“Il progetto coloniale israeliano nei territori occupati” di Luca Mazzucato

 5 dicembre 2009

In queste settimane di lutto in Palestina e in Israele, mentre infuriano a Gaza i bombardamenti e ritornano gli attacchi suicidi, è utile analizzare le ragioni alla base dell’Occupazione israeliana e i mezzi che vengono di volta in volta utilizzati per portare avanti questo progetto coloniale. La strategia a lungo termine perseguita dall’establishment israeliano (Sharon, Olmert o Barak, le direttive non cambiano) è mantenere il controllo della West Bank, annettendone i blocchi di colonie, ed eliminare la dipendenza della Striscia di Gaza dalle forniture israeliane, continuando a controllarne militarmente i valichi.Che questo sia il progetto del governo israeliano è di per sé evidente posando lo sguardo sui Territori Occupati. Al di là della Linea Verde, fioriscono i cantieri. Da una parte, il governo israeliano costruisce infrastrutture “per soli ebrei” nel cuore della West Bank, a partire dalle strade riservate ai coloni, che collegano gli insediamenti illegali, isolando i villaggi palestinesi. L’ampliamento della superstrada che percorre la valle del Giordano – dal lago di Tiberiade al Mar Morto – lascia pochi dubbi sull’effettiva volontà israeliana di trasferire la fertile zona sotto il controllo dell’ANP. Il sito rappresenta una zona militare strategica al confine con la Giordania, una buffer zone verso i paese arabi, laddove, secondo l’IDF, il confine territoriale sulla Linea Verde non sarebbe militarmente difendibile. La nuova superstrada che collega Gerusalemme al popoloso insediamento di Ma’ale Adumim mostra chiaramente le intenzioni annessionistiche: il progetto di tagliare i ponti tra Gerusalemme Est e il resto della West Bank verrà in pochi anni terminato grazie ad un nuovo anello di tangenziali e l’ampliamento delle colonie a ridosso della città: anche qui, infrastrutture militarizzate “per soli ebrei.” Funerali di stato per la rivendicazione di Gerusalemme capitale della Palestina. Le colonie illegali nel cuore della West Bank si espandono incessantemente. L’esempio più eclatante? Per assicurare terreni edificabili alla colonia di Modi’in Illit, l’esercito israeliano ha rubato la terra agricola al villaggio palestinese di Bil’in, circondandola con l’onnipresente muro di separazione e iniziando a costruire gigantesche palazzine di alloggi popolari per ospitare coloni ebrei ultra-ortodossi. Ogni venerdì gli abitanti palestinesi di Bil’in, insieme a molti attivisti israeliani e internazionali, manifestano contro questo scempio, scendendo dal villaggio fino al muro elettrificato e venendo puntualmente accolti da proiettili di gomma e gas lacrimogeno. Quando alla conferenza di Annapolis Abu Mazen si azzardò a chiedere il congelamento delle colonie come condizione per iniziare i negoziati, dal governo israeliano sbottarono indispettiti che “la naturale espansione degli insediamenti non si può fermare.” Quindi, se il progetto israeliano è mantenere il controllo militare della West Bank, rimane irrisolto il problema della Striscia di Gaza. Qui si intrecciano aspetti militari a considerazioni politiche. Con l’evacuazione nel 2005 delle poche migliaia di coloni ebrei che giustificavano l’occupazione militare della Striscia, Ariel Sharon fece un conveniente baratto con gli Stati Uniti: lasciare Gaza in cambio del tacito riconoscimento degli insediamenti ebraici in West Bank. Con la costruzione del muro di separazione, Israele annetterebbe circa la metà dell’attuale West Bank. Il resto verrebbe suddiviso in minuscole enclave separate, che secondo Ilan Pappe, storico ed attivista israeliano, si apprestano a diventare tante “mega-prigioni”, contrapposte alla separata “mega-prigione” nella Striscia di Gaza. Grazie al ritiro dalla Striscia di Gaza, Sharon è riuscito a posticipare di qualche anno l’esplosione del cosiddetto problema demografico che terrorizza l’establishment dello