chiedono interessi a tassi usuraici, strozzando i popoli, soprattutto se trattasi di Stati che non godono dello scientifico gradimento delle agenzie di rating (società i cui azionisti sono gli stessi fondi speculativi e le grandi banche d’affari: limpido esempio della trasparenza del libero mercato!). Ecco perché siamo, nella attuale situazione di crisi globale, dalla parte di coloro che, al di là di qualsiasi appartenenza politico-culturale (la questione infatti è diventata del tutto trasversale), invocano al più presto una riforma della BCE. Essa deve diventare, come un tempo le Banche Centrali nazionali, prestatrice di ultima istanza per l’UE e gli Stati aderenti e deve essere trasformata in una banca interamente pubblica. Anzi l’intero sistema bancario dovrebbe essere pubblicizzato, ossia sottoposto a rigido controllo statuale, come fece il fascismo con la Legge bancaria del 1936 che restò, in Italia, il fondamento normativo del settore fino agli anni Novanta, quando iniziò l’ondata privatrizzatrice che ha anche aperto lo spazio giuridico per la trasformazione delle ordinarie banche commerciali in banche dedite alla speculazione finanziaria, esponendo i loro stessi clienti ai rischi più gravi. La BCE è oggi concepita come una federazione delle Banche Centrali nazionali, del tutto indipendenti, l’una e le altre, da qualsiasi controllo o necessità di rendiconto politico verso i governi ed i parlamenti espressi dalla volontà popolare. In quanto federazione delle Banche Centrali nazionali, che sono società anonime partecipate dalle banche private e dalle assicurazioni, la BCE è a sua volta una società anonima privata. Se la BCE fosse interamente pubblica e se si introducessero gli eurobond, il debito sovrano dell’UE, e dei suoi Stati, diventerebbe un debito fittizio. Perché, in tal caso, all’atto dell’emissione di moneta a fronte dell’acquisto dei titoli pubblici europei o degli Stati dell’UE, debitore e creditore coinciderebbero dal momento che, pur nella sussistenza di una distinzione delle personalità giuridiche pubbliche, sia la BCE che l’UE e gli Stati aderenti graviterebbero in un’area giuridica ed economica pubblicizzata.

In tal modo il debito sovrano, creato dall’emissione di titoli di Stati o di eurobond a corrispettivo della creazione monetaria da parte della Banca Centrale, sarebbe, appunto, soltanto fittizio e tutta l’operazione della emissione monetaria soltanto un mero gioco contabile allo scopo di produrre moneta per le necessità della Comunità Politica, ossia degli Stati e/o dell’UE. Questa prospettiva terrorizza i monetaristi ed i liberisti dogmatici di ogni risma. Ad iniziare dalla Merkel, la protestante tedesca, ex funzionaria del Partito Comunista della DDR, oggi a capo della destra conservatrice germanica, affiliata ad un Partito Popolare Europeo che di popolareormai non ha più nulla.

L’accusa avanzata dai monetaristi è che una riforma come quella sopra suggerita ci riporterebbe all’inflazione galoppante. I rigoristi dogmatici dimenticano però di dire che i Paesi a moneta sovrana, come Argentina e Brasile, crescono oggi al ritmo del 7% l’anno anche se sopportano una inflazione che si aggira tra il 4% ed il 5%.

L’eccesso di inflazione si può evitare accompagnando la statizzazione della Banca Centrale con opportune cautele normative per regolare la funzione dell’emissione monetaria, essendo la moneta un bene comune tra i più importanti. Lo Stato o l’Unione di Stati o la Banca Centrale di Stato devono essere vincolati costituzionalmente a parametri tali da evitare non l’inflazione, quella normale e fisiologica a qualsiasi sistema, ma l’iperinflazione, provocata dall’eccesso di spesa pubblica non produttiva. L’emissione di moneta di Stato o da parte della Banca Centrale di Stato deve essere effettuata in prevalenza, anche se non esclusivamente, per sostenere le spese pubbliche di investimento, ossia produttive di ricchezza, mentre la spesa pubblica corrente, da contenere, deve essere in prevalenza – benché anche qui non esclusivamente soprattutto dove necessita di sostenere, in periodi di recessione, la spesa sociale – finanziata con l’introito fiscale. Questo, naturalmente, in Italia deve comportare la rottura dello scellerato patto stabilitosi, per clientele politiche a partire dagli anni ‘70, tra uno Stato che chiede ai cittadini di chiudere un occhio sulle sue inefficienze a fronte di una larga tolleranza dell’evasione fiscale. Finanziando con la creazione monetaria in prevalenza la spesa pubblica produttiva, si evita – senza privare l’UE e gli Stati della propria sovranità monetaria e senza penalizzare il Welfare – l’eccesso di inflazione, tenendola sotto stretto controllo, perché il rapporto tra quantità di beni e servizi, ossia tra produzione di ricchezza, e quantità di moneta in circolazione sarebbe sempre pressoché in tendenziale equilibrio. L’emissione monetaria per spesa di investimento da un lato rende possibile la produzione di nuova ricchezza, stimolandola, e dall’altro non altera, a consuntivo, l’equilibrio tra massa di beni e massa monetaria. Del resto Keynes, quando parlava di deficit spending, si riferiva espressamente alla spesa pubblica di investimento e non alla spesa corrente. Egli è stato, poi, frainteso dalle caste politiche, nel dopoguerra, che, per motivi di clientela, hanno applicato, storpiandola, la sua ricetta, finanziando eccessivamente la spesa corrente, improduttiva, ed innescando l’iperinflazione (stagflazione) degli anni ‘70 (anche se, come detto, in verità a questa contribuì soprattutto la crisi petrolifera causata dalla guerra arabo-israeliana del 1967, con la restrizione della fornitura di greggio all’Occidente e il conseguente aumento dei prezzi delle materie prime e dei beni di produzione industriale).

Il vicolo cieco della ricetta economica liberista

Fu l’errore di politiche keynesiane troppo funzionali alla spesa pubblica corrente, insieme alla tolleranza del forte tasso di evasione fiscale (l’eccessiva monetizzazione central-bancaria della spesa pubblica corrente serviva, infatti, alla politica proprio per permettere l’evasione fiscale) a rimettere in gioco il liberismo, che aveva perso di ogni credibilità scientifica dai tempi della grande depressione del 1929. Il neoliberismo ha riproposto tutti i veteroconcetti della scuola classica, ad iniziare dal contenimento salariale (da leggersi, in termini attuali, come precarizzazione del lavoro e facilità di licenziamento) quale unico stimolo per le imprese ad assumere. Il diktat liberista suona così: la causa della disoccupazione è l’eccessiva pretesa di aumenti salariali e di tutele da parte dei lavoratori, i quali se si accontentassero di bassi salari e di minori tutele circa il posto di lavoro faciliterebbero le assunzioni da parte degli imprenditori. Non solo: l’aumento salariale – dicono i liberisti, rispolverando la vecchia ed insufficiente legge del Say – comportando maggior quantità di moneta in circolazione provoca inflazione e quindi abbassa il valore effettivo del salario reale anche laddove quello nominale aumentasse (4). Jean Baptiste Say, vissuto a cavallo tra XVIII e XIX secolo, fu nella Francia rivoluzionaria e napoleonica entusiasta seguace di Adam Smith ed alfiere del laissez faire. Nel suoTrattato di economia politica (1803), sulla scorta di una visione riduzionista dell’economia che la interpretava in chiave di fisiologia sociale, formulò la sua legge per la quale «è l’offerta a creare la domanda», rovesciando la visione fino ad allora tradizionale per la quale sono i bisogni umani a creare l’offerta. Di fronte all’incapacità della scuola classica liberista a spiegare le motivazioni profonde della persistente disoccupazione nell’economia capitalista avanzata e della devastante depressione del 1929, Keynes si convinse che la legge del Say non era in grado di interpretare l’effettivo funzionamento di una moderna economia di mercato. Nel Trattato generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936) Keynes rivoluzionò l’interpretazione delle dinamiche economiche del sistema capitalista. Nella interpretazione liberista, fondata sulla legge del Say, il livello di attività economica è determinato dall’incontro tra domanda ed offerta di lavoro espresse in funzione del salario reale. Quindi l’equilibrio sarebbe raggiunto in corrispondenza di un salario reale, generalmente basso, al quale tutti coloro che vogliono lavorare possono farlo. Secondo tale paradigma, dunque, la disoccupazione involontaria è impossibile ed i lavoratori disoccupati sono tali solo per loro colpa in quanto pretendono, con l’ausilio dei sindacati, salari più alti di quello reale determinato dal libero gioco del mercato e dalla contrattazione individuale tra datore di lavoro e lavoratore. Il tentativo di costringere il datore di lavoro a contrattazioni collettive è di per sé un ostacolo al raggiungimento dell’equilibrio salariale stabilito dal mercato. Non è un caso se Jean Baptiste Say fosse un contemporaneo di Isaac René Guy Le Chapellier il noto rivoluzionario, prima giacobino e poi fogliante ossia moderato, il quale nel 1791 fece promulgare la legge, che prese il suo nome, con la quale venivano abolite le corporazioni di arti e mestieri, l’apprendistato ed i compagnonaggi (ossia i proto-sindacati) in nome della rousseviana Volontà Generale (un altro idolo filosofico panteista come il libero mercato) con il fine di porre l’uno di fronte all’altro senza alcuna mediazione il singolo e lo Stato, imponendo ildivieto di coalizione penalmente sanzionato. Può dirsi, in un certo senso, che tutto il sindacalismo moderno altro non è che una denuncia delle leggi di Le Chapellier e del Say, partorite dalla Rivoluzione anticristiana del 1789.

