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“Flavio Giuseppe e la distruzione del Tempio di Gerusalemme” di don Curzio Nitoglia

16/12/12

Distruzione del Tempio di Gerusalemme

Il Tempio di Erode

Il Tempio di Erode, costruito sulle rovine del più antico Tempio di Salomone, inglobava il Santo dei Santi, il Tabernacolo ove era realmente presente Dio. Questo Tabernacolo nell’Antico Testamento era unico: esso era il cuore della religione mosaica, la prova della sua verità (cfr. G. Ricciotti, Storia d’Israele, Torino, SEI, 1° vol., 1932, pp. 354-364; 2° vol., 1933, pp. 108-120).

La presenza reale di Dio nel “Santo dei Santi” garantiva l’indistruttibilità del Tempio e della città di Gerusalemme che l’ospitava. Se il popolo d’Israele avesse rispettato i patti, nessuna potenza umana lo avrebbe travolto. Ma tale protezione, tale patto tra Dio ed il suo popolo era condizionato alla sua fedeltà alla volontà di Dio. E tale patto fu rotto non da Dio, ma dal popolo ebraico (“Deus non deserit nisi prius deseratur”).

Tuttavia “lo sciagurato governo degli ultimi Maccabei, a partire da Giuda Aristobulo I (106 a. C.), aveva fatto aumentare la corruzione che si era infiltrata tra i giudei negli ultimi due secoli per la signoria dei re stranieri e pagani, in particolare dei Seleucidi, inducendoli a tutte le empietà  e le ribellioni contro il Signore. Essi, riconoscevano ancora un solo Dio, ma quasi soltanto con le labbra, mentre la loro condotta era divenuta talmente corrotta che Gerusalemme era divenuta peggiore di Sodoma” (cfr. Flavio Giuseppe “La Guerra Giudaica”, lib., V, par. 13, n. 6) [1], soprattutto grazie all’influsso nefasto dei partiti dei Farisei e dei Sadducei (cfr. Flavio Giuseppe, Le Antichità Giudaiche, lib., XIII, par. 5, n. 9).

Il Tempio rappresentava l’intero popolo d’Israele (cfr. V. Messori, “Patì sotto Ponzio Pilato”, SEI, Torino, 1992). La sua rovina significò la rovina della nazione, il passaggio dall’ebraismo mosaico al giudaismo talmudico, la scomparsa della classe sacerdotale e del Sacrificio. Infatti lì, nel Tempio, nella Sancta Sanctorum, dove solo il Sommo Sacerdote poteva entrare una volta l’anno, era lo sgabello di Jahvè, il trono ove abitava la sua Presenza gloriosa o “Shekinah”.

Gesù amava talmente il Tempio (Tabernacolo del Dio vivente) che l’Evangelista Giovanni, narrando la cacciata dei mercanti, gli applicherà il Salmo 68: “Zelus Domus tuae comedit me” (cfr. Gv., II, 16).

San Luca ci tramanda questa predizione di Gesù: “Gerusalemme sarà calpestata dai pagani, finché i tempi dei pagani non siano compiuti” (Lc.,  XXI, 24).

I tempi dei pagani sono questi nostri, sono il periodo che va dalla morte di Nostro Signore sino al Suo ritorno, quando vi sarà, come insegna S. Paolo, l’ingresso nella Chiesa del popolo ebraico ( Rm., XI, 25).

Calpestare Gerusalemme, secondo il testo di Luca, significa calpestare il suolo del Tempio; ed è singolare come, fino ad ora, per più di millenovecento anni, la profezia appaia esattamente compiuta.