stato ebraico fin dalla sua creazione: il pericolo che la crescita della popolazione araba la renda maggioranza rispetto a quella ebraica, nella zona che si estende dalla fiume Giordano al Mediterraneo. Con l’evacuazione dei novemila coloni illegali da Gaza, il milione e mezzo di abitanti palestinesi della Striscia è stato rimosso dalle statistiche ufficiali della popolazione sotto il controllo dello stato ebraico. Una della motivazioni strategiche alla base dell’Occupazione è sicuramente il controllo delle risorse idriche, di fondamentale importanza nell’arida regione mediorientale. La maggior parte dell’acqua della West Bank viene attualmente sottratta ai palestinesi per essere incanalata verso gli insediamenti illegali e verso Israele. Il continuo aumento della popolazione in Israele e in Palestina porterà in pochi anni ad una cronica mancanza di acqua dolce nella regione, dunque il controllo delle falde acquifere sarà sempre più importante. D’altra parte, è ben noto che Israele potrebbe sopperire alla mancanza di acqua dolce grazie agli impianti di desalinizzazione dell’acqua marina: le industrie hi-tech israeliane esportano questa tecnologia in tutto il mondo, ma non la applicano nel proprio paese. L’autosufficienza idrica farebbe infatti venir meno una delle giustificazioni per l’Occupazione, quindi l’establishment israeliano si guarda bene dal promuovere in patria la creazione di impianti di desalinizzazione. Infine, l’attuale situazione nella Striscia di Gaza rappresenta un’opportunità insostituibile per l’apparato militare-industriale israeliano, attorno a cui si sviluppa tutta l’economia statale. La continua tensione nella zona costiera, con il lancio dei razzi Qassam, permette all’IDF di mantenere una guerra di bassa intensità, ideale per testare l’efficacia di armamenti sperimentali nella lotta contro la guerriglia palestinese. L’ultimo esempio è stato svelato recentemente dalla stampa israeliana: il ministro della difesa Ehud Barak ha commissionato lo sviluppo del sistema di difesa antimissile Iron Dome, per intercettare i razzi Qassam che dalla Striscia piovono quotidianamente sulla città israeliana di Sderot. Nonostante l’inefficacia dello scudo fosse ben nota in anticipo, Barak lo ha finanziato ugualmente a bilancio della Difesa, per permettere all’azienda in questione di testarlo gratuitamente e rivenderlo all’estero. Questo riorientamento strategico dell’economia israeliana verso il settore della sicurezza è un fatto recente. Fino alla fine degli anni novanta, infatti, il processo politico alla base degli accordi di Oslo perseguiva lo sviluppo dello stato ebraico come il principale hub commerciale del Medioriente: la porta tra i paesi arabi e il Mediterraneo. Tuttavia, dopo il fallimento degli accordi di Camp David e lo scoppio della Seconda Intifada l’establishment israeliano ha cominciato a ripensare la propria collocazione, in vista di una prolungata Occupazione militare dei Territori. La riconversione dell’economia israeliana nel settore della sicurezza e del warfare tecnologico è stata consacrata dalla “guerra globale al terrorismo” dichiarata dall’amministrazione Bush dopo l’undici settembre. È impressionante rilevare come, nel pieno della Seconda Intifada, mentre autobus e ristoranti saltavano in aria ogni settimana a Gerusalemme, la borsa di Tel Aviv bruciava record dopo record, trainata dalle industrie del settore militare, le cui tecnologie sperimentali venivano testate in tempo reale sulla popolazione palestinese dei Territori. Il progetto coloniale israeliano e la riconversione dell’economia fin qui discussi sembravano a prova di bomba, fino all’inaspettata vittoria elettorale di Hamas nelle elezioni palestinesi e all’ancor più drammatica guerra civile che ha visto il movimento islamico affermarsi come padrone della Striscia. L’ascesa di Hamas pone nuovi interrogativi all’establishment israeliano. Da una parte, Israele non scenderà mai a patti