Keynes contrappose al paradigma liberista, risalente alle teorie del Say, uno schema interpretativo molto più scientificamente capace di spiegare la realtà di un moderno sistema capitalista. Per Keynes, infatti, il prodotto nazionale dipende dal livello della «domanda aggregata», che è costituita dalle autonome decisioni di spesa delle famiglie (i consumi), delle imprese (gli investimenti), della pubblica amministrazione (la spesa pubblica al netto delle imposte), e dell’estero (le esportazioni al netto delle importazioni). Il livello di occupazione è, quindi, quello corrispondente al livello del prodotto nazionale come determinato dalla domanda aggregata, sicché il salario reale, al quale le imprese sono disposte ad assumere, è in funzione del livello del prodotto nazionale. Ma dal momento che i lavoratori a disposizione possono essere molti di più del livello di produzione nazionale in un dato periodo storico, l’ipotesi della disoccupazione involontaria, a differenza di quanto sostengono i liberisti, è del tutto plausibile. Per eliminare la disoccupazione e tendere al pieno impiego è dunque necessario aumentare la domanda aggregata. Keynes ha, in sostanza, dimostrato che non è possibile assorbire la disoccupazione diminuendo i salari in quanto tale diminuzione indurrà un peggioramento delle aspettative di domanda delle imprese e, di conseguenza, degli investimenti. La caduta degli investimenti provoca, poi, una contrazione della produzione dalla quale deriva inevitabilmente un abbassamento dei prezzi, a causa della recessione conseguente all’aumento di disoccupazione, fino ad annullare lo stimolo alle assunzioni indotto, per i liberisti, dalla riduzione dei salari. L’unica via sicura, secondo Keynes, per ridurre la disoccupazione sono politiche mirate ad aumentare la domanda aggregata, ad iniziare dal deficit spending. Il diktat liberista sul contenimento dei salari e della spesa pubblica, in funzione anti-inflazionista, non tiene per niente conto dei maggiori costi, anche per le imprese, che comportano le tensioni sociali, dentro e fuori le fabbriche, laddove invece la pace sociale è un bene comune sia per il capitale che per il lavoro. Le ricette restrittive del liberismo se all’inizio appaiono efficaci nel contenere la pressione inflazionista, alla lunga provocano deflazione, alta disoccupazione e spreco di risorse pubbliche e private per il mantenimento dell’ordine civico a fronte delle inevitabili tensioni sociali. Quello dell’inflazione fu l’aspetto meno considerato, ma solo relativamente, da Keynes. Egli partiva dal condivisibile assunto per il quale il mercato è fondamentalmente incapace di auto correggersi. Questo significa che il laissez faire porta ad un equilibrio di sottoccupazione senza generare automaticamente ulteriori aggiustamenti tali da riassorbire l’eccesso di manodopera. Si rendono così necessarie politiche di intervento governativo per stimolare l’economia. A partire dagli anni Trenta e per tutto il dopoguerra, almeno fino agli anni ‘70, le politiche keynesiane hanno avuto ampio successo permettendo il grande sviluppo post-bellico dell’Occidente ed il quasi pieno impiego.

Ma dagli anni ‘70 insorse il problema dell’inflazione che fu causata da un eccesso di spesa pubblica corrente ma, soprattutto, dagli effetti della crisi petrolifera di quel decennio. L’analisi del problema dell’inflazione non era affatto assente nella Teoria di Keynes, ma le politiche keynesiane avevano sottovalutato questo aspetto. Da quel momento, sotto la spinta delle risorgenti idee liberiste, nella nuova forma del monetarismo di Milton Freidmann, furono messe in atto politiche di aumento dei tassi di interesse e di aumento della pressione fiscale, allo scopo di ridurre la quantità di moneta in circolazione per stabilizzarne il valore e quindi combattere l’inflazione. Il risultato di tali politiche, nel medio e lungo periodo, è stato quello di contrarre produzione ed occupazione. Anche la cosiddetta politica dei redditi, finalizzata a guidare l’andamento dei salari e dei prezzi, non ha dato risultati straordinari. La questione, forse, sta molto semplicemente nel fatto che, non essendo nelle umane possibilità la realizzazione del paradiso in terra, ogni tentativo, che pur è stato incautamente effettuato, di addossare al keynesismo attese millenaristiche è errato. Il pieno impiego non è mai ottenibile senza scontare una deformazione inflazionista. Ma la scelta contraria è quella, socialmente cinica e cristianamente immorale, della accettazione come inevitabile di un certo tasso, generalmente alto, di disoccupazione. La disoccupazione, in altri termini, per il monetarismo è fisiologica al sistema, normale e da accettarsi affinché il valore della moneta non sia alterato a svantaggio dei profitti capitalistici e degli investimenti. In questi ultimi quarant’anni di graduale trionfo del monetarismo, l’aumento dei profitti del capitale a danno della remunerazione del lavoro non ha affatto comportato aumento di investimenti, e quindi di occupazione come promettevano i liberisti, salvo quelli connessi alla delocalizzazione, consentita dalla globalizzazione, verso i Paesi emergenti a basso salario. Questo perché i maggiori profitti del capitale si sono indirizzati, secondo la logica egoistica del laissez faire, verso la speculazione finanziaria. L’unica risposta, socialmente e cristianamente coerente, al diktat immorale del neoliberismo monetarista è quella per cui, salvo impedire ad essa di uscire dal controllo e di diventare iperinflazione, un tasso ragionevolmente contenuto di inflazione è normale al funzionamento di un capitalismo sociale e resta comunque – dovendo scegliere tra tendenziale pieno impiego e sicura disoccupazione di massa – il minore dei mali, rispetto alla ben più distruttiva deflazione. Certamente un eccesso di rivendicazioni, soprattutto se demagogiche, da parte dei lavoratori, come ogni eccesso, è distruttivo. Marx però, almeno in questo, aveva visto giusto: il capitalismo imponendo l’aumento costante del saggio di profitto imprenditoriale non può che comprimere i salari, che sono il costo principale della produzione, ma così facendo provoca l’abbassamento del potere d’acquisto, le merci prodotte di conseguenza restano invendute ed, alla lunga, sopraggiunge la caduta del saggio di profitto che pur si voleva aumentare, innescando una china recessiva che porta al fallimento del libero mercato.

Proprio perché riconosceva giusta questa analisi economica di Marx ma, poi, non ne approvava le soluzioni comuniste né le attese palingenetiche, Keynes guardava all’intervento dello Stato, mediante il deficit spending, come l’unica possibilità di salvare ciò che di buono vi è nell’economia capitalista, coniugandola con le prioritarie esigenze sociali ed etiche, imposte dalla legge di natura e chiaramente avvertite dalla coscienza umana, che facendo leva sulle tendenze comuniste trovano un fertile terreno di coltura per diffondersi.

Esiste, a nostro giudizio, una via per evitare estensioni improprie della prospettiva keynesiana: quelle che caricandola di impossibili attese escatologiche spingono verso un eccesso di inflazione per soddisfare presunti bisogni – in realtà capricci relativistici – che non sono affatto tali né tanto meno primari. È la soluzione caldeggiata dalla Dottrina Sociale Cattolica ossia la soluzione partecipativa che, per ottenere migliori retribuzioni per i lavoratori senza penalizzare il profitto delle imprese e senza spingere troppo in là la pressione inflazionista, auspica il riavvicinamento – fino, dove possibile, alla fusione – tra lavoro e capitale, mediante ogni mezzo a ciò adatto: dalla partecipazione agli utili, al salario di produttività, alla cogestione aziendale e via dicendo.

Il liberismo – oggi come già accadde negli anni Trenta del secolo scorso –  ci sta riportando, inevitabilmente, in una situazione di sovra-produzione che è un termine eufemistico per intendere deflazione ossia mancanza, da parte dei lavoratori, di potere d’acquisto sufficiente ad assorbire la produzione.

La sovra-produzione da deflazione comporta, di conseguenza, l’abbassamento del saggio di profitto, che ha sua volta comporta un costante aumento dei licenziamenti, cui conseguono ancora minori consumi e, a catena, un ulteriore riduzione dei profitti e maggiori contrazioni dei salari e dell’occupazione. Le politiche liberiste, in altri termini, alla lunga innescano sempre una perversa spirale recessiva che alla fine sfocia nella depressione globale. Keynes, dunque, aveva visto giusto quando affermava che il mercato non possiede affatto quei presunti meccanismi automatici tali da renderlo equo e foriero di benessere, pace e felicità universali come ilmillenarismo liberista pretende (tra l’altro chiamando «equilibrio» e «felicità» la abissale disuguaglianza che il liberismo produce inevitabilmente). Per uscire dal vicolo cieco nel quale il liberismo ha, di nuovo, condotto l’economia occidentale, occorre, come insegnava Keynes, anche oggi l’intervento pubblico di investimento che, unito ad una riforma del sistema central-bancario (da riportare sotto imperio pubblico e politico) ed a una regolazione su scala globale dei mercati finanziari, per imporre alla finanza, attualmente autoreferenziale, parassitaria e speculativa, il servizio all’economia reale, restituirebbe fiducia ai popoli nel proprio avvenire. Una idea buona, nella direzione di una maggiore e seria regolamentazione della finanza, è senza dubbio quella di Maurice Allais, premio Nobel ed economista viennese pentito, consistente nel vietare al sistema bancario di effettuare prestiti a medio-lungo termine in proporzione superiore agli effettivi depositi bancari disponibili, per evitare in tal modo il prodursi della causa prima di tutte le bolle speculative ossia la creazione ex nihilo di moneta bancaria senza sottostante reale.

