“Non vogliamo essere salvati” di Monia Benini

Recentemente in Grecia è stato imposto un nuovo pacchetto di misure, drammaticamente pesanti, per poter ottenere in cambio una tranche di 31,5 miliardi di euro dalla troika, ovvero Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea e Banca Centrale Europea. Si tratta di tagli, di licenziamenti, di provvedimenti retroattivi su salari, stipendi e pensioni, oltre all’innalzamento a 67 anni dell’età pensionabile.

Nel marzo di quest’anno, la Grecia aveva già ricevuto aiuti della troika per un importo di 130 miliardi di euro. Per ottenerli, i cittadini greci erano stati sottoposti a un Memorandum con micidiali misure di austerità: tagli e nuova pressione fiscale. Ma cosa sono questi aiuti? Si ostinano a chiamarli con questo termine, ma sono tutt’altra cosa. Si tratta di prestiti, da dover restituire con relativi interessi. Ad esempio, rispetto ai 130 miliardi ottenuti in aiuto, la Grecia dovrà rendere nell’arco di 20 anni 274 miliardi di euro, ovvero oltre il doppio. Non solo, di questi 130 miliardi, il 52% è andato alle banche internazionali, il 23% è tornato alla BCE, il 20% è andato alle banche private greche e solamente il 5% è andato nelle casse dello stato ellenico che dovrà rifondere tutti i 274 miliardi.

Quando si parla di aiuti, siano essi per Grecia, Spagna o Italia, si fa riferimento comunque a trappole-debito, siano essi concessi con operazioni della BCE, o piuttosto nascosti sotto la sigla del MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), o di qualche altra diavoleria spacciata come salva-Stati, ma che in realtà altro è un salva banche, vista la destinazione reale degli ‘aiuti’.

La storia dei cosiddetti aiuti alle nazioni europee è di lunga data, ma dal punto di vista storico, il salvataggio più noto risale al 1948 con il Piano Marshall. Vediamo dunque di capire se ci sono meccanismi simili alla base degli aiuti di allora e di adesso.

Il piano Marshall, che deve il nome all’allora segretario di Stato degli Stati Uniti, George Marshall, era un piano di aiuti concepito ufficialmente non solo per contrastare il blocco sovietico, ma anche per finanziare la ricostruzione post bellica, per rendere nuovamente prospero il Vecchio Continente, per ammodernare l’industria e per rimuovere le barriere al commercio.

I bisogni dell’Europa per i prossimi 3 o 4 anni (cibo, materie prime, carburanti) sono molto più grandi rispetto alla capacità di acquisto e importazione da parte di questa zona, specie dagli Stati Uniti, e serve quindi un grande sforzo affinché non ci sia un totale deterioramento economico, sociale e politico. Il rimedio sta nel rompere il circolo vizioso e nel ripristinare la fiducia degli europei nella ripresa economica futura”. Non è un intervento di oggi, bensì un estratto dal discorso tenuto da Marshall ad Harvard nel 1947. Da lì a poche settimane, gli Stati Uniti crearono le agenzie nazionali e le strutture internazionali necessarie ai negoziati per la concessione degli aiuti all’Europa.

Il piano Marshall fornì una piccola percentuale di aiuti a fondo perduto, ma principalmente un cospicuo ammontare di prestiti (con relativi interessi) a lungo termine che consentirono agli stati europei di finanziare gli acquisti negli USA. La portata di questi prestiti è tracciabile, come nel caso dell’Irlanda, che ottenne circa 146 milioni di dollari in prestito attraverso il Piano, ma solamente 18 milioni a fondo perduto. Nel 1969, a oltre 20 anni dall’inizio del salvataggio, l’Irlanda aveva un debito dovuto al piano Marshall di ben 31 milioni di sterline, su 50 milioni totali del debito estero irlandese.