«I giudei non avevano conosciuto il giorno della loro visitazione e, ripudiando il vero Messia, avevano cessato di essere il popolo di Dio. […]. Da quel momento la storia del popolo ebraico è una catena ininterrotta di oppressioni sempre crescenti da parte dei governatori romani, e di unilateralità, di grettezza sempre più grande nelle cose di religione. […]. La credulità dei giudei, che non avevano voluto riconoscere il vero Messia era giunta a tal punto che essi si abbandonavano a qualsiasi ciarlatano, a qualunque ‘falso Messia’ e ‘falso Profeta’. Il Paese formicolò di questa ciurma che attirava il popolo nel deserto, gli faceva balenare segni di liberazione e miracoli, e poi lo abbandonava inerme alle sanguinose repressioni dei romani. Bande di assassini scorrazzavano pel paese saccheggiando e bruciando sotto pretesto di essere Zeloti della Fede. Intere frotte di Sicari uccidevano un’infinità di persone. […]. Così in fine scoppiò nel 66 dopo Cristo la Guerra Giudaica che, dopo quattro anni di lotte sanguinosissime finì con la distruzione di Gerusalemme» (I. Schuster – G. B. Holzammer, “Manuale di Storia Biblica. Il Nuovo Testamento, vol. 2°, parte II, Torino, SEI, II ed., 1952, pp. 909-910).

Flavio Giuseppe e la Guerra Giudaica

Verso la metà del maggio del 66 la Torre Antonia presso il Tempio venne assalita dagli Zeloti e dal popolo giudaico, che passarono a fil di spada la guarnigione romana ivi stanziata. Il generale Vespasiano nell’ottobre del medesimo anno prese il comando della guerra contro i giudei, ma il 1° luglio del 69 fu nominato Imperatore e lasciò il posto di comando in Gerusalemme a suo figlio Tito (cfr. Flavio Giuseppe, La Guerra Giudaica, lib., IV, par. 3, n. 8). Sempre nel 66 gli Zeloti-Sicari si impadronirono della fortezza di Masada, uccidendo la guarnigione romana lì presente. Nel 69 Simone Bar-Ghiora era divenuto potentissimo in Masada, con quarantamila uomini armati. Il Fariseismo era degenerato in Zelotismo e questo si era organizzato nel banditismo dei Sicari (cfr. Flavio Giuseppe, La Guerra Giudaica, lib. IV, par. 9, n. 10).

Tito arrivò nella primavera del 70 davanti a Gerusalemme e diede l’ordine di costruire dei terrapieni e cominciò l’assalto contro il terzo o il più esterno muro della città di Gerusalemme, che cadde dopo cinquanta giorni di pugne feroci. Quindi fu la volta del secondo muro che cadde dopo cinque giorni, di modo che i romani penetrarono nella città bassa, ma dopo quattro giorni i romani dovettero ritirarsi assaliti dai giudei. Allora Tito fece costruire un ‘muro’ e scavare un ‘fosso’ tutt’attorno alla città (come aveva predetto Gesù, cfr. Lc., XIX, 43), che misuravano circa 6 km. I soldati romani impiegarono solo 3 giorni per tale costruzione (cfr. Flavio Giuseppe, La Guerra Giudaica, lib., V, par. 12, n. 1 ss.).

Molti giudei disertano rifugiandosi presso i romani (Guerra Giudaica, V, 10, 420). La fame tra il popolo causa molti orrori e atti di cannibalismo (Guerra Giudaica, lib. V, par. 10, n. 427). Addirittura “cosa miserevolissima, le madri strappavano il cibo dalle bocche dei figlioli” (Guerra Giudaica, lib. V, par. 10, n. 430). I giudei che non si sono arresi e vengono fatti prigionieri sono crocifissi dai romani (Guerra Giudaica, lib. V, par. 11, n. 446). Molti invece sono rinviati con le mani mozzate a Gerusalemme ad ammonire i rivoltosi (Guerra Giudaica, lib. V, par. 11, n. 455).

Era tale lo scrupolo del superstizioso Tito, che, secondo la testimonianza di Flavio Giuseppe, “per risparmiare un Tempio straniero causava il danno e la strage dei suoi uomini” (Flavio Giuseppe, La Guerra Giudaica, lib. VI, par. 4, n. 228-235, tr. it. a cura di G. Ricciotti, Torino, SEI, II ed. 1949, vol. 3°, pp. 258-259). Infatti si ostinava a non dare l’ordine di incendiare il Santuario, nel quale si erano arroccati i soldati ebrei e faceva invece lavorare le macchine d’assedio su elementi secondari, per causare all’edificio il minor danno possibile. Quando poi si decise ad ordinare di incendiare le porte esterne dei cortili, non era ancora che un attacco ad una parte esterna del Tempio. Tito stesso comandò quasi subito ai suoi di spegnere quell’incendio (Ibidem, lib. VI, par. 4, n. 250-270, pp. 262-266).