Keynes, il borgomastro di Wörgl e Silvio Gesell

Ai talebani del rigorismo liberista che, paventando il pericolo dell’inflazione come una sorta di Al Qaida economica, continuano, come faceva la nomenclatura sovietica mentre il sistema cadeva a pezzi, nell’imporre politiche monetarie e finanziarie restrittive, che ci stanno uccidendo, bisogna opporre esempi storici di come sia possibile allo Stato governare l’emissione di moneta in modo da fermarsi laddove iniziano a mostrarsi segni di eccesso inflattivo o da restringere la quantità di moneta circolante mediante opportune tassazioni una tantum senza reinvestimento pubblico delle entrate erariali. Un esempio può essere dato da come si comportò, saggiamente, il sindaco della cittadina austriaca di Wörgl, all’indomani del primo conflitto mondiale. Quel Comune era con le casse vuote. Il suo borgomastro applicò le teorie di Silvio Gesell (un geniale eterodosso dell’economia, socialista proudhoniano e, a suo tempo, ministro della repubblica socialista bavarese) sulla cosiddetta «moneta prescrittibile» e stampò moneta comunale che scontava ogni mese un bollino da apporre sulle banconote stesse affinché esse non perdessero valore per un dodicesimo del totale. Il ricavato dell’acquisto dei bollini entrava nella casse comunali. In tal modo quel sindaco aumentò del 12% le entrate erariali, senza aumentare le tasse e favorendo al contempo il benefico aumento della circolazione, ora non più rarefatta, di moneta nel circondario e nei circondari vicini. L’esperimento durò fino a quando una delle banconote di Wörgl capitò in uno sportello della Banca Centrale austriaca che intervenne imponendo la fine dell’esperimento (5).

Ebbene, quel borgomastro, che, tramite la sua moneta geselliana, riuscì ad riavviare l’economia locale ed a realizzare un vasto programma di opere pubbliche, quando si rese conto che la produzione di moneta stava diventando eccessiva la fermò onde consentire al mercato di riassorbire la massa monetaria in eccesso e di riequilibrare il rapporto tra moneta e produzione. Come si vede, non sta scritto da nessuna parte che un politico non possa essere un saggio amministratore e dunque anche un saggio gestore del monopolio pubblico dell’emissione monetaria. È una questione di etica religiosa e politica. Certo, se invece di uomini degni, si eleggono nani e ballerine non si può essere sicuri di un uso oculato e socialmente benefico di quel potere, salvo vincolarlo a precise norme cogenti finalizzate ad imporre un comportamento come quello del sindaco di Wörgl laddove iniziano a sorgere segni di inflazione eccessiva.

Diceva Ezra Pound che «Il tesoro di una nazione è la sua onestà». Il grande poeta americano intendeva dire che laddove si registra un cedimento valoriale ed antropologico dell’umanità, come è accaduto nell’Occidente nichilista post-cristiano, nessuna politica o riforma monetaria può dare frutti di bene comune. Keynes – sia detto en passant – era un estimatore, sebbene critico, di Silvio Gesell. L’economista inglese cita espressamente Gesell nella sua Teoria generale del 1936 dandone una valutazione lusinghiera benché metta in luce anche certe debolezze scientifiche dell’idea della moneta prescrittibile. Ciononostante Keynes riconobbe a Gesell (ed in misura minore al Maggiore Douglass, un altro economista eterodosso degli anni Trenta, di indirizzo populista e teorico di una forma di social credit, che riteneva un dilettante) il merito di aver individuato le ragioni, che agli economisti ortodossi ossia liberisti, sfuggivano dell’incapacità del mercato ad assicurare il tendenziale pieno impiego. In un mondo ove ormai esistono le basi tecnologiche per assicurare una vita dignitosa a tutti – dice Keynes a riguardo di Gesell – egli si era avventurato in campi della scienza economica ignorati dalla saccenza dell’ortodossia ufficiale, ancora dogmaticamente ancorata alla legge del Say, cercando di dare una risposta, non priva di elementi di verità scientifica, allo spettacolo del persistere della disoccupazione e di enormi sacche di povertà in mezzo all’abbondanza ed alla sovra-produzione di beni che, per mancanza deflattiva di potere d’acquisto, rimangono invenduti nell’insoddisfazione, anti-umana ed anti-economica, dei bisogni vitali.

In altri termini, qui Keynes, il quale poi svilupperà su basi più scientifiche quell’intuizione, riconosce a Gesell il merito di aver intuito che alla radice del mancato incontro tra domanda effettiva ed offerta sta il problema della moneta, intorno al quale ruota tutta l’economia. Come abbiamo detto Keynes non ha mai dimostrato interesse verso il Cattolicesimo, eppure egli, forse senza saperlo, finisce per attingere alla sapienza biblica proprio quando dimostra che la moneta è strumento, benefico o malefico a seconda di come lo si usa (e questo, detto per inciso, dipende dalla filosofia monetaria di riferimento e quindi dalle scelte etiche e spirituali che vengono pre-opzionalmente fatte), da cui dipende il bene sociale o la rovina della comunità. «Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri,liberi e schiavi, ricevessero un marchio sulla mano destra e sullafronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio» (Apocalisse 13, 16-17).

1) Sulle radici spurie dei presupposti teologici e filosofici di Keynes e di Von Hayek si veda l’ottimo saggio del professor Adriano Nardi Il fermento gnostico nelle dottrine economiche del XX secolo, in Ennio Innocenti, La gnosi spuria – il 900, pagine 411-419, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma, 2011.
2) Sulla critica monetarista al monopolio statuale e central-bancario del potere di emissione della moneta si veda il tentativo di leggerla in chiave cattolica – un tentativo a nostro giudizio maldestro ed ideologicamente inquinato in senso filoliberista – di cui al testo di J. G, Hülsmann L’etica della produzione di moneta, Solfanelli, Chieti, 2011.
3) La tentazione millenarista, ossia quella di aver trovato la risposta definitiva ai problemi economici dell’umanità, è, a nostro giudizio, l’errore di un divulgatore, come Paolo Barnard, della interessante Nuova Teoria Monetariadell’economista americano neokeynesiano Randall Wray. Una teoria, quella citata, che ha moltissimi elementi di verità. Si deve, però, come è stato fatto per la teoria di Keynes, evitare di caricarla di attese palingenetiche che, laddove essa trovasse realizzazione concreta, porterebbero inevitabilmente ad abusare in modo improprio, ossia per soddisfare iper-inflazionisticamente non i veri bisogni umani ma i presunti diritti postulati da certa cultura liberal, dello strumento monetario, prestando il fianco alla rivincita del liberismo tale da travolgere anche le politiche sociali o di social credit.
4) Si noti che è su questa base che, a partire dai governi socialisti di Craxi, si è inaugurata in Italia, parallelamente a quanto accadeva in tutto l’Occidente sulla scorta della reaganomics, la cosiddetta politica dei redditi consistente nel contenimento, presuntivamente anti-inflattivo, dei salari, nell’intenzione di favorire l’accumulo del capitale per aumentare gli investimenti. In realtà, l’accumulo di capitale non fu poi giocato nell’economia reale, sottoforma di investimenti, ma dirottato, dal libero gioco dell’interesse privato verso iparadisi artificiali della finanza speculativa. È naturale che in assenza di un’Autorità Politica che indirizzi, mediante opportune politiche diinstradamento, il capitale verso esiti sociali, gli interessi privati finanziari, per definizione indifferenti alla realtà comunitaria di appartenenza, si rivolgano laddove i profitti sono maggiori a minor costi.
5) Un esperimento simile è stato messo in atto, con altrettanto benefici risultati per la strozzata economia locale, da Giacinto Auriti, docente di Teoria Generale del Diritto all’Università di Teramo, nel 2000 a Guardiagrele, in provincia di Chieti, con l’emissione di una moneta locale denominata Simec(Simbolo Econometrico). Inutile dire che anche in tal caso l’interveto della Banca d’Italia pose fine all’esperimento, che tuttavia destò notevole interesse in tutto il mondo tanto che nella cittadina abruzzese si precipitarono persino le telecamere della CNN e gli inviati di notissime testate giornalistiche e televisive nazionali ed internazionali.

Economia Sociale di mercato?

