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“Rothschild, il nome impronunciabile” di Pietro Ratto

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Mayer Amschel Rothschild nacque nel ghetto di Francoforte il 23 febbraio 1744. Discendente da un’antica famiglia di rabbini e predicatori ashkenazi di Worms (nata dall’unione dell’antichissima dinastia dei rabbini Hahn-Elkan con quella altrettanto antica degli Worms) era figlio del ferramenta Amschel Moses Rothschild (detto “Bauer”, così come il nonno Moses Callman) – che esercitava anche l’attività di cambiavalute. Il ragazzo crebbe al numero 148 di quella Judengasse (la “via degli ebrei”), in cui si trovava la bottega del padre, che lo lasciò orfano a dodici anni. Meyer Amschel cominciò così a prendersi cura dei suoi fratelli mettendo a frutto la sua abilità di conoscitore di monete antiche, abilità che lo portò a diventare presto consulente e fornitore di importanti collezionisti. In virtù di questo successo decise di abbandonare il pesante soprannome (“Bauer” significa contadino ed era quindi troppo svilente), mantenendo solo il cognome Rothschild, derivante dall’espressione “Rot Schild”, ossia scudo rosso, dalla forma dell’insegna che campeggiava sull’antica bottega di famiglia. A venticinque anni il suo principale cliente era già il Langravio di Assia-Kassel, Guglielmo IX. A presentargli il futuro Principe elettore fu probabilmente il generale Emmerich Otto August Von Estorff (1722-1796), conosciuto negli anni precedenti, quando Meyer faceva il cassiere nella banca dei ricchissimi Oppenheimer, ad Hannover. Von Estorff  (che nel 1764 aveva fatto affari fondando una società agricola a Celle, in Bassa Sassonia), era un estimatore di quel giovane che aveva saputo curare con profitto i suoi interessi, mettendosi contemporaneamente in luce nella stessa banca in cui lavorava, al punto di riceverne in premio un certo numero di azioni.

Guglielmo IX era molto ricco, anche grazie alla consuetudine – tipica dei Principi tedeschi dell’epoca – di “noleggiare” come mercenari ai sovrani stranieri i suoi soldati migliori, ricavandone notevoli profitti economici. Gli affari migliori li aveva fatti con il Re d’Inghilterra, a cui aveva affittato le sue truppe per supportarlo contro le colonie americane ed il loro generale George Washington. Quella ricchezza andava investita ed accresciuta. E Meyer era l’uomo giusto.

Il rapporto col Principe fruttò molto. Guglielmo IX vide aumentare il proprio capitale grazie agli investimenti che il suo consulente finanziario effettuava per conto suo, soprattutto in ambito militare. In compenso Meyer Amschel, potendo contare sulle conoscenze giuste, riuscì ad aprire una sua banca a Francoforte. Da Gutele Schnapper – figlia di un mercante ebreo, che lo aveva sposato, a diciassette anni, nell’agosto del 1770 - ebbe dieci figli: cinque femmine e cinque maschi (anche gli Schnapper erano una famiglia antichissima, imparentata anch’essa con quella dei Worms). Nelle mani dei suoi cinque figli maschi (nell’ordine: Amschel, Salomon, Nathan, Karl e Jakob Meyer), Meyer Amschel avrebbe consegnato la sua fortuna. Un importante biografo della famiglia, H. R. Lottman, sostiene che delle femmine non ci siano giunti nemmeno i nomi. In realtà sappiamo che le cinque fanciulle si chiamavano Schönche Jeanette, Isabella, Babette, Julie e Henriette, ma la consuetudine di non divulgare l’identità delle femmine della famiglia fu spesso osservata scrupolosamente, poiché proprio attraverso di loro i Rothschild si imparentarono con le altre importanti dinastie ebree d’Europa, facendole sposare a volte con i figli delle figlie di altri uomini di potere il cui cognome, in quel modo, non potesse venir direttamente collegato al loro. Oppure maritandole con altri Rothschild, quando ciò si rendeva necessario per mantenere in famiglia titoli e capitali. Il matrimonio più rilevante, tra quelli delle figlie di Amschel, fu probabilmente quello che toccò ad Henriette, andata in sposa ad Abraham Montefiore, membro della potente famiglia ebrea londinese emigrata a Livorno e zio di quel ricchissimo Moses Montefiore, imprenditore di successo e futuro filantropo ed attivista per la causa sionista. A rafforzare l’unione tra le due importanti famiglie ebraiche, il matrimonio tra Nathan e la cognata di Moses, Hannah Cohen, futura cugina di terzo grado di Karl Marx (che sarebbe nato dodici anni dopo il matrimonio). Un’unione che diede il via ad un imponente sodalizio finanziario tra i Rothschild ed i Montefiore, a cominciare dalla Compagnia di Assicurazione Alliance (l’attuale RSA – Royal & Sun Alliance, une delle più grandi multinazionali assicurative del mondo), che i due fondarono nel 1824.

Appena furono indipendenti, i figli maschi vennero mandati ad aprire nuove filiali della banca del padre nelle più importanti città europee. Anche se la tradizione sostiene che l’ideatore di questa dispersione sia stato papà Meyer Amschel, stando alle date, a qualche studioso sembra più credibile che tale provvedimento sia stato preso da Nathan, il primo figlio ad accumulare forti ricchezze, stabilitosi a Londra già dal 1805. Ad ogni modo solo il primogenito, Amschel, fu trattenuto a Francoforte come principale collaboratore e poi successore del genitore. Salomon fu inviato a Vienna, Karl (il cui vero nome era Calmann Meyer), a Napoli e Jakob, resosi poi celebre con il nome “James”, a Parigi.

Dal gennaio del 1800, grazie al rapporto privilegiato con il Casato di Assia, i nostri banchieri erano diventati agenti dell’Imperatore d’Austria. Il loro prestigio, negli anni, crebbe a dismisura, soprattutto a causa della loro straordinaria abilità nel trasferire merci e fondi di Principi e Re – usufruendo il più possibile di lettere di cambio – soprattutto tra l’Europa continentale e l’Inghilterra. E ciò, incredibilmente, anche in situazioni di emergenza, come nei casi in cui le nazioni interessate si trovavano nel bel mezzo di una guerra. Situazione, questa, che spesso vedeva schierate l’una contro l’altra le nazioni in cui si trovavano le cinque agenzie dei Rothschild. 

I Rothschild e Napoleone

Gli affari dei cinque fratelli cominciarono a diventare determinanti all’interno dello scenario politico internazionale. Un esempio fra tutti. Lo storico Jean Bouvier nel suo “Les Rothschild” (Edition Complexe, 1983), ha sostenuto che Napoleone sia stato sconfitto su un campo di battaglia prettamente finanziario. Ebbene, già dietro la sconfitta di Waterloo del grande imperatore francese c’è lo zampino dei Rothschild. Furono loro, infatti, a finanziare le operazioni militari del Duca di Wellington che portarono alla vittoria dell’esercito inglese. Esattamente come, dopo l’uscita di scena di Napoleone, erogarono i prestiti per la restaurazione, in Francia, del potere di Luigi XVIII.

Ma non basta. Il Langravio di Assia, negli ultimi anni del potere di Napoleone, aveva tergiversato chiedendosi se convenisse di più schierarsi con Bonaparte o con le molteplici coalizioni realizzatesi contro di lui. Napoleone non glielo aveva perdonato, ed era piombato sull’elettorato, occupandolo e spedendo il Langravio in esilio. In quella circostanza Amschel Meyer aveva esibito tutto il suo opportunismo, continuando in segreto ad aiutare finanziariamente l’esule Guglielmo (con l’aiuto di Nathan, che aveva custodito i risparmi del Principe sottraendoli alla razzia napoleonica e, nel frattempo, utilizzandoli per comprare oro per un valore di 800 mila sterline) e contemporaneamente intraprendendo nuovi proficui affari con i francesi, ingraziandoseli al punto di ottenere che venisse sancita la parità di diritti tra gli abitanti del ghetto ed il resto della popolazione dell’Assia e ciò in cambio del versamento di una somma pari a ben vent’anni di imposte! E ciò, si noti bene, nonostante l’Imperatore fosse determinato ad arrestare in tutti i modi il processo di emancipazione degli ebrei innescato dalla Rivoluzione francese. Dal marzo 1810 Jakob si era trasferito a Parigi in modo definitivo e gli affari con l’Imperatore erano diventati una prassi quotidiana. D’altra parte, negli anni precedenti, aveva improvvisamente moltiplicato le sue ricchezze ed il suo potere grazie ad un affare di cui gli storici non hanno mai parlato, ma che lo studioso “non allineato” Vittorio Giunciuglio (nel suo “Un ebreo chiamato Cristoforo Colombo”, 1994), ha spiegato molto bene in seguito alle sue lunghe ricerche su Cristoforo ColomboJames aveva ricevuto da Napoleone l’incarico di smerciare le migliaia di lingotti d’oro sottratti al rivale Banco di San Giorgio, istituto finanziario genovese importantissimo, nonché prima Banca della storia europea. Il Banco conteneva, oltre ai depositi della corona francese su cui la Repubblica voleva mettere le mani, niente meno che l’immensa ricchezza di Cristoforo Colombo, accumulata in tutti i suoi viaggi. Genova era stata occupata dai francesi proprio per metter fuori combattimento e depredare il principale rivale della Banca Rothschild. Una fortuna smisurata che aveva successivamente trasformato James in uno degli uomini più importanti del mondo. Ma al di là dei lingotti genovesi, Napoleone sapeva pochissimo del resto degli affari di James. Il quale, in quella nuova sede, aveva potenziato enormemente il traffico di oro ed effetti bancari tra Inghilterra, Francia e resto d’Europa, facendo trasportare il metallo prezioso in vagoni  con scomparti segreti e quando risultava impossibile occultare tali traffici, riuscendo a convincere il Ministro napoleonico delle Finanze Mollien che il flusso d’oro verso Londra giocasse un ruolo favorevole alla Francia, comportando di fatto un forte indebolimento economico per l’Inghilterra [1]. In pratica i Rothschild stavano facendo affari con dominati e dominatori, vincitori e sconfitti. E nessuno l’aveva davvero capito. Una prassi che la famiglia saprà consolidare  nel tempo.

Si racconta che Amschel Meyer, deceduto il 12 settembre 1812, sul letto di morte abbia diviso il mondo tra i suoi cinque figli. Sta di fatto che questi sono gli anni dell’irrefrenabile ascesa di Jakob, ribattezzatosi James. Con la prima sconfitta di Napoleone a Waterloo egli riuscì a registrare la sua banca presso il Tribunale di Parigi e ad accogliere, grazie a Nathan, la valuta inglese necessaria per finanziare la salita al trono di Luigi XVIII. Fu il suo primo contratto con un Re. All’età di ventun anni il nostro James vantava un giro d’affari superiore al milione di franchi, l’equivalente di circa cinque milioni di euro attuali. 

Nel frattempo Bonaparte il 26 febbraio 1815 fuggiva dall’Isola d’Elba con cinquecento uomini. Nemmeno un mese dopo, la sera del 20 marzo, sedeva già al posto di comando, presso la residenza delle Tuileries, ma ancora una volta James non si perse d’animo. Non sappiamo che rapporto intercorse tra l’Imperatore ed il banchiere in quei successivi Cento giorni, ma è un dato di fatto che l’esito della battaglia campale di Waterloo sia arrivata alle orecchie dei Rothschild prima che a quelle di chiunque altro. La leggenda vuole che James abbia seguito le operazioni militari da un’altura ed abbia subito informato il fratello Nathan a Londra  (che per finanziare le truppe inglesi aveva trasferito nel continente lingotti d’oro per un valore di 15 milioni di sterline tra il 1813 ed il 1815, di cui 6 milioni soltanto tra il gennaio ed il giugno dell’ultimo annoottenendo in quel modo guadagni eccezionali in ambito finanziario. Secondo un’altra versione Nathan sarebbe stato informato dal suo agente di Ostenda, Rowerth. Il Lottman – in generale sempre molto “fiducioso” nelle qualità morali e civili della famiglia – così scrive: “In realtà il servizio di informazioni dei Rothschild, che con la consueta efficienza collegava i punti chiave del continente servendosi di battelli e diligenze, portò a Nathan la notizia prima che arrivasse a chiunque altro; ma egli, da buon suddito del Re qual era, ne informò immediatamente il Governo inglese. I Rothschild diventarono ancora più ricchi, ma non furono gli unici beneficiari della vittoria” [2].

Nel 1816, grazie alle pressioni esercitate da Metternich, i Rothschild ottennero dall’Imperatore d’Austria il titolo di Baroni; un riconoscimento estremamente inusuale, mai concesso a commercianti, per giunta ebrei. Il titolo andò a tutti i fratelli tranne Nathan, che in qualità di suddito britannico non poteva ottenere un’onorificenza austriaca. James, barone a soli ventiquattro anni, largheggiò permettendosi di invitare a cena lo stesso Metternich o il Duca di Wellington. Divenne amico e consulente finanziario del Duca d’Orleans, futuro Luigi Filippo re dei francesi, che una volta sul trono non si sarebbe certo dimenticato dei favori del barone. Il tutto visto non proprio di buon occhio dalle varie comunità ebraiche europee, cui non sfuggiva l’alleanza tra i ricchissimi banchieri semiti ed i loro potentissimi, aristocratici persecutori.