con i leader di Hamas, nonostante agli inizi della prima Intifada sia stato proprio Israele a favorire la creazione della milizia islamica per contrastare il movimento secolare Al Fatah di Yasser Arafat. Nel panorama palestinese Hamas rappresenta l’unica organizzazione politica e militare in grado di creare problemi all’esercito occupante, ora che Fatah è stato “addomesticato” dai finanziamenti occidentali. Il governo israeliano sta facendo tutto il possibile per evitare che l’ascesa di Hamas si consolidi in West Bank, con conseguenze drammatiche per il piano di colonizzazione. L’IDF compie raid quotidiani nelle principali città palestinesi arrestando e uccidendo decine di attivisti e chiunque sia riconducibile al movimento islamico. La vecchia guardia di Fatah è ben disposta ad aiutare Israele nel tentativo di sradicare Hamas: dove non arriva l’esercito occupante arrivano i poliziotti palestinesi, come dimostrano le retate nei campi profughi di Nablus dei mesi scorsi. Ma per riuscire a sconfiggere Hamas militarmente, è necessario per Israele colpirlo nella sua roccaforte a Gaza. Dal Giugno scorso Hamas detiene il potere nella Striscia, insieme ai vari clan mafiosi e alle famiglie che controllano il territorio. Le milizie sono libere di muoversi e di esercitarsi in campo aperto, di reclutare combattenti e di preparare la resistenza contro le incursioni giornaliere delle truppe israeliane. Il punto nodale della guerra a Gaza è rappresentato dal lancio dei razzi contro le città israeliane di confine. All’inizio i razzi venivano lanciati da squadre di militanti e la rappresaglia israeliana, bombardando l’area da cui partivano i razzi, oltre a provocare vittime civili, infliggeva perdite cospicue tra le file dei militanti. Ora i razzi vengono puntati durante la notte e lanciati con timer e telecomandi, rendendo inutile la rappresaglia israeliana, il cui unico effetto è colpire i bambini e le famiglie che inevitabilmente si trovano nelle zone abitate da cui vengono lanciati i razzi. Hamas ha cercato di stabilire una strategia di deterrenza: ad ogni operazione dell’IDF a Gaza che provochi vittime palestinesi segue il lancio giornaliero di dozzine di razzi su Sderot e dintorni. In questo gioco di attacco e rappresaglia, l’IDF riesce a controllare con precisione quando i militanti palestinesi lanceranno i razzi. È noto che, in occasione di eventi all’aperto o celebrazioni pubbliche, gli abitanti di Sderot fanno visita al comandante regionale dell’IDF per chiedere che il giorno prima non vengano assassinati militanti o bombardata la Striscia di Gaza, in modo che non si verifichi la rappresaglia palestinese e per un giorno ci sia calma nelle zone di confine, come puntualmente succede.  L’escalation dunque alterna episodi di guerra aperta con momenti di calma apparente. La recente operazione militare israeliana, in cui centocinquanta palestinesi (la metà civili) e due soldati israeliani sono rimasti uccisi, è stata seguita da una settimana di tregua, rotta in seguito ancora una volta dall’IDF con l’uccisione di quattro militanti a Betlemme, che ha reinnescanto il circolo vizioso di esecuzioni e lancio di razzi. L’offerta ripetuta di cessate il fuoco e di hudna (tregua) da parte di Hamas non è ricevibile da parte di Olmert: nelle sue considerazioni, un negoziato con Hamas porterebbe ad una prematura “morte politica” sua e del suo partito Kadima. D’altra parte, alcuni sostengono che il ministro della Difesa Barak utilizza l’escalation a Gaza per logorare politicamente Olmert, la cui bassissima popolarità è messa ancor più in crisi dal lancio di razzi. Una sola opzione è rimasta sul tavolo: sconfiggere Hamas militarmente. Purtroppo pare che quest’unica opzione sia inattuabile: per far questo l’IDF dovrebbe rioccupare in forze l’intera Striscia di Gaza e combattere casa per casa, con perdite elevate di soldati israeliani e centinaia di vittime civili palestinesi. Questo scenario