Le basi del moderno Stato sociale furono poste nel XIX secolo. Ma non dalla sinistra socialista, che vi contribuì solo successivamente mediante le due riforme del marxismo ossia la socialdemocratica e la fascista, quanto invece dalla destra tradizionalista. Nella Germania guglielmina fu un conservatore autoritario come Bismarck ad introdurre le assicurazioni sociali per i lavoratori ed il dirigismo economico nazionale. Un diplomatico ispanico, cattolico reazionario, come Juan Donoso Cortés si aggirava nelle periferie urbane di Parigi per portare concreto aiuto alle famiglie operaie e, mentre polemizzava con il socialista Proudhon, si adoperava, inascoltato, presso il proprio governo, condizionato dai liberali, affinché lo Stato intervenisse ad alleviare le sofferenze del proletariato.

Per non parlare, poi, del grande movimento sociale cattolico che si diffuse in tutt’Europa nell’Ottocento e che vantò dalla sua uomini come Ozanam, il vescovo sociale von Ketteler, Toniolo e numerosi altri. Lo stesso Leone XIII, nella Rerum Novarum (1891), chiedeva l’intervento dello Stato affinché si sovvenisse ai bisogni dei lavoratori. E con grande scandalo dell’ortodossia liberista, quel grande Pontefice scriveva che «il lavoro non è merce» e che pertanto ci sono àmbiti, non solo quelli della tutela del salario, nei quali la legge della domanda e dell’offerta, quella che secondo i liberisti muoverebbe spontaneamente il mercato verso il migliore dei mondi possibili, non può essere la legge decisiva. Furono questi reazionariad aprire la strada verso lo Stato sociale, verso una forma di socialismo su basi etiche e non marxiste, verso le successive idee di Keynes.

Oggi molti vedono in quella antica tradizione di pensiero socialereligioso e/o nazionale la radice della cosiddetta economia sociale di mercato, che è stato il modello, più o meno keynesiano, dell’Europa del secondo dopoguerra.

Dicono che Monti, il quale ha studiato dai gesuiti, non sia un liberista puro ma un economista di scuola renana ossia un teorico dell’economia sociale di mercato. Si pone però una domanda: quando si parla di Economia Sociale di mercato cosa si intende? Certamente una economia sottoposta a prioritarie esigenze morali e sociali. Ma il punto sta in questa ulteriore domanda: a chi è affidata la tutela di tale priorità etico-sociale? Al buon cuore dei singoli, associati o meno, oppure innanzitutto allo Stato il quale dunque è chiamato ad assumere un ruolo decisivo nel coniugare il mercato con la socialità, fermo restando che la socialità deve restare comunque preminente affinché si possa davvero parlare di economia sociale di mercato? Si tratta, in altri termini, di chiarire il senso dell’aggettivo sociale, ovvero se esso coincida con il supposto spontaneismo intersoggettivo, quindi orizzontale e contrattuale, rivendicato dal liberismo come legge naturale del mercato, oppure se, invece, esso richieda un intervento superiore, dall’alto, della Autorità Politica, dunque statuale, non solo regolatore ma anche, dovunque si mostri necessario per tutelare il bene comune in assenza o meno dell’efficienza privata, anche gestionale. Riteniamo che non possa ridursi l’economia sociale di mercato al mero spontaneismo dei singoli o dei gruppi ma che bisogna darne una chiave di lettura in espliciti termini di Stato sociale di mercato ad indicare la indiscutibile priorità, politicamente garantita, dell’etica sociale sull’egoismo interindividuale che muove il mercato.

Altrimenti, una espressione come economia sociale di mercato diventa un mero flatus vocis. Si tratta anche, certamente, di cercare e ricercare sempre il giusto equilibrio tra Stato e mercato, ma non deve considerarsi equilibrio né quello che riduce ai minimi termini la presenza del pubblico né quello che l’estenda in maniera quasi onnicomprensiva. Il mercato, in un ordine sociale giusto, è contenuto nella Città Politica e non il contrario, come pretende il liberismo.

Tobin tax, money manager e banchieri centrali

Monti, che sembra però essersene dimenticato, è stato anche allievo del premio Nobel per l’economia James Tobin che per primo propose negli anni ‘70 la tassa sulle transazioni finanziarie che poi da lui prese il nome di Tobin tax. Sull’ipotesi dell’introduzione di una tassa di tal genere, nella misura almeno minima dello 0,05%, si è scatenato in Europa un braccio di ferro che vede tra i pochi contrari la solita Merkel appoggiata dal conservatore britannico Cameron. Interessante quanto, in proposito, afferma Leonardo Becchetti, docente di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata: «La battaglia sulla Tobin Tax… può segnare un primo momento in cui si rovescia il rapporto di forza tra le lobby finanziarie… e la società civile e la politica, alleate, … (una riforma organica dei mercati finanziari non è più rinviabile perché) c’è un enorme spreco di risorse finanziarie (…). Pensiamo alle migliaia di miliardi indirizzati al salvataggio delle banche, che avrebbero potuto tranquillamente assicurare l’istruzione obbligatoria in tutto il mondo. Non dobbiamo rassegnarci a considerare questo (ossia quello disegnato dal liberismo e dal monetarismo, nda) come il migliore dei mondi possibili, ma batterci per cambiare le regole della finanza. Ordinandola alla crescita dell’economia e del benessere (…). Per questo è così importante la Tobin tax, che comunque ha un suo valore intrinseco perché porterebbe risorse ingenti: un recente studio… parla di 9,9 miliardi di euro solo per l’Italia (…). (La Tobin tax sarebbe un forte deterrente per la speculazione perché) Frenerebbe il trading ad altissima frequenza, un ambito nel quale ora siamo in una situazione tipo Far West, senza legge. E contrasterebbe quei meccanismi che vedono gli speculatori vendere i titoli di Stato in prossimità delle aste, per far salire lo spread e ottenere rendimenti più alti. Le manovre sullo spread sono diaboliche perché creano ed esasperano il cuneo fra Paesi forti e deboli, che in Europa esiste ma non è di quelle dimensioni, e con ciò riducono la convenienza dei Paesi forti ad avviare il cambiamento. Sembra quasi una strategia studiata ad arte per far saltare l’euro (…). (Non solo però la Tobin tax, perché anche) I mercati Otc (over the counter, al di fuori dei circuiti delle Borse)devono essere regolamentati (…). Bisogna (inoltre) …separare l’attività commerciale delle banche da quelle speculative. Il punto fondamentale è che occorre penalizzare l’uso speculativo del denaro rispetto al suo uso produttivo. Ormai è scientificamente dimostrato che la relazione tra incremento dell’attività finanziaria e crescita si è interrotta negli ultimi dieci anni: in particolare, c’è una correlazione negativa tra crescita delle attività sui mercati Otc e finanziamenti a disposizione dell’economia reale. Bisogna inoltre adoperarsi per rendere popolari questi temi (…).Occorre far passare l’idea che quello su cui si deve puntare, per affrontare questioni come la crisi dei debiti sovrani, sono le relazioni fiduciarie fra gli Stati: il debito pubblico è cosa troppo seria per lasciarlo in mano alla speculazione» (1).

Il che significa che è necessario tornare al primato dell’economia reale su quella finanziaria che, però, soltanto presupponendo il primato del Politico sull’economico può essere davvero garantito. Deve tornare, e di forza, la grande politica sulla scena internazionale. Questo ci porta, quindi al vero problema che, alla fine, è etico ed antropologico coincidendo  con il livello di caratura politica e morale di una classe dirigente. I liberisti fanno leva proprio sul fatto che, a loro dire, poche volte nella storia si sono viste classi politiche degne di tal nome, mentre la tentazione dello stampare moneta per soddisfare ambizioni personali di potere, follie ideologiche o i bassi istinti e le passioni popolari e clientelari, è troppo forte per la comune umanità di cui sono impastati i politici. Ma questa polemica anti-politica dei liberisti può essere rovesciata e ritorta contro di loro. Perché mai, infatti, i banchieri, centrali indipendenti o anche quelli ordinari, dovrebbero essere migliori dei politici ed, a differenza di questi ultimi, scientificamente infallibilinella gestione dello strumento monetario? In un libro di diversi anni fa (2) Geminello Alvi, un steineriano-olivettiano assurto a ruoli di dirigenza nel mondo finanziario globale, ha spiegato, dall’interno della stanza dei bottoni, di quale miserevole pasta umana sono fatti anche i banchieri e i money manager. Si tratta di una umanità fragile, vanitosa, esposta alle lusinghe dell’adulazione e del potere come tutti gli altri, come i vituperati politici. Sicché non c’e affatto nessuna speranza di salvezza nell’affidarsi alla troppo mediaticamentesantificata competenza dei banchieri. Basta, per esempio, ricordare gli errori madornali di un Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia, quando nel 1992 la lira fu sottoposta all’attacco speculativo di Soros, che la costrinse ad uscire dallo SME. Ciampi non si rese affatto conto della sproporzione delle forze in campo e bruciò miliardi di lire, gettandoli sul mercato, nel vano tentativo di sostenere il valore della nostra ex-moneta. Invece di uscire immediatamente dallo SME, consentendo mediante la svalutazione, alla nostra economia di riprendersi dalla batosta subìta, sotto l’attacco speculativo, a causa del cambio fisso che la legava alle altre monete europee, resistette per mesi dando fondo alle nostre riserve valutarie fino a prosciugarle. Fu come se un generale avesse voluto affrontare un esercito nemico di due milioni di uomini con appena duecentomila effettivi. Ecco un esempio dellagrandezza e della competenza di questi venerati gran maestri e banchieri internazionali.