Un’idea geniale

L’intuizione geniale di papà Amschel Meyer, lasciata in eredità ai suoi cinque figli, era più o meno questa: non limitarsi a prestare soldi a commercianti o nobili privilegiando, invece, le teste coronate. I re avevano sempre bisogno di fondi, per le loro campagne militari, per abbellire le loro capitali, ecc. Gli stessi Fugger, famosissima stirpe di banchieri medievali estintasi già a metà del XVII secolo, avevano dimostrato che il vero potere, così caratteristico della nascente classe borghese, consisteva sempre più nell’accumulo di denaro e sempre meno nei titoli nobiliari. Duchi, Re, Imperatori non contavano nulla, senza finanze. I Fugger, con il loro colossale prestito a Carlo d’Asburgo, avevano ad esempio consentito allo stesso di comprarsi il voto dei Principi elettori riuscendo ad accumulare al titolo di Re di Spagna quello di Imperatore. Carlo V quindi, riconosciuto nei secoli come uno dei più grandi personaggi della storia, era in realtà letteralmente nelle mani di una famiglia di banchieri, a cui doveva gran parte del suo successo, oltre ad un sacco di soldi! Amschel Meyer Bauer questo lo aveva capito. Così come aveva compreso che il prestito ad un Re poteva contare su una garanzia che nessun altro debitore avrebbe mai saputo fornire: l’imposizione fiscale su milioni di sudditi. In pratica, il debito poteva passare dal sovrano al popolo, tartassato a dismisura senza nemmeno immaginare di trovarsi intrappolato nella rete di un usuraio. Un’ultima cosa era infine ben chiara al capostipite della dinastia Rothschild: il meccanismo del debito, se ben sfruttato, poteva garantire un recupero del credito praticamente infinito. Bastava trovare il modo di non permettere mai al debitore di saldarlo definitivamente. Si trattava di un trucco in realtà molto vecchio: già nell’antica civiltà babilonese i sacerdoti di Baal, tutte le primavere, erogavano prestiti ai contadini per permettere loro di effettuare le semine. Siccome però, contemporaneamente, regolavano la riserva monetaria totale, i sacerdoti si premuravano di mettere in circolazione una quantità di denaro sufficientemente bassa da non permettere ai loro debitori di saldare completamente i conti. Questo portava ad una moltiplicazione all’infinito del debito tale da costringere i contadini ad asservirsi per tutta la vita ai loro creditoriUna serie di intuizioni e di accorgimenti che sommati a meccanismi come quello della riserva frazionaria potevano davvero garantire alla discendenza di Meyer una ricchezza infinita.

Avendo ben chiaro tutto ciò, i cinque fratelli Rothschild misero a punto la loro ricetta per un debito infinito.    In caso di un’ennesima guerra tra Francia ed Inghilterra, ad esempio, James prestava i soldi per la campagna militare della prima, Nathan finanziava le operazioni belliche della seconda. Poi, a fine guerra, entrambe le banche Rothschild erogavano prestiti per le relative ricostruzioni e nel caso dello stato sconfitto, l’agenzia territorialmente competente provvedeva al risarcimento dei danni nei confronti di quello vittorioso. Tali prestiti si sommavano a quelli originariamente concessi ad entrambi i sovrani per condurre la guerra. Il debito dei re nei confronti dei Rothschild non si estingueva mai; anzi, lievitava sempre più, trasformato in nuove imposte sui sudditi o, usando un termine tristemente attuale, in un debito pubblico in continuo aumento.

Il patrimonio della famiglia, quindi, cresceva a dismisura. Anche perché una clausola, voluta da papà Amschel sul letto di morte, stabiliva che nessuno dei cinque fratelli avrebbe mai potuto ritirarsi dalla società di famiglia portandosi via il proprio capitale. A blindare definitivamente il patrimonio e la dinastia dei Rothschild, come abbiamo visto, la consuetudine di sposarsi spesso fra loro. La inaugurò James, sposando, nel 1834 la nipote Bettina, figlia del fratello Salomon. James aveva trentadue anni, Bettina diciannove. Poco dopo un figlio di Salomon avrebbe sposato la figlia di Nathan e così via. Come sottolinea il Lottman, su diciotto matrimoni contratti dai nipoti di Amschel Meyer ben sedici unirono cugini primi. E lo studioso aggiunge: “i banchieri Rothschild dimostravano con il loro comportamento di non aver bisogno di allearsi ad altre famiglie di banchieri per prosperare”. 

Oltre al trucco che abbiamo definito del debito infinito, i Rothschild riuscirono nel corso della prima metà dell’Ottocento a diventare i banchieri di riferimento più importanti per le relative corone, relativamente al sistema dei grandi prestiti pubblici, caratteristici proprio di questo periodo storico. In pratica le cose andavano così. Lo stato decideva di emettere cartelle di rendita atte a permettergli di ottenere prestiti dai suoi cittadini (portando di fatto gli investimenti economici anche alla portata dei piccoli risparmiatori, proprio perché gestiti con cartelle di piccolo taglio). Emetteva ad esempio cartelle da 100 franchi (la cifra  che sarebbe stata rimborsata al cittadino risparmiatore alla scadenza dei titoli) vendendole prima alle banche al costo di 90. Le banche, a loro volta, le rivendevano ai cittadini a 95, incassando subito la loro parte, costituita da 5 franchi per cartella. In questo modo i Rothschild fecero la loro fortuna anche nell’acquisto dei grandi debiti pubblici, soprattutto in Francia. Per non parlare dell’erogazione di prestiti a dir poco vergognosi. Risale solo a tre anni fa il rinvenimento di un documento comprovante un losco affare che nel 1830 coinvolse James e Nathan Rothschild. Il documento T71/122 (scoperto dal ricercatore Nick Draper nell’Archivio di Stato londinese), si riferisce infatti a un accordo tra i due cugini ed un certo Lord O’Bryen, a cui essi avevano prestato 3000 sterline per comprare una proprietà ad Antigua, nella quale ottantotto schiavi venivano regolarmente sfruttati. I Rothschild su quella proprietà, schiavi inclusi, avevano stabilito un’ipoteca. E alla fine, dato che O’Bryen non era riuscito a restituire il prestito, avevano incassato la somma stabilita a titolo di risarcimento per la garanzia cancellata (procedendo anche alla vendita degli ottantotto malcapitati), nonostante lo schiavismo, nel frattempo, fosse stato abolito dallo Stato inglese. E ciò negli stessi anni in cui Nathan e James si erano eretti a paladini internazionali nella lotta allo schiavismo. (Cfr. ad esempio Corriere della Sera, 28.06.09)

Una vita principesca

Così gli anni passarono. Dopo la salita al trono dell’ultra reazionario Carlo X – avvenuta nel  1824 – la crisi economica europea degli anni immediatamente successivi (che comunque danneggiò i Rothschild molto meno di qualsiasi altra istituzione finanziaria) e l’Insurrezione di Luglio, nel 1830 l’ascesa di Luigi Filippo di Orleans aveva segnato la fine della dinastia dei Borbone di Francia ma anche la definitiva consacrazione di James che si era precedentemente prodigato in tutta una serie di favori finanziari nei confronti del Principe e sulla cui regale riconoscenza da quel momento avrebbe potuto contare. Contemporaneamente la potente famiglia cominciò a guardare con interesse agli affari finanziari oltre oceano, scegliendo di non inviare in America un proprio diretto esponente ma un uomo di fiducia che si era fatto le ossa presso la banca di famiglia, tale August Belmont, ebreo di Assia anch’egli. Belmont fu spedito a New York e lì cominciò l’ascesa di quest’altra grande famiglia, indissolubilmente legata ai Rothschild per molti anni. Inoltre, dalla metà degli anni Trenta, i cinque fratelli inaugurarono la loro carriera di “investitori”, iniziando ad interessarsi di trasporti su strade ferrate e vincendo diversi appalti per la costruzione e la gestione delle prime ferrovie europee. Anche il principale simbolo di progresso, dunque, l’emblema della Rivoluzione industriale del XIX secolo, porta la loro firma. 

Facevano la vita dei principi, i Rothschild. Soprattutto in Francia. James – che aveva acquistato la residenza settecentesca che era stata di Talleyrand – si comportava come un autentico mecenate (fu lui a commissionare molte opere di Rossini o capolavori pittorici di Ingres, come il ritratto della moglie “Betty”) , scegliendo come proprio “poeta di corte” nientemeno che Heinrich Heine. Chopin dava lezioni di piano a Betty mentre, a Londra, Mendelssohn istruiva musicalmente le figlie di Nathan. Tutta Europa li considerava i Medici del XIX secolo; Balzac, in una lettera indirizzata alla futura moglie, definiva il barone James “tutta l’intelligenza e tutto il denaro degli ebrei”. La moglie del Ministro degli Esteri russo lo considerava “il viceré, per non dire il re, in Francia”, sostenendo che si comportasse “come un Richelieu”. Amédéé Boudin, infine, nel suo Notice sur la Maison Rothschild, sostiene che se i Rothschild fossero vissuti all’epoca del Re Sole, la loro ricchezza  avrebbe probabilmente fatto “ombra all’orgoglio di Luigi XIV”. Contemporaneamente il prestigio dei cinque fratelli acquisiva sfumature sempre più politiche. Per avere un’idea della portata dei prestiti erogati alle varie nazioni nel solo periodo 1815-1851, si veda la pagina I prestiti dei Rothschild.

Nathan, l’artefice della sconfitta di Napoleone, dal 1818 aveva cominciato a finanziare il governo prussiano, accordandogli un mutuo di ben cinque milioni di sterline. In questo modo aveva consolidato un modello che gli altri fratelli avrebbero continuato a seguire anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1836. Salomon, dal canto suo, cominciò ad investire nelle fonderie austriache finanziando la corona imperiale. Poi, tutti insieme, i Rothschild cominciarono a fare affari con i metalli preziosi, soprattutto oro, grazie soprattutto all’acquisto di importanti miniere in Spagna. Nel 1840 la N.M. Rothschild & Sons era già la principale fornitrice di lingotti d’oro della Banca d’Inghilterra; dal 1852 acquisiva stabilmente la gestione della Zecca Reale inglese. James, poi, aveva le idee fin troppo chiare. Quando ad esempio, nel 1830, il Belgio ottenne l’indipendenza si affrettò a tessera la sua tela, spiegando ai suoi soci: “alla soluzione della questione belga seguirà una forte richiesta di fondi e [...] dovremo approfittare di quel momento per diventare padroni assoluti delle finanze di questo paese” [3]. Con la sua grande influenza contribuì a risolvere – a favore delle comunità ebraiche residenti – la crisi in Medio Oriente del 1840, condizionò la successione al trono di Spagna a discapito di Don Carlos (Carlo Maria Isidro di Borbone) e in favore dell’infanta Isabella II (dalla cui reggente ricevette in cambio una gigantesca miniera di mercurio), fece salire alle stelle le proprie azioni ferroviarie. Azioni, queste, che andavano letteralmente a ruba. Lottman sottolinea che per acquistare quote azionarie di James Rothschild bisognava letteralmente supplicarlo e riporta il racconto di Heine, che descrisse la circostanza in cui  diversi “pretendenti” che un giorno stavano facendo anticamera in casa del Barone, si inchinarono al passaggio del suo vaso da notte che il servitore stava portando a svuotare. 

Un caso eclatante era stato poi quello riguardante l’Italia. Un cospicuo e ripetuto finanziamento dei Savoia da parte di James (per far fronte al cui prestito Cavour non aveva esitato a contrarre nuovi debiti – di 180 mila scudi l’anno – anche con il fratello Karl Rothschild), aveva portato all’unificazione della Penisola e dopo il compimento della spedizione dei Mille (finanziata anche con l’aggiunta di tre milioni di franchi erogati dalla massoneria inglese a cui interessava che l’ “Eroe dei Due Mondi” non si fermasse a Napoli ma annientasse lo Stato Pontificio)  alla depredazione della ricchezza del Regno delle due Sicilie, molto meno arretrato di quanto poi sia stato dipinto dagli storici post-unitari e in possesso dei due terzi del patrimonio economico dell’intera penisola: circa 443 milioni di ducati su un totale di 667, cifra enorme se si considera che il patrimonio finanziario del Regno di Sardegna ammontava a soli 27 milioni! (Cfr. Il Giornale, 21 novembre 2005 pag. 12 e Il Giornale.it, 4 luglio 2009) [4].

Stessa cosa anche per lo Stato Pontificio: nel 1831 Gregorio XVI aveva chiesto ed ottenuto ben sette prestiti da  James (per un totale di 16 mila franchi), scatenando l’ilarità alquanto amara dello stesso poeta Giuseppe Gioacchino Belli, che nelle sue “La sala del Monzignor Tesoriere e Er prestito dell’abbreo Roncilli” non aveva esitato a sottolineare la singolare contraddizione di un Papa che non esita a farsi “salvare” da un ebreo.

La gigantesca ricchezza via via accumulata dalla famiglia faceva montare su tutte le furie gli intellettuali di sinistra come Fourier e Proudhon che vedevano negli ebrei dei parassiti che si arricchivano sulle spalle del resto della popolazione. Lo storico Robert Byrnes, nel suo “Antisemitismo nella Francia moderna” del 1950, sostiene che l’ostilità nei confronti degli ebrei si sia diffusa negli ambienti della sinistra francese ben prima che cominciasse ad insinuarsi nell’ideologia conservatrice europea.

James ebbe da Bettina quattro figli maschi, oltre alla primogenita Charlotte. Di questi, Salomon rivestì un ruolo minore nella storia dell’ascesa finanziaria dei Rothschild. Il Lottman non lo comprende quindi nell’albero genealogico dei discendenti di James che “contarono”. Il principale erede del gran barone fu Alphonse, protagonista delle prossime sezioni del nostro racconto.

I discendenti di Meyer Amschel che giocarono un ruolo fondamentale nella finanza. Come si può notare manca ad esempio Salomon, il quarto figlio di James, molto più portato per le esperienze amorose che per gli affari e morto a soli ventinove anni. D’altra parte anche i suoi fratelli, in gioventù, si trovarono più volte al centro della cronaca rosa del tempo. Alphonse spesso compariva in pubblico con la bella Esther Lachmann, soprannominata La Païva, una delle cortigiane più amate e famose di quegli anni. Gustave, dal canto suo, si faceva vedere in giro con la bellissima Contessa di Castiglione, cugina di Cavour e già amante di Napoleone III.  Ma sia Alphonse che Gustave, a differenza di Salomon, seppero sempre distinguere la vita galante dagli affari.