Dopo la seconda guerra mondiale, le nazioni europee avevano quasi completamente esaurito le proprie riserve di valuta estera, necessarie per importare le merci di cui vi era bisogno. Fra l’altro l’Italia era già stata invasa con lo sbarco alleato dalle Amlire, una moneta fatta negli Stati Uniti, che ci aveva resi dipendenti dall’America. Per tornare al piano Marshall (attivo dal 1948 al 1951), questo rappresentò l’unico modo per poter ottenere in prestito quanto bastava per acquistare i beni di cui c’era bisogno dagli Stati Uniti, che poterono affermare una posizione di predominio in larga parte dell’Europa: il Piano divenne quindi un utilissimo cavallo di Troia degli USA per soggiogare l’economia e gli apparati produttivi europei.

Fu lo stesso sottosegretario statunitense per gli affari economici Will Clayton a dichiarare i motivi profondi che si nascondevano dietro al piano Marshall: “Ammettiamolo apertamente,” disse in difesa dell’idea degli aiuti esteri “che abbiamo bisogno di mercati – grandi mercati – nei quali comprare e vendere.” In sostanza dunque l’intenzione non è di aiutare i paesi stranieri; è di ricompensare le multinazionali di casa che effettivamente ottengono i contanti mentre il governo acquista influenza politica all’estero. Will Clayton pubblicizzò il Piano Marshall come il trionfo della “libera impresa” ed ebbe modo di asserire che “dovremmo riordinare e riadattare la nostra intera economia in questo paese se perdessimo il mercato europeo”.

Data la spinta politica interna, nel 1948 il presidente Truman organizzò un nuovo ufficio – l’Amministrazione per la Cooperazione Economica (ECA) – per distribuire gli aiuti, composto dai vertici dei maggiori interessi industrial-corporativi che beneficiarono appunto degli “aiuti” concessi ai paesi europei.

Il piano Marshall inoltre giocò un ruolo fondamentale per la fondazione della Comunità Economica Europea. Ben 13 miliardi di dollari furono concessi, in larghissima parte sotto forma di prestiti con interessi da restituire, ai paesi che si riunirono nell’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea, la OCEE, che divenne immediatamente il terreno per la creazione delle strutture che nel giro di pochi anni sarebbero state utilizzate dalla Comunità Economica Europea. La OCEE aveva il ruolo di allocare i prestiti statunitensi, mentre l’ECA – l’agenzia USA, composta dai rappresentanti dei maggiori interessi industriali corporativi a stelle e strisce – si occupò della vendita delle merci, che vennero quindi pagate in dollari. Più chiaramente, nel 1950 la OCEE fornì la cornice per le negoziazioni delle condizioni per l’area di libero commercio europeo e per istituire la CEE.

Seguendo dunque i vari passaggi di questi presunti aiuti (ma in realtà prestiti) del piano Marshall, risulta ancora più evidente il peccato originale di questa Europa, nata non solo fondamentalmente sul pilastro degli scambi economici, ma anche per soddisfare le esigenze del mercato e degli interessi delle corporations statunitensi. A partire dal piano Marshall, quindi, appare evidente come gli aiuti siano stati concessi non certo con l’intento di salvare i paesi in difficoltà, bensì per soddisfare gli appetiti delle lobby a stelle e strisce.

Ancora oggi il meccanismo è lo stesso. La Grecia ce lo dimostra apertamente, con ciò che la Troika spaccia per aiuti: sono debiti pesantissimi da ripagare per finanziamenti concessi prevalentemente ai grandi gruppi bancari. E per ottenere questi aiuti, la Grecia ha dovuto cedere di tutto proprio alle grandi lobby internazionali: dalla gestione del sistema idrico, all’industria mineraria, a quella petrolifera, porti, aeroporti, infrastrutture; persino il sistema di difesa ellenico.

Sarebbe dunque il momento di imparare la lezione dalla storia e di guardare cosa c’è nella pancia del cavallo di Troia. Quando sentiamo parlare di aiuti dalla Banca Centrale Europea o dal Fondo Monetario Internazionale, dovremmo trovare la forza di opporci e gridare: “No grazie! Non vogliamo essere aiutati!”.

http://testelibere.it/blog/non-vogliamo-essere-salvati

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