porterebbe sicuramente all’apertura di un altro fronte di guerra, quello con Hizbullah a nord, come successe nell’estate del 2006. Infatti, qualora Israele attaccasse massicciamente Gaza, Hizbullah correrebbe in aiuto dei palestinesi bombardando con razzi Katiusha il nord del paese e l’IDF si troverebbe intrappolata su due fronti. In questo caso, rimane un’incognita il ruolo della missione UNIFIL II che, in caso di guerra aperta, si troverebbe sulla linea del fuoco e soggetta ai bombardamenti israeliani. L’estrema instabilità della situazione a Gaza può avere risvolti imprevisti persino al di là della Linea Verde. Finché i razzi vengono indirizzati contro la cittadina di Sderot (ventimila abitanti), il governo non sembra preoccuparsi eccessivamente. Gli abitanti israeliani della città, sotto attacco da mesi, stanno inscenando ogni tipo di proteste e manifestazioni in tutto il paese, senza riscuotere alcun interesse da parte del governo. Da due settimane tuttavia lo scenario è mutato radicalmente: le milizie palestinesi hanno lanciato dei missili di più lunga gittata su Ashkelon, città di più di centomila abitanti. Gli abitanti di Ashkelon sono decisi a non fare la fine di Sderot e nei giorni degli attacchi ci sono stati vari episodi di rivolta popolare contro il governo, incendi di copertoni e scontri. Il governo israeliano si trova dunque in estremo imbarazzo: vuole sconfiggere Hamas e fermare i razzi militarmente, mentre è evidente che l’unica opzione è la trattativa politica. L’evidente vicolo cieco in cui si sta infilando l’establishment ha portato a maturazione un diverso atteggiamento dell’opinione pubblica israeliana, che si sta allontanando dalle posizioni della sua leadership. Nell’ultimo sondaggio, i due terzi degli israeliani si sono dichiarati favorevoli ad un negoziato aperto con Hamas, se questo può portare al rilascio del soldato rapito Gilad Shalit e ad un cessate il fuoco nella zona attorno alla Striscia. Ora che una massiccia rioccupazione di Gaza è discussa apertamente, alcuni commentatori sul quotidiano israeliano Ha’aretz si chiedono se abbia senso alcuno la strategia di rovesciare Hamas con la forza. Come sempre successo in passato, ad ogni leader palestinese assassinato ne segue uno di più determinato: cosa succederebbe se ora Hamas venisse sconfitto? Chi riempirebbe il vuoto di potere lasciato nella Striscia? Le sole due opzioni verosimili sono uno stato di totale anarchia, oppure l’ingresso in campo dei combattenti della Jihad internazionale. Che trasformerebbe il conflitto palestinese da questione nazionale a guerra religiosa. Nonostante la situazione a breve termine sia dunque problematica per la leadership israeliana, la strategia a lungo termine di colonizzazione e annessione della West Bank è finora stata coronata da pieno successo. Se fino al 1967 la legittimità stessa dello Stato di Israele era messa in dubbio, grazie alle guerre del ’67 e del ’73 e all’occupazione di Gaza e West Bank, Israele è riuscito a spostare il centro del dibattito dall’esistenza dello Stato ebraico alla questione dei Territori Occupati. Il primo tentativo di creare un governo fantoccio nei Territori con le “village leagues” di Sharon fallì, ma grazie agli accordi di Oslo Israele riuscì a ottenere un consenso americano all’occupazione dei Territori, sebbene “temporanea.” In seguito, con la mossa a sorpresa del ritiro da Gaza, Sharon strappò il consenso americano all’annessione illegale dei principali blocchi di insediamenti tra la Linea Verde e il muro di separazione, ma soprattutto all’annessione di Gerusalemme Est: vera e propria pietra tombale sull’ipotetico stato palestinese con capitale Gerusalemme Est (Hillary Clinton ha recentemente dichiarato che, se eletta, sposterà l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo così ufficialmente l’annessione). Con la morte di Arafat e l’ascesa di Abu Mazen al potere, l’establishment israeliano ha ottenuto la quadratura