Scontro tra Titani

Arrivò la rivoluzione del 1848. Luigi Filippo fuggì in Inghilterra, mentre Parigi cadeva in mano ai rivoltosi repubblicani. Le azioni ferroviarie di James crollarono, la sua famiglia scappò a Londra e le sue grandiose proprietà immobiliari, così come tutti i palazzi del potere monarchico, vennero prese di mira dai rivoluzionari in quanto odiati simboli del potere reazionario. James, che aveva voluto un’istruzione di massimo livello per il suo primogenito, dovette accettare di vederlo scappare e poi – tornato con la madre per quella che avrebbe dovuto solo essere una rapida visita al padre a Parigi – costretto dal nuovo governo provvisorio ad arruolarsi nella Guardia Nazionale insieme al fratello Gustave. Ma il durissimo periodo si trasformò in una nuova – per quanto provvisoria – fase repubblicana, guidata da un Luigi Napoleone con evidenti ambizioni imperiali. E James Rothschild risorse insieme all’Impero, così come le sue stesse azioni. In quello stesso anno il suo Alphonse riuscì a laurearsi in giurisprudenza, mentre il padre veniva acclamato come il Gran re degli ebrei, unico tra tutti i gli uomini di potere francesi ad essere riuscito a resistere al secondo crollo della monarchia d’oltralpe. Quando il ’48 volse al termine James era più potente di prima: persino il Papa, Pio IX, di lì a pochi mesi avrebbe dovuto indebitarsi con lui per finanziare la coalizione internazionale, guidata dai francesi, che gli avrebbe sgomberato Roma dai repubblicani che lo avevano cacciato. Pio IX chiese ed ottenne un prestito ad interesse non troppo alto. In cambio James riuscì a costringere il pontefice ad allentare le restrizioni cui erano sottoposti da molto tempo i suoi correligionari, confinati nel ghetto di Roma. Ma un imprevisto può verificarsi anche nella vita di chi tiene le fila della storia. Napoleone III, nella sua rapida ascesa da Presidente della Repubblica a Imperatore dei francesi, inaspettatamente si “portò dietro” una nuova famiglia di banchieri ebrei di origine portoghese, i Pereire. Inizialmente introdotta nel giro dagli stessi Rothschild, questa nuova rampante famiglia si era conquistata il favore di Luigi Napoleone, che l’aveva preferita a James riconoscendo ufficialmente la sua nuova rivoluzionaria banca, il Crédit Mobilier, il cui capitale sociale era costituito dai versamenti degli azionisti. Una banca popolare, insomma, in piena sintonia con i progetti sansimoniani e in perfetta linea con le future banche europee, in grado di consentire anche ai piccoli risparmiatori di investire, gestendo il loro denaro a lungo termine e sostenendo la crescita di una nazione. James scrisse a Bonaparte, cercando di dissuaderlo da quello che considerava un serio pericolo per le finanze francesi (oltre che per le sue), dato che Luigi Napoleone intendeva farle dipendere proprio dal Crédit. Intravedeva anche un problema morale, James, in quel manovrare “soldi altrui” del Crédit. Poi cominciò lo scontro tra titani. I Rothschild e i Pereire si batterono in ogni campo. Azionistico, finanziario, immobiliare, persino sui relativi patrimoni ferroviari. Da quest’ultimo punto di vista i Pereire fondarono un Credito mobiliare nel Regno di Napoli, che costituì la Compagnia delle Strade ferrate italiane, sovrintendendo così alla realizzazione delle ferrovie nel Sud Italia. James rispose con la Ferrovia Lombardo-veneta, che collegava la Lombardia all’Austria. I suoi cugini viennesi, poi, completarono l’opera nel 1855 collegando Vienna, con due linee diverse, a Budapest ed a Praga e arrivando a costituire, nella capitale dell’Impero, la banca per azioni Kreditanstalt, con lo specifico scopo di impedire ai rivali portoghesi di fare altrettanto in quella stessa sede. I Pereire, allora, collegarono Mosca a Leningrado e Madrid a Bordeaux e Sète, impresa a cui i Rothschild risposero con la Madrid – Saragoza. Il tutto con nuovi vantaggi più che evidenti per entrambe le famiglie di banchieri: aggiungere ai profitti derivanti dai soliti prestiti, gli interessi diretti sulla vendita di azioni ed obbligazioni delle rispettive nuove compagnie ferroviarie ai risparmiatori. Sul piano prettamente finanziario, poi, James non esitò a comprare migliaia di azioni del Crédit Mobilier per poi rivenderle nei momenti più adatti a produrre il massimo danno possibile ai rivali. Con l’aiuto dei suoi fratelli realizzò nuove alleanze finanziarie internazionali atte ad infliggere colpi durissimi alla famiglia Pereire, che intanto cercava di mandarlo su tutte le furie in qualsiasi modo possibile, arrivando perfino a comprare tutte le terre intorno al suo castello di Ferrières per il solo gusto di impedirgli di estendere le sue proprietà. Alla fine la grande abilità, le conoscenze altolocate e la forte esperienza finanziaria di James ebbero la meglio. I Pereire – i cui investimenti immobiliari a Marsiglia, intrapresi in previsione dell’arrivo della loro ferrovia da Sète, si rivelarono soldi buttati al vento non avendo ottenuto la concessione per la costruzione di quell’ultimo tratto, che fu ostacolata proprio dall’enorme influenza dei loro rivali sul mondo politico francese – vennero accantonati e Napoleone III dirottò le sue finanze su casa Rothschild.

Alphonse

Nel 1857 il primogenito di James, Alphonse, si sposò. Lo fece, manco a dirlo, con la figlia di un cugino inglese di suo padre. La sua residenza – e di sua moglie Leonore – divenne proprio l’ex Palazzo di Talleyrand passato al padre. Quando nel 1868 il padre morì (a settantasei anni), Alphonse era ormai il nuovo punto di riferimento di tutta la famiglia. James non aveva fatto in tempo a visitare i vigneti Chateau Lafite di Bordeaux, che si era appena regalato sommandoli così a quelli di Mouton già di proprietà della famiglia. Morì il 15 novembre: il giorno prima era toccato al suo amato Gioacchino Rossini (che manco a dirlo era nato il suo stesso anno!) e al suo funerale partecipò mezza Parigi. Il riassunto di una vita come la sua lo scrisse in poche righe Ernest Feydeau, padre del drammaturgo Georges: “Bisogna considerare che l’universo intero era suo debitore, che egli aveva filiali dappertutto, in Cina, in India, fin nelle contrade meno civilizzate [...] che aveva navi in tutti i mari [...] che era considerato dal mondo intero come l’espressione più alta, il sostenitore e il difensore dei suoi correligionari; che per tutta la durata della sua lunga esistenza non fu possibile combinare nessun affare importante in nessun luogo, in nessun angolo del Pianeta, senza che egli fosse consultato e invitato a prendervi parte” [5]. Il Gran Barone, l’ultimo superstite dei figli di Meyer Amschel, era morto. Ma il suo esempio Alphonse non lo avrebbe mai dimenticato. Dal punto di vista strettamente finanziario, alla morte del padre Alphonse possedeva, un quarto del valore di tutte le agenzie Rothschild. Un valore immenso, difficile da quantificare. B. Gille ha calcolato che cinque anni prima della morte di James esso ammontasse a circa 558 milioni di franchi, una cifra pari a circa 2 miliardi e mezzo di euro attuali. Ma già nel 1874 tale valore era salito a 860 milioni di franchi: poco più di tre miliardi di euro di oggi. Logicamente a tale somma andavano aggiunte tutte le rendite di miniere, società, proprietà terriere ecc. Complessivamente un patrimonio da capogiro. 

I tempi, però, stavano per farsi ancora difficili. I rapporti internazionali tra Francia e Prussia degeneravano a vista d’occhio, soprattutto a causa della rapida ascesa di quest’ultima e del suo progetto di unificazione di tutti i paesi germanici sotto di sé. L’ambizioso cancelliere Bismarck aveva provato a tirare in ballo Alphonse nel finanziamento della guerra austro-prussiana, che considerava un passo fondamentale in questo processo di formazione della futura nazione tedesca. Ma i Rothschild non volevano avvantaggiare le finanze di quel piccolo Stato con tutte le carte in regola per raggiungere in breve tempo un’egemonia continentale. Una volta sconfitta ed umiliata l’Austria, però, Bismarck aveva puntato il mirino proprio verso Parigi, il cui annientamento avrebbe sgomberato definitivamente la strada verso la piena realizzazione dei suoi progetti. Il pretesto della successione al trono di Spagna – apparentemente “cancellato” dal ritiro della candidatura di Leopoldo di Hohenzollern e nonostante ciò magistralmente sfruttato dal diabolico cancelliere con l’espediente del telegramma di Ems – scatenò di fatto l’inizio di una delle più sanguinose guerre dell’Ottocento. I tedeschi sconfissero in modo umiliante i francesi, arrivando a catturarne l’Imperatore. Poi, in attesa di dettare le condizioni della pace, Guglielmo I, Bismarck e i vertici dello Stato Maggiore prussiano (a cominciare dall’eroico generale Von Moltke), decisero di “farsi ospitare” proprio nella principesca residenza di Ferrieres, a spese del Duca De Rothschild. Ci rimasero mesi, fino a quando si spostarono a Versailles per firmare il famoso Trattato. Per lasciare la sola città di Parigi chiesero duecento milioni di franchi. Lo Stato francese non li aveva, ma ci pensò Aphonse a prestarli al governo repubblicano appena succeduto al crollo dell’Impero. Poi chiesero altri trentun miliardi di franchi per sgomberare la Francia, a titolo di risarcimento delle spese di guerra sostenute. Alphonse trattò di persona ed alla fine ci si accordò per la cifra – comunque esorbitante – di cinque miliardi. Quasi venticinque miliardi di euro attuali! Il Barone, con sua la solita flemma (che la leggenda vuole sia venuta meno solo durante la guerra civile tra i sostenitori della Comune di Parigi e l’esercito regolare fedele ad Adolphe Thiers, nel corso della quale i capelli di Alphonse – rifugiatosi in un albergo di Versailles – divennero di colpo tutti bianchi in una sola notte), si predispose a racimolare l’occorrente per le prime due rate, che vennero consegnate persino in anticipo rispetto ai tempi pattuiti. A quel punto, come deciso, i tedeschi se ne andarono, ponendo fine ad un’occupazione durata fino al settembre 1873. Jean Bouvier ricorda che anche se Alphonse riuscì ad assicurarsi una buona parte di quel prestito (considerato il più grande affare finanziario del XIX secolo), le nuove banche per azioni, nate nel frattempo per contrastare il potere dei Rothschild, si riunirono in una coalizione per strappare la quota più alta possibile della somma da prestare. Così, secondo Bouvier, cominciò da quel 1873 il declino relativo dei Rothschild francesi. Che continuarono a crescere, ma più lentamente di prima. L’incubo sembrava finito, ma a giudicare dalle conseguenze che il conflitto avrebbe avuto – in termini di guerre mondiali – il peggio doveva ancora arrivare. Alphonse, comunque, ne uscì a testa alta, come era sempre accaduto al padre. Persino nel corso della guerra civile e della settimana di sangue che soffocò la Comune, nessuno osò toccare le sue proprietà, mentre mamma Betty si prodigava nella creazione di un ospedale per le vittime di guerra che faceva ben figurare i Rothschild anche agli occhi dei più accaniti ed anarchici rivoltosi. Quando tutto finì le finanze della neonata Terza Repubblica francese erano ormai, definitivamente, nelle mani del Barone de Rothschild. 

Un secolo al tramonto

Alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento i Rothschild erano ormai in possesso di molte miniere di rame, piombo, ferro e zinco, nonché del monopolio di mercurio, in Spagna. Materie prime fondamentali in un contesto come quello che si stava sviluppando in quegli anni: la Seconda rivoluzione industriale. Ma c’era ben di più. Si erano accaparrati i diamanti sudafricani fondando con Cecil Rhodes la “De Beers” (che attualmente esercita il controllo mondiale sul prezzo di queste pietre preziose), avevano messo le mani su grossi giacimenti di nickel in Nuova Caledonia con la loro Le Nickele, sui pozzi petroliferi russi di Baku tramite la “Caspian and Black Sea Petroleum (Bnito)” fondata nel 1886, poi chiamata Royal Dutch Shell, una delle “sette sorelle” che controllano il mercato mondiale in questo settore [6].

Negli stessi anni misero insieme collezioni d’arte da favola, che avrebbero poi attirato l’attenzione dei musei di tutto il mondo. Negli anni Trenta del Novecento il Louvre avrebbe acquisito dalla famiglia più di quarantamila tra incisioni e dipinti, tra cui diversi Leonardo da Vinci, Dürer e Rembrandt (ancora oggi i discendenti di Alphonse periodicamente affidano le loro clamorose proprietà artistiche ai più grandi musei del mondo). E non basta. I Rothschild rinunciarono a comprare la quota di azioni del Canale di Suez offerta loro dal governatore dell’Egitto in persona, Ismail Pascià, offrendola invece alla corona inglese e “comprando” così una “benevolenza” britannica quanto mai utile in un clima come quello dell’epoca, caratterizzato ormai da una fortissima tensione con la Germania. Una rinuncia tanto gradita da Sua Maestà la Regina Vittoria quanto, comunque, estremamente fruttuosa per i nostri banchieri, dato che l’acquisto delle azioni che portarono l’Inghilterra a diventare il maggiore azionista del Canale furono i Rothschild di Londra (nella persona del cugino Lionel), a finanziarloCon un potere ormai irresistibile, Alphonse riusciva a bloccare i propositi di nazionalizzazione delle ferrovie francesi del ministro Gambetta, mentre contemporaneamente si assicurava la proprietà di un dodicesimo delle terre coltivabili dell’Egitto (nel delta del Nilo) o acquisiva la metà francese della Association Française du Tunnel Sous-marin nata in collaborazione con gli inglesi per costruire sotto la Manica il collegamento tra Francia ed Inghilterra. 

Contemporaneamente il fratello più piccolo di Alphonse, Edmond, si faceva conoscere come il massimo esponente del sionismo, movimento ebraico internazionale che caldeggiava il progetto di ricostruzione di uno Stato di Israele in Palestina. Edmond, fervente attivista il cui impegno avrebbe spesso suscitato l’imbarazzo dei fratelli maggiori, aveva cominciato a finanziare l’immigrazione dei suoi correligionari in quelle terre, arrivando ad essere soprannominato Ha Nadiv, “il Benefattore” o anche Avi Hayishuv, il “Padre dell’insediamento”. Nel 1899 egli sarebbe arrivato ad acquistare e trasferire venticinquemila ettari di territorio palestinese alla “Jewish Colonization Association” e venticinque anni dopo avrebbe fondato la PICA, “Palestine Jewish Colonization Association”, comprando altri cinquantamila ettari di terreni agricoli in cui ospitare centinaia di migliaia di ebrei man mano scacciati da tutta l’Europa.