Keynes, Roosevelt e il fascismo

È, tuttavia, necessario ammettere che sono stati i guasti prodotti dalla miseranda bassezza, morale e culturale, dell’attuale classe politica a permettere agli avvoltoi della speculazione di avventarsi sui beni pubblici nazionali acquistandoli a prezzi stracciati per poi rivenderli a prezzi gonfiati o trasferire all’estero patrimoni e altissime competenze tecniche. Alcide De Gasperi – non lo stiamo incensando ma solo citando – ebbe a dire che un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. Ecco, oggi mancano completamente gli statisti.

Statisti come Benito Mussolini

Tra le accuse che i liberisti rivolsero a Keynes vi fu anche quella per la quale le sue teorie economiche, stataliste ed interventiste, aprivano varchi immensi al fascismo. In effetti lo stesso Keynes, che era e rimase sempre un sincero democratico inglese, in una sua conferenza (3) nella quale riprendeva lo schema storico ternario gioachimita per applicarlo alla storia dell’economia (qui, si palesa quel retroterra teologico-filosofico che, come abbiamo detto all’inizio di queste nostre considerazioni, inficiano la sua opera sotto il profilo extra-economico), ammise che «le degenerazioni di questa era (l’era del capitalismo individualista e a-sociale, nda) nell’ambito governativo sono il fascismo da una parte, il bolscevismo dall’altra parte». Dunque per Keynes il fascismo poteva rappresentare una risposta, sicuramente a lui sgradita e ritenuta maldestra, alle deficienze del capitalismo liberista. Quando Monti, in Europa, ha manifestato, di recente, il suo timore di una insorgenza populista ha ragionato in termini non dissimili da quelli nei quali ragionava Keynes nella sua conferenza degli anni Trenta. Sta di fatto che quando Franklin Delano Roosevelt (che era massone perché negli Stati Uniti non si fa carriera politica senza esserlo) inaugurò il New Deal, mettendo in pratica i suggerimenti che lo stesso Keynes gli aveva dato, inviò i suoi tecnici in Italia per imparare dal regime fascista. Il presidente americano in quegli anni era prodigo di pubblici elogi alla politica sociale di Mussolini e non era il solo in Europa ed in America a guardare con interesse e speranza alla terza via suggerita dal corporativismo fascista. L’Italia in quegli anni era al centro dell’interesse politico e scientifico. Nelle università occidentali si discuteva ampiamente dell’esperimento italiano. La sinistra europea guardava con invidia ed interesse alle realizzazioni sociali del regime. Socialisti come il belga Henry de Man elaborava il suo pianismo, una proposta di dirigismo economico, guardando esplicitamente al corporativismo italiano. Altri come l’ex comunista Doriot fondava in Francia il Partito Popolare Francese che rappresentò una sorta di fascismo proletario. Il discorso ci porterebbe molto lontano e quindi dobbiamo fermarci qui per tornare a Roosevelt. Il New Deal è considerato oggi da molti storici come il massimo di fascismo che una società liberale come quella americana poteva, in quegli anni, assorbire. Quando avviò la fondazione della Tennessee Valley Authority, come si è detto, Roosevelt inviò i suoi tecnici in Italia, dove era in atto la creazione dell’IRI e dove l’intervento statuale per la bonifica delle terre era una realtà consolidata. La Tennessee Valley Authority, infatti, era una agenzia statale deputata alla bonifica delle terre incolte per consegnarle ai contadini, i farmer americani falcidiati dalla crisi del 1929. Quella agenzia aveva, inoltre, anche un altro importante scopo: quello di creare, mediante gli investimenti pubblici necessari alle opere di canalizzazione e trasformazione rurale ed idroelettrici, posti di lavoro in modo da erogare salari e, tramite l’effetto moltiplicatore della moneta, rimettere in grado la disastrata economia americana di ripartire.

La Tennessee Valley Authority impiegò milioni di disoccupati per la costruzione di imponenti dighe allo scopo di sfruttare le risorse idroelettriche del bacino del Tennessee. Keynes aveva suggerito a Roosevelt come primo intervento immediato, in attesa di elaborare un piano più vasto di riforme, di mettere i disoccupati a scavare fosse e riempirle in modo da assicurare loro un reddito, perché quel reddito sarebbe stato speso dagli operai ex disoccupati ed in tal modo si sarebbe contribuito a riavviare la produzione industriale. Ma la politica sociale di Roosevelt non imitò il fascismo solo per la costruzione di grandiose opere pubbliche. Con il Social Security Act Roosevelt introdusse l’assistenza sociale e l’indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia che in Italia erano già una realtà grazie all’INFPS (Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale). Creò la SEC, un’agenzia per il controllo del mercato azionario, ad imitazione della antesignana fascista dell’attuale, ed attualmente depotenziata, Consob. Mediante una serie di leggi – l’EmergencyBank Relief Act, il Gold Reserve Act, il Glass-Steagall Act – sottopose a rigido controllo il sistema bancario e finanziario americano esattamente come si andava facendo negli stessi anni nell’Italia fascista, dove si pubblicizzava l’intero apparato bancario-finanziario e si separava il capitale bancario da quello industriale (il Glass-Steagall Act di Roosevelt imponeva la medesima separazione). Mediante altre leggi, come l’Agricultural Adjustement Act ed il National Industrial Recovery Act, si occupava di disciplinare la potenza produttiva agricola ed industriale americana onde prevenire fenomeni di sovrapproduzione anche vietando il lavoro minorile ed il lavoro nero. In Italia analoghi provvedimenti erano stati adottati per imporre la disciplina corporativa della produzione nazionale. Con una riforma fiscale ad ampio raggio, Roosevelt combatté l’evasione fiscale inasprendo, tra l’altro, le imposte sui ceti più abbienti, sulla base del sacrosanto principio tonoliano che chi più ha più deve contribuire. Introdusse il diritto di sciopero, il riconoscimento legale dei sindacati e l’obbligo della contrattazione collettiva, che erano per gli Stati Uniti tutte cose sconosciute e rivoluzionarie laddove invece nell’Italia fascista, pur tra mille difficoltà ed imperfezioni, il sistema sindacale e corporativo aveva già sancito, salvo il diritto di sciopero e di serrata, analoghi provvedimenti in favore della sindacalizzazione dei lavoratori e della contrattazione collettiva con efficacia erga omnes. Con la creazione del Work Progress Administration, infine, Roosevelt istituzionalizzò un’altra agenzia governativa per la gestione delle opere pubbliche su tutto il territorio nazionale. In Italia si provveda nello stesso senso con i Provveditorati alle Opere Pubbliche. Agli inizi della grande depressione anche in Italia si era ritenuto di seguire le classiche soluzioni liberali consistenti nella riduzione deflazionista dei salari, onde dare respiro ai profitti imprenditoriali ed agli investimenti. Ma la cosa non funzionò perché, per la ampie ragioni sopra illustrate a proposito delle deficienze dell’ideologia liberista, non poteva funzionare. Si cambiò allora completamente registrò e si avviò l’intervento statuale in economia, per rilevare le industrie decotte salvando con esse i posti di lavoro. Si trattò, anche se con Mussolini Keynes non aveva come con Roosevelt alcuna corrispondenza privata, dell’inizio di una politica di stampo squisitamente keynesiano.

Mussolini e Beneduce

Sabino Cassese, giudice costituzionale nonché grande studioso e docente di Diritto Amministrativo, pur di formazione illuminista, è uomo di grande onestà intellettuale. Nel suo ultimo libro, “Italia: un Paese senza Stato”, ha dedicato un capitolo intero alla ricostruzione storico-giuridica della grande operazione politica e tecnica realizzata dal regime fascista, negli anni ‘30, per far uscire l’Italia dalla crisi internazionale del ‘29-34. Una crisi del tutto simile a quella che stiamo vivendo oggi.