I cristiani sin dal principio del 66, sotto la guida del vescovo di Gerusalemme Simeone e memori delle profezie di Gesù (Mt., XXIV, 15), lasciarono Gerusalemme e si rifugiarono in Pella al di là del Giordano e distante 100 km da Gerusalemme (I. Schuster – G. B. Holzammer “Manuale di Storia Biblica. Il Nuovo Testamento”,vol. 2, parte II, Torino, SEI, II ed., 1952, p. 911).

Ma, come scrive Flavio Giuseppe, “le fiamme all’interno del Tempio, ebbero inizio e furono causate ad opera dei giudei. Infatti, ritiratosi Tito, i ribelli [...] si scagliarono di nuovo contro i romani e infuriò uno scontro fra i difensori del Santuario e i soldati intenti a spegnere il fuoco” come era stato loro ordinato da Tito. Ed ecco il momento fatale. “I legionari romani, volti in fuga i giudei, li inseguirono fino al Tempio e fu allora che un soldato [...] spinto da una forza soprannaturale, afferrò un tizzone ardente e […] lo scagliò dentro, attraverso una finestra [...] che dava sulle stanze adiacenti al Santuario” (Ibidem, lib. VI, par. 5, n. 271-280, pp. 267-268). Era il 15 agosto del 70.

Le fiamme ormai divampavano e “qualcuno – come narra Giuseppe Flavio – corse ad avvisare Tito [...] egli corse verso il Tempio per cercare di domare l’incendio. [...] Diede ordine ai combattenti di spegnere il fuoco, ma essi non udirono le sue parole” (Ibidem, lib. VI, par. 5, n. 281-283, pp. 269-280). Così il fuoco divampò anche nella Sancta Sanctorum e la distrusse, contro il volere di Cesare. Questo era il segno che Dio aveva abbandonato il Tempio, aveva rotto l’Antica Alleanza con i Giudei, poiché loro per primi l’avevano rotta mettendo in Croce il Figlio del Padre.

I sacerdoti sopravvissuti, narra ancora Giuseppe Flavio, arresisi, supplicarono tutti assieme il vincitore di risparmiare loro la vita. Ma Tito, che si era mostrato tanto clemente verso il Tempio e pronto, da buon romano, a perdonare chi si sottometteva, questa volta è inspiegabilmente inflessibile.L’imperatore rispose che per loro era ormai passato il tempo del perdono, che se ne stava andando in cenere l’unica cosa (il Tempio) per cui avrebbe avuto senso salvarli [...] e diede pertanto l’ordine di metterli a morte” (Ibidem, lib. VI, par. 6, n. 318-322, pp. 276-279). Ecco la prova apodittica della fine dell’Antica Alleanza, della Sinagoga mosaica, che da allora non avrà più né il Tempio, né il Sacerdozio e si trasformerà nella Sinagoga rabbinico-talmudica.

Flavio Giuseppe narra che il numero complessivo dei morti da parte dei giudei fu di un milione e centomila (Guerra Giudaica, lib., V, par. 13, n. 569;  Ibidem, lib. VI, par. 9, n. 420), di cui 600 mila morti di stenti e fame e 500 mila uccisi; mentre Tacito (Hist., V, 13) parla di 600 mila vittime complessive; invece Sulpicio Severo (Chronich.,II, 30)  riprende la cifra di Flavio senza specificare tra gli uccisi ed i morti per effetti collaterali, la quale sembra essere la più verosimile (cfr. G. Ricciotti, Flavio Giuseppe. Lo storico giudeo-romano. Introduzione, Torino, SEI, 1949, II ed., vol. I, p. 75-77).

Gli ausiliari arabi e siri dell’esercito romano sventravano i giudei fuggiaschi per estrarre  dalle loro viscere le monete d’oro che avevano ingurgitate prima di fuggire: “Uno dei disertori, rifugiatosi presso i Siri, fu sorpreso a raccogliere monete d’oro dagli escrementi del proprio ventre; infatti essi partivano da Gerusalemme dopo aver inghiottito le monete. Ora, scoperto questo espediente in uno dei rifugiati, negli accampamenti si sparse la voce che i disertori avevano il ventre ripieno di  monete d’oro, e quindi gli ausiliari Arabi e Siri squarciavano il loro ventre. In una sola notte ne furono sventrati circa duemila” (Guerra Giudaica, lib. V, par. 13, n. 548-552).