del cerchio, creando un apparato palestinese che si occupi di gestire l’ordine pubblico e la repressione della resistenza al posto dell’IDF. In questo sottile gioco strategico, la road map e i continui negoziati di pace in cantiere sono la principale arma propagandistica: da una parte Olmert utilizza Abu Mazen per offrire al mondo l’immagine di uno stato ebraico che offre la pace, dall’altra ha le mani libere per agire indisturbato in West Bank. Con la conferenza di pace di Annapolis, i negoziati di pace sono diventati autoreferenziali: lo scopo delle trattative è creare le condizioni necessarie a proseguire il negoziato stesso, senza che la discussione entri nel merito delle questioni. In questo modo, i negoziati rappresentano la sopravvivenza politica sia di Olmert che di Abu Mazen. Il final status agreement viene posticipato sempre più in là nel tempo, insieme alla discussione sui nodi cruciali dei profughi palestinesi e di Gerusalemme Est, sulla scia della strategia diplomatica iniziata con i “temporanei” accordi di Oslo. La posizione del Quartetto (USA, Europa, ONU e Russia) riguardo al conflitto è presto svelata dalla scelta di Tony Blair come inviato in Medioriente. Artefice insieme con George W. Bush della guerra in Iraq, Blair è un’icona dell’attuale occupazione irachena nell’immaginario arabo. Il compito assegnato dal Quartetto alla missione di Blair è strettamente funzionale al progetto coloniale israeliano: invece di occuparsi della fine dell’Occupazione, l’inviato dovrà preoccuparsi della governance dei Territori e di realizzare delle efficienti istituzioni palestinesi, tra cui le forze di polizia. Esattamente quello che sta cercando di fare il governo Olmert in funzione di repressione anti-Hamas. In questa situazione di stallo, ci sono alcune incognite a medio termine per l’establishment israeliano. Innanzitutto non sono note le future intenzioni di Hizbullah: dopo l’assassinio del capo militare dell’organizzazione da parte del Mossad, Nasrallah ha promesso una sanguinosa vendetta. Inoltre, la popolarità del Partito di Dio è in crescita in Palestina, sia tra la popolazione che tra i gruppi militanti e potrebbe unificare i vari fronti di guerra contro l’IDF. La seconda incognita è rappresentata dalla resistenza non violenta della popolazione palestinese: quando Hamas fece saltare il muro di confine tra Gaza e Egitto per rompere l’assedio israeliano, centinaia di migliaia di palestinesi si riversarono nel Sinai e la marea pacifica non incontrò resistenza né da parte egiziana né da parte israeliana. Se una marea umana di tali proporzioni decidesse di marciare contro il muro di separazione a Gaza o in West Bank, questo segnerebbe una svolta epocale nella lotta contro l’Occupazione. Infine, il ruolo dei palestinesi cittadini israeliani, i cosiddetti “arabi-israeliani”, potrebbe essere importante negli equilibri al di qua della Linea Verde. Nella famosa rivolta dell’Ottobre 2000, iniziata con uno sciopero generale a Nazareth e divampata in guerriglia urbana in tutto il paese, i palestinesi israeliani si unirono ai palestinesi della West Bank, in quello che segnò l’inizio della Seconda Intifada. Negli ultimi mesi, timidi segnali fanno pensare che il quinto arabo della popolazione israeliana, discriminato sotto lo stato ebraico, stia prendendo coscienza della propria forza e varie manifestazioni in sostegno alla resistenza di Gaza si sono svolte nei villaggi del cosiddetto “triangolo arabo”, nel nord di Israele. In questo quadro regionale dai contorni drammatici, la comunità internazionale dovrebbe cercare innanzitutto di fermare la catastrofe umanitaria che l’esercito israeliano sta alimentando a Gaza. Per far questo, è necessario ottenere al più presto la riapertura del valico di Rafah tra Gaza ed Egitto, sottraendolo tuttavia al controllo israeliano. In questo modo verrebbe allentato l’embargo che Israele impone alla Striscia dal Luglio dello scorso anno. Risulta