“A favore del ripudio (del debito)” di Maurizio Blondet

31 gennaio 2012

La Grecia farà default probabilmente entro marzo. Lo è già di fatto avendo i creditori accettato una sforbiciata del 50% (del loro credito), che però non basta a rendere solvibile di nuovo la Grecia.  C’è in ballo un altro «salvataggio» per 145 miliardi di euro, ma in cambio il Fondo Monetario (e Berlino) pretendono che il Paese rinunci alla sua sovranità di bilancio e si faccia governare da un «commissario» scelto dai creditori. Sarà bene chiarire che di quei 145 miliardi di «salvataggio», nemmeno un euro finirà in Grecia: l’intera somma finisce direttamente alle banche creditrici, senza entrare nel Paese. Il «salvataggio del Paese indebitato» è in realtà il salvataggio delle banche che l’hanno indebitato. Ai greci non restano che altri interessi da pagare per questo «aiuto»: e già (per l’austerità dettata dalla Germania) raccolgono erbe selvatiche sui monti, segano di notte gli alberi delle piazze per riscaldarsi, la disoccupazione dilaga, il tasso dei suicidi è salito del 22,5%. Ovviamente, disoccupati e suicidi cessano di pagare le tasse: di altrettanto si allontana la possibilità greca di servire il suo debito, anche come pia illusione. Ora un popolo europeo prova sulla sua pelle che la finanza, da “Fata turchina” dispensatrice di mutui e altri crediti, mostra la sua vera faccia di “Strega cattiva”: miseria, strangolamento e servaggio politico è quello che procura, alla fine. Nascono voci, vicine al premier Papademos, che Atene si prepari ad uscire «ordinatamente» dall’euro; se è vero, sarà un esperimento da seguire con interesse, come precedente per noi, oltre che per Portogallo (1) e Spagna. Perchè i finanzieri, se strangolano i greci, è perchè hanno paura: una paura profonda. Già la sforbiciata del 50% (che alla fine sarà del 65-70%) ha fatto dire al capintesta di Deutsche Bank, Joseph Ackerman, che «è stato aperto un vaso di Pandora molto pericoloso».

La frase è stata così esplicitata dal giornale economico La Tribune: 

«La sforbiciata sul debito greco rimette in causa il principio che sembrava scolpito nel marmo o almeno nella testa dei responsabili europei, ossia la sicurezza assoluta delle obbligazioni sovrane della zona euro. Chi assicura che il taglio del 50% proposto sul debito greco non si riproponga domani per il Portogallo o l’Italia?».

I grandi creditori hanno paura, una paura blu, che i debitori smettano di onorare il debito pubblico. 

Più precisamente: che i governi arrivino a capire che non ha senso imporre sacrifici estremi per decenni al loro popolo, unicamente per pagare i creditori; tanto più che questo, inoltre, frena la crescita del Paese ed anzi, in Europa, di tutta la regione cosiddetta «periferica». 

Ancora più a fondo: si tratta di prendere coscienza che una riduzione massiccia dei debiti sovrani è inevitabile; che non c’è altra soluzione, dati i livelli d’indebitamento raggiunti e i veti germanici imposti alla Banca Centrale e che nessuna austerità e rigore otterrà mai il risultato di onorare il debito. Non solo per la Grecia, ma anche per Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Francia. Dunque, il riupudio del debito ragionato e ragionevole è possibile, anzi auspicabile come soluzione meno peggiore. Si tratterebbe di «passare a un debito amministrato dal debitore anzichè ad un debito gestito dai mercati strutturalmente inefficienti»: così dice l’economista Henry Regnault, docente all’università di Pau, il quale ha studiato a fondo i pro e i contro del ripudio ragionato ed ordinato del debito, contro l’inevitabile default involontario e in catastrofe, sotto minaccia degli agenti pignoratori dei creditori, come il Fondo Monetario. Anzitutto: a quali condizioni a uno Stato conviene fare default senza troppi traumi? Risposta di Regner: quando può fare a meno dei suoi creditori. E quando può fare a meno dei suoi creditori? Quando non sta facendo debiti per pagare la spesa corrente, gli stipendi degli statali, eccetera. Ossia: 

«quando gli introiti (fiscali) dello Stato coprono le sue spese, al di fuori di quelle dovute per il rimborso del debito e il pagamento degli interessi. Dunque a condizione che il saldo primario delle finanze pubbliche sia nullo o positivo, in altre parole quando non ha bisogno di prendere a prestito se non per onorare il servizio del suo debito».

Ora, come è messa in questo l’Europa? Regnault pubblica la seguente tabella, che mostra che l’Europa, l’Eurozona, nell’insieme, non s’indebita per finanziare le spese correnti: è «strutturalmente » in attivo primario, mentre è solo «congiunturalmente» in deficit. 