Nel libro di Cassese si tratta della fondazione dell’IRI e dell’IMI ossia dell’avvio dello Stato imprenditore che sarebbe rimasto il fulcro dell’economia mista e dello sviluppo del dopoguerra. Cassese ricorda che Mussolini chiamò, per questa operazione, Alberto Beneduce che fascista non era essendo stato un gran commis di Stato, anche per meriti di loggia, sotto i precedenti governi liberali. Beneduce era stato massone e socialista. Non osteggiò mai apertamente il fascismo accettando di servire lo Stato durante il regime. Forse in questa scelta più che opportunismo di carriera deve vedersi una certa affinità ideologica tra gli ideali giovanili del Duce e del Beneduce, che erano stati e in sostanza sempre rimasero, socialisti. Una figlia di Beneduce, dallo strano ma significativo nome di Idea Socialista, sposò un giovane funzionario dell’IRI destinato, anche per influsso del potente suocero, a grande ed ambigua carriera: Enrico Cuccia, il gran patròn, per designazione dell’oscuro banchiere Raffaele Mattioli, del capitalismo italiano della Prima Repubblica. Chiamando Beneduce, un tecnico di grande competenza, anche se antifascista, ad una delicata missione nazionale, Mussolini, in quell’occasione, consapevole dell’importanza dell’operazione, si comportò da statista e non da politico. L’operazione – che comportava grandi investimenti pubblici – fu possibile perché all’epoca lo Stato era ancora in pieno possesso della sovranità monetaria: non doveva in altri termini piazzare i suoi titoli sui mercati finanziari, che del resto non erano così forti e globali come oggi, e non doveva pertanto sottostare al ricatto dello spread. Un momento fondamentale di quella rivoluzionaria operazione, che come si è già detto suscitò la pubblica ammirazione di Roosevelt, fu l’avvio della pubblicizzazione del sistema bancario. Il sistema bancario, con la Legge Bancaria del 1936, fu sottoposto ad un forte controllo statale, si separarono le banche dalle industrie, si intervenne con metodi keynesiani per salvare le industrie ed i posti di lavoro. Ed onde evitare di socializzare le perdite e privatizzare i profitti, quando lo Stato risanò il sistema bancario ed industriale, decotto per effetto della crisi, si abbandonò l’idea iniziale, ancora succube del dogma liberale, di restituire ai privati quanto dal pubblico risanato. Fu, come detto, l’avvio della presenza dello Stato nell’economia che ha consentito il decollo industriale del dopoguerra e che ha retto fino agli anni ‘90. Certo, il policantismo, succeduto allo statismo mussoliniano, fece deviare il sistema verso gli esiti di Tangentopoli. Ma è un falso storico, ormai diventato un luogo comune mediatico, che la presenza del pubblico nell’economia sia sempre e comunque dannosa. Chi approfondisca la questione sotto il profilo dell’indagine storica, potrà constatare che lo Stato è sempre intervenuto perché costretto dalle inefficienze, non solo sociali ma anche economiche, del mercato e dall’incapacità di molti imprenditori rivelatisi veri dissipatori di quel patrimonio nazionale che è la tecno-struttura industriale di un Paese. Lo diciamo ai tanti cattolici conservatori etimorati del dio mercato: l’intervento dello Stato per le inefficienze del privato è del tutto legittimo alla luce del principio di sussidiarietà della Dottrina Sociale Cattolica.

Oggi – vigente il paradigma neoliberista (quello di Sarkozy e della Merkel, ovvero dei bocconiani ed harvadiani o freidmanniani che ne imbeccano le scelte di governo) –  una operazione come quella  degli anni ‘30 non è più possibile a causa del cappio al collo che ci hanno messo facendo aderire l’Italia ad un’Europa nella quale, per l’appunto, la BCE non è prestatore di ultima istanza per gli Stati. Il terrore tedesco e bocconiano per l’inflazione ha portato i popoli europei a sacrificare il Welfare sull’altare del moloch intoccabile di un dio-mercato che, secondo il paradigma liberista, sarebbe capace di autoregolarsi e tutto alla fine, per virtù della (esoterica?!) mano invisibile, aggiustare nella pacificazione e nel benessere globali. Come tutte le utopie millenariste anche questa sta mostrando il proprio volto fallimentare. Purtroppo a prezzo del nostro sangue e di quello dei nostri figli. La Grazia e la norma: Silete argentarii in munere alieno, restituire il potere di emissione o almeno il controllo dell’emissione monetaria allo Stato, all’autorità politica, necessita, dunque, insieme e prima di qualsiasi riforma tecnica, di una riforma morale in interiore homine, che solo la grazia può davvero concedere. Ricordando l’ammonizione di Agostino sugli Stati che sono solo briganti quando non retti da principi di giustizia. Tuttavia è possibile rendere responsabile l’autorità politica anche attraverso mezzi esteriori e coattivi. La restituzione del potere di emissione monetaria all’ambito del Politico, in modo da restituire, come è giusto che sia, al controllo della Comunità Politica quel bene comune che è la moneta, deve accompagnarsi a norme opportunamente studiate che responsabilizzino lo Stato nell’uso della sovranità monetaria.

In prima istanza, però, il problema è innanzitutto etico ovvero dipende dalla disposizione morale (che cattolicamente abbisogna della Grazia) al bene comune. E la moneta è, come detto, tra quelli giuridici ed economici, il principale bene comune. Ecco perché non può essere privatizzata o lasciata al governo dei banchieri privati. La creazione di moneta è una funzione troppo importante (dalla quale dipende la sovranità dei popoli nonché ogni politica che voglia perseguire, per quanto umanamente possibile, redistribuzione sociale del reddito nell’equità) per essere lasciata nelle mani dei banchieri. Alla luce della Rivelazione e del diritto di natura, per cui il Teologico è prima del Politico ma il Politico è prima dell’Economico, la priorità della Comunità Politica sul mercato (che non significa negare nella giusta misura lo spazio di legittimità al mercato e che quindi significa, correlativamente, riconoscere un giusto limite allo Stato ma senza castrarlo come vogliono i liberisti: la questione è nella continua ricerca di un sensato equilibrio tra Stato e mercato, pubblico e privato, Politico ed economia) è un indiscutibile imperativo etico, prima che politico.

È necessario, con ferma convinzione, proclamare Silete argentarii in munere alieno!

1) Confronta Con la Tobin tax un’altra finanza è possibile, intervista su Avvenire del 12 gennaio 2012. È oltretutto molto interessante quanto il professor Leonardo Becchetti afferma in un altro suo intervento sul blog la felicità sostenibile. Sentiamo: «Il malato e la trasfusione. Questa crisi è come quella storia di un benefattore (gli Stati nazionali) che intervengono per salvare un paziente gravemente malato (le banche d’affari) con una trasfusione (migliaia di miliardi). Il malato si riprende mentre il benefattore si indebolisce. Il malato per tutta gratitudine usa le nuove energie per attaccare il benefattore che l’ha salvato. Fuor di metafora, con la crisi finanziaria globale i debiti pubblici di alcuni dei principali Paesi occidentali sono significativamente aumentati per le operazioni di salvataggio degli intermediari in crisi (o per gli effetti indiretti della crisi) e sono successivamente diventati il nuovo obiettivo di attacchi speculativi. Una parte del mondo finanziario ha così privatizzato i profitti, socializzato le perdite e successivamente utilizzato i fondi pubblici impiegati per il proprio salvataggio per scommettere contro gli stessi salvatori. È comprensibile pertanto che la maggioranza dell’opinione pubblica sia dell’avviso che chi opera sui mercati finanziari debba contribuire a pagare i costi di questa crisi, per ora ridossati sulle fasce più deboli. Da questo punto di vista si ritiene che la TTF risponda ad un’esigenza di giustizia e sia addirittura urgente visti gli eventi più recenti per mantenere la coesione sociale a livello comunitario.I tre piani. La crisi ha tre piani (sistema finanziario internazionale, Europa e Italia). Nasce da un tubo che si rompe al terzo piano e allaga i piani inferiori. Noi continuiamo solo a parlare di chi deve passare lo straccio al piano terra (l’Italia) per asciugare per terra. Senza capire che se non ripariamo il guasto al piano superiore tutto questo può non bastare per salvarci. Scacco matto in tre mosse. La BCE se vuole può dare scacco matto alla speculazione in tre mosse. Impegno ad acquistare tutti i titoli di Stato italiani di cui gli investitori internazionali vogliono liberarsi. Divieto di posizioni al ribasso o di acquisto di credit default swaps sul debito italiano per chi non possiede titoli. In questo modo progressivamente gli speculatori escono dal mercato dove restano BCE e investitori italiani. La sola dichiarazione di una strategia del genere dovrebbe rimettere a posto le cose facendo crollare lo spread sui decennali e consentendo alla stessa BCE di realizzare cospicui guadagni in conto capitali sui titoli che tiene già in portafoglio. È evidente che l’annuncio e il mantenimento di questa strategia dovrebbe essere subordinato al rispetto da parte dell’Italia delle strategie di risanamento già avviate. Il problema riguarda la stabilità nel tempo più che la situazione presente nella quale il nostro Paese sta emergendo come uno di quelli più virtuosi con un surplus vicino al 5%. Insomma il problema è sempre lo stesso, una rinnovata fiducia tra Stati ed istituzioni può consentirci di superare il problema. È proprio questo ciò che speriamo Monti riesca a conseguire dai partner europei. A casa nostra. A casa nostra dobbiamo agire sulle sacche di spreco che possono portare altre risorse [crediti dello Stato non riscossi nel settore delle concessioni del gioco d’azzardo (si parla di 50 miliardi), lotta all’evasione] ma utilizzare le nuove risorse non per aumentare un avanzo primario già consistente ma per ridurre le tasse sul lavoro e sui redditi in modo da restituire soldi nelle tasche degli italiani e cercare di contrastare la recessione».
2) Stiamo citando a memoria, avendone avuto a suo tempo notizia da una recensione di Giano Accame, e pertanto non ricordiamo di preciso quale sia questo libro. Comunque uno di questi, tutti pubblicati negli anni ‘90: Il secolo americano o Le seduzioni economiche di Faust o ancora Dell’estremo Occidente.
3) Ora in J. M. Keynes Esortazioni e Profezie, Il Saggiatore, Milano, 1968.