Gesù ai Farisei che lo invitavano a rimproverare i discepoli quando, la Domenica delle Palme, alla sua entrata in Gerusalemme fu osannato dalla folla al grido di “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore” esclamò: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc., XIX, 37-40). Le pietre che avrebbero gridato sono quelle del Tempio: lo testimoniano le lacrime di Gesù che, subito dopo, piange sulla sorte terribile che incombe su Gerusalemme e ritorna col pensiero alle “pietre”: “Abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc., XIX, 44). C’è dunque un legame assai stretto tra il riconoscimento della messianicità di Gesù e quelle pietre del Tempio distrutto!

Aggeo aveva profetizzato che il Tempio “sarà più glorioso del precedente perché vedrà l’era messianica” (Ag., II, 4-9). Quel Tempio, perciò, non poteva essere distrutto prima dell’avvento del Messia e proprio ciò avrebbe dovuto costituire per gli ebrei di ogni epoca la prova inequivocabile che il Messia era già venuto!

Le ultime due rivolte sotto Traiano e Adriano

Ma lo spirito nazionalistico e messianistico-terreno dei giudei non era sopito. Essi pensavano: “La catastrofe del 70 era forse stata l’ultima prova che Jahvè aveva voluto dal suo popolo; ma superata questa non poteva mancare il trionfo. Anzi, la grandezza massima della prova era appunto un indizio che si avvicinava il trionfo di grandezza massima, quello del Messia militante” (G. Ricciotti, Storia d’Israele, Torino, SEI, 1934, II vol., p. 524).

Nel 73 in Giudea rimaneva inespugnata la fortezza di Masada (oggi Sebbeh) nella quale si era rifugiato Erode nel 40 a.C. quando era in guerra con i Parti e l’aveva poi trasformata in una reggia fortificata con una torre,  in cui nel 70 si erano rifugiati i Sicari-Zeloti con Eleazaro a capo. Il nuovo governatore della Palestina Flavio Silva con 8 mila uomini armati dovette far costruire un muro di circonvallazione ed un terrapieno in salita per raggiungere la sommità della rupe su cui sorgeva la fortezza. Quando gli assediati, che erano rimasti in 967, di cui i combattenti erano circa cinquecento, capirono che non avrebbero potuto resistere oltre, il 15 aprile del 73 uccisero le loro famiglie e se stessi, dopo aver appiccato il fuoco dappertutto. I romani che entrarono nella fortezza trovarono una montagna di cadaveri; erano sopravvissute solo due vecchie e cinque fanciulli, nascosti nei sotterranei (cfr. G. Ricciotti, Storia d’Israele, Torino, SEI, 1934, II vol., p. 519;  Flavio Giuseppe, La Guerra Giudaica, lib. VII, par. 8, n. 252-388).

Flavio Giuseppe rivolgendosi ai suoi connazionali commenta: “Non attribuite, o Giudei, il merito ai Romani, se la guerra contro di loro vi ha portati tutti alla rovina; poiché non già per la loro potenza è avvenuto tutto ciò, bensì una Causa superiore ha concesso loro la vittoria! […]. Dov’è la città santa dei Giudei, fortificata da tanti recinti di mura, che aveva tante miriadi di combattenti? Dov’è finita colei, che noi credevamo aver Dio per fondatore? Sradicata dalle fondamenta fu rapita via. […]. Deh fossimo morti tutti, prima di vedere la città sacra abbattuta dai nemici, prima che il Tempio fosse sradicato ”  (Flavio Giuseppe, La Guerra Giudaica, lib. VII, par. 8, n. 359-361).