Ci si può domandare però se questa buona posizione dell’Eurozona non mascheri le forti disparità fra Nord (presunto virtuoso e in attivo) e il Sud (cicala e passiva). No, come dimostra questa seconda, sorprendente tabella: 

Commenta l’economista: 

«Da queste tabelle si vede che in termini di attivo primario l’Europa è molto più virtuosa di Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Il che significa che tutto il bailamme fatto attualmente attorno al debito europeo è largamente un’esagerazione fabbricata di sana pianta dagli apprendisti stregoni anglosassoni, per tentare di canalizzare i flussi finanziari mondiali verso il proprio indebitamento – il quale è molto più problematico. Li chiamo apprendisti stregoni perchè scatenano un fulmine che finirà probabilmente per colpire loro, vista la loro situazione di bilancio veramente catastrofica».

Dalla seconda tabella vediamo che l’Italia, ha il maggior avanzo primario fra i partner: oggi, per via della stretta fiscale senza precedenti imposta dal governo Monti, le sue entrate pubbliche (tributarie e no) superano le sue spese. E le superano del 3,3%. Entriamo in passivo solo dopo aver «servito» il debito, ossia sborsato 90-100 miliardi per pagare gli interessi sul debito pregresso e restituito la quota del capitale a scadenza. 

Scopriamo che proprio a noi conviene ripudiare il debito, sovranamente e ragionevolmente. Non abbiamo bisogno dei creditori per sopravvivere.

Si dimostra anche questo: che tutto il terrorismo delle agenzie di rating sull’indebitamento italiano – che ci rende più costoso rinnovare il debito esistente – è un super-trucco dei creditori esteri, ai quali fa comodo estorcere a noi un interesse spropositatamente più caro che alla Germania, facendoci scontare un «rischio-Paese» che è tutt’altro che insanabile. Stanno lucrando sulle nostre disgrazie, ingigantite dai trucchi delle agenzie e dai veti di Berlino. 

Il fatto che all’Italia convenga ripudiare parzialmente il debito, non significa che sia la soluzione politicamente o socialmente facile. La più facile sarebbe la «monetizzazione» del debito, ossia che la BCE comprasse direttamente i nostri BOT, BTP e CCT ad interessi bassi; purchè sia ben chiaro che la monetizzazione è anch’essa una forma di default, in quanto crea moneta e produce inflazione: con un’inflazione del 20%, il creditore si vede rimborsare il suo credito con una moneta fresca che vale l’80% di prima. Non è molto diverso se si annuncia al creditore che i titoli di debito in suo possesso gli saranno rimborsati dallo Stato-debitore solo all’80%. In ogni caso, la monetizzazione è vietata dal veto tedesco il quale continua ad opporsi al trasferimento di risorse da Nord a Sud (per noi, da Germania all’Italia) come avverrebbe se l’Europa fosse davvero una federazione all’americana – in America gli Stati eccedentari pagano i conti degli Stati in passivo, il Nord Italia trasferisce ogni anno 50 miliardi al Meridione – per compensare lo squilibrio strutturale che l’euro ha portato a danno dei meridionali, con indebito vantaggio per i tedeschi. Allora: no alla monetizazione, no ai trasferimenti, no agli eurobonds … la Germania merita la sola soluzione che rende inevitabile con la sua ostinazione: il default di Spagna, Italia e Portogallo. Non è la soluzione migliore, è solo la meno peggiore. 

Solo, bisogna prendere coscienza che è «inevitabile»: non possiamo sostenere il debito con uno spread di 430 punti sopra i Bund tedeschi. Semplicemente, è ineluttabile: una volta riconosciuto che «è impossibile onorare integralmente gli impegni del contratto di prestito, bisogna tirarne le conseguenze senza attendere devastazioni irreparabili», scrive Regnault.

Cioè: fare presto il default. Meglio farlo prima che il rigore, l’iper-tassazione e l’amministrazione controllata dei gestori eurocratici abbiano desertificato la nostra economia per soffocamento e risucchiato tutto il patrimonio privato e il risparmio delle famiglie, provocando disoccupazione, crollo della domanda – e alla fine, insostenibilità del debito. Non pagare il debito, per contro, ci consentirebbe di scegliere quali creditori punire e quali favorire: per esempio, potremmo rifiutare di pagare i creditori esteri e continuare ad onorare gli impegni presi coi piccoli creditori italiani, risparmiatori detentori di BOT. O potremmo ripudiare il debito vecchio: quello dove il creditore ha lucrato, in interessi, ormai più del capitale a suo tempo investito e onorare solo i debiti nuovi. Si potranno (dovranno) nazionalizzare le banche strapiene di BOT, salvaguardando i depositanti. A soffrire saranno tutti i redditieri che tagliano cedole, gli anziani con buone pensioni e tanta assistenza sanitaria, gli anziani che hanno case non gravate da mutui, che dovranno probabilmente vendere in perdita. A guadagnarvi saranno i giovani, liberati dall’immane peso del debito che li espropria di 90-100 miliardi l’anno, che avranno recuperato la competitività e le possibilità di lavoro oggi soffocate dall’austerità e dall’euro forte. Fare presto, meglio ripudiare il debito prima che poi, anche per un’altra ragione, che Regnault esprime così: 

«Immagino che saremo tutti presi di sorpresa quando, un venerdì sera dopo la chiusura di Wall Street, fine gennaio 2013, il presidente americano neo-eletto o rieletto annuncerà al mondo intero la ristrutturazione del debito americano e le condizioni del suo rimborso: a 99 anni e al tasso direttivo della FED in corso, ossia allo 0,25% d’interessi».