Mario Draghi ed il suo maestro

Mario Draghi è stato allievo di Federico Caffè, un grande economista keynsiano nato a Pescara nel 1914 e, come Maiorana, misteriosamente scomparso nel 1987 a Roma. Sulla sua scomparsa non è mai stata fatta chiarezza. C’è chi dice che si sia rifugiato, sotto mentite spoglie in un convento deluso dal vedere avanzare senza nessuna resistenza culturale e politica il neoliberismo del quale presentiva tutto il cinismo e che lui rigettava come immorale e disumano. C’è, invece, chi pensa che l’economista si sia suicidato. Altri ritengono che sia stato ucciso dai servizi segreti essendo venuto a conoscenza, nella sua attività di consulente governativo, di inconfessabili segreti occulti scontrandosi con oscuri interessi che agivano dietro le quinte del palcoscenico politico.

Nel testo che egli faceva usare ai suoi studenti di economia, Lezioni di economia politica, Federico Caffè scriveva cose come queste:

  Federico Caffè

«Poiché il mercato è una creazione umana,l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio. Non si può non prendere atto di un recente riflusso neoliberista, ma è difficile individuarvi un apporto intellettuale innovatore». E, nello stesso testo, non mancava poi di porre in evidenza: « … i limiti intrinseci all’operare dell’economia di mercato, anche nell’ipotesi eroica che essa funzioni in condizioni perfettamente concorrenziali. È molto frequente nelle discussioni correnti rilevare un’insistenza metodica sui vantaggi operativi del sistema mercato, e magari su tutto ciò che ne intralci lo ‘spontaneo’ meccanismo, senza alcuna contestuale avvertenza sui connaturali difetti del meccanismo stesso».

Appare quindi sconcertante che un allievo di un tal maestro sia potuto poi diventare, nell’ordine, dirigente del Tesoro all’atto della svendita, concordata nel giugno 1992 sul panfilo di Sua Maestà Britannica Britannia con le banche d’affari angloamericane, del patrimonio pubblico nazionale, poi dirigente di Goldman Sachs Europa, quindi Governatore della Banca d’Italia ed infine Governatore della BCE, trasformandosi nel campione del monetarismo che il suo, tradito, maestro riteneva invece un «riflusso neoliberista». La svolta di Draghi si spiega alla luce del suo incontro, dopo la laurea, con Guido Carli, il Governatore che sancì, d’accordo con Andreatta, il «divorzio» tra Tesoro e Banca d’Italia, primo atto in Italia del processo di autonomizzazione e di privatizzazione del potere central-bancario. Di fronte alla scelta tra diventare, come il suo maestro, un docente di economia mosso da principi etici e sociali e quella di scalare le vette del Gotha finanziario globale, Draghi scelse la seconda opzione abbandonando il maestro al suo idealismo. Un idealismo con il quale non si fa carriera negli ambienti mondiali che contano.

Gente come Mario Draghi, Trichet, Bernanke dovrebbe essere pubblicamente processata per l’esproprio, cui essi hanno contribuito, della democrazia. Sul banco degli imputati insieme a loro dovrebbero comparire i dirigenti della agenzie di rating nonché i money manager del capitalismo finanziario, che ci sta portando alla rovina, con i loro camerieri ossia i nani e le ballerine che affollano, sanguisughe dell’erario, i nostri parlamenti, locali, nazionali e sovranazionali (chissà perché mai Stella e Rizzo, così solerti nel denunciare i misfatti di una «casta» di second’ordine come quella della politica nazionale, non fanno altrettanto anche con i misfatti dell’eurocrazia e della bancocrazia? Personalmente crediamo che non scriveranno mai un libro su questo argomento, perché ci vuole troppo coraggio per toccare il vero potere: e Stella e Rizzo, nonostante passino per «eroi» presso il grande pubblico, non ne hanno tenendo comunque anche essi famiglia!). Ormai, per quanto ci riguarda, non speriamo più che il giudizio possa venire dagli uomini e, pertanto, ci affidiamo al Vero Giudizio che solo Lui sa come decretare e per vie da noi impreviste.

Giocando con il fuoco mentre la finanza espropria la democrazia. I nuovi Bardi

La finanza globale ha espropriato la democrazia. Ma questo in fondo era già nei voti occulti sin dalle origini. Le rivoluzioni sono sempre state foraggiate dalla finanza. Più che sulla democrazia forse bisogna mettere l’accento sul Politico: perché in realtà la finanza ha prevalso, contro Rivelazione e contro natura, sulla Comunità Politica, indipendentemente dal fatto che essa abbia forma democratica o monarchica.

Nel XV secolo il Re d’Inghilterra, Edoardo III, indebitato con la potente famiglia bancaria dei Bardi, quando comprese che ripagare il debito significava prostrare il regno, lo ripudiò facendo fallire i suoi strozzini. I laudatori del primato del mercato sul Politico e della finanza sull’economia reale, come Oscar Giannino (vedasi il suo editoriale su Il Messaggero dell’11 gennaio 2012), affermano che quello di Re Edoardo non fu un atto morale e che qualsiasi governo, qualunque forma politica abbia, è il «Nemico» della felicità universale.

Questo modo di vedere la questione è tipicamente liberale ed americana – non a caso negli Stati Uniti il governo si chiama, come in un’azienda,amministrazione – e dovrebbe suonare come un caveat per quanti, proprio tra i lettori di questo sito, scandalizzati dai nani e dalle ballerine, spesso si danno all’antipolitica più becera, apprezzano un corifeo del liberismo come Giannino e dimenticano che l’impolicità fa scendere l’umanità ad un livello sub-bestiale (Aristotele: «L’uomo è animale politico») . Che il ripudio del debito da parte di Re Edoardo non sia stato un gesto morale è vero come del resto è vero che il Re si era indebitato per le sue guerre e non certo per il bene comune: ed anche questo non era morale. Ma non sarebbe stato un atto morale neanche gettare nella miseria il regno per pagare gli interessi agli strozzini fiorentini. E morale non era neanche il prestito usuraio che i Bardi praticavano, anche nei confronti dei sovrani e dei Papi.

Oggi purtroppo la Comunità Politica nella sua forma democratica, sottomessa come è al potere della finanza globale, non è neanche sfiorata dalla tentazione di ripudiare il debito sovrano.

Quasi una ironia, una beffa: sembra, infatti, che di sovrano agli Stati sia rimasto solo il debito.

Debito che certo hanno contribuito tutti, politici, imprese e cittadini, a creare ma finanziando il quale, a tassi di interesse sempre più proibitivi, i fondi di investimento globali, i Bardi di oggi, lo hanno saputo far fruttare a loro esclusivo vantaggio privato. Ora quegli stessi neo-Bardi chiedono ai popoli sacrifici, lacrime e sangue, per ripianare il debito. Bisognerebbe, invece, ripudiarlo come fece il Re di Inghilterra. E come ha fatto ad esempio l’Argentina nel 2002 (e l’Islanda nel 2008). Liberatasi dal debito, l’Argentina ora viaggia ad un tasso di crescita del 7% annuo. Invece l’UE, prigioniera di una BCE che lavora per il sistema bancario privato e per l’usurocrazia globale, non può – non sono stati neanche previsti gli strumenti giuridici: anzi vi sono norme sanzionatorie per impedirlo – ripudiare i debiti sovrani. In questo modo l’unica possibilità improbabile di crescere, quella stabilita dal paradigma bancocratico, a disposizione degli Stati dell’UE è tagliare la spesa sociale.

Resta un mistero, del quale solo gli iniziati del monetarismo liberista conoscono l’arcano, come si possa crescere quando il lavoro diventa precario, i salari sono costretti a mantenersi a livelli miserevoli e gli Stati non possono sostenere mediante una saggia, controllata ed oculata spesa pubblica la domanda interna, correggendo le inefficienze economiche e le iniquità sociali insite nel mercato che non è affatto regolato da presunte, ed intoccabili, leggi naturali, come vogliono far credere i sacerdoti del culto di Mammona. Chi non ha certezze di stabilità di vita, almeno nel medio periodo, tende per forza di cose a risparmiare, contribuendo al processo deflazionista, cui porta il liberismo rigorista e dogmatico, e a deprimere l’economia. Non è necessario un premio Nobel dell’economia per capire questo. Lo capiscono anche i bambini.

Il primato ormai stabilitosi della finanza sul Politico, ovvero sui popoli, che vuole rendere perpetuo il sistema di strozzinaggio globale (salvo l’irruzione dell’Imprevisto, che gli usurai planetari, servi del mordoriano Oscuro Signore, del paolino figlio della perdizione, dell’apocalittico Anticristo, non tengono in conto), viene esercitato applicando la legge del pidocchio: succhiare il sangue dell’animale parassitato fino a stremarlo ma senza ucciderlo, quindi lasciargli il tempo di riprendersi un poco e continuare a succhiargli altro sangue fino a stremarlo di nuovo e così via.