Mentre l’Imperatore Traiano si trovava in guerra contro i Parti (114-116) e si era inoltrato al di là del Tigri, alle sue spalle scoppiò un’altra rivolta giudaica. Infatti nella Mesopotamia la diaspora ebraica era numerosa ed aveva relazioni con i Giudei di Palestina e d’Africa. I giudei di Alessandria d’Egitto e di Cirene si rivoltarono contro i loro concittadini non-ebrei (Eusebio da Cesarea, Storia Ecclesiastica, IV, 2). Le ragioni di questa sollevazione (115-116) erano messianiche, apocalittiche e revanscistiche. I Giudei fremevano ancora per lo scacco subìto nel 70. Secondo Dione Cassio Cocceiano (Storia di Roma, LXVIII, 32) i giudei di Cirene avrebbero massacrato circa 220 mila abitanti di Cirene non-ebrei ed avrebbero divorato anche i corpi di non pochi di essi. Il capo dell’insurrezione ebraica di nome Lukua era chiamato dai suoi connazionali Re o Messia (Flavio Giuseppe, La Guerra Giudaica , lib. VII, par. 11, n. 1). Traiano inviò a domare la rivolta Marcio Turbone, che riuscì a debellarla solo dopo molto tempo. Frattanto la sommossa si era estesa anche a Cipro, ove furono trucidati circa 240 mila non-ebrei o greco-romani e la repressione fu terminata poco dopo il 117 da Lusio Quieto. Ma la calma era solo apparente. L’Apocalittica e il Messianismo rabbinico erano ancora bene accesi nell’animo dei Giudei.

A Traiano morto l’8 agosto del 117 successe Elio Adriano, che aveva abbandonato la guerra contro i Parti e si era ritirato verso l’Eufrate. Verso il 130 visitò la Palestina, ove dette l’ordine di ricostruire Gerusalemme in maniera architettonica talmente pagana  che irritò i giudei e fece scoppiare, quando Adriano partì per la Grecia nel 132, sotto il  falso messia Bar-Kochba un’altra spaventosa sollevazione ebraica contro i romani (S. Girolamo, Contra Rufinum,III, 31), che venne soffocata in un mare di sangue, nella quale vennero passati a fil di spada circa seicentomila giudei. Bar-Kochba si rinchiuse nella fortezza di Betar (da cui ha preso il nome il partito di estrema destra dello Stato d’Israele, che si prefigge la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme) e lì venne ucciso. Dai sommari di Dione Cassio (Storia di Roma, LXIX, 13-14) risulta che l’insurrezione fu assai gravosa per i romani, ma che per i giudei essa fu addirittura uno sterminio, peggiore di quello del 70Soltanto allora e non nel 70, la Giudea divenne un deserto. Ai giudei sopravvissuti venne proibito sotto pena di  morte di rientrare a Gerusalemme.

Giuliano l’Apostata tenta di ricostruire il Tempio

Tito nel 70 rade al suolo il Tempio, Adriano nel 132 fa innalzare sulla sua spianata un tempio dedicato a Giove con statue di dèi pagani. Nell’ottavo secolo gli arabi invadono Gerusalemme e fanno della spianata uno dei luoghi più sacri dell’islamismo, costruendovi la moschea di Omar. Ma il 15 luglio del 1099 irrompono i crociati che trasformano per ottantotto anni, fino al 1187, la moschea in chiesa. Ritiratisi però i cristiani, le costruzioni tornarono al culto musulmano, al quale ancora adesso appartengono.

Quando nel 1967 gli ebrei ritornarono militarmente in possesso anche di questa parte della città, il generale Moshé Dajan – a nome del governo di Israele – rassicurò gli islamici sul libero ed esclusivo godimento della spianata, soprattutto per ragioni religiose tutte ebraiche. Gli ebrei infatti, non essendo in grado di stabilire dove era ubicata la Sancta Sanctorum, non entrano nella spianata, poiché temono di calpestare il luogo che nessuno può varcare da quando non vi è più un Sommo Sacerdote, che, unico, una volta l’anno, poteva lasciare lì le sue impronte.

Tutto ciò conferma mirabilmente la profezia di Gesù Cristo, secondo la quale “fino alla fine dei tempi solo i non-ebrei calpesteranno il suolo del Tempio”. “Gerusalemme, Gerusalemme – dice Nostro Signore – che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto. Ecco la vostra casa vi sarà lasciata deserta. Vi dico, infatti, che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore” (Mt., XXXVII, 9).