Un secolo stava chiudendosi, tra tensioni internazionali e slanci antisemiti sempre più frequenti. Il 19 dicembre 1892 Alphonse aveva perso un occhio durante una battuta di caccia. Qualcuno parlò di attentato contro il Barone ebreo, ma l’illustre vittima sostenne sempre di conoscere perfettamente l’identità di colui a cui era partito il colpo e di non volerla rivelare proprio perché si era trattato di un autentico incidente. L’ostilità internazionale nei confronti degli ebrei, tant’è, aumentava. Esattamente due anni dopo l’incidente, il capitano ebreo Dreyfus veniva condannato dal tribunale militare francese per alto tradimento e spedito in una colonia penale nell’Isola del Diavolo. Nel frattempo folle di manifestanti che protestavano contro i ricchi ebrei nemici del popolo continuavano a darsi appuntamento sotto le finestre di Alphonse, per l’incolumità della cui famiglia la polizia francese aveva deciso di destinare ben quaranta agenti, preposti alla sorveglianza della sua residenza. Quanto alla condanna di Dreyfus, l’esultanza di tutti i circoli ed i giornali antisemiti dell’epoca – inclusi periodici cattolici come il La croix o Le Pelerin – era durata ben poco. Il colonnello Picquart  aveva iniziato a svolgere ricerche più approfondite, riuscendo a dimostrare che colui che aveva passato informazioni segrete ai tedeschi era in realtà il maggiore Esterhazy. Picquart era stato subito spedito al fronte per impedirgli di continuare le sue indagini, ma la notizia della sua rimozione era esplosa. Alla fine Picquart fu reintegrato, diventando addirittura Ministro della Guerra. Esterhazy si suicidò e Dreyfus, dopo un’altra ingiusta condanna per “tradimento con attenuanti” e cinque anni di galera totalmente immeritati, venne definitivamente scagionato. L’opinione pubblica francese, però, in gran parte fece il tifo contro il capitano ebreo, in un clima di antisemitismo ormai giunto ai livelli di guardia. Nell’agosto del ’95 un funzionario della Banque Rothschild aprì una busta indirizzata al Barone e un’esplosione tanto violenta quanto inaspettata gli portò via un occhio. Il Novecento degli orrori era iniziato in anticipo.

Édouard

Al cimitero di Père Lachaise, quella domenica mattina, c’era tutto il Governo, il Presidente della Repubblica e persino un rappresentante di Pio X, il Cardinal Montagnini. Tre giorni prima, il 26 maggio 1905, Alphonse era morto nel suo letto a causa di una gotta che nessuno era riuscito a guarire. Il suo patrimonio ammontava a circa dieci miliardi di franchi, dieci volte tanto quello lasciatogli dal padre James. Tale cifra, in realtà mai confermata, fu indicata dal giornalista Albert Monniot nel suo “Que faire? … Réponse d’un antisémite” (Libraire Antisémite, 1904), ma il testamento di Alphonse non venne mai pubblicato. L’erede universale era il trentasettenne Édouard Alphonse James Rothschild, nato circa nove mesi prima della morte del nonno. Ora lo scettro dello Scudo Rosso passava proprio a lui. Édouard era un personaggio molto riservato e pacato. Di salute piuttosto cagionevole a causa di una forte tubercolosi contratta in gioventù, conduceva una vita molto meno mondana rispetto a quella del padre. Mancava anche di quella proverbiale intraprendenza che in ambito finanziario caratterizzava i Rothschild, ma questo forse si rivelò, alla lunga, un fattore a lui favorevole, dato che, ad esempio, la sua esitazione nei confronti degli investimenti a New York – che in quegli anni attiravano molti suoi “colleghi” – gli avrebbe in parte evitato quel disastro economico che troppe banche internazionali subirono in seguito al crollo di Wall Street. Da qualche anno i Rothschild avevano rotto il vincolo imposto dal loro capostipite, rescindendo i vincoli che li legavano reciprocamente; tale provvidenziale decisione avrebbe impedito ad esempio, durante la Grande Guerra, la soppressione della sede parigina di Édouard da parte dei tedeschi. Dal punto di vista religioso il nuovo Barone de Rothschild era più “praticante” dei suoi predecessori. Anche nei confronti dei suoi correligionari sparsi per il mondo si dimostrò sempre piuttosto sensibile, giungendo al punto di rifiutare svariati prestiti a sovrani, come nel caso dello stesso zar Nicola II, evidenziando così il proprio dissenso rispetto ai frequenti pogrom che i loro sudditi ebrei continuavano a subire. Contemporaneamente aveva iniziato a gestire emissioni di obbligazioni anche in Giappone ed in Brasile, intensificando gli investimenti ferroviari in Italia, Spagna e Francia, nonché l’estrazione dei metalli preziosi in giro per il mondo. Nel Caucaso le sue società erano ormai leader nell’estrazione e nella distribuzione del petrolio. La sua Bnito gestiva i pozzi di Baku, mentre tramite la Standard Russe Édouard possedeva ben sette campi petroliferi ed un’immensa raffineria in Cecenia. Già suo padre ed i suoi zii avevano provveduto a perfezionare un’alleanza con la Royal Dutch e la Shell, chiamata Asiatic Petroleum Company e finalizzata ad esercitare il monopolio sul petrolio in tutta la Russia meridionale. Quando poi scoppiarono i primi fermenti rivoluzionari, a partire dal 1905, Édouard cominciò seriamente a pensare che fosse necessario defilarsi da quelle zone. Nel 1909 lui e i suoi famigliari vendettero l’80% della Bnito all’olandese Royal Dutch, abbandonando gli impianti di Baku, per altro ormai inattivi a causa della loro obsolescenza. Non sono pochi gli studiosi che a tal proposito hanno ipotizzato che i Rothschild avessero previsto la caduta dello zar e si fossero allontanati in tempo da un impero con le ore contate. Ultimamente, però, qualcuno ha cominciato a parlare non tanto di “previsione” quanto di vera e propria manipolazione finanziaria in questa direzione. Nicola II era stato finanziato (e forse anche spinto) dai nostri banchieri ebrei ad intraprendere una guerra disastrosa contro il Giappone (che a sua volta aveva ricevuto un credito dalla Kuhn & Loeb, istituto finanziario americano molto potente, fondato dai due banchieri ebrei Abraham Kuhn e Solomon Loeb e, a quei tempi, diretto da Jakob Schiff). Per non parlare del fatto che, alla fine, i Rothschild si trassero d’impaccio guadagnandoci ancora: Bnito e Standard Russe vennero vendute in cambio di azioni Shell e Royal Dutch e la transazione risultò, ancora una volta, estremamente conveniente per Édouard e i suoi fratelli. A distanza di qualche anno le due compagnie avrebbero rinfacciato ai Rothschild di essere sfuggite, in modo quanto meno sospetto, all’improvviso esproprio dei pozzi russi da parte del regime bolscevico.  

Mentre la Grande Guerra si stava avvicinando la famiglia Rothschild faceva parlare di sé il mondo intero. Sia Gustave che Edmond avevano già inserito nelle alte sfere della finanza i loro rispettivi primogeniti, Robert e James (“Jimmy”), ma quest’ultimo si divideva tra l’impegno per la questione ebraica in Palestina – ereditato dal padre – e la passione per la Gran Bretagna, che lo aveva spinto a sposare un’ebrea inglese restituendo la sua quota azionaria al padre. Quanto a Robert, il suo cuore batteva più per le opere d’arte che per l’alta finanza. La sua collezione di Modigliani e Picasso era invidiata da mezzo mondo. Stessa passione per Adolphe, ultimo dei Rothschild di Napoli, detronizzato insieme ai Borboni. Lo si vedeva spesso, dopo l’annessione del Regno delle due Sicilie all’Italia, malinconicamente a passeggio con l’ex regina al Bois de Boulogne di Parigi. Sua moglie Julie, con il sigaro sempre tra i denti, trascorreva il tempo sul suo gigantesco yacht sul Lago Lemano, vicino a quello di Ginevra. L’altro figlio di Edmond, Maurice, finiva ogni giorno sui rotocalchi rosa per la sua intensa attività di donnaiolo. Henri, pronipote di Nathan, si concentrò sulla sua passione nei confronti dei motori, finanziando le prime case automobilistiche della storia. Non a caso la  Rothschild & Fils, una delle prime importanti carrozzerie della storia dell’automobile, nata nel 1838 a Parigi e rilevata poi da Rheims et Auscher, a inizio secolo aprì una sede in via Madama Cristina 147, a Torino, acquisendo le quote azionarie SAFIAT di Michele Lanza, uno dei trenta azionisti, appunto, della Società Anonima Fabbrica Italiana Automobili Torino. Nel 1910 la sede torinese della storica carrozzeria (tra i cui vanti spicca la produzione della prima Torpedo, nel 1906), verrà definitivamente acquistata dalla nuova FIAT di Agnelli cambiando nome in Sezione Carrozzerie Fiat. Se la Rothschild & Fils abbia ricevuto in cambio denaro contante oppure azioni Fiat – seguendo così la solita pratica del “tirarsi fuori restando dentro” – non è dato sapere. 

Quelli furono anche gli anni della tragedia del Titanic. A bordo della gigantesca nave passeggeri inglese della Olympic Class c’erano anche due Rothschild: il quarantasettenne imprenditore prussiano Mr. Martin e la moglie, Mrs. Elisabeth R. Barrett. Avevano comprato due biglietti di prima classe, al prezzo di 59 sterline l’uno (poco meno di ventimila euro attuali). Martin Rothschild – che restò a bordo dopo il terribile urto e morì in quel famoso 14 aprile 1912 lasciando il posto sulla scialuppa numero 6 alla moglie cinquantaquattrenne – possedeva una manifattura di abbigliamento di lusso ed era figlio di immigranti tedeschi trasferitisi in America dalla metà dell’Ottocento. I due coniugi, però, nulla avevano a che fare con la potente famiglia di banchieri. Basta ricordare, a dimostrazione di ciò, che una nipote di Martin, la famosa poetessa e scrittrice Dorothy Parker (1893-1967) – nata Rothschild e sposatasi nel 1917 con il broker di Wall Street Edwin Pond Parker II – non volle mai utilizzare il suo vero cognome, anche dopo aver divorziato, proprio per non venir confusa con i nostri banchieri e rischiar di far le spese di quel crescente antisemitismo che anche in America, da diversi anni, si stava diffondendo.

Detta di passaggio, però, qualcuno che davvero contava nel mondo della finanza internazionale, sul Titanic c’era. C’erano, ad esempio, il quarantottenne John Jakob Astor IV  (ricchissimo proprietario di colossali catene di hotel), il sessantasettenne imprenditore e politico Isidor Straus (alla guida della sua famosa catena di supermercati newyorkesi Macy) ed il potente magnate minerario quarantasettenne Benjamin Guggenheim (che, pur trovandosi a bordo con la sua amante venticinquenne, aveva sposato una Seligman, rampolla di una ricchissima famiglia di banchieri ebrei, imparentandosi così anche con i Goldschmidt – e quindi anche con gli stessi Rothschild – e la cui figlia, Peggy Guggenheim, avrebbe poi fondato, a New York, la famosissima galleria d’arte moderna e contemporanea Guggenheim Museum).

C’erano tutti e tre, su quella nave da favola, quegli stessi uomini che avevano osato ostacolare il processo di nascita della Federal Reserve – fortemente voluta dai Morgan, dai Rockefeller, dai Rothschild – durante la famosa riunione sull’isola di Jekyll del 1910. Astor, Straus e Guggenheim si erano opposti al progetto di una banca nazionale che nascesse da una serie di accordi di cartello tra i grandi banchieri privati e consegnasse nelle loro mani la sovranità monetaria americana. Astor, Straus e Guggenheim morirono a bordo del Titanic a causa di un incidente navale le cui dinamiche erano state incredibilmente raccontate in un romanzo del 1898 di Morgan Robertson, Futility, or the Wreck of the Titan. Una serie di coincidenze da brivido, quelle riscontrabili tra la narrazione ed i fatti realmente avvenuti quattordici anni dopo. A cominciare dall’urto contro l’iceberg, la velocità di navigazione della nave a 25 nodi, la scarsità delle scialuppe di salvataggio … Per non parlare del nome stesso scelto dallo scrittore per la sua nave, chiamata Titan. Astor, Straus e Guggenheim uscirono di scena, in quella famosa notte tra il 14 ed il 15 aprile 1912. La sontuosa nave di proprietà della società mercantile del loro principale rivale, John Pierpont Morgan, finì però i suoi giorni senza il proprietario: Morgan disdisse infatti il viaggio all’ultimo momento, per continuare a godersi le sue vacanze in Francia. L’anno successivo nasceva, incontrastata, la Federal Reserve Bank.

La Grande Guerra

Mentre Henri si dedicava ai motori, apriva ospedali pediatrici, scriveva commedie facendole rappresentare al Teatro Pigalle – da lui stesso fatto appositamente costruire – e gareggiava in opere di beneficenza con sua madre, Édouard continuava a tenere saldamente in pugno la sua Banca di Parigi, la cui carta vincente, a differenza degli istituti rivali, era la grande abbondanza di liquidità. La De Rothschild Frères, infatti, continuava a costituire il collegamento privilegiato per le transazioni tra la Banca di Inghilterra e quella di Francia, del cui Consiglio di Amministrazione, per altro, egli era il membro principale. Nel 1913 venne eletto Presidente della Repubblica il politico che più Édouard aveva appoggiato, Raymond Poincaré; l’anno dopo scoppiò la Prima Guerra Mondiale. Il 3 agosto 1914, poche ore dopo la dichiarazione di guerra tedesca, il neo Presidente incaricò proprio Édouard di ottenere un prestito di ben 100 milioni di dollari dagli USA. La trattativa fu condotta tra la De Rothschild e la Morgan di New York. Alla fine ci si accordò per 40 milioni, ma la Morgan versò la cifra alla banca di Édouard (e non allo Stato francese), in cambio di azioni ferroviarie americane vendute sulla Borsa di Parigi. Non furono pochi quelli che pensarono ad un regalo di Poincaré alla famiglia Rothschild.

Nel corso del conflitto, mentre la sede Rothschild di Vienna finanziava il nemico, la Francia poteva contare su Édouard, trasferitosi a Bordeaux insieme al Governo e sui cugini di Londra. Con l’invasione tedesca le due filiali avevano dovuto interrompere per un po’ di tempo l’antica abitudine della lettera in yiddish che ogni giorno, da decenni, si inviavano per tenersi in perfetta sintonia. Ma presto trovarono il modo di comunicare con posta cifrata attraverso i rispettivi Consolati. Così facendo riuscirono insieme a sostenere il franco francese, ormai in caduta libera, ricorrendo a ripetuti aiuti americani. In Senato un improvviso scandalo coinvolse Le Nickel di Édouard, accusata di vendere materie prime ai tedeschi. Anche questa volta, però, i Rothschild ne uscirono senza problemi.  

A fine guerra Maurice decise di buttarsi in politica e candidarsi nel Bloc National, la coalizione di destra capeggiata da Clemenceau. Fu eletto ed il suo nome comparve tra quelli dei politici che avrebbero guidato la ricostruzione francese. Dall’altra parte, alla Camera, spiccavano uomini del calibro di Léon Blum.

