“Giornata della memoria. Per la Grecia” di Maurizio Blondet

08 febbraio 2012

«Non possiamo spiegare ai contribuenti tedeschi che devono fare cose che gli altri (europei) non vogliono fare, mentre allo stesso tempo chiedono il loro denaro»: così Guido Westerwelle, ministro degli Esteri germanico, ha spiegato l’ultimo rifiuto tedesco di dare altri fondi alla Grecia per compensare ciò che manca nelle trattative di ristrutturazione del debito coi creditori privati. «Non ha senso, finchè non sappiamo se le riforme accettate dalla Grecia saranno applicate» (1). Insomma, niente, perchè il governo ellenico ha promesso, e adesso non mantiene, è insincero. Il fatto è che il governo greco non riesce a raccogliere le tasse che servono a mostrare la sua sincerità: la recessione indotta dalle austerità e dai tagli imposti da Berlino hanno provocato la depressione economica, con la prevedibile riduzione degli introiti tributari. Sono già quattro anni che la Grecia è in recessione, in questi quattro anni il PIL è crollato del 15%, più dell’Argentina fra il 1998 e il 2001; in questi quattro anni, la disoccupazione è passata dal 7% al 18%; le vendite al dettaglio e la produzione industriale sono calate del 30%. 16 miliardi di euro sono fuggiti legalmente dal Paese (in forza della libera circolazione di capitali della dogmatica liberista), altri 65 miliardi sono stati ritirati dalle banche (il 20% del PIL) per timore di un’uscita dall’euro e di un cambio forzoso in nuove dracme. L’Europa ha prescritto di ridurre la spesa pubblica per ridurre il debito e il deficit. Gli stipendi statali sono stati tagliati del 15%, il numero degli statali ridotto del 20%. Le pensioni da 1.200 euro mensili tagliate del 15%, e l’età pensionabile fatta salire da 60 a 65 anni. Risultato – del tutto prevedibile – il debito pubblico s’è alzato invece di abbassarsi, dal 120% al 160 % del PIL. La nuova ricetta della Troika (gli eurocrati che gestiscono il pignoramento a nome dei creditori) è: abbassare anche i salari privati, alla faccia del libero mercato, per «riacquistare competitività», e così «rilanciare la crescita» (vi ricorda un certo Monti?). «Il salario minimo greco è superiore a quello degli altri Paesi europei con lo stesso tenore di vita», ha accusato Matthias Mors, il delegato della Commissione Europea nella Troika: 751 euro mensili, ma in Portogallo è di 566, in Polonia di 347, prendano esempio gli ellenici. Dopo quelli pubblici, anche i salari privati devono essere tagliati del 20-30%. Quelli di chi lavora, perchè il 20% dei greci sono oggi disoccupati, tutti hanno perso potere d’acquisto, e la metà sono in miseria. Ma non importa: la Grecia deve tener fede agli impegni. Austerità, rigore ed ancora austerità, per altri cinque, dieci o quindici anni: quanto basta per continuare a servire il debito, che è impagabile. Leggo su un blog ellenico: «Se le loro politiche di austerità più che feroce si mostrassero efficaci al 100%, il che è del tutto illusorio, il debito pubblico sarebbe portato nel 2020 dal 160% odierno al 120% del Prodotto Interno Nordo nazionale, ossia al livello che avevamo … nel 2009, quando tutto questo gioco al massacro è cominciato». È esattamente così. Le ricette dei tecnocrati pignoratori, che di fatto governano il povero Paese a nome delle banche creditrici, erano sbagliate? Non importa, ecco più alte dosi delle stesse cure. Senza alcuna prospettiva di miglioramento, perchè anche se funzionasse, lo squilibrio strutturale fra Germania e Grecia, incatenate alla stessa moneta, continuerebbe a ripresentarsi nei decenni. L’Europa, in Grecia, mostra una ferocia inaudita. La sua politica consiste nello svalutare un popolo intero per non svalutare la sua moneta. Questa politica sarà imposta poi applicata al Portogallo, alla Spagna e all’Irlanda? Se lo domanda Tim Duy, economista della Oregon University: «Con qual diritto possono gettare cittadini europei, un popolo intero, nella povertà? A che punto questa diventa una violazione dei diritti umani?». (Fed Watch: Another Experiment?) Domande che si pone un osservatore americano, ma non l’eurocrazia e men che meno Berlino: devono salvare il loro progetto artificiale, l’euro creato a tavolino, a prezzo di qualunque sofferenza umana. La Grecia viene strangolata e contemporaneamente le viene impedita la sola via d’uscita: la bancarotta, che è già nei fatti, ma deve essere mascherata da ristrutturazione «volontaria», d’accordo coi banchieri, altrimenti scatterebbero i pagamenti del CDS (quelle delinquenziali pseudo-assicurazioni contro i default), con la conseguente bancarotta degli istituti finanziari che li hanno emessi. «Aprirebbe il vaso di Pandora», ha detto il capo della Deutsche Bank, ossia: darebbe l’esca al default di Portogallo, Spagna, Italia … e delle banche tedesche e francesi creditrici. Verso i greci, l’euro e i suoi gestori hanno rimesso in auge la schiavitù per debiti, che i romani (lex Papiria Poetelia de Nexis) avevano abolito dal 313 avanti Cristo. Come noto, Berlino ha fatto circolare una sua proposta di mettere un «commissario» straniero alle finanze del Paese, il che sarebbe più che un protettorato; sarebbe un sequestro giudiziario della nazione ellenica. Decisamente, i tedeschi dovrebbero avere più tatto. Nelle famiglie elleniche, la loro arroganza suscita memorie luttuose: furono già governati dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione è ricordata come O Megàlos Limòs, la Grande Fame. Le truppe germaniche intervennero nell’aprile del 1941 in aiuto alle italiane, disfatte dall’armata greca nei monti dell’Epiro. La vittoria fu rapida e brutale. Joseph Stiglitz, il nobel per l’Economia, ha paragonato le «cure» eurocratiche sulla Grecia alla pratica del salasso della medicina medievale. La costante politica bellica del Terzo Reich era di addossare sugli occupati il costo delle loro occupazioni, a cominciare dalla confisca di oro e valute delle Banche Centrali dei Paesi sconfitti: per la Grecia povera, arretrata, già sul filo della sussistenza per la sua misera agricoltura anche in tempi normali, tanto più dopo i sei mesi di guerra contro gli italiani, il peso fu schiacciante. Requisizioni massicce di materie prime, bestiame e derrate furono operate con teutonica inflessibilità. Rappresaglie spietate seguirono al minimo tentativo di ribellione. Il governo collaborazionista dovette lanciare un «prestito di guerra», che i greci furono forzati a fare «volontariamente» al Terzo Reich; questo prestito non fu mai restituito e contribuì solo a far esplodere l’inflazione e la perdita di valore della dracma. La carestia fu aggravata dalla rete di borsaneristi in combutta con gli occupanti, che vendevano alla popolazione sempre più disperata il cibo (spesso proveniente da aiuti internazionali) a prezzi spaventosamente accresciuti.