“La vostra casa vi sarà lasciata deserta” è una citazione di Geremia ed Ezechiele, proprio quei profeti che avevano annunziato che Dio avrebbe abbandonato il Tempio. Ora è un fatto innegabile ed evidente che oggi, al posto del Grande Tempio, vediamo una spianata sulla quale sorge una moschea. Ebbene questo fatto corrisponde alla profezia di Gesù Cristo. Quelle rovine sono un segno muto ed eloquente della Messianicità del Galileo (“Se questi taceranno, grideranno le pietre”).

Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata, fu figlio di un fratellastro dell’Imperatore Costantino il Grande, Giuliano Costanzo, figlio di Costanzo Cloro, come Costantino, ma per madre diversa. Di Giuliano Costanzo fu madre Teodora; di Costantino, invece, fu madre Elena.

Giuliano l’Apostata nacque nel 325-326 nell’attuale Maremma toscana e nutriva un forte odio  verso i cristiani, ma non contro i giudei, che secondo lui venivano subito dopo i greci nella gerarchia delle  religioni, con l’unico difetto del monoteismo (cfr. Giuliano, Contro i Galilei, 115 D; ibidem, 306 B).

Nel pensiero di Giuliano le antiche prescrizioni della Vecchia Legge cerimoniale mosaica avrebbero dovuto riprendere pieno vigore e con esse avrebbe dovuto essere ricostruito il Tempio di Gerusalemme per inficiare la profezia di Gesù, Il quale aveva predetto con quaranta anni d’anticipo che del Tempio “non sarebbe rimasta pietra su pietra” (Mt., XXIV, 2) e dimostrare, così, che il cristianesimo era una falsa religione. Per svariati anni gli Imperatori romani avevano proibito ai giudei di avvicinarsi ai ruderi del Tempio e di entrare in Gerusalemme. Giuliano, dopo aver deciso la ricostruzione del Tempio, ne affidò l’esecuzione a Alipio suo uomo di fiducia e governatore della Britannia. Giuliano stanziò somme enormi per l’impresa e si iniziò il lavoro«Sennonché, cominciati i lavori con grande impegno, venne ad estendersi sulla Palestina un fenomeno tellurico […] già sullo scorcio dell’anno 362. Lungo il litorale palestinese ed in vari luoghi della Siria erano avvenuti movimenti sismici violenti da cui erano rovinate varie città. […] Anche Gerusalemme risentì di queste vaste convulsioni sismiche. […] Talvolta i lavori di sgombero compiuti poco prima nell’area del Tempio erano annullati da frane prodotte dalle scosse sismiche; una volta una scossa più potente abbatté un portico sotto cui si erano ricoverati molti operai e ne uccise parecchi. […] Nonostante tutto, la tenacia dei lavoranti proseguì nell’impresa; e qui bisogna lasciare la parola  al testimonio neutrale Ammiano [storico pagano]: “Mentre Alipio portava avanti i lavori, formidabili globi di fiamme, erompendo con frequenti ondate presso le fondamenta, resero il posto inaccessibile, dopo aver bruciato talvolta gli operai, perciò, siccome gli elementi naturali respingevano ostinatamente l’impresa di ricostruzione, questa cessò”» (Giuseppe Ricciotti, L’Imperatore Giuliano l’Apostata, Milano, Mondadori, 1956, pp. 285-286). Giuliano in un suo scritto dei primi giorni del 363 allude apertamente al fallimento dell’impresa (cfr. J. Bidez, L’empereur Julien. Oeuvres completes, tomo I, II parte, Lettres et fragments, Parigi, 1924, 89 b).  

Attuale tentativo di ricostruzione del Tempio

L’8 ottobre 1990 il quotidiano francese “Le Monde” riportava la notizia che tra i circa ventimila fedeli ebrei radunati per la festa del Sukkot attorno al Muro del Pianto (cfr. M. Blondet, I fanatici dell’Apocalisse, ed. Il Cerchio, Rimini 1992) vi erano anche i Fedeli del Tempio, che vogliono costruire il terzo Tempio al centro della Spianata delle MoscheeChi sono i Fedeli del Tempio? Sono una setta religiosa ebraica di estrema destra, nata dall’Irgun e dal Betar, il cui fine principale è la ricostruzione del Tempio sul luogo dove sorgeva il Santo dei Santi per affrettare la venuta del Messia. Ma per gli ebrei ortodossi il Tempio scenderà dal cielo alla venuta del Messia e chi pretendesse di ricostruirlo con mezzi umani commetterebbe una specie di violenza contro i piani di Dio. Due scuole talmudiche presso il Muro del Pianto stanno insegnando a duecento studenti i complessi particolari del servizio nel Tempio. Altri gruppi stanno cercando le linee genetiche dei sacerdoti giudaici, i soli che possano eseguire i sacrifici. In breve, i preparativi per rinnovare i sacrifici dell’Antica alleanza sono già in corso, quasi che l’evento fosse imminente, e a guidarli è il Rabbinato-Capo; “i Fedeli del Tempio”, quindi, non sono pochi estremisti isolati, perché già si sente parlare di identificazione genetica dei sacerdoti dell’Antica Alleanza, i soli che possano offrire il rito.