In Inghilterra Lionel Walter Rothschild – primogenito di Nathanesercitava forti pressioni sul Governo britannico in favore della comunità ebraica in Palestina. L’Inghilterra, infatti, aveva sgominato l’Impero Ottomano in Medio Oriente con l’obiettivo di impossessarsi dei molti pozzi petroliferi di quell’area. Bisognava assolutamente assicurarsi che l’esercito occupante rispettasse gli interessi sionisti in quelle zone. La famosa Dichiarazione Balfour, dal nome del ministro degli esteri inglese che la inviò al barone Walter, sotto forma di lettera, il 2 novembre 1917, era la risposta che i Rothschild volevano: “Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico – dichiarava Balfour – e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo”. La stessa dichiarazione sarebbe stata successivamente inserita nel Trattato di Sèvres, stipulato dalle forze vittoriose contro la Turchia, in virtù del quale la Palestina sarebbe stata assegnata all’Inghilterra. Tale appoggio della corona inglese al movimento sionista capeggiato dai Rothschild non fu comunque solo il risultato delle loro pressioni. Lo stesso Lloyd George, primo ministro inglese, nelle sue memorie ammette infatti che tale Dichiarazione fu anche il frutto della gratitudine di Sua Maestà nei confronti di Chaim Weizmann, chimico israeliano di grande “fede sionista”, nonché futuro primo presidente di Israele. Weizmann aveva scoperto il processo di formazione dell’acetone ed il suo conseguente impiego nella fabbricazione di un potentissimo esplosivo, la cordite, molto impiegato dagli inglesi nel corso della Grande guerra. Alla richiesta di Lloyd George circa il tipo di onorificenza che intendesse ricevere per la sua preziosa scoperta, Weizmann aveva risposto di non volere alcun compenso per sé, aggiungendo: “Vorrei che si facesse qualcosa per il mio popolo”. Mentre Walter leggeva con soddisfazione quella lettera, in Russia era scoppiata la Rivoluzione. Lenin era salito al potere al termine di un’insurrezione finanziata dall’Imperatore tedesco che, ottenendo in cambio l’uscita dell’esercito russo dalle ostilità, si era così liberato di uno dei due fronti di guerra e poteva ora concentrarsi sul solo versante bellico occidentale. Al giorno d’oggi si comincia a sospettare che i motivi fossero ancora più inquietanti e non coinvolgessero soltanto gli interessi tedeschi, così come è possibile verificare nel nostro articolo La Rivoluzione del Kaiser. E’ piuttosto evidente, però, che il prestito erogato al futuro dittatore sovietico – tra l’altro di origine ebraica così come il suo principale collaboratore Trotsky e come ben 9 dei dodici membri del Soviet Supremo – venisse da casa Rothschild.

All’epoca della vittoria delle sinistre, nel 1924, Édouard fu di fatto uno dei principali sostenitori del “libero movimento dei capitali”. In pratica l’idea di spostare i soldi all’estero per mettere in ginocchio il neogoverno socialista fu sua. Il governo capitolò, al potere fu rieletto Poincaré ed anche i capitali degli industriali tornarono in Francia. Il periodo, comunque, era difficile. Il franco fluttuava e la Banca centrale era in netto contrasto con tutte le altre. E mentre Poincaré, a pochi mesi del crollo di Wall Street, decideva di stabilizzare la moneta francese (decisione presa solo dopo che il Barone aveva definitivamente rotto gli indugi alla fine di una lunga lotta che – essendo convinto della necessità di rivalutare la moneta invece che stabilizzarla – lo opponeva al Governatore della Banca Centrale), Édouard acquistava una buona fetta di azioni della IRT, l’azienda americana che gestiva la metropolitana di New York. Edmond, dal canto suo, spopolava in Israele pur dovendo fare i conti con una salute piuttosto malferma e Maurice, sconfitto nelle elezioni del ’24 nella circoscrizione degli Hautes-Pyrénées in cui era stato eletto nel ’19, accoglieva l’invito del partito avversario, quello socialista, presentandosi nel dipartimento delle Hautes-Alpes. La sua conquista del seggio, però, venne oscurata da una serie di dubbi sollevati alla Camera dai rivali politici. Lo accusarono di aver comprato i voti dei suoi elettori, sostennero che avesse spedito ai cittadini ben ottocento lettere contenenti 50 franchi l’una. Si difese specificando di averne spedite solo duecento e con dentro solo venti franchi! Finì quindi sotto inchiesta, ma alla fine venne salvato. E alle successive elezioni si ripresentò, ottenendo più di diecimila voti. Naturalmente nella stessa Circoscrizione. 

Crisi?

Alla fine degli Anni ’20 il Crollo di Wall Street distrusse le finanze di quasi tutti i Paesi occidentali, tranne quelle dei Rothschild! Non ci sono documenti che spieghino adeguatamente questo fenomeno, ma non sono pochi a ritenere che i nostri banchieri siano stati tra i grandi capitalisti che abbiano venduto le loro imponenti quote azionarie evitando di un soffio – o, per molti studiosi, determinando – la grande Crisi del 1929. Fatto sta che negli anni ’30 il patrimonio del ramo francese della famiglia era ancora in crescita. Non si poteva però dire la stessa cosa per quello dei Rothschild di Vienna, la cui Banca – la S.M Rothschild & Söhne, ormai nelle sole mani di Louis Nathaniel, figlio di Albert, che era nipote di Salomon – versava in una forte crisi. Il motivo principale dei problemi finanziari del banchiere austriaco era la fusione tra il Kreditanstalt, il principale istituto finanziario austriaco – controllato da Louis – con il Bodenkreditanstalt, l’istituto di credito immobiliare nazionale. Il Governo di Vienna, infatti, per salvare il Boden da un fallimento ormai sicuro, aveva chiesto a Louis di rilevarlo, sperando così di evitarne il crollo. E Louis l’aveva fatto, pur consapevole dell’alto rischio dell’impresa. Il risultato, però, fu una catastrofe. Il Kreditanstalt si salvò solo grazie al prestito dei Rothschild di Londra e Parigi (per quanto ormai i reciproci rapporti non andassero al di là della pura formalità). Louis, però, fu accusato di aver gestito male le sue finanze e quelle del Paese, finendo alla sbarra e salvandosi solo grazie all’aiuto dei parenti ed alla cessione allo Stato di molte sue proprietà, incluse le preziose acciaierie cecoslovacche di Wittkowitz, da un secolo nelle mani dei Rothschild austriaci. Poi corse voce che il nuovo dittatore tedesco Adolf Hitler, appena salito al potere in Germania, intendesse invadere l’Austria impossessandosi, logicamente, anche del suo Kreditanstalt. I Rothschild di Francia e Inghilterra consigliarono a Louis di fuggire in tempo da Vienna. Louis Nathaniel rifiutò, senza nemmeno immaginare quanto se ne sarebbe pentito.

Frattanto si faceva strada Guy Rothschild, il primogenito di Édouard. Sveglio, preparato, interessato a movimentare un po’ la Banque de Rothschild – che sotto il suo prudente padre da tempo ormai aveva abbandonato qualsiasi investimento avventuroso limitandosi ad amministrare ciò che aveva accumulato – Guy cominciò la sua ascesa alla Banque de Rothschild proprio durante gli ultimi anni di vita dello zio Edmond, molto vecchio e ormai quasi completamente cieco, il quale si spense il 2 novembre 1934. Assistette al conseguente, violento scontro legale tra suo padre e gli altri due cugini Maurice e Robert, in lite per dividersi l’enorme patrimonio. Il maggiore punto di scontro tra i tre fu il valore da attribuire ad una compagnia agricola marocchina. Alla fine i cugini ed i rispettivi avvocati si misero d’accordo. Ma i dissapori originatisi non si sarebbero sanati mai più.

In quello stesso anno, il 6 febbraio, scoppiò il famoso tentativo di colpo di Stato dell’Action Française e dei suoi sostenitori di estrema destra. Quel giorno i violentissimi scontri tra i rivoltosi e la polizia lasciarono sulle strade di Parigi 17 morti e 2329 feriti. Si risolse in nulla di fatto – a parte il terrore di una dittatura fascista che avrebbe potuto svilupparsi anche in Francia, che di fatto spinse i vari partiti di sinistra ad organizzarsi in quel Fronte Popolare che, due anni dopo, avrebbe vinto le elezioni – ma costituì l’ennesimo motivo di scandalo per Édouard, visto che il movimento di estrema destra Croix de Feux, guidato dal generale La Rocque, aveva partecipato all’insurrezione. La Rocque, infatti, era un uomo molto vicino ad Édouard (essendo legato politicamente ad Ernest Mercier, industriale in società con i Rothschild nel campo dell’energia elettrica) [7] e spesso presenziava alle cerimonie del Consistoire de Paris ebraico al fianco del rabbino capo e di Robert de Rothschild, che ne era Presidente. Un rivoluzionario di estrema destra, legato però ai massimi esponenti della comunità ebraica francese; un colonnello nazionalista che da lì a pochi anni avrebbe appoggiato il governo filo-nazista di Petain, pur venendo accusato dai suoi stessi seguaci di farsi finanziare dagli ebrei … . Quanto erano coinvolti i Rothschild, allora, in quel tentativo di instaurazione di un regime fascista, intenzionato a comprimere i salari degli operai a vantaggio delle grandi lobbies industriali francesi?  

Quando Leon Blum arrivò al potere con il suo Fronte Popolare decise subito di occuparsi del vero e proprio monopolio che alcuni banchieri, Rothschild in testa, esercitavano sulla Banque de France e sull’intera economia del Paese. Tra i colpi più duri assestati alla famiglia di Guy vi fu la nazionalizzazione delle Ferrovie dello Stato tramite la fondazione della SNCF. Ma ancora una volta i Rothschild ebbero la meglio: se infatti la loro Compagnie du Nord venne assorbita nella nuova Société Nationale des Chemins De Fer, in cambio essi ne ottennero un cospicuo pacchetto azionario. Come sostenne Le Populaire il 1 settembre 1937, i Rothschild riuscirono così “ad apprezzare i vantaggi che talune nazionalizzazioni potevano offrire”. 

Di lì a un anno il cugino viennese Louis veniva fatto arrestare da Hitler, all’indomani dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. Il Führer lo fece arrestare per accaparrarsi le ultime proprietà rimastegli, ma Louis Nathaniel non era un prigioniero ebreo qualunque. Nel giro di pochi giorni ricevette la visita di Himmler in persona, ansioso di assicurarsi delle condizioni in cui il più importante tra i Rothschild d’Austria era tenuto dai suoi carcerieri. Himmler decise così che il luogo di prigionia più adatto per Louis dovesse essere nientemeno che l’Hotel Metropole di Vienna, ove fu costretto ad abitare fino all’estate del ’38 (ma secondo il Lottman, invece, per lo meno fino al marzo ’39). Poi al barone Von Rothschild fu concesso di lasciare il Paese e ricongiungersi ai cugini di Parigi. L’Olocausto personale di Louis finì così. 

Il Führer e i Rothschild

Tra le numerosissime leggende che circolano sui Rothschild ce n’è una particolarmente inquietante, che li vorrebbe imparentati con Adolf Hitler. L’ipotesi in questione sarebbe rafforzata da quella, ancor più diffusa, circa le origini semite del dittatore nazista. A giocare un ruolo chiave in entrambe le teorie è l’incertezza sull’identità del padre di Adolf, Alois, nato illegittimo nel 1837. Esattamente quarant’anni dopo la sua nascita, infatti, un mugnaio di nome Johann Nepomuk Hiedler (registrato anche come “Hüttler”), si era presentato nella parrocchia di Spital, piccolo centro bavarese, per denunciare l’identità del vero padre di Alois, che Johann indicava nella persona del fratello, Johann Georg Hiedler. Alois – che aveva portato fino a quel momento il cognome della madre, Maria Anna Schicklgruber – diventava così improvvisamente un Hiedler. Sia Maria Anna che Johann Georg, però, erano ormai morti da circa vent’anni e la confessione così tardiva del mugnaio Nepomuk può in effetti indurre a sospettare che il vero padre, in realtà, fosse proprio lui, regolarmente sposato e quindi intenzionato a nascondere una sua vecchia scappatella extraconiugale. Ma diversi storici, tra i quali Antonio Spinosa (si veda ad esempio “Hitler, il figlio della Germania”, 1991, A. Mondadori Editore), riportano l’informazione circa l’esistenza di un terzo sospettato, in questa vicenda di adulteri. Maria Anna, nel periodo in cui era rimasta incinta di Alois, prestava servizio come domestica nella casa di un ricco commerciante ebreo di Graz, un certo Leopold Frankenberger. Alois, in effetti, avrebbe potuto esser stato il risultato di una passione fugace tra la serva ed il padrone o addirittura il figlio del padrone, a quel tempo diciannovenne [8]. Questa ipotesi, però, contrasterebbe con l’espulsione dell’intera comunità ebraica dalla città di Graz avvenuta fin dal 1496. Molto più da vicino, invece, ci riguarda quanto avrebbero appurato i servizi segreti austriaci al servizio del cancelliere Dolfuss che, per scongiurare l’imminente Anschluss nazista, avrebbero raccolto informazioni su Hitler tali da distruggerne il mito tra i suoi stessi sostenitori. Stiamo parlando della testimonianza – da parte di un ex alto ufficiale della Gestapo, Hansjurgen Koehler, che nel 1940 avrebbe pubblicato in Inghilterra il suo “Dentro la Gestapo. L’ombra di Hitler sul mondo”, Pallas Publishing – circa il fatto che Maria Anna Schicklgruber, nel periodo in cui venne concepito Alois, fosse a servizio presso il barone Salomon Rothschild, a Vienna. Secondo queste introvabili fonti dell’Intelligence austriaca – citate dal Koheler, che sostiene di averle viste nelle mani di Heydrisch, capo dei servizi segreti nazisti – nelle vene di Hitler scorreva dunque sangue non solo ebreo, ma addirittura dei Rothschild. Secondo i sostenitori di questa teoria Hitler avrebbe anticipato l’attentato delle sue SS nei confronti del cancelliere austriaco, proprio per impossessarsi degli scottanti documenti che si trovavano nelle sue mani. Documenti di cui, però, sarebbe riuscito ad entrare in possesso solo in seguito all’annessione dell’Austria. Fin qui la leggenda. Sta di fatto che alcune incongruenze vadano sottolineate. A parte, infatti, le questioni dell’irreperibilità – a quanto risulta – dei documenti visionati dal Koehler e, parimenti, dell’impossibilità di verificare la testimonianza relativa all’ipotesi Frankenberger, ci si potrebbe chiedere perché mai l’ebreo Salomon Rothschild potesse entrare in Vienna e fondarvi la sua banca, mentre il ricco commerciante Frankenberger non avrebbe potuto risiedere in Graz una quindicina d’anni più tardi. Entrambe le città, infatti, facendo ugualmente parte dell’Impero asburgico, furono coinvolte dal Decreto di espulsione degli ebrei promulgato da Massimiliano I nel 1496. E’ altresì vero che i Rothschild, grazie alle “alte conoscenze” del loro capostipite, avrebbero potuto godere di un trattamento di favore da parte dell’Imperatore. Ma tale eventualità non esclude in modo sufficientemente forte l’ipotesi Frankenberger né, tanto meno, quelle che porterebbero a considerare Alois figlio di uno dei due fratelli Hiedler.