ormai evidente che l’unica soluzione duratura dell’emergenza a Gaza è l’invio di una forza multinazionale araba di interposizione, sotto le insegne dell’ONU, che fermerebbe il lancio di razzi contro Israele e le continue rappresaglie dell’IDF, sulla scia della missione UNIFIL II in Libano. La presenza militare internazionale sarebbe il viatico per la ricostruzione delle infrastrutture nella Striscia e un successivo ritorno alla normalità: l’assenza delle colonie illegali ebraiche e dell’esercito occupante rende paradossalmente più facile la soluzione del conflitto a Gaza rispetto all’intricata situazione in West Bank. Tuttavia, al momento nessuno degli attori è interessato alla possibilità. Da parte occidentale, l’invio di truppe internazionali richiederebbe una trattativa preliminare con Hamas, come più volte suggerito da parte del ministro degli esteri D’Alema. Questo rappresenterebbe un riconoscimento del movimento islamico che nessun governo occidentale (a parte quello italiano) ritiene auspicabile, per non incorrere in crisi diplomatiche con lo stato ebraico. I leader stessi di Hamas sono restii a cedere il controllo della Striscia, dopo averlo conquistato sanguinosamente nella guerra civile dell’estate scorsa contro le milizie di Fatah. Infine, gli stati arabi e in particolare l’Egitto non sembrano accogliere positivamente questa eventualità: una trattativa ufficiale legitimerebbe Hamas, mentre la repressione del movimento islamico è una delle priorità del regime di Mubarak in patria (Hamas è una costola del movimento egiziano dei Fratelli Musulmani); dall’altra parte, Egitto e Giordania si troverebbero invischiati in prima persona nel conflitto palestinese.  Un prolungarsi dell’attuale situazione di escalation militare rafforza le posizioni estreme da entrambi i lati della Linea Verde. Nei Territori Occupati, la recente sanguinosa operazione dell’IDF a Gaza ha portato ad una crescita strepitosa dei consensi per Ismail Haniyeh, il premier di Hamas a Gaza: dopo mesi di crollo nei sondaggi, a causa della misera situazione nella Striscia, viene ora dato vincente nelle ipotetiche elezioni presidenziali contro Abu Mazen. Dall’altra parte, i continui lanci di razzi Qassam e il recente attacco contro la scuola ebraica a Gerusalemme stanno scatenando la violenta reazione della comunità ebraica ultraortodossa: centinaia di giovani ultra-ortodossi hanno recentemente assaltato un villaggio arabo a Gerusalemme Est e gli attacchi di gruppi di coloni contro la popolazione palestinese sono in aumento nella West Bank. La leadership religiosa ebraica non condanna queste violenze ma al contrario cavalca l’ondata di odio razziale e cerca di sabotare qualsiasi trattativa per un cessate il fuoco. L’attuale crisi della leadership secolare israeliana, tanto in Kadima e nel Labor che nel Likud, rispetto alla compattezza e all’intraprendenza di quella ultra-ortodossa, è speculare alla profonda crisi del movimento secolare di Fatah nei Territori Occupati, dove Hamas ormai rappresenta l’unica credibile forza di resistenza all’Occupazione. L’affermazione dei due contrapposti blocchi radicali è ormai evidente. A partire dal ritiro da Gaza nel 2005, si è consolidato nella società ebraica il blocco di coloni ultra-ortodossi, armati e appoggiati dall’esercito in West Bank e sostenuti in Israele da una minoranza crescente e determinata, che chiede apertamente l’espulsione degli arabi-israeliani da Israele ed è contraria ad ogni ipotesi di ritiro dalla West Bank. Dall’altra parte, le nuove generazioni palestinesi, cresciute sotto la morsa dell’esercito israeliano nella Seconda Intifada, non hanno conosciuto il periodo di relativa calma seguito agli accordi di Oslo e spesso vedono nella resistenza armata l’unico futuro.

Fonte:

http://www.altrenotizie.org/multimedia/dossier/2871-il-progetto-coloniale-israeliano-nei-territori-occupati-.html

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