I britannici fecero del loro meglio ponendo attorno alla Grecia – è un’abitudine che non hanno perso – un crudele blocco navale, che danneggiò solo i greci, riducendosi a un embargo sugli aiuti che arrivavano dai pochi Paesi neutrali. Ad Atene, piccole folle di uomini, donne e bambini luridi (mancava il sapone) presero a frugare nei cumuli di spazzatura lasciati dalle truppe occupanti, alla ricerca di qualche scatoletta vuota da leccare; presto queste folle crebbero, languivano in gruppi sui marciapiedi, senza forza per alzarsi. I più robusti derubavano le razioni dei più deboli, si uccideva per un pane. Nell’inverno fra il ‘41 e il ‘42, riempirono i letti d’ospedale e cominciarono a morire. Erano troppo anche per gli ospedali, che ormai ammmassavano i cadaveri nei cortili. Poco dopo, i morti di fame e stenti furono abbandonati nelle discariche senza documenti; i parenti non denunciavano i decessi per impadronirsi delle loro tessere di razionamento. Il numero dei morti per la Grande Fame non è accertato, si dice furono 300 mila solo in Atene e dintorni. Solo nell’estate del ‘42 il governo greco in esilio riuscì a convincere Londra a sospendere il blocco; la Croce Rossa potè nutrire 700 mila ateniesi con una tazza di riso ed olio con vegetali secchi al giorno. (Famine and death)

Fatto degno di menzione e di onore, mentre gli europei restavano indifferenti alla tragedia, il primo Paese a prestare un vero soccorso fu la Turchia, allora neutrale. Nell’ottobre 1941 attraccò al Pireo la SS Kurtulus, un vecchio cargo di 2.700 tonnellate partito da Istanbul, con grandi mezzalune rosse dipinte sulle fiancate, e scaricò decine di tonnellate di granaglie, cibo e medicinali che furono presi in carico dagli agenti della Croce Rossa Internazionale. Era stato il presidente turco, Generale Ismet Inonu, a firmare l’operazione di soccorso ai nemici storici, che egli personalmente aveva combattuto 19 anni prima nella Guerra d’Indipendenza. Inonu ottenne dalla Royal Navy britannica una eccezione al blocco. La Mezzaluna Rossa raccolse le derrate con una campagna fra tutta la popolazione turca. La SS Kurtulus fece in tutto quattro viaggi, portando in tutto oltre 6.700 tonnellate di alimenti. Nel quinto viaggio, il 20 gennaio ‘42, una tempesta fece naufragare la vecchia nave sugli scogli dell’isola di Marmara, nel luogo che poi – in onore del bastimento – fu chiamato Capo Kurtulus.

Forse andrebbe celebrata un’altra Giornata della Memoria, meno selettiva.

 1) La Germania ha preso tempo per prepararsi al peggio. Il sito ZeroHedge fa’ notare che, negli ultimo sei mesi, il governo tedesco ha varato leggi che gli consentano di lasciare l’euro senza lasciare la UE; leggi per nazionalizzare le banche tedesche (orrore!) in caso di aggravamento della crisi; ed ha chiesto alle banche di raccogliere più capitale. In breve, la Germania è pronta ad uscire, se occorre.

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