Mentre Édouard spostava capitali all’estero per salvarli dalle grinfie naziste (le azioni petrolifere della Royal Dutsch finirono in una banca di Montreal, la quale però, dall’ingresso del Canada in guerra, bloccò il suo conto in quanto proprietà di un cittadino di una nazione ormai occupata dai nazisti e quindi, a tutti gli effetti, nemica) e provvedeva a vendere “i gioielli di famiglia” (Il New York Times, l’11 luglio 1940 parlò di un rocambolesco viaggio del barone a New York con una borsa piena di gemme per un valore di ben un milione di dollari), Guy Rothschild veniva chiamato alle armi e partecipava all’inutile resistenza conto il Blitzkrieg tedesco, finendo tra le centinaia di migliaia di soldati imbarcati a Dunkerque.

Vichy 

E venne il tempo di Philippe Petain e del collaborazionismo coi nazisti. La Francia fu inondata da leggi antisemite che, oltre a perseguitare gli ebrei residenti, ritiravano la nazionalità a tutti quelli che avevano fatto in tempo a mettersi in salvo, fuggendo dal Paese. Non erano più francesi, gli ebrei espatriati; quindi – in virtù del Decreto del 23 luglio 1940 – tutte le loro proprietà, entro sei mesi, sarebbero state confiscate. I Rothschild riuscirono a mettere in salvo molti dei loro possedimenti (come i vigneti Chateau Lafite o gli immobili parigini di rue Laffitte), trovando il modo di passarli momentaneamente a uomini di loro fiducia, rigorosamente non ebrei. Con lo stesso trucco – per aggirare la Legge del 2 giugno 1941 che bandiva gli ebrei dall’attività bancaria –  la Banque de Rothschild venne venduta ad “acquirenti amici”, come lo stesso Guy tenne poi a precisare, in modo da poterla recuperare una volta scampato il pericolo. Il tutto grazie all’inintaccato prestigio della ricca famiglia, probabilmente, ma anche alle simpatie di diversi uomini potenti che, seppur antisemiti, non vedevano di buon occhio una Francia finita in mano straniera. La residenza di Ferrières venne occupata. Le opere ritenute di maggior valore furono requisite dai tedeschi, così come accadde per molte altre residenze museali e per la stessa casa di Édouard, in rue de Florentin. In molti casi il Governo Petain cercò di piombare sulle opere d’arte e requisirle prima che i tedeschi se le annettessero, ma si trattò spesso di tentativi vani. I nazisti accatastarono provvisoriamente quadri e arazzi al Louvre, in attesa che lo stesso Hitler si recasse sul posto per scegliere cosa far trasportare in Germania. Poi il Louvre non bastò più, e la scelta cadde sul padiglione a due piani del Museo dello Jeu de Pomme. Il principale collaboratore del Führer per quanto atteneva alla requisizione delle opere d’arte in territorio nemico, l’eccentrico Alfred Rosenberg, cominciò a spadroneggiare in quei luoghi, specializzandosi nella ricerca di oggetti artistici appartenuti agli ebrei. Fu lui a spedire in Germania, alla fine, 21.903 opere d’arte (tra cui capolavori di Goya, Velàsquez, Rembrandt, Vermeer e Rubens). I funzionari di Vichy non riuscirono a fare in tempo nemmeno ad annotarsi i dati relativi a tutte le opere confiscate. Gli impiegati del Jeu de Pomme avrebbero in seguito raccontato di incursioni nel museo del Jeu de Pomme di Goering in persona, interessato a scegliersi le opere per la propria collezione, litigandosele con Von Ribbentrop. Hitler sceglieva le sue da Berlino. Aveva fatto sapere che in testa alla sua lista di preferenze c’era l’Astronomo del Vermeer, che guarda caso apparteneva ai Rothschild. Un treno con ben 25 carrozze fece tappa intermedia nel pittoresco Castello di Neuschwanstein. Due carri merci speciali, stracolmi soprattutto di opere d’arte di proprietà dei nostri banchieri, furono spediti direttamente a Monaco ed il loro contenuto collocato nei bunker realizzati sotto la residenza di Hitler, in quella stessa città. Quei due carichi di meraviglie erano direttamente destinati al Führer. Frattanto quasi tutti i Rothschild erano riusciti ad espatriare. La maggior parte in America (come lo stesso Édouard, con la sua famosa borsa piena di gioielli) o in Gran Bretagna. Qualcuno, come Maurice, trovò rifugio in Svizzera o, ancor più vicino, a Cannes (che apparteneva alla zona in mano alle truppe di occupazione italiana, come al solito molto meno ligie alle regole di Hitler), come accadde a James-Henri, il figlio di Henri. Di tutti i membri della famiglia Rothschild, soltanto uno rimase vittima delle deportazioni. Si trattò di una donna, per giunta non ebrea. Lili – che aveva sposato l’altro figlio di Henri, Philippe – fu arrestata e deportata a Ravensbruck mentre suo marito si trovava a combattere in Inghilterra. In quel campo di sterminio Lili morì di tifo il 23 marzo 1945, a 43 anni.  

Il recupero

Arrivarono i giorni dello Sbarco in Normandia. Non tutti sanno che tra i contingenti alleati approdati sulle coste settentrionali della Francia, in quel lontano 6 giugno 1944, c’erano anche numerosi esperti d’arte statunitensi. Li chiamarono Monuments Men, ed erano 345 ufficiali laureati in Storia dell’Arte. Negli Stati Uniti, infatti, in quei pochi anni di esilio i Rothschild avevano intrecciato nuovi importantissimi rapporti con le persone più influenti d’America e il D-Day fu, quindi, la prima occasione per metterli a frutto. Un ancora giovane James J. Rorimer, futuro direttore del Metropolitan Museum di New York, fu uno degli esperti che più si distinsero nelle operazioni di recupero dei capolavori rubati dai nazisti. Così – mentre Philippe si accingeva a risistemare il suo Castello di Château Mouton, riprendendo il controllo dei vigneti super apprezzati dai tedeschi ed Édouard, dagli USA, scriveva lettere su lettere per sollecitare l’abrogazione delle recenti leggi antisemite, indirizzate a un De Gaulle super impegnato a strappare la Francia più agli americani che a ciò che restava dei tedeschi – Rorimer, incalzato da Guy Rothschild, si addentrava nel sud ovest della Baviera e penetrava nell’incantevole Castello di Neuschwanstein. Ogni stanza era piena zeppa di forzieri contenenti quadri ed opere d’arte. Ogni camera, tranne la Sala del Trono. Si confrontò subito con il ben noto problema della mancanza di un elenco completo di tutto il trafugato, ma tale inconveniente fu superato usando la logica. Gente così metodica e precisa come quella tedesca, pensò Rorimer, non poteva non aver provveduto a stilare un archivio completo dell’inestimabile refurtiva. Il guardiano del Castello ci pensò su, poi Rorimer dovette seguirlo in un’ala laterale dell’edificio, munita di un ingresso indipendente. Dopo qualche giro di chiave ai suoi occhi si presentò l’immancabile e completo inventario fotografico di tutte le 21.903 opere confiscate. Tutte le camere del Castello furono subito sigillate con l’antico sigillo Rothschild. Su ogni porta chiusa a chiave comparve la scritta: SEMPER FIDELES. Poi Rorimer si concentrò sulle opere finite nelle mani di Goering. Riuscì ad organizzare un interrogatorio nei suoi confronti circa la reale collocazione della refurtiva. Goering farneticava, tenuto buono dai suoi carcerieri con alcol e droghe, ma fece in tempo a giustificarsi del furto sostenendo di essere, dopo tutto, un uomo del Rinascimento. Ammise di aver trasportato le opere trafugate con un treno diretto a Berchtesgaden, dove si trovava il celebre Nido dell’Aquila, suggestivo chalet-fortezza di Hitler nell’Obersalzberg bavarese. Dopo molte ricerche la refurtiva fu recuperata. Quasi tutte le 3798 opere dei Rothschild furono restituite ai legittimi proprietari. Compreso l’ambito Astronomo del Vermeer, sbucato da una miniera di salgemma austriaca a cui i tedeschi avevano fatto saltare l’ingresso con la dinamite. Oggi l’opera si trova al Louvre e conserva ancora il ricordo di quell’esperienza. Una piccola svastica, stampata sul retro della tela. 

Gli anni Cinquanta e Sessanta

Alla fine della guerra Guy organizzò la rinascita della sua famiglia, trovandosi presto in prima linea a causa della morte del padre, avvenuta il 30 giugno 1949. Ancora una volta, in occasione della scomparsa di Édouard, venne riproposto quello che il Lottman definisce “il rituale che aveva accompagnato altri decessi in famiglia”. L’annuncio della morte, infatti, venne ritardato giusto il tempo sufficiente per vendere “consistenti pacchetti di azioni, per esempio della Royal Dutch e della De Beers”. Il trucco era semplice: il prezzo delle azioni scendeva di colpo, facendo improvvisamente calare il valore delle proprietà del defunto, con conseguente drastica diminuzione dell’imposta da pagare sul patrimonio! [9] Tre anni prima era morto anche Henri e alla nuova generazione dei Rothschild, ormai, toccava ricevere il testimone. Mentre la moglie Alix – tramite la sua Aliah des jeunes – si prodigava a favore dei giovani ebrei che si trasferivano in Israele, Guy finiva sui giornali più per le continue vittorie ippiche delle sue scuderie (era infatti il principale allevatore di cavalli del paese), che per il suo impegno nell’alta finanza. Nonostante ciò cominciò il lungo lavoro di ricostruzione della rete di tutte le società di cui aveva ereditato il controllo azionario e nel 1953 partorì l’imponente Société d’Investissement du Nord (SI Nord) – partita con un capitali iniziale di quattro miliardi di franchi – in cui fece confluire le partecipazioni delle principali società di cui deteneva il controllo, come la Nickel, la Royal Dutch, la Compagnie française de Pétroles, la Peñarroya (società cilena di estrazione dello zinco, rame e piombo), la Compagnie du Chemin de Fer du Nord (il cui portafoglio azionario comprendeva partecipazioni nelle ferrovie e nelle miniere del Belgio, in diverse miniere nel Congo belga, nella Banque Ottomane, ecc.), e la ricchissima De Beers. A distanza di poco più di dieci anni dalla nascita della SI Nord, nel 1964, il suo patrimonio – distribuito su ben 116 imprese – si attestava già a quota 19,6 miliardi di franchi! Poi Guy si concentrò su nuove miniere di ferro – e sulla costruzione di centinaia di chilometri di ferrovia ad esse collegata – in Mauritania e su nuovi pozzi petroliferi nel Sahara (istituendo la Francarep che, seppur nazionalizzata con l’indipendenza dell’Algeria, avrebbe continuato a restare nelle mani dei Rothschild relativamente ai pozzi petroliferi via via aperti in altre zone dell’Africa settentrionale). E mentre il cugino Maurice riprendeva quota giocando in borsa con incredibili profitti dalla sua sontuosa reggia di Pregny, in Svizzera, piena zeppa di capolavori di Van Gogh e del Goya, Guy faceva far carriera ad un ex insegnante di letteratura francese, Georges Pompidou, fino a farlo diventare Direttore generale della Banque de Rothschild. Poi, non contento, lo raccomandò direttamente a de Gaulle. Il quale, fin dall’inizio del proprio mandato come Presidente del consiglio, lo volle al suo fianco come Capo di Gabinetto. Quando poi de Gaulle, dal 1959, divenne Presidente della Repubblica, Pompidou cominciò la sua irrefrenabile ascesa verso la Presidenza del Consiglio, ottenuta nell’aprile del 1962. Nel 1969 l’uomo dei Rothschild sarebbe diventato Presidente della Repubblica francese. Un successo dovuto in gran parte a Guy, il cui sostegno Pompidou non dimenticò mai. D’altra parte i favori nei confronti di casa Rothschild cominciarono subito. Nel 1859, ad esempio, la Nickel entrò in crisi a causa di una forte diminuzione della domanda internazionale. De Gaulle e Pompidou, allora, decisero di far coniare una nuova moneta da un franco. Naturalmente in puro nickel! Frattanto Guy, a quarantasei anni, aveva divorziato da Alix e si era unito alla venticinquenne Marie-Hélène de Zuylen de Nyevelt van de Haar, a sua volta appena divorziata dal Conte François de Nicolay. Marie-Hélène – che, guarda caso, era comunque una Rothschild, essendo nipote di Salomon James – era cattolica e questo costò a Guy la Presidenza del Consistoire, da cui fu costretto a dimettersi nel 1956, in favore del cugino Alain. L’anno successivo morirono entrambi i figli del barone Edmond; Jimmy nell’aprile e Maurice nel settembre del 1957. Quest’ultimo, negli ultimi anni divenuto il più ricco tra i cugini, lasciò un’immensa eredità (il cui pezzo forte era certamente costituito dalla sua inestimabile collezione di opere d’arte) al figlio Edmond II.

Il giovane Edmond continuò con forza l’impegno sionista del nonno e dello zio Jimmy, appoggiando la Guerra dei Sei giorni (nel corso della quale si recò a toccare – primo tra i civili – quel Muro del Pianto che suo nonno aveva tentato inutilmente di comprare agli arabi, quel Muro che era ciò che rimaneva del Tempio di Salomone distrutto dai romani nel 70 d.C. e che ora era stato riconquistato, dopo duemila anni) ed esultando pubblicamente della conseguente vittoria israeliana. La sua seconda moglie – nonché biografa – Nadine Lhopitalier assunse negli stessi anni la presidenza della sezione francese del WIZO, l’organizzazione mondiale delle donne sioniste. Sul fronte economico Edmond fondò la gigantesca Compagnie Financière, specializzata nel finanziamento di grandi e medie imprese. Una delle sue prime iniziative in tal senso fu l’erogazione di prestiti al Club Mediterranée, di cui, manco a dirlo, sarebbe diventato proprietario nel 1961. 