L’Europa sta giocando con il fuoco e rischia di bruciarsi. La testardaggine della Merkel ha già provocato un grave ritardo nello spegnere l’incendio greco ed ora la Grecia è alla fame ed alla disperazione. Anche negli anni Trenta del secolo scorso si tardò ad intervenire perché l’ortodossia liberista lo impediva pontificando nelle Università, nei parlamenti e sui giornali. Intanto le cose precipitavano ogni giorno di più. In Germania la marea nazista, ossia nazional-socialista, conquistava ampi consensi proprio tra operai, disoccupati, ceti popolari ed alla fine conquistò anche il potere instaurando una dittaturaneopagana, che seppe far rientrare la disoccupazione e riavviare con strumenti interventisti l’economia ma con tutte le conseguenze che sappiamo (tra le quali quella di aver irretito l’Italia, storicamente e culturalmente del tutto aliena dal razzismo, in una fosca alleanza senza la quale e senza la guerra gli esiti del regime avrebbero potuto essere completamente diversi). Quando la situazione diventò tragica, con l’elezione di Roosevelt la più grande potenza industriale dell’epoca ruppe ogni indugio, anticipata come detto dall’Italia fascista e sociale, cambiando completamente strada e tentando una virata, in questo seguita dagli altri Paesi occidentali, in extremis. Purtroppo i ritardi accumulati per le responsabilità dell’ortodossia liberista impedirono l’aggiustamento delle cose senza una guerra. Ci chiediamo se la Merkel, tedesca, conosca la storia recente del suo Paese, dell’Occidente e dell’Europa oppure se essa, che certo non ha le avvenenti fattezze per essere unaballerina, non sia piuttosto una nana della politica e come tale destinata ad essere ricordata dagli storici.

Conclusione provvisoria. Ancora la parola ad un economista

Per ora ci fermiamo qui. Ma lasciamo citando un economista, Pierluigi Garau, che già dal 2008, non unico, lanciava l’allarme inascoltato come tanti altri. Il suo articolo, che ci perdonino i lettori, è necessario riportare integralmente perché meglio di noi sa spiegare certe cose con proprietà di linguaggio tecnico, testimonia che la crisi attuale avrebbe potuto essere affrontata con un diverso e più efficace approccio. La mancanza di senso etico e di responsabilità politica lo ha, finora, impedito.

«La recessione globale – scriveva dunque nel 2008 Garau – sembra imminente e gli Stati Uniti d’America ne sono i principali responsabili tecnici e ideologici. Vediamo perché. Fra tutte le ricerche per uscire dalla crisi la riduzione delle imposte pare la più affascinante, ma potrebbe rivelarsi poco efficace. La politica più incisiva rimane l’intervento diretto dello Stato volto a creare occupazione, accettando un più alto deficit nei conti pubblici. Oggi l’andamento di numerosi indicatori economici sembra anticipare un notevole rallentamento, se non, addirittura, un rallentamento globale. In Italia i dati ISTAT confermano che siamo in recessione. Tecnicamente si considera infatti recessione il susseguirsi di due trimestri di crescita negativa del Prodotto Interno Lordo. Nel 2008, in effetti, i tassi di crescita del Prodotto Interno Lordo per il II e III trimestre sono stati,rispettivamente, -0,4% e -0,5%. Gli Stati Uniti d’America sono i principali responsabili della crisi sia dal punto di vista tecnico che da quello ideologico:dal punto di vista tecnico, intanto, perché hanno esportato i loro titoli avvelenati collegati ai mutui subprime; dal punto di vista ideologico in quanto sono stati i divulgatori dell’ideologia di libero mercato deregolamentato. Ora la crisi si sta rapidamente diffondendo ai Paesi emergenti;la lista dei Paesi che chiedono aiuto al Fondo Monetario Internazionale si fa sempre più lunga: Ungheria, Islanda, Pakistan, Ucraina,Bielorussia… Però, come sostiene il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, c’è la preoccupazione che il Fondo Monetario Internazionale possa far ricorso alle sue vecchie ricette economiche, che si sono rivelate disastrose in passato: politiche monetarie e fiscali restrittive, ossiacontenimento del deficit pubblico e alti tassi di interesse per tenere sotto controllo l’inflazione, che acuirebbero la crisi nei Paesi meno sviluppati. Si potrebbe avere il paradosso che mentre i Paesi sviluppati pongono in essere politiche espansive cosiddette anticicliche, volte a contrastare il ciclo economico avverso per uscire dalla recessione, i Paesi meno sviluppati sarebbero obbligati ad adottare politiche economiche di segno contrario,altamente destabilizzanti (…). (Quali le) possibili politiche economiche (?). I vari Stati stanno facendo a gara nel proporre misure per uscire dalla crisi,come testimoniano le prime pagine di tutti i giornali. Ora, le possibili linee di intervento sono sostanzialmente tre: a) La riduzione dei tassi di interesse da parte delle Banche Centrali (politica monetaria); b) La riduzione delle tasse su cittadini e imprese; c) L’intervento diretto dello Stato finalizzato a creare occupazione. Il ribasso dei tassi di interesse –definito politica monetaria – entusiasma da sempre l’apparato finanziaria(establishment) per il semplice fatto che non gli costa niente. Esso gode altresì di buona stampa: non c’è infatti giornale finanziario che non invochi un ribasso dei tassi. Tuttavia presenta un non piccolo inconveniente; in tempi di recessione, con alta disoccupazione e parte rilevante della capacità produttiva inutilizzata, la sua efficacia è molto ridotta. È difficile che un ribasso dei tassi di interesse convinca la schiera dei disoccupati a consumare selvaggiamente o induca le imprese, che già hanno impianti non utilizzati, ad accendere finanziamenti per acquistarne di nuovi sfruttando il credito a buon mercato. Per incrementare gli investimenti sono determinanti le prospettive a lungo termine sull’andamento della domanda, come insegna John Maynard Keynes, mentre i tassi di interesse hanno un effetto marginale. Nonostante ciò la politica monetaria viene tuttora considerata la panacea di tutti i mali: ‘Una convinzione quasi religiosa trionfa sull’esperienza, la quale dimostra decisamente il contrario’ (John Kenneth Galbraith). La seconda misura – la riduzione delle tasse su cittadini e imprese – manda in delirio imprenditori e politici demagoghi. L’argomento a favore di una riduzione delle tasse è che i contribuenti avranno più denaro da spendere in consumi, e le imprese, con la prospettiva di un reddito maggiore, saranno incentivate a investire. Il problema è che non vi è alcuna certezza che il maggior denaro nelle mani dei consumatori si traduca automaticamente in maggiore flusso di domanda o che le imprese, con la prospettiva di maggiori redditi al netto delle tasse, saranno incentivate a investire. In tempi di crisi i cittadini beneficiati da minori tasse saranno indotti a mettere da parte in buona misura il loro denaro piuttosto che a spenderlo. La diminuzione del carico fiscale favorisce quella che Keynes definì la ‘preferenza di liquidità’: il desiderio di disporre di contanti, che poco aggiunge alla domanda aggregata. In tempi di recessione o di ristagno dell’attività economica la misura più efficace rimane l’intervento diretto dello Stato volto a creare occupazione. Per Galbraith, nel suo saggio‘La buona società’, ‘l’unica azione di governo veramente sostanziale è fare in modo di garantire un posto di lavoro a coloro ch altrimenti sarebbero destinati alla disoccupazione’. Si tratta di una linea di intervento che provoca, ovviamente, l’aumento del deficit pubblico, che va affrontato con ulteriori strumenti e con saggia e tempestiva gradualità. Lo Stato, secondo le ricette keynesiane, dovrebbe intraprendere un programma di investimenti in infrastrutture pubbliche: strade, scuole, aeroporti, alloggi, che oltre a creare nuova occupazione accrescono il livello di benessere e ricchezza della intera collettività. Naturalmente tali politiche devono essere utilizzate oculatamente e le misure attentamente studiate, senza proclami demagogici. L’economista francese Jean Paul Fitoussi si domanda come mai gli Stati europei, che ultimamente hanno investito massicciamente nel settore bancario per fronteggiare la crisi, non investano in settori come la conoscenza, l’energia, l’ambiente, le infrastrutture materiali e immateriali,obiettivi che da anni definiscono prioritari. C’è purtroppo uno scollamento vistoso fra dichiarazioni di intenti e azione politica. In conclusione,in periodi di recessione è pur giusto che i tassi di interesse scendano, ma la via maestra per uscire dalla crisi è l’intervento diretto dello Stato nell’economia produttiva» (1).

Lo scollamento tra dichiarazioni e azione politica, lamentata purtroppo dal Garau sin dal 2008, non è scomparsa negli anni successivi all’inizio della crisi, con l’esplodere della bolla dei sub-prime, ma anzi sembra aumentato. Senza la restaurazione del giusto ordine delle cose, ossia senza il primato del Teologicosul Politico, del Politico sull’Economico e dell’economia reale sulla finanza, ogni possibilità di restituire un domani sicuro ai popoli è vana speranza. Almeno fino a quando un evento imprevedibile non appaia sullo scenario della storia. «Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi,bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali,maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati,accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore» (San Paolo, 2Timoteo 3, 1-5).

«Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà» (Matteo 24, 11-12).

Non possiamo certo lamentarci di non essere stati avvertiti in anticipo.

1) Confronta Pier Luigi Garau, Il rischio di recessione globale, disponibile su http://www.associazionenuovegenerazioni.blogspot.com

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