Non può non destare la più viva preoccupazione l’affermazione di Giovanni Paolo II: “Quel muro, rimasto nei secoli come resto dell’antico Tempio di Salomone, cessi di essere il muro del pianto per diventare luogo di pace e di riconciliazione per i credenti nell’unico Dio” (La Stampa, 3 febbraio 1994, pag. 8). Quel muro, infatti, può cessare di essere il muro del pianto solo a condizione che venga ricostruito il terzo Tempio di Gerusalemme e questo è stato l’oggetto di una lunga conversazione nella serata del 21 settembre 1993, tra un gruppo di rabbini ultraortodossi e Giovanni Paolo II a Castel Gandolfo (La Stampa, 2 febbraio 1993, pag. 7).

“Il contributo del misticismo ebraico nell’ispirare il futuro dell’umanità” è il tema di un convegno che ha avuto  luogo in Spagna a cura dell’Istituto di studi sulla Tradizione Mitica. Convegno importantissimo, in cui hanno parlato lo storico Léon Poliakov  e Abraham Foxman, l’allora direttore dell’Anti-Defamation League of B’nai B’rith. Vi si è discusso, né più né meno, sulla ricostruzione del terzo Tempio a Gerusalemme (cfr. “L’Italia settimanale” n. 38, 28 settembre 1994, pag. 24).

Conclusione

La distruzione del Tempio e di Gerusalemme (70 d. C.) e il tentativo di ricostruire il Tempio hanno una portata teologica immensa: la fine della religione giudaica infedele al Messia, che ha perso il Tempio, il Sacerdozio ed il Sacrificio, è la prova della divinità di Gesù Cristo, che aveva predetto tutto ciò verso il 30 d. C.

La veracità del cristianesimo che perfeziona la Vecchia Alleanza è provata anche storicamente ed archeologicamente. La riprovazione del popolo deicida pure.

Nonostante tutto ciò, a partire dagli anni Sessanta ci si ostina a parlare di giudeo-cristianesimo, di dialogo ebraico-cristiano, di ebraismo “Figlio maggiore e prediletto”.

Ma, anche se gli uomini di oggi tacciono, come ha predetto Gesù, le pietre del ‘Muro del pianto’, misero avanzo del recinto esterno al Tempio (e non del Tempio stesso, come si dice erroneamente), continuano a gridarlo! (Lc., XIX, 40) e lo gridano tuttora tranquillissimamente.

[1] La Guerra Giudaica fu scritta in aramaico e poi è andata perduta. Invece la traduzione in greco ad opera dell’autore stesso  assieme ad alcuni collaboratori graeculi di cui era piena la Roma imperiale è stata tramandata sino a noi (cfr. G. Ricciotti, Flavio Giuseppe. Lo storico giudeo-romano. Introduzione, Torino, SEI, 1949, II ed., vol. I, pp. 48-49).  L’edizione migliore del testo greco è quella critica delle Opere complete di Giuseppe Flavio curata da B. Niese, Flavii Josephi opera edidit et apparatu critico instruxit, Berlino, 7 voll., 1885-1894. Le  migliori traduzioni moderne sono: L. Harmand, Guerre des Juifs, 2 voll., Parigi, 1912-1932 e H. ST. J. Thacheray, The Jewish War, 2 voll., Londra-New York, 1927-1928 (cfr. G. Ricciotti, Flavio Giuseppe. Lo storico giudeo-romano. Introduzione, Torino, SEI, 1949, II ed., vol. I, p. 79 e 84).

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