Guy affrontò gli anni ’60 con nuove iniziative. Convertì la De Rothschild Frères (che cambiò nome in Banque Rothschild), da banca d’affari a banca di deposito, permettendo ad una clientela più ampia – per quanto pur sempre molto selezionata – di affidargli i propri risparmi. Inoltre raggruppò tutte le attività minerarie della famiglia in un’unica potentissima multinazionale, Le Nickel, che comprendeva anche la Rio Tinto (uranio, piombo, zinco e smeraldi estratti in America, Africa ed Australia) e la Peñarroya (che estraeva piombo, carbone e zinco in Italia, Francia, Africa e Brasile nonché rame in Cile). Ma la decisione più importante fu annunciata nel 1967: trasformare la Compagnie du Nord in una gigantesca multinazionale che concentrasse ed animasse tutte le attività finanziarie ed industriali dei Rothschild. Il capitale della Nord passò da 52,8 a 335 milioni di franchi nel giro di un anno e l’attività della compagnia venne decuplicata, arrivando ad una quota pari ad un miliardo e trecento milioni di euro attuali! La Compagnie du Nord controllava, tra l’altro, la Banque Rothschild di Parigi, la Amsterdam Overseas Corporation e la Rothschild Inc. di New York, Le Nickel, la Socantar (immensa compagnia petrolifera che comprendeva, tra le altre, anche la Royal Dutch Shell), la multinazionale ferroviaria Compagnie Auxiliarie du Nord e molto altro ancora. Quando arrivarono le agitazioni operaie e studentesche del 68 anche i Rothschild furono tra quelli che credettero fosse giunta la fine. Molte fabbriche e pubblici uffici chiusero per lungo tempo, le operazioni bancarie e i trasporti furono paralizzati. Ma già l’anno successivo Guy e soci si erano di nuovo rimessi in corsa, con il capitale della Banque Rothschild cresciuto di un altro buon 20%. Nel consiglio di amministrazione della banca, oltre ai vicepresidenti Alain ed Élie (figli di Robert), si stava facendo strada un giovane Rothschild inglese che avrebbe fatto molto parlare di sé: Evelyn.  

Mitterand

Con l’inizio degli anni Settanta cominciò a crollare la domanda internazionale di materie prime. Soprattutto quella di nickel, con conseguente situazione di grave difficoltà nell’omonima azienda di famiglia. Così, nel 1973, la metà della Nickel venne venduta da Guy ad un’azienda statale. In compenso il barone s’inventò la Imétal che, forte della liquidità ottenuta tramite la suddetta vendita, venne utilizzata per investire negli USA, inaugurando una nuova fase di sempre maggiore attenzione all’economia americana. Tutto, per i Rothschild di Francia, cominciò con l’appoggio della loro affiliata newyorkese New Court Securities e della vecchia alleata Kuhn Loeb, attraverso il cui sostegno Guy rilevò la Copperweld, azienda di Pittsburgh specializzata nella produzione di leghe metalliche. L’opinione pubblica americana protestò ferocemente contro questa scalata straniera nei confronti di un’importante azienda metallurgica statunitense, ma tant’è l’affare andò in porto. Nello stesso periodo il Grand Baron si annetté anche un quarto della britannica Lead Industries Group. Due anni dopo la Banque de Rothschild fece man bassa di istituti finanziari locali, comprando i due terzi della Discount Bank France e assorbendo contemporaneamente la Banque Stern, la Société Continentale de banque e la Compagnie Europénne. Poi, dopo aver assegnato al suo primogenito David la direzione generale della Banque de Rothschild ed al figlio di Élie, Nathaniel, la vicedirezione, Guy fece il grande annuncio: l’ennesima inversione di posizione tra la Banque e la Compagnie du Nord. Da quel momento in poi, infatti, la prima avrebbe assorbito la seconda, ricavandone per altro, nell’immediato, un notevolissimo aumento di capitale. Decisione che però, a distanza di qualche anno, si sarebbe rivelata piuttosto nefasta. Negli stessi anni Guy decise di cedere la sua storica residenza di Ferrières, considerata ormai uno spreco persino per una delle famiglie più ricche del mondo. Il sontuoso castello e la sua immensa tenuta furono ceduti all’Università di Parigi; soltanto una parte dei terreni rimase di sua proprietà. Sul territorio rimastogli il barone fece costruire una residenza molto signorile ma senz’altro meno mastodontica di quell’antico castello che aveva “ospitato” Von Bismarck. Ma, tanto per non perdere le buone abitudini, di lì a poco Guy decise di acquistare l’Hôtel Lambert, sull’Île Saint-Louis, antica residenza di Voltaire definita dal grande pensatore un “Palazzo per un Re filosofo”. Lì si stabilì tutta la famiglia, lì trovò posto l’immensa collezione d’arte che era stata di Alphonse. L’età degli edifici monumentali sfoggiati dai Rothschild, evidentemente, non era finita; lo dimostravano anche le continue sfilate di re e regine, di stelle di Hollywood come Clarck Gable, Gregory Peck o Audrey Hepburn e di personalità politiche di assoluto rilievo come il senatore Edward Kennedy, continuamente sotto i riflettori della meravigliosa villa di Edmonde e Nadine a Pregny, sul Lago di Ginevra. Poi, per i Rothschild di Francia, si scatenò la tempesta. Nel 1981 alla presidenza della Repubblica Francese salì, per la prima volta, un socialista. Si chiamava François Mitterand ed aveva un programma politico capace di far rabbrividire qualsiasi grande magnate francese: superare la “soglia minima” delle nazionalizzazioni, soprattutto nel settore bancario e finanziario e nei confronti dei gruppi industriali in grado di giocare un ruolo di importanza “strategica” all’interno dell’economia francese. Per i Rothschild si manifestava lo spettro della statalizzazione delle loro impreseA fronteggiare l’attacco socialista dovette improvvisarsi un ancora inesperto neo-presidente della banca, David Rothschild, figlio del settantaduenne Guy, dal 1979 ormai in pensione. Mitterand condusse una vivace battaglia parlamentare contro le destre anti-statalizzazioni e quando uscì finalmente il disegno di legge che i Rothschild stavano aspettando con angoscia, fu chiaro che tra le banche prese di mira ci sarebbe stata anche la loro. Il criterio che si scelse per individuare quali Istituti nazionalizzare fu quello della quantità di depositi. La soglia fu fissata a quota “un miliardo” di franchi e non pochi fecero subito notare che tale soglia pareva fissata ad arte. Tra le banche che, in questo modo, restavano fuori dal gruppo di quelle da statalizzare il governo francese salvava così anche la Lazard Frères, notoriamente vicina agli ambienti politici socialisti. Dopo una violentissima battaglia in Parlamento e una fitta serie di emendamenti, la legge fu approvata nel febbraio 1982Logicamente venne prevista una forma di indennità da corrispondere in obbligazioni ai proprietari espropriati delle loro aziende. Ma siccome la notizia dell’imminente statalizzazione aveva fatto crollare il valore delle azioni delle banche coinvolte, il calcolo della suddetta indennità sulla base del loro attuale valore non fece che penalizzarle ulteriormente e ai Rothschild andò anche peggio. La decisione che un decennio prima Guy aveva preso, consistente nel porre la Banque Rothschild a capo di tutte le proprietà di famiglia, comportò anche la partecipazione statale in tutte le altre società fuse nel pacchetto azionario della banca. Inclusa l’appena nata Imétal, particolarmente rimpianta dallo stesso barone. Complessivamente l’indennità finita nella mani della famiglia fu di 450 milioni di franchi, circa 181 milioni di euro attuali. Di questa cifra, però, i Rothschild avrebbero ricevuto solo il 35%, corrispondente alla loro quota all’interno della Banque. David ironizzò, sostenendo che, per quanto non si fosse trattato certo di un buon affare, la liquidazione ottenuta fosse da ritenersi per lo meno equa. David rifletté molto sull’accaduto. Si chiese se davvero la sua famiglia avrebbe potuto correre ai ripari prima di farsi travolgere dalla nazionalizzazione. Poi riconobbe l’importanza di prendere atto che una nuova svolta nella storia dei Rothschild stava verificandosi. Così, lui e i suoi cugini decisero di ripartire. A dire il vero, però, in qualche modo erano riusciti a limitare i danni, con l’ennesimo geniale trucchetto finanziario. Servendosi della Paris Orléans, una vecchia compagnia ferroviaria riconvertita per l’occasione a finanziaria, nel giro di otto mesi avevano sfornato, senza dar troppo nell’occhio, una società comproprietaria della Banque Rothschild. Il tutto, naturalmente, mentre il dibattito ancora ferveva in Parlamento. Così, quando la morsa di Mitterand scattò, la Paris Orléans incassò  la sua percentuale di indennità, un 8% in più spuntato dal nulla. Quella cifra, non certo indifferente, avrebbe costituito la rampa di lancio per i futuri investimenti. Ma da adesso in poi basta con l’ingrata Francia. Adesso il nuovo quartier generale dei Rothschild si sarebbe spostato in America. Nella “vergine” America! 

A New York 

Evelyn Rothschild, classe 1931, britannico, aveva fatto la solita carriera da giovane rampollo della famiglia. Diviso tra donne, motori e cavalli di razza, a 26 anni aveva cominciato a prendere sul serio il proprio cognome, finendo nel direttivo della N.M.Rothschild di Londra, la banca inglese di famiglia di cui, a 45 anni, aveva ricevuto il timone dal cugino Victor. Aveva studiato storia a Cambridge, ma non si era laureato. Quando Guy fece la valigia per New York – famosa, a questo proposito, la sua esclamazione: “Ebrei sotto Petain, paria sotto Mitterand: ne ho abbastanza!” – sapeva di poter contare su di lui. Con Evelyn mise in piedi la società di investimenti Rothschild Incorporated, affidandola ad uno spregiudicato Robert Prie, scaltro avvocato, esperto di tuti i segreti di Wall Street. Tra i primi clienti della Rothschild Inc.  figurava Jimmy Goldsmith, finanziere miliardario di origine ebraica che la Thatcher definì uno degli uomini più potenti della sua generazione. Jimmy, soprattutto, era parente dei Rothschild, poiché il suo vero cognome, prima di naturalizzarsi americano, era Goldschmidt-Rothschild, ceppo nato dal matrimonio contratto nel 1878 tra la nipote di Karl, Minne Caroline Rothschild ed il nonno di Jimmy, Maximilian Benedict Goldschmidt, con cui aveva avuto inizio un’alleanza economico finanziaria da mille e una notte, anche grazie a precedenti legami matrimoniali dei Goldschmidt con famiglie potentissime di banchieri ebrei come: i Warburg (detentori di un colosso finanziario ed economico gigantesco, il gruppo M.M. Warburg), gli Speyer (titolari della società finanziaria Speyer Brothers di Londra con successive ramificazioni americane nonché, tra l’altro, proprietari della UERL, la società che ha ad esempio realizzato la metropolitana londinese), i Günzburg (con la loro gigantesca banca svizzera Dreyfus Söhne & Cie), gli Oppenheim (la cui Banca privata, fondata nel 1789 è attualmente considerata la più grande d’Europa) e più recentemente i Thyssen (gli unici ad essere cattolici, macchiatisi in passato della responsabilità di aver finanziato Hitler e il cui capostipite, l’imprenditore e banchiere Heinrich Thyssen Bornemisza – di cui Dido Goldsmith sposò il cognato Roberto Shoro – era stato l’artefice del gigantesco  Gruppo industriale Thyssenkroup ed era stato nominato barone dall’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe nel 1907). Tutti di colpo inglobati nel grande gruppo Rothschild! Altro cliente illustre, il fantomatico Robert Maxwell, ebreo laburista di origine cecoslovacca che aveva costruito un impero editoriale in America (essendo proprietario di molti giornali, tra cui il Daily Mirror). Nel momento in cui diventava cliente della Rothschild americana, Maxwell era già stato coinvolto in una serie di scandali giudiziari legati alla sottrazione fraudolenta di fondi pensionistici; il suo nome, dopo la morte, sarebbe stato collegato perfino ai servizi segreti israeliani. Ma Guy ed Evelyn sapevano che il futuro della loro invenzione sarebbe stato amministrato dalla leva più giovane. Le redini di tutto passarono presto nelle mani di David e di Éric, figlio di Alain. Al duo, dopo un primo momento di esitazione, decise di non unirsi  il figlio di Êlie, Nathaniel. Tra i primi due cugini e Nathaniel era sorta una rivalità insanabile, che aveva portato dalla parte di quest’ultimo anche Jacob, figlio di Victor. Nathaniel, dopo essere uscito dalla Rothschild Inc. in cui inizialmente era entrato come co-presidente, diede così vita alla Nathaniel Rothschild Holdings. Jacob si concentrò sulla banca di investimenti Rothschild Investment Trust, da lui stesso fondata nel 1961 ed attualmente ai vertici degli investimenti mondiali con il nome RTI Capital Partners plc. 

Quanto ad Edmond, dalla Svizzera, cominciò ad interessarsi all’Estremo Oriente, pur mantenendo forti contatti con politici socialisti all’interno del governo francese. L’elenco della rivista Expansion, dei cinquanta uomini più ricchi di Francia nel 1985, lo includeva al quarto posto. Nel 1989 risultava Presidente onorario della Banca Tiburtina, Presidente della Banca di Lugano, della Cesarea Developmet Co. di Tel Aviv, della Israel General Bank, della Israel European Co. Sedeva inoltre nei CdA di De Beers, Club Méditerranée, Compagnie Luxemburgeoise de Télédiffusion, Ferruzzi Agricola Finanziaria, Hachette, Publications Filipacchi. La sua banca, la Compagnie Financière Edmond Rothschild de Paris – che aveva riottenuto il diritto ad utilizzare il nome di famiglia nonostante le precedenti nazionalizzazioni, che l’avevano vietato per non provocare confusioni tra gli istituti di famiglia e l’ex banca Rothschild, ormai statalizzata – possedeva connessioni importanti con una cinquantina di banche ed Istituti di Credito nel mondo.