È successo esattamente così nel 1971, quando Nixon annunciò a sorpresa che il dollaro era ormai sganciato dall’oro: un default sovrano in piena regola. 

Quando avverrà, 

«i nostri bravi eurocrati, imbevuti delle loro certezze austere apprese sui banchi delle università americane (…) non avranno più altra via che riunirsi nell’ennesimo conclave a Bruxelles fino a che il fumo dei titoli di debito europei non esce dal camino! Possa lo spirito di lucidità venire a visitarli prima di assistere ad un tale spettacolo: vogliono scongiurare il default per salvare il loro onore e soprattutto le banche; e avranno il default, i fallimenti bancari, e il disonore». (La crise no.pdf) 

Naturalmente, vi indicheranno l’Argentina come esempio malefico da non seguire: dopo che ha ripudiato il debito, ha avuto un crollo del PIL del 24% in due anni. Sì, ma per poi risollevarsi con una crescita fenomenale, sempre attorno al 6-9% annuo (tranne il 2009). Vi diranno: sì, ma oggi l’Argentina ha il 25% di inflazione. Vi diranno ancora: ma l’Argentina non ha potuto per anni rifinanziarsi sui mercati globali, è stata isolata, messa al bando del mondo. 

Roberto Lavagna

A questo almeno, potrete rispondere con le frasi di Roberto Lavagna, il ministro dell’Economia argentino di quei terribili anni del default nazionale. È un’intervista da leggere integralmente, ma almeno è da scolpire questa frase. Domanda: Dopo la dichiarazione di ripudio, fino a quando i mercati finanziari hanno rifiutato di fare prestiti all’Argentina? Roberto Lavagna risponde: «48 ore dopo l’accordo di ristrutturazione del debito, delle banche attratte dal rapporto Debito/PIL divenuto molto basso, ci hanno offerto finanziamenti. È l’Argentina che ha rifiutato, per evitare di cominciare un nuovo ciclo d’indebitamento». 48 ore. Tanto gli speculatori hanno potuto stare lontani dalla loro droga, che è la frenesia di indebitare i Paesi per estrarre la rendita dal loro lavoro.

Argentina: a metà 2002, pochi mesi dopo il ripudio fino al 70% (dicembre 2001), la disoccupazione ha toccato il 23%, la recessione ha fatto cadere il PIL del -12%, il tasso di povertà è cresciuto al 57%. 

«Ma la svalutazione ha avuto un effetto positivo sulle esportazioni, ciò che ha permesso al settore agro-industriale di ristabilire velocemente la propria competitività. All’inizio del 2003, il tasso di crescita toccava il 9% e tutte le misure eccezionali furono abolite». Fra esse il divieto di prelevare dal proprio conto corrente più di 250 dollari americani e di inviare soldi all’estero. 

Prodotto Interno Lordo pro-capite in Argentina, prima e dopo il default del 2001

Tasso di disoccupazione in Argentina

Sono stati mesi duri per i decisori, vedere il loro popolo sprofondare nella povertà, costringerlo a sacrifici estremi ma, dice Lavagna:

«ciò che è inevitabile bisogna accettarlo. Vi sono momenti in cui un uomo di Stato, un governo e un popolo, devono avere la visione e il coraggio di dire: ‘Ora basta’ alle burocrazie internazionali e politiche e imboccare seriamente strade nuove». (Roberto Lavagna, ancien ministre argentin de l’économie)

Paul Krugman:

«L’Argentina ha terribilmente sofferto tra il 1998 e il 2001, mentre cercava di praticare l’ortodossia monetaria e la correttezza. Dopo il default alla fine del 2001, ha attraversato una caduta breve e severa, ma poco dopo ha conosciuto una forte ripresa, che è durata a lungo». 

Note

1) Il Portogallo – nonostante tutti i sacrifici imposti alla popolazione e la correttezza con cui il suo governo ha seguito le ricette dogmatico-monetariste – sta per diventare, inevitabilmente, la prossima Grecia. Le agenzie di rating hanno definito il suo debito pubblico «spazzatura». I suoi titoli decennali hanno raggiunto il 15% d’interesse.

 

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  1. #1 di stefano il 13 maggio 2013 - 8:03 PM

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perch il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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