David, dal canto suo, mentre appariva su tutti i rotocalchi internazionali in seguito al suo sfarzoso matrimonio con la bellissima Olimpia Aldobrandini, figlia del famoso Principe italiano, era determinato ad approfittare di ogni possibile passo falso del governo di sinistra che gli aveva nazionalizzato la banca di famiglia. Quando il centro destra, schieramento super favorito, alle elezioni del 1986 si riprese il potere, ricominciarono le privatizzazioni in cima alla lista nei progetti del nuovo Primo Ministro Jacques Chirac e del suo Ministro delle Finanze Balladur. E David non si fece scappare l’occasione. Così, mentre Edmond riusciva a riprendersi il nome di famiglia per la sua Compagnie Financière, contemporaneamente David  poteva rinominare Rothschild & Associès Banque la sua vecchia PO Gestion. Inoltre la famiglia otteneva dal nuovo Governo una specie di rimborso, essendo stata scelta la Rothschild come consulente del Governo per la gigantesca privatizzazione della Paribas. Con un compenso da favola, inutile dirlo.

Anche Éric si sposò con un’italiana aristocratica, Maria Beatrice Caracciolo, rampolla di una famiglia ducale napoletana imparentata da trent’anni con gli Agnelli. La coppia si concentrò sui proficui vigneti Lafite, a cui vennero aggiunti nuove pregiate etichette (Moulin des Carruades, Duhart-Milon, Rieussec. 

Ma le novità dovevano giungere da New York. Il grande Michel David Weill – a capo della Lazard Frères, la banca che era stata “vicina” a Mitterand – alla fine degli anni Ottanta sostenne: “L’errore storico dei Rothschild è stato di non aver mai avuto davvero una base americana come quella che noi della Lazard abbiamo creato”. David Rothschild rispose: “In futuro sarà più difficile per la Lazard migliorare i suoi profitti che per noi metterci alla pari!”. Ma al di là della dichiarazione di guerra, la lezione di Weill era chiarissima. Così la linea dei Rothschild cambiò improvvisamente, utilizzando il nuovo strumento delle OPA, le scalate alle grandi multinazionali mediante, appunto, Offerte Pubbliche di Acquisto. Cominciò affiancando Goldsmith nella scalata colossale al secondo gruppo editoriale francese, la Presses de la Cité, che così entrò nelle proprietà di Generale Occidentale – del cui CdA, comunque, David era membro – seppur per breve tempo, dato che l’anno successivo la Presses sarebbe stata rivenduta dai Goldsmith-Rothschild alla CGE. Il loro attacco agli USA i Rothschild lo iniziarono nel 1988, con l’OPA di Macmillian Inc, colosso americano dell’editoria. Il loro Robert Maxwell se la portò a casa con 2,6 miliardi di dollari, non senza strascichi giudiziari. Nelle tasche dei Rothschild finì un compenso di 12 milioni di dollari. Seguirono le OPA dei Goldsmith-Rothschild alla Crown Zellerbach – colosso nel settore del legno – ed alla SMC, produttrice della macchine per scrivere Smith Corona. Nel giro di quattro anni questo genere di imprese portò nelle loro tasche quasi 20 miliardi di dollari. Il loro potere crebbe anche grazie ad una nuova consuetudine, appresa da Lazard. Quella di inserire dirigenti esterni alla famiglia a titolo di soci. Fu, ad esempio, il caso di Jean Charles Naouri, studente modello ad Harvard e capo di Gabinetto dell’ex ministro socialista Bérégovoy. Naouri, fresco di una condanna per insider trading, guidava già la Euris, società d’investimenti con cui controllava l’Oréal, Carrefour e Canal Plus. L’alleanza tra la Euris ed i Rothschild portò notevoli vantaggi ad entrambe le parti. Ma il segno di una rivincita di David su Lazard fu il successivo passaggio da quest’ultima all’impero di Rothschild di Jean-Claude Meyer e di Christian Labriffe, importante socio della banca rivale. La Lazard Frères stava cominciando a perdere terreno. 

Nel corso degli anni Novanta gli affari della famiglia si moltiplicarono nonostante la recessione internazionale. Nel 1990 i Rothschild conquistarono l’importantissimo cliente Philip Morris – la multinazionale del tabacco che, relativamente all’anno precedente, vantava 45 miliardi di dollari di entrate – aiutando il colosso americano ad assorbire la svizzera Jakobs Suchard. Garantendo lo stesso tipo di appoggio, la banca di famiglia riuscì ad annettersi molti altri clienti prestigiosi, come il gruppo Pinault o la catena inglese di ristoranti Forte nella sua acquisizione della Société des Wagons-lits. Per non parlare delle consulenze Rothschild per la British Airways nell’acquisizione della francese TAT, principale compagnia aerea privata francese o per la vendita del pacchetto azionario Cinzano all’inglese Grand Metropolitan.

Tutto ciò portò a nuovi successi e nuove acquisizioni, come nel caso dell’acquisto di una quota di minoranza di azioni del maggior colosso televisivo tedesco, entrando così in società nientemeno che con la Warner Bros. E ciò proprio mentre il Governo francese incaricava i nostri banchieri di occuparsi della rete telematica della Caisse des Dépôts et Consignations e della privatizzazione della Paribas e della Renault, statalizzata “per punizione” a fine guerra, in seguito alla sua eccessiva disponibilità nei confronti del regime di Vichy e dei tedeschi. Incarichi da profitti stellari. Ciliegina sulla torta, il recupero dei Rothschild dell’antica consuetudine di gestire le finanze di intere nazioni. E non nei confronti di un Paese qualsiasi, bensì del Kazakhistan. Guarda caso occupandosi della privatizzazione delle sue industrie e soprattutto, dello sfruttamento dei suoi giacimenti petroliferi.

Quanto alla recessione internazionale, i Rothschild riuscirono, ancora una volta, a beneficiarne attraverso le loro consulenze per le ristrutturazioni di aziende fallite. Salvarono, ad esempio, la catena Taj Mahal di alberghi fiabeschi di proprietà di Donal Trump, così come, con lo stesso successo, tutelarono gli interessi dei creditori del colosso immobiliare O&Y, il cui fallimento, quantificato in ben 12 miliardi di dollari di debiti, fu uno dei più gravi del decennio. Per non parlare del dramma vissuto dalla National Gypsum Company, multinazionale produttrice di pannelli isolanti pieni zeppi di amianto, crollata dal momento in cui venne scoperta la reale pericolosità di quel materiale. Ancora una volta furono i Rothschild a salvare una parte della società ed a far fronte alle monumentali richieste di risarcimento da parte delle famiglie dei dipendenti colpiti dal famigerato mesotelioma pleurico. 

I Rothschild oggi

Nel 1992 la rivista Fortune ha inserito Edmond Rothschild nel suo elenco mondiale di 223 miliardari. Edmond figurava al numero 202, con un patrimonio di 1,1 miliardi di dollari. Molti hanno pensato che la cifra fosse stata approssimata per difetto, trattandosi dell’uomo più ricco di Francia. “Edmond poteva donare milioni di dollari alla volta, per esempio ad Israele, impegnata in una guerra [...] La sua Israel General Bank (che gestiva capitali e affari), era la più solida del Paese” [10]. Il Club Méditerranée ha rappresentato per Edmond un’imponente fonte di arricchimento, così come la sua Banque Privée di Ginevra e l’attività vinicola rappresentata dagli immensi vigneti di Château Clarke, Château Malmaison e Château-Peyre Lebade, a cui si sono aggiunti, più di recente, quelli di Château des Laurets, nel Bordeaux. La sua Compagnie Financière parigina, poi, risulta la quarta più grande al mondo in fatto di privatizzazioni. La compagnia ha sviluppato filiali in tutto il mondo e lavora in piena sintonia con le altre banche del gruppo Rothschild in mano ai vari fratelli e cugini. A questo proposito, la famiglia si è riunita, associandosi nella Rothschild & Cie.

Edmond è morto nel 1997, lasciando erede universale il suo unico figlio Benjamin, nato nel 1963.

Quanto a David, egli è l’artefice di un vero e proprio progetto di riavvicinamento tra la sua Rothschild & Cie Banque e la Natan Mayer Rothschild di Londra, anch’essa impegnata, negli ultimi decenni, nel campo delle privatizzazioni. La N.M. Rothschild, infatti, è stata consulente del Governo britannico per la vendita della quota azionaria statale della British Petroleum ed ha assistito la British Telecommunications nel suo processo di privatizzazione. Per competere con le americane Morgan Stanley, Goldman Sachs e First Boston, così come con le francesi Paribas, Suez, Crédit Lyonnais e Lazard, i Rothschild di Francia ed Inghilterra hanno pensato all’unica soluzione possibile: unire le forze.

Nel 1992 David è stato nominato vicepresidente della N. M. Rothschild di Londra, la banca nei cui uffici, due volte al giorno, viene fissato il prezzo mondiale dell’oro. L’evento è stato subito ben compreso dagli analisti finanziari in tutta la sua straordinaria portata. David, infatti, si è messo nella condizione di succedere al cugino, il Presidente Sir Evelyn Rothschild.

Lottman, nell’opera più volte citata e risalente al 1994, ha sostenuto, rifacendosi per giunta ad una valutazione del Wall Street Journal: “La nuova unità tra Londra e Parigi rappresenterebbe un’alleanza per certi versi simile a quella creatasi nel secolo scorso”, alludendo alla ricostruzione di un potere molto vicino a quello dei figli diretti di Amschel Mayer.

Una serie di vicende particolarmente negative hanno colpito la famiglia (come la morte improvvisa del quarantunenne Amschel, ultimo figlio di Victor ed erede dell’impero britannico dei Rothschild, trovato impiccato in una stanza del Bristol Hotel di Parigi nel 1996 o quella del ventitreenne Raphael, morto per overdose su un marciapiedi del quartiere newyorkese di Chelsea, sulla Decima Avenue, nel 2000). A sessantun’anni David ha assunto anche la guida della N.M. Rothschild, associata a quella francese nel nuovo Gruppo Rothschild. Nel 2007, poi, la filiale londinese ha definitivamente venduto il suo pacchetto azionario al ramo francese. 

Tutto, ormai, è gestito da Parigi? In realtà le cose stanno diversamente da quanto le “biografie autorizzate” della famiglia vogliano lasciar credere. Da un provvisorio (per quanto complicatissimo) studio sugli incroci tra i Rothschild e le altre grandi famiglie di banchieri ebrei che gestiscono l’economia globale emerge un quadro davvero imponente del reale potere finanziario dello Scudo Rosso. Un potere costruito sui matrimoni tra le più antiche e ricche dinastie di ebrei ashkenazi. La rete delle principali alleanze matrimoniali dei Rothschild con le grandi famiglie ashkenazi contratte fino ad oggi.

Cattura06

In rosso sono riportati i principali gruppi finanziari che ogni famiglia possiede, ognuno dei quali, logicamente, detiene a sua volta il possesso di un elevato numero di sotto-gruppi industriali e finanziari, aziende, holdings, ecc. 

In blu è annotato l’anno del corrispondente matrimonio (ma molti intrecci sono stati costruiti anche tra le rispettive famiglie, oltre che con altre grandi dinastie non ebree).

[1] Questa, così come molte altre informazioni sui Rothschild ivi contenute, è tratta da H. R. Lottman, “I Rothschild, storia di una dinastia”, Arnoldo Mondadori Editore, 1994. 

[2] H. Lottman, Op.Cit., pag. 18. 

[3] B. Gille, Histoire de la maison Rothschild, Vol. 1, Ginevra, Droz, 1965, p. 299

[4] A proposito del finanziamento delle gesta di Garibaldi da parte della Loggia massonica di Londra va ricordato come l’inascoltato Giunciuglio, nell’opera sopra citata, avesse già sostenuto ciò ben sedici anni prima dell’articolo apparso su “Il Giornale.it”, in cui l’argomento è invece trattato come una novità dell’ultima ora!

Un finanziamento della massoneria britannica dietro l’avventura dei Mille

Gian Maria De Francesco – 4 luglio 2009

Nel corso della commemorazione del «fratello» Garibaldi lo storico Aldo Mola rivela il dettaglio inedito. Tre milioni di franchi donati dalla massoneria inglese consentirono l’acquisto dei fucili a Quarto. L’appoggio non fu solo economico: il mito dell’«eroe dei due mondi» fu costruito per screditare il Papato.

La conquista degli Stati che componevano la Penisola italiana e, in particolare, del ricco Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia non fu solo dettata dall’esigenza di rientrare dall’esposizione nei confronti di Banque Rothschild che aveva già investito parecchio nelle avventure belliche piemontesi. Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell’impresa.
A rivelare il particolare non trascurabile è stata la Massoneria di rito scozzese, dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, che ha ricordato la data di nascita (4 luglio 1807) del nizzardo Garibaldi in una conferenza stampa ed un convegno alla presenza del Gran Maestro Luigi Pruneti e del Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, Pierre Lambicchi.
«Il finanziamento – ha detto il professor Aldo Mola, docente di storia contemporanea all’Università di Milano e storico della massoneria e del Risorgimento – proveniva da un fondo di presbiteriani scozzesi e gli fu erogato con l’impegno di non fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato pontificio».
Tutta la spedizione garibaldina, ha aggiunto il professor Mola, «fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l’obbiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno».
I fondi della massoneria inglese, secondo lo storico, servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare l’esercito borbonico, «che non era l’esercito di Pulcinella, ma un’armata ben organizzata».
Senza quei fucili, Garibaldi avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera, i rivoltosi che la monarchia napoletana giustiziò nella prima metà dell’Ottocento. «La sua appartenenza alla massoneria – ha sottolineato Mola – garantì a Garibaldi l’appoggio della stampa internazionale, soprattutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta».
Al «fratello Garibaldi» ha reso omaggio con un «evviva» il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia.

[5] E. Feydeau, Mémoires d’un coulissier, Parigi, Librairie Nouvelle, 1873, pag. 110. 

[6] Su questo argomento vedi anche Solo per il Petrolio, di P. Ratto, presente in questo sito.

[7] Il quotidiano comunista Humanité, nel numero del 23 luglio 1935, titolava: “Il colonnello de La Rocque agli ordini dei banchieri Rothschild e di Finaly”, riferendosi ad Horace Finaly, altro importante finanziere ebreo francese. 

[8] Il nome di questo commerciante fu fatto dal Ministro del Terzo Reich e Governatore della Polonia Hans Franck, all’interno delle sue memorie. Franck, ben al corrente di tali informazioni confidenziali in quanto ex avvocato di Adolf Hitler, venne processato ed impiccato a Norimberga, nel 1946. 

[9] H. Lottman, Op.Cit., pag. 270. 

[10] H. Lottman, Op.Cit., pag. 333

Fonte: http://www.incontrostoria.it/Rothschild2.htm

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